Dal 13 dicembre 2019 sono riaperte al pubblico 10 sale dell’ala nord di Palazzo Barberini, piano nobile con il nuovo allestimento della pittura del ‘600, rinnovato nei criteri espositivi, negli “apparati” illustrativi e negli altri aspetti rilevanti, dall’illuminazione al restauro architettonico.
Caravaggio, “Giuditta e Oloferne”, 1597
E’ un rilancio della collezione di Arte Antica che, ad operazione completata, andrà dal Medioevo al ‘500, dal ‘600 al ‘700 con la spettacolare esibizione di un grande patrimonio di arte e storia. La direttrice Flaminia Gennari Sartori ne ha indicato gli intenti e i motivi ispiratori.
Sala 19, Manierismo: 1. Gerolamo Musiano
I criteri
del uovo allestimento
Dopo l’allestimento nelle sale di Palazzo Barberini recuperate dalla interminabile occupazione da parte del Ministero della Difesa per il Circolo Ufficiali della pittura del ‘700, questa volta è la pittura del ‘600 a venire sistemata in dieci sale per 550 metri quadri; inoltre è stato preannunciato per il prossimo ottobre 2020 il riallestimento delle opere del ‘500 e successivamente nel 2021 di quelle collocate al piano terra con la conclusione dell’intera operazione.
2. Jacob De Backer
Viene aggiornata così, secondo nuovi criteri, la presentazione della prestigiosa collezione di Arte antica, senza intaccare quella di Palazzo Corsini che ne rappresenta la naturale prosecuzione. Si segue una “narrazione” in cui le opere “dialogano tra loro” per gli accostamenti non solo cronologici ma soprattutto tematici e di derivazione o influenza di seguaci, come i “caravaggeschi” esposti in un raffronto intorno ai capolavori di Caravaggio in tre sale.
Sala 20, Venezia: 1. Tiziano Vecellio
Le opere “dialogano” non solo tra loro, ma anche con il visitatore, per il quale sono stati studiati “apparati” innovativi nella grafica e nell’esposizione: sono panelli esplicativi ed etichette dalle didascalie essenziali e nello stesso tempo esaurienti, in un impianto di illuminazione anch’esso del tutto rinnovato.
2. Tintoretto
Si tratta di un nuovo “impianto concettuale” – ha sottolineato la direttrice Flaminia Gennari Sartori impegnata a realizzarlo – “che focalizza a Palazzo Barberini una struttura espositiva narrativa dal Medioevo al Settecento, cercando di valorizzare anche la storia del Palazzo e dei Barberini, lasciando integra la quadreria settecentesca a Galleria Corsini”.
3. El Greco
La famiglia Barberini è l’espressione più alta della gerarchia ecclesiastica, cardinalizia e papale con Urbano IV, ma anche dell’aristocrazia laica, tanto che le due ali del palazzo con diversa destinazione e frequentazione storica si saldano nei grandi saloni di rappresentanza. E’ stata citata anche dalla Flamini Sartori la compresenza nel Palazzo, nelle diverse ali, “dell’esuberanza della natura con i giardini e della vitalità urbana”, due scenari spettacolari molto diversi offerti dalle finestre che si aprono nelle pareti espositive.
Sala 21, Pittura di genere: Bartolomeo Passerotti
In questa prospettiva, il nuovo allestimento è stato accompagnato dal restauro della parte architettonica. Nelle nuove sale con le finestre che danno sul giardino sono collocate 80 opere di artisti del ‘600 seguendo un itinerario di tipo circolare dallo scalone Bernini allo scalone Borromini, ed è tutto dire.
Sala 22, Altarolo: Annibale Carracci, con Innocenzo Tassoni
Ciò premesso, percorriamo le sale in cui le opere sono raggruppate intorno a temi, periodi e artisti capifila, citandone le principali caratteristiche e gli artisti rappresentati senza commentare le singole opere, dato che non è una mostra temporanea ma un’esposizione permanente che invita il visitatore ad approfondirle immergendosi nel suggestivo contesto espositivo di cui riportiamo un’ampia parte.
Sala 23, Paesaggio: Paul Brill
Le prime 5
sale, con Tiziano e Tintoretto, Annibale Carracci e il paesaggio
Il percorso inizia nella sala 19^, il cui soffitto è affrescato con le storie del patriarca Giuseppe e gli stemmi cardinalizi come espressione della protezione divina accordata alla famiglia proprietaria, non ancora i Barberini ma gli Sforza, su commissione di Paolo I di Santa Fiora. Tra i pittori che li realizzarono spicca il Pomarancio.
Sala 24, Caravaggio 1: 1. Carlo Saraceni
Sono esposte opere del manierismo romano con Pietro Francavilla e Gerolamo Muziano, Jacopo Zucchi e Marcello Venusti, di quest’ultimo ricordiamo la recente mostra “I colori di Michelangelo”; e del manierismo internazionale con Jacob de Backer, Joseph Heintz, Jan Metsys.
2. Orazio Borgianni
Siamo alla fine del ‘500, viene sottolineato il “cambio di passo” nell’atteggiamento verso gli artisti e le loro opere che si manifesterà appieno nel ‘600. Cresce l’attenzione alla finalità e al significato delle immagini pittoriche valutando il modo in cui sono utilizzate. Si tende a passarle al vaglio soprattutto dopo che nel 1564 Giovanni Andrea Gilio in “Degli errori e degli abusi dei pittori” critica gli usi inappropriati delle opere.
3. Bartolomeo Manfredi
I ritratti possono essere espressione di esibizionismo, le immagini religiose snaturate rispetto alla fede e al bene e il male, tema trattato nel 1582 dal vescovo Gabriele Paleotti nel “Discorso intorno alle immagini sacre e profane”. Al culto degli artisti si associa così la rilevanza delle opere analizzate con spirito critico dando avvio a una storia esegetica destinata a perpetuarsi nella critica d’arte.
4. Giovanni Baglione
La sala 20^ è dedicata alla pittura di Venezia, presenti i grandi maestri Tiziano e la sua scuola, con “Venere e Adone”, restaurato per l’occasione, e Tintoretto, ci sono due opere inconfondibili di El Greco, formatosi nella scuola veneziana.
Erano molto diffuse le botteghe, particolarmente fiorenti quelle di Tiziano e Tintoretto, per cui si pone il problema di distinguere le opere progettate ma non eseguite dal caposcuola da quelle totalmente o in parte dovute alla sua mano: il riferimento diretto si può attribuire sulla base delle peculiarità della sua impronta quando è chiaramente individuabile.
Caravaggio 2.: 1. Josepe de Ribera
Non poteva intervenire nella gran parte delle opere affidate agli allievi dato il notevole afflusso delle committenze, della Serenissima, ecclesiastiche ed aristocratiche; e anche quando eseguiva i dipinti di propria mano, poi venivano soddisfatte le molte richieste con copie e repliche degli allievi sotto la sua direzione.
2. Simon Vouet
All’arte ispirata al sacro, che va oltre i soggetti tradizionali, si affianca quella ispirata ai temi mitologici e ai temi derivanti dalle leggende immortali di Ovidio. Questi ultimi sono alla base dei dipinti “Poesie”, realizzati da Tiziano per l’imperatore Carlo V e Filippo II di Spagna.
Nel Soffitto, l’affresco “Carro di Apollo con le quattro Stagioni” celebrativo delle nozze del principe Urbano Barberini, del 1693, autore Giuseppe Chiari.
Caravaggio 3: 1. Orazio Gentileschi
La terza tappa del nostro percorso, la sala 21^ – con gli affreschi della volta valorizzati dalla nuova illuminazione – aggiunge ai temi religiosi e mitologici di cui si è detto, quelli legati alla realtà, cosa che costituisce un’importante innovazione pittorica.
Gli oggetti diventano soggetti dell’immagine, si tratta della Pittura di genere, per rispondere alle richieste del mercato sempre più ampio e diversificato con artisti sempre più professionali e specializzati; anche nelle opere religiose e mitologiche viene dato spazio crescente alla visione circostante in cui spiccano oggetti visti nella loro consistenza materiale, lo si nota nelle opere della bottega dei Bassano oltre che in quelle dei fiamminghi.
2. Artemisia Gentileschi
Lo stile non è più aulico ma “modesto”, una sorta di “sermo humilis” che, paradossalmente, come si legge nella presentazione, “trova posto in una concezione delle arti visive esemplata sul modello dell’eloquenza retorica”. Sullo sfondo la passione per le Wunderkammerm.
Vediamo 2 dipinti di Bartolomeo Passerotti, espressione delle ricerche naturalistiche di fine ‘500 di Ulisse Aldrovandi, che in certo senso anticipano le nature morte; e altri esposti molto di rado, come il “Diluvio universale” della scuola di Jacopo Bassano e le opere di Frans Francken il giovane.
I temi aulici tornano nella Galleria con la “Fondazione di Palestrina” di Francesco Romanelli, divenuta feudo di Taddeo Barberini, marito di Anna Colonna cui era riservata la Galleria, e il “Sacrificio di Giunone” di Giacinto Gimignani.
3. Bernardo Strozzi
La piccola sala 22, raccolta e per la prima volta aperta al pubblico, presenta Annibale Carracci, ma non un suo dipinto, bensì l’”Altarolo portatile”, realizzato con Innocenzo Tacconi su commissione del cardinale Odoardo Farnese: un Tabernacolo con la Pietà e i santi Cecilia ed Ermenegildo all’interno, san Michele e l’Angelo, Cristo e Dio all’esterno; ci sono anche la Maddalena costernata con le braccia aperte e san Giovanni che sorregge la Madonna abbandonata tra le sue braccia mentre stringe a sè il corpo di Cristo, gesto che la rende “co-redentrice”.
Sala 27, Caravaggeschi: 1. Valentin de Boulogne
Nella scelta di alcuni santi c’è il riferimento al committente, il cardinale era devoto di Santa Cecilia, aveva dovuto rinunciare a posizioni di potere ed aveva scelto la via della fede nel nome di valori pià alti; come Ermenegildo, principe visigoto che si convertì al Cristianesimo contro la volontà del padre e fu martirizzato. Un’opera splendida, veramente spettacolare.
2. Charles Mellin
Dopo questo intermezzo suggestivo, l’orizzonte si apre nella sala 23 con la pittura di paesaggio, in particolare vediamo tre paesaggi di Paul Brill che rappresentano i “Feudi Mattei”, Fino ad allora era considerato soprattutto uno sfondo, ma alla fine del ‘500 e poi nel ‘600 il paesaggio diventa soggetto principale non solo per motivi artistici ma soprattutto per il notevole rilievo dato dal Concilio di Trento alla natura nella sua bellezza come espressione della creazione di Dio.
3. Mathias Storn
Si inizia con piccoli quadri su rame commissionati ai pittori fiamminghi dai cardinali; tra loro il potente Federico Borromeo che ha scritto come questi dipinti fossero sostitutivi della natura in cui immergersi nella preghiera. Divennero presto di grandi dimensioni, spettacolari arredi delle ville in campagna dei nobili romani. In questa sala ne vediamo un esempio, con riprodotti nella residenza romana gli ambienti naturali delle proprietà feudali.
4. Trophime Bigot
Nel Soffitto, paesaggi di scuola fiamminga, animati dalle figure dei Profeti e delle Sibille con libri sui quali sono scritte le profezie.
Caravggio,
i seguaci e i “caravaggeschi”
Ed ora la grande pittura di Caravaggio distribuita in tre sale, in ciascuna un quadro del Maestro, circondato dalle opere di seguaci o comunque di pittori con il suo influsso.
5. Hendrick Terbruggen
La sala 24, con vista sul Giardino, espone il primo dipinto di Caravaggio, “Giuditta e Oloferne”, il quadro che con aspro realismo presenta la scena della decapitazione da parte dell’eroina la quale nel vibrare il colpo fatale sembra allontanare da sé la testa dallo sguardo vitreo, in cui alcuni vedono un suo autoritratto, mentre la figura della vecchia rugosa si pone in contrasto con l’esuberanza e freschezza della protagonista.
6. Gerrit Van Honthorst
I caratteristici tagli netti di luci e di ombre e la forza della raffigurazione ci immergono in una forma espressiva che fu provocatoria nei toni e nei modi, e lo è anche nei riguardi dell’osservatore che si sente obbligato “a partecipare, più che solo a contemplare”.
Si capisce subito l’impatto che ebbe sulla scena artistica, con la spinta a seguire la nuova strada da lui tracciata tenendo conto, però, dei desideri della committenza, non sempre pronta a simili provocazioni. Perciò anche i suoi seguaci più fedeli, riconoscibili dalla raffigurazione realistica dei soggetti e dalle sciabolate di luci a tagliare le ombre, declinano in modo diverso la sua forma espressiva e la sua struttura compositiva, per l’insorgere di altri motivi e di nuove esigenze.
7. Giovanni Serodine
Vediamo esposte opere di Carlo Saraceni, il più vicino al suo realismo ma che lo rivive in termini personali, di Orazio Borgianni che pur muovendosi nel solco tracciato se ne distacca maggiormente, di Bartolomeo Manfredi e Giovanni Baglione, quest’ultimo tra l’ammirazione e l’emulazione da un lato e la rivalità e l’inimicizia dall’altro che lo fecero entrare in duro conflitto, anche giudiziario, con lui. Ebbene, la sua opera è esposta affiancata a quella dell’antico rivale-nemico.
8. Lionello Spada
La seconda opera di Caravaggio destinata alla sala 25 è “Narciso”, sarà esposto dal mese di giugno 2020, la figura del giovane che si specchia nell’acqua è suggestiva per il rilievo scultoreo che fa sentire l’osservatore partecipe diretto della vicenda.
Il naturalismo caravaggesco assume qui un aspetto particolare, la rappresentazione va oltre la riproduzione fedele della realtà tipica del grande artista, evoca il rapporto tra realtà e apparenza che è al centro della leggenda ovidiana e provoca la tragedia quando cade il velo: la realtà della figura riflessa sull’acqua è anche apparenza.
9. Giovanni Caroselli
In primo piano la percezione, che può differenziarsi dalla realtà, come scriveva Cartesio nell’affermare che l’efficacia delle immagini non dipende dalla somiglianza, anzi “per essere immagini più perfette e rappresentare meglio un oggetto esse non devono somigliargli”.
Le opere di Josepe deRibera, Simon Vouet e CandlelightMaster esposte possono essere viste in questa prospettiva intrigante.
10. Valentin de Boulogne 2
“San Francesco in meditazione” è la 3^ opera di Caravaggio esposta nella sala 26,il santo è raffigurato nella povertà e nel sacrificio, con il saio logoro e rattoppato, il viso arrossato dal freddo nella grotta gelida, mentre guarda il teschio che ha nelle mani, inginocchiato in posizione di preghiera ma senza appoggiarsi, il crocifisso è fatto di due semplici assi sopra un tronco d’albero.
Sala 28, “Reni”: 1. Guido Reni
Gli artisti presenti nella sala con le loro opere sono particolarmente significativi, Orazio Gentileschi e la figlia Artemisia Gentileschi, Antonio Petrazzi, Bernardo Strozzie ancoraBartolomeo Manfredi. E’ interessante per il visitatore ricercare i segni caravaggeschi nel loro stile, dal realismo figurativo alle luci che piovono più o meno violente e creano ombre più o meno nette.
2. Guercino
Questo “gioco” per il visitatore è ancora più intrigante nella successiva sala 27. dedicata ai caravaggeschi come Valentin de Boulogne e Charles Mellin, Simon Vouet e Mattias Storn,Michael Sweerts e Trophime Bigot , Hendrick Terbruggen, e Gerrit Van Honthorst, Giovanni Serodine, Lionello Spada e Giovanni Caroselli.
3. Giovanni Lanfranco
Per impulso del mercato, che ricercava in modo particolare le opere in stile caravaggesco, gli artisti erano spinti a renderne gli effetti più evidenti, mantenendo nel contempo la propria impronta personale. Questo portò allo sviluppo della pittura “a lume di notte”, con gli effetti luministici e umbratili delle fonti di luce artificiali come candele e lanterne applicati alle rappresentazioni più diverse, dai temi biblici alle scene di taverna, dalle visioni religiose alle allegre brigate di musicanti.
4. Guido Reni 2
Ma questo non sempre era limitato agli aspetti stilistici, per Valentin de Boulogne, in particolare – si legge nella presentazione – gli effetti del chiaroscuro caravaggesco riguardano “ la focalizzazione drammaturgica dell’azione, l’individuazione del suo culminate momento di forza e dei suoi effetti sullo spettatore”.
5. Guercino 2
Guido Reni e la scuola bolognese, il mistero del ritratto di Beatrice Cenci
Nella sala 28, l’ultima dell’allestimento del ‘600, l’artista emiliano che in qualche modo può considerarsi il contraltare di Caravaggio, Guido Reni e altri grandi artisti, ilDomenichino e il Guercino, Giovanni Lanfranco e Pier Francesco Nola, fino a Charles Mellin allievo di Simon Vouet che ritroviamo anche in questa sala dopo la seconda di Caravaggio.
6. Giovanni Lanfranco 2
Questo fatto ci introduce alla presenza, nel primo trentennio del ‘600, di una molteplicità di scuole ed espressioni stilistiche molto diverse per il crescente sviluppo del mercato che induceva gli artisti a rendersi riconoscibili con la propria impronta.
Un indirizzo visibilmente opposto al caravaggesco quello di Guido Reni della scuola bolognese e degli artisti di impronta classicista con “l’elegante disegno, l’eleganza compita e l’ideale aspirazione”. Ma questi aspetti del “divin Guido” pur contrapposto al Merisi “maledetto” – osserva la presentazione – “non sono necessariamente percepiti in insanabile conflitto con la ricerca di sensualità, di pathos e finanche di violenza da cui il pubblico del tempo è pure certamente attratto. Un tempo in cui in pittura, come in letteratura o a teatro, si cerca il ‘gradevole furore’, il ‘dolce terrore” e una ‘aggraziata pietà’” negli ossimori dell’”Arte poetica” di Nicolas Boilau, “pur convinto che ‘soltanto il vero è bello’ e solo ‘la natura è vera’”.
7. Guercino 3
A conclusione della galleria seicentesca troviamo al centro della sala, in una “enclave” apposita, il celebre dipinto noto come “Ritratto di Beatrice Cenci”, attribuito sia pure con incertezze a Guido Reni, che viene intitolato invece “Donna con turbante (presunto ritratto di Beatrice Cenci”, circa 1650,e attribuito al posto di Guido Reni a Ginevra Cantofoli , bolognese, 1618-72.
Il quadro passò alla famiglia Barberini nel 1818 dalla collezione Colonna dove risulta dal 1783, ne circolavano molte copie perchè la storia tragica aveva suscitato forte emozione popolare con il tragico epilogo della decapitazione insieme ai familiari per l’uccisione del padre, che aveva oppresso la famiglia, aveva segregato la figlia e forse assoggettata alle sue “disordinate voglie”, secondo il Muratori, dopo un processo e la grazia negata da papa Clemente VIII.
8. Guercino 4
Una storia dalle tinte violente, che ha ispirato scrittori e poeti romantici come Shelley e Stendhal, Dickens e Melville, fino ai più vicini Artaud e Moravia, con l’emozione già suscitata all’epoca divenuta vero culto cui ha contribuito l’immagine angelica del suo volto, che appariva nel dipinto, definito come “incapace di qualunque disegno malevole” nell’opera di Lavater del 1778 sui “frammenti fisognomici”. Guido Reni l’avrebbe ritratta poco prima della morte, cosa ritenuta altamente improbabile per una condannata, ed “oggi l’attribuzione a Guido Reni è generalmente respinta” si legge nella presentazione.
9. Guercino 5
E’ un riconoscimento encomiabile per la galleria proprietaria del dipinto, come è apprezzabile peraltro che nella nuova intitolazione venga indicato “presunto ritratto di Beatrice Cenci”, mantenendo quindi quel riferimento. Ci lascia nella suggestione che quel volto ha suscitato perché legato alla triste storia di una delle eroine immortali e non potrà esserne dissociato: la “donna con turbante” della nuova intitolazione resterà per noi, e crediamo per tanti, sempre la dolcissima Beatrice Cenci.
Enclave Beatrice Cenci: Ginevra Cantofoli, “Donna con turbante (presunto ritratto di Beatrice Cenci)”, (già attribuita a Guido Reni), circa 1650
Info Palazzo Barberini, via delle Quattro Fontane, 13, Da martedì a domenica ore 8,30-19,00, la biglietteria chiude un’ora prima, lunedì chiuso. Ingresso, intero euro 12, ridotto euro 6; biglietto per 10 giorni nelle due sedi delle Gallerie Nazionali di Arte Antica, Palazzo Barberini e Palazzo Corsini; gratuito under 18 anni e categorie particolari. comunicazione@barberinicorsini.org. www.barberinicorsini.org. Per mostre recenti, in particolare nelle sale riaperte, cfr. i nostri articoli: in questo sito, “”L’enigma del reale. Ritratti e nature morte alla Galleria Corsini” 24 maggio 2020, “Michelangelo a colori, confronti e scoperte a Palazzo Barberini” 23 maggio 2020, “Palazzo Barberini, il ‘700 nelle nuove sale recuperate all’arte” 21 giugno 2019; in www.arteculturaoggi.com “Eco e Narciso, 1. La mostra nelle sale recuperate: le prime 7, a Palazzo Barberini” 25 settembre, ed “Eco e Narciso, 2. Le altre 6 sale recuperate in mostra, a Palazzo Barberini” 30 settembre 2018, “Mattia e Gregorio Preti, i due fratelli insieme a Palazzo Barberini” 24 febbraio 2019. 23 maggio 2020, e, per gli artisti citati, su Ovidio 1, 6, 11 gennaio 2019, Caravaggio 27 maggio 2016, 6 giugno 2013, Caravaggeschi e Carracci 5, 7, 9 febbraio 2013, Tiziano 10, 15 maggio 2013, Tintoretto 25, 28 febbraio, 3 marzo 2013, Guercino 15 ottobre 2012; in cultura.inabruzzo.it, Caravaggio 8, 11 giugno, 23 febbraio, 21, 22, 23 gennaio 2010 (sito non più raggiungibile, gli articoli trasferiti su altro sito).
Caravaggio, “San Francesco in meditazione”, 1605-06
Foto
Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante a Palazzo Barberini alla presentazione della mostra, tranne l’ultima non ancora esposta tratta dal sito web carnetdevoyage.it, si ringrazia la direzione della Galleria, con i titolari dei diritti, oltre al titolare del sito citato, per l’opportunità offerta. Sono riportate nell’odine di citazione degli artisti nel testo – tranne le 3 di Caravggio poste in apertura e in chiusura – indicando nella 1^ immagine il numero della Sala e l’intitolazione (non ripetuta nelle immagini successive numerate con i nomi degli artisti autori delle opere riprodotte). In apertura, Caravaggio,“Giuditta e Oloferne” 1597; seguono, Sala 19, Manierismo: 1. Gerolamo Musiano e 2. Jacob De Backer; poi, Sala 20, Venezia: 1. Tiziano Vecellio, 2. Tintoretto, 3. El Greco; quindi, Sala 21, Pittura di Genere:Bartolomeo Passarotti, Sala 22, “Altarolo”: Annibale Carracci con Innocenzo Tassoni, e Sala 23, Paesaggio: Paul Brill; inoltre, Sala 24, Caravaggio 1: 1. Carlo Saraceni, 2. Orazio Borgianni, 3. Bartolomeo Manfredi, 4. Giovanni Baglione, Sala 25, Caravaggio 2.: 1. Josepe de Ribera, 2. Simon Vouet, Sala 26, Caravaggio 3: 1. Orazio Gentileschi, 2. Artemisia Gentileschi, 3. Bernardo Strozzi; Sala 27, Caravaggeschi: 1. Valentin de Boulogne, 2. Charles Mellin, 3. Mathias Storn, 4. Trophime Bigot, 5. Hendrick Terbruggen, 6. Gerrit Van Honthorst, 7. Giovanni Serodine, 8. Lionello Spada, 9. Giovanni Caroselli; continua, Sala 28, Reni: 1. Guido Reni, 2. Guercino, 3. Giovanni Lanfranco, 4. Guido Reni 2, 5. Guercino 2, 6. Giovanni Lanfranco 2, 7. Guercino 3, 8. Guercino 4, 9. Guercino 5; Enclave Beatrice Cenci: Ginevra Cantofoli, “Donna con turbante (presunto ritratto di Beatrice Cenci)”, (già attribuita a Guido Reni), circa 1650; infine, Caravaggio, “San Francesco in meditazione” 1605-06 e, in chiusura, Caravaggio, “Narciso” 1597-99.
Si conclude il nostro commento sulla mostra in corso nella città di Palermo, Fondazione Sant’Elia,Loggiato di San Bartolomeo, aperta dal 7 giugno al 7 luglio 2020, “”Mapping” di Julien Friedler,35 dipinti su un “corpus” di 140 opere. Altre 25 dipinti saranno esposti dal 25 luglio al 27 settembre a Villa Lagarina, Palazzo Libera, Trento,nella mostra prodotta da CD Studio d’Arte, Padova, che ha collaborato a questa organizzata da MLC Comunicazione, coordinamento di Maria Letizia Cassata. A cura di Gianluca Marziani e Dominique Stella – curatrice pure della mostra di Villa Lagarina con Carlo Silvestrin – che hanno curato anche il Catalogo trilingue, italiano-francese-inglese, edito da La Route de la Soie Éditions, Paris.
Le rifuge”. 2019
Al termine della rassegna delle opere in mostra – integrata dalla citazione di molte realizzate nello stesso intensissimo 2019, e riportate nel Catalogo, 25 saranno esposte a Villa Lagarina – abbiamo formulato il seguente interrogativo: come viene espresso artisticamente tutto questo? E in “tutto questo” ci sono i tanti motivi presenti in quella che si può definire “seduta psicanalitica lunga un anno” con ritorni ossessivi anche se non nella forma totemica precedente. Un viaggio di “liberazione” nella “catarsi” interiore esplorando paesaggi e mondi iperurani, fino alla “Levitation” e “L’elevation” dopo “Tremblement”, con i suoi tremiti, e le “Vibrations”, mentre ci presenta “La Mansarde” come “Le rifuge”, in cui lo immaginiamo nella figura di “L’hermite” accompagnato dalla figura rassicurante e consolatrice di “La belle Héloise” .
“Mapping”, 2019
La curatrice Dominique Stella risponde così all’interrogativo sull’espressione artistica: “Lo spazio pittorico si organizza a partire da chiazze di colore giustapposte componenti una trama vaporosa che crea un’illusione di atmosfera pur privilegiando tenacemente la superficie piana della tela”. La tempesta cromatica sembra contenuta, “il colore nasce talvolta dal fondo bianco della tela che, in talune occasioni, secondo una concezione minimalista dell’opera, resta dominante”. Ma proprio per questo “richiama la magnificenza del colore” ed evoca l’apertura catartica all’infinito liberatorio.
“Les plongeur”, 2019
Non si tratta, tuttavia, di un passaggio indolore, per così dire, e la curatrice lo fa capire citando i contrasti tra spazio e assenza di spazio, il pieno e il vuoto, nostalgia e realizzazione, timore o speranza: “Tali e tanti dubbi filosofici emergono dalla rivelazione delle opere che l’artista pone come un enigma”. Anche perché l’enigma è in lui, “Mapping” non ci sembra nascere da un “progetto” preordinato, né esprimere un processo la cui trama venga lasciata volutamente nel mistero; ci sembra un percorso psicanalitico nel quale sono compresenti gli opposti, come nelle opere scultoree di Anselmo, da noi citato in precedenza come mera associazione di idee, per certi aspetti significativa data l’importanza dell’antinomia.
“Méduse”, 2019
Del resto entrambi, oltre che darvi corpo nelle loro espressioni artistiche, lo hanno scritto: Friedler nel suo “La Verità nel Labirinto” definisce l’opera addirittura “una congiunzione degli opposti, una scrittura paradossale, un’iscrizione dei flussi che attraversa lo spirito”. E sulla spinta interiore parla del “runore” e “furore” che ci circondano con un interrogativo che ora ci sembra rivelatore: “Sarebbe possibile per l’arte divenire un giorno un rifugio dal rumore e dal furore che abitano dentro di noi?” Quelli che ci circondano penetrano in noi, fino ad imprimersi nel nostro inconscio. La Stella cita la risposta contenuta in una nota: “Un’estetica minima e senza pregiudizio, un punto di vista contemplativo, contrario di ogni tipo di militanza”. Ma la vera riposta Friedler l’ha data con l’”exploit” dei 140 dipinti nel 2019, allorché si è isolato nel “rifugio” dell’arte, riveltosi non solo protettivo ma anche liberatorio.
“Harpye”; 2019
L’occhio di Polifemeno e di Giano
bifronte, nel “rifugio” dell’arte
La Stella cita anche “l’esistenza di una vera e propria potenza estetica all’opera nell’universo”, tema sviluppato dall’altro curatore della mostra Gianluca Marziani: “la Terra è Dio, l’Universo è Dio, ogni Stella è Dio” significa “spostare l’Uomo fuori dal centro, riportandolo sulla linea degli altri viventi, significa ripensare al Pianeta come ad un Dio che accoglie la vita nella sua molteplicità non solo umana”.
“Tremblement”, 2019
Il curatore definisce “la pittura come oracolo propiziatorio, frammento di stelle, pulviscolo cosmico”. E ne fa il campo ” dell'”apparenza del caos espressivo, di una tempesta che s’irradia sulla superficie e frammenta gli impasti, schizzando gocce lasciando colare e raggrumare, spruzzando raggrumando con la frequenza randomica della pioggia al suolo”: descrizione di un “action painting” alla Pollock che in queste parole sembra materico, non psicologico. Ma aggiunge: “In realtà, dietro le apparenze di un espressionismo selvaggio, si nasconde la centralità di un Giano che osserva il mondo da ogni angolazione, una visione centrifuga che passa dal bifronte al multifronte per aprirsi alla totalità delle voci, alle alchimie di un’umanità omerica”.
“Paysage”; 2019
Tale nterpretazione non dovrebbe riferirsi a un “Giano” cosciente, dato che un disegno preordinato non può preesistere nel percorso psicanalitico evocato: il “nostro Giano” si abbandona alle visioni che lo assalgono nel “rifugio” consolatorio dell’arte. Del resto, Marziani parla di “un dipingere catartico e muscolare” evocando sia il carattere liberatorio, sia la compresenza degli opposti, da noi già sottolineata, con le parole “impatto e levità, forza e carezza ventosa, spinta centrifuga e e sospensione astrale”.
“Improvisation florale (miroir)”# 1, 2019
E anche se vede un “centro magnetico” – e l’“occhio ciclopico dell’artista, un occhio che guida una visione unica e pacificatrice” – precisa che “il centro non si mostra con didascalica presenza, spesso si nasconde dietro il caos cromatico, dietro la materia informale, dietro le astrazioni radianti”. Tornano gli opposti compresenti in questa interpretazione, in cui alla “guida” e alla “visione unica” si contrappone il il caos, quindi l’informale con le astrazioni incontrollabili che non provengono da un “dominus” determinato, ma dall’abbandono inconsapevole od onirico per giungere all’emersione dall’inconscio.
Improvisation florale (miroir)”# 2, 2019
Una compresenza di opposti anche nella “moltitudine liquida dei colori”, per esprimere “la drammaturgia e la catarsi, l‘esilio e il cambiamento, la follia e la poesia”; e “l’ambivalenza tra stimolo superficiale e valore custodito, come fosse una chimera inquieta ma curativa, uno spazio di benessere entro il caos irrequieto del colore…. archetipi del pensiero filosofico in ua sintesi materica”.
“Atmosphère” , 2019
In questa visione che coesiste con la concezione del “centro magnetico”, l’’immagine dell’albero che secondo Marziani caratterizza ogni mostra dell’artista attribuendo a ciascuna una specificità, ci sembra esprimerne la coerenza interna e la differenziazione rispetto alle altre espressioni; ma riteniamo avvenga “ex post” rispetto al processo creativo le cui fasi trovano manifestazione pubblica nelle esposizioni in cui si è “messo in ordine” ciò che nello “spiritual painting” non lo era, come avviene nell’attuale “mappatura”.
“Transparence”; 2019
Come abbiamo osservato per la “guida” e la “visione unica”, pensiamo che con “albero” non vada inteso un disegno preordinato, l’”unità aristotelica” da noi evocata all’inizio riguarda il confinamento temporale, non certo i soggetti e i contenuti, quanto mai variabili e indefinibili come lo sono i moti dell’animo. La “continuità narrativa tra le singole pitture” la riferiamo al percorso di tipo psicanalitico, nel quale si svolge l’“ideale montaggio che ricrea un embrione schizoide e metafisico”: non sarebbe “schizoide” se fosse consapevole e preordinato. Questa nostra interpretazione ci sembra confermata dalla definizione data da Marziani di “viaggio satellitare e stereofonico, privo di orizzonti definiti, privo di una polarità nordica, privo di identità geografica” che va “in tutte le direzioni”, come nell’abbandono psicanalitico all’inconscio.
“”Senza Titolo”, 2019
Se questo è il “set” virtuale, senza contenuti né confini – l’opposto di quello costruito e poi fotografato dall’americano Lachapelle nel quale troviamo anche il “landscape” evocato per altri versi da Marziani – i risultati pur nella loro genesi individuale, anzi personale, assumono una valenza più vasta, nella visione dell’artista che, come si è detto, è impegnato in questa trasposizione. Ricorda il curatore che “tutti siamo partecipi del rumore di fondo dove ognuno di noi appartiene al suono della vita dentro l’orchestra degli esseri reali”. Per esprimerlo, l’artista “mescola figurazioni e astrazioni come accade nella vita, unendo le varie tematiche in un meta genere oracolare e partecipativo”.
“Mapping 4”, 2019
Ed è naturale che tornino immagini ispirate ai suoi viaggi con forme al di fuori da ogni stereotipo africanista, unite a figurazioni irreali dei propri sogni anche ad occhi aperti, “un sapere complessivo che viene trasfigurato nel meccanismo catartico del gesto, nella frequenza rapida di un dipingere rituale”. Al quale aggettivo vorremmo dare il significato dello “spiritual painting” non materico, cioè di rito magico, piuttosto che di gesto e atto abituale, consueto e normale.
“Lèvitation”, 2019
“Mapping – conclude Marziani – è una vertigine elettromagnetica, un campo di forze contrastanti e liberatorie”; perciò, aggiungiamo, non può che riflettere un processo interiore senza nulla di precostituito, “una sorta di viaggio tra microcosmo e macromondo, nel ritmo caotico delle cellule e nei rumori infiniti delle stelle”. Va ben oltre i limiti della finitezza umana, ma dall’umanità trae linfa e alimento: “Un viaggio dalla terra al cielo, passando per il ciclo della vita, per la potenza dei cuori, per la spinta emotiva, per il parossismo della passione”. Lo abbiamo visto dalle intitolazioni di molte sue opere.
Viene espresso in un “metaforismo spirituale che contiene segni, codici, graffiti, disegni elementari e altre conferme di un alfabeto d’accoglienza globale. Si intuisce un’ampiezza che sfida il tempo ideale e lo spazio percepito, una prospettiva a 360 gradi con l’energia dell’occhio metafisico, come se il nostro Giano abbracciasse la bellezza di ogni possibile conoscenza, dalla caverna ai microchip, dal mattone al silicio, dal fossile al feticcio”. Una sintesi suggestiva, quella di Marziani, che fa pensare all’infinito e all’eterno.
“Invocation nocturne” , 2019
Lo sguardo di “E.T.”, umanità cosmica nella forza pittorica
Questo è “Mapping”, e all’occhio di Polifemo e di Giano bifronte vorremmo aggiungere quello di E.T. – creato da Carlo Rambaldi, il mago degli “effetti speciali” – per come abbiamo percepito la visione dell’artista: intensamente umana che intenerisce quanto lo sguardo dell’extraterrestre, pervasa ddll’umanità cosmica richiamata dai due curatori della mostra palermitana.
”Ouverture mystique”, 2019.
Le due mostre – a Palermo e a Villa Lagarina, con le 60 opere esposte complessivamente – presentano solo una parte del “corpus” di 140 opere realizzate da Friedler nell’”unità aristotelica” temporale di cui si è detto. E’ un unico “albero”, un gigantesco “baobab”, per la sua estensione diviso in gruppi differenziati che, però, non devono far perdere la visione d’insieme: la tensione liberatoria, con l’anima alla ricerca di tutto ciò che possa far filtrare raggi luminosi e disperdere le ombre sottostanti, come gli “alberi” di Manuel Felisi, protesi verso il cielo alla conquista della luce che piove e si fa strada evocando “il presente del passato” in un intenso “caos quieto” esistenziale.
“Ballons multicolores, 2019
Per questo motivo abbiamo citato in precedenza anche tante opere non esposte in mostra che ci sembrano tutte strettamente complementari; alcune di esse rivelatrici, in particolare “Le refuge” e “La Mansarde” , fino a “La Belle Héloise” che vediamo ideale compagna e guida del suo viaggio dantesco, novella Beatrice. E ci siamo immedesimati virtualmente nel suo eccezionale “exploit” operato nel raccoglimento della “mansarda”, il “rifugio” artistico che ne qualifica e accresce il significato, moltiplicandone il valore.
” L’hermite”, 2019
“Abbiamo chiesto come si spiega questo ”exploit” a Dominique Stella, che conosce così bene l’artista. Ci ha risposto: “Credo proprio che Friedler sia stato folgorato dall’idea di annegarsi nell’idea stessa di pittura”. E’ una sintesi di opposti anche la sua che rende icasticamente la “folgorazione” di un attimo e l’”annegarsi” di un anno nell’”idea stessa di pittura” connaturata con il proprio essere di artista: nell’identificazione e immedesimazione di natura psicanalitica che lo rende protagonista e nello stesso tempo testimone della propria catarsi.
La mostra di Palermo ci ha fatto riscoprire Julien Frieler nella sua umanità oltre che nella forza pittorica, in un processo che ci ha intimmente coinvolto, e anche emozionato. Come avverrà per tutti coloro che vorranno seguirlo nel percorso che lo ha portato alla “liberazione”, spirituale e insieme artistica.
“La belle Héloise”, 2019
“Info
F ondazione Sant’Elia,Loggiato di San Bartolomeo, Corso Vittorio Emanuele 25, Palermo. Da martedì a domenica, ore 10-13 e 16 -20, lunedì chiuso. Ingresso eccezionalmente gratuito, a piccoli gruppi con guanti e mascherine. Tel. 091.6123832, www.fondazionesantelia.it. Cataloghi: Julien Friedler, “Mapping”, a cura di Gianluca Marziani e Dominique Stella, La Route de la Soie Éditions, Paris 2020, pp 204; Julien Friedler, “Behind the World”, La Route de la Soie Editions, Paris 2018, pp. 64; dai due Cataloghi trilingue, italiano-francese-inglese, sono tratte le citazioni del testo. Il primo articolo sulla mostra è uscito in questo sito ieri 13 maggio 2020, l’articolo sulla mostra precedente in www.arteculturaoggi.com “Friedler, il colore degli abissi, al Vittoriano” 17 novembre 2018. Per gli altri artisti, cfr. i nostri articoli: in questo sito, su Anselmo 23 maggio 2020, CarloRambaldi 22 maggio 2020, Lachapelle 24 giugno 2019; in www.arteculturaoggi.com, su Manuel Felisi 5 novembre 2018, 25 aprile 2016, 11 maggio 2015, Lachapelle 12 luglio 2015, Pollock in “Stati Uniti e Cuba, con Haiti, al Vittoriano per l’Expo” 3 luglio 2015, “Guggenheim. Dall’espressionismo astratto alla Pop Art” 29 novembre 2012; in cultura.inabruzzo.it, su “Dante” 2 articoli 9 luglio 2011 (gli articoli di quest’ultimo sito, non più raggiungibile, saranno trasferiti su altro sito).
Foto
Le immagini sono state fornite cortesemente dalla curatrice che ringraziamo, con i titolari dei diritti, compreso il fotografo Vincent Everarts. Sono tutte opere di Julien Friedler del 2019 e – a parte l’apertura, 2 “Mapping” e “Senza Titolo” – sono riportate nell’ordine in cui sono citate nel primo articolo. In apertura, “Le rifuge”; seguono, “Mapping” e“Les plongeur” ; poi, “”Méduse” e “Harpye”; quindi, “Tremblement” e “Paysage”; inoltre, “Improvisation florale (miroir)”# 1 e 2 ; ancora, “Atmosphère” e “Transparence”; continua “”Senza Titolo” e “Mapping 4 “; prosegue, “Lévitation” e ” Sage contemplative dell’extravagance humain” ; poi, ”Invocation nocturne” e ”Ouverture mystique” ; quindi, “Ballons multicolores” ; infine,“L’hermite” e “La belle Hèloise”; in chiusura, “La Mansarde”.
“Mapping” è il titolo della mostra che espone 35 dipinti di Julien Friedler a Palermo, Fondazione Sant’Elia,Loggiato di San Bartolomeo,dal 7 giugno al 7 luglio 2020. Organizzata da MLC Comunicazione, coordinamento di Maria Letizia Cassata, in collaborazione con CD Studio d’Arte Padova che ha prodotto la mostra a Villa Lagarina, Palazzo Libera, Trento, dove dal 25 luglio al 27 settembre saranno esposti altri 25 dipinti tratti dal “corpus” di 140 opere realizzate nel 2019. A cura di Gianluca Marziani e Dominique Stella – curatrice anche della mostra a Villa Lagarina con Carlo Silvestrin – come il Catalogo trilingue con 140 opere, editore La Route de la Soie Éditions, Paris.
Il Loggiato di San Bartolomeo, Palermo, sede della mostra
Rinviata di un mese per il “lockdown” del coronavirus, dopo la lunga quarantena viene così presentata la riapertura all’arte vissuta direttamente: “Il capoluogo siciliano ricomincia pian piano a risollevarsi, riapre i suoi palazzi, le chiese, i musei: e sceglie un artista dall’immaginario strabordante e, insieme, necessario. Per il tempo, il momento, il luogo”. Il 2 giugno è stata riaperta la mostra alle Scuderie del Quirinale, nel 500° anniversario di Raffaello, che fu chiusa a marzo dopo una settimana. E’ il momento liberatorio per l’arte, nel quale si inseriscono le opere presentate a Palermo, liberatorie e catartiche.
“Mapping 7”, 2019
Ritroviamo nella mostra di Palermo Julien Friedler che ci aveva impressionato un anno e mezzo fa al Vittoriano dove il “pittore degli abissi” – come viene chiamato – esponeva opere di un cromatismo molto intenso, non certo le ombre delle profondità inaccessibili dove regna il buio. E’ una contraddizione solo apparente, non sono gli abissi oceanici ma quelli della psiche che di certo sono popolati di luci e bagliori, lampi e folgorazioni di ogni tipo in cui il colore ne accresce la carica emotiva; ma ci sono anche i “buchi neri”, come le arcate del Loggiato di San Bartolomeo, per questo sede quanto mai evocativa.
“Les Anges noirs“, 2019
Lo definimmo “il colore degli abissi”, sottolineando l’’approccio da psicanalista che interroga l’anima “per tentare di comprendere i meccanismi del pensiero, di percepire gli stati di coscienza e di vigilanza, cercando di decifrare l’impenetrabile enigma della vita”, per usare le parole della curatrice di allora e di oggi Dominique Stella, che negli ultimi cinque anni ha curato le esposizioni delle sue opere e ne ha esplorato i motivi ispiratori reconditi.
“La mort de cochon sauvage” , 2019
La mostra di Palermo ci sembra si distacchi dalle altre per una sorta di “unità aristotelica” temporale, le opere sono state create nel 2019 e non solo le 35 esposte, ma le 140 riprodotte nel ricco Catalogo: un accanimento compositivo tutto da interpretare. Cercheremo di farlo diversamente da come avviene per la maggior parte degli artisti, le cui opere pur se legate alle vicende personali acquisiscono vita propria, quindi non richiedono particolari introspezioni.
“L’évadè”, 2019
L’esplorazione negli “abissi” della psiche
Per Fridler non si tratta di vicende ma di interiorità negli “abissi” della psiche di un artista che ha fatto l’analista della psicanalisi e la trasferisce nelle opere analizzando se stesso con i propri conflitti interiori, avendo maturato la convinzione, alla scuola di Lucas, che i contrasti dell’animo possono portare a malattie psichiche da curare con l’analisi.La profondità della sua esplorazione negli “abissi” psichici raggiunge i meandri dell’’inconscio, “le connessioni segrete con l’invisibile”, che investono l’infinito e il divenire, vanno oltre la percezione e la comprensione, fino alla trascendenza, a cui tende l’artista.
“Notre Dame”, 2019
Invisibile e infinito, associati agli opposti, visibile e particolare, li troviamo nelle installazioni dello scultore contemporaneo Anselmo con i significati filosofici sottesi. Però la visione di Friedler non attiene alla fisica, tanto che afferma: “La bellezza aspira certamente al sublime e alla contemplazione, ma la sua forza ci trascende”. E’ da conquistare superando barriere interiori, come vedremo.
Nulla di estemporaneo nell’artista, tutt’altro: nel 1990 fu creato da lui un istituto, “Le Maire” che nei pochi anni di attività ha dato un contributo significativo alla psicanalisi. E poi l’associazione “Spirit of Box” , che porta le testimonianze e le realtà individuali a livello collettivo attraverso scambi e legami in modo da creare una comunità di pensiero; le 9 teste scolpite da lui, poste su delle colonne, in un””enclave” oscura al Vittoriano, erano espressioni dell’”Embrione di anime” nell’incontro tra il personale e il collettivo.
“Les musulmanes” , 2019
Un incontro non sul piano della ragione, bensì della percezione di quanto di imperscrutabile viene dall’anima, con questo obiettivo: “Riconciliare azione e contemplazione, nell’intento di promuovere un pensiero umanistico e catartico”. Con l’accento su “catartico”, partendo da se stesso per “esplorare l’animo umano nella sua complessità atavica e universale” mobilitando l’esperienza psicanalitica per l’approccio interiore e le conoscenze di culture e civiltà acquisite nei suoi viaggi nel mondo.
L’espressione artistica è la traduzione visiva di tale percorso. E allora ci domandiamo: quali sono stati i suoi conflitti interiori, come si sono manifestati, cosa è emerso dall’esplorazione negli “abissi” della propria psiche, come li ha risolti, e come ha portato tutto ciò a livello collettivo? La mostra di Palermo ci sembra esprima tale processo interiore imperscrutabile, che va seguito prendendo l’avvio dall’esposizione del 2018 al Vittoriano dove ci sembra si possa trovarne la premessa e insieme anche una chiave interpretativa.
“Monsieur poulpe” , 2019
Le inquietudini precedenti
Ebbene, la maggior parte delle 23 opere esposte nel 2018 era costituita da figure iconiche e composizioni misteriose, per lo più inquietanti, che esprimevano a seconda dei casi angoscia o ribellione: così i giganteschi, 2 x 1,50 m “Yama Macumba” e “Le Guerrier“, siamo nel 2010; ma lo stato ansioso non si attenua negli anni, se nel 2016 abbiamo “Le Phoenix” con tante teste allucinate, e nel 2018 “L’Autre”, un fantasma che si staglia nell’ombra. Non sono meno inquietanti “L’Avengle” ed “Ecce Homo” , con cui torniamo al 2010: il soggetto lo giustifica, ma il Cristo è tragicamente totemico, come “Le Clown Androgyne”, nelle stesse dimensioni imponenti.
“Moise et Leon” , 2019
Totemiche pure le figure in rilievo, che nella loro espressività teatrale hanno anch’esse tratti di inquietudine. Ci riferiamo ai fantocci alti da m. 1,35 a m. 1,50, “Mr. Tom” e“L’Homme poubelle“, del 2014, “L’artiste en Fantòme” 2012, e “Un démon” 2014. E anche quando passa a composizioni complesse con più figure, si conferma l’elemento totemico, da “Totems” e “Le Totem et les deux chevaliers” del 2014, a ”Le Graal” e “La Grotte aux résurrections” del 2015, fino ai rossi di ““Corps & artifice” e “22 mars 2016” del 2018. Nè sono rasserenanti“Ectasy II” 2014, e “Ode satanique” 2018; o “La Chute de Joker” 2010 e “Le Maitre des couleurs” 2017, nella loro frammentazione altrettanto inquietante e neppure, ovviamente, “Crucifixion” 2016.
“Ragnar”, 2019
La catarsi lunga un anno, con l’approdo compositiva e cromatico
Nel commentare le opere ora ricordate della mostra precedente citavamo le “macchie di Roschach” in uso nella psichiatria, per dire che con le gigantesche forme totemiche forse l’artista psicanalista aveva voluto creare dei nuovi “test per l’anima” molto diversi. Nella mostra di Palermo, invece, ci sembra di poter vedere in parecchi casi l’equivalente di tali “macchie” evocative per la natura delle composizioni che sono all’opposto della forma totemica, a partire dal formato più che dimezzato, generalmente di 1 x 1 m., soprattutto nei numerosi “Senza Titolo” che esprimono un’esplorazione senza orientamento nè confini.
“La violoniste et le cracheur de feu”, 2019
Dominique Stella parla di “armonia che vuol essere lenitiva, come un ritorno all’essenziale, al magma primordiale e misterioso che si esprime in visioni incoscienti. Dalla materia pittorica emanano impressioni sensibili e impalpabili che si stabiliscono in atmosfere vaporose e colorate”. ”Incoscienti” e “impalpabili”, dunque, ma come nascono? “In Mapping l’artista sembra liberato da certe sue ossessioni e incertezze”. Le domande esistenziali dei lunghi anni di pratica psicanalitica, riflesse nella sua opera plastica e filosofica sembrano qui trovare una tregua, una sorta di sosta in cui lo spirito si placa e si rivitalizza. Questo abbiamo riscontrato nel passaggio da “Behind the World” del Vittoriano a “Mapping” di Palermo.
“La cantatrice”, 2019
Cercando di penetrare nel processo creativo dell’artista non ci vediamo una scelta consapevole – “incoscienti” atmosfere, si è detto – bensì il risultato di un percorso psicologico prima di divenire artistico che lo ha portato alle 140 opere in un anno, una interminabile seduta psicanalitica in cui l’ossessione, pur presente, viene combattuta con immagini distensive sempre informali in cui le “macchie di Roschach” possono materializzarsi. “Gesto liberatorio” il suo, che porta a una “scrittura inconscia” – è sempre la Stella – diversa dall’”action painting”, perciò “action” andrebbe sostituito da un termine come “spiritual” che esprima l’immediatezza psichica dando a Friedler il merito di aver creato un nuovo filone artistico.
“Danseur Hopi” , 2019
Sempre inconsapevolmente e non scientemente, il suo lavoro “matto e disperatissimo” – ci torna in mente l’inquietudine leopardiana – prova che ne è stato preso e forse travolto, non ha dominato ma è stato dominato dalla tempesta psichica che dopo averlo sconvolto si è andata placando. Per l’artista americano Holliday la catarsi liberatoria che ha determinato una svolta nella sua arte pittorica si è avuta in brevi ma intense “vacanze romane”, per Friedler non abbiamo notizie su come si sia svolta e sul suo “buen retiro”, ma due sue opere non esposte si intitolano “Le rifuge” e “La Mansarde”, quindi…
“Les terres rouges”, 2019
Le opere esposte a Palermo
Guardando la galleria espositiva di Palermo, soltanto nelle 4 dall’uguale titolo “Mapping” sembra di avvertire un criterio ordinatorio, ma è un’impressione. In altre riemerge, in modo appena percepibile, il fondo ossessivo, ci riferiamo a “Les Anges noirs”, e “La mort de cochon sauvage”, a una “Senza titolo” e, sia pure meno affiorante, a “L’évadé”.
Superata questa fase, il processo liberatorio e catartico passa dalle immagini evocative dei suoi viaggi, da “Notre Dame” a “Les musulmanes” , a soggetti per noi enigmatici, come “Monsieur poulpe” , “Moise et Léon”e “Ragnar”, a scene che richiamano momenti di leggerezza, come “La violoniste et le cracheur de feu” , “La cantatrice” e“Danseur Hopi”.
“Drapeaux blancs sur fond rouge”, 2019
Poi lo vediamo assorto nella contemplazione in “Les terres rouges” e “Drapeaux blancs su fond rouge” , nella ricerca interiore in “Tracé” , affrontare il mare con “Drakkar”, calarsi in profondità con “Les plongeur” tra “”Méduse” inquietanti, ancor più con “Harpye”,in un percorso accidentato.
Ma dopo i “tremiti” di “Tremblement” si affida al “Paysage” rasserenante, e nel processo liberatorio si distende in due “Improvisation florale (miroir)“ e si abbandona ancora di più all’”Atmosphère” e alla “Transparence”, per elevarsi in “Lévitation” , consapevole dell’anomalia in “Sage contemplative dell’extravagance humain”. Nel ripiegamento interiore, il “diapason” passa dall’”Ouverture mystique” all’’”Invocation nocturne”, fino alla liberazione all’esterno nell’esplosione festosa di “Ballons multicolores”.Protagonista potrebbe esssre “L’hermite”, lo vediamo come l’autoritratto nel “rifugio”.
“Tracé” , 2019
Sono immagini in cui tra quelle incantate se ne vedono di inquietanti, in un misto di sogno e realtà, ombre terrestri e luci siderali, spesso in una frammentazione compositiva che mostra l’assenza di un disegno preciso e l’abbandono alle sollecitazioni dell’inconscio.
Spigolando tra le tante altre opere del fatidico 2019
Questa la selezione palermitana del “corpus” di 140 opere realizzate nel 2019, in cui il viaggio ideale dell’artista si muove in un campo che possiamo esplorare compiutamente con le immagini del Catalogo. Cerchiamo di immedesimarci nel suo percorso collegando le molte altre opere con un “fil rouge” ideale, psicologico e artistico, che riflette solo la nostra percezione del tutto personale senza la benchè minima pretesa di voler interpretare l’itinerario imperscrutabile dell’artista, ma con l’intento di una narrazione che possa delinearne un possibile processo catartico.
Apriamo con “La fresque des premier jours” , simbolico inizio del viaggio lungo un anno. Che parte da “Placenta” e “Les Ovulos” per aprirsi a “Miroir de la dérive des continentes” e sale più in alto, “A la conquéte de l’espace” fino a “La constellation de mouton” e “… de l’ours” con “La pluie des asteroides”.
“Drakkar” , 2019
Non sfugge alle ombre degli “abissi” della psiche in “La veuve noire” e “”Trois ballon noirs”, “Black seals” e “La mort des oliviers”; dagli “Anges Noirs” in mostra si passa ad “Ange Noir” cui si contrappone però “Ange Blanc” , non esposti, come a fronte di “Le Terres Noirs” “Le Terres Rouges” esposto, una compensazione serena con cui scaccia quelle ombre. Mentre “Aborigénes” e “Fétiches”, con “La bal des fossils” , rimandano ai primordi, i due “Le seméur (miroir)” e “La relique” ricordano che c’è qualcosa da custodire.
Ci riportano alla ricerca interiore “La voie” e “La piste” , la cui meta sembra evocata da “La cart au trésor”, mappa preziosa tra le varie “Mapping” indefinite. Ma ecco irrompere il paesaggio in tante espressioni, da “Paysage sur fond de déntelle” a “Les landes du hiver” e “Berges d’hiver”, da “Melodie d’orange” a “Tempéte en forét” , da “Le garde de nuit” a “Oiseau du nuit”, da “Floral” a “Fleurs sauvages” , da “Les arcanes rouge” fino a “Clairiere enchantè” e all’esplosione luminosa di “Declination jaune dominant”.
“Mapping” su tessuto, 2019
Oltre che nelle immagini citate che culminano nel “giallo dominante”, il paesaggio è declinato negli ambienti naturali, da “A la campagne, un dròle de promeneur” ad “Intuition de montagne” , e nell”elemento evocativo, “La voie de l’aqua” ed “Eaux profondes”, “La montée des eaux” e “Rocheuses”, fino a “L’archipel” ” e “Le chàteau et les chutes d’azur”, con la trasposizione mistica di “La Chute du Temple de Jérusalem”; e nei due“Coin de Jardin (miroir) ” a lui vicini dove si può levare “Le coup de vent”.
Dalla realtà, attraverso “L’abstraction symbolique” approda alla fantasia di “La princess et le crayon volant”, e alla visione onirica di “Songe bucolique” per assurgere ai due “”Hyper Boréen” e al più eclatante ‘”Aurore boreal” ; in un’escalation da “Au pays des merveilles” fino a “Village juché parmi les étoiles” e al timido “Soupcon de paradis” , con la liberazione dai vincoli anche linguistici in “Un incanto”. Nascono le “Vibrations” che portano a “L’elévation” e alle altre immagini liberatorie della mostra palermitana, prima citate.
“Yoma Machumba”
Ma la sorpresa è aver trovato, tra i 140 dipinti della sua introspezione interiore, due molto più piccoli degli altri, meno della metà, ma quanto mai significativi perchè ne segnano la sede, “La Mansarde” e “Le rifuge”: proprio il rifugio artistico nel quale si è arroccato per la “catarsi” liberatoria del 2019, che lo vede come “L’hermite” di un altro suo dipinto. Una solitudine illuminata da un”immagine femminile, “La belle Héloise” , forse la Beatrice nel suo viaggio dall’inferno delle ossessioni al paradiso della liberazione. “Amor omnia vincit”, lo diciamo solo come associazione di idee, ma sarebbe bello se fosse stato così!
Come si esprime artisticamente tutto questo? Lo vedremo prossimamente.
“Le clown androgine”, 2010
Info
F ondazione Sant’Elia,Loggiato di San Bartolomeo, Corso Vittorio Emanuele 25, Palermo. Da martedì a domenica, ore 10-13 e 16 -20, lunedì chiuso. Ingresso eccezionalmente gratuito, a piccoli gruppi con guanti e mascherine. Tel. 091.6123832, www.fondazionesantelia.it. Cataloghi: Julien Friedler, “Mapping”, a cura di Gianluca Marziani e Dominique Stella, La Route de la Soie Éditions, Paris 2020, pp 204; per la precedente mostra, Julien Friedler, “Behind the World”, La Route de la Soie Editions, Paris 2018, pp. 64; dai due cataloghi trilingue, italiano-francese-inglese, sono tratte le citazioni del testo. Il secondo e ultimo articolo uscirà, in questo sito, domani, 14 giugno 2020. Cfr., in www.arteculturaoggi.com, il nostro articolo sulla mostra romana, “Friedler, il colore degli abissi, al Vittoriano” 17 novembre 2018, in questo sito, i nostri articoli su Anselmo 26 maggio 2020, Holliday 28 giugno 2019.
Foto
Le immagini di tutte le opere esposte a Palermo sono statecortesemente fornite dalla curatrice che ringraziamo, con i titolari dei diritti, compreso il fotografo Vincent Everarts; quella di apertura è tratta dal sito palermoviva.it, si ringraziano i titolari, le ultime tre sono riprese dal nostro articolo sulla precedente mostra al Vittoriano. Sono riportate nell’ordine di citazione nel testo. In apertura, il Loggiato di San Bartolomeo, a Palermo, sede della mostra; seguono, tutte di Julien Friedler del 2019; “Mapping 7” e “Les Anges noirs“; poi, “La mort de cochon sauvage” e “L’évadè” ; quindi, “Notre Dame” e “Les musulmanes” ; ancora, “Monsieur poulpe” e “Moise et Leon”, continua, “Ragnar” e “La violoniste et le cracheur de feu” ; prosegue, “La cantatrice” e “Danseur Hopi” poi, “Les terres rouges” e “Drapeaux blancs sur fond rouge” ; quindi, “Tracé” , “Drakkar” e “Mapping” su tessuto; infine, dalla mostra del 2018 al Vittoriano, “Yoma Machumba” e “Le clown androgine” 2010; in chiusura, “Ecce Homo” 2008-10.
Per celebrare il conferimento del Premio Presidente della Repubblica 2016 per la Scultura, la mostra “Giovanni Anselmo. Entrare nell’opera” espone dal 13 novembre 2019 al 31 gennaio 2020 all’Accademia Nazionale di San Luca – che lo ha segnalato per il premio nel suo turno con le Accademie dei Lincei e di Santa Cecilia – in un percorso disegnato dall’artista curatore, 27 opere da lui scelte, create dal 1967 al 2019. Catalogo dell’Accademia Nazionale di San Luca con saggi di Francesco Moschini e Jean-Christophe Amman, Gabriele Guercio e Ilaria Bernardi, Maddalena Disch e Marcella Beccaria.
“Entrare nell’opera” , 1971
La retrospettiva
testimonia un itinerario artistico di oltre mezzo secolo prestigioso a livello
nazionale e internazionale, con migliaia di mostre e le opere nelle più
importanti collezioni pubbliche e
private in Italia e all’estero. Va
ricordato che nel 1990 gli fu conferito
il Leone d’oro alla Biennale di Venezia.
E’ un successo indiscusso che si identifica con l’affermazione dell’Arte povera di cui è stato un esponente di punta dopo una sorta di folgorazione, a metà degli anni ’60, allorché cominciò a utilizzare i materiali divenuti poi abituali e lasciò la pittura nella quale si era affacciato mentre lavorava da grafico in uno studio pubblicitario. Nel 1967 due mostre collettive a Torino e una a Genova, “Arte povera. Collage 1”, e nel 1968 già espone a Dusseldorf e New York, acquisendo fama internazionale, e con lui l’Arte povera. Non si è formato nelle scuole d’arte, per questo dall’inizio non ha seguito percorsi predefiniti, ma una propria strada segnata dal suo istinto mosso da uno spirito animato da intuizioni geniali e sentimenti profondi.
“Infinito” , 1970
Proprio la profondità dei motivi ispiratori rende particolarmente complessa la ricognizione sui significati delle sue opere, che devono essere decifrati con la chiave interpretativa della loro genesi, accuratamente ricostruita dagli studiosi ai quali faremo diretto riferimento. Pertanto la citazione delle opere sarà preceduta di volta in volta dalle motivazioni del tutto inconsuete per un artista e intrise di concetti che dalla filosofia approdano perfno alla cosmologia passando per la fisica.
L’artista, nell’allestimento che ha realizzato, ha seguito una linea coerente con la propria impostazione inserendo le opere nella molteplicità degli spazi dell’Accademia in modo da ottenere la massima aderenza. Il percorso inizia dalle sale a pianterreno e dal giardino con lo statuario portico d’ingresso del Borromini, sale lungo la rampa elicoidale anch’essa utilizzata, fino al piano superiore dove tra le tante pitture e sculture della storica galleria si scoprono le ultime opere significative esposte.
“Particolare del latoin altodella prima, I di INFINITO” 6 ottobre 1975
L’infinito
Il momento iniziale e nel contempo risolutore, da cui nasce
l’Anselmo dell’Arte povera, è la folgorazione, per così dire, all’alba del 16 agosto 1965, sulla vetta del
vulcano Stromboli, allorché “prova la
vivida, benché sfuggente sensazione che
la propria ombra, dissoltasi nell’aria, fosse inclinata verso l’infinito”, in una convergenza di fattori, dalla posizione del sole e della
persona, dalla qualità della luce ai fumi del cratere. Lo racconta Gabriele
Guercio in un corposo saggio intitolato “La garanzia dell’inesistente” nel
quale, partendo dall’”epifania dello Stronboli” scava nei motivi ispiratori
dell’artista, con il “Tutto” come affermazione del reciproco, il nulla.
“Una simile esperienza percettiva si rivela carica di conseguenze. Indica all’artista che la sua presenza non è costretta entro confini prestabiliti una volta e per sempre, che il sé e l’altro-da-sé si co-appartengono in un’unità impermanente ma nondimeno intuibile”. Ne deriva la percezione di un’energia che attraversa le diverse dimensioni, l’umano e il cosmico, il noto e l’ignoto.
“Interferenza nella gravitazione universale” , 1969, uno di 20
Ne dà testimonianza il ritratto fotografico di quel momento al quale dà il titolo rivelatore dell’orientamento che ne scaturisce: “La mia ombra verso l’infinito dalla cima dello Stromboli durante l’alba del 16 agosto 1965”. Si vede la sua figura posta nel “crocevia dei quattro elementi”, su un declivio dietro il quale si apre “l’al di là”nel contrasto tra le linee nette dell’immagine e la percezione di qualcosa che le supera e diventa indefinibile. Lui stesso ha affermato: “All’improvviso la mia persona mi apparve, piccolissima rispetto alla distanza che c’è tra il Sole e la Terra”. Una constatazione cosmologica, che approfondirà in seguito, come vedremo, con altre fotografie rivelatrici.
Secondo Guercio, inoltre, “in quell’alba del 16 agosto 1965, anche se involontariamente, i rispettivi campi dell’artistico e del non artistico si trovano intrecciati, laddove quest’ultimo corrisponde al paesaggio della natura che si manifesta nella sua incontenibile potenza”. A questo contribuisce l’”immagine di montagna”, associata al pensiero “della totalità e dell’infinito” nelle “altitudini supreme e rarefatte”, che ha colpito tanti letterati e artisti come Turner con l’ impressionante immagine del Vesuvio in eruzione. In questo modo si evoca il rapporto tra l’artista e la forza della natura, l’artistico e il non-artistico compresenti, la coesistenza di stati finiti e infiniti, “la mobilità della frontiera tra il misurabile e l’incommensurabile, tra il noto e l’ignoto”.
“Dove le stelle si avvicinano di una spanna il più”, 2001-19
E’ intitolata “Infinito”, 1970, una fotografia del cielo azzurro scattata con la messa a fuoco sull’infinito. Ad essa fu poi aggiunta una diapositiva con la scritta “Infinito” che, nella stessa messa a fuoco appena citata, dava una proiezione bianca e confusa. L’ambivalenza tra “infinito” e “finito” in un lingotto di piombo con quest’ultima scritta, è così commentata da Jean Christophe Amman nel suo saggio illustrativo di tutte le opere: “L’uso del piombo sottolinea il FINITO, lo rende pesante, definitivo, lo lega al suo posto, fa sì che l’elemento complementare assente risulti ancora più intensamente come una privazione, come mancanza di una parte essenziale”.
Anche nell’infinito viene evidenziato un altro aspetto centrale di cui diremo in seguito. Vediamo 6 piccoli pannelli con campitura nera e sotto un pannello grigio con la scritta che dà alle opere il titolo “Particolare…” seguito dalla specifica “… del latoin altodella prima, seconda, terza I di INFINITO” in quelle del 1975 e 1979, e “… del lato orizzontale sinistro in alto nella seconda N di INFINITO” in quella del 1975, “… della circonferenza maggiore della O di INFINITO” in quella del 1960, in tutte è indicato il giorno preciso. Si tratta di un “particolare visibile e misurabile” del concetto di infinito che cerca di declinare in forma “finita”.
“Mentre la terra si orienta” , 1967
Un altro momento fotografico ispirato all’infinito, dopo quello rivelatore sullo Stromboli, è di quattro anni dopo, nel 1969, diversa l’ora, l’ambiente e la stagione: pomeriggio, campagna e inverno invece di alba, montagna ed estate. L’artista nei dintorni di Torino fotografa il sole al tramonto in una sequenza scandita da una ventina di passi tra l’una e l’altra delle 20 fotografie scattate intitolate “Interferenza nella gravitazione universale” .
“Volevo seguire il sole – sono le sue parole – L’idea era quella di avere un movimento autonomo rispetto a quello delle Terra e delle stelle, di interferire attraverso questa mia piccola traiettoria con l’incessante moto dell’universo”. Il suo intento è di trovare una prova alla concezione sull’energia espressa nelle azioni umane: “Io, il mondo, le cose, la vita, siamo delle situazioni di energia e il punto è proprio di non cristallizzare tali situazioni, bensì di mantenerle aperte e vive in funzione del nostro vivere”.
“Mentre oltremare appare verso sud-est”, 1967-79-20
Secondo Marcella Beccaria la prova è stata fornita, diremmo missione compiuta: “L’opera documenta in maniera inequivocabile il movimento dell’artista in direzione opposta alla rotazione terrestre, il suo agire infinitesimale, eppure reale, contro lo scorrere inesorabile del tempo”. Guardiamo la sequenza delle 20 fotografie nello scalone elicoidale dell’Accademia, hanno differenze impercettibili l’una dall’altra, ma in evidenza tra la prima e l’ultima, il sole si abbassa, gli alberi si ingrandiscono. “Quella piccola camminata – si sarà trattato di un centinaio di metri – è un’azione specifica, è la manifestazione di un’energia in atto diretta da una precisa volontà umana”. E stando al titolo della sequenza fotografica, il risultato non è da poco.
Vediamo anche un’altra sequenza nel porticato con delle statue e il giardino, un serie di blocchi rettangolari a terra con il titolo “Dove le stelle si avvicinano di una spanna il più”, 2001-19, un percorso questa volta di pochi metri non fotografico ma materiale in un’analoga ricerca cosmologica. Molto diverso “Mentre la terra si orienta”, 1967, della terra posta sul pavimento con al centro un ago magnetico. Anche in “Mentre oltremare appare verso sud-est”, 1967-79-2016, c’è l’ago magnetico, questa volta con due pietre in piedi sul lato sottile, una colorata di azzurro oltremare. Colore che ritroviamo in “Verso oltremare”, 1984, una grande pietra a forma triangolare con la punta in alto che tocca un quadratino con quel colore; e in “Grigi che si alleggeriscono verso oltremare”, 1982-86, con 5 coppie di pietre fissate alla parete da cavetti e la placca oltremare.
“Verso oltremare”, 1984
Il tutto
Collegato all’infinito entra in campo un concetto, al quale Guercio dedica un’ampia dissertazione, il “Tutto”. Si parte da un’evidenza, 7 opere dell’artista del 1971 in cui la parola non solo viene ripetuta, ma è divisa in due o tre parti: “Tut-to” o “tu-t-to”. Non è una bizzarria, data l’importanza fondamentale che gli viene attribuita, come al “Primordio” di Cagli, è un messaggio criptico così decifrato dallo studioso: “Benché siano formate da elementi che si compongono tra loro, la divisione e i vuoti tra le lettere rendono indecidibile se e in che misura tale composizione possa dirsi esaustiva o non ci sia un residuo, una parte occulta o sconosciuta”. Sono proiettate su oggetti e, nota Amman, “indicando tutto non si indica niente, vale a dire l’equivalenza diventa onnipresente”. La coesistenza degli opposti sempre presente nell’artista.
“Grigi che si alleggeriscono verso oltremare”, 1982-86
Siamo di nuovo alla compresenza e insieme alla dicotomia, tesi e antitesi, dopo la rivelazione dell’ombra che porta all’“Infinito”, qui il “Tutto” nel suo frazionamento sillabico porta all’”area incognita evocata dallo scarto incalcolabile”, per cui l’esclusione fa parte della parte visibile. Nello spazio tra la cesura delle sillabe “quel vuoto diviene interpretabile come l’attestazione di un’assenza, di un puro nulla”. Ma non basta: “Di più. Essendo incolmabile, può paradossalmente significare il vero aspetto della pienezza”. Sono considerazioni che a prima vista lasciano sconcertati, e non solo noi, se lo studioso commenta: “Il che provoca disorientamento: si è portati a riflettere su come la cosiddetta totalità con la quale ci si vorrebbe confrontare o nella quale ci si sente inclusi appaia non solo insatura, ma colma di fratture e lacune”.
E’ un aspetto che si riscontra nella Natura e nella Storia, e averne la percezione è istruttivo anche per la vita quotidiana. Si acquisisce la consapevolezza della propria “malferma collocazione nel mondo” e che esiste un “quid” indistinguibile ma presente dal quale viene stimolato il pensiero alla ricerca di quello che ne potrà derivare, per cui “allo stress dell’esperienza di disadattamento può seguire la catarsi”. Con questa più vasta prospettiva: “Luce e ombra, visto e non visto, qui e altrove, finito e infinito, assumono così dei valori attinenti non solo alla percezione sensoriale ma anche al campo sovra sensoriale del pensiero”.
E’ un contesto in cui si colloca l’antinomia Visibile-Invisibile espressa nell’opera esposta “Invisibile”, 1970-1998-2007. un blocco di granito con l’iscrizione opposta “Visibile”. La stessa scritta appare quando si intercetta il fascio di luce di un proiettore facendo da schermo, in assenza non c’è alcuna scritta, ma l’invisibile. Così l’artista ne spiega l’intento: “Ho voluto creare un’opera invisibile. Se voglio, però, verificare l’invisibile, ciò è possibile solo mediante il visibile. Se voglio materializzare l’invisibile, questo diventa immediatamente visibile. L’invisibile è quel visibile che non si può vedere”. Come il Tutto a garanzia dell’inesistente, del Nulla.
“Particolare” su pietra, 1972-2019
In tale prospettiva Anselmo testimonia, con le discontinuità delle sue opere, come “l’arte introduca nel mondo l’ipotesi che l’inesistente rappresenti il garante dell’esistente e della inspiegabilità del fatto che esista qualcosa anziché nulla”.
Il
particolare
Abbiamo visto che il “Tutto” nasce da una scritta, ebbene ce n’e un’altra anch’essa significativa, che indica una parte del “Tutto”, è la parola “Particolare”. Il “particolare” viene individuato anche nelle opere sull’ “Infinito” prima citate, e figura come scritta intercettata dal visitatore che attraversa il fascio di luce dell’apposito proiettore. Risale al 1972, l’anno dopo il “Tutto” nelle sue divisioni sillabiche, ugualmente con la proiezione della scritta, ne vediamo un’espressione nelle proiezioni intitolate “Particolare”, 1972-2019, su una pietra e in un angolo della stanza, su una parete e su un braccio; ci sono state in passato anche proiezioni multiple con i paesaggi.
“Particolare”, proiettato su angolo, 1972-2019
Ecco come lo spiega Maddalena Disch nella nota dedicata a questo aspetto molto significativo: “Particolare non si esaurisce nei suoi componenti materiali, né si risolve nel linguaggio immateriale della parola proiettata. Funziona piuttosto come un atto di individuazione, che di volta in volta riconosce un punto nello spazio nella sua qualità di ‘particolare’ (nel senso del sostantivo’), in sé unico e ‘particolare’ (nell’accezione aggettivale del termine)”.
La studiosa precisa: “Nello stesso tempo, questa puntuale azione di identificazione rinvia, per deduzione logica, a un tutto più vasto in cui quel particolare, in quanto tale, è inscritto”. Infatti la parete su cui è proiettato è parte della stanza che a sua volta è componente dell’edificio, parte del quartiere, della città, della nazione. “In altri termini, la focalizzazione che qui-e-ora distingue un preciso particolare lo accerta anche come parte integrante di un ipotetico tutto”.
“Particolare”, proiettato su parete, 1972-2019
Troviamo molto interessante l’ulteriore qualificazione che viene fornita: “Noi, le cose, lo spazio tutt’intorno siamo fatti di particelle e nel contempo siamo particelle di uno spazio incommensurabilmente più esteso, afferrabile soltanto attraverso il mezzo di misura dei suoi particolari”. Riconduce oltre che al tutto, all’infinito nella sua configurazione cosmologica raffrontata alla limitatezza umana, come affermato dallo stesso artista nel 1972, alla nascita del “Particolare”: “Ho fatto sovente dei lavori che partono da idee che sono di volta in volta il tempo in senso lato, o l’infinito, o l’invisibile, o il tutto, forse semplicemente perché sono un terrestre e cioè limitato nel tempo, nello spazio, nel particolare”.
Osserva la Disch: “Particolare, tutto, infinito, visibile e invisibile sono concetti che guidano e organizzano la nostra percezione delle cose, del mondo e dell’universo”. Ed ecco come: “Strumenti di orientamento e parametri di riferimento, indicano il grado di misurabilità e di visibilità, così come il rapporto che ci lega allo spazio-tempo cui apparteniamo”.
“Particolare”, proiettato su braccio, 1972-2019
A queste immagine e a questi concetti leghiamo un’altra espressione dell’artista, la mano aperta con il dito che indica qualcosa di lontano, si dice comunemente che non si deve guardare il dito che indica la luna, qui vediamo l’opera intitolata “Il panorama con mano che lo indica”, è del 1982, dieci anni dopo il “Particolare”, la mano con il dito proteso è disegnata su un pannello di carta alla parete, a terra una pietra rettangolare.
Ilaria Bernardi nella nota specificamente dedicata al tema, afferma: “In Panorama, salendo sulla pietra, compiamo un’esperienza che in qualche modo ricorda quella fatta da Anselmo sul vulcano di Stromboli nel 1965 quando, da una posizione ancora più elevata rispetto all’orizzonte, constatò come la sua ombra fosse rivolta verso l’alto”.
“Il panorama con mano che lo indica”, 1982
E la associa all’immagine “monstre” “Entrare nell’opera” in cui l’artista si è ripreso in bianco e nero all’interno di uno spazio vastissimo dove è corso nel punto prestabilito dopo averlo messo a fuoco con l’autoscatto della macchina fotografica, e questo nel 1971, l’anno del “Tutto”; ne è nato un gigantesco pannello su tela di cm 290 x 500 nel quale la minuscola figura umana al centro è quanto mai eloquente. In entrambe le opere la vastità rispetto alla limitatezza: “E’ solo grazie alla constatazione dell’infinità del tutto (invisibile) rispetto alla sua parte (visibile) che percepiamo di essere, sia pure limitati, nel tempo e nello spazio”, constatando l’”infiniya energia insita nel Cosmo”.
La pietra
e non solo
Abbiamo già incontrato la pietra in una serie di opere nelle quali, però, era soprattutto funzionale a un messaggio prevalente sulla sua materialità. E’ giunto il momento di considerare le opere in cui la pietra è protagonista anche della “gravitazione universale” prima evocata con il servizio fotografico torinese.
“Respiro”, 1969
Partiamo ugualmente da una fotografia di Mussat Sartor del 1970 citata da Gabriele Guercio a proposito della “ricognizione bifocale”: in essa l’artista guarda in alto una sua opera del 1969, una grossa pietra appesa a un gancio con un cavo d’acciaio che la avvolge. Lo studioso è incerto su cosa ci sia nel suo sguardo, “da reverenza e scrutinio a timore e incredulità”, trattandosi di un masso di 75 chili che, come l’ombra sullo Stromboli, va verso l’alto e non verso il basso; un’altra “Interferenza sulla gravitazione universale” dopo quella fotografica.
E osserva: “La pietra costituisce un suggestivo equilibrio di dato e di creato. Decisiva per la riuscita del bilanciamento è la caratteristica presa del nodo scorsoio. Grazie a essa, quanto più forte è la spinta esercitata sul cavo dal peso del blocco pietroso tanto più salda è la stretta con la quale il nodo la trattiene al gancio nel muro”. In altri termini: “Il nodo e il gancio fissano il masso a mezz’aria sfruttando e riorientando esattamente quella forza di gravità che altrimenti provocherebbe la sua caduta al suolo”. Con queste considerazioni, che confermano quanto detto in precedenza sulla compresenza degli opposti, “ci si rende conto che proprio perché interviene nel dato di natura dimostrando che non è mai acquisito una volta e per sempre – la forza di gravità è utilizzabile per un fine opposto alla caduta dei corpi – il composto di pietra, laccio e gancio genera un mondo autosufficiente eppure concomitante a quello naturale”.
“Torsiome”, 1968
E’ la premessa di un’interpretazione al centro della quale c’è l’equilibrio tra il peso della pietra e la presa del nodo – cioè tra l’elemento naturale e l’interferenza umana – “difficilmente comprensibile se ci si attenesse ai criteri di intelligibilità prima della comparsa della pietra-opera”. L’’intervento creativo ha determinato le condizioni per cui ciò che sembrava impossibile o inesistente esiste ed è realizzato, “la pietra-opera è in grado di mostrare simultaneamente la faccia latente e quella manifesta: la regola e l’eccezione, la forza di gravità e la sua riconversione, la tensione e la quiete, il limite e l’illimitato”. La forza dell’arte resa plasticamente dalle parole di Guercio.
Ma l’artista non fa leva soltanto sulla pesantezza della pietra, la associa anche a materiali leggeri. Francesco Moschini opere come “nel gruppo di tele che sostengono due macigni o quando della lattuga viene legata tra due pietre, forse la sua opera più nota, dove la fragilità viva di una pianta verde viene a configurarsi in una simbiosi fra forza dirompente e vitalità esuberante”, nel ripetersi in modalità sempre diverse ma con risultati assonanti, di forze contrapposte.
“Per un’incisione di indefinite migliaia di anni”, 1969
Non c’è quest’opera, ma ne vediamo una in cui è espressa la stessa antinomia compresente tra fragilità e durezza, è “Respiro”, 1969, due barre di ferro a sezione tonda, lunghe 350 cm, separate da una spugna, che fanno le veci delle due pietre e della lattuga. La fragile spugna “respira” e impedisce alle due pesanti sbarre di collidere quando si dilatano con il caldo; è il principio applicato nelle rotaie. Commenta Amman: “Quello che Anselmo mostra in quest’opera è la forza dell’impercettibile, che resta comunque, nei suoi effetti chiaramente registrabile”. In altri termini: “Un processo invisibile si può constatare solamente per via dei suoi effetti visibili”, pertanto “l’invisibile si misura col visibile”, e lo abbiamo visto anche con le proiezioni della parola intercettate dal visitatore.
“Senza titolo”, 1967
Dell’anno precedente il ferro ruotato a forza intorno a strati fissati al muro con un anello del più morbido fustagno e bloccato alla parete nell’opera intitolata “Torsione”, 1968, in un accumulo di energiache lo studioso definisce così: “E’ forza compressa come immagine e come realtà ferro insieme a fustagno fissati al muro in “Torsione”.
La durezza del ferro è in un’altra opera dello stesso 1969 intitolata “Per un’incisione di indefinite migliaia di anni”, un grosso tubo di 188 cm. diametro 12 cm, alleggerita dalla scritta sulla parete riportata nel titolo: eloquente o dal grasso che lo ricopre per preservarlo dalla ruggine e renderlo indistruttibile nel tempo, come afferma l’artista: “L’opera somiglia a un disegno che altri continueranno. E’ un lavoro che si autocontinuerà, un’opera volta contro la morte, contro il tempo determinato, delimitato dall’uomo”.http://www.arteculturaoggi.it/2020/05/05/gina-lollobrigida-2-fotografa-al-palazzo-delle-esposizioni-di-roma/http://www.arteculturaoggi.it/2020/05/05/gina-lollobrigida-2-fotografa-al-palazzo-delle-esposizioni-di-roma/
” Il colore mentre solleva la pietra la pietra mentre solleva il colore”, 1988-90
Concludiamo la galleria con due opere lontane nel tempo – distano 20 anni circa – di analoga impostazione. “Senza titolo”, 1967, con il tondino di ferro a U che avvolge al centro una lastra di perpex, 2 m per 1 m, sostenuto dalla tensione del perpex che esprime energia. E “Il colore mentre solleva la pietra la pietra mentre solleva il colore”, 1988-90. Anche qui c’è una linea al centro tra due superfici, non è più il perpex ma la pietra, e la linea è un cavo d’acciaio in tensione con il colore che viene reso protagonista.
Ma protagonista è comunque l’arte, che Guercio vede così: “Se artistico e non artistico, sensibile e sovrasensibile, sono intrecciati tra loro è perché nascono insieme”. E conclude: “La pratica artistica costruisce la natura in quanto alterità o non artistico senza presumerla come preesistente all’atto creativo, bensì come l’altra faccia di un costrutto bipolare che vede entrambi definirsi vicendevolmente”.
“Lato destro”, 1970
Un “ritratto” finale
Ci congediamo da Anselmo con un ritratto giovanile del suo volto intitolata “Lato destro” , 1970, non in mostra: sembra una semplice fotografia con il particolare della scritta sul collo che le ha dato il titolo, e la specifica “con negativo voltato”. Non si tratta di una stravaganza, l’indicazione del lato esprime il modo speculare e non coincidente con cui ci vediamo noi e gli altri, per cui, osserva Amman, “nessuno può vedere se stesso come lo vede l’altro”; a meno di rovesciare, come ha fatto per la fotografia che lo rtrae, per cui “il vero lato destro, da lui contrassegnato, corrisponde al lato destro, visto da me come spettatore”.
Uno scorcio della Galleria scultorea
Con questo effetto, nel quale tornano si riflettono le antinomie e gli opposti compresenti nella sua opera: “Attraverso la sempklicissima esperienza dell’artista viene tematizzato e specificato un costante processo trasformativo (l’abitudine visiva), processo che solo in certi precisi casi è ripercorribile da un altro e che comprende non solo le abitudini visive ma anche quelle conoscitive”. Non solo, quindi, fenomeni naturali oggetto di osservazione scientifica, ma anche aspetti profondi di natura psicologica e mentale di ordine filosofico.
Ancora una volta sperimenta su se stesso con il mezzo fotografico, come per l’illuminazione iniziale dell'”infinito” sul vulcano di Stromboli cinque anni prima di questo ritratto e il percorso “gravitazionale” nella sequenza fotografica di Torino l’anno precedente; il tutto poi tradotto nella sua arte fatta di materiali poveri e naturali associati in modo inusitato e sempre allusivo, un’arte autentica, pur difficile da decifrare.
Bertel Thorvaldsen, “Le tre Grazie”, 1842
In mezzo secolo di attività artistica ha messo in pratica l’assioma secondo cui l’arte assume una connotazione insolita e primaria anche rispetto alle forze della natura, con le sue opere nelle quali la compresenza degli opposti ha portato prove eclatanti di fenomeni impercettibili o imperscrutabili. Un’arte, dunque, dominante e rivelatrice non specchio della natura ma indipendente nella sua creatività. Quindi indipendente anche da qualunque percorso prefissato, ma, aggiungiamo, indagatrice e ammonitrice.
L’Accademia con questa mostra, come con le altre di arte contemporanea, fornisce una dimostrazione evidente della latitudine sconfinata della creazione artistica che può trovarvi un posto privilegiato anche se, come per Anselmo, lontana anni luce dalle forme classiche rappresentate nella sua ricca galleria con tanti autentici capolavori, 300 sculture e 1500 pitture. Per visitare un’installazione visiva di Anselmo si percorre questa straordinaria galleria, dopo la scalinata nella quale si è accompagnati dalle 20 fotografie torinesi della sua “Interferenza nella gravitazione universale”; all’uscita, una sensazione indefinibile nella quale ciò che è percepibile nel turbine emotivo è la grandezza dell’arte in tutte le sue più autentiche manifestazioni.
Un gruppo di dipinti
Info
Accademia Nazionale di San Luca, Roma, Palazzo Carpegna in Piazza Accademia di San Luca. Catalogo “Giovanni Anselmo. Entrare nell’opera”, Accademia Nazionale di San Luca, ottobre 2019, pp. 256, formato 19 x 25 cm; dal catalogo sono tratte le citazioni del testo. Per gli artisti citati, cfr. i nostri articoli: in questo sito, su Cagli 5, 7, 9 dicembre 2019; in www.arteculturaoggi.com su Turner 17 giugno, 4, 7 luglio 2018.
Photo
Le immagini sono stare riprese da Romano Maria Levante nell’Accademia di San Luca all’inaugurazione della mostra, meno le n. 3, 6, 12-14, 16, 19, 21 tratte dal Catalogo, si ringrazia la Direzione e l’Editore, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta; sono inserite in ordine di citazione nel testo. Le prime 21 immagini sono tutte opere di Anselmo; le ultime 4 riguardano la Collezione artistica dell’Accademia, 2 per la scultura, 2 per la pittura. In apertura, “Entrare nell’opera” 1971; seguono, “Infinito” 1970, e “Particolare del latoin altodella prima, I di INFINITO” 6 ottobre 1975; poi, “Interferenza nella gravitazione universale” 1969, uno di 20,e “Dove le stelle si avvicinano di una spanna il più” 2001-19; quindi, “Mentre la terra si orienta” 1967, e “Mentre oltremare appare verso sud-est” 1967-79-2016; inoltre, “Verso oltremare” 1984, e “Grigi che si alleggeriscono verso oltremare” 1982-86; ancora, “Invisibile”, 1970-1998-2007, nell’angolo “Verso oltremare”, e “Particolare” su pietra; continua, “Particolare” proiettato su angolo, su parete, e su braccio, 1972-2019; prosegue, ““Il panorama con mano che lo indica” 1982; poi,“Respiro” 1969, e “Torsione” 1968; quindi, “Per un’incisione di indefinite migliaia di anni” 1969 e “Senza titolo” 1967, infine, per Anselmo, “Il colore mentre solleva la pietra la pietra mentre solleva il colore” 1988-90 , e “Lato destro” 1970. Seguono, per la collezione dell’Accademia di San Luca, uno scorcio della Galleria scultorea e Bertel Thorvaldsen, “Le tre Grazie” 1842, espressivo delle 300 sculture; poi un gruppo di dipinti e, in chiusura, Guido Reni, “La fortuna con la corona in mano” 1637, espressivo dei 1500 dipinti.
Guido Reni, “La fortuna con la corona in mano”, 1637
Abbiamo commentato in precedenza il “Duchamp politico” di Pablo Echaurren, sottolineando la corrispondenza nell’impegno controcorrente comune ai due artisti, pur nelle biografie molto diverse. Ora vogliamo tracciare un profilo di Echaurren entrando nella sua vita movimentata, anzi movimentista, dopo aver analizzato in passato la sua arte espressa nelle due mostre “Chrhomo sapiens” nel 2010 a Palazzo Cipolla e “Contropittura” nel 2015 alla Gnam, la sede dove è tornato per la presentazione del “pamphlet” citato su Duchamp nella conversazione con Marco Senaldi.
Inizia la galleria degli “schizzi” artistici di Pablo Echaurren
Ripercorreremo rapidamente i periodi esistenziali e artistici del suo itinerario, avendo come sfondo le immagini della mostra tra settembre 2017 e gennaio 2018 al Museo di Roma in Trastevere, con le sue vignette di “contro pittura” affiancate alle fotografie istantanee di Tano D’Amico a documentazione degli anni della contestazione e del terrorismo agitati dalla violenza in una drammatica escalation. Echaurren è stato più che un testimone, avendo vissuto attivamente quella stagione, mai protagonista di violenze, approdò agli “Indiani metropolitani” che prediligevano lo sberleffo. In questo aspetto abbiamo trovato un collegamento tra questa mostra al primo piano del Museo di Roma e quella al pianterreno dedicata a “Totò, il genio” in contemporanea, solo sfasate di un mese apertura e chiusura, implicita metafora della compresenza di due realtà contraddittorie.
Non ci soffermeremo sulle molteplici forme di espressione artistica che hanno segnato un’epoca così tormentata, abbiamo analizzato la sua interpretazione dell’“horror vacui” e della natura, della “romanità” e della musica, e non solo rispetto al “Crhomo sapiens”, nella mostra antologica ideata e organizzata da Emmanuele F. M. Emanuele alla Fondazione Roma; e la sua “Contro pittura” alla Gnam in cui cambia tutto per figurazioni che rendono la sua inquietudine nelle forme astratte e nel cromatismo. Fanno da sfondo alla sua vicenda esistenziale in un impegno costante e generoso.
Le prime manifestazioni artistiche di successo
Figlio d’arte – il padre, l’artista Roberto Sebastian Matta Echaurren, ha donato un proprio lungo pannello mosaicato a Roma, si trova nel tunnel pedonale di accesso alla Metro A di Piazza di Spagna – ma il genitore non gli fu particolarmente vicino, tanto che lo definirà “trasparente”, mentre ad avviarlo alla pittura fu Baruchello, e forse non gli furono indifferenti le riproduzioni del picassiano Guernica e di un Mirò poste nella sua stanza. Era stata la musica il suo primo amore, suonava il basso nel complesso “I Lemon” ma si aggiunse subito il collezionismo, dalle figurine ai francobolli, dalle farfalle ai fossili, fino agli scritti sul futurismo. Lo dimostra nelle prime composizioni pittoriche, quadratini diligentemente disegnati e colorati, quasi raccolte da “entomologo”; una premessa alle grafiche su carta nelle quali si esprimerà il suo impegno politico.
I suoi “quadratini” furono notati e acquistati addirittura dal “guru” dei Dada e surrealisti in Italia, Arturo Schwartz, mentre era ancora studente, è l’inizio degli anni ’70. Al collezionismo nella vita e nelle prime forme di arte segue il fascino dell’ideologia – si butta sui testi marxisti – e delle trasgressioni, dai Dada e surrealisti, con Max Ernst e Tzara fino a Marcel Duchamp che sarà il suo costante e ammirato riferimento.
La sua pittura, pur continuando ad esprimersi nei mosaici colorati dei quadratini, abbandona l’innocenza da “entomologo” e diventa fortemente allusiva, celebrando il lavoro manuale e l’affrancamento dai padroni, va in scena anche il “68” e in 9 quadratini compone il nome di Karl Marx, li citiamo tanto per intenderci; ma non è tutto politico, nei suoi “quadratini” entra la natura, e artisti come Brueghel, e Van Gogh, Bosch e Duchamp.
E’ ancora la matrice da collezionista ad esprimersi in forme pittoriche semplificate da cui emerge la tendenza al messaggio ma senza seriosità da profeta, anche se i titoli “danno la morale della favola”, sempre con leggerezza e “humor”, appunto in tono favolistico. Lo stesso spirito di Hokusai e Hiroshige che gli fecero scoprire l’armonia nella natura, tanto che diede anche lui un’interpretazione della celebre “Onda” del giapponese.
Agli esordi il suo è stato definito “un carattere ludico, ma nello stesso tempo lucido”, premessa degli sviluppi eclatanti sia per il talento precocemente manifestato, sia per i contatti con il mondo artistico. L’evoluzione pittorica immediata è il passaggio dai “quadratini” alle “decomposizioni floreali”, riemerge lo spirito del collezionista, si pensi che colorava sfregando con i pigmenti naturali dei petali e delle rose! E dire che i suoi “quadratini” sono stati visti come un’espressione di avanguardia rispetto alla realtà alla stregua di Cubismo e Futurismo, Dadaismo e Surrealismo, Pop Art, Minimalismo e Concettualismo. Nello stesso tempo il suo spirito fumettistico lo aveva portato alle copertine di tipo “naif”, quella del fortunato libro “Porci con le ali”, la storia di Rocco e Antonia divenuta “cult” della “beat generation”, lo fece conoscere al grande pubblico.
L’abbandono della pittura per una grafica irridente
Come non riposare sugli allori e proseguire su una linea già così affermata? Ebbene, avviene l’opposto, Echaurren lascia la pittura ma non larte che porta tra i giovani e i ceti popolari con i suoi disegni provocatori e irridenti quanto mai coinvolgenti. Lo fa con gli schizzi macchiati di rosso, in alcuni dei quali figura la dissacrante “Fontana” cioè l’orinatoio, e lo “Scolabottiglie” di Duchamp con la scritta “Odio le molotov” per riaffermare il carattere non violento del suo impegno diretto. Siamo agli ultimi anni ’70.
Duchamp è al centro della sua attenzione, anzi lo invoca con gli scritti nei suoi schizzi provocatori: “Duchamp è la negazione della contemplazione”, “Duchamp è azione”, “E’ distribuzione di creatività a tous les étages”, “Duchamp è di sinistra”, “Il movimento è un Ready Made”. Sfoga la sua inquietudine anche su fogli di quaderno con motti e grafiche, tornano i simboli del lavoro, chiavi inglesi, pistoni e meccanismi, quasi in visioni oniriche; e la scritta Dada, come un’ossessione o una liberazione, con riferimenti anche televisivi.
Si ripete la compresenza di scritte ludiche, come il “Dadaumpa”, ed evocazioni impegnate, come “Autodifesa” e “Direzione di marcia”, “Assemblea” e “Servizio d’ordine”, “Conformismo” e “Protagonismo”, “Retorica” e “Militarismo”. Ma vediamo anche una grande scritta in rosso “Dadatotò”, che ci riporta alla mostra parallela del grande Totò citata all’inizio, e “Il passaggio da militante a desiderante”, “Manicheismo, malattia senile dell’estremismo” e “Il linguaggio dell’uomo totale sarà il linguaggio totale”, “L’arte o sarà collettiva o non sarà” e “Per un’arte applicabile e replicabile”, come un manifesto politico.
Espressioni fumettistiche compaiono in molti altri schizzi, e l’esclamazione esplosiva “Oask” ricorre spesso, è il simbolo del movimento degli “Indiani metropolitani” di cui fa parte, un vortice di parole che avvolgono come in un gorgo, ripensiamo alle ”parolibere” del Futurismo di cui fu un attentissimo cultore. Mentre la scritta “Come fondere cellule e nuclei sconvolti clandestini” e altre non devono far pensare alle cellule eversive, vanno interpretate alla luce del surrealismo, insieme allo “humor” e all’ironia. E non manca di utilizzarli anche verso il proprio gruppo, a stare ai titoli irridenti di certi suoi schizzi: “Sporchi indiani metropolitani non si capisce un accidente di quello che dicono” e “Maledetti indiani metropolitani fatevi capire quando parlate”.
Siamo sempre nel 1977. A questo punto l’abbandono della pittura si fa completo, lascia anche gli schizzi macchiati di rosso con frasi e titoli provocatori, disegna per “Lotta continua”, l’organo del movimento extraparlamentare, quasi da militante, ma sempre con “humor”, tanto che utilizza figure preistoriche e perfino Paperino, e slogan trasgressivi spesso cerebrali; la politica “tout court” non è nelle sue corde, collabora anche a giornali satirici come “Il male” e “L’Avventurista”, sempre con lo “humor” surreale da “indiano metropolitano”.
E’ trascorso un decennio dalla contestazione del ’68, il suo impegno nel segno di una acuta sensibilità politica e sociale si è espresso nelle forme più accattivanti, anche se faziose, di una grafica surreale e paradossale. Ma il sequestro di Aldo Moro con la strage dei cinque agenti di scorta e la sua uccisione dopo 55 giorni di prigionia fa cadere nell’angoscia degli “anni di piombo”. Non c’è più spazio per la leggerezza e l’ironia dei suoi schizzi irridenti e allusivi, il clima diventa maledettamente serio, anzi drammatico.
Senza esitazione Echaurren di nuovo cambia tutto, Si riavvicina alla pittura in una forma nuova ispirata al Futurismo prediletto, il “collage”, utilizzando ancora la carta ma in modo del tutto diverso rispetto agli schizzi macchiati di rosso. La sua base è la realtà, e i ritagli di giornale sono frammenti della ricomposizione di un qualcosa che si è rotto e va ricostruito in concreto pur nel ripiegamento in sé stessi. Ma c’è anche la fuga dalla realtà per la cultura, nelle illustrazioni e nei fumetti con le storie di personaggi celebri, da Marinetti a Majakovskij, da Pablo Picasso ad Ezra Pound, Anche nel “collage” c’è evoluzione, l’elemento cartaceo viene soverchiato dal segno sempre più marcato, quasi volesse liberarsi dai vincoli che lo trattengono, fino all’inasprimento della composizione, non più brandelli sbiaditi ma forti accostamenti.
Il ritorno alla pittura, e non solo
Il ritorno definitivo alla pittura è l’approdo di questa spinta irresistibile, siamo alla fine degli anni ’80, ritroviamo l’artista versatile e poliedrico nel suo elemento naturale. E lascia la carta, da tanto tempo suo supporto d’elezione, per la tela, la china e l’acquerello per l’acrilico, il segno sottile per il cromatismo violento, l’accenno per il simbolo vistoso, l’allusione più o meno percepibile per la titolazione quanto mai esplicita.
I temi sono quelli dell’attualità, ispirati ad eventi eclatanti dalla rivolta di piazza Tienamen alla caduta del Muro di Berlino, alle guerre del Golfo con Iran e Irak, Stati Uniti e Kuwait, ci sono ancora scritte con titoli eloquenti e diretti, non più sarcasticamente allusivi e provocatori, leggiamo “Berlin” e “The Fall of the Wall”, “War” e “Bomb”, ma anche “Resisto”, “Vermi” e “Bastardi”, il serpente della guerra semina angoscia in alcune composizioni. Non ricorre al figurativo, sarebbe troppo per un trasgressivo come lui; il suo è un espressionismo ispirato ai graffiti metropolitani e alle allegorie medievali, del resto sono “anni bui” anche questi, come i “secoli bui” del Medio Evo, fino all’arte precolombiana.
Inizia la galleria delle istantanee fotografiche di Tano D’Amico
Dai “fumetti” a dimensione personale e individuale a grandi “murales” a dimensione collettiva e popolare, dall’accenno irridente delle grafiche poi reso ancora più labile nei “collage” a una forza espressiva e una violenza cromatica di grande impatto emotivo. Ci sono ancora frecce e simboli ricorrenti, ma la forma è sempre più pittorica. Dopo il serpente i teschi cominciano a invadere le sue tele, anche in forma mutante, non sentiamo più la forza rivoluzionaria, ma non si tratta di una cupa ossessione. L’”horror vacui” viene considerato liberatorio in quanto esorcizza il male, la presenza dei simboli di morte lo allontanano, perché il male va dove c’è il bene. E sa elevarsi con il “Volo” e “Da zero a infinito”, dove ci sono anche mostri pacifici, mentre nel 1990 inneggia a “La nuova Italia” accostando la figura di Paperino e il simbolo del PCI, quasi un segno distensivo.
Sono chiamate “carte (di navigazione)” quasi delineassero la direzione da seguire. In questo periodo un nuovo amore per l’arte della ceramica, la freccia di Cupido lo colpisce a Faenza in una mostra intitolata “L’apprendista stregone”, diventa apprendista ma anche stregone perché ne penetra i segreti in una ricerca approfondita che lo porta ad innovare con opere in ceramica blu in cui inserisce i teschi che esorcizzano il maligno. Le produce nella bottega di Gatti, dove erano stati anche Balla e Baj, Ontani e Paladino. Particolarmente significativo “Il mio ombelisco”, nella proboscide di un rinoceronte che richiama l’elefante della fontana romana della Minerva. In ceramica anche un omaggio a Duchamp, con le grottesche di serpenti e draghi, e il titolo “U/ Siamo tutti Duchamp”, che Echaurren ha citato espressamente nel suo “Duchamp politico” come abbiamo ricordato.
A questa parentesi molto significativa, come quella delle “tarsie”, tessuti fortemente cromatici, per la sua pittura una direzione nuova che sa anche d’antico è quella verso la musica, il primo amore che “non si può scordare” torna in un periodo di disorientamento che richiede di aggrapparsi a qualcosa di solido: i ritmi che richiamano anche la successione ordinata degli elementi, e gli strumenti musicali, tra cui il basso che suonava nella band.
L’impegno sociale e i “murales” di “contropittura”
Ma non è un ripiegamento su se stesso, manifesta un forte impegno sociale e umanitario nell’ambiente carcerario. Organizza con l’Arci un laboratorio artistico per i detenuti del carcere di Rebibbia, e ne espone i risultati con la mostra “Gattabuismo” al Palazzo delle Esposizioni nel 1996. Gira in carcere il film per la televisione “Piccoli ergastoli” e lo presenta nel 1997 alla Mostra del cinema di Venezia e nel 1998 al Festival di Biarritz. Nel 1997 diventa Accademico dell’Accademia Nazionale di San Luca.
Scrive “pamphlet” sul mondo carcerario. Già nel 1985, allorché era finita ogni militanza, aveva proposto e realizzato iniziative di comunicazione popolare, in “AmoRoma”, diffonde di manifesti con opere di Fellini e Schifano, Pratt e Pazienza; in seguito, con la cooperativa “Sensibili alle foglie”, realizza mostre sullo “scarabocchio”.
Non è più il militante di gruppi contestatori e libertari, ma l’irrisione provocatoria è sempre nelle sue corde: nel 1995 vende a prezzo dimezzato banconote da 10.000 lire ironizzando così sull’”Arte ricca” e sui guadagni promessi ai collezionisti di opere d’arte; il pensiero va al facsimile di assegno disegnato da Duchamp e da lui utilizzato per pagare 115 dollari al proprio dentista con tutte le implicazioni esplorate da Eucharren nel “Duchamp politico”. Fonda nel 1997 il “Partito del Tubo” – con Giuseppe Tubi, artista cibernetico – dal programma surreale di “sostituire la politica del vuoto al vuoto della politica”, lo pubblicizza con volantini perfino alla Biennale di Venezia del 1999.
La sua pittura di questo periodo non ne è immune, si “sfoga” con grandi scritte negli acrilici, veramente di “Contropittura”, si va da “Ex-pistols” a “Sex”, da “Usura” ad “Antitutto”, da “Festa punk” addirittura a “Merda”. Ma vi è anche “La religione murale”con le scritte “Amen” e “Saint”, il simbolo di falce, martello e stella capovolto, si proclama in un dipinto “cubista per caso”, con le parole “fragile” e “fragilissimo”. Tra il 2006 e il 2011 una serie di opere romano-centriche, in cui torna l’”Ombelisco” della ceramica, e si celebra il Colosseo, Piazza Navona e non solo, in dipinti dalla forte presa cromatica e spettacolare, rea i quali spicca “Vertici azzurri”.
Il percorso artistico che ha visto abbandoni e riprese, irruzione di temi e forme inusitate riprende l’impegno contro quelle che considera le degenerazioni del sistema capitalista con dipinti di grandi dimensioni che vanno ben oltre i “murales morali”; recano grandi scritte con parole solo in parte cancellate; e la cancellazione parziale lo differenzia da Isgrò che le eliminava del tutto, qui si invita a decifrare l’alterazione. E’ come se fossero i passanti a eseguire le cancellazioni, anche riferite al mondo dell’arte.
Sono dipinti monumentali, dal segno marcato e il cromatismo intenso, realizzati tra il 2012 e il 2015; oltre alle scritte in cui tornano parole esplicitamente “politiche”, come “Election day”, “Parlamento”, “Sindaco”, vediamo anche “Combat” e “Market”, “Voi siete qui” ed “Ego”, “Toxic” e “Asset”, Atrist” e “Aerfair”, sono compresenti i diversi motivi. E scene di guerra combattuta, tra navi e aerei, scoppi e frecce con scritte bellicose riferite anche all’arte e alle case d’asta, “Corpus Christie’s” e “Corpus Sotheby’s”, fino ad “Auction painting”, riferito all’avanguardia artistica americana. Nel 2015 con “Wall Street Art” mediante simboli pacifisti celebra il lavoro dopo la guerra.
Un flash sulla mostra con Tano D’Amico
Conclusa la rievocazione del suo percorso esistenziale e artistico seguendo le due grandi mostre a Palazzo Cipolla e alla Gnam da noi ampiamente commentate a suo tempo, vogliamo puntare ancora l’attenzione sulla dimensione “politica” con riferimento alla più recente mostra, citata all’inizio, al Museo di Roma in Trastevere, con le sue grafiche provocatorie e irridenti del 1977, che abbiamo già ricordato, esposte con le fotografie di Tano D’Amico a documentazione del clima di violenza urbana di cui sono espressione. Oggetto della mostra è la storia di un paese e di una generazione di giovani in un periodo quanto mai tormentato della nostra vita nazionale, nel rapporto tra grafiche e foto, tra l’arte e la vita che ne è ispiratrice.
Di Echaurren abbiamo detto, di Tano D’Amico basta ricordare i suoi “reportage” nei luoghi più diversi nei momenti cruciali, in Italia e all’estero, anche nelle carceri e nei manicomi, qui soprattutto nelle strade. Vediamo scene drammatiche di guerriglia urbana, fino al sangue sul selciato, i contestatori e i poliziotti, rispetto ai quali Pasolini rovesciava il giudizio corrente considerando i secondi come veri proletari non i primi, rampolli della borghesia decadente; ma anche scene distensive di condivisione e solidarietà, con l’amore che veniva contrapposto alla guerra.
In 200 opere “le facce, le feste, le donne, il rapporto uomo-donna, l’opposizione, la morte e il sangue, le lettere, la comunicazione alogica, la poesia visiva, la creatività urbana… “; è stato pubblicato anche il libro evocativo “Il piombo e le rose – Utopia e creatività del movimento”, proiettato il film “Indiani metropolitani” insieme a seminari con osservatori e protagonisti.
L’effetto dell’abbinamento lo si vede nelle immagini che abbiamo volutamente inserito nel testo come illustrazione di un aspetto saliente dell’impegno di Echaurren, la propria passione politica dando a questo aggettivo l’alto valore morale dell’etimologia.
La presenza crescente dell’Echaurren “politico”
Passione politica prorompente, dunque, anche in Guttuso l’ideologia tradotta nel suo caso in milizia partitica, ne aveva ispirato le denunce nel suo ben noto realismo pittorico. Ma come in Guttuso, non devono sorgere equivoci sulla caratura artistica, in Echaurren quanto mai personale nella contaminazione di generi di diverso livello ma senza gerarchia, nello spirito di una ricerca incessante e di una presenza innovativa, dalla pittura alla grafica, dalla ceramica all’illustrazione e al fumetto; fino alla scrittura autoriale, prima di “Duchamp politico” una serie di altri “pamphlet”. Un’arte come strumento e non come fine – secondo l’insegnamento di Duchamp – con l’obiettivo di muovere le coscienze contro l’assuefazione.
Nel 2019 si nota un’intensificazione della sua attività, prima dei “Duchamp politico” del 20 dicembre alla Gnam con Marco Senaldi, lo troviamo nella discussione sulla sua opera ai “I martedì critici” di Alberto Dambruoso il 1° ottobre nell’Accademia Belle Arti di Roma con Raffaele Perna e Claudia Solaris, prima ancora il 4 maggio al Macro nel convegno su “Le forme del conflitto” promosso dalla Fondazione che divide con la Solaris sui rapporti tra arte, politica e linguaggio Ci piace sottolineare questa sua presenza crescente a conclusione del nostro rapido profilo della sua figura, incentrato sulla sua vicenda esistenziale e umana oltre che artistica con riferimenti al significato e contenuto delle sue opere, cui si è solo accennato avendole commentate in modo specifico nelle recensioni alle due mostre del 2010 e del 2015.
Abbiamo anche dato dei “flash” della mostra del 2018 al Museo Romano con i suoi schizzi provocatori e irridenti affiancati alle foto di Tano D’Amico sulla violenza nelle piazze e la risposta altrettanto violenta dello Stato negli anni “bui” del terrorismo. A questo punto, nel cercare di interpretarne la posizione attuale, stimolati dal suo “pamphlet” su “Duchamp politico”, non possiamo che citare di nuovo il giudizio di Arturo Schwartz come facemmo nella nostra recensione alla mostra del 2015 alla Gnam: “Pablo non ha mai smesso di interrogare se stesso e la società; è sempre partecipe, percorre la sua strada da solitario, estraneo alle beghe e fuori dalle congreghe. Non teme di mescolare il sacro e il profano, l’artista e l’artigiano”. In questo modo “lancia razzi di segnalazioni in tutte le direzioni per avvisare gli altri naviganti che c’è bisogno di dire sì all’impegno e no all’assuefazione, al conformismo, all’abitudine”. E per seguire “un’idea-guida: rivoluzione ininterrotta, necessità di dedizione, esigenza di costruire un pluriverso ben diverso dall’uni-verso mondo a senso unico”.
E’ un giudizio che ci mostra due facce, quella del combattente contro le degenerazioni del sistema mobilitato nel promuovere l’impegno rivoluzionario nella società, e quella del solitario “fuori dalle congreghe”. Quale di queste due facce vedremo prevalere dopo “Duchamp politico” che sembra segnare una ripresa della lotta libertaria, con l’avvisaglia così significativa che c’era stata con la mostra al Museo Romano in Trastevere? Il suo “pluriverso ben diverso dall’uni-verso mondo a senso unico” ricorda il programma dei 26 artisti, Ennio Calabria in testa, firmatari nel 2017 del “Manifesto per l’Arte – Pittura e Scultura” rilanciato con la manifestazione del 10 dicembre scorso a Roma, come si vede dai punti che abbiamo riportato al termine del nostro commento al “pamphlet”. Ricordando nel contempo che Duchamp rifiutava sempre di firmare petizioni, non sappiamo se Echaurren è suo epigono anche in questo. Comunque concludiamo con lo stesso auspicio di un contatto e un coinvolgimento in un impegno che ci sembra possa convergere in qualche modo.
Info
Il primo articolo, relativo al suo “Duchamp politico” , è uscito in questo sito il 6 aprile 2020; cfr. l’ articolo anch’esso collegato, sul “Manifesto per l’arte” “, sempre in questo sito,il 3 aprile 2020. Cfr, inoltre, i nostri articoli in www.arteculturaoggi.com sulle sue mostre “Contropittura” 20, 27 febbraio 4 marzo 2016, “Crhomo sapiens” 23, 30 novembre, 14 dicembre 2012, su cui ci siamo basati nella ricostruzione del suo itinerario artistico e di vita. Per gli artisti citati, in questo sito sul Muro di Berlino 3 articoli il 9 novembre 2019; in www.arteculturaoggi.co, su Guttuso “innamorato” 14, 26, 30 luglio 2018, “rivoluzionario” 16 ottobre 2017, “religioso” 27 settembre, 2, 4 ottobre 2016, “antologico” 16, 30 gennaio 201, Hiroshige 14, 19 giugno, 5 luglio 2018, Futuristi 7 marzo 2018 Hokusai 5, 8, 27 dicembre 2017, Picasso 5, 25 dicembre 2017, 6 gennaio 2018, “Il ’68′” 21 ottobre 2017, Pasolini 27 ottobre 2015, 11, 16 novembre 2012, Duchamp, 16 gennaio 2014, Isgrò 16 settembre 2013, Cubisti 16 maggio 2013, Brueghel 5 marzo 2013, Marinetti 2 marzo 2013, Pop Art 29 novembre 2012, Mirò, 15 ottobre 2012 ; in cultura.inabruzzo.it, Schifano, 15 maggio 2011, Praz e Pazienza 23 febbraio 2011, Van Gogh 17, 18 febbraio 2011, Dada e surrealisti, 6, 7 febbraio 2010, Picasso 4 febbraio 2009, Futuristi, 30 aprile, 1° settembre, 2 dicembre 2009; in fotografia.guidaconsumatore.com, Pasolini 4 maggio 2011 (gli ultimi due siti non sono più raggiungibili, gli articoli saranno trasferiti su altro sito).
Foto
Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nel Museo Romano in Trastevere alla presentazione della mostra, ad eeccezione delle n. 6, 8, 10, 13 riprese alla mostra di Echaurren, “Contropittura”, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea e tratte dal primo dei 3 articoli su tale mostra sopra citati. Si ringraziano gli organizzatori, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. In apertura, un giovanissimo Echaurren con l’invito attuale a credere “alla creatiità e allo sberleffo”; seguono suoi 13 schizzi irridenti degli anni ’70; poi uno scorcio del volto di Tano d’Amico che evoca la difesa degli ultini, e altrettante sue fotografie di violenza urbana, con la repressione, ma anche alcune di pace e d’amore; in chiusura, una serie di giudizi sul “movimento del ’77” di Echaurren, D’Amico e altri.
Alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna nella
“Sala delle Colonne” la sera del 20
dicembre 2019 si è svolta una conversazione tre gli autori di due studi su Duchamp – la cui provocazione artistica si è espressa
nel “ready made” – illustrati e
commentati nell’occasione. Di ben diversa
estrazione, Pablo Echuarren artista
e “provocatore” a sua volta nell’arte e nell’impegno attivo movimentista, con il
suo“Duchamp politico”, Marco
Senaldi, critico d’arte e curatore,
con il suo “Duchamp. La scienza dell’arte”, hanno approfondito da diversi punti di vista il
significato del “ready made”.
La Presentazione del libro, con Echaurren al microfono, alla sua dx Marco Senaldi;
Per Senaldi i “ready made” sono soprattutto immagini, “idee motrici” che provocano una reazione, quindi “non si incarnano nella materialità di un oggetto” né si muovono in una sfera “puramente concettuale e smaterializzata”, ma sono “interazioni mediali” con le quali Duchamp “trasforma la nozione di opera d’arte da oggetto contemplativo immobile a test dinamico e ideo-motorio”. E’ rivoluzionario: “Questo gesto radicale sovverte anche il senso generale dell’Arte, trasformandola da un’attività individualista dedita alla ricerca della bella forma, a un esperimento psicologico intersoggettivo il cui scopo è la liberazione da ogni stereotipo visuale, e anche esistenziale”. Echaurren pone a sua volta i ”ready made” al centro di una rivisitazione della vita oltre che dell’arte di Duchamp, da lui sempre seguito, rivivendo anche il proprio passato di contestazione attiva. Al suo “pamphlet” è dedicato il nostro commento.
Marcel Duchamp dietro il ready made “Ruota di bicicletta” “
Pablo Echaurren non smette di stupire. E noi, dopo averne commentato ampiamente a suo tempo la versatile attività artistica nelle due mostre romane a Palazzo Cipolla nel 2012 e nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna nel 2015, diamo conto ora del suo “pamphlet” su “Duchamp politico” avendo assistito al confronto con Marco Senaldi, un artista controcorrente e un critico-filosofo.
Il “pamphlet” si apre con la citazione di Dante, seguito da D’Annunzio e Pascoli, e da artisti come Dalì, Picasso e Giacometti. Sembra prenderla molto da lontano l’autore in una veste che può sembrare insolita ma non lo è, a stare agli scritti che hanno accompagnato la sua attività artistica impegnata su tanti fronti.
Orinatoio (“Fontana”), 1917
Dante in realtà viene associato a Duchamp per la copiosità dei commenti su di lui, e al riguardo si cita l’espressione di Marinetti, sul “verminaio di glossatori” che ne tenevano “in ostaggio” l’opera, e sappiamo come il “guru” del Futurismo fosse caro a Pablo che ne è stato uno studioso e collezionista attento e appassionato. D’Annunzio lo cita come l’”esatto contrario” di Duchamp nell’interpretare il binomio comune “arte-vita“, e Pascoli come ideale corrispondenza del suo “fanciullino” al “duchampiano museo di Lilliput” nel quale il minimalismo di oggetti miniaturizzati serviva a tenere a bada il suo “ego”. I tre artisti, Dalì, Picasso e Giacometti, li cita come “giganti del segno” dai quali Duchamp si distacca perché sobrio, insensibile “per la fama e per la ‘frenesia da cavalletto’ che si era impossessata del mondo occidentale”.
Scolabottiglie
Dalla
vita e dall’atteggiamento verso l’arte nasce la dimensione politica
“Lontano dalla retorica dell’artista ispirato e posseduto dal sacro fuoco”, Duchamp considerava l’arte come una “scienza immaginaria e arbitraria” con cui fare i conti evitando le due tentazioni opposte: a “strafare” e a “tirar via e a ripetersi” sotto la spinta del pubblico da compiacere.
Questo si confaceva a una dimensione artigianale dell’attività, che rifuggiva dalle seduzioni del consumismo, anzi le contrastava con atteggiamenti spontanei derivati dal carattere semplice e gentile, anche irridente, ma irriducibile nelle scelte di vita all’insegna della libertà. Che voleva dire libertà dal mercato e dal denaro, libertà dal mondo dell’arte schiavo degli interessi e della vanità.
Ruota di bicicletta
Perciò viene visto insensibile ai richiami mondani, arroccato nella difesa delle sua indipendenza e della propria concezione della vita e dell’arte, come realizzazione di cose “ben fatte” per le quali il lavoro manuale è collegato, anzi compenetrato con il lavoro intellettuale. La ricompensa non è economica e tanto meno monetaria, bensì morale, insita nel “fare” e “fare bene” come un bravo artigiano; in quest’ottica l’arte è un mezzo per ben operare, non un fine da raggiungere.
Di qui il riferimento alla concezione monacale medievale rispetto alle suggestioni della modernità, con il rifiuto delle mostre e dei musei, in modo da spiazzare il mercato che non riusciva così a costruire una offerta adeguata e quindi non poteva neppure creare una domanda. E ciò lo otteneva lavorando con una lentezza esasperante, “rivendicava la pretesa di non potere (dovere) lavorare più di due ore al giorno, ma anche quelle due ore dichiarate sembrano un alibi…”.
Attaccapanni
Gli piaceva rifugiarsi negli scacchi, il gioco lento per antonomasia, ne divenne campione, fu capitano della squadra olimpica francese di cui faceva parte il campione del mondo Alekhine. Era l’opposto di come si comportava l’artista del suo tempo, “ormai pienamente compromesso con i processi di ottimizzazione tayloristi, privo di tempi morti, di pause, sottomesso al dio denaro”. E questo non era senza effetti concreti: “Non si aspetta niente, né soldi, né gloria, né riconoscimenti”, seguendo una linea precisa: “Evitando accuratamente il successo, ha messo in pratica una strategia di non collaborazione, di sottrazione, di contenimento della propria produzione, al minimo indispensabile”.
Appendicappelli
Negli ambienti in cui viveva non c’era traccia delle sue opere. Ma fanno scoprire dell’altro, “quei suoi atelier sembrano delle vere e proprie Wunderkammer dell’antiestetica, dell’antimateria, della sottrazione, son spazi di sospensione in cui il tempo sembra essersi fermato, appare dilatato, rallentato…”. Ma non è questione solo di misura del tempo, quanto di concezione: il suo è “un tempo particolare, personale, che si oppone al tempo convenzionale”; viene definito da Echaurren “un tempo antitecnologico, improduttivo, fatto di pause e tempi morti”, l’opposto del tempo nella concezione corrente tutto proiettato nella rapidità come produzione e come consumo.
Pettine con astuccio
E qui dalla dimensione personale si comincia a passare alla dimensione politica, sebbene Duchamp non solo avesse affermato “non capisco niente di politica” ma l’avesse definita “un’attività stupida, che non conduce a nulla”; e non partecipava agli eventi politici del suo tempo con dichiarazioni e tanto meno proclami. La dimensione politica Echaurren la vede “nell’intero arco della sua vita” di contrapposizione “ alla declinazione della società borghese” in tutti i suoi aspetti.
Specchio,
Potrebbe sembrare contraddittorio con il carattere riservato e alieno da manifestazioni prima sottolineato, ma Echaurren ci tiene a precisare che si è contrapposto “non frontalmente, ma ‘di profilo’”, riconoscendo che si tratta di presunzioni e non di fatti. Presunzioni, peraltro, assolute se può dire che “le sue scelte, sia in campo artistico che esistenziale, e la sua indole ci restituiscono il ritratto di un antimilitarista, di un antinazionalista, di un antimaschilista, di un anticapitalista, di un anticonsumista, di un antistacanovista… di un antirazzista”. Il suo “rigetto della società capitalistica” si esprime in atteggiamenti veri e non presunti: “L’ozio, il silenzio, l’appartarsi dalla scena, il rifugiarsi negli scacchi, sono le varie facce di una rivolta pacifica contro l’accumulazione (di cose, di denaro, di opere d’arte)”. E così il cerchio si chiude con quanto rilevato dalla sua vita.
Gmitolo
Il “ready made” e le sue contraddizioni
A questo punto Echaurren dalle considerazioni da psicologo attento ad elementi comportamentali, che sfociano nell’interpretazione “politica” cui abbiamo accennato, passa a considerazioni da economista parlando dell’aspetto più qualificante del “Duchamp politico”: i “ready made”, i semplici oggetti di uso comune che diventano opere d’arte per il solo fatto di essere stati scelti dall’artista. Entrano in gioco concetti quali il “valore di scambio” e il “valore d’uso”, e quando il primo prevarica sul secondo che misura l’effettiva utilità del bene “la merce diventa ragione in sé e per sé, diventa il fine di ogni cosa, si fa ‘alienazione’, reificazione di ogni relazione”.
Portacubetti di ghiaccio
Il “ready made” esaspera questa degenerazione in quanto l’oggetto viene “deprivato di ogni valore d’uso” diventando una sorta di feticcio e assumendo un elevatissimo “valore di scambio”: un paradosso perché avviene in corrispondenza con la sua inutilità. Per questo è “ oggettivamente, un monumento alla merce allo stato puro, simbolo e denuncia dello stato di scissione, di lacerazione in cui versa una società basata sull’adorazione del capitale cristallizzato”, una versione moderna, aggiungiamo, del “vitello d’oro” della maledizione biblica. Dimostra come il mercato tolga concretezza e valore effettivo alle cose privandole di una funzione effettiva nel portarle a un livello di astrazione che si traduce nell’alienazione della società alla quale corrisponde la perdita di umanità.
Fodero
L’artista invece “deve divertirsi e divertire”, il suo deve essere “un gioco”, e Duchamp lo ha dimostrato praticamente nella vita e nelle opere: “… quando collocai una ruota di bicicletta su uno sgabello, con la forcella capovolta, non c’era in tutto questo alcuna idea di ready made, né di qualunque altra cosa; era semplicemente un gioco… era divertente come idea”. Poi divenne una operazione di smascheramento, e con “l’orinatoio” aggiunse “l’humor e la beffa” esponendolo in una mostra, del resto applicò anche baffi e pizzetto alla Monna Lisa leonardesca, violandone la sacralità, da vignettista di riviste umoristiche com’era.
Si avvalse dell’arte come un mezzo e non come fine per dimostrare un assunto così penetrante. “Il re è nudo”, dunque, come direbbe il bambino dinanzi alla Fontana-orinatoio o allo Scolabottiglie, oggetti comuni per di più adorati come capolavori, e almeno il primo tutt’altro che nobile? Non c’è soltanto questo perché il discorso si fa più articolato, e forse più complesso, sotto due aspetti.
Pala
Il primo è che l’esposizione di oggetti comuni non serve all’artista per sbeffeggiare chi li esalta, tutt’altro. Serve a valorizzare il lavoro dell’uomo, esaltarne la creatività, qualità di ogni lavoratore, non soltanto degli “specialisti” come sono gli artisti. Quindi tutte opere nobili gli oggetti? Se può esserlo un vero orinatoio nessun oggetto può esserne escluso. E tutti, dunque, possono sentirsi artisti, in una democratizzazione dell’arte non più fatta di élite. Nel contempo, “se tutti sono artisti nessuno lo sarà, o almeno nessuno potrà vantarsi di esserlo o millantare un’aura particolare e un valore aggiunto al proprio operato”. Con questo risultato: “Dovrà ridimensionare, se non schiacciare, il proprio ego esondante del proprio operato”.
Ampolla (“50 cc. di Aria di Parigi”)
Ma ad Echaurren non sfugge un aspetto apparentemente contraddittorio con questa visione, il fatto cioè che tale nobilitazione è frutto esclusivamente della scelta dell’artista, “un nuovo Prometeo, un semidio capace, solo indicandolo, a elevare un semplice ferrovecchio a ‘opera d’arte’”: quindi altro che democratizzazione, l’esatto opposto! E cerca di superare la contraddizione con questo argomento: “E’ altrettanto vero che lo stesso artista, così facendo, sembra mostrare la via attraverso la quale ciascun essere umano (sebbene non particolarmente dotato tecnicamente) possa emanciparsi e ‘trasformarsi’ a propria volta in artista, annullando così ogni distanza, ogni separazione, ogni divisione del lavoro”.
Questa considerazione non convince, suggerita com’è dall’ideologia secondo cui in tal modo si muove “un ulteriore passo nella direzione dell’uomo totale vaticinato da Marx e Engels”: direzione utopistica, osserviamo noi, peraltro negata dalla storia, come è stata negata, almeno finora, la “liberazione dal lavoro” vaticinata anch’essa dall’ideologia marxista la cui applicazione pratica è clamorosamente fallita.
Monna Lisa con baffetti e pizzo
Nella realtà crediamo che il “ready made” abbia dimostrato l’opposto, l’onnipotenza dell’artista – “un nuovo Prometeo, un semidio”, come dice Echaurren – dato che nessuno può trasformarsi in artista con oggetti di uso comune, se non nella propria convinzione, cosa ragguardevole ma racchiusa in un ”foro interno” invisibile e neppure comunicabile. Altrimenti chiamerebbero la “neuro” se venisse equivocata l’affermazione che “il ‘ready made’ è “espressione di un talento alla portata di tutti, è aura allo stato puro e sua perdita definitiva. Il ready made può essere pratica sociale, perfino”.
“Scatola in valigia”
Si può sostenere, a questo punto, che “’l’artista è nudo, il suo ruolo sciamanico viene impietosamente ‘messo a nudo’ , ridotto a semplice atto generico, ad atto umano”? Crediamo di no, l’artista appare ancora di più come “un nuovo Prometeo, un semidio”. E questo perché il mercato, l’odiato capitalismo, ha sconfitto il generoso tentativo di Duchamp inglobandolo nella sua logica distorta e rendendo abissale il divario tra “valore di scambio” e “valore d’uso” di un bene inutile.
Scacchiera
Altro che “superamento delle divisioni di classe” attraverso il “ready made”, sembra invece la loro celebrazione plateale! altro che “libero corso a un’avanguardia di massa” con l’ondata della moltitudine di artisti e il “rogo della vanità del genio ‘compreso’”!. C’è stata, sì, una banalizzazione dell’arte, e possiamo citare la”banana con lo scotch” dal “valore di scambio” di 113 mila dollari di Cattelan come punto di arrivo attuale, ma sempre ad opera del “nuovo Prometeo, semidio” non di “quidam e populo”; e c’è voluto un altro “semidio” che l’ha staccata dall’esposizione e l’ha potuta mangiare platealmente, forse novello Duchamp alla ricerca del residuo e non ancora perduto “valore d’uso”.
“Ritratto di giocatore di scacchi”, 1911
Duchamp è stato coerente, “non ho mai messo in vendita i miei ready made, non li ho mai venduti”, ci tenne a dichiarare. Si impegnava nell’’“estinzione dell’artista e del suo mito”, afferma Echaurren, ma non si può dire che ci sia riuscito, tutt’altro. Voleva far esplodere le contraddizioni del sistema , come “il re è nudo” della favola, invece si è ribadita l’onnipotenza del mercato che punta sull’artista per affermare il suo dominio, proprio con la banalità degli oggetti più anonimi presentati come opere d’arte quando non lo sono, ma osannati quali capolavori. E ci sembra valga anche per la “fine del culto del pezzo originale”, con la possibilità di replicarlo con il nuovo acquisto di un oggetto simile, venendo meno il presupposto.
“Ritratto di giocatori di scacchi”, 1911
Echaurren si rende conto di tutto questo, quando afferma che l’arte, dopo essersi liberata del potere dei principi e della chiesa, ha trovato un nuovo despota, il mercato. Ma gli artisti sembrano non avvertire “la propria subalternità alla critica e al mercato”, quindi manca una “coscienza di classe”, l’unica che può indurli “a combattere per la propria dignità, per il diritto a veder rispettato il proprio pensiero senza doverlo svendere per campare”. E forse il merito del “ready made” e dei suoi epigoni è stato proprio questo, non liberare ma documentare la subalternità. “Il re è nudo” ci sembra sia questo, rivela non che l’arte non esiste ma che esiste il mercato e la domina.
Omaggio ad Apollinaire
L’analisi di Echaurren richiama alcune opere di Duchamp, interpretandone la genesi e il significato. Dal “Grande vetro” ai “Quadriboli” della Saint Chapelle”, dai “Neuf Mules Malic” a “Glissière ccontennat un moulin à eau-en metaux voisins”, dal “Nudo che scende le scale” a “Boite en-valise” e “”Etant donnés” , per lo più anteriori, ma alcune successive alla provocazione artistica che le ha fatte dimenticare, o almeno le ha messe nell’ombra. Ci riferiamo ai “ready made” , dall’orinatoio, intitolato pudicamente “Fontana”, alla “Ruota di bicicletta” , dallo “Scolabottiglie” all'”Attaccapanni”, dalla “Pala” al “Pettine con astuccio”, dal “Portablocchetti di ghiaccio” al “Gomitolo“, fino allo sberleffo dissacrante di “Monna Lisa con baffi e pizzetto”. Riportiamo una rapida galleria visiva delle due “vite” artistiche di Duchamp, dopo i “ready made”, “noblesse oblige”, le precedenti figurative e cubiste di un pittore già affermato che cambiò strada radicalmente nella sua lotta generosa contro “mulini a vento” peraltro difficili da contrastare.
“Il grande vetro”
Echaurren sulla svolta artistica e ideale di Duchamp si riferisce agli “Incohérents” per l’irriverenza e ai “Dada” per l’“elemento goliardico”, che però “nelle mani e nelle intenzioni di Duchamp diventa qualcosa di più, lo schiaffo al buon gusto e alla seriosità dell’arte in generale e dell’avanguardia in particolare”, i baffi e il pizzetto all’opera intoccabile diedero lo schiaffo alla sacralità rinascimentale. Ma anche sotto questo profilo l’analisi di Echaurren supera l’aspetto artistico, il suo interesse primario è politico.
L’
“Echaurren politico”, riprende la battaglia?
Su questa pista la rievocazione diventa sempre più concitata, nello scoprire il “Duchamp politico” l’autore riscopre l’”Echaurren politico”, in un identificazione della quale fa parte l’abbandono dell’attività artistica per un certo periodo , “dedicandosi ad altro”, da cui sono accomunati.
“Nudo che scende le scale, n. 2”, 1912
Il fatto che “l’artista si è liberato ma nel mercato, non si è ancora liberato del mercato” comporta effetti intollerabili perché viene meno qualsiasi riferimento in una situazione insostenibile anche per il suo ruolo sociale ed esistenziale, tutto da ridefinire, e non solo: “Deve prima di tutto lottare per l’indipendenza dell’arte, per la sua emancipazione dalle logiche produttive, per la liberazione dalla brutale riduzione a valore di scambio cui viene sottoposta”. E indica “i servi e i padroni da abbattere”, dalle case d’arte agli speculatori, dalle gallerie e case d’asta alle riviste specializzate: forse il nostro sito giornalistico si salverebbe, essendo dedicato anche alla cultura e non solo all’arte.
“Giovane triste su un treno” , 1912
“Duchamp è l’arma giusta da usare, da impugnare” per quanto si è detto sulla sua figura così diversa e sul suo “essere all’interno del meccanismo di elaborazione poetica ed estetica e al contempo starne fuori, coerentemente”. Echaurren ricorda che “nel 1977, noi ci avevamo provato”, oltre quarant’anni fa, all’epoca in cui era impegnato nella contestazione del sistema in allegria con gli “Indiani metropolitani”. . La parola d’ordine era “U/siamo tutti Duchamp”, l’invito a considerare “L’autre moitié du Mar/ciel: La sua faccia politica ci appariva in tutto il suo splendore enigmatico ed enig/mistico: di qui “Caviale e Duchamp”, “Créativité à tous les etage”. Ma senza effetto, “ovviamente siamo rimasti inascoltati. Non poteva essere diversamente”.
Allora è stata perduta la battaglia per l’indipendenza dell’arte dalla tirannia del mercato con l’inverecondo mercimonio che ha reso l’arte “una droga”, come denunciava Duchamp, per lo spettatore “’un sedativo’, un distrazione per accettare la banalità e la frustrazione dell’esistenza, mentre per l’artista è l’eccitazione che gli produce quell’ambizione a sentirsi un genio”.
“Ritratto di Dumonchel” , 1910
Detto questo ci poniamo una domanda finale. L’analisi di Echuarren è soltanto esplicativa oppure ci sono i germi di una ripresa combattiva? Possiamo desumerlo dalla conclusione nella quale sottolinea che il maggiore lascito di Duchamp non è nelle sue opere, pur se sono capolavori. “Nient’affatto, ciò che ci lascia è un capitale immateriale di cui, innegabilmente, fa parte il messaggio a ribellarsi allo ‘stato presente delle cose’ all’interno del sistema dell’arte, a reagire attivamente contro quella che possiamo tranquillamente definire ‘Wall Street Art’, un’arte sensibile più alla borsa che alla vita”.
“I giocatori di scacchi” 1910
E lo vediamo maggiormente in un’affermazione precedente secondo cui nel mirino di Duchamp c’è “l’intera organizzazione sociale, l’intera struttura, della quale l’arte risulta essere la sovrastruttura (in termini marxiani, perché no?)”. E lui è il “ribelle, rivoluzionario”, un uomo “in guerra perenne contro il mercato pervasivo e persuasivo , che ci indica, con serenità, con indifferenza, la sfida da portare avanti, i nodi che oggi spetta a noi sciogliere”. Con un’affermazione inequivocabile: “Non basta interpretare la sua ‘poetica’, si può metterla in pratica”.
“Paesaggio a Blainville” n.1, 1902
Il “messaggio a ribellarsi” viene messo in pratica da Echaurren? E’ l’interrogativo al quale ci piacerebbe avere una risposta. Anche perché c’è chi già si muove contro l’omologazione imposta dal mercato, è l’Associazione culturale “in tempo” con il “Manifesto per l’arte” del 22 ottobre 2017 rilanciato nell’incontro del dicembre scorso con gli artisti-firmatari che hanno esposto una loro opera ed espresso le proprieconvinzioni, Ennio Calabria in testa. Citiamo soltanto tre affermazioni del “Manifesto”: “Difendiamo l’identità della specie contro la robotizzazione dei processi della mente”. “Siamo consapevoli che l’attuale società si fonda sulla categoria della ‘convenienza’ che considera irrilevante l’identità umana”. “Pensiamo che soltanto la soggettività dell’essere e i suoi impulsi, per proprio bisogno, identifichino la necessità della funzione dell’identità antropomorfa”. “Sum ergo cogito” l’icastica sintesi di questa impostazione.
“Paesaggio a Blainville” n. 2, 1902
Che ne pensa Echaurren, è ipotizzabile un’unione delle forze per un’azione comune? “Non firmavo mai petizioni o cose del genere”, dichiarava Duchamp, aggiungendo: “Vogliono farti firmare petizioni, farti entrare nel gioco, impegnarti, come dicono loro”: rifiutava non per indifferenza ma per marcare la sua “alterità”, fuori da tutti i giochi, “autosufficiente”. Cosa farà Echaurren, suo affezionato epigono? Anche la risposta a questo interrogativo potrebbe essere annoverata tra i risultati del suo magistrale “pamphlet” su Duchamp, icona del sommo valore della libertà. . Un valore che Echaurren ha difeso nella vita e nell’arte, in un percorso esistenziale su cui torniamo molto presto con riferimento all’ultima sua mostra romana: una mostra “politica” dopo l’antologica “Chromo Sapienes” del 2012 e la tematica “Contropittura” del 2016.
“Studio per ‘Paradiso'”
Info
Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma, Via di Villa Giulia, ingresso gratuito, presentato il libro di Pablo Echaurren, “Duchamp politico”, Postmedia books, aprile 2019, seconda edizione, pp. 64; dal libro sono tratte le citazioni del testo. Il secondo articolo, sulla figura di Echaurren, uscirà in questo sito il 9 aprile 2020; cfr., sempre in questo sito, anche l’articolo sul “Manifesto per l’arte” 3 aprile 2020 Per gli autori, gli artisti e le correnti citate cfr. inoltre i nostri articoli: in www.arteculturaoggi.com su Echaurren per le mostre romane “Contropittura” alla Gnam 20, 27 febbraio, 4 marzo 2016 e “Crhomo sapiens” al Palazzo Cipolla 23, 30 novembre, 14 dicembre 2012; su Picasso 5, 25 dicembre 2017, 6 gennaio 2018, Duchamp 16 gennaio 2014; Dalì 28 novembre, 2, 18 dicembre 2012; D’Annunzio 12, 14, 16, 18, 20, 22 marzo 2013; in cultura.inabruzzo.it su Dante 2 articoli 9 luglio 2011, Dada e surrealisti 6, 7 febbraio 2010, Picasso, 4 febbraio 2009; Salvador Dalì in 130 fotografie in fotografia.guidaconsumatore.com, 18 giugno 2012 (gli ultimi due siti non sono più raggiungibili, gli articoli saranno trasferiti su altro sito).
Conclusione dell'”Azione alla lavagna” di Echaurren al Macro: “Llaboté enloru et moi” , con la “Trascrizione sintetica di una serie di note provocazioni , intuizioni, pensieri elaborati su Marcel Duchamp nell’arco di oltre quarant’anni.”
Foto
L’immagine di apertura è stata ripresa da Romano Maria Levante alla Galleria Nazionale nella serata della presentazione del libro; le due immagini di chiusura sono tratte da tale libro. Le altre immagini che riproducono le opere di Duchamp sono state riprese, in parte da Romano Maria Levante alla mostra del 2014 alla Gnam, in parte da siti web di dominio pubblico tra i quali: it.s.artsdot.com, skyarte.it, wikioo.org, katart.net, pkaia.it, luxflux.net, facebook.it, pinterest.com, settemuse.it, it.wahooart.com. L’inserimento delle immagini ha finalità meramente illustrativa, senza alcun intento economico, commerciale o pubblicitario, si ringraziano i titolari dei siti per l’opportunità offerta, dichiarando di essere pronti ad eliminare immediatamente le immagini di cui non fosse gradita la pubbliucazione su semplice loro richiesta. In apertura, un momento della Presentazione del libro, con Echaurren al microfono, alla sua dx Marco Senaldi; segue Duchamp dietro il “ready made” Ruota di bicicletta ; poi il primo trasgressivo “ready made” Orinatoio (“Fontana”) seguito dai “ready made” di oggetti dagli usi più diversi, “Scolabottiglie” e Ruota di bicicletta, Attaccapanni e Appendicappelli, Pettine con astuccio e Specchio, Gomitolo e Portacubetti di ghiaccio, Fodero , Pala e Ampolla (“50 cc. di Aria di Parigi”), fino alla dissacrante Monna Lisa con baffi e pizzetto; dopo i “ready made”, 4 opere espressive della sua vita, la Scatola in valigia e la Scacchiera” , 2 “”Ritratti di giocatori di scacchi” , 1911, il primo figurativo, il secondo cubista; quindi un Omaggio ad Apollinaire, che verrà tradotto in “ready made” da Mario Patella, e l’opera “Il grande vetro” ; la galleria culmina con 7 immagini del suo periodo iniziale risalendo dal cubismo del celebre “Nudo che scende le scale, n. 2”, e del “Giovane triste in treno” 1912, fino ai figurativi“Ritratto di Dumonchel” e “”Giocatori di scacchi” 1910, 2 “Paesaggi a Blainville” 1902, e “Studio per ‘Paradiso'”; infine, una “performance” precedente di Echaurren al Macro di Roma il 5 ottobre 2018, Conclusioned dell'”Azione alla lavagna” di Echaurren al Macro, “Llaboté enloru et moi” , con la “Trascrizione sintetica di una serie di note provocazioni , intuizioni, pensieri elaborati su Marcel Duchamp nell’arco di oltre quarant’anni.” e, in chiusura, la Copertina del pamphelt di Echaurren “Duchamp politico”.
Copertina del “pamphlet” di Echaurren, “Duchamp politico”,
Promossa dall’associazione “in tempo” si è svolto il 10 dicembre 2019, presso “Plus on Plus” in Roma, l’incontro pubblico dei 25 artisti firmatari del “Manifesto per l’Arte – Pittura e scultura” in una mostra con un’opera per ciascun artista. E’ stato presentato il libro “Manifestarsi” che raccoglie il Manifesto e i Commenti, e sono state illustrate dai numerosi artisti intervenuti con in testa Ennio Calabria presidente onorario – introdotti da Danilo Maestosi anch’egli artista firmatario del Manifesto – le proprie convinzioni che li hanno indotti a convergere sull’appello comune. E’ stata una serata ricca di riflessioni sulla condizione attuale della società e sulle prospettive di superare gli effetti negativi della globalizzazione e dello spaesamento rilanciando alcuni valori fondanti attraverso l’arte, pittura e scultura in particolare.
La parte anteriore della Sala, al microfono Danilo Maestossi a sin, Ennio Calabria a dx;
Un altro
“Manifesto” era stato
protagonista di una recente mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma, che attraverso l’artista Julian Rosefeldt ha ridato voce ai manifesti delle avanguardie del secolo scorso attraverso una serie di 13 filmati espressivi del loro
contenuto con un’unica artista interprete che assumeva personalità e funzioni
molto diverse, fino a momenti di
condivisione finale.
Abbiamo fatto questo accostamento non solo per il “Manifesto” al centro della serata ma anche perché parimenti voci molto diverse hanno trovato un’assonanza sia pure differente da quella creata nella mostra citata, in questa l’assonanza è stabile e proiettata nel futuro verso altre condivisioni; inoltre anche Rosefeldt ha definito la sua opera una “chiamata all’azione” per cambiare regole divenute deteriori facendo leva su una parola condivisa. E nel nuovo “Manifesto” sono molte le parole condivise.
Ennio Calabria, “Lo scoglio”
Soprattutto viene condivisa l’azione che da un decennio impegna l’associazione promotrice, “in tempo”, nell’offrire una sede di confronto e dibattito a chi voglia approfondire la riflessione sulla condizione umana, sociale e civile del nostro tempo nel quale la tumultuosa evoluzione tecnologica e comunicativa ha fatto perdere ogni punto di riferimento creando uno “spaesamento” paralizzante.
Nicola Santarelli, “L’inizio della fine”, 2019
Il Manifesto fondativo dell’Associazione “in tempo” e quello “per l’Arte- pittura e scultura”
E’ trascorso un decennio dal “Manifesto fondativo dell’Associazione culturale “in tempo” del 2009, in 25 capoversi delinea un percorso di riflessione che parte dall’esigenza di reagire contro “gli automatismi omologanti del sistema in cui viviamo che rendono “obsoleti i codici interpretativi” disponibili e creano mutazioni permanenti nel modello di sviluppo delle società occidentali.
, Nicola Pizzorno, “Dove”, 2018
Questa necessità è sentita a livello individuale, per recuperare la verità non più fornita dalla coscienza collettiva in cui non si può più distinguere il vero dal falso. Infatti, ogni pensiero che voglia rappresentare una certezza viene investito dalla relatività che dissolve qualunque orientamento condiviso: la fine delle ideologie si colloca in questo ambito. “Spaesamento e autoreferenzialità sono conseguenze della perdita di credibilità dei grandi riferimenti, oggi relativizzati”: non si conosce più il significato dei fenomeni, che comunque impongono la loro presenza nella vita concreta; e allora il singolo si ripiega su se stesso non trovando all’esterno l’orientamento che aveva in passato.
Nino Pollini, “Contemplazione nel silenzio” , 2019,
Ma un’esigenza condivisa, anche se nasce a livello individuale, può diventare reazione collettiva alla perdita di certezze e all’assenza di una base comune di valori che ne deriva. “Spaesati vogliamo confrontarci con lo spaesamento degli altri. Autoreferenti, vogliamo sperimentare strategie per costruire relazioni tra i autoreferenti”. Si cerca “una relazione tra esperienze oggi coesistenti ed estraniate”, non per omologarle, al contrario per “consentire di riconoscere nel diverso da sé la propria continuità.
Stefano Ciotti, “Il passo dell’oca”, 2019
Non è più il pensiero il motore dell’esistenza, ma è “il mutevole dinamismo della vita che diventa, nell’immediatezza dell’esperienza, motore dell’organizzazione del pensiero”. Questo si svolge a livello individuale, ma non si esaurisce tutto nel “foro interno”: “consideriamo parti sociali dell’individuo tanto la sua ragione consapevole quanto la sua inconsapevolezza”, quindi le attività “laterali” della psiche, e “consideriamo fondamentali queste parti nella ricostruzione della coscienza stessa, nella percezione dei valori…” in un processo “dove si pongono in nuce i presupposti del pensiero e dei concetti”.
Carlo Frisardi, “Entropia”, 2018
In questa visione, un ruolo importante possono svolgerlo la cultura e l’arte come fonte dei processi creativi in grado di dar luogo a “un’ampia aggregazione di intellettuali, artisti e cittadini, che possano così porre in campo la propria visione introspettiva del mondo e le loro percezioni del reale, nel segno di un loro reciproco confronto e con la società stessa, in quanto tale”. Non è cosa da poco, perché “non può più esserci continuità praticabile con le culture del passato, anche prossimo, ma solo ‘reincontro’ necessario, per recuperarle a un livello di effettiva comunicazione e non solo quale pura informazione”.
Simonetta Gagliano, “Pentimento” , 2014
Otto anni dopo, nel 2017, il “Manifesto per l’Arte – Pittura e scultura” , discusso nell’incontro pubblico associato alla mostra, ha declinato sul versante artistico e culturale questa visione. Nei suoi 25 capoversi vengono lanciati messaggi e segnali con l’intento di aggregare individualità che restano tali ma trovano nel percorso comune la rivendicazione di diversità e di valori condivisi.
Inizia con l’orgogliosa rivendicazione dei valori primari dell’umanità minacciati perché “l’attuale società si fonda sulla categoria della ‘convenienza’ che considera irrilevante l’identità umana”. Mentre la reclama la “soggettività dell’essere e i suoi impulsi” in cui si identifica “la coscienza individuale, la vera antitesi radicale nei confronti del pensiero unico dominante”. Rendendo protagonista “la soggettività” si può contrastare lo spaesamento e il disorientamento dell’omologazione.
Duccio Tringali, “L’infanzia del mago”, 2019
Qui il messaggio entra nei rapporti tra l’individuo e la società, nel senso che mentre rivendica “l’unicità dell’umano” e della sua verità la considera “connaturata alla relazione con l’altro”. Più precisamente: “L’essere, capace di calarsi profondamente nella sua unicità soggettiva, può raggiungere gradi di verità universale e, in quanto tale, condivisibile”.
Non è un ossimoro la rivendicazione dell’individualità e insieme della possibilità che diventi universale; ma sancisce che non deve più essere il pensiero unico ed omologato a diventare universale, tanto più oggi che si fonda sulla “convenienza” e non sui veri valori; ma può diventarlo l’insieme di pensieri individuali all’insegna della libertà nei quali vi è il riconoscimento del “diverso da sé” come un valore da difendere. In tal modo il “pensiero creativo” nella sua originalità e unicità si pone “come antitesi in un’epoca che vive la norma della riproducibilità dei processi mentali”.
A questo punto nel Manifesto entrano in scena la pittura e la scultura perché in esse si può esemplificare “l’ipotesi di un processo creativo mosso dall’inedito ingresso della soggettività dell’essere nella storia” alla ricerca della verità in un’epoca in cui si sono perduti i punti di riferimento: “Pittura e scultura diventano strumenti necessari per riallacciare questo filo spezzato e dare forma a un pensiero che nasce dalla stessa vita in un inedito “sum ergo cogito”. Esse rappresentano l’espressione tangibile dell’”essere”, le immagini create con la mano sono “disegnate dal liquido biologico dell’artista e del suo essere mentre reagisce agli stimoli del mondo”.
Giuseppe Indaimo, “Homo Homini Lupus – Homo Homini Deus” 2019
L’inversione rispetto al “cogito ergo sum” è fondamentale, protagonista non è più il pensiero ma l’essere, dato che il “non sapere” si pone allo stesso livello del “sapere”, crediamo nella logica socratica che pone il “so di non sapere” come forma più elevata di conoscenza. “In questo processo generativo, il compito della ragione è solo quello di accogliere e aiutare il parto dal profondo divenendone, in tal senso, la ‘levatrice’”. Ecco la conclusione: “Per queste ragioni pittura e scultura devono ‘dire’ e non più ‘raccontare’, perché in un processo in divenire esse saranno l’impronta ‘autografa’ del nostro essere”.
Lina Passalacqua, “Proiettati al futuro”, 2019
Le
riflessioni delle critiche d’arte e
curatrici che hanno promosso e firmato il Manifesto
Approfondiscono i punti chiave del Manifesto che reca anche la loro firma Rita Pedonesi, Presidente dell’Associazione in tempo” , promotrice, e Ida Mitrano, con lei anche nel libro “Manifestarsi”. Due critiche d’arte e curatrici impegnate con la loro sperimentata cultura e passione civile: la prima intitola la propria nota “Soggettività e collettività. Quale relazione?”, la seconda “Un Manifesto per l’arte. Ragione e necessità”, tema al quale anche la Pedonesi non manca di dedicare parte delle sue considerazioni.
Alina Picazio, “I’ll be your mirror”. 2018
Per Rita Pedonesi la soggettività “se o in che modo si relaziona oggi con la collettività” è un punto centrale del Manifesto per l’arte, in quanto esprime la possibilità di reagire al disagio generato nell’individuo dal relativismo e al conseguente spaesamento in atto che lo portano a ripiegarsi su se stesso, ad ascoltare le proprie pulsioni interiori in un percorso, “tra sapere e non sapere, verso un cammino sconosciuto di cui, attimo per attimo, possiamo intuire la direzione”.
Alessandra Pedonesi, “Ottomarzo”, 2018
Si può contrastare
così il disorientamento che ha fatto
perdere i tradizionali punti di
riferimento e rischia di far smarrire
irrimediabilmente valori che sembravano consolidati: “Dominata dalla nuova ‘global class’ apolide delle tecnologie finanziarie, l’attuale
società della ‘superficie’ plagia, omologa, appiattisce per svuotare gli
individui di ogni valore e renderli meri
oggetti di sfruttamento e di consumo”.
Il rimedio a questa deriva che sembra inarrestabile va trovato
nell’interiorità del soggetto, in questa
“nuova forma della soggettività” o “processo dell’essere” che valorizza
“l’unicità dell’umano” e della sua
verità e ne salvaguardia l’ “identità antropomorfa”.
Il processo creativo che esprime l’essere raggiunge “l’unicità-verità” nell’opera dell’artista il quale attinge alle parti inconsapevoli della coscienza e utilizza quelle coscienti in modo del tutto peculiare. Risultato: “Quello di captare e catturare, nel ‘qui ed ora’, del gesto in cui la ‘materia’ accade, quanto dal profondo si genera”.
Ana Maria Laurent, “Vento d’autunno”, 2019
Tuttavia non si tratta di una “soggettività autoreferenziale, narcisistica, incapace di relazionarsi ”, tutt’altro. L’”unicità-verità” del singolo è “altresì capace di interagire, creando corti circuiti di senso, nel profondo di altre soggettività”, creando le condizioni, evocate dal Manifesto fondativo dell’Associazione di “creare una mini comunità in progress capace di ascolto”. In questo processo si colloca l’arte come “espressione stessa della vita, del senso dell’umano e difesa dell’identità della specie; come tale antitetica al pensiero unico dominante e alla riproducibilità dei processi mentali”.
La riflessione di Ida Mitrano parte dalla “volontà di condivisione” espressa nel Manifesto per “ricostituire un tessuto aggregativo sulle nuove ragioni fondanti dell’arte oggi”, con questa prospettiva: “Parole, pensieri, affermazioni di pochi devono diventare quelle dei tanti che credono nella funzione sociale dell’arte”.
Valeria Cademartori, “La musica di Aleppo”, 2018
Una funzione così declinata: “Non arte per la società, ma arte nella società. Non arte sociale, ma arte in relazione con la realtà e i suoi dinamismi… Arte che rifiuta il parametro dominante della convenienza”. La pittura e la scultura sono emblematiche nella ricerca dell’identità antropomorfa per la loro capacità di contrapporsi ai nuovi linguaggi dell’era digitale che portano all’omologazione e alla spersonalizzazione. Per questo sono “linguaggi scomodi. Scomodi perché richiedono presenza, tempo, ascolto. Una dimensione dove il gesto è portavoce di qualcosa che sfugge a qualunque codice artificiale, perché capace di discontinuità nella realtà del suo accadimento”.
Giovambattista Cuocolo, “L’oltraggio”, 2019
L’opera d’arte viene evocata come espressione simbolica dell’unicità e dell’originalità che si deve recuperare per arrestare l’omologazione e la ripetitività: “Non c’è gesto pittorico o fare scultoreo che si possa riprodurre identico, perché questi linguaggi sono autonomi, in relazione solo alla soggettività dell’artista… l’arte, per sua natura, non potrà mai essere risolta in un software”.
Né la vera soggettività è quella dei social nella rete Internet, è una “soggettività controllata, soggettività falsata, soggettività espropriata”. La soggettività che le contrappone il Manifesto è la “voce dell’unicità dell’umano”, rispetto all’arte rappresenta “il solo riferimento per quell’artista che non riconosce la categoria della convenienza come aggregante sociale”. Non è una “torre d’avorio”, né un rifiuto della realtà del suo tempo: “Significa invece che solo nella soggettività oggi, in quel sum ergo cogito, può nascere una nuova possibilità aggregativa, una nuova condivisione fondata sull’essere che diviene originante”. L’essere torna al centro e l’arte, pittura e scultura in particolare, ne è la più autentica espressione.
Antonio Del Donno, “Vibrazioni di colore”, 1980
Le
riflessioni di due artisti in prima fila nell’impegno per il Manifesto
I due artisti di cui riportiamo alcune riflessioni sono per altro verso capofila anch’essi, Danilo Maestosi nella serata ha presentato gli altri intervenuti, Ennio Calabria è il prestigioso Maestro presidente onorario dell’iniziativa, con il quale chiuderemo i “flash” sulle riflessioni.
Danilo Maestosi motiva il suo assunto che “All’uomo bisogna tornare” osservando che a questo fine la pittura e la scultura sono le forme più adeguate per un ritorno alle origine archetipe della storia dell’umanità, come i graffiti delle caverne e i feticci in legno o in pietra. E ripercorre le fasi critiche attraversate dall’arte con le avanguardie e soprattutto con il dilatarsi oltre l’immaginabile dei codici espressivi innescato dalla “Fontana-orinatoio” e dagli altri “Ready made” di Duchamp. L’arte non corrisponde al processo creativo e “non risponde più a una necessità interiore, ma produce e ne impone una falsa, funzionale al suo vendersi come merce”; l’opposto di quanto prediligeva Duchamp che combatteva la sostituzione del “valore d’uso” con il “valore di scambio”, come evidenziato da Pablo Echaurren nel suo recentissimo “Duchamp politico” nel quale, quasi in analogia al Manifesto, si può trovare un invito all’azione, anzi alla mobilitazione contro la mercificazione dell’arte.
Franco Mulas, “Calendario”, 2018
In questa situazione degradata, il “ritorno all’uomo” viene ritenuto necessario “per fare argine a una società sempre più frantumata, robotizzata, sempre più etero diretta, basata su scambi sempre più veloci, sul culto dell’apparenza e della superficie”. Pittura e scultura hanno un ruolo primario perché sono “il risultato di un parto che ha come levatrice la ragione e la sua gestazione nella profondità inconsapevole dell’inconscio, nell’imprevedibilità di un gesto che nasce dalla pancia e dalla testa, affonda le sue radici nel mistero e col mistero si misura, per fondare la sua verità”.
All’opposto di queste nobili origini, irrompe la mercificazione portata dalla nuova ideologia con “la bussola guida della convenienza”, spinta ”dalla rapacità del sistema e dalla velocità degli scambi”. Come combattere questa degenerazione che comporta pesanti guasti sociali, come l’aggravarsi delle disuguaglianze e l’abbandono della solidarietà e dei diritti civili su cui si basa la nostra civiltà?
Dino Masella, “Totipotenza”, 2918
Maestosi nella visione di “un uomo nuovo – l’essere – proiettato nel futuro”, mette in guardia dalla radicalizzazione di chi vuole “liquidare come irrilevanti conoscenza e cultura, non parliamo della Storia, che sembriamo immaginare finita col crollo delle ideologie, e dunque sostituibile, non più funzionale alla Specie”. Ci si deve chiedere invece “quale Storia riemergerà da queste mutazioni d’epoca che registriamo e come potremo da intellettuali quali siamo contribuire a disegnare direzioni e spiragli”. E per questo si deve operare, senza illudersi di poter coinvolgere altre forze intellettuali, nella consapevolezza della difficoltà di andare controcorrente.
Dario Falasca, “Primordio” , 2019
Terminiamo le enunciazioni ideali con quelle della “star” della serata, il maestro Ennio Calabria, un vero antesignano la cui vita artistica è stata contrassegnata dal “tempo dell’essere” e si è espressa nelle opere tornate alla ribalta nella grande mostra del 2018 a Palazzo Cipolla, ideata e promossa da Emmanuele F. M. Emanuele. Il suo intervento orale è stato appassionato, le riflessioni scritte sono coinvolgenti.
Entrando nel recesso della “soggettività” rileva come siamo in un’epoca in cui “la dimensione collettiva non è più in grado di farsi carico della categoria del ‘valore’, ma è ormai diretta dalla ‘convenienza’ come unico valore orientativo”; pertanto la coscienza individuale “subisce un processo di involuzione verso l’istinto” nel quale “entrano come nuovi fondamentali soggetti causali lo spazio e il tempo”, che non hanno la “dimensione umana” della storia, ma “disumana”.
Antonella Catini, “Impermanenza”, 2019
Non cita esplicitamente il “tempo dell’essere” che è stato il suo sigillo, ma afferma che nel “ritorno all’istinto”, per certi versi involutivo, c’è l’aspetto positivo della “difesa dei caratteri antropomorfi contro il serio rischio di robottizzazione dei processi mentali a causa dell’invasività tecnologica”, altro pericolo da combattere. “Viviamo in un assoluto presente nel quale si riversano il passato e il futuro”, l’inizio corrisponde alla fine, nella visione immateriale “in antitesi con la forma fisica del movimento futurista”, il movimento diventa “trasfigurazione” non verso il futuro, ma “su se stesso”.
Franco Ferrari, “Instabile presente”, 2018
Eccone le conseguenze: “La dimensione della soggettività è ormai l’unico soggetto capace di farsi carico di valori dei quali non può più farsi carico la dimensione collettiva persa nel pensiero unico”. Per raggiungere una visione universale non si deve più mediare tra mille posizioni in orizzontale, ma sfuggire dal “pensiero unico” calandosi in verticale all’interno, “sprofondando” nella propria unicità. “La verità siamo noi e non ciò che riteniamo vero”, vale a dire che “non è più il pensiero che garantisce il senso della vita, ma è la vita che si fa pensiero”, intendendo “la vita nel proprio essere quotidiano” che è “portatrice in sé del nuovo senso della stessa vita”.
Danilo Maestosi, “La città che brucia” , 2019
Di qui il “sum ergo cogito”. “noi oggi ci identifichiamo con l’imprevedibilità della vita e con il suo agire in tempo reale e nell’odierno presente assoluto”. E la vita ci aggredisce senza darci tempo di cercare altrove le difese se non nel nostro essere: “Quindi è la realtà mentre accade che elegge la dimensione dell’intuizione a nuova epocale funzione, che eleva a nuova cultura ciò che abbiamo fisiologizzato”. Nel nostro essere e nel tempo, quindi torna il suo sigillo, ”il tempo dell’essere”.
Stefano Piali, “Confronto”, 2008
La Mostra
d’arte dei firmatari del Manifesto per l’arte
Abbiamo citato questi due artisti come espressione della comunità che si è formata intorno al Manifesto, altri si sono espressi sia nella serata del 10 dicembre sia nel libro “Manifestarsi”, ricordiamo soltanto i nomi dei firmatari e i titoli dei loro interventi scritti: Franco Ferrari “La pittura oggi” e Carlo Frisardi “Cos’è l’arte per noi”, Pietro Meogrossi “Introibo ad altare Dei (Ulysses, James Joice)” e Valeria Cademartori “Soggettività e liquido biologico”, Carla Mazzoni“L’arte come funzione sociale” e Tiziana Caroselli “Quale manifesto per gli artisti, e quali artisti per un manifesto?”, Duccio Tringali“Tra il dire e il fare” e Patrizia Borrelli “Gli artisti attraverso il Transumanesimo”. Nel libro sono inoltre riportati i Commenti di 29 personalità di cultura, in un dialogo aperto al confronto con punti di vista anche distanti.
Anna Addamiano, “Io e l’altra”, 2018
Degli artisti vediamo le opere esposte nella mostra parallela alla manifestazione curata, come il libro “Manifestarsi”, da Ida Mitrano e Rita Pedonesi, sottolineando che si era già tenuta aVarsavia, dal 23 ottobre al 18 novembre 2019, nel quartiere di Saska Kepica presso il Prom Kultury, dal titolo evocativo “Gli artisti italiani e i tempi nuovi”, organizzata dall’Associazione “in tempo” con i polacchi e l’Istituto italiano di cultura; nel catalogo l’iconografia delle opere e la scheda degli artisti sono precedute significativamente dal “Manifesto per l’Arte – Pittura e Scultura” che apre anche la mostra italiana. E ne danno testimonianza le opere non riconducibili a tendenze artistiche comuni, come per i Manifesti delle correnti del ‘900, dal Futurismo in poi, nei quali venivano enunciate le linee direttrici di una nuova visione artistica, qui del tutto libera ed eterogenea, ma nello spirito dell’aggregarsi in nome della comune identità.
Stefania Lubrani, “Mutante”, 2016
Tra le 29 opere esposte, 23 sono pitture in olio e acquerello, acrilico e tecnica mista su tela, tavola, carta; 6 sono sculture in diversi materiali, dal legno dipinto alla terracotta, dall’’acciaio al ferro, rame e al vetro; sono molto recenti, quasi la metà di esse del 2019, un terzo del 2018 e le restanti di anni precedenti.
Nei dipinti spicca lo splendido paesaggio figurativo “Il molo”, diEnnio Calabria, che a Varsavia aveva esposto un suggestivo “Autoritratto..: verità nell’enfasi”; gli accostiamo l’albero sul precipizio che segna “L’inizio della fine”.di Nicola Santarelli.
Ferruccio Maierna,“Senza titolo”, 2019
Figure umane molto diverse, in “Dove” di Marilisa Pizzorno, e “Contemplazione nel silenzio” di Nino Pollini, due immagini femminili pur molto dissimili con le braccia conserte e il volto verso l’alto; mentre “Il passo dell’oca” di Stefano Ciotti ed “Entropia” di Carlo Frisardi presentano due differenti siluette. “Pentimento” di Simonetta Gagliano mostra la sagoma di un corpo crocifisso e “L’infanzia del mago” di Duccio Tringali delinea un volto come nell’addensarsi di nuvole. “Dammi dolore cibo quotidiano” di Ernesto Lamagna e “Homo Homini Lupus – Homo Homini Deus” di Giuseppe Indaimo completano questa galleria umana, il primo con un viso da clown, il secondo con le teste umana e di lupo affiancate in una compresenza-contrapposizione.
Alfio Mongelli, “Prisma Ottico/Riflessione della Luce”, 1984
La maggior parte delle altre opere pittoriche si colloca nell’astrazione e nell’informale, a parte “Proiettati al futuro” di Lina Passalacqua che nella rutilante esplosione di linee di forza oltre che nel titolo rimanda al Futurismo di cui l’artista è tuttora attiva protagonista, fa parte del gruppo dei “Futuristi calabresi”. Visioni oniriche in “I’ll be your mirror” di Alina Picazio e nella stampa fotografica “Ottomarzo” di “Alessandra Pedonesi”.
Patrizia Borrelli, “Mare Nostrum” ,2015
“Vento d’autunno” di “Ana Maria Laurent” è reso con il giallo e il rosso ruggine delle foglie che cadono, Forti tratti scuri percorrono “La musica di Aleppo” di Valeria Cademartori, “L’oltraggio” di Giovanbattista Cuocolo e “Vibrazioni di colore” di Antonio Di Donno, dominante scura in “Calendario” diFranco Mulas e rossa in ”Totipotenza” di Dino Masella. Il titolo“Primordio” di Dino Falascaci fa ripensare a Corrado Cagli, che ne fece un sigillo, e “Impermanenza” di Antonella Catini a una visione altrettanto filosofica.
Gli ultimi due dipinti sono molto diversi, tra loro e da tutti gli altri: L’”Instabile presnte” è reso da Franco Ferrari in un azzurro abbagliante con una sagoma misteriosa, “La città che brucia” da Danilo Maestosi con dei tratti leggeri evocativi, chissà se si è ispirato alla canzone “Se bruciasse la città”, di Bigazzi, Polito e Savio, grande successo del cantante Massimo Ranieri, 3^ a Canzonissima 1969, compie mezzo secolo!
Delle 5 sculture, tre rappresentano figure umane, i due corpi avvinti in “Confronto”, la terracotta patinata di Stefano Piali e i volti di “Io e l’altro”, il legno dipinto di Anna Addamiano e “Mutante” , l’encausto e vetro di Stefania Lubrani. E’ chiamata “Senza titolo” la colonna-totem in ferro e rame di Ferruccio Maierna, e “Prisma Ottico/Riflessione della Luce” la vela triangolare in acciaio di Alfio Mongelli. L’intrigante“Mare nostrum” di Patrizia Borrelli chiude la nostra rassegna illustrata della mostra.
“Manifesto per l’Arte- Pittura e Scultura”
Quest’ultima opera, una barca in ferro, piombo e vetro con un intrico di fili che sembrano imprigionare figure era posta all’ingresso, come un “memento”: realizzata nel 2015, quando fu varata l’operazione di soccorso ai naufraghi del Mediterraneo, è un messaggio quanto mai attuale. E conferma con la sua forza evocativa, al termine della galleria degli artisti firmatari del Manifesto, le conclusioni delle due promotrici, Mitrano e Pedonesi: “Questo Manifesto vuole ‘dire’, vuole essere ‘vivente’ vuole essere ‘in tempo’ nel tempo. Siamo convinti che insieme possiamo essere una forza”.
“Dichiarazione” con le firme degli artisti
Info
La manifestazione si è svolta presso “Plus on Plus” a Roma in viale Mazzini 1. E’ stato presentato il libro: Associazione culturale in tempo, “Manifestarsi. Manifesto per l’arte. Pittura e Scultura. Riflessioni e commenti”, a cura di Ida Mitrano e Rita Pendonesi, Bordeaux edizioni, ottobre 2019, pp, 182; dal libro sono tratte le citazioni del testo. Catalogo della mostra a Varsavia, Associazione culturale in tempo, “Artisti italiani e i nuovi tempi” , a cura di Ida Mitrano e Rita Pedolesi, Prom Kultury. Ottobre 2019, bilingue polacco-italiano, pp. 62, formato 21 x 21,5. Per gli artisti citati nel testo, cfr. i nostri articoli: in questo sito, nel 2019, Cagli 5, 7, 9 dicembre, Rosefeldt 25 giugno, nel 2020 nei prossimi giorni, 6 e 9 aprile, 2 articoli, Echaurren su “Duchamp politico” ed Echaurren, “artista politico”; in www.arteculturaoggi.com, Calabria 31 dicembre 2018, 4, 10 gennaio 2019, Futuristi 7 marzo 2018, Passalacqua 10 gennaio 2018, 1° aprile 2015, 28 msggio 2014, 25 aprile 2013, Echaurren “Contropittura” 20, 27 febbraio 4 marzo 2016, “Crhomo sapiens” 23, 30 novembre, 14 dicembre 2012, Duchamp 16 gennaio 2014; cultura.inabruzzo.it, Maestosi 32 marzo 2010, Futuristi, 30 aprile, 1° settembre, 2 dicembre 2009 (quest’ultimo sito non è più raggiungibile, gli articoli saranno trasferiti su altro sito).
Copertina del libro con il Manifesto e i Commenti
Foto
Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nella serata al “Plus on Plus”, ad eccezione delle n. 13, 28, 29 tratte dal Catalogo della mostra di Varsavia, si ringraziano gli organizzatori e l’Editore, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta, un ringraziamento particolare all’artista Lina Passalacqua per aver accettato di farsi riprendere davanti al proprio dipinto nella foto posta al termine della galleria delle opere esposte. In apertura, la parte anteriore della Sala, al microfono Danilo Maestossi a sin, Ennio Calabria a dx; poi le immagini di tutte le opere in mostra inseite nell’ordine di citazione del testo: inizia Ennio Calabria, “Lo scoglio” , seguono, Nicola Santarelli, “L’inizio della fine” 2019, e Nicola Pizzorno, “Dove” 2018; poi, Nino Pollini, “Contemplazione nel silenzio” 2019, e Stefano Ciotti, “Il passo dell’oca” 2019; quindi, Carlo Frisardi, “Entropia” 2018, e Simonetta Gagliano, “Pentimento” 2014; inoltre, Duccio Tringali, “L’infanzia del mago” 2019, ed Erenesto Lamagna, “Dammi dolore cibo cotidiano” 2019; ancora, Giuseppe Indaimo, “Homo Homini Lupus – Homo Homini Deus” 2019, e Lina Passalacqua, “Proiettati al futuro” 2019; continua, Alina Picazio, “I’ll be your mirror” 2018 e Alessandra Pedonesi, “Ottomarzo” 2018; seguono, Ana Maria Laurent, “Vento d’autunno” 2019 e Valeria Cademartori, “La musica di Aleppo” 2018; poi, Giovambattista Cuocolo, “L’oltraggio” 2019, e Antonio Del Donno, “Vibrazioni di colore” 1980,quindi, Franco Mulas, “Calendario” 2018, e Dino Masella, “Totipotenza” 2918; inoltre, Dario Falasca, “Primordio” 2019, e Antonella Catini, “Impermanenza” 2019, ancora, Franco Ferrari, “Instabile presente” 2018, e Danilo Maestosi, “La città che brucia” 2019; continua, Stefano Piali, “Confronto” 2008, e Anna Addamiano, “Io e l’altra” ; seguono, Stefania Lubrani, “Mutante” 2016, e Ferruccio Maierna,“Senza titolo” 2019; poi, Alfio Mongelli, “Prisma Ottico/Riflessione della Luce” 1984, e Patrizia Borrelli, “Mare Nostrum” 2015; quindi, il “Manifesto per l’arte” e la “Dichiarazione” con le firme degli artisti; infine, la Copertina del libro con il Manifesto e i Commenti, e, in chiusura, la Sala ripresa dal fondo.
Sul fronte della cultura va sottolineata positivamente l’iniziativa “la cultura non si ferma” con cui il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo fornisce agli italiani “tutti in casa” i link per visite virtuali a Musei e non solo, fino all’offerta delle storie illustrate negli “albi” della mostra “Fumetti nei Musei” raggiungibili “on line” con un click, sul sito del Ministero, e alla giornata dantesca “Dantedì”, ringraziamo il ministro Dario Franceschini. Inoltre viene annunciata la visita virtuale “on line” aperta a tutti a partire dal 26 marzo alla grande mostra “Raffaello 1520-1483” nel 5° centenario, attraverso il sito e i social delle “Scuderie del Quirinale”, ringraziamo il presidente Mario De Simoni. L’Accademia di Santa Cecilia mette a disposizione Concerti registrati “in streaming” negli stessi giorni e ore di quelli consueti “in vivo” e visibili con facili collegamenti per l’intera settimana, lo comunica Giuseppe Maria Sfligiotti che li definisce “concerti in tempore belli”, lo ringraziamo. L’Associazione Civita ha lanciato il “contest di scrittura” #tiracconto da casa” per raccconti brevi di 1500 battute, “lo spazio interno che siamo chiamati ad abitare è quello delle nostre case ma anche l’interno di noi stessi”, grazie al presidente Gianni Letta. La messa mattutina di Papa Francesco dalla cappella di Santa Marta trasmessa in TV alle ore 7 su Rai1 è il messaggio consolatore quotidiano unito all’invocazione salvifica: se ne ha tanto bisogno in questa fase angosciosa, gli siamo grati oltre che devoti per la sensibilità umana congiunta all’ispirazione religiosa. Dopo questa premessa culturale e religiosa riteniamo doveroso commentare la drammatica situazione dell’emergenza sanitaria.
Non possiamo reprimere la spinta che ci preme dentro dalla prima fase dell’emergenza “coronavirus” dinanzi a un’evoluzione sempre più drammatica che sin dall’inizio abbiamo pensato aggravata dalla visione legata al quotidiano senza lungimiranza, sebbene l’esperienza cinese fosse stata molto istruttiva sulla via del rigore da intraprendere subito. Non è il senno del poi, né un’accusa al governo e al Comitato che ha indicato la linea seguita, ma la constatazione di una linea perdente con i risultati sotto gli occhi di tutti che finalmente si sta correggendo. Ne parleremo senza presunzione esternando ciò che riteniamo pensino tanti italiani, privi di intenti polemici, solo per fornire un contributo costruttivo. Si è in tempo a rettificare il tiro, e lo si sta facendo, non è sciacallaggio avanzare osservazioni, lo sarebbe tacere quando si hanno rilievi potenzialmente utili, che possono essere contrastati, non tacitati.
Tra l’alluvione di interventi di scienziati e virologi, specialisti di malattie infettive e di epidemie, ci è apparsa rivelatrice l’affermazione del prof. Massimo Galli, primario infettologo all’ospedale Sacco di Milano impegnato fino allo stremo nell’emergenza sanitaria, il quale all’intervistatore che lo definiva “in prima linea nella guerra al coronavirus” ha replicato che “in prima linea non siamo noi, ma tutti i cittadini, noi siamo nelle retrovie dove affluiscono i feriti spesso in condizioni disperate, di una guerra che si svolge nel territorio”. Affermazione rivelatrice perché fornisce una chiave interpretativa dei drammatici eventi che stanno sconvolgendo la vita di tutti. Prima linea e retrovie hanno ricevuto un grado di attenzione asimmetrico, ed è stata una grave anomalia, che ha scandito il mese nel quale l’assalto del “nemico” è risultato devastante.
La
“guerra” nelle “retrovie”, gli ospedali
Le “retrovie” si sono mobilitate al di là delle capacità organizzative ed umane; non si è fatto per la prima linea, cosa che ha reso oltremodo gravoso fino alla insostenibilità l’impegno eroico delle retrovie. Gli ospedali sono stati rivoluzionati per moltiplicare le disponibilità ad accogliere i feriti che arrivavano dal “fronte” sempre più numerosi e in condizioni sempre più gravi, le terapie intensive sono state incrementate per quanto possibile con una ricerca inesausta utilizzando tutti gli strumenti, medici, infermieri e operatori sanitari hanno superato sé stessi con una dedizione strenua senza limiti.
Anche l’attenzione dei cittadini si è concentrata sulle “retrovie”, quasi che il problema fosse soltanto “la crisi del sistema sanitario nazionale”, finché nelle regioni più colpite non solo le terapie intensive pur potenziate si sono saturate, ma anche l’accoglienza ospedaliera è stata compromessa; i “feriti” gravi non sono potuti neppure entrare negli ospedali da campo, sia pure in barelle nei corridoi, sono morti a casa o nelle ambulanze ferme per ore in attesa che si liberasse un posto nell’ospedale stracolmo. Poco di tutto questo è stato percepito all’esterno, a parte la saturazione dei posti in terapia intensiva, per un malinteso e a nostro avviso inappropriato intento di rassicurare i cittadini.
Il “leit motive” è stato che il vero problema posto dal coronavirus riguardava la “tenuta del sistema sanitario nazionale per la concentrazione della necessità di terapie intensive in un tempo troppo ristretto per potervi far fronte”. Per cui la strategia seguita era di “rallentare il diffondersi del contagio in modo da alleggerire le terapie intensive” e metterle in grado di assistere tutti i bisognosi di tale supporto: tutto qui. Sarebbe come se la strategia bellica, nelle guerre convenzionali, fosse commisurata alle disponibilità degli ospedali da campo di curare i feriti e non alla forza del nemico da sconfiggere sul campo con ogni mezzoe soprattutto con le strategie giuste. E poiché la “prima linea” sono i cittadini, la loro mobilitazione doveva essere pari, se non superiore, a quella che c’è stata nelle “retrovie”, e la comunicazione nonché le misure del governo dovevano essere coerenti con questa esigenza vitale a cui richiamare proprio tutti con severità.
Non abbiamo dimenticato il paradossale rifiuto iniziale alla richiesta, pur sacrosanta, delle regioni Lombardia, Veneto e Friuli, di stabilire la quarantena per i ragazzi provenienti dalla Cina – dalla quale peraltro erano stati bloccati i voli – per impedire la probabile fonte di contagio, come la campagna a favore dei ristoranti cinesi. A parte questa non trascurabile falla, anzi in coerenza con essa, si è scelta la linea della rassicurazione, insistendo in modo ossessivo sul fatto che è un morbo non grave, quasi trascurabile, poco più dell’influenza, e soprattutto riguarda soltanto i più anziani, in particolare gli ottantenni per i quali, comunque, c’è la terapia intensiva; quindi se si riesce ad adeguarla alle esigenze – si ripete, dei più anziani – il problema si può superare.
In ogni “bollettino di guerra” quotidiano delle ore 18, tranne solo in quello del 23 marzo e successivi – quasi un positivo ripensamento – si è insistito in modo altrettanto ossessivo su questa “esclusiva” del rischio, anzi aggiungendo con uguale insistenza che sono gli “ottantenni con più patologie” la parte di gran lunga preponderante dei decessi; “soltanto l’1% inferiori a 50 anni e con altre patologie”. Altro “leit motiv” è stato il “morti con coronavirus e non per coronavirus”, sottolineando che “viene alterato un equilibrio comunque precario, è solo la goccia che fa traboccare il vaso”, quindi di per sé nessuna grave pericolosità per i sani anche se anziani. questo almeni si è pecepito.
La
“guerra” nella “prima linea”, i
cittadini sul territorio
E così possiamo passare alla “prima linea” dove si svolge la guerra contro il coronavirus, riferita invece impropriamente solo alle “retrovie”. Neppure per le retrovie, peraltro, il messaggio è adeguato, la “trasparenza” ha riguardato soltanto i dati – peraltro non del tutto specchio della situazione, come vedremo più avanti – finché i servizi giornalistici hanno alzato il velo su una realtà oscurata forse per il consueto intento rassicurativo. Si è visto in “Piazza pulita” su “La 7” cosa vuol dire essere ricoverati per il coronavirus, perdendo ogni contatto con i familiari fino al decesso in una terribile solitudine; com’è terribile la “terapia intensiva” e come può essere grave la malattia anche nel decorso fausto, e soprattutto come possa colpire i giovani in modo gravissimo, perfino mortale.
Eloquente la recente intervista a un “tronista” della trasmissione televisiva di “Amici”, giovane e sano, che ha narrato il suo calvario in ospedale, temeva di addormentarsi e non svegliarsi per il respiro quasi bloccato, sentiva i polmoni di vetro, e tanto altro. Si sono oscurate le morti di giovani e il dramma spaventoso della malattia, mentre si sono amplificati i casi “asintomatici” di tanti personaggi, protagonisti della politica, dello sport e dello spettacolo, trovati positivi ma senza sintomi, ripresi a casa e intervistati via Skype. E’ notizia del 24 marzo che nel bergamasco ben 1.800 trentenni sono stati colpiti da polmonite da coronavirus, e da ogni parte giungono notizie del drastico abbassamento dell’età dei colpiti dal morbo e ospedalizzati; si paga la rassicurazione percepita, con prevedibile leggerezza, dai giovani che si sono sentiti poco minacciati, quindi non hanno preso le precauzioni istintive quando si sa di rischiare la vita.
L’effetto non voluto ma forse prevedibile della linea operativa e non solo comunicativa è stato che i cittadini sul territorio – definiti dal primario “la prima linea nella guerra” – sono risultati di fatto, pur se limitatamente alla parte meno responsabile di loro, poco più che spettatori di qualcosa che non li riguardava personalmente, se non per un generico “senso di responsabilità” riferito, lo ripetiamo, prima alle esigenze del “sistema sanitario nazionale” e non a se stessi, poi ai più anziani, gli ottantenni ossessivamente indicati come gli unici sostanzialmente a grave rischio se con patologie aggiuntive. Tutti gli altri quasi al riparo da conseguenze serie, anche perché non si è detto nulla delle condizioni dei ricoverati giovani, amplificando la normalità dei positivi rimasti a casa.
Come poteva reagire la “prima linea” dinanzi al bombardamento di messaggi rassicuranti, come se il problema riguardasse quasi solo il “sistema sanitario nazionale” e, tra la popolazione, vogliamo ripeterlo ancora, gli ottantenni con patologie, e il virus fosse un Erode dei vecchi? E’ venuta fuori la ben nota caratteristica nazionale di essere refrattari agli appelli alla “responsabilità” collettiva per il bene comune, quindi tanti hanno mantenuto i comportamenti individuali consueti. Nel senso che non si sono sentiti “richiamati” per “combattere” al fronte, ma spettatori disinteressati; mentre i più anziani sono stati lasciati soli a “combattere”, con l’angoscia di essere esposti a un rischio mortale proprio perché in “prima linea” si sono sentiti praticamente abbandonati.
Torniamo a dire che non si doveva chiedere solo la pur doverosa ma volontaria solidarietà intergenerazionale, bensì l’ autodifesa dei singoli di ogni età per il grave rischio corso personalmente da tutti, ne sarebbe derivata anche la difesa collettiva. Diciamo con questo che si sarebbero dovuti nascondere i dati per ottenere la mobilitazione di coloro che in effetti non corrono rischi? Assolutamente no, ma la quotidiana, ripetiamo di nuovo fino all’esasperazione, ossessiva sottolineatura che i decessi riguardano quasi esclusivamente i più anziani, oltretutto con più patologie, ha fatto sentire al sicuro tutti gli altri; mentre non sono affatto al sicuro, a stare ai casi di decessi anche di giovani, e soprattutto alle gravissime condizioni nella degenza dei malati di giovane età con tremende sofferenze negli ospedali, anche senza patologie pregresse come il “paziente 1”, atletico maratoneta di 38 anni. Come si insiste con il dire giustamente che il virus non sente confini geografici, si doveva insistere che non sente neppure confini generazionali, pur nel differente impatto ma sempre grave.
Quale l’effetto del bombardamento mediatico rassicurante? Che le altre classi di età al di sotto dei più anziani nel mirino, si sono sentite rassicurate e non hanno seguito le raccomandazioni diffuse largamente – questo sì, occorre riconoscerlo, in ogni occasione pubblica e privata e in tutti i mezzi di comunicazione – sulle attenzioni e cautele prima, sugli obblighi tassativi poi. Siamo italiani, e non potevamo non conoscere che se non toccati direttamente non ci sentiamo obbligati, putroppo se ne è avuta conferma.
Altrimenti come si spiega che con tutte le raccomandazioni di stare a casa, tenere le distanze, evitare gli assembramenti, ecc. ecc. i servizi televisivi hanno documentato le macroscopiche violazioni su larga scala con le “movide” e i luoghi di svago animati, le spiagge affollate e le metropolitane stracolme, i treni e i bus presi d’assalto? Nessun ottantenne ma delle altre classi di età, giovani in primis, che si sentono al sicuro, e anche le deplorazioni che sono state fatte riguardano sempre la scarsa coscienza collettiva e la responsabilità per la diffusione del contagio, mai il rischio personale; e neppure quello familiare, dovendo comunque rientrare tutti nelle proprie famiglie diffondendo un contagio che li espone su questo duplice fronte. Mentre andava ripetuto in modo insistente – cosa che non si è fatta, anzi si è fatto l’opposto – che anche nei decorsi fausti, per fortuna maggioritari, la malattia è tremenda, e non si può fare affidamento sui casi “asintomatici, che vengono amplificati nei personaggi di politica, spettacolo e calcio, mentre non si parla del presidente di una società calcistica morto a 35 anni, né del duro decorso di giovani e forti pur se con la consolazione del lieto fine.
Si è prescelta la linea rassicurante, mentre la mobilitazione della “prima linea” doveva essere basata su messaggi trasparenti e veridici, sì, ma realistici, sulla gravità di una malattia dal decorso drammatico per ogni età, anche fino ad esiti fatali, non attenuata dalla diversa frequenza e probabilità data dai numeri, che non andavano pervicacemente divisi per età come si è fatto, ma potevano essere forniti globalmente. Nonostante questo, si deve riconoscere che la maggioranza dei cittadini ha rispettato le restrizioni ed è giusto che ne venga dato atto, ma si deve anche sottolineare che la piccola minoranza deresponsabilizzata può aver alimentato il contagio con l’effetto moltiplicativo dei contatti personali e familiari senza la remora del rischio personale. A Milano il 40% del consueto è risultato nelle strade, una presenza che ha scandalizzato i medici cinesi alloro arrivo: non bastano le piazze e le vie deserte di cui riportiamo tante immagini – che provano la disciplina della larga maggioranza – purtroppo la “circolazione” del virus è tale che sono bastate le indiscipline e le esenzioni dovute a movimenti permessi ma senza i presidi protettivi, come vedremo tra poco, molto diffuse nella prima fase.
Questa è una delle carenze in una “guerra” che doveva impegnare la “prima linea” dei cittadini e non solo le “retrovie” degli ospedali che hanno subito gli effetti devastanti di una “prima linea” in cui hanno “combattuto” quasi da soli i più anziani, soccombendo soprattutto nel bergamasco, tanto che Mattarella ha parlato di “strage di una generazione”, mentre il sindaco Gori di “scomparsa di intere generazioni”, perchè anche i meno anziani se ne sono andati. Il principale ospedale di Bergamo giunto al collasso, la terapia intensiva satura, anziani che muoiono senza poter essere assititi e senza alcun conforto, il contagio che corre nell’ospedale: un quadro disperato che fa invocare agli operatori ospedalieri bergamaschi un intervento sanitario diffuso sul territorio per allentare l’insopportabile pressione sugli ospedali, incapaci di farvi fronte.
Magari si fosse trattato soltanto di difetti di comunicazione, mentre la “prima linea” veniva rafforzata nei fatti! E’ avvenuto l’inverso, la “prima linea” dei cittadini è stata privata delle armi indispensabili, come le “mascherine”. E questo con le altrettanto pervicaci indicazioni – proseguite alla data del 26 marzo – che “le mascherine non servono a proteggersi, anzi possono essere dannose dando una sicurezza che può far ridurre le attenzioni necessarie”; è stato detto doverle indossare, oltre agli operatori sanitari, soltanto i positivi perché non trasmettano le “goccioline” che provocano il contagio nel micidiale “droplet”. A questa si è aggiunta l’indicazione che “gli asintomatici non diffondono il contagio perché il loro virus è molto attenuato”. Quindi il messaggio percepito è stato: “Girate senza mascherina tranquilli, basta distanziarsi di un metro, comunque rischiano quasi solo i più anziani soprattutto ottantenni…. fatelo per loro a rispettare le prescrizioni di non affollarsi e per il sistema sanitario nazionale!”.
Soltanto adesso sta trapelando una realtà ben diversa, gli “asintomatici” sono contagiosi eccome! Lo abbiamo temuto da tempo, altrimenti come si spiegherebbe il diffondersi del contagio anche agli alti livelli che si presume ben protetti, quali il viceministro della salute, persino Bertolaso – pochi giorni dopo l’arrivo a Milano chiamato dal presidente della Lombardia per realizzare in pochi giorni un nuovo grande ospedale nella Fiera – i presidenti di due Regioni, il principe Alberto di Monaco e Carlo d’Inghilterra, le consorti dei presidenti di Canadà e Spagna, personaggi dello spettacolo come Placido Domingo e Giuliana de Sio, e della televisione come Nicola Porro e Piero Chiambretti, tanti calciatori fino a 12 operatori della Protezione civile, e molti altri, per non parlare di medici e infermieri, purtroppo esposti con grave pericolo personale. Come si può pensare che siano stati contagiati da starnuti o colpi di tosse, o dal respiro ravvicinato, non lo si può credere trattandosi di personaggi ben avveduti, cautelati e protetti.
E se sono gli “asintomatici” – nei quali si annida subdolo il virus come facevano i “commandos” vestendo la divisa del nemico – a contagiare favoriti dall’invisibilità dei sintomi, l’obbligo delle “mascherine” per tutti avrebbe protetto i sani ignari e inermi proprio dagli “asintomatici” ignoti, quindi era una esigenza indifferibile. Si potrebbe obiettare che le “mascherine” non sono disponibili neppure per tutti gli operatori della salute, figurarsi per i cittadini, e per questo si è dovuta forzatamente dare tale indicazione negativa. Sarebbe inappropriata anche questa obiezione, andrebbe invece sottolineata l’esigenza di coprirsi naso e bocca, magari con sciarpe e “foulard” protetti da fogli in plastica, un ”fai da te” che soltanto Barbara Palombelli su Rete 4 ha cercato di diffondere, ma il suo messaggio è stato sistematicamente smentito in televisione dalle risposte degli “esperti” che anzi le ritenevano pericolose, per cui lo hanno neutralizzato.
Quindi alla replica che neppure le “retrovie” ospedaliere hanno avuto le “armi” necessarie, pertanto non poteva averle la “prima linea” costituita di tanti milioni di cittadini, si oppone il rimedio del “fai da te”, forsei insufficiente ma responsabilizzante per i singoli, insieme alla consapevolezza che chiunque poteva contagiarli e in tal caso ci sarebbero state gravi conseguenze anche per i giovani, non solo per gli ottantenni per di più con patologie. Non ci sarebbe stato l’”assalto ai treni” per il Sud all’annuncio del decreto del 7-8 marzo, senza alcuna protezione, perché i singoli si sarebbero sentiti esposti a un contagio con gravi effetti personali, e questo conta molto più che l’appello alla responsabilità collettiva, vogliamo ripeterlo. E sembra che sia stato dell’ordine di 100 mila l’esodo dei lavoratori e studenti dalla Lombardia alle regioni del Sud, con il 15% febbricitanti e su mezzi affollati, con alte probabilità di contagiarsi, rientrati nelle famiglie con alte probabilità di contagiarle; finora si assiste a un vero miracolo perché non c’è stata, e speriamo non ci sarà, la temuta esplosione al Sud, incrociamo le dita!
La conduzione della “guerra” con “gradualità”, criterio perdente
Questo ci fa entrare nel tema altrettanto decisivo evocato dalla rivelatrice definizione della “prima linea dei cittadini” da parte del primario dell’Ospedale Sacco di Milano, la “retrovia” più esposta, e riguarda la conduzione della “guerra” da parte dello stato maggiore e del comandante in capo. Prima considerazione, non si sa se c’è o meno un “comandante in capo”: Angelo Borrelli, che era ritenuto “Commissario per l’emergenza” ha corretto il giornalista che lo definiva tale dicendo di essere soltanto “Capo dipartimento della Protezione civile”. Il titolo di Commissario è stato dato dopo un mese di “guerra”, ma con un ruolo limitato agli approvvigionamenti, a Domenico Arcuri, un manager sperimentato il quale dopo sei giorni ha potuto comunicare risultati positivi sulle “munizioni” procurate, pur se insufficienti, come le “mascherine” che saranno anche prodotte in Italia a 50 milioni di unità al mese per la “prima linea” dei cittadini e per le “retrovie” ospedaliere, da parte loro potenziate notevolmente nei posti di terapia intensiva e posti letto di degenza, nei medici e infermieri, negli ospedali da campo con immane sforzo. Ma si è trattato ancora di un annuncio con scarso seguito, pertanto si protrae la grave carenza di materiale protettivo per i sanitari che pagano un alto prezzo in termini di contagiati e di vittime, come i soldati dell’Armir mandati in Russia nella guerra mondiale con scarpe di cartone nella morsa del gelo dell’inverno siberiano.
Si sono aggiunti, fornendo un aiuto generoso e insperato, gli espertissimi medici cinesi, oltre 300 arrivati in tre riprese, 52 medici e operatori sanitari cubani, 170 medici militari e operatori sanitari giunti “dalla Russia con amore” su 15 aerei carichi dei preziosi materiali sanitari che da noi scarseggiano; in più 300 medici reclutati con il bando italiano su quasi 8 mila domande, che sono una importante riserva cui attingere. Alla mobilitazione internazionale in nostro socorso l’Occidente finora ha partecipato poco, la Germania accogliendo finora circa 40 malati in terapia intensiva, la Francia con un po’ di materiale, gli Stati Uniti hnnno promesso un ospedale da campo, con l’Europa del tutto assente a livello sanitario, cosa che non la qualifica agli occhi dei cittadini europei, che si sentono abbandonati nel più grave pericolo della storia recente.
Tornando alla figura dominante in tutte le decisioni, il presidente del Consiglio, non si può non notare che ha sostanzialmente annullato, o almeno oscurato, persino il Ministro della Salute costituzionalmente competente sulla materia, fatto anomalo perché il Presidente avrebbe anche altre pesanti incombenze in campo economico e internazionale, mentre sulla “linea di combattimento” occorrerebbe una guida operativa che si aggiunga ai vertici istituzionali. Un inpegno generoso, però non sempre adeguato.
Si è anche evocato l’intervento del Parlamento, cosa comprensibile ma con le ovvie controindicazioni, e sul piano formale basta la “dichiarazione di guerra”, nel caso dell’“emergenza nazionale” questa c’è stata a fine gennaio, subito dopo quella dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, quindi tempestiva, con l’indicazione del più operativo DPCM, Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, rispetto ai comuni Decreti legge, lo ha precisato il presidente Conte il 24 marzo. Si evita così giustamente ogni lungaggine politica nelle misure contro il virus, solo per i gravissimi problemi economici vige la normalità istituzionale e parlamentare, non per la difesa della salute, la “prima linea dei cittadini”, per cui comunque vanno sentite le opposizioni. In ogni caso i DPCM vengono inseriti sinteticamente in successivi decreti legge sottoposti al Parlamento, per cui sono pretestuose le accuse di autoritarismo, per non parlare di quelle per la limitazioni alla libertà personale, doverosa per difendere la vita.
Vanno evitati in questo percorso emergenziale i ben noti limiti della politica dominata dalla preoccupazione per il consenso popolare, non vorremmo che abbia contribuito anche se inconsciamente alla preoccupazione del presidente del Consiglio “per la tenuta psicologica dei cittadini” che lo ha fermato dal prendere subito misure più restrittive, dopo un inizio in cui aveva giustamente ed efficacemente drammatizzato la situazione con la presenza domenicale nella Protezione civile e le 16 apparizioni in altrettante trasmissioni televisive con il maglioncino che sottolineava l’emergenza nazionale.
Di qui un’impostazione che forse nessun “comandante in capo” che non sia un politico avrebbe adottato, il “criterio della proporzionalità” degli interventi alla situazione del momento, con la “gradualità” e l’’impegno a rivederli per “adeguarli di volta in volta all’evolversi della situazione”, come ha ribadito anche il ministro per le Regioni, Boccia, e lo stesso Presidente nelle comunicazioni al Parlamento del 25 e 26 marzo, nelle quali – citando sempre come fonte il Comitato tecnico-scientifico che ha indicato le misure per l’emergenza – ha difeso “la gradualità e la proporzionalità rispetto all’andamento epidemologico” con misure “via via bilanciate” in modo da “contemperare… ” e così via.
Ci sembra che la “proporzionalità” e l’impegno a rivedere le misure “secondo l’evolversi della situazione” dovesse operare all’inverso: cioè misure rigidissime come in Cina inizialmente per 20 giorni, con attenuazione se “l’evolversi della situazione” lo avesse consentito, per prevenire il contagio, e non inseguirlo mentre il “nemico” seminava morti e feriti. Del resto, anche sulla sostenibilità economica, non si chiude tutto per 20 giorni a Ferragosto, salvo nei luoghi di villeggiatura? A quelle eccezioni stagionali poteva corrispondere l’apertura solo per negozi e servizi essenziali con le filiere industriali connesse. Sarebbe stata una anticipazione del “fermo” di Ferragosto e forse saremmo già fuori del tunnel, ora è più difficile arginare la massa di contagiati.
Freudianamente il presidente del Consiglio nella conferenza stampa del 24 marzo, nel replicare al giornalista che pensava le misure fossero fino a luglio 2020, ha precisato che quello è il termine per l’emergenza fissato a fine gennaio, mentre le restrizioni attuali scadono il 3 aprile e verranno prolungate o attenuate secondo “l’evolversi della situazione” con il “dosaggio graduale” che è la scelta del governo: abbiamo detto “freudianamente” perché questo sì che sarebbe stato il “dosaggio graduale” appropriato, allentare i freni di volta in volta, se possibile, e non frenare bruscamente quando il veicolo ha preso una velocità incontrollata, come avvenuto per i contagi al cui dilagare, non va mai dimenticato, sono collegati i decessi e il collasso delle strutture ospedaliere.
Il “dosaggio” preventivo è un controsenso anche con un altro paragone, è come se l’antibiotico si dosasse rispetto alla febbre e non come terapia d’urto per bloccare “ex ante” l’infezione batterica senza sperare di tamponarla ma con danni “ex post”. Sembra incomprensibile che il Comitato tecnico-scientifico abbia indicato questa linea senza avere la necessaria capacità previsiva in un campo, quello epidemiologico, ben noto da secoli nella forza diffusiva del contagio, per di più con l’esperienza cinese illuminante.
E’ risultata una strategia perdente perché “di volta in volta” la “prima linea dei cittadini” è stata inadeguata rispetto alla forza d’urto del “nemico” e si è avuta una pur positiva correzione con i decreti successivi, sempre più restrittivi ma putroppo tardivi. Questa disperata difesa senza prendere coscienza dell’errore di base, ricorda i “bollettini di guerra” del 1942-45, che parlavano di “ripiego sulle posizioni prestabilite” mentre erano altrettante sconfitte, tale è stato “l’evolversi della situazione”, cioè il dilagare del contagio dai focolai ad aree sempre più vaste con il crescente carico di morti. Sono nel cuore di tutti le meste teorie dei camion militari che a Bergamo giornalmente portano fuori regione per la cremazione le salme che non possono essere più collocate nel cimitero cittadino e sono la manifestazione di una tragica sconfitta.
Sottovalutazioni, omissioni e prudenze perdenti
Anche la letalità è stata sottovalutata, attribuita sempre agli ottantenni, quasi colpevoli di esistere in numero maggiore che in altri paesi e di resistere alle altre patologie, mentre il dilagare tra loro è dipeso anche dall’insufficienza delle “armi” date alla “prima linea”. E ci riferiamo alle misure governative tardive, con i divieti imperativi che dovevano sopperire alla deresponsabilizzazione degli incoscienti ingenerata dai messaggi rassicuranti. Così si sono avuti gli interventi per le “zone rosse” del 22 febbraio per il Lodigiano e Vo del Veneto, che si è dovuto estendere dopo tre giorni, il 25, ad altre zone del Veneto e della Romagna, e poi all’Italia “zona protetta” del 7-8 marzo e “zona rossa” del 22-23 marzo e dei giorni successivi. Tempestivo rigoroso l’intervento iniziale, ma viziato nell’immdiato dal criterio della “gradualità” e “proporzionalità” in assenza di una capacità previsionale anche di soli tre giorni per le altre aree limitate e di 10 giorni per la regione più colpita, che ha impedito di prendere misure drastiche subito, anche se poi si sono estese all’intero paese in regioni ancora preservate : non sappiamo se per indicazioni specifiche del Comitato tecnico-scientifico definite dagli esperti in base al criterio di “proporzionalità rispetto alla situazione in atto” e non rispetto alla previsione sull’andamento epidologico per poterlo anticipare.
Il tutto nonostante la pressione delle regioni più colpite, la Lombardia e anche Veneto ed Emilia, pur se dopo il “milanononsiferma” e l’“aperitivo” di Zingaretti a Milano, con il contrappasso della sua ammonitrice positività al virus, e correlativa apertura nazionale, quasi come l’8 settembre 1943 allorchè ci si illuse che tutto era finito. Qui le preoccupazioni sui danni economici prevalevano sulla difesa della salute e della vita.
E quando si è disposta la stretta per impedire che dalle “zone rosse” il contagio dilagasse nella penisola, purtroppo non si è pensato di bloccare, ripetiamo, la partenza dei treni e autobus per il Mezzogiorno, pur essendo ben noto che molte diecine di migliaia di meridionali lavorano o studiano in Lombardia, zona a rischio perché infetta dal virus.
La causa non è stata la fuga di notizie della bozza diffusa nel pomeriggio del 7 marzo provocando l’assalto ai treni e bus della sera; perché è continuata in seguito, dal momento che nell’”autocertificazione” uno dei motivi per gli spostamenti oltre a quelli per lavoro, spesa, salute, era il raggiungimento “delle località di residenza e domicilio”, non solo la residenza verificabile sul documento di identità ma anche il domicilio, sede generica dei propri affari; e non c’era neppure il divieto di spostarsi per sieropositivi e in quarantena, i primi da dover bloccare, errore corretto solo tardivamente.
Non è questa l’unica minaccia, c’è quella di tutti i 25 mila positivi a casa malati o in quarantena, con il rischio che i familiari portino l’infezione all’esterno, speriamo che le prescrizioni reggano eci sia una adeguata assistenza. A parte questo ulteriore problema, l’esperienza dei forse 100 mila rientrati al Sud a seguito del decreto del 7-8 marzo è servita perché al decreto annunciato il 21 marzo è stato collegato subito il divieto a spostarsi in un altro comune compreso quello di residenza e domicilio, correzione doverosa, purtroppo gran parte dei buoi sono già scappati; lo si doveva fare anche il 7 marzo, perchè si poteva prevedere tale esodo. Continuiamo ad incrociare le dita!
M a c’è dell’altro, il “timore per la tenuta psicologica” del “tutti in casa” ha portato a consentire comportamenti che si sono tradotti in una non certo modesta elusione delle prescrizioni del decreto del 7-8 marzo: così la possibilità di fare sport nei parchi pubblici, che ha costretto i grandi comuni a intervenire direttamente chiudendo quelli recintati, così le 20 tipologie di attività commerciali consentite, così il mantenere attive tutte le attività produttive con il risultato delle metropolitane superaffollate non solo per gli incoscienti irresponsabili ma anche per i lavoratori che dovevano recarsi al lavoro.
Inspiegabile lasciare aperte 20 tipologie di esercizi commerciali con proprietari e commessi che vanno al lavoro aspettando clienti i quali, facendo acquisti non essenziali – come è improbabile anche se la scarsa responsabilizzazione individuale non lo esclude – violerebbero il divieto che consente solo la spesa o andare in farmacia; e per le violazioni era prevista monetariamente solo una ammenda di 200 euro. “Il medico pietoso fa la piaga verminosa”, secondo l’antica saggezza popolare, ed è quello che è avvenuto con il “timore per la tenuta psicologica”, si è ignorato il più pressante timore per la vita. Con questo non vogliamo sottovalutare i possibili traumi per la reclusione domestica, soprattuto in ambienti ristretti e per soggetti psicologicamente fragili, e il rischio di violenze familiari; ma per questo problema deve essere attivata una azione idonea di operatori specializzati sul territorio, il “campo di battaglia”, la “prima linea”.
Il decreto annunciato del 21-22 marzo e quello successivo hanno rimediato a tali macroscopiche contraddizioni solo in parte, ma non del tutto. Sembrava che molte delle 80 attività produttive restassero attive, l’annunciato sciopero dei sindacati che le hanno ritenute al di là di quelle indispensabili e vogliono proteggere i lavoratori dal contagio sembra abbia ottenuto le restizioni necessarie; l’ordinanza della regione Lombardia le ha giustamente inasprite lasciando solo le attività veramente essenziali, chiudendo uffici pubblici e studi professionali, cosa non prevista con altrettanto rigore dal governo, mettendo una sanzione di 5.000 euro per gli assembramenti; il governo l’ha seguita comminando multe da 400 a 3.000 euro, elevabili a 4.000 per le auto, di carattere amministrativo senza lungaggini penali. E stata ammessa con una apposita norma la possibilità delle Regioni – che peraltro stavano già operando in tal senso – di inasprire le misure restrittive del governo che pure ne mantiene la titolarità sul piano nazionale.
Si è vista una strada di Napoli affollata di persone ciascuna con un sacchetto bianco della spesa, evidente elusione del divieto perché l’acquisto non può consistere solo in un piccolo sacchetto che è una evidente copertura; e poi la spesa in tanti casi viene fatta dai vari membri della famiglia tutti i giorni, come il cane viene portato a spasso più volte al giorno da diverse persone per eludere il divieto, viene anche prestato agli amici per farli uscire. In Cina la spesa una volta a settimana da una sola persona, salvo le molto diffuse forniture a domicilio, nessuna fila. Alla base di queste demenziali elusioni c’è sempre la deresponsabilizzazione individuale non sentendo rischi personali per l’età non anziana considerata l’unica a rischio, e ritenendo il coronavirus “poco più di un’influenza” con tragico errore personale e collettivo. Ma sembra che il governo finalmente se ne sia reso conto e i messaggi degli esperti non sono più rassicuranti e sottolineano rischi per tutti.
L’esigenza di proteggere il territorio, il “nemico” è tra noi
C’è dell’altro ancora da dire sulla gestione dell’emergenza, senza un comandante in capo che non avesse impegni politici e con interventi rivelatisi tardivi anche per le indicazioni del Comitato tecnico-scientifico alle cui valutazioni ci si è affidati, ma che è contraddetto dai fatti.. E’stato dirompente l’intervento del rappresentante italiano all’Organizzazione Mondiale della Sanità espressamente affiancato al Ministro della Salute – come controllore più che come onsigliere – per impedire i “tamponi” diagnostici del coronavirus anche agli “asintomatici” a rischio per essere stati in contatto con gli infettati, come si era fatto all’inizio soprattutto nelle zone aggredite dal virus. Si disse che in tal modo si violava il protocollo internazionale seguito dagli altri paesi esponendo l’Italia a una sopravvalutazione dei contagi con un grave danno di immagine, “tamponi” in pratica solo ai ricoverati.
L’imperativo, proclamato di continuo, fu “tamponi solo in presenza di due condizioni, gravi sintomi e in più contatto con persone delle zone rosse del Nord”: neppure con evidenti sintomi perché quelli della normale influenza, occorre anche la condizione del contatto con persone delle zone a rischio. Ed essendo contatti riconosciuti rischiosi, ripetiamo ancora, non si doveva consentire a 100.000 di esse il ritorno al Sud dalle famiglie, costringendo i presidenti delle regioni meridionali alla precipitosa schedatura senza peraltro poter impedire i contagi familiari che vanificano la quarantena dei singoli.
Finalmente ci si sta accorgendo che l’estensione dei “tamponi” come si era fatto all’inizio sarebbe necessaria per individuare gli “asintomatici” molto pericolosi, a differenza di quanto propalato con insistenza; con la limitazione adottata non si sono individuati neppure i sintomatici senza contatti rischiosi perché esclusi dal “tampone” impedendo tra l’altro di curarli tempestivamente. Sembra che gli “asintomatici” possano arrivare, lo ha ammesso anche il Capo Dipartimento della Protezione civile, fino a 10 volte gli accertati, per cui potrebbero essercene in giro ben 600.000, una terribile spada di Damocle sull’evoluzione del contagio, che conferma come la negazione della “guerra” sul territorio possa portare a disconoscere elementi decisivi.
Solo in questi giorni cominciano a parlarne in televisione gli onnipresenti specialisti che avevano escluso ogni rischio al riguardo. Il “nemico” è tra noi, nascosto in modo subdolo, ricordiamo il “Taci, il nemico ti ascolta” dell’ultima guerra, ora non basta, il “nemico” va scovato e ci vogliono i “tamponi” su scala ben più vasta, sia pure in modo miratoc e non totalitario, per “tracciare” il percorso dei contagi e poterlo contrastare prevenendolo e non soltanto inseguendolo dopo che è dilagato in modo inarrestabile.
Una
“guerra” da vincere, lo dicono i bambini che “andrà tutto bene!”
Viene detto che è stato un “nemico” nuovo e sconosciuto, non si sapeva come combatterlo. Però c’è stata l’esperienza di successo della Cina, in anticipo di due mesi, quindi perfettamente a tiro, che non ha seguito il criterio perdente della “proporzionalità” e la “gradualità” con l’adeguamento delle misure “rispetto all’evolversi della situazione”. Con la chiusura drastica e immediata e controlli militari ha isolato e protetto 60 milioni di abitanti impedendo che dilagasse nel miliardo e 400 milioni di popolazione, e c’è riuscita facendo ripartire l’economia in tempi rapidissmi. Non ha chiuso l’intera nazione, ma ha subito isolato i 60 milioni di persone del focolaio, costruito in pochi giorni nuovi ospedali per migliaia di degenti, mobilitato l’esercito E non è dipeso dal regime dittatoriale il rispetto della misure, ma dalla loro severità e rigore con la mobilitazione sul territorio, che un sistema democratico può e deve adottare, si tratta della vita!
E’ una “guerra” che i cittadini in “prima linea” sono chiamati a “combattere” peraltro restando a casa, cosa alla portata di tutti, ma lo fanno se sanno di proteggere sé stessi e non tanto per proteggere gli altri. Con questa convinzione non può mancare la “tenuta psicologica” che c’è stata quando la guerra era sul fronte e non ci si poteva rifiutare pena le sanzioni per la diserzione e le pene capitali per il rifiuto agli ordini. Più comoda incommensurabilmente la casa, anche se poco spaziosa, con la TV, Internet e lo smartphone, che la trincea con i reticolati, e il nostro popolo che ha affrontato quella guerra, con le famiglie sotto i bombardamenti e gli adulti al fronte, non può affrontare anche questa guerra resistendo psicologicamente alle pur fastidiose restrizioni? Per chi è fragile e potrebbe non sopportare la costrizione domiciliare, ripetiamo, va prevista un’assistenza appropriata con un’azione sul territorio rivolta, oltre a questo problema, anche e soprattutto all’emergenza delle degenze dei positivi a domicilio con possibili contagi familiari e delle quarantene; fino all’ospedalizzazione tempestiva per evitare l’aggravarsi dei sintomi, a volte fatale, da gestire con una vicinanza adeguata non lasciando soli coloro che, non va dimenticato, sono “in prima linea”.
E’ stata annunciata per i primi di aprile la riapertura di Hubei con l’epicentro di Wuhan in Cina, le “zone rosse” in un paese sconfinato di 1 miliardo e 400 milioni di abitanti con 80.000 contagiati e 3.400 morti, l’Italia 60 milioni di abitanti già con 8.000 morti e 60.000 contagiati ufficiali, primo paese al mondo di gran lunga, che si avvia a triplicare i morti dichiarati in Cina in questa terribile classifica, e non si vede la luce in fondo al tunnel!
Né vale che ha una popolazione più anziana, in particolare di quella cinese, quindi più indifesa rispetto al virus killer: perché proprio per questo le misure dovevano essere, se possibile, più restrittive di quelle cinesi, dato che i cinesi rischiavano molto meno e noi molto di più; invece non solo non si è proceduto con rigore, ma si sono lanciati i messaggi rassicuranti che hanno fatto disattendere le blande misure prese all’inizio.
Ora sembra si ascolti anche l’insegnamento della Corea del Sud, con il “call” rivolto alle “start up” informatiche e telematiche sui metodi di” tracciabilità” degli spostamenti, per creare una “task force tecnologica”, ed è paradossale che ci si preoccupi della “privacy”, data la posta in gioco. Si comincia a capire che non si può trascurare il “territorio”, dove si combatte la guerra, dopo essersi occupati essenzialmente delle “retrovie” ospedaliere, eroiche fino al supremo sacrificio, ma proprio per questo da proteggere con azioni adeguate. Ad esempio, non si è pensato che forse la distanza di un metro non basta a causa dell’effetto “aerosol” in base al quale per il contagio non sarebbe richiesto solo il contatto molto stretto con il passaggio delle “goccioline” maledette impossibile a distanza , ma il virus potrebbe trasmettersi nello spazio restando nell’aria, perciò viene raccomandata la areazione degli ambienti, ma non dalle autorità. Che ignorano il “principio di precauzione” in base al quale si deve esagerare in prudenza per sicurezza, riportandosi all’antica saggezza del “melius abundare quam deficere” tanto più in questa situazione che comporta rischi mortali.
“ANDRA’ TUTTO BENE!” scrivono i bambini sotto il disegno dell’arcobaleno, e ce lo auguriamo con la forza della volontà e la spinta della speranza, “spes contra spem” nonostante tutto, e aggiungiamo un arcobaleno naturale, un arco di speranza sulla nostra terra. Ripensiamo alle parole della canzone di Franco Battiato, “Povera patria”, rendono la nostra ansia ai “bollettini di guerra” quotidiani delle ore 18: “”Non cambierà, non cambierà”, temiamo, poi pensiamo “no cambierà, forse cambierà”; fino alla reazione volitiva, “sì che cambierà, vedrai che cambierà”, che si eleva nell’auspicio di tutti, “si può sperare che il mondo torni a quote più normali/ che possa contemplare il cielo e i fiori”. Il nostro arcobaleno nel cielo azzurro di una bella vallata d’Abruzzo è più di un augurio.
La vittoria verrà come sempre dallo “Stellone d’Italia”, che i bambini ingenuamente invocano, se diverranno disciplinati quelli che sentendosi al sicuro eludono le disposizioni, il “tutti in casa” per isolarsi e il “distanziamento” per proteggersi: dopo l’ultima “stretta”, nei primi due giorni su 2 milioni di controlli ben 100 mila denunce per violazioni. Confidiamo nella sospirata Vittorio Veneto, ci riportano alla 1^ guerra mondiale le immagini da “Addio alle armi” della nostra eroica “retrovia”.
Non ci sarà un nuovo Armando Diaz, e non si è voluto il “dictator” che nell’antica Roma prendeva la guida nelle emergenze per un periodo limitato. Saranno onorate le “retrovie” con le “salmerie” costituite dai tanti che operano nei settori dei servizi essenziali, i supermercati e le farmacie con le relative filiere , i volontari – ben 10.000 impegnati nel territorio a protezione dei più deboli – la Protezione civile e le forze dell’ordine; e i veri eroi, le migliaia di medici e infermieri alle prese con il nemico mortale giorno e notte, 6.000 contagiati, 50 medici caduti nell’impari lotta – ospedalieri e anche medici di base – tanti infermieri crollati per la fatica e uccisi dal morbo, in una commovente abnegazione. Ci vorrà un riconoscimento concreto alla loro dedizione per strappare dalla morte i tanti che vengono continuamente salvati tra rischi personali e difficoltà inenarrabili; e per i medici e infermieri che sacrificano il bene supremo, la vita, la gratitudine dell’intero paese espressa in un riconoscimento di altissimo valore civile alla loro memoria.
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Leimmagini intendono illustrare alcuni aspetti dell’emergenza coronavirus per rendere visivamente il dramma che il nostro paese, come la gran parte dei paesi del mondo, sta vivendo. Dopo l’immagine di apertura, con le terribili molecole del coronavirus, seguono 7 immagini su quelle che il prof Massimo Galli chiama le “retrovie” della guerra contro il coronavirus, gli ospedali con i medici e gli infermieri, oltre agli altri operatori della sanità, impegnati strenuamente giorno e notte per far fronte alla massa di contagiati colpiti in forma grave che vengono ricoverati, in una lotta per la vita dei malati nella quale rischiano la loro, li vediamo in attesa, con l’ambulanza in arrivo, e all’opera, fino alla terapia intensiva, con le loro maschere e le tute protettive che fanno capire la fatica immane cui sono sottoposti. Poi, passando alla “prima linea” di coloro che nel territorio dovrebbero lottare contro il virus con mezzi molto più semplici come il “distanziamento sociale”, 8 immagini sui “disertori”, anzi “collaborazionisti col nemico”, i giovani irriducibili nelle loro “movide” sconsiderate del 7 marzo in diverse città, da Milano a Roma, Venezia, Genova, Trieste, che hanno contribuito al dilagare del contagio, seguite da 5 immagini sull’affollamento nei mezzi di trasporto negli stessi giorni, di cui le 2 ultime nei treni per il Sud affollati in modo altrettanto sconsiderato. Quindi la “stretta” decisa finalmente dal governo il 7-8 marzo ma inasprita il 14-15: marzo, dopo 3 immagini sulle file avanti ai supermercati e gli scaffali vuotati, 2 sui mezzi pubblici finalmente svuotati, 2 su strade romane finalmente vuote, e 11 su piazze storiche finalmente deserte, 3 a Roma, le successive 8 a Milano e Venezia, Genova e Bologna, Firenze e Pisa, Napoli e Palermo. Dopo questo deserto triste ma necessario, torna l’elemento umano, i medici e infermieri mandati dalla Cina, Cuba e Russia nell’ordine, quelle fotografate sono solo le avanguardie di spedizioni imponenti, con operatori sanitari e tanti materiali preziosi, un “arrivano i nostri” della generosità e solidarietà con noi italiani nel momento più drammatico che stiamo attraversando. In conclusione, l’arcobaleno disegnato da mani infantili con la scritta che ne esprime l’ingenua ma benaugurante certezza “Andrà tutto bene!”, seguito da un altro arcobaleno, disegnato nel cielo dopo la tempesta, un augurio cosmico e soprannaturale sulla nostra terra. Evocazione espressa nelle ultime 2 immagini, nella prima il Crocifisso e di fronte un operatore sanitario impegnato nella disinfezione, nella seconda Papa Francesco chiude la galleria con il momento culminate della celebrazione religiosa, in cui eleva le sue preghiere al Signore perchè ci “liberi dal male”, ha voluto che la sua messa mattutina delle ore 7 a Santa Marta sia trasmessa quotidianamente in televisione. Tutte le immagini, meno la terz’ultima, sono state prese da una serie di siti web di cui si ringraziano i titolari, per l’opportunità offerta rendendole pubblicamente disponibili, dichiarando che sono meramente illustrative senza il minimo intento economico e commerciale, pronti ad eliminarle su semplice richiesta se la pubblicazione non è gradita. Citiamo, in ordine alfabetico, con la nostra gratitudine, i siti da cui abbiamo tratto le immagini, s.e.o.: artnews, ansa.it, asknews, affaritaliani.it, blizquotidiiano.it, cataniauniversity.it, coordown.it, corriere.it, corrieredelveneto.corriere.it, diarioromano.it, dir.e.it, genovatoday.it, ilgazzettino.it, ilgiornale.it, ilgiorno.it, ilmessaggero.it, ilpiccologeolocal.it, ilrestodelcarlino.it, ilsole24ore.it, iltempo.it, milanotoday.it, nuovaveneziageopal.it, meteo.eu, quotidiano.net, rainews.it, repubblica.it, sanmarinorti.sm, tgcom24.mediaset.it, tg24sky.it, triestecafe.it, winenews.it. La terz’ultima immagine è di Aligi Bonaduce, tratta da un post recente su Facebook, lo ringraziamo per il segno augurale dal comune paese natale, Pietracamela.
Affollata presentazione della “Quadriennale di Roma” il 12 febbraio 2020 al Tempio di Adriano, con la platea contornata dai posti in piedi gremiti. Tale partecipazione, che ha visto i posti a sedere completamente occupati ben prima dell’inizio, indica l’aspettativa per le novità attese e per le preziose anticipazioni che si sperava di avere sulla mostra in programma per il mese di ottobre 2020.
Presentazione,al microfono il presidente Umberto Croppi
La novità nella presentazione, istituzionale e non artistica
Possiamo dire che questa attesa, almeno per quanto ci riguarda, è andata inizialmente delusa, dato che se “sotto il sole” di Roma qualcosa “di nuovo” c’è stato, era “anzi d’antico”, con la rievocazione delle precedenti mostre fatta dal presidente Umberto Croppi, mentre l’esposizione del direttore artistico Sarah Cosulich ha ripetuto notizie ben note sull’impostazione del programma della Quadriennale in tre linee: due per il sostegno, con la formazione, degli artisti contemporanei italiani e per la loro promozione all’estero, la terza sull’impostazione generale dela 17^ mostra della Quadriennale.
Presentazione, il presidente onorario Franco Bernabè seduto in prima fila al centro, il terzo della fila con alla dx appena visibile Jas Gawronski, anch’egli già presidente della Quadriennale.
Ai programmi di sostegno e promozione, infatti, era stata dedicata una presentazione presso l’ex GIL dell’allora presidente Franco Bernabè nel marzo 2018, con la Cosulich da lui nominata Direttore artistico della Fondazione incaricata di curare la prossima mostra assistita da un altro curatore scelto da lei, Stefano Collicelli Cagol. Presentazione esauriente quella di allora, seguita dai comunicati sull’espletamento concreto dei vari momenti di un percorso basato su qualificati “workshop” formativi all’interno e su sostegni finanziari mirati alla nostra presenza all’estero. Si sono ripetute in estrema sintesi linee e realizzazioni ormai acquisite come “aggiornamento” e prosecuzione di una storia gloriosa anch’essa reiterata essendo già nota, almeno agli addetti ai lavori; la cui ripetizione ha potuto far pensare a un modo di sopperire alla difficoltà di fornire una maggiore informazione sulla mostra di ottobre, restata del tutto in ombra, anche se l’effetto può essere stato comunque positivo.
Presentazione, il presidente Croppi con il direttore artistico Sarah Cosulich al termine mentre rispondono alle domande
Una giustificazione ci sentiamo di avanzarla, collegandoci a quella che è stata la vera “novità” della presentazione: la sottolineatura del ruolo dei tre “partner istituzionali”, forse per la prima volta nella storia recente intervenuti tutti e tre con i propri rappresentanti che hanno preso la parola: oltre al presidente della Camera di Commercio di Roma, Lorenzo Tagliavanti, padrone di casa, a nome di Roma capitale l’Assessore alla Crescita culturale e Vice sindaco Luca Bergamo, a nome della Regione Lazio il Capo di Gabinetto del Presidente della Regione Albino Ruberti, a nome del Ministero per i Beni e le Attività culturali e il Turismo il Direttore generale Creatività contemporanea Nicola Borrelli e il sottosegretario Lorenza Bonaccorsi. Presenze, tuttavia, per lo più a livello tecnico-funzionale, anche se elevato e molto qualificato; sono mancati i vertici istituzionali, dei quali abbiamo notato l’assenza.
La “foto opportunity” finaledella presentazione, da sin. a dx, Cosulich e Croppi, poi Luca Bergamo per il Comune di Roma e Lorenzo Tagliavento per la Camera di Commercio, Lorenza Bonaccorsi e Nicola Borrelli per il MiBACT, ultimo a dx Albino Ruberti per la Regione Lazio
Questo perchè il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti partecipava sempre con un proprio intervento alle presentazioni delle mostre a Palazzo Incontro allorché era presidente della Provincia di Roma, lo ricordiamo a quella su “Pasolini”, e la sindaca Virginia Raggi l’abbiamo vista alla fine del 2018 presente con un proprio intervento alla presentazione della mostra “Vite spezzate” al Museo della Shoah. A parte tali assenze, ancora meno comprensibile quella del ministro Dario Franceschini, chissà se dovuta alla sostituzione del Presidente della Quadriennale, da lui nominato, da parte del successore ministro Bonisoli, sostituzione che potrebbe averlo sconcertato, come tanti, perchè avvenuta non solo in extremis, ma anche a un anno dalla mostra su cui aveva tanto lavorato il presidente non confermato.
“La “foto opportunity” della presentazione della Quadriennale del 2016 con al centro il ministro del MiBACT Dario Franceschini, alla sua dx l’allora presidente della Quadriennale Franco Bernabè e alla sua sin. il Commissario dell’Azienda Speciale Palaexpo Innocenzo Cipolletta, ai loro lati gli 11 curatori delle 10 sezioni della mostra
Abbiamo notato l’assenza del Ministro sia perché non manca mai a queste manifestazioni – lo ricordiamo alla presentazione della recente mostra sui “Fumetti nei Musei” in cui ha preso la parola non in modo rituale intervenendo nel merito nell’ultima mostra e in quella precedente – sia perché non solo partecipò alla presentazione della precedente Quadriennale di Roma nel giugno 2016, ma volle che si svolgesse presso il Ministero per marcare il proprio coinvolgimento; come ha fatto molto di recente, prcisamente il 24 febbraio, con la presentazione al Ministero della mostra su Raffaello, anche se poi non è potuto intervenire all’insorgere dell’emergenza. Comunque, è prestigiosa la sede scelta per presentare la 17^ Quadriennale, il Tempio di Adriano, pur senza la cornice istituzionle attesa.
Un momento del “workshop” Q-Rated , Milano, Hangar Bicocca, marzo 2019
La presentazione della 16^ Quadriennale ebbe carattere istituzionale soltanto per la sede ministeriale, nel contenuto il suo carattere fu artistico: gli 11 curatori prescelti in base a una accurata selezione, esposero, cone ampie motivazioni, i temi che sarebbero stati declinati dagli artisti da loro indicati per la mostra dopo quattro mesi, dal titolo “Altri tempi, altri miti”. Furono illustrati da loro i nuovi “miti” per i “tempi” mutati suscitando interesse e creando aspettative per come tutto ciò avrebbe trovato risposta negli artisti espositori. Fu un esaltante “workshop” di tipo artistico, nulla di rituale sebbene si svolgesse nella sede ministeriale alla quale i temi trattati nell’incontro avevano tolto la sua connotazione abituale.
“Positions # 4” di Alessandro Puoti e Dandi Hilal, dall’esposizione al Abbemuseum di Eindhoven con il sostegno di Q- International , 2018
E’ quanto mai espressiva al riguardo l’immagine conclusiva, con il ministro Dario Franceschini e il titolare del Palazzo delle Esposizioni sede della mostra che veniva illustrataa, Innocenzo Cipolletta, insieme all’allora presidente della Fondazione Quadriennale di Roma Franco Bernabè circondati dagli 11 curatori; l’analoga foto della nuova presentazione vede invece il nuovo presidente della Fondazione Umberto Croppi con il direttore artistico Sarah Cosulich circondati dai rappresentanti di Comune, Regione, Ministero, più Camera di Commercio, quasi in una riappropriazione dell’arte da parte delle istituzioni, bene se vista come sostegno, male se come ingerenza e burocratizzazione in un arretramento rispetto all’impostazione precedente.
1^ Quadriennale del 1931, il Manifesto
Nulla di inappropriato crediamo vada addebitato al presidente Umberto Croppi, sensibile su questo piano facendo già parte del Consiglio di Amministrazione della Fondazione, presidente di Federculture, già Assessore alla cultura del Comune di Roma. Anche perché è stato nominato dal ministro MiBAC Bonisoli il 7 agosto 2019, alla vigilia della caduta del governo, quando i programmi della presidenza Bernabè erano in fase di attuazione da tre anni e la strada verso la mostra dell’ottobre 2020 era segnata e in buona parte già percorsa. La sua repentina nomina, a poco più di un anno dalla celebrazione della mostra per la quale aveva lavorato il presidente da lui sostituito, è sembrata fuori tempo, sarebbe apparso ben più logico attendere il compimento del lavoro fino ad allora svolto. E’ stato come se si fosse sostituito il Commissario tecnico della Nazionale di calcio a pochi mesi dall’inizio dei campionati mondiali od europei, non per demeriti – nel qual caso sarebbe stato doveroso – ma per la mera scadenza temporale superabile con una “prorogatio” se non si intendeva confermare.
Ed è qui, forse, l’origine dell’incongruenza ora evidenziata, la scadenza quadriennale della nomina di Bernabè nell’agosto 2019 doveva portare a una riconferma almeno temporanea fino alla mostra che sarà aperta nell’ottobre 2020; in tal modo si sarebbe potuta ricondurre stabilmente la scadenza dell’incarico al termine della mostra che ne rappresenta in un certo senso il culmine. Non si è fatto questo, e il presidente Croppi si troverà con la spada di Damocle della possibile sostituzione al termine del mandato nell’agosto 2023, prima di aprire la prossima mostra dell’ottobre 2024, rischiando di non poterne realizzare appieno nessuna, dato che quella del 2020 reca l’impronta del predecessore, un paradosso che non gli auguriamo. Speriamo che quest’esperienza sia istruttiva per tutti, e le istituzioni pongano rimedio alla plateale, inammissibile contraddizione tra impegno reale e scadenza formale.
1^ Quadriennale, “La sala dei futuristi, in primo piano Ernesto Thayaht, “La vittoria dell’aria”, 1930
Croppi ne è stato talmente consapevole che non solo ha accettato l’incarico nel segno della continuità, ma nel primo Consiglio di amministrazione da lui presieduto nel’ottobre 2019 ha nominato Bernabè Presidente onorario della Fondazione. E ne ha riconosciuto il ruolo decisivo svolto nel rilanciarne l’attività, sebbene anch’egli fosse stato nominato nel 2015, una anno prima della data della 16^ mostra; ma si veniva da un vuoto di otto anni, non essendosi svolta la mostra della Quadriennale nel 2012, in parte “surrogata” dal “Padiglione Italia” della Biennale di Venezia con appendice romana, curato da Vittorio Sgarbi nel 2011 in modo innovativo nella selezione degli artisti nei 150 anni dell’Unità d’Italia. Vediamo Bernabè in prima fila alla Presentazione, nel segno della continuità assicurata dal successore.
2^ Quadriennale del 1935, “Giardino d’inverno”, Foto Giacomelli Carbone Venezia Roma
Cosi forse si spiega il modo con cui è impostata la presentazione dell’evento quadriennale, il presidente Croppi ha parlato della storia retrospettiva della Fondazione, dell’impegno delle tre istituzioni, Ministero, Regione, Comune, e delle linee generali d’azione, non entrando in ciò che era stato preordinato dal predecessore come da lui esplicitamente sottolineato; vi è entrato parzialmente il direttore artistico Sarah Cosulich trattandosi dell’attività esercitata da lei nell’attuazione dell’incarico avuto in precedenza. Un comportamento obbligato e per certi versi meritorio, quello di Croppi, ma forse non era compito della presentazione ripetere programmi già noti e in parte attuati, e neppure reiterare una storia gloriosa, senza aggiungere quanto di nuovo si poteva fornire riguardo alla mostra dell’ottobre prossimo. Di qui la nostra sorpresa, ma forse ci ha tradito il ricordo di quattro anni fa.
2^ Quadriennale, Lucio Fontana, “Atleta in attesa (Campione olimpionico)”, 1931-32
Le anticipazioni sulla mostra di ottobre 2020 e i programmi di promozione in atto
Cominciamo a dare conto della presentazione andando a ritroso, cioè iniziando dalla parte finale, precisando che è stata conclusa dagli interventi dei rappresentanti delle istituzioni, i quali hanno ribadito il coinvolgimento diretto di Ministero, Regione e Comune nel rilancio della Quadriennale di Roma già avviato e in cui è impegnata appieno la nuova presidenza, come vedremo più avanti dall’intervento del presidente Croppi. Le poche anticipazioni sulla mostra le ha date la Cosulich, come direttore artistico, con i programmi in corso per la “mappatura” dell’arte contemporanea in un confronto anche formativo con operatori qualificati e la promozione dei giovani artisti all’estero.
Sulla Mostra, che inizierà il 1° ottobre 2020 dopo i canonici 4 anni dal 2016, e resterà aperta tre mesi, le sue anticipazioni sono state di carattere generale: ha confermato la sede storica, il Palazzo delle Esposizioni, e ha preannunciato iniziative collaterali – apposite “performance” e uno “speciale evento d’inaugurazione” – entro il calendario internazionale dell’arte che coinvolgeranno la città di Roma con la partecipazione della rete di musei e istituzioni, fondazioni e gallerie “unite in un progetto condiviso e di dimensione internazionale per presentare al mondo l’arte del nostro Paese”.
3^ Quadriennale del 1939, Inaugurazione con il re Vittorio Emanule III e altre autorità
I 30 artisti espositori sono stati selezionati nel triennio precedente la mostra dalla Cosulich con il curatore Collicelli Cagol mediante un’accurata ricerca svolta sul territorio “nella consapevolezza di dover restituire uno sguardo contemporaneo plurale ed eterogeneo ma coeso nelle sue connessioni”. L’intento è fornire una rassegna delle molteplici espressioni dell’arte contemporanea che vedono un pluralità di linguaggi multidisciplinari nella contaminazione delle arti visive con altre forme d’arte, dal teatro alla danza, dalla musica al film.
4^ Quadriennale del 1943, Allestimento. Foto Giacomelli
Ma non sembra limitata all’attualità immediata: “La mostra vuole ripensare la narrazione dell’arte in Italia dagli anni Settanta ad oggi, anche in relazione ai contesti sociali, politici, tecnologici che l’hanno generata, individuando percorsi di lettura alternativi al canone storico-artistico predominante” in stretto contatto con “i linguaggi multimediali della contemporaneità”. Verranno presentate “le ricerche, le poetiche, e gli immaginari di artisti di diverse generazioni” attraverso “progetti monografici in spazi dedicati” nello speciale allestimento dei 4000 metri quadri nei due piani del Palazzo delle Esposizioni. Temi in particolare rilievo “i giovani, le figure femminili, i vari orientamenti e le diverse identità sessuali, le sperimentazioni d’avanguardia”; aspetti particolari “il display, in relazione con l’archivio storico della Quadriennale e la performatività della mostra”.
5^ Quadriennale del 1948, Inaugurazione
Se si voleva suscitare curiosità sulla mostra con queste anticipazioni di massima in parte criptiche, ci si è riusciti; un’aspettativa diversa da quella indotta dalla presentazione della mostra della Quadriennale del 2016 nella quale, come abbiamo accennato, furono copiosi i contenuti forniti dagli 11 curatori: allora l’attesa era di vedere come sarebbero stati tradotti nelle scelte dei singoli artisti che avrebbero dato corpo con le loro opere a tali intendimenti, oggi l’attesa è anche sul tipo di contenuti.
Nella staffetta dalla 16^ alla 17^ Quadriennale c’è stata anche questa variante comunicativa con il passaggio del testimone alla nuova presidenza: quella uscente ha compiuto l’iter preparatorio di tre anni con il direttore artistico e il curatore, e i due programmi di formazione all’interno e di promozione all’estero, illustrati nell’incontro del 13 marzo 2018 nella sede dell’ex Gil, e subito posti in esecuzione con l’effettuazione dei “workshop” con giovani artisti ed esperti internazionali e dei bandi per sostenere la partecipazione italiana alla mostre all’estero; quella attuale prosegue nel rilancio.
6^ Qudriennale del 1951-52, Allestimento. Foto Giacomelli
Per la “mappatura completa del contesto artistico italiano” in vista dell’ imminente edizione della mostra Quadriennale, è stato impostato nel 2017 e attuato dal 2018 il programma “Q-Rated” che promuove “un dibattito costruttivo e altamente formativo sui temi dell’arte contemporanea” mediante “workshop” i quali mettono in contatto giovani artisti e curatori italiani con “figure internazionali di spicco del mondo dell’arte”. Nello scorso biennio ne sono stati svolti tre annuali di 3 giorni ognuno in 3 città, nel 2018 a Roma il 3-5 luglio, a Lecce il 25-27 settembre, a Torino il 10-12 dicembre; nel 2019 a Milano il 26-28 marzo, a Nuoro il 3-5 luglio, a Napoli il 27-29 novembre.
7^ Quadriennale del 1955-56, “In primo piano Giacomo Manzù, ‘Danzatrice'”, 1954, bronzo. Foto Magis
Il programma di promozione dell’arte italiana all’estero, “Q- International”, è volto al sostegno delle istituzioni straniere mediante l’erogazione di un finanziamento di supporto per ottenere l’esposizione nelle loro mostre di opere di artisti italiani; viene attuato con un bando semestrale cui segue il vaglio delle candidature da parte di un comitato composto dal Presidente della Fondazione, dal Direttore artistico e dal curatore, più tre illustri esterni, Cristiana Collu direttore della Galleria Nazionale di Roma, Pietroiusti presidente del Palazzo delle Esposizioni e artista, Villani responsabile del Centro di Ricerca Castello di Rivoli. Ai 4 bandi del 2018-19 è seguito il finanziamento a 34 organizzazioni tra le 140 partecipanti; altri 2 bandi sono previsti per il 2020.
7^ Quadriennale, Alberto Burri, “Sacco e Rosso”, 1954
La Cosulich ne ha fatto un’ampia esposizione con la soddisfazione di aver potuto realizzare il programma in base al quale era stata nominata dopo la selezione per il Direttore artistico.
Le
direttrici di sviluppo della Quadriennale
Il presidente Umberto Croppiè partito dalla storia della Quadriennale per tracciarne le linee di sviluppo nell’impegno per il rilancio già in atto con il concreto avvio dei programmi sopra citati che vengono mantenuti; per l’ulteriore crescita si fa affidamento sui tre partner istituzionali i cui rappresentanti sono intervenuti per sottolineare la vicinanza attiva di Ministero, Regione, Comune. La lunga storia di 90 anni di presenza molto importante nell’arte italiana ha consentito di accumulare testimonianze preziose sull’evoluzione artistica del ‘900.
8^ Quadriennale del 1959-60, Leoncillo Leonardi, “Ritratto di Titina Maselli”, 1945, ceramica. Foto Giacomelli. Venezia
In poco meno di un secolo si è accumulato uno straordinario “archivio specialistico che ha pochi uguali nel mondo”: 14.000 fascicoli di documentazione sugli artisti del ‘900, 2.000 fascicoli e registri, 30.000 immagini fotografiche, 400 video, 1.000 manifesti, oltre a 40.000 volumi, 2.150 riviste d’arte, 10 fondi archivistici e 9 fondi librari donati alla Fondazione. Si aggiunge l’attività editoriale con due collane, “Quaderni della Quadriennale” e “Archivi dell’Arte contemporanea”, oltre a una diecina di opere monografiche. Inoltre 2.700 opere vendute nelle mostre per le raccolte di importanti istituzioni pubbliche e private, 100 esposizioni all’estero, dall’Europa alle Americhe, al Giappone, Cina e Australia, con la diffusione dell’arte contemporanea italiana nei continenti.
9^ Quadriennale del 1960-65, Mimmo Rotella, “Lo schermo” , 1965, foto emulsione su tela. Foto Oscar Savio
Per l’immediato futuro si aggiunge la grande novità della nuova sede assegnata nel marzo 2018 alla Quadriennale dal Ministero per i Beni e le Attività culturali e il Turismo: il settecentesco Arsenale Pontificio di Clemente XI in un piazzale di 4.000 metri quadri lungo il Tevere nei dintorni di Porta Portese con tre antiche costruzioni, il Magazzino del sale, le Corderie e l’Arsenale, un edificio di 1.000 mq con due navate sovrastate da arcate a sesto acuto dove passavano le navi. Il progetto di restauro già finanziato e affidato all’impresa vincitrice del concorso – lo studio Insula, società di architettura, progettazione urbana e ingegneria – sarà completato nel 2022 e allora si avrà il trasferimento dalla prestigiosa ma decentrata e ristretta Villa Carpegna nella nuova sede i cui ampi spazi consentiranno di svolgere “in loco” attività artistiche; il tutto in un’area nevralgica della città che verrà riqualificata nel “più importante intervento di rigenerazione urbana in corso nella Capitale”.
10^ Quadriennale del 1972-77, “La ricerca estetica dal 1960 al 1970” , “Sala dedicata a Pietro Manzoni”
Quali sono, dunque, le principali linee di sviluppo dell’attività della Quadriennale nel programma per il prossimo quadriennio? Sono state indicate da Croppi le direttrici in cui trovano posto i programmi di cui ha parlato il direttore artistico Cosulich. La direttrice fondamentale è il ritorno della Quadriennale “al suo spirito originario di strumento in cui gli artisti siano al centro della sua attività”, non solo come destinatari delle iniziative, ma direttamente “coinvolti nella costruzione dei suoi indirizzi e degli eventi prodotti”; in tal modo la Fondazione diventa un riferimento per il “sostegno della produzione artistica e la selezione di talenti“ anche come punto di incontro di artisti e collezionisti.
10^ Quadriennale, Lucio Fabro, “Italia d’oro“, 1971
In relazione a ciò si muove la direttrice di promuovere il contesto socio-economico e culturale costruendo “una rete stabile di relazioni e coordinamento con le altre istituzioni del contemporaneo, sia pubbliche che private, con le fondazioni, le gallerie, le associazioni, gli studi, le scuole”. Questo in un’accezione molto vasta che oltre alle arti visive abbraccia musica, danza, teatro e non è limitata all’ambito nazionale ma intende aprirsi alle istituzioni internazionali, cominciando da quelle presenti a Roma, e considerando soprattutto le aree cruciali per la valorizzazione degli artisti. Sarà sviluppata un’attività di studio e ricerca, con sbocchi anche editoriali per la diffusione della conoscenza dell’arte, in collaborazione con università, accademie e istituti di formazione.
11^ Quadriennale del 1986, Facciata della sede eccezionale, il Palazzo dei Congressi
L’ulteriore direttrice riguarda le risorse e il coinvolgimento nei progetti delle istituzioni economiche e finanziarie, e viene declinata ponendo la Quadriennale come “punto di riferimento per aziende e fondazioni bancarie, nel potenziare l’utilizzo dell’arte nella cultura d’impresa”. A tal fine verranno individuati dei partner, uno principale ed altri minori, non solo con finalità di sostegno economico in aggiunta alle normali sponsorizzazioni, ma per “costituire una comunità più direttamente coinvolta nella vita della Fondazione”. Sarà predisposto anche “un piano di membership, con focus immediato la mostra del 2020” che prevede sei figure di appassionati: amico e amico sostenitore, partner sostenitore e partner onorario, mecenate sostenitore e mecenate onorario, con sottoscrizioni individuali crescenti in relazione alla qualifica e ai benefici connessi di varia natura.
12^ Quadriennale del 1992-96, Veduta della mostra con un’opera in primo piano
Il presidente Croppi ha concluso così la propria presentazione dopo aver sottolineato l’impegno suo, del Consiglio di amministrazione e dei collaboratori nel prendere “il testimone da illustri predecessori”: “Il futuro e il successo saranno però assicurati soltanto dalla capacità di raccogliere il consenso, lo stimolo e l’attiva partecipazione del vasto mondo che anima questo territorio della vita italiana, a cominciare da coloro da cui e per cui la Quadriennale fu concepita: gli artisti”.
12^ Quadriennale, sul tema “Ultime generazioni” Stefano Arienti,”Senza titolo”, 1996, stampa su carta intelata a trasferimento elettrostatico da diapositiva graffiata. Foto di Giuseppe Schiavinotto
La
storia gloriosa dei 90 anni della Quadriennale
Nel suo intervento Croppi ha rievocato i 90 anni della Quadriennale con accenti appassionati che hanno elevato il tono della manifestazione; noi ci limitiamo a citare una serie di nomi di artisti presentati o “scoperti” nelle mostre succedutesi ogni quadriennio con delle pause e delle varianti in particolari periodi, fino alla 16^ edizione del 2016, in attesa della 17^ del prossimo ottobre 2020.
12^ Quadriennale, Vanessa Beecroft, “Lotte”
La sede per quasi tutte le edizioni è stata il Palazzo delle Esposizioni, con la sua architettura monumentale, i due piani, la rotonda centrale e la raggiera di gallerie espositive tutt’intorno.
Cominciando dagli anni ’30, la 1^edizione del 1931 fu una vetrina di grandi maestri, Bartoli e Carena, Carrà e Casorati, Sironi e Tosi, Thayaht e i Futuristi, come la 2^ edizione del 1935, in cui ai grandi artisti affermati de Chirico e de Pisis, Marini e Messina, Rossi e Severini con una personale di 36 opere, si aggiunsero le nuove scoperte che rispondono ai nomi di Afro e Cavalli, Cagli e Capogrossi, Gentilini e Mafai, Pirandello e Ziveri. Le altre due edizionidel decennio furono in tono minore, nella 3^ edizione del 1939 vi fu comunque una personale di Giorgio Morandi con 53 opere, e la 4^ edizione del 1943 si svolse nonostante il conflitto.
13^ Quadriennale del 1997-99, Luigi Ontani, “Caino e Abele” , ceramica policroma, 1999. Foto di Guido Guidotti
Nel 1948, la 5^ edizione, prima Quadriennale postbellica, pur se di transizione, fu ugualmente una rassegna delle tendenze in atto ed ebbe al centro il dibattito artistico tra astrattisti e realisti, con protagonista Guttuso, ci fu anche la presenza dei neocubisti.
Dal 1950 al 1983 quella che viene chiamata “era Bellonci” – il segretario generale per oltre un trentennio – è impegnata nell’approfondimento storico-critico dell’arte italiana, anche attraverso l’attività editoriale dei “Quaderni della Quadriennale” e degli “Archivi dell’Arte contemporanea”; oltre ai singoli artisti il Divisionismo, Futurismo e Liberty sono oggetto di una ricerca accurata.
14^ Quadriennale del 2005, in “Fuori tema” in primo piano Jacob Hashimoto, “Water Block4.0”, 2003, poliuretano ad alta densità verniciato. Foto di Lorenzo Abbate
Tra il 1952 e il 1960, la 6^, 7^ e 8^ edizione portano alla ribalta le radicali innovazioni dei “sacchi” di Burri e delle lacerazioni spaziali di Fontana, e i grandi astrattisti Birolli e Corpora, Morlotti e Santomaso, Turcato e Vedova. Mentre la 9^ edizione, del 1964, si spinge ancora più avanti con l’arte cinetica, visuale e programmata, neodada e pop, dei Gruppi 1 e T e degli artisti Angeli e Festa, Marotta e Rotella, in un rassegna con 750 espositori e 3000 opere.
Negli anni ’70 una variante organizzativa: la 10^ edizione è articolata in 5 mostre, dal 1972 al ’77, gli artisti partecipano su invito, non ci sono premi per effetto del clima post ’68; nella mostra del 1973 sono rappresentati tutti i movimenti del decennio1960-70, neodada e pop art, arte povera e arte programmata, environment, happening, comportamentismo.
Una mostra negli anni ’80, l’11^ edizione del 1986, eccezionalmente al Palazzo dei Congressi all’Eur, con un “excursus” storico del trentennio 1950-80 e 6 sezioni tematiche sulle nuove tendenze.
14^ Quadriennale, Michelangelo Pistoletto, “Il nuovo segno di infinito”, 2005
Negli anni ’90 si inizia con mostre di grande valore, sulla Secessione romana 1913-16 e sulla retrospettiva di Prampolini nel 1992, a cura di Enrico Crispolti; e si programma la 12^ edizione sul tema “Italia 1950-1999” articolata in tre fasi delle quali viene realizzata soltanto la prima nel 1992, “Profili”, con 33 artisti delle tendenze più originali ed espressive dell’arte italiana. Segue un profondo rinnovamento nello Statuto e nella direzione, alla presidenza va Lorenza Trucchi, viene introdotta la carica di Direttore generale dedicata alla gestione complessiva dell’organizzazione, funzione ben diversa da quella del Direttore artistico nominato per la Quadriennale del 2016.
15^ Quadriennale del 2008, Veduta del colonnato, Foto di Giorgio Benni
Nel 1996 la mostra “Ultime generazioni” presenta le nuove leve di artisti milanesi e bolognesi, come Arienti e Airò, Bartolini e Beecroft, Cattelan e Manzelli, Moro, Todero e Tosi, romani come Carone e Pietrolustri, della scuola di San Lorenzo come Dessì, Nunzio, Pizzi Cannella, e i giovani Basilè, Pintaldi, Salvino. Teodori. La 13^ edizione del 1999, dopo la mostra “Valori plastici” nel 1998, chiude il millennio, e si avvia la sistemazione dell’“Archivio storico” della Quadriennale; nello stesso anno da Ente autonomo diviene Fondazione, sempre con la partecipazione del Ministero per i beni culturali e del Comune di Roma, nel 2011 si aggiunge la Regione Lazio.
16^ Quadriennale del 2016-17, sul tema “Ehi voi!” Patrick Tuttofuoco, “Portraits (Christian)”, 2016
Anche la 14^ edizione, come era stato per la 12^, viene articolata in tre mostre per il triennio 2003-05, due “Anteprime” eccezionalmente fuori Roma, a Napoli nel 2003e a Torino nel 2004, dedicate a giovani artisti come Beninati e Bertocchi, Biscotti e Demetz, Favalli e Stampon e la conclusione a Roma nel 2005 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna con 100 artisti attivi e due retrospettive: alla ribalta diverse generazioni, dagli affermati Rotella, premiato alla carriera, ai giovani Roccasalva, Simeti, Vezzoli. Non solo le arti tradizionali come la pittura, che vede anche Cingolani, De Maria e Giovannoni, e la scultura, con Cerone, Mondino, Zorio; ma anche la fotografia con Ontani e Pivi, le installazioni con Airò, Mocellin-Pellegrini, i video con Favaretto, Migliora, Sighicelli. Nel 2004 riprende la pubblicazione dei “Quaderni della Quadriennale”, si organizza il convegno “Arte e cultura negli anni ‘90”, e la Fondazione si trasferisce nella sede di Villa Carpegna.
16^ Quadriennale, sul tema “Cyphoria” Quayola , “Lacoon #20-Q1″, 2016
Con il 2008 la 15^ edizione che, a differenza della precedente aperta fino agli artisti degli anni ’60 ancora attivi, è riservata agli artisti affermati dagli anni ‘90: premiati Cattelan alla carriera, Ligorio e Paci. L’interesse alle nuove generazioni porta nel 2009 ai tre appuntamenti “Artista chiama artista”, e per il centenario del Futurismo viene pubblicata un’edizione aggiornata degli “Archivi del Futurismo”.
Siamo al 2016, con la 16° edizione dopo un intervallo di 8 anni, perchè la mostra che doveva esserci nel 2012 non si è tenuta, al suo posto la pubblicazione “Terrazza. Artisti, storie, luoghi, negli anni Zero” e soprattutto incontri e mostre a Villa Carpegna “Arte in Italia. Le parole e le immagini”; d’altra parte il nuovo presidente Jas Gawronski era stato nominato solo nel mese di gennaio 2012.
16^ Quadriennale, sul tema “La seconda volta” Marcello Maloberti, “Himalaya”, 2012
Analogo avvicendamento quasi “in extremis” con la nomina alla presidenza nell’aprile 2015 di Franco Bernabè, che riesce ad organizzare per ottobre 2016 la 16^ edizione “Altri tempi, altri miti”, mobilitando dopo un’accurata selezione 11 curatori che hanno scelto gli artisti della generazione del 2000 come migliori interpreti dei motivi più attuali enunciati nella presentazione; sono state premiate le giovani Biscotti e Huani-Bey. A seguire, dopo la mostra, la nomina del Direttore artistico con l’altro Curatore, e l’avvio dei due programmi “Q-Rated” e “Q-International”, di cui si è detto in precedenza.
Anno 1975, dal Fondo Lorenza Trucchi, qui con Fellini, Guttuso, Manzùo.
A conclusione di questo evocativo “excursus” artistico delle Quadriennali, alla delusione iniziale per non aver avuto anticipazioni sui contenuti della prossima mostra di ottobre del tipo di quelle avute per la mostra precedente, subentra un appagamento per aver potuto ripercorrere tanti momenti esaltanti della sua storia con i grandi artisti allora esordienti che si son fatti conoscere nelle esposizioni quadriennali. Basti pensare alle “scoperte” di Guttuso a 20 anni, Dorazio e Perilli a 21, Fazzini a 22, Ziveri e Fioroni a 23, Vedova a 24, Cagli e Sanfilippo a 25, De Dominicis, Senatore e Biscotti a 26, Beecroft, Festa, Lambri e Tesi a 27, Guccio e Stucchi a 28, Pirri e Zorro a 29 anni.
Una storia nota, almeno nelle sue linee generali, ma riviverla fa tornare alla memoria periodi indimenticabili sul piano artistico e socio-culturale nei quali il mutamento dei costumi è stato accompagnato da un’evoluzione dell’arte per merito di artisti anche giovanissimi, spesso con il sovvertimento di qualunque schema precostituito. Come nell’arte contemporanea attuale.
La sede attuale della Fondazione Quadrienanle di Roma , Villa Carpegna
Questo non vuol dire ripiegamento sul passato, e il presidente Croppi lo ha detto esplicitamente: “Come ogni altro organismo la Quadriennale ha il dovere di ripensarsi costantemente, di misurarsi con le condizioni ambientali che mutano, con le nuove esigenze, con un più forte rapporto con la città e con gli operatori, con la persistente vitalità degli obiettivi, allo scopo di rafforzare sempre di più il suo ruolo di promozione dell’arte italiana sia nel nostro paese che all’estero”.
Per questo il 2018-20 è stato definito “Ritorno al futuro”, sulla piattaforma di lancio del passato glorioso, e ne vedremo i primi risultati nell’attesissima mostra del prossimo ottobre. Dare il merito al presidente Croppi di averlo sottolineato con forza nella presentazione al Tempio di Adriano, senza che abbiamo nascosto con sincerità una certa delusione iniziale, è un atto doveroso ma che compiamo volentieri. E non può mancare l’attesa che con la nuova sede funzionale nell’antico “Arsenale pontificio” la saldatura passato-futuro sia un propellente quanto mai efficace; è il nostro augurio.
La sede futura della Fondazione, l’Arsenale Pontificio
Info
Tempio di Adriano, Piazza di Pietra, Roma. Fascicolo “La Quadriennale”, novembre 2019. Cfr. i nostri articoli, in www.arteculturaoggi.com: per la 16^ Quadriennale, 16 giugno, 24, 27 ottobre, 1°, 29 novembre 2016; per gli artisti citati, in questo sito Cagli 5, 7, 9 dicembre 2019, de Chirico 22, 24, 26 novembre, 3, 5, 7, 9, 11, 13, 15, 18, 20, 22 settembre, 25, 27, 29 novembre 2019, e la mostra citata con il ministro Franceschini “Fumetti nei Musei” 2 gennaio 2020; in www.arteculturaoggi.com, Guttuso 26 luglio 2018, 16 ottobre 2017, 27 settembre, 2, 4 ottobre 2016, 25, 30 gennaio 2013; Futuristi 7 marzo 2018, Pirri 10 maggio 2017, Thayaht 27 febbraio 2017, Sironi 2 novembre 2015, 14, 29 dicembre 2014, Morandi 17, 25 maggio 2015, Deco-Liberty 1, 14, 23 novembre 2015, Secessione 21 gennaio 2015, Fioroni 1° gennaio 2014, Padiglione Italia 8, 9 ottobre 2013, Astrattisti 5, 6 novembre 2012, Marotta 13 ottobre 2012, e le mostre citate con il sindaco di Roma Raggi su “Vite spezzate” al Museo della Shoah 11 ottobre 2018 e con il presidente della Provincia di Roma Zingaretti su “Pasolini” 11 e 16 novembre 2012; in cultura.inabruzzo.it, Dada e surrealisti 6, 7 febbraio 2010, Futuristi 30 aprile, 1° settembre, 2 dicembre 2009, de Chirico 27 agosto, 23 settembre, 22 dicembre 2009, Sironi 26 gennaio 2009.
La sede delle mostre Quadriennali, il Palazzo delle Esposizioni, 2016, Foto OKN Studio
Foto
Le immagini che danno conto della Presentazione – di cui una per la presentazione della mostra precedente – sono state riprese da Romano Maria Levante (n. da 1 a 5); le immagini di Q-Rated e Q-International, della sucessione delle Quadriennali dal 1931 al 2008 e delle sedi della Fondazione sono state fornite dalla stessa Fondazione, alcune attraverso il fascicolo “La Quadriennale” distribuito alla Presentazione (le n. 6, 7 , 9, 12, 13, 19, 23, 25, 27, 30, 35), altre trasmesseci direttamente su nostra richiesta con una cortesia di cui ringraziamo vivamente; (le n. 8, 10, 11, da 14 a 18, da 20 a 22, 24, 26, 28, 29, da 31 a 34), nelle quali riportiamo la didascalia fornitaci, meno il sigillo che citiamo ora “una tantum” valido per tutte, “Courtesy Fondazione La Quadriennale di Roma”); le immagini sulla Quadriennale del 2016 (da n. 31 a 33) sono di Romano Maria Levante, tratte da tre dei 5 suoi articoli sopra citati su tale mostra. In apertura, la Presentazione, la sala vista dal fondo mentre è al microfono il presidente Umberto Croppi, seguita da una ripresa frontale in cui si intravede il presidente onorario Franco Bernabè seduto in prima fila al centro, il terzo della fila con alla dx appena visibile Ias Gawronski, già presidente; poi, il presidente Croppi con il direttore artistico Sarah Cosulich al termine mentre rispondono alle domande, e la “foto opportunity” finaledella presentazione, da sin. a dx, Cosulich e Croppi, poi Luca Bergamo per il Comune di Roma e Lorenzo Tagliavento per la Camera di Commercio, Lorenza Bonaccorsi e Nicola Borrelli per il MiBACT, ultimo a dx Albino Ruberti per la Regione Lazio; quindi la “foto opportunity” della presentazione della Quadriennale del 2016 con al centro il ministro del MiBACT Dario Franceschini, alla sua dx l’allora presidente della Quadriennale Franco Bernabè e alla sua sin. l’allora Commissario dell’Azienda Speciale Palaexpo Innocenzo Cipolletta, ai loro lati gli 11 curatori delle 10 sezioni della mostra; inoltre un momento del “workshop” Q-Rated , Milano, Hangar Bicocca, marzo 2019, e “Positions # 4” di Alessandro Puoti e Dandi Hilal dall’esposizione al Abbemuseum di Eindhoven con il sostegno di Q- International, 2018; inizia la successione delle 16 edizioni, 1^ Quadriennale del 1931, il Manifesto, e 2 opere, Enrico Prampolini, “L’automa quotidiano” 1930, e “La sala dei futuristi, in primo piano Ernesto Thayaht, “La vittoria dell’aria” 1930; poi, 2^ Quadriennale del 1935, “Giardino d’inverno”. Foto Giacomelli Carbone Venezia Roma, Lucio Fontana, “Atleta in attesa”(Campione Olimpionico) 1931-32, Scipione, “Il Cardinal decano” 1930; quindi, 3^ Quadriennale del 1939, Inaugurazione con il re Vittorio Emanuele III e altre autorità, e 4^ Quadriennaledel 1943, Allestimento. Foto Giacomelli; inoltre, 5^ Quadriennale del 1948, Inaugurazione, Visitatori commentano un’opera esposta, 6^ Quaadriennale del 1951-52, Allestimento. Foto Giacomelli; ancora, 7^ Quadriennale del 1955-56, “In primo piano Giacomo Manzù, ‘Danzatrice'” 1954, bronzo, Foto Magis, e Alberto Burri, “Sacco e Rosso” 1954; segue, ‘8^ Quadriennale del 1959-60, Leoncillo Leonardi, “Ritratto di Titina Maselli”, 1945, ceramica. Foto Giacomelli Venezia, e 9^ Quadriennale del 1960-65, Mimmo Rotella, “Lo schermo” 1965, foto emulsione su tela. Foto di Oscar Savio; poi, 10^ Quadriennale del 1972-77, sul tema “La ricerca estetica dal 1960 al 1970” , la “Sala dedicata a Pietro Manzoni” e Lucio Fabro, “Italia d’oro” 1971; quindi,11^ Quadriennale del 1986, Facciata della sede eccezionale, il Palazzo dei Congressi, e 12^ Quadriennale del 1992-96, Veduta della mostra con un’opera in primo piano, e sul tema “Ultime generazioni” Stefano Arienti, “Senza titolo” 1996, stampa su carta intelata a trasferimento elettrostatico da diapositiva graffiata. Foto Giuseppe Schiavinotto, poi Vanessa Beecroft, “Lotte” ; inoltre, 13^ Quadriennale del 1997-99, Luigi Ontani, “Caino e Abele” 1999, ceramica policroma. Foto di Guido Guidotti, e 14^ Quadriennale del 2005, in “Fuori tema” Jacob Hashimoto, “Water Block4.0” 2003, poliuretano ad alta densità verniciato. Foto di Lorenzo Abbate, Michelangelo Pistoletto, “Il nuovo segno di infinito”, 2005; 15^ Quadriennale del 2008, Veduta del colonnato. Foto di Giorgio Benni, e 16^ Quadriennale del 2016-17, sul tema “”Ehi, voi!” Patrick Tuttofuoco, “Portraits (Christian)” 2016, sul tema “Cyphoria” Quayola, “Lacoon #20-Q1″ 2016, sul tema “La seconda volta” Marcello Maloberti, “Himalaya” 2012 ; completiamo la galleria delle Quadriennali con un’immagine “storica”, Anno 1975, dal Fondo Lorenza Trucchi, qui con Fellini, Guttuso, Manzù; infine, immagini delle Sedi della FondazioneQuadriennale di Roma, La sede attuale di Villa Carpegna seguita dalla Sede futura dell’Arsenale Pontificio e La sede delle mostre Quadriennali, il Palazzo delle Esposizioni, 2016. Foto OKN Studio; in chiusura, La sede della presentazione della 17^ Quadriennale, il Tempio di Adriano.
La sede della presentazione della 17^ Quadriennale, il Tempio di Adriano
All’Auditorium della Conciliazione a Roma, nei pressi del Vaticano, con piazza San Pietro sullo sfondo, nel “foyer” appositamente allestito, il 21 febbraio 2020 si è svolta la 14^ edizione della “maratona” poetica “Ritratti di Poesia”: dalle ore 9 alle 19, dieci ore pressochè ininterrotte, con la lettura da parte di poeti italiani e stranieri delle proprie composizioni precedute da interviste sulle motivazioni alla base del loro impegno e sui contenuti della loro poetica. Ideatore e realizzatore con la Fondazione Terzo Pilastro Internazionale di cui è presidente Emmanuele F. M. Emanuele, premiato poeta oltre che docente, operatore finanziario e culturale, imprenditore; Vincenzo Mascolo come ogni anno curatore, conduttore, intervistatore.
Emmanuele F. M. Emanuele nell’intervento conclusivo
In passato alla rassegna poetica si è aggiunto il collegamento della poesia con danza, la musica e la pittura, questa volta l’adattamento di poesie classiche e opere d’arte ai fumetti e sculture di volti misteriosi in pagine di libri di terracotta. Il “foyer” da atrio di passaggio è stato trasformato in un salone reso quanto mai accogliente dalla scenografia di Enrico Miglio – un “ritorno” dopo l’artista Liu Zi Xia e le sue “mani aperte” in segno di accoglienza e solidarietà del 2019 – passato dagli ingranaggi di orologi alla “Tempi Moderni” del 2018 ai 12 grandi termometri al calor rosso nelle pareti con pannelli dalle tinte accese per la calura e un’ “oasi di frescura” al riparo degli alberi con una panchina e una bicicletta, una ambientazione magistrale che evoca e fa sentire nella pelle il riscaldamento climatico.
Vincenzo Mascolo nella presentazione iniziale
Lo vitalità e
il valore della maratona poetica
Non sente il segno del tempo e dei tempi l’annuale maratona poetica. Il tempo potrebbe averla logorata, trattandosi della 14^ edizione della rassegna ideata da Emmanuele F. M. Emanuele nel 2006 e realizzata senza alcuna interruzione dalla Fondazione da lui presieduta a cura di Vincenzo Mascolo, puntuale nell’introdurre le varie sezioni e parti, colto nell’intervistare, preciso nel ritmo scandito da un contaminuti, per cui alle 18,20 precise, come previsto nel programma, terminava la sfilata poetica per le premiazioni prima del finale con Mogol intervistato sulla poesia, poco dopo protagonista del grande concerto. Oltre al tempo trascorso dalla sua ideazione, potrebbero essere i tempi – con i repentini mutamenti – a relegare la poesia tra i generi superati per le giovani generazioni “connesse” con i social.
Mascolodavanti a un pannello sul “riscaldamento globale” di Enrico Miglio con ai lati due dei 12 grandi “termometri” posti nelle pareti della sala
Tutt’altro che questo, invece del logorio si ha un rilancio in grande stile, dalla sede consueta del Tempio di Adriano si passa a un’altra sede di grande valore, l’Auditorium della Conciliazione, nella quale tra l’altro – ha annunciato il Presidente – potranno esservi mostre ed altre iniziative della Fondazione. Inoltre si reintroduce il concerto conclusivo all’insegna della poesia tradotta in musica, dopo l’interruzione degli ultimi anni; in passato c’erano stati Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia, questa volta le canzoni di Lucio Battisti con un cantante somigliante nel volto e nella voce, e la partecipazione di Mogol, i cui testi poetici hanno contribuito in modo determinante a creare la magia di tante “emozioni” musicali; un grande concerto notturno con un’orchestra di 16 elementi, non nella sala della “maratona” poetica con pochi musicisti, come nei precedenti, ma nel vasto Auditorium, in un vero teatro.
Un’installazione sul “riscaldamento” globale” di Miglio
Analogamente per l’altro fattore di logorio, la poesia non è affatto un genere superato, nell’era dei “social” i giovani sono tra i protagonisti della manifestazione con la sezione iniziale dedicata a loro, vediamo gli studenti delle scuole romane che si sono particolarmente impegnate partecipare numerosi e appassionati; per di più un premio è dedicato addirittura al “format” dei social tipo Twitter, nell’aggiornamento di quest’anno che segue quello dei social, da 124 battute a 280 con il Premio “Ritratti di poesia 280”, inoltre “Ritratti di poesia.storie” per Istagram; la sfida dell’estrema sintesi viene così raccolta dalla poesia che, del resto, ha avuto nella sinteticità espressiva una delle sue caratteristiche fondamentali, poemi a parte, si pensi ai sonetti fino al folgorante “M’illumino d’immenso”.
Un’altra installazione sul “riscaldamento globale” di Miglio
Qual è il segreto di questa vitalità? E’ stato alla base dell’intuizione iniziale dell’ideatore e realizzatore Emmanuele F. M. Emanuele partito dalla semplice considerazione che la poesia è innata nella natura umana come forma istintiva di espressione dei sentimenti, a fianco delle tante altre forme sviluppatesi nel tempo, dalle arti visive come pittura e scultura alla danza, al teatro e poi al cinema. In quanto tale deve avere la stessa “rilevanza, visibilità e fruibilità” delle altre arti e un palcoscenico adeguato come la “maratona” annuale. Inizialmente per gli addetti ai lavori e gli appassionati, ha esteso il suo raggio d’azione aprendosi alle scuole, ai giovani e al grande pubblico come rassegna poetica di livello internazionale con l’apposita sezione dedicata ai poeti stranieri affiancata a quella per i poeti italiani; per entrambe le sezioni il conferimento del Premio Fondazione Terzo Pilastro Ritratti di Poesia.
Dal “riscaldamento globale” all'”oasi di frescura” nell’installazione di Miglio
La Fondazione opera nel Terzo Settore, di recente ha sostituito la qualificazione “Internazionale” a quella precedente “Mediterraneo” per la caduta dei confini in una visione globale della vicinanza alla persona umana in campo sanitario e della ricerca scientifica, sociale e welfare educativo e formativo nel quale rientra la cultura e l’arte in un ponte tra le diverse culture nel mondo, in particolare tra Oriente ed Occidente. Nel suo ambito la Fondazione cultura e arte per la promozione e diffusione di iniziative culturali e artistiche. Alla base c’è l’assunto iniziale che ha portato il presidente Emanuele a ideare la manifestazione, il ruolo dell’arte e della cultura – nel casso specifico della poesia – nella crescita integrale della persona realizzata nella storia del genere umano. Questo si manifesta “nell’affermazione dei valori di condivisione e solidarietà, e nella formazione della coscienza collettiva, annullando le differenze e ampliando i confini, a favore dell’inclusione sociale degli individui e del dialogo costruttivo tra i diversi popoli”. E un dialogo mediante la poesia, sconfinata ed eternatrice, è quanto di più universale ed elevato si possa concepire.
Un’installazione con l'”oasi di frescura” di Miglio
All’insegna di questa visione internazionale anche la “maratona” di poeti, con la sezione “Poesia sconfinata” dedicata ai poeti stranieri, le cui 7 parti si sono alternate con le 7 parti della sezione “Di penna in penna” dedicata ai poeti italiani, 20 minuti per ciascun poeta straniero, 10 per ogni italiano, in maggior numero. Tutti i poeti si sono avvicendati sul palco leggendo una serie di proprie poesie dopo un’intervista in cui sono stati interrogati sulle motivazioni e i contenuti del proprio impegno poetico. Sia che recitassero dal palcoscenico sia che lo facessero dal podio costituito da un simil-blocco di ghiaccio in scioglimento per il riscaldamento climatico hanno potuto esprimere con accenti genuini i loro sentimenti; per gli stranieri la traduzione italiana dei testi poetici recitati nella propria lingua scorreva sul grande schermo. Ne daremo qualche pillola fior da fiore, pescando nella raccolta scritta che con un componimento ciascuno consente di rivivere il “viaggio nella poesia” dopo le suggestioni della recitazione orale. Lo faremo senza seguire l’alternanza opportunamente adottata nella giornata per dare maggior ritmo alla sequenza delle singole parti, le raggrupperemo nelle diverse sezioni; tra la sezione di poesia nazionale e quella di poesia internazionale così raggruppate abbiamo tuttavia inserito le altre sezioni riunite anch’esse in un capitolo unico, per intervallare la parte poetica e dare ritmo anche noi.
Un’altra installazione con l'”oasi di frescura” di Miglio
Inizia la
manifestazione, spazio ai giovanissimi poeti
Prima della rassegna poetica la citazione dei tre licei romani Vittoria Colonna, Convitto Nazionale V. Emanuele II, Cavour, G. De Sanctis, N. Machiavelli che, con la platea animata dai loro studenti attenti appassionati, sono stati protagonisti della prima sezione, “Caro Poeta” : l’incontro degli studenti-poeti in erba saliti alla ribalta con i poeti Franco Buffoni e Maria Grazia Calndrone, Terry Olivi, Lidia Riviello ed Elio Pecora, presente anche lo scorso anno. Non c’è che dire, vedere i giovanissimi aspiranti poeti a fianco di questi celebri nomi senza timori reverenziali né momenti di imbarazzo è stato rassicurante a conferma della forza interiore che si sprigiona con la poesia.
“Caro Poeta” , gli studenti recitano le loro poesie
Altrettanto rassicuranti le due sezioni successive, dedicate ai Premi per la poesia declinata nel linguaggio dei “social”, con la sua brevità icastica: i giovani e giovanissimi “connessi” si sono cimentati al ritmo scandito dalle regole di Twitter e Istagram, in “Ritratti di poesia 280”, raddoppio di battute come avvenuto in Twitter, e “Ritratti di poesia.storie” per Istagram. La giuria era formata da Silvia Bre, Bruno Galluccio e Domenico Sinfonico, poeta partecipante alla sezione “Di penna in penna” per il primo; da Andrea Cati, Sivia Salvagnini per il secondo.
“Poesia illustrata” , i fumetti di Julian Peters ispirati dall”opera di Eugenio Montale “Dora Markus”
Altre citazioni d’obbligo la “Poesia illustrata” nell’incontro con Julian Peters e “Opera prima” di Giovanni Libello, Francesco Maria Terzago e Giovanna Cristina Viviantetto che hanno concluso la fase iniziale dedicata ai giovani. Perché Julian Peters ha tradotto nel linguaggio fumettistico da loro prediletto poesie classiche della letteratura inglese, francese e italiana, tra gli altri vediamo fumetti su “Dora Markus” di Eugenio Montale.
“Di penna in penna”, Luca Benassi
Dei tre poeti con la loro “opera prima” citiamo alcuni versi. Giovanni Libello: “Amin, è quasi giorno, ecco l’ignota rovina./ Oltre la vetrata flagelli di margherite: l’amore è la mia tirannia./ Amin, è quasi giorno, è la resa dei fuochi invernali/ l’ectoplasma del divenire. Dio, gheriglio di stella insegnaci a svanire/ poco poco/ insegnaci il dialogo amoroso/ tra i picchi delle braci e l’arpionata notte”. Francesco Maria Terzago: “Non è qualcosa che abbia un’importanza/ secondaria, considerare la torsione/ degli astri che comprime la notte/ ricordandoci il sottile discrimine/ tra l’esistenza e la mancanza/… Non è qualcosa che abbia un’importanza/ secondaria, conoscere il nome delle piante/ che mettono un balzo verde tra le discontinuità/ del porfido, dell’asfalto/ … Non sono gli spettri/ quelli che pettinano l’erba del prato, nel parco pubblico/ quelli che la pareggiano eliminando ogni discontinuità”. Giovanna Cristina Vivinetto: “Ha dovuto sapere che tutta la vita dopo la morte,/ se è clemente, è come quella luce rarefatta/ che si mescola lenta alla sabbia grumosa/ e per un attimo di grazia la benedice/ – per un attimo solo e poi scompare”.
“Di penna in penna”, Andrea De Alberti
La poesia italiana nella sezione “Di penna in penna”
Il “viaggio con la poesia” della sezione italiana “Di penna in penna” si apre con la lirica di Emmanuele F. M. Emanuele tratta da “Le pietre e il vento”, sono due archetipi della sua Sicilia di cui ha cantato le bellezze e i sentimenti che ispira: “Le palme parlano tra loro/ con il linguaggio del vento./ Raccontano il loro lungo viaggio/ dai deserti e dalle oasi./ Ora approdate all’isola/ vivono in un mondo a loro ignoto,/ di incanto dicono i visitatori,/ guardando la loro armonia e grazia./ Ma alle palme tutto ciò appare incomprensibile./ Rumori, odori, a loro/ sono del tutto estranei./ La cosa che dà loro conforto e felicità di esistere/ è il vento, la vista del mare/ che nel ricordo le congiunge alle terre da dove/ partirono,/ la vista delle altre piante sorelle,/ e il canto della lodola/ che si rifugia tra i loro rami.”
“Di penna in penna”, Giusi Quarenghi
Seguono i “tutor” poetici degli studenti romani in “Caro poeta” :Franco Buffoni: “Il mondo… Il mondo no,/ Lui continua e continua/ Col suo sorriso da dinosauro/ Dipinto sul viso/ E un Ego grande/ come un monumento funebre/ Vòlto al mare aperto….”. Maria Grazia Calandrone: “Siccome nasce/ come poesia d’amore, questa poesia/ è politica.” Terry Olivi: “Ha indossato un vestito diverso/ la primavera che sta arrivando./ Non ancora la seta rosata/ della sua fioritura splendente/ tunnel spazio-temporale/ di bellezza siderale,/ due sacchettini di plastica/ color cielo delle isole greche/ gonfi di tramontana,/ trafitti dai rami,/ danzano immemori al vento,/ otri di polietilene,/ sconosciuti sakura/ dei nostri tempi sbandati”. Elio Pecora: “Da qui il visibile è di scorcio./ Non angeli che soffiano/ in tube specchianti,/ né demoni a tessere ansie./ Dietro il rumore/ – immenso assordante – / un silenzio insodato./ Chi parla di storie remote,/ di glorie intatte? Chi dice/ che tutto è da ricomporre?/ Affondano nelle foglie/ i passi. I rami intagliano/ l’ombra. Forse la salvezza/ sta nel proseguire, forse/ smarcare nella distrazione”. Lidia Riviello: “… in questo sonno/ solo il cinque per cento dei sogni/ contiene palma mare sabbia tropicale./ fuori dal mercato avremmo un altro aspetto,/ ma la minoranza di cose sagge e meravigliose/ ne conosce talmente che l’indotto, il marchio, il riciclo, fioriscono/ indisturbati/ nel tribal/ andrea mantegna non viene più esposto / per un equivoco fra prospettiva/ e orizzonte di attesa”.
“Di penna in penna”, Anna Elisa De Gregorio
La carrellata dei poeti succedutisi nel palco per leggere le proprie poesie dopo l’intervista su motivazioni e contenuti comincia con la 1^ parte di “Di penna in penna”. Sempre nel “fior da fiore” del “viaggio nella poesia” Luca Benassi: “Già la strada sembra un grido di vento/ un azzurro ingolfato fra le chiese/ a levigarti il sorriso sopra il volto/ che risplende nella piena del sole./ che ci invade.” Antonio Bux: “Se ti guardano le lucertole/ vuol dire che sei morto/ e se sei morto come una pietra/ levigata dal dolce sonno/ … continueranno le tue ossa a vivere l’ombra/ e le parole, che tu guardi e non sai/ continueranno le solitudini del corpo, le striature/ perché parlare il tuo muovere l’ostacolo / se camminando sai di tacere”.
“Di penna in penna”, Renato Minore
Con la 2^ parte altre inquietudini e temi personali. Andrea De Alberti: “Chi tradisce una segreta inquietudine/ è sotto la minaccia di una stagione di fuoco./ E’ primavera inoltrata,/ in questo periodo dell’anno dobbiamo aspettarci/ stravaganze da qualsiasi uomo”. Damiano Sinfonico: “E’ tornata, mi dicono, la barista russa./ Scorbutica, scontrosa./ Io non la ricordavo lì per lì./ Poi sì, uno scontrino battuto in fretta”. Alberto Pellegatta: “Fai bene a non parlare, le frasi/ non ti lasceranno più in pace../ Interamente in rossori/ dipendi dai nostri preconcetti./… anche la primavera ci danneggia/ ricoperta di spore. Strilli/ sotto la nostra sdegnosa magnolia.”
“Idee di carta”, per CapoVersi di Bompiani Gerardo Masuccio e Paolo Maria Bonora, con Mascolo
Da temi planetari a locali nella 3^ parte. Marisa Papa Ruggiero: “L’ombra in cammino sulla pelle del mondo/ Le torbe antiche, le millenarie catene arboree sono tizzoni esplosi/ nel fondo del respiro. –E’ ora, è adesso che accade –/… E’ già sepolto il domani negli occhi dell’ultima orsa polare/ ed ora sai che per ogni grattacielo di ghiaccio scivolato nel nulla,/ per ogni creatura in fuga divorata dal fuoco, si è spenta una stella./… Le meduse marine sulla sabbia arsa hanno smesso di respirare,/ l’ala bianca, bruciando alto, lascia il volo nell’aria./ Ma torneremo…/ di nuovo nati, di una diversa sostanza”.. Gianni Zampi: “Ma è l’aria di quassù che più mi colpisce/ l’aria che trascolora e si flette, che/ mi sembra stanchissima. Allora lancerò/ lontano la schifezza dei fondi del caffè/ e dell’anima che se c’è batte un colpo – / stai tranquillo, ti dico: al chilometro zero/ sono io il museo”.
“Idee di carta”, per la rivista NiedernGasse Paola Silvia Dolci con Mascolo
Nella 4^ parte troviamo i colori. Giuseppe Grattacaso: “Se il giallo si confonde e non conclude/ la sua testimonianza, allora invecchia/ il corpo spento, avverte che l’attesa/ è una fermata in bilico sul nulla./ Quando poi la marcia è consentita/ e il verde si profonde in cerimonie/ e partiamo all’assalto, consumato/ è il terreno, vediamo il precipizio/ ad ogni passo, speriamo in una sosta/ più duratura al prossimo passaggio,/ che il giallo ci conservi nell’indugio, l’incertezza ci liberi dal viaggio.”. Giusi Quarenghi: “Il gelsomino/ bianco messo a dimora/ con tutte le cure è morto vive/ invece in un vuoto del muro di pietre/ il seme sfuggito anche al vento/ randagio caparbio fratello/ capace di farsi bastare ogni/ niente. Lo nutre il desiderio/ quello che gli manca”.
” Letteratura e poesia”, Ersi Sotiropoulos con Mascolo
La 5^ parte evoca temi personali, anche l’amore. Fernando Acitelli: ”Il fatto è che l’amore deve/ prevedere il Tutto altrimenti è altro/ e per me la ricognizione/ sul passato inabissato, accatastato/ sui fondali, vale più di qualsiasi/ fanciulla a termine, molata/ fin che si vuole, ma a termine./ La mia sostituibilità? Con chi?/… Per tutto questo ha senso innamorarsi”. Anna Elisa De Gregorio: “Solo strisce verticali/ a disegnare bianche la finestra/ nel confronto col blu della persiana/ contraltare orizzontale./ Lampada gialla e rosso di tramonto/ in ballo fra le stecche meticolosi/ contorni evidenziati/ con pennellate nere./… insinua un vuoto rettangolare…/ nessuna linea curva ai piani alti / della solitudine nessuna diagonale./… L’idea dei neri contorni/ del tutto cancellata. Così l’imprevisto: metà ombra metà luce./ E il ritmo diventa l’unica guida”. Stefano Simoncelli: “Non assomiglio più a nessuno/ quando mi incontro sulla specchiera/ di un bar con mezza sigaretta in bocca/ e un bicchiere di qualche ambrato veleno./ Certe volte sembro un banco di nebbia, impenetrabile e denso./… Altre volte sono pulito e trasparente/ come un vetro attraverso il quale/ vedo quello che ero, un ragazzo/ svelto, aggressivo e arrogante/ che va incontro alla notte.”
“Scultura e poesia”, Paola Grizi con Mascolo
Un singolo poeta nelle ultime due parti. Nella 6^ parte l’immagine della donna ci riporta, in termini diversi non meno suggestivi, alla canzone ‘cult’ “Quello che le donne non dicono”, nella poesia di Annalisa Alleva: “Noi creature baciate dall’insicurezza,/ noi che piacciamo per la voce infantile,/ i modi garbati, l’innocenza,/ quando loro fan di tutto per corromperci./ Noi a cui viene chiesta eterna giovinezza,/ serietà, sensualità, intelligenza, pazienza./ Noi viviamo in un paese di tiranni:/ dobbiamo adularli, ingoiare, obbedire,/ fingere di accontentarci di far loro da sfondo/ da cornice/… Noi incapaci di solidarietà, noi che ci temiamo/ come possibili rivali, noi sole,/ noi che non ci amiamo./ Noi dell’istinto, della facile emozione,/ noi della terra, dell’amore totale, noi della casa.”
Paola Grizi, Scultura-poesia # 1
Infine, nella 7^ parte irrompe la forza del pensiero di un poeta affermato, Renato Minore, con la recente raccolta “O caro pensiero”: sebbene pesi sull’anima e la memoria, oltre che sulla vita quotidiana, il pensiero è alla base anche del futuro, si vive per ricordare e per elaborare il ricordo in pensiero. Con la densità del pensiero in cui restano anche gli avvenimenti del passato – ha affermato nell’intervista prima della lettura poetica – “riusciamo ad elaborare l’esistenza. Il pensiero dà senso all’insensatezza della realtà, esprime esperienza di vita, esperienza di parola, un’intensa umanità; può riflettere il massimo di concentrazione e anche il massimo di indiffernza”. Versi da “Filo e vento d’amore”: “Le cose che io so le cose che tu sai/ Le cose che facciamo finta di sapere/ Le cose che fanno il mondo grasso e tondo/ Le cose che hanno angoscia e fondo/ Le cose appena sussurrate/ Intuite eppure dimenticate/ Svanite appena la luce s’avvicina/ … Non hai che pelle erosa/ guaina che inghiotte inghiottita/ l’io del mondo, storia e differenza,/ dolcissima idea del movimento/ appena smorzato dal pensiero della sua fine…”.
Paola Grizi, Scultura-poesia” # 2
Editoria, letteratura, scultura, legate alla poesia
Prima di passare alla rassegna dei poeti stranieri, un
intermezzo sugli altri momenti della manifestazione nei quali non si sono
recitate e commentate poesie, ma si è
restati sul tema.
Così nella tradizionale sezione “Idee di carta”, sulle case editrici che operano in un campo così impegnativo per tanti motivi, tra i quali le difficoltà sul piano commerciale che rendono meritoria la loro attività. Tanto più quando si tratta di iniziative nuove, particolarmente innovative e stimolanti. Vincenzo Mascolo ne ha discusso ampiamente con i rappresentanti di due di esse.
Paola Grizi, Scultura-poesia # 3
Per Bompiani, la prima casa editrice, Gerardo Massuccio e Paolo Maria Bonora hanno parlato dell’impostazione della nuova collana poetica “CapoVersi”, titolo che nel solco di una prestigiosa quanto specialistica tradizione editoriale evoca la ripresa dopo l’andata a capo, l’aiuto della poesia per rinascere, come il “corrimano” indicato da una poetessa al quale ci si aggrappa nella vita; viene selezionata la migliore poesia contemporanea, nell’equilibrio tra i grandi nomi del Novecento e i nuovi autori del terzo millennio, quindi tradizione e avanguardie, tra Occidente e Oriente.
“Poesia sconfinata” , la britannica Jenny Mitchell
La seconda realizzazione editoriale, illustrata dalla direttrice dell’edizione italiana Paola Silva Dolci, è la rivista semestrale di poesia e cultura “Niedergasse”, con edizioni italiana, inglese e tedesca: la linea editoriale è all’insegna della rapidità e velocità, attraverso interviste e recensioni, traduzioni e approfondimenti, estesi a fotografia e musica, arte e spettacolo, fino ai documentari.
Il libro “Cosa resta della notte (Nottetempo)” che rievoca la storia di uno dei più grandi poeti del ‘900, Costantino Kavalis, è stato presentato da Ersi Sotiropoulos, in completo nero che ci ha ricordato la figura esistenzialista di Edith Piaf; l‘autrice, intervistata da Mascolo, ha seguito il poeta nella parte iniziale della sua maturazione artistica nel crocevia esistenziale tra arte, vita e desiderio erotico: “in un clima trasognato, sensuale, quasi allucinato e dantesco, Kavafis compie un’iniziativa creativa, fronteggiando i suoi demoni interiori, superando una serie di prove, la più dura delle quali consiste nell’accettarsi, nel trovare la propria patria interiore, la propria Itaca”.
“Poesia sconfinata”, il belga German Droogenbroodt
Dalle letteratura alla scultura con “La materia e le parole”, incontro condotto da Mascolo con l’artista italiana a livello internazionale Paola Grizi che fa emergere visi femminili da pagine scolpite in bronzo o terracotta; ci ha ricordato, pur nelle radicali differenze, le “Porte di Rosanna Borzelli” con i volti impressi su vecchie porte lignee e i “Libri d’artista” di forte impianto materico di Vittorio Fava. Nelle sculture della Grizi, esposte in sala, i volti emergono dalle pagine scolpite come “epifania della coscienza”, e “sembrano voler raccontare le loro storie di persona, come se le vite vissute nel testo si specchiassero nei nostri occhi. Sono volti che si costruiscono nel tempo”, perciò rivelano appieno i loro profondi contenuti solo “dopo molteplici visioni”. Infatti “sembra che le pagine accartocciate, divelte, e usurate, siano ciò che noi siamo dopo le esperienze che ci toccano nel profondo”.
“Poesia sconfinata”, il britannico Philip Morre
La poesia straniera,
“Poesia sconfinata”
Torniamo alla poesia, con la sezione dedicata agli stranieri, “Poesia sconfinata”, in 7 parti, con un poeta ciascuna, salvo un’eccezione, si va dall’Europa agli Stati Uniti. Anche qui qualche scampolo, “fior da fiore”, di una delle tante poesie lette dagli autori nella loro lingua, con la traduzione sullo schermo.
La britannica Jenny Mitchell: “Ha un abito fatto di musica/ modulata lungo l’orlo, le note alte nelle cuciture./ Un inno esaltante/ adorna il corpetto/ di puro pizzo./ Il cuore è cucito con amen altisonanti, il dorso una linea curva/ di alleluia./ E’ fiera a sufficienza per tenere / il proprio applauso/ infilato in una piega della vita./ La gonna oscilla libera/ quando lei cammina/ a mostrare l’assenza di catene./ Ha un abito fatto di musica”. E’ intitolata “Canzone per un’ex schiava”.
“Poesia sconfinata”, al centro le americane da sin. Nicole Sealey e Samiya Bashir
Sempre dalla Gran Bretagna Phillip Morre, con “Still Life”: “ Due pesche, quattro banane, due pere,/ schiaccianoci in allerta, cestino di acciaio; con bordo metallico arrotondato, posato/ senza sfoggio su tovaglia verde e blu – olive o/ sono prugne? Questo vedo, e mi chiedo/ se questo, dovesse fallire la terapia, potrebbe/ diventare il mio mondo, la sua pienezza e limite,,,”.
Dal Belgio Germain Droogenbroodt inizia così la descrizione della “Vista dalla mia finestra di mattina”: “Due mondi, uniti da un’illusione ottica:/ la pozzanghera grigia del mare/ che sembra impenetrabile/ come la cortina di nebbia/ che pesa sulla terra,/ si estende all’orizzonte,/ e impedisce di vedere oltre/ rimanendo nell’enigma e nel mistero.”
“Poesia sconfinata”, l’americana Nicole Sealey
La svedese Eva Strom nel
suo “Il rosso vuole il rosso e dissolversi nel velo”: ”Sto a guardare la grata,
e la persiana/ Sto a guardare il velo, e la membrana/ Sto a guardare la
persiana, la membrana, / Sto a guardare il velo, la persiana/ Il rosso vuole il
rosso, il velo, la membrana, la linea/ Vuole diluirsi, bagnarsi e diluirsi/ Il
rosso vuole il liquido, la linfa e l’osmosi/
Il rosso vuole il rosso e dissolversi nel velo/ Impregnarsi e per osmosi
diluirsi/ Il rosso si fa rosso, liquido e osmosi.”.
Poi due poetesse americane, insieme sul palco con le intervistatrici, recitano poesie distinte una dopo l’altra. “Anamnesi” di Nicole Sealey è un quadro disperante di malattie e lutti familiari e di ansie e timori personali: “Ci vedo male./ Il vento mi spaventa/… Zio Ken, saggio com’era, è stato messo sotto/ da un’auto, come per confutare qualsiasi teoria/ verso la quale tendo con lo scrivere. E, lo so,/ le stelle in cielo sono già morte”. Di Samiya Bashir la poesia “Una piccola questione di ingegneria”: “La vecchia torre dell’acqua una volta conteneva/ ogni goccia in cui vivevamo. Le pareti/ scure contornate in cima da mattoni scuri simili/ a collant da supermercato si ergono ancora/ ritte a cavalcioni della strada principale/ dove la via si separa tra/ campi opposti. Da questa parte / tutto sparito da quanto tempo chiunque/ riesca a ricordare e l’inverno ancora freddo/ come non è mai stato. Dall’altra parte?/ Senti. Hai sempre avuto il tratto/ di fiume più ampio, amico. Sta di fatto: noi/ siamo ancora qui. Qualsiasi altra cosa ti sia rimasta -/ beh – lasciaci con una sete folle. Dai, ti sfido”.
“Poesia sconfinata”, la svedese Eva Strom
Fino all’ultimo poeta, ancora un americano, Philip Schultze con “Nomadi”: “Sono venuto a vuotare la stanza di mia madre,/ mettere in una borsa tutto quello che aveva./… Ero l’unica cosa che le era venuta bene, mi diceva,/ eppure non ero parte del passato che ricordava./ ‘Mancherà a qualcuno?’ chiedo, lasciando/ cadere la foto nella borsa. ‘No’, Lisa sorride,/ ‘qui non manca mai niente a nessuno’”.
Termina così il nostro “excursus” poetico che, ripetiamo, coglie “fior da fiore” alcuni brani di un’unica poesia tra le tante recitate dai poeti stranieri in questa sezione e dai poeti italiani nell’altra. Con l’impressione che c’è tanta inquietudine e pochi sospiri d’amore, anche questo segno dei tempi.
“Poesia sconfinata”, l’americano Philip Schultz
La premiazione e la chiusura della “maratona”
La consegna dei “Premi Fondazione Terzo Pilastro – Ritratti di Poesia” è sempre il momento culminante della manifestazione, si è svolta al termine con il Premio Nazionale a Paolo Valesio e il Premio Internazionale alla poetessa rumena Ana Blandiana.
Paolo Valesio, di formazione linguistica, i suoi studi di retorica nella scrittura, anche nella dimensione spirituale, lo hanno avvicinato a D’Annunzio e Marinetti che considera “fondamentali per lo sviluppo della poesia italiana ed europea del Novecento”, per il centenario del futurismo nel 2009 ha organizzato un convegno nella Columbia University e curato la publicazione di un’opera di Marinetti. Insigne letterato e docente in prestigiose Università americane, ha creato il “Yale Poetry Group” e nel 1997 la rivista poetica “Yale Italian Poestry”, dal 2006 divenuta “Italian Poetry Review”. Narratore ininterrotto ha alternato prosa e poesia dalla prima rassegna ibrida, “Prose in poesia” del 1979, pubblicata un anno dopo il suo primo romanzo “L’ospedale di Manhattan”, sono seguiti romanzi e racconti, fino ai “diari romanzati o romanzi quotidiani” di un “Tetralogia” in parte inedita; e soprattutto 20 raccolte poetiche, l’ultima nel 2018, “Esploratrici solitarie”. “Le mie poesie, ha detto lui stesso, non appartengono al genere ormai un po’ logoro del poemetto in prosa, voglio che la prosa irrompa nella poesia”. Dalla raccolta ora citata, la poesia “Stati e stadi della vita”, per Louis Aragon: “Un poeta ha parlato/ di ‘Paniere dell’oblio’./ E il vagabondo oscuro e barcollante/ che ne sentiva il delicato fascino/ adesso ne ha paura:/ quando le palpebre diventano sipario/ lui non sa se il prossimo istante/ sia sonno o svenimento o -/ com’è peraltro vano/ l’esorcismo della parola!/ Forse il meglio che può desiderare/ è che la paura questa/ sì metamorfosi/ in una serena curiosità./ teme però che mai raggiungerà/ la scienza di contemplare se stesso/ e resterà impigliato nell’orlo/ del manto dell’azione/ (che potrebb’essere una benedizione)”.
Premio nazionale “Ritratti di poesia”, Paolo Valesio
Ana Blandiana, nome d’arte della poetessa rumena Otilia Valeria Coman, è stata dissidente rispetto al regime comunista, impegnata nel sostenere i diritti dell’uomo contestando pubblicamente il dittatore Ceausescu, fino alla sua caduta nel 1989, mettendo in gioco la propria posizione, aveva vinto il Premio Herder nel 1982. In Italia ha avuto nel 2005 il Premio letterario Cesare Acerbi per “Un tempo gli alberi avevano occhi”, sono seguite le raccolte poetiche “Il mondo sillaba per sillaba” nel 2012, “La mia patria A4. Nuove poesie” nel 2015, fino a “L’orologio senza ore “ del 2018. Ha dichiarato che per essere scrittori e poeti bisogna essere liberi, per questo ha lottato ed è stata considerata”una persona he non rinuncia a dire la verità, ma la mia verità e semplicemente poesia”; e per lei “la poesia è qualcosa che non si può spiegare, é un’emozione”. Non solo, va oltre: “Credo che esista una categoria di poeti per i quali la poesia è qualcosa di vicino alla religione. Entrambe parlano di ciò che non è dicibile, di indicibile. Questo crea un’attesa per qualcosa che non si può dire”. Anche perchè alla poesia aggiunge quest’altra finalità: “Lo scopo della poesia è quello di ripristinare il silenzio, la capacità di tacere”. Dalla raccolta “Un tempo gli alberi avevano occhi” la poesia “Non scegliere”: “Convocata al supremo giudizio/ che termina spedendoci in terra,/ io, dichiarata non colpevole,/ ho avuto il diritto/ di scegliere me stessa./ Ma né uomo, e né donna , / e neppure un animale scelsi di essere,/ e neppure un uccello, e neppure una pianta./ Si odono i secondi cadere/ dal diritto supremo della scelta./ Lì si ode sbattere sulla pietra: no, no, no, no./ Invano convocata in giudizio,/ invano non colpevole”.
Premio internazionale “Ritratti di poesia”, Ana Blandiana
Il saluto del presidente Emanuele chiude la “maratona” poetica con una intensa rievocazione del cammino percorso a partire dalla sua intuizione iniziale sul ruolo che l’arte e la cultura possono avere nei periodi di crisi anche a livello economico e alla particolare importanza della poesia che merita di essere portata alla ribalta come le altre arti. Ma non si è limitato al piano culturale, lo ha collegato alle iniziative benefiche della Fondazione in cui è impegnato direttamente e stabilmente non solo a livello nazionale. L’ampliamento dell’ottica dal Mediterraneo allo scenario globale fa sì che l’azione si estenda alle altre aree cruciali nell’era della globalizzazione, in un’attività fatta di iniziative concrete in tanti campi, con l’aiuto e l’assistenza coniugati a poesia, cultura e arte.
Anteprima al concerto, Emanuele accoglieMogol
Ma la “maratona” poetica non è finita, segue una breve conversazione sulla poesia dello stesso Emanuele e di Mascolo con l’autore dei testi musicali Mogol, al secolo Giulio Rapetti, che tutti ben conoscono, l’Anteprima al Concerto notturno “Emozioni” con le canzoni di Lucio Battisti di cui ha scritto le parole. Afferma Mogol che “scrivere poesie è trasmettere emozioni, e farlo nella forma più semplice, che è anche la più diretta”; e cita le gustose esclamazioni del piccolo nipote dinanzi alle attenzioni di una ragazzina e dell’anziano genitore dinanzi a due procaci infermiere, agli opposti nell’età e nelle situazioni ma convergenti nella spontaneità frutto di emozione, e conclude: “Questa è poesia”.
Antepima al concerto, Mogol sulla poesia
Il gran finale
Il Concerto “Emozioni” nel grande “Auditorium” – palco teatrale e platea ad anfiteatro con spettacolari effetti di luce – ha avuto protagonisti Mogol, seduto sul palco da un lato, intervistato dal figlio in modo spigliato e disinvolto, e il cantante Gianmarco Carroccia, una reincarnazione di Lucio Battisti nell’aspetto e nella voce. Mogol ha rievocato come sono nati i suoi testi poetici delle canzoni la cui esecuzione da parte del cantante è stata inframmezzata ai suoi ricordi: circa 15 belle canzoni, in quelle maggiormente restate nel cuore e nella mente il pubblico ha accompagnato l’interprete cantando le parole scritte da Mogol e musicate da Battisti, in uno spettacolare turbinio di suoni, luci, emozioni.
“Emozioni”, Gianmarco Carroccia canta “Pensieri e parole”
Fino al colpo di teatro conclusivo: Mogol lascia il palco e scende in platea ad abbracciare il presidente Emanuele, seduto tra il pubblico, non tanto per aver promosso lo spettacolo, quanto soprattutto per la meritoria realizzazione di importanti iniziative benefiche nel campo della salute, lodate poco prima da un grande chirurgo, Massimo Msssetti, che era salito per questo sul palco. Vediamo il chirurgo, ridisceso in platea, alzarsi in piedi e applaudire l’abbraccio di Mogol, e tutti unirsi al suo applauso. Anche queste espressioni a cui abbiamo assistito e partecipato, “chiamale se vuoi, emozioni…!”
“Emozioni”, al centro Mogol sceso in platea abbraccia Emanuele, in fondo il chirurgo Massimo Mazzetti in piedi applaude
Info
Auditorium della Conciliazione, Via della Conciliazione 4, Roma, ” foyer” allestito con i pannelli e le installazioni di Enrico Miglio, e Auditorium teatrale. Cfr. i nostri articoli: sulle precedenti edizioni dei “Ritratti di Poesia” in www.arteculturaoggi.com l’11 febbraio 2019, il 1° e 3 marzo 2018, il 10 marzo 2017, il 10 febbraio 2016, il 15 febbraio 2013; in fotografia.guidaconsumatore.com il 30 gennaio 2012, in cultura.inabruzzo il 9 maggio 2011. Sulla poesia di Emmanuele F. M. Emanuele, “Al Quirino la poesia di Emanuele diventa teatro”, in questo sito il 22 ottobre 2019, in cultura.inabruzzo.it il 21 ottobre 2010; sulla figura di Emanuele, “Premio Montale a Emanuele” in www.arteculturaoggi.com “”La poesia specchio di tante vite” 14 aprile, e“Un lungo cammino” 20 aprile 2019. Per le altre citazioni del testo, cfr. i nostri articoli: in www.arteculturaoggi.com, i “Libri d’artista” di Vittorio Fava il 22 agosto 2018 e le “Porte di Rosanna Borzelli” il 17 aprile 2014; i Futuristi il 7 marzo 2018, Marinetti il 2 marzo 2013, D’Annunzio il 12, 14, 16, 18, 20, 22 marzo 2013; in cultura.inabruzzo.it, i Futuristi nel centenario, 30 aprile, 1° settembre, 2 dicembre 2009 (I siti citati cultura.inabruzzo.it, fotografia.guidaconsumatore.com non sono più raggiungibili, gli articoli saranno trasferiti su altro sito e sono comunque a disposizione).
Foto
Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nel “foyer” durante la “maratona” poetica e nell’Auditorium teatrale durante il Concerto conclusivo. Sono riportate, a parte quelle iniziali sui pannelli dell’allestimenti, nella succesione in cui le singole seioni sono citate nel testo. In apertura, Emmanuele F. M. Emanuele nell’intervento conclusivo; seguono, Vincenzo Mascolo nella presentazione; e davanti a un pannello di Enrico Miglio con ai lati due dei 12 grandi “termometri” posti nelle pareti della sala; poi, unj’installazione tra il “riscaldamento” globale” e l'”oasi di frescura” e 2 installazioni sull'”oasi di frescura” nell’ambiente attiguo; quindi, nella sezione “Caro Poeta” , gli studenti recitano le loro poesie, e nella sezione “Poesia illustrata” , i fumetti di Julian Peters ispirati dall”opera di Eugenio Montale “Dora Markus”.; inoltre inizia la sezione “Di penna in penna” con Luca Benassi e Andrea De Alberti, poi Giusi Quarenghi e Anna Elisa De Gregorio, chiude Renato Minore; si passa alla sezione “Idee di carta” per CapoVersi di Bompiani Gerardo Masuccio e Paolo Maria Bonora, per la rivista NiedernGasse Paola Silvia Dolci intervistati da Mascolo; poi, per la letteratura e la scultura riferite alla poesia, rispettivamente Ersi Soriropoulos e Paola Grizi anch’esse intervistate da Mascolo, seguono 3 immagini sulle sculture della Grizi; ancora, inizia la sezione “Poesia sconfinata” con la britannica Jenny Mitchell, il belga German Droogenbroodt e il britannico Philip Morre, poi le americane al centro, da sin Nicole Sealey e Samiya Bashir, segue Nicole Sealey mentre legge le sue poesie, quindi, la svedese Eva Strom e l’americano Philip Schultz; il “clou” con i vincitori dei Premi Ritratti di Poesia Fondazione Terzo Pilastro, per il premio nazionale Paolo Valesio, per il premio internazionale la rumena Ana Blandiana; poi, l’anteprima al Concerto notturno, Emanuele accoglie Mogol e Mogol al microfono risponde sulla poesia; infine, immagini del concerto “Emozioni” con le canzoni di Lucio Battisti introdotte da Mogol, autore delle parole, nella prima il cantante Carroccia nell’esecuzione di “Pensieri e parole”, nella seconda Mogol sl centro ceso in platea abbraccia Emanuele, in fondo il chirurgo Massimo Mazzetti in piedi applaude; in chiusura, particolare del palco con parte dell’orchestra di 16 elementi e il cantante Gianmarco Carroccia, a dx.
“Emozioni”, particolare del palco con parte dell’orchestra di 16 elementi e il cantante Gianmarco Carroccia, a dx