Si conclude il nostro resoconto della visita alla mostra “L’Età dell’Angoscia”. Da Commodo a Diocleziano”, dal 28 gennaio al 4 ottobre 2015 aiMusei Capitolini, con 240 reperti dell’antica Roma, del III sec. d. C., dal 180 al 305 d. C. Sono busti e statue, rilievi e sarcofaghi, affreschi e vasellame, divisi in 7 sezioni tematiche che vanno dagli imperatori alla dimore urbane, dalla religione ai costumi funerari. La mostra è stata realizzata dai Musei Capitolini con Mondo Mostre e Zètema Progetto Cultura, curata da Eugenio La Rocca, Claudio Parisi Presicce, Annalisa Lo Monaco ai quali si deve anche il monumentale Catalogo che approfondisce tali temi con 11 saggi in 135 pagine, 180 pagine di riproduzioni iconografiche, e 140 pagine di schede tecniche.
Dopo la presentazione della mostra con l’intrigante questione del titolo – perché età dell’angoscia e non dell’ansietà nella versione di “The Age of Anziety”? – ne abbiamo descritto i contenuti partendo dalla situazione dell’Impero romano nel III sec. d. C., afflitto da instabilità politica e incertezza diffusa per la minaccia dei barbari ai confini e la crisi economica generata dalle spese militari a scapito della popolazione. Le diverse tematiche che si pongono le abbiamo evocate con riferimento ai reperti esposti nelle diverse sezioni della mostra che ne sono la testimonianza visiva. Precisamente abbiamo descritto “I protagonisti”, cioè gli imperatori, della 1^ Sezione, poi un cenno alla 2^ Sezione, “Gli imperatori e l’esercito”; ci siamo soffermati su “La Città di Roma”, la 3^ Sezione. Tratteremo ora le ultime quattro sezioni, la 4^ su “La Religione” e la 5° su “Le dimore private”, la 6^ su “Vivere e morire nell’Impero”e la 7^ e ultima su “I Costumi funerari”.
La Religione, le posizioni oscillanti degli imperatori
Gli imperatori, oltre che protagonisti nelle sorti civili e militari di Roma, svolgono un ruolo di primo piano anche nelle questioni relative alla “Religione”, il grande tema cui è dedicata la 5^ Sezione della mostra: nel III sec. d. C. hanno avuto un atteggiamento oscillante verso il Cristianesimo, la cui penetrazione era crescente nei confronti della religione pagana tradizionale.
Il paganesimo è evocato dal Rilievo con scena di sacrificio e dalla Lastra con Sacrificio a Poseidon ed Ercole, dalla Statua di Ercole Victor e di Artemide e Ifigenia, di Silvanus e Onfale, e da Rilievi su monumenti funerari e su Sarcofaghi e lastre di loculi con Pastore crioforo e orante.
Ricordiamo le posizioni degli imperatori che abbiamo citato nel descrivere la galleria dei loro ritratti e busti scultorei: l’editto di Gallieno fece terminare le persecuzioni e quello di Aureliano ne riconobbe l’organizzazione ecclesiastica, Carino e poi Costantino e Massenzio concessero la libertà religiosa; ma, di converso, nel secolo non cessarono le persecuzioni, Aureliano le progettò senza poterle attuare a causa della morte, mentre Probo, Numeriano e Decio le scatenarono, e si giunse agli editti di Decio, Valeriano e Diocleziano che imponevano, pena la reclusione e la morte, i sacrifici agli dei tradizionali. Solo nel 341 d. C. le leggi operarono stabilmente in senso opposto: vietarono i sacrifici pagani , poi progressivamente chiusero i templi agli dei fino all’esclusione dei non cristiani dalle cariche pubbliche con Teodosio II, siamo nel 416 d.C. è trascorso un secolo.
Il superamento della religione tradizionale fu un processo lento perché – osserva Annalisa Lo Monaco che ha curato la mostra con Parisi Presicce e La Rocca – “per tutto il corso della vita repubblicana e nei primi due secoli dell’Impero, il tempo della vita collettiva era posto sotto la tutela del potere religioso”. Successivamente questo cessò, e fu abolita la distinzione tra giorni fasti, nefasti e comitiales, ma il radicamento era così forte che il calendario cristiano con le feste cittadine, i ludi, l’entrata dei magistrati nelle loro funzioni, era molto simile al preesistente pagano.
Non solo, ma nel III sec. d. C. i sacerdozi tradizionali potevano essere rivestiti insieme a sacerdozi dei culti anche iniziatici, vediamo esposti 3 Ritratti di sacerdoti, dall’espressione assorta. Inoltre nel primo trentennio del secolo gli imperatori Severi, oltre a restaurare edifici del culto tradizionale, si impegnarono nella costruzione di nuovi e costosi templi dedicati a divinità orientali, come il tempio a Serapide e quello al dio Sole da parte di Eliogabalo, che, nelle oscillazioni dell’epoca, dopo pochi anni fu ridedicato da Severo Alessandro a Juppiter Ultor. Nel trentennio che seguì, i 13 imperatori si disinteressarono dell’edilizia sacra, sia quella dedicata agli dei tradizionali che quella per i nuovi culti, fino all’avvento di Aureliano che nel 272 fece erigere un Tempio del Sole come ex voto per la vittoria militare di Palmira, e raccolse i tesori di guerra nel tempio dove si organizzavano anche feste, con vino e corse nel circo, “l’agon Solis”.
“Non un antagonismo religioso, ma un forte sincretismo sembra dunque caratterizzare gli esiti della religione in età tardo-antica”, commenta la curatrice, sottolineando comunque che la divinizzazione dell’imperatore restò immodificata, anche perché “essere inseriti nell’alveo dei divi era dunque ancora sentito come l’unico strumento giuridico in grado di garantire la legittimità del potere imperiale”.
I nuovi culti, soprattutto orientali, oltre al Cristianesimo
I reperti esposti in mostra evocano in vario modo il progressivo diffondersi di nuovi culti, nel tessuto civile e religioso impregnato di paganesimo, dal Cristianesimo alle religioni orientali. Tale processo è riassunto così da Massimiliano Papini: “Al cospetto del culto ancestrale degli déi, sobrio sì ma scaduto a freddo dovere civico, le ‘religioni orientali’ compiacevano di più le aspirazioni e il bisogno di protezione di uomini colti e semplici, in vita e dopo la morte; e, secondo uno schema teleologico, rappresentarono come un anello di transizione tra politeismo e cristianesimo”. Venivano dall’Egitto Iside e Osiride, Sarapide ed Attis, dalla Siria Giove Dolicheno e gli dei di Heliopolis, dalla Tracia Sabazio e dalla Persia Mithra.
Il culto mitralico fu particolarmente diffuso, si stima che a Roma ci fossero tra 600 e 800 mitrei, e 14 ad Ostia, “grotte” nelle quali si svolgeva il culto, definite “accampamenti delle tenebre”: c’erano podi e tavole per i banchetti, e l’immagine del dio in tunica corta, i calzoni lunghi e berretto frigio, raffigurato nell’atto di uccidere in combattimento un toro – ci ricorda il cristiano san Giorgio che trafigge il drago – un rito sacrificale salvifico che ne sancisce il trionfo ed è fonte di fecondità. Abbiamo uno statuario Gruppo di Mitra Tauroctono e un Rilievo di Mitra Tautoroctono, un Rilievo con Mitra bambino e un Rilievo mitraico con policromia e doratura.
Tra gli altri culti evocati nei reperti esposti, ricordiamo quelli “isiaci” per Iside, antichissimi e precristiani, e per Sarapide: vediamo una Statuetta di Osiride e una Statua di Iside, una Brocca con testa di Iside, una Statuetta di Attis e un Busto di sarerdote di Atargatis. Si diffusero poi nel secolo considerato, il culto di Giove Dolicheno e il culto del Sole.
Giove Dolicheno era un dio della tempesta garante della salvezza, il suo culto era prevalente tra i militari nel primo ventennio del III sec. d. C. . Vediamo esposto un Gruppo di Iuppiter Dolichenus in piedi sul toro, e due rilievi, Iuno Dolichena in piedi su una cerva e Iuppiter e Iuno Dolicheni sui rispettivi animali; una prova di “enoteismo” nel Rilievo a più figure su due livelli con Iuppiter e Iuno Dolicheni, sempre su toro e cerva, Iside, Serapide, Sol e Luna.
Il culto del Sole fu promosso soprattutto dall’imperatore Antonino, per questo chiamato Elagabalo, che impose ai magistrati e ai sacerdoti di invocarlo nelle cerimonie prima di tutti gli altri dei e fece erigere un tempio dedicato al Sole sul Palatino vicino alla residenza imperiale, tempio che il successore Severo Alessandro fece “riconsacrare” a Giove vendicatore, cancellando anche il nome di Antonino. Mentre Aureliano, la cui madre era sacerdotessa del dio Sole in Pannonia, creò il “collegio dei Pontefici del Sole”: al suo potere venivano ricondotte tutte le altre divinità, pagane e orientali. Sono esposti due Altari con il dio Sole e la dea Luna, riprodotti in rilievo al centro della stele con iscrizioni sopra e sotto, e un Ritratto di sacerdote di Helios-Sol, un Rilievo con Sol Invictus e un Pannello in opus sectile con testa di Sol.
Arnaldo Momigliano considera il dio Sole “un predecessore monoteistico o enoteistico della Cristianità”, tesi che non viene largamente condivisa. Al Cristianesimo riferiamo due reperti in mostra, il Buon Pastore e l’originalissimo graffito del Crocifisso con testa d’asino.
Concludiamo questo rapido excursus su un tema affascinante con un commento riassuntivo di Massimiliano Papini: “Una genuina crisi dell’impianto religioso tradizionale in funzione della utilitas publica non si verificò, tanto meno per colpa dei ‘culti orientali’, oltretutto non maggiormente esercitati rispetto al secolo precedente. Tra le tante alternative (comprese le esperienze molto intense e personali a fronte di rivelazioni divine in grado di instillare paura e speranza…), si stava però facendo sempre più universale il messaggio cristiano di assoluto esclusivismo”.
La vita nelle dimore private
Dopo l’immersione nella dimensione religiosa, ci immettiamo nella vita che si svolgeva nelle “Dimore private”, di cui la 5^ Sezione della mostra presenta 39 reperti di varia natura.
In primo luogo viene rilevato come la “Forma Urbis” includesse l’edilizia popolare e le residenze imperiali, quelle dei senatori e dei cittadini benestanti. I senatori che dovevano risiedere a Roma, anche se provenivano da province lontane, si dotavano di residenze adeguate al loro rango, Spesso si risiedeva nelle domus per intere generazioni, ma i cambi di proprietà erano comunque frequenti.
Alla continuità topografica dell’età antoniniana seguì la discontinuità per i complessi pubblici costruiti da Settimio Severo previa acquisizione delle residenze private. Le dimore signorili tendono a concentrarsi in settori residenziali appositi pur se con diverse tipologie edilizie, per lo più lontane dal centro politico e monumentale, salvo qualche eccezione; le residenze più fastose si concentravano sui colli Celio ed Esquilino, Quirinale e Aventino, e a Trastevere sotto il Gianicolo.
Laura Buccino, nel suo saggio sulle domus a Roma nel III sec. d.C., nel descriverne proprietà e distribuzione topografica, cita il gustoso episodio del favoloso banchetto raccontato nella Storia diElagabalo, che si svolse in modo itinerante tra le residenze degli amici, al Campidoglio e al Palatino, al Celio e a Trastevere, nell’agro romano e ancora oltre, in ognuna delle quali si trovava una portata da consumare sul luogo. “andando successivamente a casa di tutti quanti”.
A questo proposito ci viene da citare il prezioso vasellame in argento del Tesoro di Graincourt-les-Avrincourt esposto in mostra: 10 pezzi preziosi, 4 piatti, anche con rilievi scultorei, 3 coppe, 2 attingitoi; e le raffinate Anse di piatto in argento con scene di caccia e trionfo di Dioniso in due ariosi bassorilievi. Per ultimi, 2 bottiglie e una brocchetta di vetro, 3 unguentari troncoconici in vetroe un Vaso con immagini delle Stagioni.
Alla fine del secolo la localizzazione abitativa si invertì, con la concentrazione delle residenze di livello elevato, in particolare senatoriali, nel tessuto urbano entro le mura Aureliane che offrivano sicurezza, e la rarefazione delle residenze suburbane. D’altra parte, il decentramento politico-amministrativo dell’impero liberava l’aristocrazia urbana dal controllo imperiale e ne accresceva il ruolo cittadino, per cui la nuova ubicazione centrale rispondeva anche ad esigenze di potere.
Pur se non si conosce nei dettagli la planimetria di queste dimore, si può dire che la zona di rappresentanza era rettangolare e fino alla fine del III sec. d. C. non era stata introdotta la forma absidata, pertanto le dimensioni dovevano essere considerevoli e sconfinavano nei giardini.
Questi ambienti, e quelli di ingresso e termali con i peristili, avevano arredi scultorei, statue e busti anche imperiali singoli e per cicli dinastici, come prova del potere e della fedeltà all’imperatore . Le onorificenze private non potevano più essere conferite in luoghi pubblici, per cui abbondano le iscrizioni dedicatorie nelle statue e nelle lastre marmoree.
Altra preziosa forma di arredamento soprattutto delle ville erano i mosaici geometrici e figurati, i cui temi oltre che al valore ornamentale, erano riferiti alla cultura e alla posizione del proprietario nonché alla destinazione del relativo ambiente: molto diffusi i temi dionisiaci, poi quelli di giochi, spettacoli circensi e di cacciagione.
Le pitture parietali, nelle sale di rappresentanza e negli ambienti termali, erano legate alle forme architettoniche, e iniziavano al di sopra degli zoccoli marmorei: i soggetti erano figure impegnate in attività quotidiane in rapporto con la destinazione della stanza, animali e scene dionisiache.
Osserva la Buccino: “La semplificazione di questi schemi architettonici portò alla definizione dello schema decorativo parietale che viene definito convenzionalmente ‘stile lineare’: le superfici a fondo bianco sono suddivise in una serie di pannelli rettangolari, inquadrati da fasce prevalentemente di colore rosso. Giallo o verde, che tendono a divenire sempre più sottili e sono riprese talora da cornici interne”. Ecco i soggetti: “All’interno dei campi riquadrati sono dipinti motivi di repertorio, come figure volanti, animali, rosette, maschere, teste di putto e di medusa, cesti, vasi, patere, raramente scene più complesse”. Ma c’è dell’altro: “Non solo i motivi figurativi, ma anche le cornici sono eseguite per lo più con rapide pennellature a macchia e in uno stile ‘impressionistico’, a volte poco accurato”.
I 7 splendidi Affreschi parietali esposti in mostra, definiti “da via Nazionale” ne sono la dimostrazione: vi è riprodotta una dinamica scena di caccia e una scena campestre, Il dio Pan che scopre una menade e una Pecora (o vitello) davanti a un recinto, nonché una splendida Figura femminile in seminudità, in piedi con la testa appoggiata alla mano destra, 4 Busti dentro un medaglione circolare, due maschili e due femminili.
Alla fine del secolo, con l’inversione della tendenza all’ubicazione suburbana per la concentrazione nel centro cittadino delle abitazioni di rappresentanza, si svilupperà la decorazione con gli intarsi di marmi colorati dell’opus sectile, mentre le sale di ricevimento diventeranno absidate e le corti porticate raccorderanno i vari ambienti con sculture e giochi d’acqua di ninfei e fontane.
Il culto funerario
La 6^ Sezione, dal titolo “Vivere e morire nell’impero”, comprende solo 7 reperti nel quali il vivere è testimoniato da Ritratti maschili e Rilievi con scene di insegnamento e Scene di canto e di viaggio su carro, il morire da un Rilievo funerario con scena di “prova del tessuto”, una Stele funeraria con coniugi e figlio e un Mosaico ornamentale con iscrizione di Victorius.
Ma è la 7^ e ultima Sezione, dedicata ai “Costumi funerari”, quella in cui sono esposti i reperti di sarcofaghi, lastre funerarie e decorazioni, dai quali si può risalire al culto dei defunti.
Nel III sec. d. C. già si trovavano tombe monumentali, divenute più frequenti nel secolo successivo, in cui alla cripta con il sarcofago del defunto era sovrapposta una sorta di edificio di culto del tipo del Pantheon. Sono tombe di epoca severiana, come il Sepolcro del Monte del Grano sulla Tuscolana, a forma di tamburo con due sale sovrapposte, la superiore a cupola, il cui aspetto monumentale lo fa riferire proprio all’imperatore Severo Alessandro; mentre a Gallieno viene riferito il Sepolcro al IX miglio della via Appia, con una sostruzione a sostegno della cella superiore destinata ai riti coperta da cupola; così il Mausoleo XII al terzo miglio della via Labicana, stessa struttura monumentale, descritto da Stefano Tortorella: “Le pareti sono affrescate secondo un sistema di riquadri geometrici rossi e verdi – il cosiddetto stile lineare – popolati di motivi vegetali; il pavimento, con l’eccezione della nicchia ospitante il sarcofago, era costituito da un mosaico bianco e nero con cespi d’acanto da cui nasce un decoro a fogliame popolato da uccelli che circondava un motivo centrale quasi completamente scomparso. Una decorazione musiva del tutto simile costituiva la pavimentazione del vestibolo d’accesso”.
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La descrizione che si è riportata dà un’idea della ricchezza decorativa dei monumenti funerari, in aggiunta ai pregi architettonici. Un altro aspetto rilevante è il legame del sepolcro con la villa, vicino alla quale spesso veniva realizzato: vengono citate al riguardo la Villa romana all’interno del Cimitero Flaminio e la Tomba dei Pancrazi al terzo miglio della via Latina; e, connessa a tale vicinanza, la continuità di uso anche nei cambi di proprietà della villa.
C’erano poi i grandi complessi funerari come quello sotto S. Sebastiano, tra il II e III miglio della via Appia e la grande necropoli dell’Isola sacra, la necropoli vaticana di Santa Rosa nella via Trionfale e quella sotto la Basilica di S. Pietro i cui tre sepolcri dell’età severiana sono corredati da pavimenti in opus sectile e affreschi.
Sempre in questo periodo, tornano i monumenti funebri individuali lungo le strade consolari, per la celebrazione pubblica del defunto nei percorsi molto frequentati.
A fronte di questi costumi funerari dell’aristocrazia, nel sottosuolo del suburbio si sviluppano sepolcri collettivi nelle cavità naturali, lungo corridoi con loculi alle pareti, “vere e proprie ragnatele sotterranee su più piani, spesso incorporando ricchi ipogei pagani più antichi”.
Nei sarcofaghi, al posto dei temi mitologici si moltiplicano quelli bucolici o legati alla filosofia e alla cultura. Mosaici ai pavimenti e alle pareti e pitture parientali completano le decorazioni.
In mostra è sposto un Sarcofago con mito di Prometeo, insieme a quattro sarcofaghi recanti: Thiasos marino ed Eroi vendemmianti, Caccia al leone e Leone ed antilope, Clipeo e Sarcofago di bambino. Insieme a questi, dei Rilievi funerari di Souper. Per Flavio Valeriano, una Lastra di chiusura con ritratto clipeato. Infine vediamo 7 affreschi:con Pavoni e Paesaggio acquatico, con Scena teatrale e scena di banchetto, Orfeo ed Euridice, Ratto di Proserpina eCampi Elisi.
Termina nella dimensione funeraria il lungo viaggio nel III sec. d. C. con 35 imperatori e tante minacce e sconvolgimenti. Nell’iscrizione greca in un pavimento musivo nella necropoli dell’Isola sacra si legge “Ode pausdylipos”, cioè “Questo è il luogo che libera dagli affanni”, con raffigurate due navi dalle vele gonfie e ai loro lati due barchette intorno ad un faro centrale. Tortorella, nel riportare questa citazione commenta: “L’iconografia e l’iscrizione musiva suggeriscono un’allusione allegorica alla navigazione della vita che si conclude nella pace del sereno approdo”. Ed è il migliore approdo dell’immersione nella convulsa e tormentata “Età dell’Angoscia”.
Info
Musei Capitolini, Piazza del Campidoglio 1, Roma. Tutti i giorni ore 9,30-19,30. Ingresso intero euro 15,00, ridotto euro 13,00, per i residenti 2 euro in meno, gratis minori di 6 anni e portatori di handicap e un accompagnatore. Tel. 060608; http://www.museicapitolini.org/. Catalogo “L’Età dell’angoscia. Da Commodo a Dioleziano (180-305 d. C.)”, a cura di Eugenio La Rocca, Claudio Parisi Presicce, Annalisa Lo Monaco, 205, pp. 469, formato 24 x 28,5, dal catalogo sono tratte le citazioni del testo. Il primo e il secondo articolo sono usciti in questo sito il 31 luglio e 3 agosto 2015. Cfr. per la precedente mostra citata su “L’Età dell’equilibrio” i nostri due articoli: in questo sito il 26 aprile 2013 e in http://www.antika.it/ nell’aprile 2013 (tale sito non è più raggiungibile, gli articoli saranno trasferiti in questo sito).
Foto
Le immagini sono state riprese ai Musei Capitolini da Romano Maria Levante alla presentazione della mostra, si ringrazia l”organizzazione, in particolare Zétema Progetto Cultura e MondoMostre, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. Sono riportate immagini rappresentative dei reperti esposti nelle ultime sezioni della mostra relative, in particolare, alla Religione (foto da 1 a 4), alle Dimore private (foto 5 e 6) e al Culto funerario (foto da 7 a 9), in chiusura la Visione d’insieme di una stanza (foto 10), tra le innumerevoli sale e grandi spazi che culminano nell’Esedra con il Marc’Aurelio . .
Si conclude la nostra visita alla mostra “Arte della civiltà islamica. La Collezione al-Sabah, Kuwait” che espone, dal 25 luglio al 20 settembre 2015, alle Scuderie del Quirinale, oltre 360 oggetti con i quali si ripercorrono 1400 anni di una civiltà la cui evoluzione si è avuta in un vastissimo territorio nel quale ha assorbito influssi e motivi unificandoli in un linguaggio autonomo. La mostra è organizzata dall’Azienda speciale Expo con Dar al-Athar al-Islamiyyah, National Council for Culture, Arts & Letters, Kuwait, è a cura di Giovanni Curatola. che ha curato il Catalogo Skira , con i suoi saggi e le schede di Manuel Keene e Salam Kaoukij.
Abbiamo già rievocato le vicende della straordinaria raccolta, messa insieme dallo Sceicco Nasser Sabah al-Ahmad al-Sabah e dalla moglie, la Sceicca Hussah Sabah al-Salim al-Sabah, ricca di 35.000 oggetti, tra i quali ne sono stati selezionati 360 per la mostra, tra pietre e legni, vetri e ceramiche, bronzi e ottoni, codici miniati e tessuti. Il prestito permanente al Museo del Kuwait nel 1983 e il saccheggio all’invasione del 1990 da cui se ne salvarono un centinaio miracolosamente usciti per una mostra itinerante, fino al recupero quasi totale danno un tocco particolare a una storia che ha dell’incredibile e si colora delle tinte fantasiose dell’Oriente.
Prima di immergerci in questo mondo affascinante abbiamo delineato alcuni caratteri salienti della civiltà e dell’arte islamica, descrivendo poi le 4 sezioni iniziali della mostra, di tipo cronologico, dagli inizia all’apogeo dei quattro imperatori. La visita prosegue con le ultime 6 sezioni, le prime tre dedicate ai capisaldi dell’arte islamica, la calligrafia, il disegno e l’arabesco, le altre tre alla figura, alle arti preziose della gioielleria fino alle monete.
La calligrafia
“L’arte islamica e la calligrafia araba sono spesso un tutt’uno – afferma Giovanni Curatola – Non è infatti esagerato affermare che ove dovessimo scegliere un solo elemento per caratterizzare l’insieme del sentire ed operare nel campo dell’arte, in una parola dovessimo scegliere la sua iconografia ultima, questa sarebbe una iscrizione, certamente contenente il nome di Dio: Allah”. Come si è visto, troviamo la scrittura in tante manifestazioni artistiche, dai tessuti agli oggetti.
In tema di scrittura si dovrebbe parlare al plurale perché tante sono le varianti della calligrafia, come risultato di un’evoluzione nel tempo. Abbiamo lo stile arrotondato e quello triangolare, e le due tendenze che ne rappresentano l’evoluzione e la sintesi, il corsivo “muqawwar” e il carattere dritto e angoloso “mabsut”; insieme a questi la form estesa “masq”, e quella allungata “ma’il”, il corsivo arrotondato “naskhi”, e quello rigido e angoloso “cufico”. Non finisce qui, le varianti con cui sono rese le aste portano ad una serie di stili, da foliato a fiorito, da annodato ad animato con volti umani ed animali sulle aste per le quali ci sono delle regole sull’altezza rispetto alle lettere in orizzontale. L’importanza della calligrafia è tale che gli scrivani e i copisti firmano i loro scritti apponendovi anche la data, mentre gli artisti spesso restano anonimi.
Le epigrafi si incontrano innanzitutto in architettura e nell’arte funeraria , e al riguardo vediamo esposti reperti con le iscrizioni scolpite con strumenti da scalpellino: un “Elemento di marmo, forse parte di un’iscrizione di fondazione di una scuola religiosa o di un mausoleo, decorato con un’elaborata e ‘arcaizzante’ iscrizione di stile epigrafico cufico: ‘il grande, il nobile'”, fine XI, inizi XII sec., proveniente dall’Iran orientale; e due “Lastre tombali di marmo con iscrizione in stile epigrafico cufico col nome e patronimico” del defunto e la data della sua scomparsa; in una c’è scritto il versetto del Corano “Ogni anima dovrà provare la morte, e poi ritornerete a Dio”.
In ceramica una “Piccola lastra tombale con corpo in ‘pasta fritta’ e iscrizioni negli stili naskhi (corsivo) e nasta’liq, con brani del Corano, un’invocazione alla benedizione per i 12 iman sciiti e versi in persiano con il nome del defunto; e un “Pannello in mosaico ceramico” con il versetto 286 della Sura II del Corano su uno sfondo di spirali e palmette.
Tra i frammenti di Tessuti di seta esposti, uno reca le parole “la ripetizione del nome di Dio (Allah)”, scritte in modo speculare in modo da formare un’arcata”, un altro tessuto la scritta in stile epigrafico cufico “L’eminente sultano Ghiyath ad-Din”: provengono dall’Iran, sono del XII-XIII sec. In un Frammento di tessuto di lino e lana si legge l’iscrizione nello stile ora citato, “Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso”.
Dai tessuti alla “Veste talismatica decorata con medaglioni circolari, scudi e cartigli con pie iscrizioni negli stili epigrafici naskhi (corsivo) e unthuluth ridotto”, nei comparti quadrati l’intero testo del Corano (o almeno tutte le 114 Sure) e i 99 ‘Bei Nomi’ di Dio nelle bordure.
Il Corano lo vediamo integrale su carta colorata in un Manoscritto firmato da un calligrafo. Entrambi i reperti provengono dall’India, risalgono al XV sec. E’ esposta anche la pagina di un manoscritto del “Libro della conoscenza degli artifici meccanici”, in corsivo naskhi, firmato dal calligrafo, con l’illustrazione di un meccanismo ad acqua per alimentare un ‘”flauto perpetuo”.
E siano alle iscrizioni su coppe e altri oggetti. Su una Coppa di terracotta decorata con pittura a lastra metallica con motivi di foglie e arbusti una pseudo iscrizione, Iraq IX sec.,mentre una Coppa in ceramica con corpo in terracotta reca scritto il proverbio “La generosità è la virtù di chi ha dimora in Paradiso”, un’altra Coppa in ceramica e terracotta reca fra tralci, uccelli e palmette , scritte benauguranti per il possessore, versi d’amore in persiano e versi in arabo sull’importanza della conoscenza, In ceramica una Giara proveniente dall’Egitto, XII sec. alta 40 cm, decorata con iscrizione benaugurale. Mentre è in vetro smaltato e decorato un Vaso in stile cinese con l’iscrizione in stile epigrafico “thuluth” “Gloria al nostro Signore il Sultano, il re, il Sapiente”.
Ci sono oggetti in bronzo, con iscrizioni, in particolare una “Lampada a olio” con coperchio a forma di cupola lavorato a traforo con la scritta “Benedizione e felicità” per il possessore, e una “Piccola bottiglia” per profumi e cosmetici con la scritta “Gloria e favore divino a colui il quale aspira all’integrità spirituale”. Nonché un “Piatto di ottone” decorato con iscrizione in stile “animato” con lettere che terminano in teste umane e animali per formare espressioni augurali della benedizione divina al possessore..
Questa galleria termina con due oggetti in legno: una grande Scatola in legno scolpito che reca scritte, in particolare sul committente e sull’artista, destinata a contenere un manoscritto in 30 volumi del Corano negli stili thuluth e naskhi, viene dall’Iran; un “Cenotafio ligneo iscritto con brani pii religiosi” di contenuto consolatorio in stile thuluth, con un brano del Corano, viene dalla Turchia, entrambi del XIV-XV sec.
La geometria
Il secondo motivo ricorrente nell’arte islamica è la geometria, talmente ricco da potervi dedicare, come dichiara il curatore, un’intera mostra, “confortati dall’intima sicurezza che questa risulterebbe esaltante e niente affatto ripetitiva”. Questa peculiarità è dovuta alla ricerca di un’alternativa all’antropomorfismo precluso per motivi religiosi, trovata nella rappresentazione astratta che aveva nella matematica e nella geometria le discipline basilari, in una infinita varietà di espressioni.
Spostando l’asse di osservazione, le variazioni diventano infinite, ed è all’infinito che si richiama l’unico modo di evocare il Dio dell’Islam, oltre a quello dato dalla scrittura di cui si è detto, essendone preclusa ogni forma di rappresentazione; per cui l’infinito si può definire “il fine ultimo dell’arte islamica”. E’ l’attributo divino che si coniuga con l’infinitesimo umano, soltanto una piccola porzione della creazione per sua stessa natura infinita.
La geometria nell’arte islamica si manifesta sia nelle superfici piane, attraverso intrecci e schematismi visivi, sia negli oggetti la cui forma e il cui volume si ispirano alla geometria solida.
In superfici piane vediamo pagine miniate di un Manoscritto del Corano decorate con un motivo ripetibile all’infinito di pentagoni e altri poligoni nonché un Frontespizio e le pagine finali decorati con semicerchi sovrapposti che formano medaglioni stellari ottagonali. Inoltre due Rilegature in pelle, una con scudi e lobi rettangolari finemente disegnati, l’altra con un motivo ripetibile all’infinito di stelle a dodici punte su una base di reiterazione di triangoli equilateri e con piccole stelle pentagonali negli interstizi. Un vero ricamo estetico, dal significato fortemente allusivo.
Su un Tessuto di lana vediamo disegni a bande orizzontali alternate a motivi blu e la scritta epigrafica “Sovranità [è un attributo dell’unico Dio]”.
Altre superfici piane con disegni geometrici sono offerte alla nostra vista in diversi materiali. In legno il Frammento a un timpano o una nicchia, anche qui con un motivo ripetibile all’infinito di stelle a 12 punte, triangoli equilateri e disegni foliati; e la Coppia di scuri lignei intarsiati con gli stessi motivi reiterati ora descritti; fino a dei Paraventi in legno decorato al centro con una stella o un quadrato o dei rettangoli, e un fondo di “elementi mortasati e giunti a tenone”. In pietra arenaria un Tramezzo decorato in pietra arenaria, in stucco un Pannello da zoccolatura architettonica, in terracotta una Mattonella invetriata: sempre l’impianto geometrico dei motivi ripetibili all’infinito anche se cambiano il numero delle punte delle stelle e dei lati dei poligoni.
Le superfici curve le troviamo in un Incensiere in bronzo con corpo e coperchio traforati come la cupola di un tempio, i piedi di un quadrupede e l’iscrizione “Benedizione, possa Do prolungare la sua Gloria”, con il nome del possessore. E poi un Bacino quadrato per fontana di marmo, Coppe di terracotta e ceramica, sempre con motivi geometrici che includono stelle poligonali. Tralci spiraliformi, intrecci di petali e di archi, con motivi floreali e foliati negli intestizi, un vero ricamo.
Anche nelle Bottiglie di vetro delle più varie forme e dimensioni vediamo imprese sfaccettature geometriche, concave ed ellittiche; e in una Bottiglia di bronzo sono incastonati vetri turchesi.
L’arabesco
E siamo all’elemento forse più caratteristico dell’arte islamica, almeno agli occhi degli Occidentali: l’arabesco è “il tralcio fogliato e biforcato ad andamento in genere orizzontale e ripetuto”, il cui nome non richiama il mondo arabo ma la natura decorativa del disegno, “a rabesco”, che nella definizione in uso dal Rinascimento evoca tralci, rami e foglie più o meno stilizzate.
L’arabesco, quindi, è di origine classica, risale all’antichità e proviene dal Mediterraneo, anche se attraverso l’impero romano si diffuse nell’Oriente, ed è diventato un sigillo dell’Islam: “L’artista musulmano, afferma Curatola, non cristallizza la natura in un preciso istante con realismo (perché ogni cosa – voluta e creata da Dio nell’infinita e instancabile sua opera – ha un suo fluire, ripreso mirabilmente negli arabeschi, e una sua vita temporale che non può e non deve essere interrotta), ma lo astrae, fornendone una visione che in qualche modo è archetipale e, appunto, sovratemporale”.
In quanto tale è perfettamente connaturato alla visione islamica, che tende all’anonimato dell’artista e si esprime in un’infinità di variazioni possibili intorno al motivo dominante; e si trova come elemento trasversale in tutte le manifestazioni dell’arte nell’Islam, nella sua estrema varietà territoriale, dalla Spagna alla Cina, rappresentandone il fattore unificante più evidente e riconosciuto. Tutto ciò è stato possibile perché il rischio insito nell’estrema stilizzazione dei motivi vegetali di base, che si allontana dalla realtà fino a poter alludere a una creazione del tutto proibita, è stato superato. Questo perché, spiega Curatola, “in ogni caso tutto è opera divina, niente avvenendo senza la Sua volontà e il Suo permesso”; quindi “anche l’arabesco, nella fattispecie esiste perché così è stato comunque stabilito”.
La galleria dell’arabesco in mostra segue la logica della calligrafia e della geometria, lo troviamo negli oggetti piani e curvi dello stesso tipo di quelli già descritti, ma con questa peculiare decorazione.
Tra gli oggetti piani vediamo le Pagine miniate di manoscritti del Corano un Tessuto di seta e un Fazzoletto di cotone, i Pannelli di legno e le Mattonelle di ceramica, una Mattonella angolare di una zoccolatura architettonica, della quale è esposto anche un altro Frammento, Mattonelle a forma di stella o rettangolare. Gli arabeschi sono motivi geometrici radiali di piante e foglie, palmette e altre formazioni simmetriche e armoniose.
Negli oggetti curvi ritroviamo Vasi, Brocche e Bottiglie, di vetro, ceramica e perfino di bronzo, una serie di Coppe di ceramica dal corpo “a pasta fritta”, sempre con motivi vegetali spiraliformi e composizioni radiali; in modo diverso ma convergente rispetto alle decorazioni geometriche, anche qui vi è una ripetibilità reiterata che porta all’infinito.
La figura
Nel dar conto dei tre capisaldi dell’arte islamica, calligrafia, geometria e arabesco, indirettamente abbiamo escluso la figura, secondo alcuni proibita in qualunque rappresentazione artistica per motivi religiosi che non ammettono immagini di persone e animali; ciò è invalso dopo l’iconoclastia bizantina dell’VIII sec., e vale soprattutto per le espressioni classiche, perché dopo il XVIII sec. la situazione è mutata a seguito dei continui contatti con l’Europa.
Curatola afferma che se questo è vero per le sedi religiose, come le moschee, dove non troviamo assolutamente raffigurazioni non solo umane ma neppure animali e vegetali di tipo realistico, non c’è la preclusione nelle sedi laiche, come l’ “hammam”, le terme pubbliche, “dove si entra impuri e se ne esce puri, vero luogo di confine, in molti sensi, nel quale le immagini se non incoraggiate sono quanto meno tollerate”; e neppure vi è preclusione nella sfera privata nella quale, non essendo prevista la pedagogia e responsabilità della unmah, ognuno è ricondotto alla propria responsabilità individuale”. Che viene così definita: “Il rapporto che il musulmano instaura con Dio è sempre personale, perché a Lui prima che a ogni altro essere umano deve rispondere, anche se fra gli obblighi imposti ci sono quelli della solidarietà collettiva”, che si manifesta nella famiglia, clan, tribù, “ma tutte in subordine alla potenza della chiamata di Dio”.
Pur con il riferimento al Dio unico, nella religione cristiana invece l’arte si è concentrata nelle raffigurazioni di Cristo, la Madonna e i Santi che rappresentano una galleria sconfinata di figure umane evocatrici del divino, di straordinaria suggestione; in esse c’è il cuore stesso dell’arte occidentale, la palestra in cui si sono esercitati i più grandi artisti, il retaggio della nostra civiltà.
La figura nell’arte islamica la troviamo riferita agli animali, come si vede nella apposita sezione della mostra: ecco Rilegature in pelle decorata con scene di scimmie e cervi, lepri ed uccelli, Frammenti di tessuto di lino decorati con immagini di uccelli o di quadrupedi; zebù e tori su Bicchieri in vetro, un leone in rilievo su una Mattonella di terracotta invetriata e una figure di capra in altre tre Mattonelle di terracotta decorata policrome, mentre su un Piatto di terracotta c’è una colomba, in due grandi Mattonelle di stucco stellate a 10 punte vediamo un leogrifo quasi rampante e un elefante. Sono a forma di felino e di uccello due Incensieri di bronzo, il corpo è traforato con motivi floreali in una griglia geometrica con elementi poligonali.
E la figura umana? Compare in modo appena percepibile in una Fibbia di cintura o finimento di cavallo di bronzo e in una Ciotola di ottone, mentre è più evidente in un Bicchiere di vetro con due uomini a caccia e in una Bottiglia porta profumi con una figura principesca che ha l’aureola. L’immagine a grandi dimensioni di un principe, sempre con aureola, è al centro di un Piatto di ceramica “a pasta fritta” con piedini; altrettanto evidente la figura di un principe con attendente sui Frammenti di un tessuto di seta.
Non più una, ma diverse figure nelle Pagine miniate di manoscritti, con scene in cui viene rivolta una supplica o scene di caccia in un ricco cromatismo. Mentre miniature su seta e pagine staccate di un Album miniato mostrano dei primi piani di una coppia principesca, di un pittore vestito in modo sontuoso ripreso mentre dipinge, e di un giovane elegante che beve vino. La scena diviene corale con molte figure umane su diversi piani prospettici nella pagina miniata della “Preparazione per la fuga di Iraj dal suo accampamento, un monumentale manoscritto in 14 volumi; e nel manoscritto del “Libro dei re” con la regina e una compagna dinanzi al re, vi sono tante figure su più piani.
Le arti preziose e le monete
Anche nei gioielli e negli oggetti preziosi la collezione spicca per la sua unicità e il suo valore, considerando che raccoglie soprattutto opere provenienti dall’India dell’epoca della dinastia Moghul nella quale questa forma di arte raggiunse il livello più alto. Viene spesso considerata “arte minore”, mentre invece soprattutto in India è stata l’espressione artistica che, a parte l’architettura che spicca incontrastata, si pone al livello dell’arte nella tessitura e nella miniatura.
In queste produzioni assume particolare rilievo la preziosità dei materiali, oro e diamanti, rubini e smeraldi, zaffiri e perle la cui selezione è direttamente riferita alla destinazione dell’oggetto; e anche la tecnica altamente specializzata messa in atto degli artefici per lo più anonimi.
L’esposizione della mostra è sfolgorante. Vediamo le impugnature preziose d’oro con pietre preziose di un’ampia e spettacolare serie di Pugnali e Spade, compresi i Foderi, il pensiero torna al pugnale immortalato nel film Topkapi; poi la galleria presenta gioielli di abbigliamento, dagli Anelli ai Bracciali e alle Collane di varia foggia e valore, a più fili oppure a girocollo, in queste ultime le perle si aggiungono a smeraldi e zaffiri, così gli Ornamenti d’oro e i Pendenti. Scatole e Coppe preziose, Scrigni ed altri oggetti preziosi completano l’esposizione da Mille e una notte.
Sono esposte anche 20 monete, dei 12 mila esemplari della parte numismatica della collezione al-Sabah: 16 d’oro, tra cui alcune con le epigrafi in cerchi concentrici e una con l’effige di un imperatore moghul; 3 d’argento fra cui una di forma quadrata, e una di rame, del tipo “califfo stante” che risale al 693-697, con l’effige del sovrano che successivamente ritirò tutte le monete per eliminare la raffigurazione sostituendola con l’iscrizione coranica, “Egli, Dio è uno – Dio, l’Eterno – Non generò né fu generato – e Nessuno Gli è pari”.
E con questa massima, valida per tutte le religioni monoteiste ma coniata per quella islamica, chiudiamo il nostro racconto della mostra tornando al misticismo dopo lo scintillio delle gemme e delle pietre preziose dei pugnali e delle collane che ci hanno portato nel mondo affascinante che evoca le immagini seducenti delle Mille e una notte e quelle misteriose del Topkapi. Un volo di fantasia che si aggiunge all’immersione nel mondo della cultura e della spiritualità islamica espresso nella dovizia di preziosi oggetti e reperti presentati in una mostra che non si dimentica.
Info
Scuderie del Quirinale, via XXIV Maggio 16, Roma. Tutti i giorni, da domenica a venerdì ore 12,00-20,00, sabato fino alle 23, ingresso fino a un’ora prima della chiusura. Ingresso 8 euro, ridotto 6 euro. Tel. 06.39967500, http://www.scuderiequirinale.it/ Catalogo “Arte della civiltà islamica. La Collezione al Sabah, Kuwait”, a cura di Giovanni Curatola, schede di Manuel Keene e Salam Kaoukji, giugno 2015, pp.344, formato 24 x 28. Il primo articolo sulla mostra è uscito in questo sito il 3 agosto 2015. Per alcune espressioni di arte contemporanea su temi islamici e non solo, cfr,. in questo sito, i nostri articoli: sulla mostra al Macro di Kerim Incendayi, “Roma e Istanbul sulle orme della storia” 5 febbraio 2015; sulle mostre dell’Ufficio culturale della Turchia a Roma, “Tulay Gurses e la mistica di Rumi” 21marzo 2013, “Ilkay Samli e i versetti del Corano” 2 ottobre 2013, “Permanenze, Ricordi di viaggio di nove artisti italiani” 9 novembre 2013, “Yildiz Doyran e lo slancio vitale di Bergson” 29 gennaio 2014, e “Yilmaz, i divi del cinema nei piatti in ceramica” 16 maggio 2015; su un viaggio a “Istanbul, la nuova Roma, alla ricerca di Costantinopoli” 10, 13, 15 marzo 2013.
Foto
Le immagini sono state riprese nelle Scuderie del Quirinale alla presentazione della mostra da Romano Maria Levante, si ringrazia l’Azienda speciale Palaexpo con i titolari dei diritti, in particolare gli sceicchi Naser e Hussah al Sabah Kuwait, per l’opportunità offerta. Sono esemplari con le caratteristiche dell’arte islamica, come la geometria e l’arabesco, fino ad esempi dell'”arte preziosa”, per lo più tra il XVI e il XVIII sec.. In apertura, “Tramezzo traforato di pietra arenaria”; seguono “Coppia di scuri” (o ante di armadio)” lignei, e “Pannello di stucco da zoccolatura architettonica”, tutti con motivi geometrici ripetibili all’infinito; poi, “Bacino di ottone con iscrizione laudatoria” e “Lastra di marmo per cascata d’acqua con conchigliette vegetali”; quindi, “Piatto di ceramica con corpo in pasta fritta con palmette ornamentali”, e “Collana girocollo con perle, diamanti e smeraldi“; infine, “Spinello (rubino balascio) con iscrizioni imnperiali”, più due ornamenti preziosi e “Pugnali e foderi”; in chiusura,“Cenotafio di pietra (scisto)del principe Shams al-Milla”, 1523-1524..
Si conclude la nostra visita alla mostra “Arte della civiltà islamica. La Collezione al-Sabah, Kuwait” che espone, dal 25 luglio al 20 settembre 2015, alle Scuderie del Quirinale, oltre 360 oggetti con i quali si ripercorrono 1400 anni di una civiltà la cui evoluzione si è avuta in un vastissimo territorio nel quale ha assorbito influssi e motivi unificandoli in un linguaggio autonomo. La mostra è organizzata dall’Azienda speciale Expo con Dar al-Athar al-Islamiyyah, National Council for Culture, Arts & Letters, Kuwait, è a cura di Giovanni Curatola. che ha curato il Catalogo Skira , con i suoi saggi e le schede di Manuel Keene e Salam Kaoukij.
Abbiamo già rievocato le vicende della straordinaria raccolta, messa insieme dallo Sceicco Nasser Sabah al-Ahmad al-Sabah e dalla moglie, la Sceicca Hussah Sabah al-Salim al-Sabah, ricca di 35.000 oggetti, tra i quali ne sono stati selezionati 360 per la mostra, tra pietre e legni, vetri e ceramiche, bronzi e ottoni, codici miniati e tessuti. Il prestito permanente al Museo del Kuwait nel 1983 e il saccheggio all’invasione del 1990 da cui se ne salvarono un centinaio miracolosamente usciti per una mostra itinerante, fino al recupero quasi totale danno un tocco particolare a una storia che ha dell’incredibile e si colora delle tinte fantasiose dell’Oriente.
Prima di immergerci in questo mondo affascinante abbiamo delineato alcuni caratteri salienti della civiltà e dell’arte islamica, descrivendo poi le 4 sezioni iniziali della mostra, di tipo cronologico, dagli inizia all’apogeo dei quattro imperatori. La visita prosegue con le ultime 6 sezioni, le prime tre dedicate ai capisaldi dell’arte islamica, la calligrafia, il disegno e l’arabesco, le altre tre alla figura, alle arti preziose della gioielleria fino alle monete.
La calligrafia
“L’arte islamica e la calligrafia araba sono spesso un tutt’uno – afferma Giovanni Curatola – Non è infatti esagerato affermare che ove dovessimo scegliere un solo elemento per caratterizzare l’insieme del sentire ed operare nel campo dell’arte, in una parola dovessimo scegliere la sua iconografia ultima, questa sarebbe una iscrizione, certamente contenente il nome di Dio: Allah”. Come si è visto, troviamo la scrittura in tante manifestazioni artistiche, dai tessuti agli oggetti.
In tema di scrittura si dovrebbe parlare al plurale perché tante sono le varianti della calligrafia, come risultato di un’evoluzione nel tempo. Abbiamo lo stile arrotondato e quello triangolare, e le due tendenze che ne rappresentano l’evoluzione e la sintesi, il corsivo “muqawwar” e il carattere dritto e angoloso “mabsut”; insieme a questi la form estesa “masq”, e quella allungata “ma’il”, il corsivo arrotondato “naskhi”, e quello rigido e angoloso “cufico”. Non finisce qui, le varianti con cui sono rese le aste portano ad una serie di stili, da foliato a fiorito, da annodato ad animato con volti umani ed animali sulle aste per le quali ci sono delle regole sull’altezza rispetto alle lettere in orizzontale. L’importanza della calligrafia è tale che gli scrivani e i copisti firmano i loro scritti apponendovi anche la data, mentre gli artisti spesso restano anonimi.
Le epigrafi si incontrano innanzitutto in architettura e nell’arte funeraria , e al riguardo vediamo esposti reperti con le iscrizioni scolpite con strumenti da scalpellino: un “Elemento di marmo, forse parte di un’iscrizione di fondazione di una scuola religiosa o di un mausoleo, decorato con un’elaborata e ‘arcaizzante’ iscrizione di stile epigrafico cufico: ‘il grande, il nobile'”, fine XI, inizi XII sec., proveniente dall’Iran orientale; e due “Lastre tombali di marmo con iscrizione in stile epigrafico cufico col nome e patronimico” del defunto e la data della sua scomparsa; in una c’è scritto il versetto del Corano “Ogni anima dovrà provare la morte, e poi ritornerete a Dio”.
In ceramica una “Piccola lastra tombale con corpo in ‘pasta fritta’ e iscrizioni negli stili naskhi (corsivo) e nasta’liq, con brani del Corano, un’invocazione alla benedizione per i 12 iman sciiti e versi in persiano con il nome del defunto; e un “Pannello in mosaico ceramico” con il versetto 286 della Sura II del Corano su uno sfondo di spirali e palmette.
Tra i frammenti di Tessuti di seta esposti, uno reca le parole “la ripetizione del nome di Dio (Allah)”, scritte in modo speculare in modo da formare un’arcata”, un altro tessuto la scritta in stile epigrafico cufico “L’eminente sultano Ghiyath ad-Din”: provengono dall’Iran, sono del XII-XIII sec. In un Frammento di tessuto di lino e lana si legge l’iscrizione nello stile ora citato, “Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso”.
Dai tessuti alla “Veste talismatica decorata con medaglioni circolari, scudi e cartigli con pie iscrizioni negli stili epigrafici naskhi (corsivo) e unthuluth ridotto”, nei comparti quadrati l’intero testo del Corano (o almeno tutte le 114 Sure) e i 99 ‘Bei Nomi’ di Dio nelle bordure.
Il Corano lo vediamo integrale su carta colorata in un Manoscritto firmato da un calligrafo. Entrambi i reperti provengono dall’India, risalgono al XV sec. E’ esposta anche la pagina di un manoscritto del “Libro della conoscenza degli artifici meccanici”, in corsivo naskhi, firmato dal calligrafo, con l’illustrazione di un meccanismo ad acqua per alimentare un ‘”flauto perpetuo”.
E siano alle iscrizioni su coppe e altri oggetti. Su una Coppa di terracotta decorata con pittura a lastra metallica con motivi di foglie e arbusti una pseudo iscrizione, Iraq IX sec.,mentre una Coppa in ceramica con corpo in terracotta reca scritto il proverbio “La generosità è la virtù di chi ha dimora in Paradiso”, un’altra Coppa in ceramica e terracotta reca fra tralci, uccelli e palmette , scritte benauguranti per il possessore, versi d’amore in persiano e versi in arabo sull’importanza della conoscenza, In ceramica una Giara proveniente dall’Egitto, XII sec. alta 40 cm, decorata con iscrizione benaugurale. Mentre è in vetro smaltato e decorato un Vaso in stile cinese con l’iscrizione in stile epigrafico “thuluth” “Gloria al nostro Signore il Sultano, il re, il Sapiente”.
Ci sono oggetti in bronzo, con iscrizioni, in particolare una “Lampada a olio” con coperchio a forma di cupola lavorato a traforo con la scritta “Benedizione e felicità” per il possessore, e una “Piccola bottiglia” per profumi e cosmetici con la scritta “Gloria e favore divino a colui il quale aspira all’integrità spirituale”. Nonché un “Piatto di ottone” decorato con iscrizione in stile “animato” con lettere che terminano in teste umane e animali per formare espressioni augurali della benedizione divina al possessore..
Questa galleria termina con due oggetti in legno: una grande Scatola in legno scolpito che reca scritte, in particolare sul committente e sull’artista, destinata a contenere un manoscritto in 30 volumi del Corano negli stili thuluth e naskhi, viene dall’Iran; un “Cenotafio ligneo iscritto con brani pii religiosi” di contenuto consolatorio in stile thuluth, con un brano del Corano, viene dalla Turchia, entrambi del XIV-XV sec.
La geometria
Il secondo motivo ricorrente nell’arte islamica è la geometria, talmente ricco da potervi dedicare, come dichiara il curatore, un’intera mostra, “confortati dall’intima sicurezza che questa risulterebbe esaltante e niente affatto ripetitiva”. Questa peculiarità è dovuta alla ricerca di un’alternativa all’antropomorfismo precluso per motivi religiosi, trovata nella rappresentazione astratta che aveva nella matematica e nella geometria le discipline basilari, in una infinita varietà di espressioni.
Spostando l’asse di osservazione, le variazioni diventano infinite, ed è all’infinito che si richiama l’unico modo di evocare il Dio dell’Islam, oltre a quello dato dalla scrittura di cui si è detto, essendone preclusa ogni forma di rappresentazione; per cui l’infinito si può definire “il fine ultimo dell’arte islamica”. E’ l’attributo divino che si coniuga con l’infinitesimo umano, soltanto una piccola porzione della creazione per sua stessa natura infinita.
La geometria nell’arte islamica si manifesta sia nelle superfici piane, attraverso intrecci e schematismi visivi, sia negli oggetti la cui forma e il cui volume si ispirano alla geometria solida.
In superfici piane vediamo pagine miniate di un Manoscritto del Corano decorate con un motivo ripetibile all’infinito di pentagoni e altri poligoni nonché un Frontespizio e le pagine finali decorati con semicerchi sovrapposti che formano medaglioni stellari ottagonali. Inoltre due Rilegature in pelle, una con scudi e lobi rettangolari finemente disegnati, l’altra con un motivo ripetibile all’infinito di stelle a dodici punte su una base di reiterazione di triangoli equilateri e con piccole stelle pentagonali negli interstizi. Un vero ricamo estetico, dal significato fortemente allusivo.
Su un Tessuto di lana vediamo disegni a bande orizzontali alternate a motivi blu e la scritta epigrafica “Sovranità [è un attributo dell’unico Dio]”.
Altre superfici piane con disegni geometrici sono offerte alla nostra vista in diversi materiali. In legno il Frammento a un timpano o una nicchia, anche qui con un motivo ripetibile all’infinito di stelle a 12 punte, triangoli equilateri e disegni foliati; e la Coppia di scuri lignei intarsiati con gli stessi motivi reiterati ora descritti; fino a dei Paraventi in legno decorato al centro con una stella o un quadrato o dei rettangoli, e un fondo di “elementi mortasati e giunti a tenone”. In pietra arenaria un Tramezzo decorato in pietra arenaria, in stucco un Pannello da zoccolatura architettonica, in terracotta una Mattonella invetriata: sempre l’impianto geometrico dei motivi ripetibili all’infinito anche se cambiano il numero delle punte delle stelle e dei lati dei poligoni.
Le superfici curve le troviamo in un Incensiere in bronzo con corpo e coperchio traforati come la cupola di un tempio, i piedi di un quadrupede e l’iscrizione “Benedizione, possa Do prolungare la sua Gloria”, con il nome del possessore. E poi un Bacino quadrato per fontana di marmo, Coppe di terracotta e ceramica, sempre con motivi geometrici che includono stelle poligonali. Tralci spiraliformi, intrecci di petali e di archi, con motivi floreali e foliati negli intestizi, un vero ricamo.
Anche nelle Bottiglie di vetro delle più varie forme e dimensioni vediamo imprese sfaccettature geometriche, concave ed ellittiche; e in una Bottiglia di bronzo sono incastonati vetri turchesi.
L’arabesco
E siamo all’elemento forse più caratteristico dell’arte islamica, almeno agli occhi degli Occidentali: l’arabesco è “il tralcio fogliato e biforcato ad andamento in genere orizzontale e ripetuto”, il cui nome non richiama il mondo arabo ma la natura decorativa del disegno, “a rabesco”, che nella definizione in uso dal Rinascimento evoca tralci, rami e foglie più o meno stilizzate.
L’arabesco, quindi, è di origine classica, risale all’antichità e proviene dal Mediterraneo, anche se attraverso l’impero romano si diffuse nell’Oriente, ed è diventato un sigillo dell’Islam: “L’artista musulmano, afferma Curatola, non cristallizza la natura in un preciso istante con realismo (perché ogni cosa – voluta e creata da Dio nell’infinita e instancabile sua opera – ha un suo fluire, ripreso mirabilmente negli arabeschi, e una sua vita temporale che non può e non deve essere interrotta), ma lo astrae, fornendone una visione che in qualche modo è archetipale e, appunto, sovratemporale”.
In quanto tale è perfettamente connaturato alla visione islamica, che tende all’anonimato dell’artista e si esprime in un’infinità di variazioni possibili intorno al motivo dominante; e si trova come elemento trasversale in tutte le manifestazioni dell’arte nell’Islam, nella sua estrema varietà territoriale, dalla Spagna alla Cina, rappresentandone il fattore unificante più evidente e riconosciuto. Tutto ciò è stato possibile perché il rischio insito nell’estrema stilizzazione dei motivi vegetali di base, che si allontana dalla realtà fino a poter alludere a una creazione del tutto proibita, è stato superato. Questo perché, spiega Curatola, “in ogni caso tutto è opera divina, niente avvenendo senza la Sua volontà e il Suo permesso”; quindi “anche l’arabesco, nella fattispecie esiste perché così è stato comunque stabilito”.
La galleria dell’arabesco in mostra segue la logica della calligrafia e della geometria, lo troviamo negli oggetti piani e curvi dello stesso tipo di quelli già descritti, ma con questa peculiare decorazione.
Tra gli oggetti piani vediamo le Pagine miniate di manoscritti del Corano un Tessuto di seta e un Fazzoletto di cotone, i Pannelli di legno e le Mattonelle di ceramica, una Mattonella angolare di una zoccolatura architettonica, della quale è esposto anche un altro Frammento, Mattonelle a forma di stella o rettangolare. Gli arabeschi sono motivi geometrici radiali di piante e foglie, palmette e altre formazioni simmetriche e armoniose.
Negli oggetti curvi ritroviamo Vasi, Brocche e Bottiglie, di vetro, ceramica e perfino di bronzo, una serie di Coppe di ceramica dal corpo “a pasta fritta”, sempre con motivi vegetali spiraliformi e composizioni radiali; in modo diverso ma convergente rispetto alle decorazioni geometriche, anche qui vi è una ripetibilità reiterata che porta all’infinito.
La figura
Nel dar conto dei tre capisaldi dell’arte islamica, calligrafia, geometria e arabesco, indirettamente abbiamo escluso la figura, secondo alcuni proibita in qualunque rappresentazione artistica per motivi religiosi che non ammettono immagini di persone e animali; ciò è invalso dopo l’iconoclastia bizantina dell’VIII sec., e vale soprattutto per le espressioni classiche, perché dopo il XVIII sec. la situazione è mutata a seguito dei continui contatti con l’Europa.
Curatola afferma che se questo è vero per le sedi religiose, come le moschee, dove non troviamo assolutamente raffigurazioni non solo umane ma neppure animali e vegetali di tipo realistico, non c’è la preclusione nelle sedi laiche, come l’ “hammam”, le terme pubbliche, “dove si entra impuri e se ne esce puri, vero luogo di confine, in molti sensi, nel quale le immagini se non incoraggiate sono quanto meno tollerate”; e neppure vi è preclusione nella sfera privata nella quale, non essendo prevista la pedagogia e responsabilità della unmah, ognuno è ricondotto alla propria responsabilità individuale”. Che viene così definita: “Il rapporto che il musulmano instaura con Dio è sempre personale, perché a Lui prima che a ogni altro essere umano deve rispondere, anche se fra gli obblighi imposti ci sono quelli della solidarietà collettiva”, che si manifesta nella famiglia, clan, tribù, “ma tutte in subordine alla potenza della chiamata di Dio”.
Pur con il riferimento al Dio unico, nella religione cristiana invece l’arte si è concentrata nelle raffigurazioni di Cristo, la Madonna e i Santi che rappresentano una galleria sconfinata di figure umane evocatrici del divino, di straordinaria suggestione; in esse c’è il cuore stesso dell’arte occidentale, la palestra in cui si sono esercitati i più grandi artisti, il retaggio della nostra civiltà.
La figura nell’arte islamica la troviamo riferita agli animali, come si vede nella apposita sezione della mostra: ecco Rilegature in pelle decorata con scene di scimmie e cervi, lepri ed uccelli, Frammenti di tessuto di lino decorati con immagini di uccelli o di quadrupedi; zebù e tori su Bicchieri in vetro, un leone in rilievo su una Mattonella di terracotta invetriata e una figure di capra in altre tre Mattonelle di terracotta decorata policrome, mentre su un Piatto di terracotta c’è una colomba, in due grandi Mattonelle di stucco stellate a 10 punte vediamo un leogrifo quasi rampante e un elefante. Sono a forma di felino e di uccello due Incensieri di bronzo, il corpo è traforato con motivi floreali in una griglia geometrica con elementi poligonali.
E la figura umana? Compare in modo appena percepibile in una Fibbia di cintura o finimento di cavallo di bronzo e in una Ciotola di ottone, mentre è più evidente in un Bicchiere di vetro con due uomini a caccia e in una Bottiglia porta profumi con una figura principesca che ha l’aureola. L’immagine a grandi dimensioni di un principe, sempre con aureola, è al centro di un Piatto di ceramica “a pasta fritta” con piedini; altrettanto evidente la figura di un principe con attendente sui Frammenti di un tessuto di seta.
Non più una, ma diverse figure nelle Pagine miniate di manoscritti, con scene in cui viene rivolta una supplica o scene di caccia in un ricco cromatismo. Mentre miniature su seta e pagine staccate di un Album miniato mostrano dei primi piani di una coppia principesca, di un pittore vestito in modo sontuoso ripreso mentre dipinge, e di un giovane elegante che beve vino. La scena diviene corale con molte figure umane su diversi piani prospettici nella pagina miniata della “Preparazione per la fuga di Iraj dal suo accampamento, un monumentale manoscritto in 14 volumi; e nel manoscritto del “Libro dei re” con la regina e una compagna dinanzi al re, vi sono tante figure su più piani.
Le arti preziose e le monete
Anche nei gioielli e negli oggetti preziosi la collezione spicca per la sua unicità e il suo valore, considerando che raccoglie soprattutto opere provenienti dall’India dell’epoca della dinastia Moghul nella quale questa forma di arte raggiunse il livello più alto. Viene spesso considerata “arte minore”, mentre invece soprattutto in India è stata l’espressione artistica che, a parte l’architettura che spicca incontrastata, si pone al livello dell’arte nella tessitura e nella miniatura.
In queste produzioni assume particolare rilievo la preziosità dei materiali, oro e diamanti, rubini e smeraldi, zaffiri e perle la cui selezione è direttamente riferita alla destinazione dell’oggetto; e anche la tecnica altamente specializzata messa in atto degli artefici per lo più anonimi.
L’esposizione della mostra è sfolgorante. Vediamo le impugnature preziose d’oro con pietre preziose di un’ampia e spettacolare serie di Pugnali e Spade, compresi i Foderi, il pensiero torna al pugnale immortalato nel film Topkapi; poi la galleria presenta gioielli di abbigliamento, dagli Anelli ai Bracciali e alle Collane di varia foggia e valore, a più fili oppure a girocollo, in queste ultime le perle si aggiungono a smeraldi e zaffiri, così gli Ornamenti d’oro e i Pendenti. Scatole e Coppe preziose, Scrigni ed altri oggetti preziosi completano l’esposizione da Mille e una notte.
Sono esposte anche 20 monete, dei 12 mila esemplari della parte numismatica della collezione al-Sabah: 16 d’oro, tra cui alcune con le epigrafi in cerchi concentrici e una con l’effige di un imperatore moghul; 3 d’argento fra cui una di forma quadrata, e una di rame, del tipo “califfo stante” che risale al 693-697, con l’effige del sovrano che successivamente ritirò tutte le monete per eliminare la raffigurazione sostituendola con l’iscrizione coranica, “Egli, Dio è uno – Dio, l’Eterno – Non generò né fu generato – e Nessuno Gli è pari”.
E con questa massima, valida per tutte le religioni monoteiste ma coniata per quella islamica, chiudiamo il nostro racconto della mostra tornando al misticismo dopo lo scintillio delle gemme e delle pietre preziose dei pugnali e delle collane che ci hanno portato nel mondo affascinante che evoca le immagini seducenti delle Mille e una notte e quelle misteriose del Topkapi. Un volo di fantasia che si aggiunge all’immersione nel mondo della cultura e della spiritualità islamica espresso nella dovizia di preziosi oggetti e reperti presentati in una mostra che non si dimentica.
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Scuderie del Quirinale, via XXIV Maggio 16, Roma. Tutti i giorni, da domenica a venerdì ore 12,00-20,00, sabato fino alle 23, ingresso fino a un’ora prima della chiusura. Ingresso 8 euro, ridotto 6 euro. Tel. 06.39967500, http://www.scuderiequirinale.it/ Catalogo “Arte della civiltà islamica. La Collezione al Sabah, Kuwait”, a cura di Giovanni Curatola, schede di Manuel Keene e Salam Kaoukji, giugno 2015, pp.344, formato 24 x 28. Il primo articolo sulla mostra è uscito in questo sito il 3 agosto 2015. Per alcune espressioni di arte contemporanea su temi islamici e non solo, cfr,. in questo sito, i nostri articoli: sulla mostra al Macro di Kerim Incendayi, “Roma e Istanbul sulle orme della storia” 5 febbraio 2015; sulle mostre dell’Ufficio culturale della Turchia a Roma, “Tulay Gurses e la mistica di Rumi” 21marzo 2013, “Ilkay Samli e i versetti del Corano” 2 ottobre 2013, “Permanenze, Ricordi di viaggio di nove artisti italiani” 9 novembre 2013, “Yildiz Doyran e lo slancio vitale di Bergson” 29 gennaio 2014, e “Yilmaz, i divi del cinema nei piatti in ceramica” 16 maggio 2015; su un viaggio a “Istanbul, la nuova Roma, alla ricerca di Costantinopoli” 10, 13, 15 marzo 2013.
Foto
Le immagini sono state riprese nelle Scuderie del Quirinale alla presentazione della mostra da Romano Maria Levante, si ringrazia l’Azienda speciale Palaexpo con i titolari dei diritti, in particolare gli sceicchi Naser e Hussah al Sabah Kuwait, per l’opportunità offerta. Sono esemplari con le caratteristiche dell’arte islamica, come la geometria e l’arabesco, fino ad esempi dell'”arte preziosa”, per lo più tra il XVI e il XVIII sec.. In apertura, “Tramezzo traforato di pietra arenaria”; seguono “Coppia di scuri” (o ante di armadio)” lignei, e “Pannello di stucco da zoccolatura architettonica”, tutti con motivi geometrici ripetibili all’infinito; poi, “Bacino di ottone con iscrizione laudatoria” e “Lastra di marmo per cascata d’acqua con conchigliette vegetali”; quindi, “Piatto di ceramica con corpo in pasta fritta con palmette ornamentali”, e “Collana girocollo con perle, diamanti e smeraldi“; infine, “Spinello (rubino balascio) con iscrizioni imnperiali”, più due ornamenti preziosi e “Pugnali e foderi”; in chiusura,“Cenotafio di pietra (scisto)del principe Shams al-Milla”, 1523-1524..
di Romano Maria Levante
Si conclude la nostra visita alla mostra “Arte della civiltà islamica. La Collezione al-Sabah, Kuwait” che espone, dal 25 luglio al 20 settembre 2015, alle Scuderie del Quirinale, oltre 360 oggetti con i quali si ripercorrono 1400 anni di una civiltà la cui evoluzione si è avuta in un vastissimo territorio nel quale ha assorbito influssi e motivi unificandoli in un linguaggio autonomo. La mostra è organizzata dall’Azienda speciale Expo con Dar al-Athar al-Islamiyyah, National Council for Culture, Arts & Letters, Kuwait, è a cura di Giovanni Curatola. che ha curato il Catalogo Skira , con i suoi saggi e le schede di Manuel Keene e Salam Kaoukij.
Abbiamo già rievocato le vicende della straordinaria raccolta, messa insieme dallo Sceicco Nasser Sabah al-Ahmad al-Sabah e dalla moglie, la Sceicca Hussah Sabah al-Salim al-Sabah, ricca di 35.000 oggetti, tra i quali ne sono stati selezionati 360 per la mostra, tra pietre e legni, vetri e ceramiche, bronzi e ottoni, codici miniati e tessuti. Il prestito permanente al Museo del Kuwait nel 1983 e il saccheggio all’invasione del 1990 da cui se ne salvarono un centinaio miracolosamente usciti per una mostra itinerante, fino al recupero quasi totale danno un tocco particolare a una storia che ha dell’incredibile e si colora delle tinte fantasiose dell’Oriente.
Prima di immergerci in questo mondo affascinante abbiamo delineato alcuni caratteri salienti della civiltà e dell’arte islamica, descrivendo poi le 4 sezioni iniziali della mostra, di tipo cronologico, dagli inizia all’apogeo dei quattro imperatori. La visita prosegue con le ultime 6 sezioni, le prime tre dedicate ai capisaldi dell’arte islamica, la calligrafia, il disegno e l’arabesco, le altre tre alla figura, alle arti preziose della gioielleria fino alle monete.
La calligrafia
“L’arte islamica e la calligrafia araba sono spesso un tutt’uno – afferma Giovanni Curatola – Non è infatti esagerato affermare che ove dovessimo scegliere un solo elemento per caratterizzare l’insieme del sentire ed operare nel campo dell’arte, in una parola dovessimo scegliere la sua iconografia ultima, questa sarebbe una iscrizione, certamente contenente il nome di Dio: Allah”. Come si è visto, troviamo la scrittura in tante manifestazioni artistiche, dai tessuti agli oggetti.
In tema di scrittura si dovrebbe parlare al plurale perché tante sono le varianti della calligrafia, come risultato di un’evoluzione nel tempo. Abbiamo lo stile arrotondato e quello triangolare, e le due tendenze che ne rappresentano l’evoluzione e la sintesi, il corsivo “muqawwar” e il carattere dritto e angoloso “mabsut”; insieme a questi la form estesa “masq”, e quella allungata “ma’il”, il corsivo arrotondato “naskhi”, e quello rigido e angoloso “cufico”. Non finisce qui, le varianti con cui sono rese le aste portano ad una serie di stili, da foliato a fiorito, da annodato ad animato con volti umani ed animali sulle aste per le quali ci sono delle regole sull’altezza rispetto alle lettere in orizzontale. L’importanza della calligrafia è tale che gli scrivani e i copisti firmano i loro scritti apponendovi anche la data, mentre gli artisti spesso restano anonimi.
Le epigrafi si incontrano innanzitutto in architettura e nell’arte funeraria , e al riguardo vediamo esposti reperti con le iscrizioni scolpite con strumenti da scalpellino: un “Elemento di marmo, forse parte di un’iscrizione di fondazione di una scuola religiosa o di un mausoleo, decorato con un’elaborata e ‘arcaizzante’ iscrizione di stile epigrafico cufico: ‘il grande, il nobile'”, fine XI, inizi XII sec., proveniente dall’Iran orientale; e due “Lastre tombali di marmo con iscrizione in stile epigrafico cufico col nome e patronimico” del defunto e la data della sua scomparsa; in una c’è scritto il versetto del Corano “Ogni anima dovrà provare la morte, e poi ritornerete a Dio”.
In ceramica una “Piccola lastra tombale con corpo in ‘pasta fritta’ e iscrizioni negli stili naskhi (corsivo) e nasta’liq, con brani del Corano, un’invocazione alla benedizione per i 12 iman sciiti e versi in persiano con il nome del defunto; e un “Pannello in mosaico ceramico” con il versetto 286 della Sura II del Corano su uno sfondo di spirali e palmette.
Tra i frammenti di Tessuti di seta esposti, uno reca le parole “la ripetizione del nome di Dio (Allah)”, scritte in modo speculare in modo da formare un’arcata”, un altro tessuto la scritta in stile epigrafico cufico “L’eminente sultano Ghiyath ad-Din”: provengono dall’Iran, sono del XII-XIII sec. In un Frammento di tessuto di lino e lana si legge l’iscrizione nello stile ora citato, “Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso”.
Dai tessuti alla “Veste talismatica decorata con medaglioni circolari, scudi e cartigli con pie iscrizioni negli stili epigrafici naskhi (corsivo) e unthuluth ridotto”, nei comparti quadrati l’intero testo del Corano (o almeno tutte le 114 Sure) e i 99 ‘Bei Nomi’ di Dio nelle bordure.
Il Corano lo vediamo integrale su carta colorata in un Manoscritto firmato da un calligrafo. Entrambi i reperti provengono dall’India, risalgono al XV sec. E’ esposta anche la pagina di un manoscritto del “Libro della conoscenza degli artifici meccanici”, in corsivo naskhi, firmato dal calligrafo, con l’illustrazione di un meccanismo ad acqua per alimentare un ‘”flauto perpetuo”.
E siano alle iscrizioni su coppe e altri oggetti. Su una Coppa di terracotta decorata con pittura a lastra metallica con motivi di foglie e arbusti una pseudo iscrizione, Iraq IX sec.,mentre una Coppa in ceramica con corpo in terracotta reca scritto il proverbio “La generosità è la virtù di chi ha dimora in Paradiso”, un’altra Coppa in ceramica e terracotta reca fra tralci, uccelli e palmette , scritte benauguranti per il possessore, versi d’amore in persiano e versi in arabo sull’importanza della conoscenza, In ceramica una Giara proveniente dall’Egitto, XII sec. alta 40 cm, decorata con iscrizione benaugurale. Mentre è in vetro smaltato e decorato un Vaso in stile cinese con l’iscrizione in stile epigrafico “thuluth” “Gloria al nostro Signore il Sultano, il re, il Sapiente”.
Ci sono oggetti in bronzo, con iscrizioni, in particolare una “Lampada a olio” con coperchio a forma di cupola lavorato a traforo con la scritta “Benedizione e felicità” per il possessore, e una “Piccola bottiglia” per profumi e cosmetici con la scritta “Gloria e favore divino a colui il quale aspira all’integrità spirituale”. Nonché un “Piatto di ottone” decorato con iscrizione in stile “animato” con lettere che terminano in teste umane e animali per formare espressioni augurali della benedizione divina al possessore..
Questa galleria termina con due oggetti in legno: una grande Scatola in legno scolpito che reca scritte, in particolare sul committente e sull’artista, destinata a contenere un manoscritto in 30 volumi del Corano negli stili thuluth e naskhi, viene dall’Iran; un “Cenotafio ligneo iscritto con brani pii religiosi” di contenuto consolatorio in stile thuluth, con un brano del Corano, viene dalla Turchia, entrambi del XIV-XV sec.
La geometria
Il secondo motivo ricorrente nell’arte islamica è la geometria, talmente ricco da potervi dedicare, come dichiara il curatore, un’intera mostra, “confortati dall’intima sicurezza che questa risulterebbe esaltante e niente affatto ripetitiva”. Questa peculiarità è dovuta alla ricerca di un’alternativa all’antropomorfismo precluso per motivi religiosi, trovata nella rappresentazione astratta che aveva nella matematica e nella geometria le discipline basilari, in una infinita varietà di espressioni.
Spostando l’asse di osservazione, le variazioni diventano infinite, ed è all’infinito che si richiama l’unico modo di evocare il Dio dell’Islam, oltre a quello dato dalla scrittura di cui si è detto, essendone preclusa ogni forma di rappresentazione; per cui l’infinito si può definire “il fine ultimo dell’arte islamica”. E’ l’attributo divino che si coniuga con l’infinitesimo umano, soltanto una piccola porzione della creazione per sua stessa natura infinita.
La geometria nell’arte islamica si manifesta sia nelle superfici piane, attraverso intrecci e schematismi visivi, sia negli oggetti la cui forma e il cui volume si ispirano alla geometria solida.
In superfici piane vediamo pagine miniate di un Manoscritto del Corano decorate con un motivo ripetibile all’infinito di pentagoni e altri poligoni nonché un Frontespizio e le pagine finali decorati con semicerchi sovrapposti che formano medaglioni stellari ottagonali. Inoltre due Rilegature in pelle, una con scudi e lobi rettangolari finemente disegnati, l’altra con un motivo ripetibile all’infinito di stelle a dodici punte su una base di reiterazione di triangoli equilateri e con piccole stelle pentagonali negli interstizi. Un vero ricamo estetico, dal significato fortemente allusivo.
Su un Tessuto di lana vediamo disegni a bande orizzontali alternate a motivi blu e la scritta epigrafica “Sovranità [è un attributo dell’unico Dio]”.
Altre superfici piane con disegni geometrici sono offerte alla nostra vista in diversi materiali. In legno il Frammento a un timpano o una nicchia, anche qui con un motivo ripetibile all’infinito di stelle a 12 punte, triangoli equilateri e disegni foliati; e la Coppia di scuri lignei intarsiati con gli stessi motivi reiterati ora descritti; fino a dei Paraventi in legno decorato al centro con una stella o un quadrato o dei rettangoli, e un fondo di “elementi mortasati e giunti a tenone”. In pietra arenaria un Tramezzo decorato in pietra arenaria, in stucco un Pannello da zoccolatura architettonica, in terracotta una Mattonella invetriata: sempre l’impianto geometrico dei motivi ripetibili all’infinito anche se cambiano il numero delle punte delle stelle e dei lati dei poligoni.
Le superfici curve le troviamo in un Incensiere in bronzo con corpo e coperchio traforati come la cupola di un tempio, i piedi di un quadrupede e l’iscrizione “Benedizione, possa Do prolungare la sua Gloria”, con il nome del possessore. E poi un Bacino quadrato per fontana di marmo, Coppe di terracotta e ceramica, sempre con motivi geometrici che includono stelle poligonali. Tralci spiraliformi, intrecci di petali e di archi, con motivi floreali e foliati negli intestizi, un vero ricamo.
Anche nelle Bottiglie di vetro delle più varie forme e dimensioni vediamo imprese sfaccettature geometriche, concave ed ellittiche; e in una Bottiglia di bronzo sono incastonati vetri turchesi.
L’arabesco
E siamo all’elemento forse più caratteristico dell’arte islamica, almeno agli occhi degli Occidentali: l’arabesco è “il tralcio fogliato e biforcato ad andamento in genere orizzontale e ripetuto”, il cui nome non richiama il mondo arabo ma la natura decorativa del disegno, “a rabesco”, che nella definizione in uso dal Rinascimento evoca tralci, rami e foglie più o meno stilizzate.
L’arabesco, quindi, è di origine classica, risale all’antichità e proviene dal Mediterraneo, anche se attraverso l’impero romano si diffuse nell’Oriente, ed è diventato un sigillo dell’Islam: “L’artista musulmano, afferma Curatola, non cristallizza la natura in un preciso istante con realismo (perché ogni cosa – voluta e creata da Dio nell’infinita e instancabile sua opera – ha un suo fluire, ripreso mirabilmente negli arabeschi, e una sua vita temporale che non può e non deve essere interrotta), ma lo astrae, fornendone una visione che in qualche modo è archetipale e, appunto, sovratemporale”.
In quanto tale è perfettamente connaturato alla visione islamica, che tende all’anonimato dell’artista e si esprime in un’infinità di variazioni possibili intorno al motivo dominante; e si trova come elemento trasversale in tutte le manifestazioni dell’arte nell’Islam, nella sua estrema varietà territoriale, dalla Spagna alla Cina, rappresentandone il fattore unificante più evidente e riconosciuto. Tutto ciò è stato possibile perché il rischio insito nell’estrema stilizzazione dei motivi vegetali di base, che si allontana dalla realtà fino a poter alludere a una creazione del tutto proibita, è stato superato. Questo perché, spiega Curatola, “in ogni caso tutto è opera divina, niente avvenendo senza la Sua volontà e il Suo permesso”; quindi “anche l’arabesco, nella fattispecie esiste perché così è stato comunque stabilito”.
La galleria dell’arabesco in mostra segue la logica della calligrafia e della geometria, lo troviamo negli oggetti piani e curvi dello stesso tipo di quelli già descritti, ma con questa peculiare decorazione.
Tra gli oggetti piani vediamo le Pagine miniate di manoscritti del Corano un Tessuto di seta e un Fazzoletto di cotone, i Pannelli di legno e le Mattonelle di ceramica, una Mattonella angolare di una zoccolatura architettonica, della quale è esposto anche un altro Frammento, Mattonelle a forma di stella o rettangolare. Gli arabeschi sono motivi geometrici radiali di piante e foglie, palmette e altre formazioni simmetriche e armoniose.
Negli oggetti curvi ritroviamo Vasi, Brocche e Bottiglie, di vetro, ceramica e perfino di bronzo, una serie di Coppe di ceramica dal corpo “a pasta fritta”, sempre con motivi vegetali spiraliformi e composizioni radiali; in modo diverso ma convergente rispetto alle decorazioni geometriche, anche qui vi è una ripetibilità reiterata che porta all’infinito.
La figura
Nel dar conto dei tre capisaldi dell’arte islamica, calligrafia, geometria e arabesco, indirettamente abbiamo escluso la figura, secondo alcuni proibita in qualunque rappresentazione artistica per motivi religiosi che non ammettono immagini di persone e animali; ciò è invalso dopo l’iconoclastia bizantina dell’VIII sec., e vale soprattutto per le espressioni classiche, perché dopo il XVIII sec. la situazione è mutata a seguito dei continui contatti con l’Europa.
Curatola afferma che se questo è vero per le sedi religiose, come le moschee, dove non troviamo assolutamente raffigurazioni non solo umane ma neppure animali e vegetali di tipo realistico, non c’è la preclusione nelle sedi laiche, come l’ “hammam”, le terme pubbliche, “dove si entra impuri e se ne esce puri, vero luogo di confine, in molti sensi, nel quale le immagini se non incoraggiate sono quanto meno tollerate”; e neppure vi è preclusione nella sfera privata nella quale, non essendo prevista la pedagogia e responsabilità della unmah, ognuno è ricondotto alla propria responsabilità individuale”. Che viene così definita: “Il rapporto che il musulmano instaura con Dio è sempre personale, perché a Lui prima che a ogni altro essere umano deve rispondere, anche se fra gli obblighi imposti ci sono quelli della solidarietà collettiva”, che si manifesta nella famiglia, clan, tribù, “ma tutte in subordine alla potenza della chiamata di Dio”.
Pur con il riferimento al Dio unico, nella religione cristiana invece l’arte si è concentrata nelle raffigurazioni di Cristo, la Madonna e i Santi che rappresentano una galleria sconfinata di figure umane evocatrici del divino, di straordinaria suggestione; in esse c’è il cuore stesso dell’arte occidentale, la palestra in cui si sono esercitati i più grandi artisti, il retaggio della nostra civiltà.
La figura nell’arte islamica la troviamo riferita agli animali, come si vede nella apposita sezione della mostra: ecco Rilegature in pelle decorata con scene di scimmie e cervi, lepri ed uccelli, Frammenti di tessuto di lino decorati con immagini di uccelli o di quadrupedi; zebù e tori su Bicchieri in vetro, un leone in rilievo su una Mattonella di terracotta invetriata e una figure di capra in altre tre Mattonelle di terracotta decorata policrome, mentre su un Piatto di terracotta c’è una colomba, in due grandi Mattonelle di stucco stellate a 10 punte vediamo un leogrifo quasi rampante e un elefante. Sono a forma di felino e di uccello due Incensieri di bronzo, il corpo è traforato con motivi floreali in una griglia geometrica con elementi poligonali.
E la figura umana? Compare in modo appena percepibile in una Fibbia di cintura o finimento di cavallo di bronzo e in una Ciotola di ottone, mentre è più evidente in un Bicchiere di vetro con due uomini a caccia e in una Bottiglia porta profumi con una figura principesca che ha l’aureola. L’immagine a grandi dimensioni di un principe, sempre con aureola, è al centro di un Piatto di ceramica “a pasta fritta” con piedini; altrettanto evidente la figura di un principe con attendente sui Frammenti di un tessuto di seta.
Non più una, ma diverse figure nelle Pagine miniate di manoscritti, con scene in cui viene rivolta una supplica o scene di caccia in un ricco cromatismo. Mentre miniature su seta e pagine staccate di un Album miniato mostrano dei primi piani di una coppia principesca, di un pittore vestito in modo sontuoso ripreso mentre dipinge, e di un giovane elegante che beve vino. La scena diviene corale con molte figure umane su diversi piani prospettici nella pagina miniata della “Preparazione per la fuga di Iraj dal suo accampamento, un monumentale manoscritto in 14 volumi; e nel manoscritto del “Libro dei re” con la regina e una compagna dinanzi al re, vi sono tante figure su più piani.
Le arti preziose e le monete
Anche nei gioielli e negli oggetti preziosi la collezione spicca per la sua unicità e il suo valore, considerando che raccoglie soprattutto opere provenienti dall’India dell’epoca della dinastia Moghul nella quale questa forma di arte raggiunse il livello più alto. Viene spesso considerata “arte minore”, mentre invece soprattutto in India è stata l’espressione artistica che, a parte l’architettura che spicca incontrastata, si pone al livello dell’arte nella tessitura e nella miniatura.
In queste produzioni assume particolare rilievo la preziosità dei materiali, oro e diamanti, rubini e smeraldi, zaffiri e perle la cui selezione è direttamente riferita alla destinazione dell’oggetto; e anche la tecnica altamente specializzata messa in atto degli artefici per lo più anonimi.
L’esposizione della mostra è sfolgorante. Vediamo le impugnature preziose d’oro con pietre preziose di un’ampia e spettacolare serie di Pugnali e Spade, compresi i Foderi, il pensiero torna al pugnale immortalato nel film Topkapi; poi la galleria presenta gioielli di abbigliamento, dagli Anelli ai Bracciali e alle Collane di varia foggia e valore, a più fili oppure a girocollo, in queste ultime le perle si aggiungono a smeraldi e zaffiri, così gli Ornamenti d’oro e i Pendenti. Scatole e Coppe preziose, Scrigni ed altri oggetti preziosi completano l’esposizione da Mille e una notte.
Sono esposte anche 20 monete, dei 12 mila esemplari della parte numismatica della collezione al-Sabah: 16 d’oro, tra cui alcune con le epigrafi in cerchi concentrici e una con l’effige di un imperatore moghul; 3 d’argento fra cui una di forma quadrata, e una di rame, del tipo “califfo stante” che risale al 693-697, con l’effige del sovrano che successivamente ritirò tutte le monete per eliminare la raffigurazione sostituendola con l’iscrizione coranica, “Egli, Dio è uno – Dio, l’Eterno – Non generò né fu generato – e Nessuno Gli è pari”.
E con questa massima, valida per tutte le religioni monoteiste ma coniata per quella islamica, chiudiamo il nostro racconto della mostra tornando al misticismo dopo lo scintillio delle gemme e delle pietre preziose dei pugnali e delle collane che ci hanno portato nel mondo affascinante che evoca le immagini seducenti delle Mille e una notte e quelle misteriose del Topkapi. Un volo di fantasia che si aggiunge all’immersione nel mondo della cultura e della spiritualità islamica espresso nella dovizia di preziosi oggetti e reperti presentati in una mostra che non si dimentica.
Info
Scuderie del Quirinale, via XXIV Maggio 16, Roma. Tutti i giorni, da domenica a venerdì ore 12,00-20,00, sabato fino alle 23, ingresso fino a un’ora prima della chiusura. Ingresso 8 euro, ridotto 6 euro. Tel. 06.39967500, http://www.scuderiequirinale.it/ Catalogo “Arte della civiltà islamica. La Collezione al Sabah, Kuwait”, a cura di Giovanni Curatola, schede di Manuel Keene e Salam Kaoukji, giugno 2015, pp.344, formato 24 x 28. Il primo articolo sulla mostra è uscito in questo sito il 3 agosto 2015. Per alcune espressioni di arte contemporanea su temi islamici e non solo, cfr,. in questo sito, i nostri articoli: sulla mostra al Macro di Kerim Incendayi, “Roma e Istanbul sulle orme della storia” 5 febbraio 2015; sulle mostre dell’Ufficio culturale della Turchia a Roma, “Tulay Gurses e la mistica di Rumi” 21marzo 2013, “Ilkay Samli e i versetti del Corano” 2 ottobre 2013, “Permanenze, Ricordi di viaggio di nove artisti italiani” 9 novembre 2013, “Yildiz Doyran e lo slancio vitale di Bergson” 29 gennaio 2014, e “Yilmaz, i divi del cinema nei piatti in ceramica” 16 maggio 2015; su un viaggio a “Istanbul, la nuova Roma, alla ricerca di Costantinopoli” 10, 13, 15 marzo 2013.
Foto
Le immagini sono state riprese nelle Scuderie del Quirinale alla presentazione della mostra da Romano Maria Levante, si ringrazia l’Azienda speciale Palaexpo con i titolari dei diritti, in particolare gli sceicchi Naser e Hussah al Sabah Kuwait, per l’opportunità offerta. Sono esemplari con le caratteristiche dell’arte islamica, come la geometria e l’arabesco, fino ad esempi dell'”arte preziosa”, per lo più tra il XVI e il XVIII sec.. In apertura, “Tramezzo traforato di pietra arenaria”; seguono “Coppia di scuri” (o ante di armadio)” lignei, e “Pannello di stucco da zoccolatura architettonica”, tutti con motivi geometrici ripetibili all’infinito; poi, “Bacino di ottone con iscrizione laudatoria” e “Lastra di marmo per cascata d’acqua con conchigliette vegetali”; quindi, “Piatto di ceramica con corpo in pasta fritta con palmette ornamentali”, e “Collana girocollo con perle, diamanti e smeraldi“; infine, “Spinello (rubino balascio) con iscrizioni imnperiali”, più due ornamenti preziosi e “Pugnali e foderi”; in chiusura,“Cenotafio di pietra (scisto)del principe Shams al-Milla”, 1523-1524..
Si conclude la nostra visita alla mostra “Arte della civiltà islamica. La Collezione al-Sabah, Kuwait” che espone, dal 25 luglio al 20 settembre 2015, alle Scuderie del Quirinale, oltre 360 oggetti con i quali si ripercorrono 1400 anni di una civiltà la cui evoluzione si è avuta in un vastissimo territorio nel quale ha assorbito influssi e motivi unificandoli in un linguaggio autonomo. La mostra è organizzata dall’Azienda speciale Expo con Dar al-Athar al-Islamiyyah, National Council for Culture, Arts & Letters, Kuwait, è a cura di Giovanni Curatola. che ha curato il Catalogo Skira , con i suoi saggi e le schede di Manuel Keene e Salam Kaoukij.
Abbiamo già rievocato le vicende della straordinaria raccolta, messa insieme dallo Sceicco Nasser Sabah al-Ahmad al-Sabah e dalla moglie, la Sceicca Hussah Sabah al-Salim al-Sabah, ricca di 35.000 oggetti, tra i quali ne sono stati selezionati 360 per la mostra, tra pietre e legni, vetri e ceramiche, bronzi e ottoni, codici miniati e tessuti. Il prestito permanente al Museo del Kuwait nel 1983 e il saccheggio all’invasione del 1990 da cui se ne salvarono un centinaio miracolosamente usciti per una mostra itinerante, fino al recupero quasi totale danno un tocco particolare a una storia che ha dell’incredibile e si colora delle tinte fantasiose dell’Oriente.
Prima di immergerci in questo mondo affascinante abbiamo delineato alcuni caratteri salienti della civiltà e dell’arte islamica, descrivendo poi le 4 sezioni iniziali della mostra, di tipo cronologico, dagli inizia all’apogeo dei quattro imperatori. La visita prosegue con le ultime 6 sezioni, le prime tre dedicate ai capisaldi dell’arte islamica, la calligrafia, il disegno e l’arabesco, le altre tre alla figura, alle arti preziose della gioielleria fino alle monete.
La calligrafia
“L’arte islamica e la calligrafia araba sono spesso un tutt’uno – afferma Giovanni Curatola – Non è infatti esagerato affermare che ove dovessimo scegliere un solo elemento per caratterizzare l’insieme del sentire ed operare nel campo dell’arte, in una parola dovessimo scegliere la sua iconografia ultima, questa sarebbe una iscrizione, certamente contenente il nome di Dio: Allah”. Come si è visto, troviamo la scrittura in tante manifestazioni artistiche, dai tessuti agli oggetti.
In tema di scrittura si dovrebbe parlare al plurale perché tante sono le varianti della calligrafia, come risultato di un’evoluzione nel tempo. Abbiamo lo stile arrotondato e quello triangolare, e le due tendenze che ne rappresentano l’evoluzione e la sintesi, il corsivo “muqawwar” e il carattere dritto e angoloso “mabsut”; insieme a questi la form estesa “masq”, e quella allungata “ma’il”, il corsivo arrotondato “naskhi”, e quello rigido e angoloso “cufico”. Non finisce qui, le varianti con cui sono rese le aste portano ad una serie di stili, da foliato a fiorito, da annodato ad animato con volti umani ed animali sulle aste per le quali ci sono delle regole sull’altezza rispetto alle lettere in orizzontale. L’importanza della calligrafia è tale che gli scrivani e i copisti firmano i loro scritti apponendovi anche la data, mentre gli artisti spesso restano anonimi.
Le epigrafi si incontrano innanzitutto in architettura e nell’arte funeraria , e al riguardo vediamo esposti reperti con le iscrizioni scolpite con strumenti da scalpellino: un “Elemento di marmo, forse parte di un’iscrizione di fondazione di una scuola religiosa o di un mausoleo, decorato con un’elaborata e ‘arcaizzante’ iscrizione di stile epigrafico cufico: ‘il grande, il nobile'”, fine XI, inizi XII sec., proveniente dall’Iran orientale; e due “Lastre tombali di marmo con iscrizione in stile epigrafico cufico col nome e patronimico” del defunto e la data della sua scomparsa; in una c’è scritto il versetto del Corano “Ogni anima dovrà provare la morte, e poi ritornerete a Dio”.
In ceramica una “Piccola lastra tombale con corpo in ‘pasta fritta’ e iscrizioni negli stili naskhi (corsivo) e nasta’liq, con brani del Corano, un’invocazione alla benedizione per i 12 iman sciiti e versi in persiano con il nome del defunto; e un “Pannello in mosaico ceramico” con il versetto 286 della Sura II del Corano su uno sfondo di spirali e palmette.
Tra i frammenti di Tessuti di seta esposti, uno reca le parole “la ripetizione del nome di Dio (Allah)”, scritte in modo speculare in modo da formare un’arcata”, un altro tessuto la scritta in stile epigrafico cufico “L’eminente sultano Ghiyath ad-Din”: provengono dall’Iran, sono del XII-XIII sec. In un Frammento di tessuto di lino e lana si legge l’iscrizione nello stile ora citato, “Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso”.
Dai tessuti alla “Veste talismatica decorata con medaglioni circolari, scudi e cartigli con pie iscrizioni negli stili epigrafici naskhi (corsivo) e unthuluth ridotto”, nei comparti quadrati l’intero testo del Corano (o almeno tutte le 114 Sure) e i 99 ‘Bei Nomi’ di Dio nelle bordure.
Il Corano lo vediamo integrale su carta colorata in un Manoscritto firmato da un calligrafo. Entrambi i reperti provengono dall’India, risalgono al XV sec. E’ esposta anche la pagina di un manoscritto del “Libro della conoscenza degli artifici meccanici”, in corsivo naskhi, firmato dal calligrafo, con l’illustrazione di un meccanismo ad acqua per alimentare un ‘”flauto perpetuo”.
E siano alle iscrizioni su coppe e altri oggetti. Su una Coppa di terracotta decorata con pittura a lastra metallica con motivi di foglie e arbusti una pseudo iscrizione, Iraq IX sec.,mentre una Coppa in ceramica con corpo in terracotta reca scritto il proverbio “La generosità è la virtù di chi ha dimora in Paradiso”, un’altra Coppa in ceramica e terracotta reca fra tralci, uccelli e palmette , scritte benauguranti per il possessore, versi d’amore in persiano e versi in arabo sull’importanza della conoscenza, In ceramica una Giara proveniente dall’Egitto, XII sec. alta 40 cm, decorata con iscrizione benaugurale. Mentre è in vetro smaltato e decorato un Vaso in stile cinese con l’iscrizione in stile epigrafico “thuluth” “Gloria al nostro Signore il Sultano, il re, il Sapiente”.
Ci sono oggetti in bronzo, con iscrizioni, in particolare una “Lampada a olio” con coperchio a forma di cupola lavorato a traforo con la scritta “Benedizione e felicità” per il possessore, e una “Piccola bottiglia” per profumi e cosmetici con la scritta “Gloria e favore divino a colui il quale aspira all’integrità spirituale”. Nonché un “Piatto di ottone” decorato con iscrizione in stile “animato” con lettere che terminano in teste umane e animali per formare espressioni augurali della benedizione divina al possessore..
Questa galleria termina con due oggetti in legno: una grande Scatola in legno scolpito che reca scritte, in particolare sul committente e sull’artista, destinata a contenere un manoscritto in 30 volumi del Corano negli stili thuluth e naskhi, viene dall’Iran; un “Cenotafio ligneo iscritto con brani pii religiosi” di contenuto consolatorio in stile thuluth, con un brano del Corano, viene dalla Turchia, entrambi del XIV-XV sec.
La geometria
Il secondo motivo ricorrente nell’arte islamica è la geometria, talmente ricco da potervi dedicare, come dichiara il curatore, un’intera mostra, “confortati dall’intima sicurezza che questa risulterebbe esaltante e niente affatto ripetitiva”. Questa peculiarità è dovuta alla ricerca di un’alternativa all’antropomorfismo precluso per motivi religiosi, trovata nella rappresentazione astratta che aveva nella matematica e nella geometria le discipline basilari, in una infinita varietà di espressioni.
Spostando l’asse di osservazione, le variazioni diventano infinite, ed è all’infinito che si richiama l’unico modo di evocare il Dio dell’Islam, oltre a quello dato dalla scrittura di cui si è detto, essendone preclusa ogni forma di rappresentazione; per cui l’infinito si può definire “il fine ultimo dell’arte islamica”. E’ l’attributo divino che si coniuga con l’infinitesimo umano, soltanto una piccola porzione della creazione per sua stessa natura infinita.
La geometria nell’arte islamica si manifesta sia nelle superfici piane, attraverso intrecci e schematismi visivi, sia negli oggetti la cui forma e il cui volume si ispirano alla geometria solida.
In superfici piane vediamo pagine miniate di un Manoscritto del Corano decorate con un motivo ripetibile all’infinito di pentagoni e altri poligoni nonché un Frontespizio e le pagine finali decorati con semicerchi sovrapposti che formano medaglioni stellari ottagonali. Inoltre due Rilegature in pelle, una con scudi e lobi rettangolari finemente disegnati, l’altra con un motivo ripetibile all’infinito di stelle a dodici punte su una base di reiterazione di triangoli equilateri e con piccole stelle pentagonali negli interstizi. Un vero ricamo estetico, dal significato fortemente allusivo.
Su un Tessuto di lana vediamo disegni a bande orizzontali alternate a motivi blu e la scritta epigrafica “Sovranità [è un attributo dell’unico Dio]”.
Altre superfici piane con disegni geometrici sono offerte alla nostra vista in diversi materiali. In legno il Frammento a un timpano o una nicchia, anche qui con un motivo ripetibile all’infinito di stelle a 12 punte, triangoli equilateri e disegni foliati; e la Coppia di scuri lignei intarsiati con gli stessi motivi reiterati ora descritti; fino a dei Paraventi in legno decorato al centro con una stella o un quadrato o dei rettangoli, e un fondo di “elementi mortasati e giunti a tenone”. In pietra arenaria un Tramezzo decorato in pietra arenaria, in stucco un Pannello da zoccolatura architettonica, in terracotta una Mattonella invetriata: sempre l’impianto geometrico dei motivi ripetibili all’infinito anche se cambiano il numero delle punte delle stelle e dei lati dei poligoni.
Le superfici curve le troviamo in un Incensiere in bronzo con corpo e coperchio traforati come la cupola di un tempio, i piedi di un quadrupede e l’iscrizione “Benedizione, possa Do prolungare la sua Gloria”, con il nome del possessore. E poi un Bacino quadrato per fontana di marmo, Coppe di terracotta e ceramica, sempre con motivi geometrici che includono stelle poligonali. Tralci spiraliformi, intrecci di petali e di archi, con motivi floreali e foliati negli intestizi, un vero ricamo.
Anche nelle Bottiglie di vetro delle più varie forme e dimensioni vediamo imprese sfaccettature geometriche, concave ed ellittiche; e in una Bottiglia di bronzo sono incastonati vetri turchesi.
L’arabesco
E siamo all’elemento forse più caratteristico dell’arte islamica, almeno agli occhi degli Occidentali: l’arabesco è “il tralcio fogliato e biforcato ad andamento in genere orizzontale e ripetuto”, il cui nome non richiama il mondo arabo ma la natura decorativa del disegno, “a rabesco”, che nella definizione in uso dal Rinascimento evoca tralci, rami e foglie più o meno stilizzate.
L’arabesco, quindi, è di origine classica, risale all’antichità e proviene dal Mediterraneo, anche se attraverso l’impero romano si diffuse nell’Oriente, ed è diventato un sigillo dell’Islam: “L’artista musulmano, afferma Curatola, non cristallizza la natura in un preciso istante con realismo (perché ogni cosa – voluta e creata da Dio nell’infinita e instancabile sua opera – ha un suo fluire, ripreso mirabilmente negli arabeschi, e una sua vita temporale che non può e non deve essere interrotta), ma lo astrae, fornendone una visione che in qualche modo è archetipale e, appunto, sovratemporale”.
In quanto tale è perfettamente connaturato alla visione islamica, che tende all’anonimato dell’artista e si esprime in un’infinità di variazioni possibili intorno al motivo dominante; e si trova come elemento trasversale in tutte le manifestazioni dell’arte nell’Islam, nella sua estrema varietà territoriale, dalla Spagna alla Cina, rappresentandone il fattore unificante più evidente e riconosciuto. Tutto ciò è stato possibile perché il rischio insito nell’estrema stilizzazione dei motivi vegetali di base, che si allontana dalla realtà fino a poter alludere a una creazione del tutto proibita, è stato superato. Questo perché, spiega Curatola, “in ogni caso tutto è opera divina, niente avvenendo senza la Sua volontà e il Suo permesso”; quindi “anche l’arabesco, nella fattispecie esiste perché così è stato comunque stabilito”.
La galleria dell’arabesco in mostra segue la logica della calligrafia e della geometria, lo troviamo negli oggetti piani e curvi dello stesso tipo di quelli già descritti, ma con questa peculiare decorazione.
Tra gli oggetti piani vediamo le Pagine miniate di manoscritti del Corano un Tessuto di seta e un Fazzoletto di cotone, i Pannelli di legno e le Mattonelle di ceramica, una Mattonella angolare di una zoccolatura architettonica, della quale è esposto anche un altro Frammento, Mattonelle a forma di stella o rettangolare. Gli arabeschi sono motivi geometrici radiali di piante e foglie, palmette e altre formazioni simmetriche e armoniose.
Negli oggetti curvi ritroviamo Vasi, Brocche e Bottiglie, di vetro, ceramica e perfino di bronzo, una serie di Coppe di ceramica dal corpo “a pasta fritta”, sempre con motivi vegetali spiraliformi e composizioni radiali; in modo diverso ma convergente rispetto alle decorazioni geometriche, anche qui vi è una ripetibilità reiterata che porta all’infinito.
La figura
Nel dar conto dei tre capisaldi dell’arte islamica, calligrafia, geometria e arabesco, indirettamente abbiamo escluso la figura, secondo alcuni proibita in qualunque rappresentazione artistica per motivi religiosi che non ammettono immagini di persone e animali; ciò è invalso dopo l’iconoclastia bizantina dell’VIII sec., e vale soprattutto per le espressioni classiche, perché dopo il XVIII sec. la situazione è mutata a seguito dei continui contatti con l’Europa.
Curatola afferma che se questo è vero per le sedi religiose, come le moschee, dove non troviamo assolutamente raffigurazioni non solo umane ma neppure animali e vegetali di tipo realistico, non c’è la preclusione nelle sedi laiche, come l’ “hammam”, le terme pubbliche, “dove si entra impuri e se ne esce puri, vero luogo di confine, in molti sensi, nel quale le immagini se non incoraggiate sono quanto meno tollerate”; e neppure vi è preclusione nella sfera privata nella quale, non essendo prevista la pedagogia e responsabilità della unmah, ognuno è ricondotto alla propria responsabilità individuale”. Che viene così definita: “Il rapporto che il musulmano instaura con Dio è sempre personale, perché a Lui prima che a ogni altro essere umano deve rispondere, anche se fra gli obblighi imposti ci sono quelli della solidarietà collettiva”, che si manifesta nella famiglia, clan, tribù, “ma tutte in subordine alla potenza della chiamata di Dio”.
Pur con il riferimento al Dio unico, nella religione cristiana invece l’arte si è concentrata nelle raffigurazioni di Cristo, la Madonna e i Santi che rappresentano una galleria sconfinata di figure umane evocatrici del divino, di straordinaria suggestione; in esse c’è il cuore stesso dell’arte occidentale, la palestra in cui si sono esercitati i più grandi artisti, il retaggio della nostra civiltà.
La figura nell’arte islamica la troviamo riferita agli animali, come si vede nella apposita sezione della mostra: ecco Rilegature in pelle decorata con scene di scimmie e cervi, lepri ed uccelli, Frammenti di tessuto di lino decorati con immagini di uccelli o di quadrupedi; zebù e tori su Bicchieri in vetro, un leone in rilievo su una Mattonella di terracotta invetriata e una figure di capra in altre tre Mattonelle di terracotta decorata policrome, mentre su un Piatto di terracotta c’è una colomba, in due grandi Mattonelle di stucco stellate a 10 punte vediamo un leogrifo quasi rampante e un elefante. Sono a forma di felino e di uccello due Incensieri di bronzo, il corpo è traforato con motivi floreali in una griglia geometrica con elementi poligonali.
E la figura umana? Compare in modo appena percepibile in una Fibbia di cintura o finimento di cavallo di bronzo e in una Ciotola di ottone, mentre è più evidente in un Bicchiere di vetro con due uomini a caccia e in una Bottiglia porta profumi con una figura principesca che ha l’aureola. L’immagine a grandi dimensioni di un principe, sempre con aureola, è al centro di un Piatto di ceramica “a pasta fritta” con piedini; altrettanto evidente la figura di un principe con attendente sui Frammenti di un tessuto di seta.
Non più una, ma diverse figure nelle Pagine miniate di manoscritti, con scene in cui viene rivolta una supplica o scene di caccia in un ricco cromatismo. Mentre miniature su seta e pagine staccate di un Album miniato mostrano dei primi piani di una coppia principesca, di un pittore vestito in modo sontuoso ripreso mentre dipinge, e di un giovane elegante che beve vino. La scena diviene corale con molte figure umane su diversi piani prospettici nella pagina miniata della “Preparazione per la fuga di Iraj dal suo accampamento, un monumentale manoscritto in 14 volumi; e nel manoscritto del “Libro dei re” con la regina e una compagna dinanzi al re, vi sono tante figure su più piani.
Le arti preziose e le monete
Anche nei gioielli e negli oggetti preziosi la collezione spicca per la sua unicità e il suo valore, considerando che raccoglie soprattutto opere provenienti dall’India dell’epoca della dinastia Moghul nella quale questa forma di arte raggiunse il livello più alto. Viene spesso considerata “arte minore”, mentre invece soprattutto in India è stata l’espressione artistica che, a parte l’architettura che spicca incontrastata, si pone al livello dell’arte nella tessitura e nella miniatura.
In queste produzioni assume particolare rilievo la preziosità dei materiali, oro e diamanti, rubini e smeraldi, zaffiri e perle la cui selezione è direttamente riferita alla destinazione dell’oggetto; e anche la tecnica altamente specializzata messa in atto degli artefici per lo più anonimi.
L’esposizione della mostra è sfolgorante. Vediamo le impugnature preziose d’oro con pietre preziose di un’ampia e spettacolare serie di Pugnali e Spade, compresi i Foderi, il pensiero torna al pugnale immortalato nel film Topkapi; poi la galleria presenta gioielli di abbigliamento, dagli Anelli ai Bracciali e alle Collane di varia foggia e valore, a più fili oppure a girocollo, in queste ultime le perle si aggiungono a smeraldi e zaffiri, così gli Ornamenti d’oro e i Pendenti. Scatole e Coppe preziose, Scrigni ed altri oggetti preziosi completano l’esposizione da Mille e una notte.
Sono esposte anche 20 monete, dei 12 mila esemplari della parte numismatica della collezione al-Sabah: 16 d’oro, tra cui alcune con le epigrafi in cerchi concentrici e una con l’effige di un imperatore moghul; 3 d’argento fra cui una di forma quadrata, e una di rame, del tipo “califfo stante” che risale al 693-697, con l’effige del sovrano che successivamente ritirò tutte le monete per eliminare la raffigurazione sostituendola con l’iscrizione coranica, “Egli, Dio è uno – Dio, l’Eterno – Non generò né fu generato – e Nessuno Gli è pari”.
E con questa massima, valida per tutte le religioni monoteiste ma coniata per quella islamica, chiudiamo il nostro racconto della mostra tornando al misticismo dopo lo scintillio delle gemme e delle pietre preziose dei pugnali e delle collane che ci hanno portato nel mondo affascinante che evoca le immagini seducenti delle Mille e una notte e quelle misteriose del Topkapi. Un volo di fantasia che si aggiunge all’immersione nel mondo della cultura e della spiritualità islamica espresso nella dovizia di preziosi oggetti e reperti presentati in una mostra che non si dimentica.
Info
Scuderie del Quirinale, via XXIV Maggio 16, Roma. Tutti i giorni, da domenica a venerdì ore 12,00-20,00, sabato fino alle 23, ingresso fino a un’ora prima della chiusura. Ingresso 8 euro, ridotto 6 euro. Tel. 06.39967500, http://www.scuderiequirinale.it/ Catalogo “Arte della civiltà islamica. La Collezione al Sabah, Kuwait”, a cura di Giovanni Curatola, schede di Manuel Keene e Salam Kaoukji, giugno 2015, pp.344, formato 24 x 28. Il primo articolo sulla mostra è uscito in questo sito il 3 agosto 2015. Per alcune espressioni di arte contemporanea su temi islamici e non solo, cfr,. in questo sito, i nostri articoli: sulla mostra al Macro di Kerim Incendayi, “Roma e Istanbul sulle orme della storia” 5 febbraio 2015; sulle mostre dell’Ufficio culturale della Turchia a Roma, “Tulay Gurses e la mistica di Rumi” 21marzo 2013, “Ilkay Samli e i versetti del Corano” 2 ottobre 2013, “Permanenze, Ricordi di viaggio di nove artisti italiani” 9 novembre 2013, “Yildiz Doyran e lo slancio vitale di Bergson” 29 gennaio 2014, e “Yilmaz, i divi del cinema nei piatti in ceramica” 16 maggio 2015; su un viaggio a “Istanbul, la nuova Roma, alla ricerca di Costantinopoli” 10, 13, 15 marzo 2013.
Foto
Le immagini sono state riprese nelle Scuderie del Quirinale alla presentazione della mostra da Romano Maria Levante, si ringrazia l’Azienda speciale Palaexpo con i titolari dei diritti, in particolare gli sceicchi Naser e Hussah al Sabah Kuwait, per l’opportunità offerta. Sono esemplari con le caratteristiche dell’arte islamica, come la geometria e l’arabesco, fino ad esempi dell'”arte preziosa”, per lo più tra il XVI e il XVIII sec.. In apertura, “Tramezzo traforato di pietra arenaria”; seguono “Coppia di scuri” (o ante di armadio)” lignei, e “Pannello di stucco da zoccolatura architettonica”, tutti con motivi geometrici ripetibili all’infinito; poi, “Bacino di ottone con iscrizione laudatoria” e “Lastra di marmo per cascata d’acqua con conchigliette vegetali”; quindi, “Piatto di ceramica con corpo in pasta fritta con palmette ornamentali”, e “Collana girocollo con perle, diamanti e smeraldi“; infine, “Spinello (rubino balascio) con iscrizioni imnperiali”, più due ornamenti preziosi e “Pugnali e foderi”; in chiusura,“Cenotafio di pietra (scisto)del principe Shams al-Milla”, 1523-1524..
La mostra “L’Età dell’Angoscia”. Da Commodo a Diocleziano” espone dal 28 gennaio al 4 ottobre 2015 una galleria di 240 reperti, del periodo dal 180 al 305 d. C., che vide 35 imperatori dei quali sono esposti 92 tra busti e statue, comprese mogli e personaggi; inoltre affreschi e vasellame, sarcofaghi e rilievi funerari, iscrizioni e plastici di edifici romani. Realizzazione dei Musei Capitolini, insieme a Mondo Mostre e Zètema Progetto Cultura. La mostra è a cura di Eugenio La Rocca, Claudio Parisi Presicce, Annalisa Lo Monaco che hanno curato anche il Catalogo con 135 pagine di 11 accurati saggi, 180 di riproduzioni e 140 di schede tecniche.
Abbiamo presentato la mostra iniziando con il significato del titolo: perché l’età dell’angoscia e non dell’ansietà nell’ambivalenza dell’espressione inglese“An Age of Anxiety” cui si richiama? Quindi ne abbiamo descritto i contenuti rievocando la situazione dell’Impero romano del III sec. d. C: una forte instabilità politica e un’incertezza diffusa, la minaccia dei barbari ai confini e un intenso sforzo bellico che squilibrò il bilancio a danno del tenore di vita della popolazione.
Di qui i timori e l’ansia mista ad angoscia, con il ricorso consolatorio a religioni meno rigide e istituzionali che mettevano in rapporto diretto con la divinità, magari attraverso carismatici mediatori, dal Cristianesimo ai culti orientali. L’assetto cittadino e le dimore dei grandi personaggi, con le loro decorazioni statuarie e pittoriche, completano il quadro della vita a Roma nel periodo, che si conclude con i costumi funerari, venendo considerata la tomba “il luogo che libera dagli affanni” come si legge in un’iscrizione.
Dopo questa doverosa preparazione, necessaria per la vastità e complessità dei temi sviluppati, inizia la visita ai 240 reperti esposti: daremo conto delle prime tre sezioni, i protagonisti, cioè gli imperatori, l’esercito e la città di Roma, rinviando a un momento successivo il resoconto delle altre quattro sezioni, la religione e le dimore private , vita e morte nell’Impero e i costumi funerari.
I protagonisti, gli imperatori
La 1^ sezione, “I protagonisti”, contiene 92 reperti scultorei, soprattutto busti e qualche statua, dedicati agli imperatori e a personaggi maschili e femminili di notevole importanza. E’ una galleria, collocata nel lungo salone dei Musei Capitolini, che consente di seguire le rappresentazioni del potere imperiale nel periodo considerato, che va dal 180 al 305 d. C., nel quale si sono succeduti ben 35 imperatori, largamente rappresentati nella mostra, con mogli ed eredi al trono..
Una carrellata storica e artistica insieme, attraverso la quale si può penetrare nella logica con cui i sovrani presentavano la propria figura, valorizzando gli aspetti che ritenevano utile sottolineare dinanzi al popolo, in relazione alla situazione politica e sociale peraltro molto mutevole.
“Le numerose statue degli imperatori esposte in contesti pubblici – esordisce Marianne Bergmann nell’accurato saggio che ricostruisce il percorso storico e stilistico del periodo – erano senza eccezioni dedicate a loro come onori. Solo per gli imperatori esistevano funzioni speciali. I ritratti potevano sostituire l’imperatore in funzioni ufficiali o servire come immagini di culto imperiale, che esisteva però sempre fuori Roma”.
Del resto, anche le statue e i busti per altri personaggi del ceto altolocato, come magistrati e militari, benefattori e patrizi, erano considerate “rappresentazioni di status”, cioè onorificenze prestigiose da esporre in modo visibile come celebrazione pubblica degli onori legati alla loro posizione.
Per questo motivo i ritratti imperiali seguivano regole ben precise dettate dagli imperatori per sottolineare determinati aspetti del proprio “imperium”; addirittura sembra vi fossero esemplari di gesso come modelli per una riproduzione fedele di quanto si aveva interesse a mostrare. Questo riguardava anche le persone altolocate che emulavano i modelli imperiali quando il sovrano era il primo dei senatori, quindi vicino alla gente comune. Si agiva sui caratteri fisiognomici con l’omologazione nelle acconciature e dei segni dell’età, tanto che si può parlare di “volto d’epoca”.
Non fu più così quando all’insegna di un realismo sempre maggiore, si accentuarono i segni espressivi; mentre la figura degli imperatori con il consolidarsi del potere assoluto assunse connotazioni divine trasmesse nei ritratti scultorei ma non più applicabili alla gente comune.
L’evoluzione in termini generali vede il passaggio da immagini rilassate senza i segni dell’età, con capelli in morbidi boccoli e lunghe barbe per esprimere uno stile di vita colto e tranquillo, a nuove forme rappresentative: “Le minacce crescenti all’impero già nel II secolo d.C. accrebbero presso le elites al potere il bisogno di nuove forme di auto-rappresentazione: con capelli e barbe corti che da sobri diventano di una durezza provocatoria, con rughe ed espressioni energiche che promettevano efficienza operativa”; e non fu soltanto opera degli imperatori-soldato nominati dalle legioni che operavano ai confini dell’impero. Nei ritratti delle mogli degli imperatori nessuna trasposizione di questo tipo, non si dovevano trasmettere contenuti diversi dalla grazia e bellezza muliebre.
Anche nelle statue, oltre agli aspetti concernenti il ritratto del viso, vi erano delle regole che riguardavano la veste e le calzature, in relazione alla funzione svolta e alla classe sociale. Per gli imperatori la toga purpurea, per i militari la toga loricata, in generale la toga contabulata con fasce ripiegate e, prima, il mantello greco, per esprimere gli interessi culturali e filosofici del personaggio.
La galleria iniziale, da Marco Aurelio ai Severi
La galleria imperiale inizia con Marco Aurelio, di cui vediamo un busto da giovane e uno con il mantello militare ma poco marziale, in entrambi i capelli sono ondulati a boccoli per sottolinearne la serenità e lo stile di vita aperto alla cultura. Segue il busto di Commodo come Ercole con torsi di Tritoni, l’espressione è assorta, l’atmosfera è mitologica. Poi Commodo venne ucciso e divenne imperatore Pertinace, per le qualità di amministratore e di militare, espresse dal volto segnato e riflessivo, capelli corti e barba, raffigurazione ben diversa dalle precedenti degli Antonini.
Dopo tre mesi anche Pertinace fu ucciso e gli successe Settimio Severo: con lui un ritorno alla rappresentazione in voga sotto gli Antonini, con i capelli ondulati, in due busti, quello “tipo dell’Adozione” che ha la stessa corazza e atteggiamento del busto di Claudio Albino, suo rivale alla carica imperiale, e il “busto tipo Serapide”, con una tunica dalle morbide pieghe annodata sulla destra. C’è anche un ritratto e una intera statua della moglie, Giulia Domna, avvolta fino ai piedi in una tunica con molte pieghe e il copricapo.
Il suo omaggio agli Antonini non si limitò a questo, chiamò il figlio Marco Aurelio Antonino, e lo fece raffigurare da fanciullo come il giovane Marco Aurelio, nel confronto tra delle opere esposte i due ritratti quasi non si distinguono; c’è anche il ritratto da adolescente dell’altro figlio Geta.
Quando Antonino divenne imperatore con il nome più noto di Caracalla, si fece ritrarre da “imperatore unico” con la stessa immagine giovanile, capelli arricciati corti, espressione decisa, è possibile confrontare anche queste figure; il “busto tipo Tivoli”, invece, mostra un’espressione più distesa. Fu ucciso nel 217 d.C. non in una congiura di palazzo ma nella guerra contro i Parti. Sono esposte anche raffigurazioni di familiari, come il Ritratto di Geta, con gli stessi caratteri.
Per le circostanze della sua morte il successore fu eletto sul campo di battaglia: la scelta cadde su Opellio Macrino, prefetto del pretorio, anch’egli volle richiamarsi agli Antonini dando a sé il soprannome di Severo e al figlio il nome di Antonino; inoltre cercò di emulare Marco Aurelio negli atteggiamenti e nello stile di vita, nonché nell’interesse per la filosofia. Lo testimoniano i tre ritratti esposti, nei quali i capelli restano corti, mentre la barba si allunga fino a diventare folta, secondo le raffigurazioni dei filosofi e intellettuali presenti in mostra con quattro busti.
Tornò la dinastia dei Severi con M. Aurelio Antonino, il nome da giovane era Elagabalo, ne vediamo un ritratto quasi coincidente con quello di Caracalla, suo presunto padre naturale, e un altro ritratto invece molto diverso, con una differenziazione quasi ostentata..
Morte violenta anche per lui dopo quattro anni di impero , e successione a un cugino , che prese il nome di Severo Alessandro, e avendo 13 anni regnò con la madre Giulia Mamea di cui è esposto un ritratto dall’espressione volitiva; di lui vediamo un ritratto da giovane e uno colossale da adulto.
Gli imperatori senatorii e gli imperatori-soldato
Ucciso dalle truppe ribelli nel 235 d. C., a Severo Alessandro successe il primo nella lista degli imperatori-soldato, Giulio Vero Masssimino, detto Trace dalla sua Tracia, era un militare e non stette mai a Roma nei tre anni di regno troncato dalla sua uccisione; il ritratto si distacca dai precedenti per i tratti irregolari del volto senza barba, l’espressione decisa, una grinta da militare.
I quattro imperatori successivi furono invece di origine senatoria e i loro ritratti non potevano che essere di tipo aristocratico,nella barba e nell’ espressione benevola: in Pupieno la barba lunga da filosofo, di Gordiano III vediamo un busto giovanile dall’espressione mite anche se con corazza.
Siamo giunti al 244 d.C., si torna agli imperatori-soldato con Filippo l’Arabo, originario della Siria, fino al 248 d. C., e il successore Traiano Decio fino al 251, che essendo morto in battaglia e non ucciso in una cospirazione, ebbe grandi onori. I loro ritratti sono molto diversi, quello di Filippo esprime calma fermezza, il ritratto di Decio, invece, ha i tratti più duri e, per usare le parole della Bergmann, “esprime direttamente o a un meta-livello angoscia e disperazione”. La studiosa si chiede se “rispecchiano il sentimento della vita dell’epoca” oppure se “la sua esecuzione scultorea, come intagliata, è un segno dell’incipiente declino dell’arte”; e se “entrambi sono espressioni della crisi del III secolo d. C.”, fino all’ultima alternativa: “O dobbiamo vedere l’espressione di un gusto grezzo di soldati ascesi dalla provincia, in contrasto con quello tradizionale delle classi più alte?” Di certo si può dire solo che la forma usata è intenzionale e, trattandosi di imperatori-soldato, il ritratto vuol dare la garanzia della forza unita all’esperienza e alla volontà di agire con energia.
Anche due ritratti femminili, di Otacilia Severa e di Erennia Etruscilla mostrano qualcosa di diverso delle rappresentazioni muliebri ispirate alla grazia,soprattutto nel secondo ritratto una piega amara della bocca rende l’espressione del viso contrariata.
Gli imperatori della seconda metà del III sec. d. C.
Siamo alla seconda metà del III sec. d. C., l’impero è minacciato da più parti, occorre rassicurare il popolo con forme espressive ancora più efficaci. Esercitano la potestà imperiale Valeriano e Gallieno, padre e figlio, che governano insieme dal 253 al 259 d. C.; poi, catturato il primo dai Sassanidi, resta imperatore da solo Gallieno fino al 268 d.C. Vediamo un ritratto di Valeriano del tipo severiano, con l’espressione tranquilla come nel primo dei 3 ritratti di Gallieno, mentre gli altri due mostrano diverse tipologie espressive tanto da non sembrare riferiti allo stesso soggetto, con delle astrazioni formali di tipo geometrico su linee orizzontali e verticali.
Analoga particolarità stilistica nei ritratti dei tre successori di Gallieno, ucciso nel 268 in una cospirazione di militari, Claudio Gotico (268-270 d. C.), Aureliano (270-275 d. C.) e Probo (276-282 d. c.) che hanno governato con la breve interruzione di due imperatori di transizione. Le linee orizzontali delle sopracciglia e quelle verticali dei contorni di capelli e barba nel viso costituiscono una forma di base quasi astratta che fa assomigliare i ritratti le cui particolarità fisiognomiche sono dei dettagli, del resto i tre provenivano dalla stessa regione. Probo aveva interesse ad essere assimilato ai due predecessori, perché Claudio Gotico, morto di peste, era stato divinizzato e Aureliano aveva acquisito il grande merito di aver unito all’impero la Gallia e l’Oriente.
I ritratti del successore Carino segnano il ritorno alle figure precedenti, con i riccioli e la corta barba, le linee del volto sono armoniose e l’espressione tranquilla tanto che, osserva la Bergmann, “non conoscendo il personaggio rappresentato, si potrebbe datare il, ritratto a 50 anni prima”.
La tetrarchia di Diocleziano
E siamo giunti alla tetrarchia di Diocleziano, con i ritratti preparati per lui nel 285 d. C., e per i Tetrarchi dal 293 d. C. in poi. Anche qui si agisce sull’espressività ma non più mediante stilizzazioni astratte bensì con vere e proprie deformazioni dei visi solcati da rughe e con una mimica accentuata che ne sottolinea i tratti individuali: in Costanzo Cloro la bocca,il mento e lo zigomo sono molto particolari, si ritrovano nei ritratti del figlio Costantino. Sono esposti sei ritratti singoli di tetrarchi e due a coppie, tra questi il ritratto in porfido di Galieno.
Un aspetto caratteristico è la somiglianza tra il tetrarca e il Cesare più giovane designato per la successione, espressione visiva della stretta intesa che doveva esservi; un altro aspetto è la diversità di stile tra i ritratti prodotti in Oriente e quelli in Occidente, tanto che per lo stesso imperatore si trovano fattezze molto diverse; questo avveniva sebbene si ricercasse l’omogeneità attraverso modelli precostituiti dovendo governare insieme, sia pure ai due estremi dell’impero; soprattutto quando le statue onorarie dei quattro tetrarchi venivano realizzate ed esposte insieme.
Ma ci sono due elementi di portata più generale. Il primo è il raggiungimento, attraverso “guerre condotte felicemente”, di quello che veniva definito uno “stato del mondo indisturbato, adagiato nella quiete di una pace profonda”; il secondo, che ne è la logica conseguenza, il definitivo affermarsi nell’iconografia ritrattistica di una rappresentazione scopertamente monarchica, non più velata dal rispetto formale per il Senato, con un particolare abbigliamento e le insegne imperiali. A questo fine fu adottato largamente il porfido rosso, di provenienza egiziana, così l’imperatore sembrava fosse impregnato di porpora. Venivano usate pietre preziose e si impiegava la pittura sul porfido per far risaltare sul rosso della pietra componenti del viso come occhi e barba.
La galleria si conclude con il ritratto colossale di Massenzio, dall’espressione tranquilla. Seguirà la rivoluzione di Costantino nel 310 d. C., con la fine della Tetrarchia e l’adozione di un ritratto carismatico con il ritorno alla classicità nei capelli riccioluti lunghi e nell’espressione placida e solenne; inoltre il volto del sovrano resterà sempre giovane, come quello di Augusto, scelta che verrà seguita fino al Medioevo.
Conclude la Bergmann: “Presto le persone comuni ritennero che l’iconografia di questo ritratto non potesse più essere adottata, e quindi si giunse alla separazione tra il ritratto imperiale carismatico, immobile e senza età, e quello dei ritratti privati ‘realistici’, di età tardo-antica”.
I ritratti privati e la statuaria nuda
Sono esposti soprattutto busti e ritratti femminili e maschili, ma non mancano le statue. Nei 7 Ritratti femminili notiamo la folta capigliatura, in genere ondulata, l’espressione assorta e, nei busti, le vesti modellate in pieghe; in un busto, l’espressione e l’abbigliamento richiamano l’immagine istituzionale dell’Italia turrita, anche se i capelli annodati su due livelli non recano le torri dell’iconografia nazionale.
Dei 25 Ritratti maschili, 6 raffigurano filosofi e intellettuali dalle lunghe barbe, 10 sono per lo più generici, 1 di auriga, 3 di personaggi togati di cui una statua in armi, e infine 5 statue di nudi, di cui 2 cacciatori e 2 armati.
Riguardo alla tendenza verso la statuaria nuda, presente sin dall’età adrianea, Matteo Cadario afferma: “Essa interpretava al meglio l’esigenza di illustrare le qualità individuali (virtus) degli onorati, qualità che trovavano del resto uno spazio sempre maggiore anche nelle epigrafi dedicatorie contemporanee, a discapito proprio dei meriti civici e del rango illustrati invece dai tipi statuari tradizionali”. Anche gli imperatori richiesero statue nude accanto a quelle equestri, in una “imitatio Alexandri” evidente in Settimio Severo e Caracalla, in mostra è esposta la statua-ritratto di Triboniano Gallo, che nella possanza e nell’ampio gesto ricorda i bronzi di Riace.
L’esercito imperiale e la città di Roma
“Imperatori e l’esercito” si intitola la 2^ Sezione, ma per gli imperatori, dopo il profluvio di ritratti e statue imperiali della 1^ sezione, è esposto soltanto il rilievo raffigurante una Quadriga con Settimio Severo e i figli Caracalla e Geta; a parte 2 busti maschili loricati, abbiamo5 stele con soldati dotati di lancia e scudo.
La questione dell’esercito, poco rappresentato in mostra, è sviscerata da Alexandra Busch nel saggio in Catalogo, del quale ci limitiamo a segnalare una notazione che può sembrare paradossale nella fase in cui l’angoscia era per la minaccia esterna: “Negli scritti di Cassio Dione ed Erodiano è chiaro come i membri dell’èlite senatoria abbiano registrato l’aumento della forza militare e ne abbiano osservato gli sviluppi con grande preoccupazione, poiché la loro stessa posizione ne poteva risultare compromessa. Da ultimo Settimio Severo aveva persino eletto a senatori alcuni dei militari. La crescente presenza militare nella capitale fu perciò percepita come una minaccia”..
E siamo alla 3^ sezione,“La città di Roma”, anche qui pochi reperti esposti i quali servono più a ricordare il tema che ad illustrarlo. Sono alcuni frammenti che evocano la “Forma urbis Romae”, dal Porticus Liviae e dal tempio di Diana, vi sono delle iscrizioni e delle planimetrie. Poi 4 modelli, tre riproducono l’Arco di Costantino, la Porta Asinaria e quella degli Argentari, il quarto un’aula a pianta ottagonale delle Terme di Caracalla.
Si tratta di rapide citazioni di un tema, a cui è dedicato nel Catalogo il saggio “Roma nel III secolo d. C.: la città al tempo della crisi”, di Domenico Palombi. Viene ricordato che dopo la saturazione monumentale e infrastrutturale da Domiziano ad Adriano e “l’età dell’oro” di Antonino Pio iniziò il periodo di crisi che pose fine all’impero “umanistico” degli imperatori filosofi i quali crearono centri di cultura, scuole e biblioteche, in una concezione di “urbanitas” di tipo ellenistico.
Nella nuova fase, osserva lo studioso, “accanto alle nuove costruzioni dettate da specifiche motivazioni ideologiche e politiche, emerge una particolare attenzione alla conservazione e al restauro dell’immenso patrimonio monumentale preesistente, consapevolmente riconosciuto come testimone della storia e dell’identità di Roma quale caput imperi e sede legittima (e legittimante) del potere imperiale. Si osserva, altresì , un incremento costante delle infrastrutture utilitarie al servizio della popolazione, con particolare attenzione a quelle idriche e annonarie”.
Dopo “I protagonisti”, cioè gli Imperatori, “Gli Imperatori e l’esercito” con particolare riguardo a quest’ultimo, e “La città di Roma”, siamo giunti alle successive 4 sezioni della mostra, su “La Religione” e “Le Dimore private”, “Vivere e morire nell’impero” e “I costumi funerari”. Le racconteremo prossimamente.
Info
Musei Capitolini, Piazza del Campidoglio 1, Roma. Tutti i giorni ore 9,30-19,30. Ingresso intero euro 15,00, ridotto euro 13,00, per i residenti 2 euro in meno, gratis minori di 6 anni e portatori di handicap e un accompagnatore. Tel. 060608; http://www.museicapitolini.org/. Catalogo “L’Età dell’angoscia. Da Commodo a Dioleziano (180-305 d. C.)”, a cura di Eugenio La Rocca, Claudio Parisi Presicce, Annalisa Lo Monaco, 205, pp. 469, formato 24 x 28,5, dal catalogo sono tratte le citazioni del testo. Il primo articolo è uscito in questo sito il 31 luglio 2015, il terzo e ultimo articolo uscirà il 22 agosto. Cfr. per la precedente mostra citata su “L’Età dell’equilibrio” i nostri due articoli: in questo sito il 26 aprile 2013 e in http://www.antika.it/ nell’aprile 2013 (tale sito non è più raggiungibile, gli articoli saranno trasferiti in questo sito).
Foto
Le immagini sono state riprese ai Musei capitolini da Romano Maria Levante alla presentazione della mostra, si ringrazia l’organizzazione, in particolare Zétema Progetto Cultura e MondoMostre, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. Sono immagini rappresentative dei reperti esposti nelle prime sezioni della mostra relative, in particolare, ai Protagonisti (foto da 1 a 7), agli Imperatori e l’esercito (foto 8 e 9); in chiusura uno scorcio della Galleria dei Busti (foto 10).
Alle Scuderie del Quirinale la mostra “Arte della civiltà islamica. La Collezione al-Sabah, Kuwait” espone, dal 25 luglio al 20 settembre 2015, oltre 360 oggetti tra vetri e ceramiche, bronzi e legni intagliati, tessuti e tappeti, miniature e grafiche, delle aree geografiche più diverse , dalla Spagna alla Cina: 1400 anni di una civiltà fiorita su un territorio sconfinato che ha assimilato tanti influssi creando un proprio linguaggio. Organizzata dall’Azienda speciale Expo con Dar al-Athar al-Islamiyyah, National Council for Culture, Arts & Letters, Kuwait, a cura di Giovanni Curatola. che ha curato il Catalogo Skira , con suoi saggi e schede di Manuel Keene e Salam Kaoukij.
E’ una raccolta straordinaria, frutto della ricerca appassionata dello Sceicco Nasser Sabah al-Ahmad al-Sabah con la moglie la Sceicca Hussah Sabah al-Salim al-Sabah, che è intervenuta alla presentazione della mostra e ha illustrato genesi e contenuti della sua collezione. I 360 oggetti esposti sono una selezione dei 35.000 oggetti che la compongono, la maggior parte dei quali raccolti in 8 anni a partire dal 1975, e ne fanno una delle più importanti esistenti al mondo, per ampiezza e ricchezza. Altrettanto straordinarie le vicende, fu data in prestito permanente al Museo Nazionale del Kuwait il 23 febbraio 1983 , ma con l’invasione irachena del 1990 fu saccheggiata, si salvarono solo circa 107 opere perché pochi giorni prima dell’invasione erano state prelevate per una provvidenziale mostra itinerante dal titolo “Islamic Art & Patronage” , presentata in 20 musei mondiali, e approdata a Firenze nel 1994 a Palazzo Vecchio; straordinario anche il recupero successivo a Baghdad della quasi totalità delle opere sottratte, riportate nel museo del Kuwait.
Il significato della mostra sovrasta la pur fondamentale scena artistica, come ha sottolineato Franco Bernabè, presidente dell’Azienda speciale Expo all’epoca della sua organizzazione, anche se alla presentazione c’era il commissario Innocenzo Cipolletta, subentratogli dopo le sue dimissioni.
“La mostra – sono le parole di Bernabè – è anche una occasione di incontro tra culture che fanno parte di una medesima storia, ma che mai come in questo momento sono apparse così distanti, per effetto di pressioni politiche e sociali che operano per scavare fossati invece di promuovere il dialogo”. Ciò perché “l’arte è l’unico vero linguaggio universale e Roma è la città che più di ogni altra è in grado di valorizzarne le potenzialità”. E’ uno dei principali motivi per cui “l’arte va protetta, apprezzata, divulgata, perché solo in questo modo può prevalere, nella legittima e auspicata diversità di ogni espressione, il comune appartenere al genere umano e può affermarsi quello sviluppo spirituale al quale ogni religione ci chiama”.
L’arte come “ambasciatrice di civiltà” ha la capacità di “unire in suo nome” ciò che per altri versi potrebbe sembrare diviso, anzi contrapposto. Come avviene per l’islamismo del quale viene evocato troppo spesso soltanto il lato fondamentalista – che pure è presente e in grande evidenza – trascurando le sue radici e la vasta base culturale e sociale che lo avvicina a noi invece di allontanarlo in una luce ostile e minacciosa.
Alcuni tratti salenti dell’islamismo
Dall’ampia analisi di Giovanni Curatola sulle origini e i principi basilari dell’Islamismo emergono tanti punti di contatto a livello religioso con le fedi monoteistiche consorelle ebraica e cristiana che gli fanno affermare: “Se l’atteggiamento generale – di tutti incondizionatamente – fosse quello di approfondire i molti punti che accomunano e uniscono, piuttosto che non quelli che dividono e separano, si sentirebbero circolare meno banalità e sciocchezze relative a ipotetiche e mai dimostrate impossibilità di convivenza (secoli di storia, semmai, documentano il contrario), e di derive da ‘scontro di civiltà'”.
Un motivo alla base di tanti fraintendimenti si può trovare nella “duplicità” del sistema islamico con le dicotomie che si trovano al suo interno, nonché nella intrinseca pluralità che lo caratterizza, e che riguarda anche la fede nelle sue articolazioni interne; lo stesso libro sacro, il Corano, comporta diversi piani di lettura, nella sua articolazione in “versetti solidi” con i precetti e “versetti allegorici” da interpretare, come fanno le scuole coraniche, spesso in modo divergente.
Motivo ulteriore si può trovare nell’estrema semplificazione che viene fatta di una civiltà la quale nella storia ha avuto un’estensione geografica sconfinata, dalla Spagna alla Cina, considerando anche le propaggini in Sicilia e Ungheria, e ha avuto influssi anche in America Latina. L’impero ottomano è stato presente in Europa e nell’Oriente, in Mesopotamia e nel Nordafrica, le sue minoranze sono state sempre largamente sparse in territori vastissimi, fino all’Asia centrale.
Anche a livello linguistico troviamo una pluralità, tra l’arabo per la religione e la filosofia nonché la scienza, il persiano per la poesia e i commerci, il turco per l’arte, la cultura e le armi.
Sono diversità che non hanno indebolito la civiltà islamica, perché il substrato di fondo è rimasto unitario: “Caratterizzare il mondo islamico scrivendo di ‘unità nella diversità’ non è solo uno slogan. E’ il senso autentico dell’islamismo in molte sue espressioni”, scrive Curatola ricordando la divisione tra i tradizionalisti sunniti e i seguaci dell’Iman Alì, nonché le divergenze “notevoli, perfino drammatiche” sullo stesso piano dottrinario. E aggiunge: “A queste divisioni corrispondono sensibilità diverse, anche forti, ma che vanno pur sempre declinate all’interno del mondo mussulmano”.
Ecco la sua conclusione: “Le civiltà islamiche hanno attraversato fasi diverse; la comune fede non è stata di ostacolo ad avventure e conquiste militari a scapito di correligionari (e paradossalmente, di nuovo, non lo è stata nessuna religione umana), ma per certo è stata un cemento straordinario che ha tenuto insieme genti lontane per tradizioni, costumi, abitudini e modi di vita, i quali sono stati scanditi da ritmi propri (e comuni), come il richiamo alla preghiera del muezzin cinque volte al giorno, canto armonico che evoca lo scorrere del tempo tutt’altro che immutabile”.
Con un finale ottimistico, una visione irenica che non ci sembra però del mondo reale: “Essere musulmano vuol dire sottomettersi alla volontà di Dio e questa non può che essere legata al concetto di bello ed essere una volontà di pace”; lo stesso si può dire per “essere cristiano”, ma la storia passata e la vita presente ci insegnano che spesso in nome di Dio si commettono massacri, da quelli delle Crociate ai crimini dell’Isis.
L’arte nella civiltà islamica
La vasta estensione dei territori dove si è diffusa la civiltà dell’Islam, anche con lo sconfinato l’Impero Ottomano, è alla base del particolare connotato che ha l’arte islamica, innestata sulle espressioni artistiche locali esistenti, in Oriente e Occidente prima della conquista musulmana.
Considerando il ruolo primario della religione negli stati islamici e l’affermazione dell’unicità assoluta del Dio creatore con cui non può essere messa in competizione nessuna attività umana, l’arte come creazione dell’uomo molto simile al reale poteva essere minacciata da una concezione fortemente dogmatica. Invece il pragmatismo del Profeta, continuato nei suoi seguaci, ha portato all’accettazione delle forme d’arte incontrate durante le conquiste, d’altro canto senza contraddire il Corano che non ne parla; in definitiva, anche l’artista si muove secondo la volontà di Dio, quindi l’imperativo religioso è salvo.
Tutto ciò porta all’assenza di indicazioni sul comportamento artistico e sullo stile, mentre si avverte un forte spirito di adattamento alle espressioni locali con cui l’Islam si è imbattuto nelle sue conquiste. “Questo non vuol dire – afferma Curatola – che quella islamica (nelle sue numerose varianti regionali e fasi temporali) sia un’arte priva di personalità o semplicemente costituisca un puzzle di elementi pescati qua e là e in vario modo riproposti”. E lo spiega: “Semplicemente si vuole enfatizzare la caratteristica islamica tendente all’armonizzazione degli spunti disparati che vengono riorganizzati attraverso un percorso di trasformazione ed amalgama tutt’affatto nuovo”.
Questo percorso evolutivo si è dipanato nel tempo, dopo un inizio, che si fa risalire al IX secolo, nel quale “i musulmani, paradossalmente, giungono sulla scena artistica dotati di un proprio linguaggio, ma privi di un proprio alfabeto per esprimerlo”. Poi intervengono elementi unificanti nella molteplicità di influssi diretti delle varie aree nel mondo dell’espansione islamica che si è estesa nei vastissimi continenti conquistati.
Ma la caratteristica saliente è l’estrema varietà di forme espressive che non devono far pensare che una vera arte islamica non esista. Una varietà che è una ricchezza, dovuta agli influssi diretti delle terre di conquista ai quali si aggiungono quelli altrettanto penetranti dei pellegrinaggi, che muovono grandi masse da tante provenienze, e del nomadismo, ulteriore fattore dinamico che moltiplica i contatti e le contaminazioni. “Se l’Islam va visto come fenomeno plurale, altrettanto bisogna fare con la sua arte”, precisa Curatola, e lo spiega: “Le acquisizioni legate al dinamismo di questa società e dalle vicende politiche e storiche come le grandi pressioni provenienti da Oriente, dall’inquieta Asia Centrale, sono il patrimonio artistico dell’Islam. Tutto questo accanto o sovrapposto a solide tradizioni locali che non spariranno del tutto”. Le conseguenze? “L’arte islamica è un’arte basata su un repertorio classico con innesti diversi: è un’arte di sintesi”. Di qui una grande varietà di espressioni anche molto diverse, per generi e forme, materiali e stili, che concorrono a configurare l’arte islamica nelle sue molteplici manifestazioni.
Abbiamo accennato agli elementi unificanti con i quali il processo di amalgama e assimilazione degli elementi disparati acquisito localmente trova una sua unitarietà che è il sigillo dell’arte islamica. Sono le basi su cui poggia il repertorio islamico, una sorta di sigillo inconfondibile: la calligrafia, la geometria, l’arabesco; la figura non è assente, e si può smentire il pregiudizio – valido solo riguardo ai fondamentalisti – che gli islamici vietano sempre l’immagine umana e non soltanto le raffigurazioni della divinità che sono proibite. L’elemento costante è il rapporto con la natura.
Alla calligrafia, geometria ed arabesco, ed anche alla figura, sono dedicate apposite sezioni della mostra; insieme alle arti preziose e a un percorso storico dagli inizi dell’arte islamica nell’VIII-IX sec. alla sua evoluzione nella varietà nell’XI-XIII sec., alla maturità espressiva del XIV-XV sec. fino all’apogeo dei grandi imperi nel XVI-XVIII sec.
E’ una cavalcata nella storia e nell’arte documentata dal materiale espositivo di estrema varietà e straordinario fascino, un’immersione coinvolgente in un mondo delle Mille e una notte. La visita inizia dalle quattro sezioni “storiche”, poi passeremo alle quattro monografiche sull’arte.
Le prime due sezioni, dall’VIII al XIII secolo
L’inizio, nell’VIII-IX sec., cui si riferisce la 1^ sezione della mostra, è contrassegnato dagli incontri con le grandi civiltà tardo antiche, l’impero Bizantino che porta l’eredità di Roma quindi dell’Occidente, in Egitto, in Siria e in altri territori del Mediterraneo, e l’impero iraniano sassanide con la civiltà dell’Oriente. Nasce un’arte islamica in continuità con le esperienze che preesistevano nei territori conquistati.
Nella mostra si trova documentato tutto questo con una serie di oggetti, ne citiamo solo alcuni dei numerosissimi, a titolo esemplificativo.
Per l’arte vetraria, di derivazione occidentale; vediamo una “Piccola caraffa di vetro con bocca trilobata”, e due “Piccole coppe di vetro”, una intagliata, l’atra stampata con la tecnica millefiori; inoltre Bottiglie, Bicchieri e Lampade di vetro con motivi geometrici. Alcune bottiglie esposte sono in cristallo di rocca, materiale di cui sono fatti anche i pezzi del gioco degli scacchi, ben in vista nell’esposizione.
Mentre per le provenienze dall’arte orientale troviamo oggetti di metallo con una tendenza all’astrazione: come le “Brocche di bronzo con corpo a scanalature verticali o spiraliformi”. ; ma anche una “Brocca di bronzo con la superficie interamente coperta da un grande albero” da cui partono tralci di vite con boccioli e frutti. E una serie di “Spargiprofumi” bronzei di forme particolari e con epigrafi e rilievi lungo la superficie curva.
Non mancano le produzioni in ceramica e terracotta, Piatti e Coppe decorate con motivi geometrici o vegetali stilizzati; e intagli in legno, come il Pannello con decorazioni simmetriche e speculari di arabeschi e palmette.
Il marchio islamico lo troviamo in tutta evidenza nelle Iscrizioni apposte su tessuti e pannelli lignei che vediamo esposti insieme a Manoscritti, in particolare uno relativo all’uso dell’Astrolabio, pure esso esposto. Iscrizioni anche su una Lastra tombale e un Capitello scolpito di tipo corinzio.
I due filoni artistici, orientale ed occidentale tendono a fondersi in un alfabeto artistico originale. L’assimilazione e integrazione di stili anche molto diversi, come diversi in tutti i sensi sono i territori interessati, avviene sempre più all’insegna dell’islamicità, quindi con elementi caratterizzanti, nell’XI-XIII sec., cui è dedicata la 2^ sezione della mostra; nota saliente è la varietà, per l’emergere di vere e proprie scuole regionali.
Troviamo esposti molti oggetti del tipo di quelli della 1^ sezione, ma con una maggiore elaborazione, complessità e pregio artistico. Così per le Caraffe di vetro e le Coppe e soprattutto per le Bottiglie e Brocche di bronzo, dalla superficie non più semplicemente scanalata ma spesso con doppia parete, di cui quella esterna artisticamente traforata anche con tralci di palmette o scene di caccia. Straordinarie le decorazioni traforate o in rilievo su Calici e Candelieri di varia foggia, è esposto anche un Vassoio di bronzo a forma di pesce. Ugualmente decorate con motivi vegetali in rilievo Bottiglie, Caraffe e Brocche di ceramica, con ben maggiore ricchezza e pregio artistico; e con un’innovazione, l’inserimento nella pasta di argilla di una “pasta fritta” di silice e quarzo. Infine una Porta lignea, con pannelli scolpiti che recano motivi vegetali, tra cui le ben note palmette.
La maturità del XIV-XV e l’apogeo nel XVI-XVIII sec.
Un salto di qualità si verifica nel periodo dei Mamelucchi, tra il 1250 e il 1517, dinastia di origini turche senza successione dinastica, con una composizione sociale molto particolare, che diede vita in Egitto e Siria già ad una civiltà islamica prima di essere sconfitta dagli ottomani nel 1517. Ci fu anche l’invasione dei Mongoli con grandi distruzioni ma anche apporti artistici di motivi orientali che si innestano sui motivi già consolidati.
E’ una vera escalation artistica nell’esposizione, i Fregi lignei esposti hanno un cromatismo intenso che sottolinea decorazioni di chiara impronta islamica, con uno stile epigrafico che vi riporta la parola “felicità”; in una Coppia di scuri invece vediamo losanghe ed altri motivi geometrici.
Un Pannello ligneo tratto da una porta reca un motivo a griglia con delle stelle che si ripete all’infinito. La decorazione reiterata la troviamo anche in una Scatola d’avorio con motivo geometrici, mentre in un Mortaio d’avorio ci sono disegni circolari su uno sfondo di palmette.
Stile epigrafico nei Tessuti esposti, in cui alle iscrizioni che inneggiano alla felicità sono alternate bande con figure animali e motivi geometrici; le iscrizioni decorano anche tre oggetti spettacolari, un Bacino, una Ciotola e un Candelabro di ottone, con una ricchezza di intagli stupefacente;
Lo stile islamico, che ha raggiunto la maturità, e ha un carattere internazionale al di là della differenze locali, si sviluppa nei tre grandi imperi successivi, degli Ottomani, dei Safavidi e dei Moghul, tra il XVI e il XVIII sec., tutti aperti ad influssi esterni cosmopoliti e anche di provenienza occidentale. Qui si raggiunge il culmine dell’arte islamica.
E’ un’escalation artistica che tocca un livello ancora più alto, e lo si può verificare da quanto esposto nella 4^ sezione: oggetti dello stesso tipo di quelli delle sezioni precedenti, ma ancora più elaborati e artisticamente maggiormente evoluti. In più vediamo un Cenotafio di pietra con iscrizioni in stile epigrafico e decorazioni floreali incise con grande maestria; e un Braciere di bronzo traforato e decorato con arabeschi e palmette.
Così ritroviamo nella loro versione più evoluta Brocche e Bottiglie di vetro, Scatole e Candelieri di ottone, Ceramiche con il corpo in “pasta fritta” e i disegni ornamentali molto vistosi. I tessuti esposti sono per lo più Velluti di seta con motivi geometrici, anche “alla cinese” o decorazioni floreali alternate alle palmette, con forti effetti cromatici; così i Tappeti di lana con decorazioni a tralci floreali di tipo islamico, alcuni particolarmente elaborati come quello che rappresenta un giardino di quattro parti con alberi e aiuole di fiori, canali di acqua e una fontana al centro.
La ricchezza espositiva della sezione è notevole, presenta anche Rilegature in pelle e Manoscritti, con pagine miniate di squisita fattura, nonché una serie di Scatole di legno con intarsi molto raffinati e un altro Astrolabio in ottone del XVII sec.
Termina qui la carrellata storica offerta dalle prime 4 sezioni della mostra, che mostra l’evoluzione artistica con una vasta serie di oggetti direttamente comparabili. Ma l’esposizione non finisce, seguono 4 sezioni dedicate ai motivi fondamentali dell’arte islamica, calligrafia, geometria e arabeschi, più la figura, con il finale dedicato alle arti preziose, i tesori della gioielleria islamica e le monete.
Sono temi di grande interesse artistico e culturale, che sollecitano anche la curiosità, parleremo prossimamente della nostra visita a queste ultime sei sezioni della mostra.
Info
Scuderie del Quirinale, via XXIV Maggio 16, Roma. Tutti i giorni, da domenica a venerdì ore 12,00-20,00, sabato fino alle 23, ingresso fino a un’ora prima della chiusura. Ingresso 8 euro, ridotto 6 euro. Tel. 06.39967500, http://www.scuderiequirinale.it/ Catalogo “Arte della civiltà islamica. La Collezione al Sabah, Kuwait”, a cura di Giovanni Curatola, schede di Manuel Keene e Salam Kaoukji, giugno 2015, pp.344, formato 24 x 28. Il secondo articolo sulla mostra uscirà in questo sito il prossimo 10 agosto. Per alcune espressioni di arte contemporanea su temi islamici e non solo cfr. in questo sito i nostri articoli: sulla mostra al Macro di Kerim Incendayi, “Roma e Istanbul sulle orme della storia” 5 febbraio 2015; sulle mostre dell’Ufficio culturale della Turchia a Roma, “Tulay Gurses e la mistica di Rumi” 21marzo 2013, “Ilkay Samli e i versetti del Corano” 2 ottobre 2013, “Permanenze, Ricordi di viaggio di nove artisti italiani” 9 novembre 2013, “Yildiz Doyran e lo slancio vitale di Bergson” 29 gennaio 2014, e “Yilmaz, i divi del cinema nei piatti in ceramica” 16 maggio 2015; su un viaggio a “Istanbul, la nuova Roma, alla ricerca di Costantinopoli” 10, 13, 15 marzo 2013..
Foto
Le immagini sono state riprese nelle Scuderie del Quirinale alla presentazione della mostra da Romano Maria levante, si ringrazia l’Azienda speciale Palaexpo con i titolari dei diritti, in particolare gli sceicchi Naser e Hussah al Sabah Kuwait, per l’opportunità offerta. In apertura, “Frammento di tappeto da preghiera a nicchie multiple”, XVI sec.; seguono “Pannello in mosaico ceramico in ‘pasta fritta’ su gesso”, 1251, con un “Elemento architettonico di marmo” e “Lastra tombale di marmo con iscrizione” , 1152; poi “Mattonella di stucco stellata a cinque punte con leogrifo“, XII sec., e “Frammento di pannello di marmo da zoccolatura architettonica”, XI sec; quindi, “Brocche di bronzo”, VIII sec., e “Piatti in ceramica a motivi blu”; inoltre, “Pannello tessile di lino ricamato con tulipani e bocci di loto”, XVII sec., con a dx “Frammento di velluto di seta decorato a macchia di leopardo e strisce di tigre“, XVI sec., e “Braciere esagonale di bronzo decorato da arabeschi e palmette”, XVI sec. e, in alto, “Mattonella ottagonale in ceramica con corpo in pasta fritta”, 1620; infine, un “Codice con motivi geometrici reiterati” e una “Veste talismatica”.
Ai Musei Capitolini, la mostra “L’Età dell’Angoscia”. Da Commodo a Diocleziano” espone dal 28 gennaio al 4 ottobre 2015 ben 240 reperti dell’antica Roma, dal 180 al 305 d. C.: busti e statue, rilievi e sarcofaghi, affreschi e vasellame, una galleria di straordinario valore storico, culturale e artistico, in un percorso espositivo che si snoda in ambienti di per sé di grande attrattiva che ne accrescono la resa spettacolare. Realizzata dai Musei Capitolini con Mondo Mostre e Zètema Progetto Cultura, è a cura di Eugenio La Rocca, Claudio Parisi Presicce, Annalisa Lo Monaco che hanno curato anche il monumentale Catalogo con 11 approfonditi saggi per 137 pagine, 180 pagine di riproduzioni iconografiche, e 140 pagine di accurate schede tecniche delle singole opere.
Una mostra colossale, com’è anche il Catalogo che ne fissa e perpetua il valore conoscitivo e la resa spettacolare. La parte conoscitiva è preziosa perché prosegue nella ricostruzione della storia antica – dopo l’Età della conquista e l‘Età dell’Equilibrio – con l’Età dell’Angoscia, un periodo di poco superiore a un secolo (180 -305 d. C.), con 35 imperatori, del quale vengono approfonditi i molteplici aspetti; la resa spettacolare è data dalla dovizia espositiva, 240 opere che nel Catalogo si traducono nella vasta sezione iconografica corredata da saggi storico-artistici e da schede tecniche.
La permanenza per ben dieci mesi nell’incomparabile cornice dei Musei Capitolini è giustificata dal suo valore culturale e artistico al quale ha corrisposto un impegno molto rilevante: non ci si è limitati ad ordinare secondo lo schema prescelto i pur numerosi reperti disponibili nei musei e nelle collezioni romane, il numero dei prestatori italiani ed esteri è cospicuo a riprova che si sono ricercati i reperti più rappresentativi della ricostruzione storica compiuta,ovunque fossero collocati.
Angoscia e mutamento nel III secolo d. C.
Una mostra approfondita a partire dal titolo, ispirato a un libro del 1965 di un grecista, Dodds, che nel rievocare la presenza di pagani e cristiani nel periodo storico ora considerato dalla mostra, lo chiamava “Age of Anxiety”, riprendendo l’espressione con cui il poeta Auden definiva nel 1947 l’insicurezza seguita alla seconda guerra mondiale. Ma l’inglese “anxiety” sta per ansia o angoscia , allora perché scegliere angoscia?
Lo spiega uno dei tre curatori, Claudio Parisi Presicce, soffermandosi sulla differenza tra i due stati d’animo, l’ansia riferita a un pericolo in qualche modo identificato di cui si ha paura, l’angoscia invece suscitata da uno stato di oppressione per qualcosa di indefinibile che non si conosce ma si teme come minaccia oscura e incombente.
Nello stato di crisi dell’impero del III secolo d.C., venivano meno tante certezze con la rottura degli equilibri politici tra il potere reale dell’imperatore e il ruolo istituzionale fittizio del Senato, e soprattutto la minaccia delle invasioni barbariche ai confini che richiedeva costi così elevati da sbilanciare il rapporto tra spese militari e spese civili con aggravi tributari e inflazione galoppante. Le conseguenze furono i pesanti contraccolpi sulla vita civile, le categorie più colpite erano quelle rurali e borghesi nelle province, oppresse dal potere centrale e spesso penalizzate dalle confische dei terreni di confine per la protezione dell’Impero, fino alla paralisi dei commerci.
L’allargamento dell’Impero, con la rottura dell’identità culturale e spirituale, artistica e finanche militare, favoriva le spinte disgregatrici determinando la perdita progressiva della centralità di Roma.
Ne furono manifestazioni evidenti le nuove sedi imperiali istituite nelle province fino alla creazione di vere e proprie “capitali” separate con la tetrarchia di Diocleziano, in Oriente e in Occidente: due Augusti al vertice del potere, affiancati da due Cesari giovani che dovevano assicurare la successione, con il superamento anche formale del ruolo del Senato espressione dell’aristocrazia, dopo il suo svuotamento di poteri a vantaggio della borghesia rurale italica e provinciale dalla quale provenivano i vertici militari e gli stessi Imperatori. Le loro figure erano enfatizzate finché si giunse all’ereditarietà della successione imperiale con Costantino che portò alle logiche conseguenze il processo avviato da Diocleziano.
“Un tale sovvertimento sociale ed economico – commenta Parisi Presicce – produce incertezza nel futuro, angoscia, disperazione, ma anche senso di rivolta, attesa di un mutamento per talune classi, mentre per altre il desiderio di evasione , di isolamento, di fuga dalla realtà tramite l’astrazione nel pensiero metafisico, irrazionale”.
Al mutamento, piuttosto che all’angoscia, si riferisce l’altro curatore, Eugenio La Rocca, il quale nel riportare le interpretazioni, da Dodds a Bianchi Bandinelli, incentrate sull’angoscia, osserva che comunque l’impero seppe resistere alle difficoltà, l’esercito fu in grado di respingere gli attacchi ai confini, e comunque le situazioni di crisi locali non si ripercuotevano nella vita quotidiana dei cittadini romani non esposti ai pericoli delle invasioni.
Il mutamento fu un processo che vide in primo piano la crescita del potere imperiale rispetto alle altre istituzioni, al punto che La Rocca suggerisce un’altra definizione del periodo, “l’età dell’ambizione”. E considera il crescente ricorso alle religioni monoteistiche non tanto come rimedio all’angoscia ma come fenomeno collegato ai mutamenti istituzionali: viene meno la fiducia nelle religioni pagane basate su rituali pubblici collettivi e si allarga il ricorso alle religioni monoteistiche passando attraverso la fase dell'”enoteismo” che vedeva la compresenza di diverse divinità con la preminenza di una di esse. Il rapporto dell’individuo con il “potere divino” avviene senza le ritualità istituzionali, ma spesso per tramite di personalità carismatiche in un clima messianico di elevata spiritualità.
Naturalmente, il quadro evolutivo è molto più complesso di queste brevi note, vaconsiderata anche la concessione della cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’Impero, con la nascita dell’Impero universale, l’estensione alle province dei diritti civili del “cives romanus” metropolitano, e la fine di tante situazioni di privilegio.
Sul piano religioso la domanda di sacro ha in comune il problema della vita ultraterrena e della salvezza individuale, pur nelle differenze tra i vari credi: primo tra tutti il Cristianesimo in diverse versioni, con l’Ebraismo, poi il Mitraismo e lo Zoroastrismo, il Manicheismo e il Neoplatonismo. “Il discorso religioso – osserva Marco Maiuro – conquista centralità e rilevanza in ogni sfera e domina l’immaginario del periodo. All’interno di questa tendenza l’escalation inarrestabile del Cristianesimo ideologia “comunitaria e non civica, comporta un deciso allontanamento da quel complesso di valori, da quel senso di appartenenza, infine da quel discorso sull’identità individuale e collettiva che era stata alla base della storia del Mediterraneo per più di un millennio”. In definitiva, “universalismo dei diritti, comunitarismo e scelta del destino individuale furono le tre forze che erosero i fondamenti ideologici di una costruzione culturale millenaria al cui centro era stato il senso di appartenenza civica”.
La svolta sul piano artistico, i sarcofaghi
Tutto questo si è tradotto in una svolta radicale in campo artistico, come sottolinea Parisi Presicce: “All’inizio del III secolo d. C. il graduale allontanamento dagli stilemi dell’arte greca (norme sulle proporzioni, sull’equilibrio organico naturalistico, sulla coesione formale delle figure, sulla prospettiva, sul colore) coincise con l’abbandono vero e proprio, realizzatosi nel giro di poco meno di cento anni”.
Tra le cause viene indicata la situazione politica, economica e sociale con la spinta ad una visione ben diversa da quella estetizzante e contemplativa del classicismo, basata sulla rappresentazione della bellezza, dell’equilibrio e dell’armonia, spazzati via dai tormenti dell’angoscia imperante.
“La nuova arte dominante – prosegue il curatore – comportò autentiche rivoluzioni: le proporzioni tra le figure o tra le parti di esse, non più secondo natura ma secondo una gerarchia ‘morale’; la perdita della coesione organica tra le parti di una figura; la percezione slegata dei singoli elementi, che assumono forme autonome e acquistano significati astratti; la preferenza della posizione frontale dei personaggi principali, legata ad ascendenze religiose; la caduta degli indugi nel ridurre la rappresentazione della figura umana (‘nobile’ per i Greci) a mera decorazione riempitiva, contorta e distorta; il ribaltamento di tutte le prospettive su un unico piano; l’uso del trapano per creare ombre scavando solchi in negativo, piuttosto che per modellare un volume a somiglianza dell’originale”.
Lo si vede nei sarcofaghi, la cui vastissima produzione è legata alla visione ultraterrena nei riti funerari: “La plasticità del rilievo si va dissolvendo a favore di effetti ottici e illusionistici, mentre si tende a una nuova disposizione delle masse e a un’accentuazione dell’espressività soprattutto nelle teste e nei movimenti”: vi sono raffigurate scene di caccia al leone – soggetto tipicamente romano e non di derivazione ellenistica – e scene di battaglia, scene mitologiche e figure di Muse; dopo la metà del III sec. d. C. diventano frequenti le rappresentazioni del defunto come filosofo, con il carisma dell'”homo spiritualis” .
I ritratti dell’imperatore e l’esercito
Elemento centrale della svolta nell’arte sono i ritratti dell’ imperatore: ne trasmettono la figura non più di primo tra i senatori, ma di “dominus” assoluto con il carattere agiografico di uomo di cultura che pratica la filosofia ed ha la saggezza di perseguire nel suo governo equilibrio e moderazione.
Da Marco Aurelio il volto è reso più riflessivo da una lunga barba alla moda dei filosofi, lo sguardo ch spazia lontano o verso l’alto. La Rocca vi vede anche un’assimilazione alla divinità, come appare dal confronto con l’immagine di Mercurio anziano, con la stessa lunga barba “come se sulla rappresentazione del dio si riflettesse quella dell’Imperatore e viceversa”.
In questa sublimazione ci si allontana dai particolari fisiognomici personali, dai dettagli individualizzanti, per un’astrazione che assimila l’imperatore alle divinità olimpiche, seguendo l’esempio di Alessandro Magno , nei cui ritratti erano inseriti attributi divini, come i fulmini e l’egida di Giove, e l’identificazione con Eracle e con Dioniso. Questo avveniva superando la tradizione romana che dal tempo di Augusto rifuggiva da un’iconografia di tipo autocratico e al culto verso la persona dell’imperatore preferiva il culto verso il suo “genius” e il suo “numen”.
E’ un processo con notevoli differenze tra un imperatore e l’altro, evidenziate da La Rocca nella sua approfondita analisi del ritratto imperiale nel secolo considerato. Citiamo Settimio Severo che prosegue nella strada tracciata da Marco Aurelio con l’identificazione divina nella capigliatura; Caracalla, invece, si ispira all’immagine eroica di Alessandro Magno, nell’abbigliamento e nei comportamenti, fino ad imitarne atteggiamenti e sguardi, e così nelle raffigurazioni; mentre i suoi successori tornarono all’immagine con la lunga barba da filosofo di Marco Aurelio.
In generale, si può notare la tendenza all’astrazione verso un’immagine dell’imperatore non più come uomo magari dagli attributi eroici, ma come rappresentazione simbolica del potere assoluto e come incarnazione della divinità, in una visione religiosa del culto imperiale; tendenza che si rileva anche dal confronto tra le raffigurazioni dello stesso imperatore verso una crescente astrattezza. .
Questo non porta, però, al ritorno alla figurazione ellenistica di cui abbiamo indicato il superamento all’insegna di un maggiore realismo fisiognomico rispetto ai canoni dell’equilibrio plastico. In molti casi “la drammaticità dei volti è accentuata dalla presenza di profonde rughe tracciate con lineare semplicità; una mimica vigorosa, a tratti brutale, ottenuta con effetti di ombre e luci talvolta stridenti, subentra a una sensibile costruzione dei piani facciali a impianto organico”.
E non solo: “Si nota un passaggio sensibile verso una strutturazione delle teste sempre più semplificata, ormai lontana da un autentica impostazione secondo la tradizione classica”. In definitiva: “Nei ritratti si accentua nel tempo una componente lineare e geometrizzante, sia nella costruzione dei volti, sia nella realizzazione dei dettagli, come le rughe, gli occhi e le palpebre, eseguiti spesso con un tracciato schematico poco naturale”.
La Rocca descrive così l’effetto visivo: “Il gioco di ombre e luci ottenuto attraverso questi strumenti riesce tuttavia a rendere i volti espressivi e vitali, anche se l’effetto migliore può essere colto allontanandosi dall’immagine, perché da vicino ci si rende immediatamente conto del modo sì efficace, ma semplificato con cui le teste sono state realizzate”.
Dagli imperatori si passa all’esercito, che spesso li nominava tra i condottieri vittoriosi nelle grandi campagne ai confini dell’impero, quindi esercitava un potere reale oltre ad essere il garante della sicurezza e lo strumento per la continua espansione.
Ma proprio per questo, dall’età repubblicana nessun militare poteva accedere al pomerio, il cuore della città, in una netta separazione tra “imperium domi”, esercitato dal potere civile, e “imperium militiae” esercitato dai generali fuori da quel limite; facevano eccezione i cortei trionfali che proprio per questo acquistavano rilevanza ancora maggiore. Ci fu un allentamento con il principato di Augusto, allorché vennero istituite unità militari in servizio all’interno della città.
A parte questo aspetto, nel III sec. d. C. con Settimio Severo ci fu un potenziamento dell’esercito, con l’abolizione della guardia pretoriana che aveva assassinato l’imperatore Pertinace, e l’aumento delle unità militari di stanza nell’Urbe, con la creazione di nuovi edifici e di accampamenti; furono create tre nuove legioni e migliorato lo status dei militari.
La città e la religione
E i cambiamenti nella città di Roma? In realtà nel III sec. d. C, dopo le grandi opere monumentali realizzate in precedenza, ci si dedicò soprattutto a un’attività di ristrutturazione e restauro, di particolare rilievo a seguito di incendi che devastavano importanti quartieri cittadini. Con Settimio Severo abbiamo anche lo sviluppo di una serie di servizi per la cosiddetta “plebe media”, che svolgeva attività artigianali, commerciali e finanziarie e si intendeva fidelizzare sempre più all’imperatore: così vengono create nuove terme e si potenzia l’approvvigionamento alimentare.
Un discorso a parte riguarda la religione della popolazione, che pur essendo di regola un fattore tendenzialmente stabile, in quel periodo fu soggetta a profondi cambiamenti per la penetrazione sempre maggiore di culti orientali, oltre al Cristianesimo, da alcuni attribuita all’esigenza di avere un aiuto psicologico e morale durante le gravi crisi attraversate, che non veniva assicurato dal paganesimo, troppo freddo e distaccato, rigido e istituzionalizzato.
Si cercava un rapporto personale con la divinità, al di fuori dei riti collettivi, magari attraverso intermediari carismatici, e questo fece aderire fasce sempre più ampie di popolo ai culti che lo assicuravano. Fu possibile anche la coesistenza e il sincretismo di più culti, e con l’ “enoteismo” si giunse alla compresenza di fedi tra le quali una era prevalente.
Ciò non impedì che si registrassero persecuzioni contro i cristiani, alternate a fasi di tolleranza. Decio, Valeriano e Diocleziano, nell’estrema difesa del paganesimo, comminavano la pena capitale a chi rifiutava di eseguire sacrifici agli dei tradizionali; ; si doveva arrivare al 341 d. C. con Costanzo II e Costante per le leggi che, al contrario, vietavano tali sacrifici.
Tra le religioni orientali, le più diffuse erano quelle di Iside e Osiride, di Giove Dolicheno e del dio Mitria che fu particolarmente venerati a Roma, dove sorsero tra 600 e 800 luoghi dedicati a questo culto, con le immagini del dio tauroctono e tavoli per banchetti rituali. Non si deve dimenticare la divinizzazione degli imperatori, che si affermò senza trovare ostacoli nei culti riconosciuti.
Le dimore private e i costumi funerari
Vita e morte nel III sec. d. C. portano a parlare delle dimore private e dei costumi funerari, All’inizio del secolo fu realizzata la cosiddetta “Forma Urbis”, la grande pianta marmorea con le strutture abitative, dall’edilizia popolare alle residenze degli imperatori, dei senatori e delle classi abbienti.
Queste erano soprattutto decentrate sui colli, al di fuori della cerchia urbana, ma un certo numero era anche all’interno, fino a quando, alla fine del secolo, non si rovesciò la tendenza e furono realizzate entro le Mura Aureliane che assicuravano la necessaria protezione; per converso, con la divisione politico-amministrativa che tolse centralità a Roma, si diffusero le residenze decentrate in provincia delle autorità istituzionali.
Le dimore di personaggi altolocati avevano grandi ambienti di rappresentanza e strutture architettoniche armoniose, anche con trabeazioni e colonne, e dipinte figure umane insieme ad animali e altri soggetti, secondo uno stile decorativo parietale definito “stile lineare” ; erano ornate da sculture, che non solo raffiguravano i proprietari, ma spesso anche l’imperatore per affermare la propria fedeltà alla massima autorità.
Per i personaggi, i sepolcri funerari erano monumentali, e dalla fine del III sec. d. C. oltre alla cripta con il sarcofago comprendevano una sala sovrastante, quasi un tempio per i riti; ma anche nel coso del secolo ci sono parecchi esempi di questa struttura a due livelli.
Le tombe spesso venivano poste nelle vicinanze della villa del defunto, quasi a marcare la continuità dopo la morte, e venivano utilizzate non solo dai discendenti ma dagli acquirenti l’abitazione. Nelle tombe c’erano sarcofaghi scolpiti, affreschi e pavimenti musivi, anche qui in continuità con la vita.
Le sette sezioni della mostra
I temi che abbiamo ora riassunto sono sviluppati nelle 7 sezioni della mostra, una per ogni tema. La 1^ sezione, “I Protagonisti”, con ben 92 busti e statue, è una galleria sconfinata collocata nel primo lungo salone dei Musei Capitolini; seguino la 2^ sezione, “Gli imperatori e l’esercito”, con 20 opere, rilievi di quadrighe e soldati, e la 3^ sezione, “La città di Roma”, 14 opere con frammenti e plastici; poi la 4^ sezione, “La religione”, con 42 opere, ritratti di sacerdoti e statue di divinità, rilievi in sarcofaghi e monumenti funerari, scene di sacrifici rituali e altari, e la 5^ sezione, “Dimore private”, con 30 opere tra affreschi e piatti d’argento, vasi dipinti e brocche; infine la 6^ sezione, “Vivere e morire nell’Impero”, 7 opere con ritratti, e scene di vita quotidiana, e l’ultima, la 7^ sezione, “I costumi funerari”, con 24 reperti, sarcofaghi scolpiti e rilievi, affreschi e lastre.
E’ una galleria iconografica di straordinaria ricchezza che si dipana da un ambiente all’altro nel vastissimo spazio dei Musei Capitolini, fino ad approdare nel grandioso salone dell’Esedra con la statua equestre di Marc’Aurelio e quella di Costantino, oltre agli altri reperti ed alle Mura antiche.
L’immersione nell’antichità è emozionante, il massimo che si possa attendere da una mostra. Dopo averla inquadrata storicamente, racconteremo la nostra visita prossimamente.
Info
Musei Capitolini, Piazza del Campidoglio 1, Roma. Tutti i giorni ore 9,30-19,30. Ingresso intero euro 15,00, ridotto euro 13,00, per i residenti 2 euro in meno, gratis minori di 6 anni e portatori di handicap e un accompagnatore. Tel. 060608; http://www.museicapitolini.org/. Catalogo “L’Età dell’angoscia. Da Commodo a Dioleziano (180-305 d. C.)”, a cura di Eugenio La Rocca, Claudio Parisi Presicce, Annalisa Lo Monaco, 205, pp. 469, formato 24 x 28,5, dal catalogo sono tratte le citazioni del testo. In questo sito usciranno due ulteriori articoli sulla visita alla mostra il 3 e 22 agosto 2015. Cfr. per la precedente mostra citata su “L’Età dell’equilibrio” i nostri due articoli: in questo sito il 26 aprile 2013 e in http://www.antika.it/ nell’aprile 2013 (tale sito non è più raggiungibile, gli articoli saranno trasferiti in questo sito).
Foto
Le immagini sono state riprese ai Musei capitolini da Romano Maria Levante alla presentazione della mostra, si ringrazia l’organizzazione, in particolare Zétema Progetto Cultura e MondoMostre, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. Sono alcuni esemplari del vastissimo corpo espositivo delle sette sezioni della mostra che va dai busti alle statue, dai rilievi agli affreschi, dai cippi ai sarcofaghi funerari, tutti appartenemti all'”Età dell’angoscia”, dal 180 al 305 d. C.: dai “Protagonisti” (foto da 1 a 5) alla “Religione” (foto 6 e 7) alle “Dimore private” (foto 8) ai “Culti funerari “ (foto 9 e 10)..
Al Complesso del Vittoriano, Ala Brasini, lato Fori Imperiali, dal 23 luglio al 15 settembre 2015, la mostra “Yuri Kalyuta. Rosso su rosso”, espone 60 dipinti dell’artista russo, Accademico delle Belle Arti, Artista Onorario di Russia per il 2009, per la prima volta in Italia dopo mostre in Russia, Germania e Cina. La mostra, realizzata da “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia, responsabile Cristina Bettini, è curata dell’Accademia delle Arti di San Pietroburgo con il Rettore dell’Accademia Semyon Mikhailovsky e il vicedirettore Jurij Bobrow, che sono autori di due saggi sull’artista contenuti nel Catalogo Skira con quelli di Tair Salakhov e Vittorio Sgarbi.
“Formidabile, Yuri Kalyuta, a vivere nel nostro tempo”, così Vittorio Sgarbi conclude la sua analisi critica dell’opera dell’artista russo, nella quale entra in polemica con coloro che bollano di tradizionalismo passatista ogni artista che non fa parte delle avanguardie, liquidato con le parole, “formidabile, fosse nato un secolo prima” con cui si apre, provocatoriamente, il suo saggio. .
Lo stile di Yuri Kalyuta, non contro la tradizione ma oltre
Sgarbi respinge l’idea che Kalyuta sarebbe tra gli artisti retrogradi, avendo l’handicap di essere stato allievo dell’Accademia di San Pietroburgo, dove ora è docente, e di non averne rinnegato gli insegnamenti e la formazione ricevuta, in particolare dal suo maestro Andrei Mylnikov.
D’altra parte, l’Accademia pur se si piegò all’arte di regime aderendo al “grande buio del Realismo Socialista”, ne mitigò gli eccessi con una “via russa del colore” rispetto al predominio del disegno illustrativo. E Kalyuta è aperto agli influssi di artisti come Velasquez, a cui si rifà il suo intenso cromatismo, e Matisse, dal quale ha preso la visione consolatrice della pittura. Quindi, il non appartenere alle avanguardie non rende la sua pittura anacronistica né nello stile, né nei contenuti.
Per lo stile Kalyuta non è rimasto confinato agli insegnamenti dell’Accademia di San Pietroburgo volti alla corretta rappresentazione della realtà, ma richiama l’impostazione della scuola di Monaco a cui si rivolgevano gli allievi dell’Accademia insoddisfatti dello studio dei modelli accademici.
Ne parla Jurij Bobrov in questi termini: “La principale differenza di metodo della scuola di Monaco rispetto a quella dell’Accademia consisteva nell’insegnare e trasmettere la natura così come viene vista dal pittore, con i suoi strumenti artistici atti a riprodurre sensazioni, impressioni”. Di qui l’esortazione dei maestri Holloshi e Ashbe “al disegno ‘integrale’ in quanto l’occhio del pittore coglie immediatamente l’oggetto nel suo insieme e non i singoli elementi: il gesto del braccio, innanzitutto l’ampiezza del movimento, il significato emotivo, le proporzioni, i contorni, le ombre, non già le articolazioni delle ossa e dello scheletro, le vene e i nervi”. In questo modo si cerca di unire “l’approccio classico della rappresentazione della natura con la percezione intuitiva della stessa, basata su una consapevolezza ‘totale'”.
Questo si riscontra nella pittura di Kalyuta il cui stile viene definito di “realismo intuitivo”: “‘Realismo’ perché la rappresentazione non è mai staccata dalla forma dell’oggetto, e ‘intuitivo’ in quanto le sue forme corroborano la definizione contemporanea di percezione artistica”.
L’osservatore è preso non dalla rappresentazione pura e semplice, ma dalla forma intuitiva che stimola a coglierne i significati nascosti. In altri termini, “l’artista costringe lo spettatore non semplicemente a vedere, ma a penetrare nelle rappresentazioni e comprendere quanto viene sensibilmente percepito, e a sentire la ‘rivelazione’, ovvero quel ‘piano posteriore'” che, nelle parole di Hartmann, è “irreale, ma esiste per quell’essere pronto a percepire, comprendendo in questo se stesso”.
Una conferma di ciò si trova nel modo con cui l’artista ha commentato nel 2005 un ritratto fatto alla moglie: “L’importante, nel ritratto, è ciò che non si può trasmettere con le parole. Per questo, forse, esiste il linguaggio della plastica, del tono e del colore”.
Tutto ciò dà modernità allo stile di Kalyuta, pur se impiega, come dice Sgarbi, “linguaggi certamente storicizzati, peraltro senza alcun compiacimento nell’esibirli ma ancora in grado di esprimere piena attualità”.
Né angoscia né gioia di vivere, ma assorta contemplazione
Per i contenuti, non si deve ritenere che debbano esprimere il rapporto dell’uomo con la modernità nel senso largamente invalso nel Novecento, del tormento e dell’angoscia, in antitesi alla serenità classica che vedeva l’arte come contemplazione del bello nel bisogno atavico del godimento.
Al riguardo Sgarbi fa riferimento a Matisse, del quale non si può negare la modernità, che ha rappresentato la “gioia di vivere”, pur se mentre la dipingeva il mondo era sconvolto da due devastanti guerre mondiali, “Era un idiota, Matisse, talmente narciso e individualista da non accorgersi del dramma cosmico in cui era immerso? No, Matisse ribadiva semplicemente la fiducia in una funzione che nel corso dei secoli ha assicurato all’arte uno straordinario successo, ponendola su un piano quasi paritario con la religione e la filosofia: la consolazione”.
E prosegue con una citazione: “‘Il y a des fleurs partout pour qui veut bien les voir”, ‘ci sono fiori ovunque per chi riesce a vederli’. Diceva Matisse, facendoci capire che l’arte non è affatto una fuga dalla vita, è un modo di viverla cercando di sfruttare al massimo le sue potenzialità emotive e spirituali, anche a costo di trasfigurarla, facendocela immaginare per quello che non è”.
Conclude così: “In ciò, del resto, consiste l’incomparabile, irrinunciabile verità della finzione, alla base di ogni sensata idea dell’arte: che tristezza, il mondo, se l’arte non cercasse di farcelo vedere in maniera diversa, fornendo un formidabile antidoto alla disperazione”.
Queste espressioni, che abbiamo riportato integralmente per il loro significato su un piano generale, si attagliano solo in parte a Kalyuta, nel quale non troviamo una realtà edulcorata ma, come afferma lo stesso Sgarbi, ma “atmosfere assorte nella contemplazione di sé stesse, dove il vivo tende, vanamente, al fisso concentrato, iconico, immunizzato da ogni fremito di umanità. Se c’è una serenità, in Kalyuta, è nel momento supremo del conseguimento dell’intuizione, nella sospensione della contingenza temporale con cui traduce la percezione in invenzione artistica”.
I dipinti esposti appartengono sostanzialmente a due categorie: i ritratti e i paesaggi urbani, in entrambe si realizzano le atmosfere di cui parla Sgarbi. Ma non vengono rese con toni dimessi, tinte pastello in composizioni oleografiche, tutt’altro. I toni sono molto decisi, il colore usato con straordinaria intensità in forti pennellate come veicolo di forti emozioni, con i rossi predominanti accostati al bianco e al nero in un vigoroso cromatismo. .
Eppure nulla di più discreto dei ritratti soprattutto a familiari e della visione di scorci monumentali Nei primi c’è però la forte penetrazione psicologica attraverso gli atteggiamenti che aprono alla ricerca di contenuti interiori , mentre la forma non è meramente figurativa in quanto segnata dal colore piuttosto che dal disegno; e nel colore nato dalla percezione, c’è l’espressione, in tutti i suoi significati, piuttosto che la semplice rappresentazione della realtà nella sua apparenza. Gli scorci monumentali sono imponenti, non c’è la figura umana, la loro classicità li rende solenni.
La galleria della mostra, cominciando dai dipinti sulla famiglia
Nella galleria della mostra, ad una visione d’insieme, colpiscono i rossi intensi che riguardano soprattutto le figure singole, i ritratti femminili con abiti di questo colore squillante, ma li troviamo anche in molti contorni e particolari. Fino alla sinfonia di rossi del “Ritratto di famiglia nell’atelier”, 2014, di “Marina e il drago“, 2011, e del “Conclave”, 2013, con i relativi bozzetti.
Al rosso dominante si può contrapporre il nero di fondo con bagliori caravaggeschi in “Strada”, anche qui un dipinto su tela preparato da una serie di bozzetti. L’associazione del rosso con il nero e il bianco o chiaro è evidente anche in questi dipinti, con il nero di fondo, il chiaro delle braccia e dei volti; ma si riscontra soprattutto nelle composizioni.
A questa prima osservazione di carattere cromatico facciamo seguire una semplice constatazione :i dipinti esposti sono distribuiti equamente tra quattro tipi di soggetti: scene familiari e ritratti soprattutto femminili, con qualche figura maschile, composizioni con più figure e visioni monumentali di celebri città, Roma e Parigi, Firenze e Venezia con qualche scena ambientale. E’ una conferma di quanto rilevato in precedenza sull’assenza dell’inquietudine che pervade il mondo moderno per una visione contemplativa intima e raccolta. Che però trova nell’intensità dei tratti e dei contrasti cromatici una sua forza inconfondibile che prende l’osservatore e lo spinge a scavare nelle immagini, e soprattutto in quei volti, alla ricerca dell’intimo contenuto.
I dipinti di argomento familiare si aprono con il dittico “Famiglia”, 1981, dal carattere quasi iconico, in una sorta di deificazione, seguono ritratti di singoli componenti, come il figlio ritratto più volte. Vediamo il bambino in una ardita composizione quasi simbolica, “La vestaglia della mamma”, 2010, dopo che in “Il marinaio non piange”, 2007, è ritratto in un ambiente crepuscolare di bianchi e neri; in atteggiamenti pensierosi nei dipinti “Domenica di Pasqua”, 2012, e “Ritratto del figlio. Riflessioni”, 2013, sorprendente titolo per un bambino; mentre la sua espressione è serena in “Misa. Vacanze italiane”, 2013, e “Ritratto del figlio,Vacanze italiane”, 2014; sembra che sia lui il bambino a lato della madre in rosso in “Roma. Caffè Greco”, nel caffè degli artisti frequentato alla sua epoca da De Chirico che aveva l’abitazione nella vicina Piazza di Spagna.
Alla famiglia rimandano il dolce “Maternità”, 2014, e due dipinti in controluce, senza colore, “Una giornata di sole”, 2005, la madre con il bambino in braccio, e “La calda estate del 2001”, 2001, il ragazzo dorme stremato. Stessa atmosfera in “Caldo”, 1996, con due figure avvolte in asciugamani.
Ci sono quattro “Autoritratti”, tutti con copricapo diversi, quello del 2009 sembra un casco da lavoro, nel 2011 ha una coppola nera, è pensieroso e allusivo, nel 2014 è più aperto con un cappello a larghe falde come il cappello di paglia di Van Gogh; è del 2011 anche “Autoritratto. Sogno nella notte di Capodanno”, si ritrae addormentato vestito da Babbo Natale immerso in rosso acceso con qualche magistrale contrasto cromatico. .
Una scena collettiva è “Sera di Natale in via Bol’saja Morkaja”, 2011, tre bambini davanti a un Babbo Natale ieratico e misterioso. Soltanto “Ragazze. Ricordi di Aleksandr Samokhvalov”, 2015, presenta quattro figure in posa. Nei due pastelli “Ritratto della moglie con il cappello”, 1998, la figura è vista di fronte e di profilo, il cappello nella prima è rosso, nella seconda giallo.
A interrompere l’agiografia familiare vediamo “Tragedie italiane. Triangolo amoroso”, 2013, tre figure sconsolate intorno a un tavolino, due sono maschere di Carnevale, c’è Pierrot cui è dedicato anche il dipinto “Arlecchino e Pierrot. Autoritratto con la moglie”, lui seduto, lei in piedi in una espressione enigmatica che rimanda agli interrogativi che pone la percezione degli atteggiamenti; “Arlecchino. Fratello 2”, 2012, non pone interrogativi, è disarmante nella sua innocenza.
Le prevalenti figure femminili e i nudi
Passando alle figure femminili, il rosso invade l’intera superficie in due dipinti distanti nel tempo, “Melissa”, 1997, ed “Eugenia. Dalla serie dei ritratti dell’Atelier”, 2014: lo sfondo è tutt’uno con ma maglia, soltanto viso e braccia sul bianco-rosa, nel primo anche la sedia, e gli stivali neri nel secondo spiccano nel tipico contrasto ricercato dall’artista. Si potrebbero intitolare “Rosso su rosso”, titolo che viene dato al “Ritratto di Aljona” nel quale gli stacchi cromatici rispetto al fondo rosso sono più marcati, anche le spalle nude oltre al volto se ne distaccano. Sfondi rossi con silhouette scure in “Spagnola”, 2015, e “Vej Tze. Dalla serie di ritratti ‘Atelier'”; l’inverso, sfondo scuro o meglio nero con silhouette rossa in “Lera”, 2011, e “Russia, avanti”, 2012, forse il titolo è un’incitazione calcistica riferita al pallone davanti ai piedi della donna, entrambe le donne dei due dipinti sono in posa da indossatrici nelle sfilate di moda.
Non solo rosso, viene da dire a questo punto. Ci sono ritratti scuri come “La ragazza con il berretto nero”, 2010, e “Ritratto di ragazza in abito nero”, con qualche striatura di rosso nello sfondo, “Jaroslava, dalla serie di ritratti ‘Atelier'”, 2014, e “Ragazza”, 1998, mentre “Zenja nell’atelier bianco” ha un insolito abito verde su sfondo chiaro; vi sono poi ritratti pastello come il “Ritratto della studentessa coreana”, 2011, e “Dasha. Dalla serie dei ritratti ‘Atelier'”, 2014; “Suzanna con il vestito bianco”, in due dipinti entrambi del 2013, con prevalenza di un bianco virginale. .
I ritratti femminili comprendono anche una serie di nudi: di intensa sensualità è “Davanti allo specchio”, 2004, con la figura eretta vista da dietro nella sua provocante bellezza; ugualmente erette, con vista frontale, “Nudo con la vestaglia cinese”, 2011, e “Valerija”, 2014, più fredde e distaccate. Altri nudi da seduta di posa sono “Nudo nell’atelier”, 2013, e “Nudo”, 2014, molto simili, mentre“Spazio” e “Olimpia da Poles’e”, 2015, presentano due posizioni diverse, seduta e distesa, la seconda con una maggiore carica sensuale. C’è poi un nudo sullo sfondo in ““Ritratto di Vej Tze”, 2013, con una giovane donna in nero in primo piano.
Fuori dalla figura, altre composizioni e visioni cittadine
Completa la gamma di figure umane in cui prevalgono di gran lunga quelle femminili, a parte le immagini familiari con il figlio e gli Autoritratti, il “Ritratto di un giovane in frac”, 2014, in pastello su carta e poi olio su tela di maggiori dimensioni, che spicca come rara figura maschile, insieme a “Pirata del XXI secolo”, 2011, singolare immagine sorridente in una sinfonia di rossi. E due figure appena percettibili in “Natura morta bianca 2”, 2001, e “Pittore e modello. Natura morta bianca”, 2011: bottiglie e bicchieri, nella seconda anche pennelli, tele e un catalogo di Goya.
Non sono nature morte e neppure paesaggi ameni ““Gruzino. Acqua nera”, 2008, e “Tra poco arriverà la primavera”, 2011, entrambi scuri e tenebrosi, il secondo in contrasto con il titolo.
Luminose invece le rappresentazioni delle città nei loro monumenti. Nelle vacanze italiane l’artista ritrae una serie di monumenti in dipinti datati 2014: a Roma il “Mercato di Traiano”, il “Colosseo”, il “Foro”, poi il panorama con la cupola del Brunelleschi di “Firenze”; fino al “Miracolo pisano” con la torre pendente che spicca nel suo biancore con piccoli alberi alla base sullo sfondi di un cielo sereno ; a Venezia la Basilica di San Marco in “Sole di gennaio”, 2012, e, datati 2013, “Canal Grande”, “Sera d’argento”, e “Casa rossa”che rende onore al titolo, la facciata è di un rosso intenso, con i caratteristici balconi dalle finestre come dei merletti traforati. in una visione paesaggistica. La ritroviamo in “Parigi, Notre Dame”, 2013 e “Senna”, 2014, mentre “Notte a Monmartre”, 2014, mostra il tempio nell’oscurità.
Vogliamo concludere con il dipinto più enigmatico, nel titolo e nella composizione, che a differenza degli altri ha dei passaggi cubisti, pennelli in primo piano, un bambino, fotografie e un volto in scomposizione: “Il taglio di capelli è solo all’inizio, ovvero 10 anni di CSI”, 2002, che segue un dipinto dello stesso soggetto del 1997 intitolato “Taglio di capelli nel laboratorio rosso”. Così lo spiega l’autore: “E’ chiaro che non sono interessato alla rappresentazione di questo processo, sebbene quest’azione contenga un significato recondito. In un certo senso rappresenta l’atto di fare i conti con la vita e nello stesso tempo l’inizio di un nuovo percorso”. E aggiunge: “Ho vissuto tutto questo in prima persona, e cerco di dare una risonanza completamente diversa, filosofica, universale”.
Ecco, in queste parole, se collegate a quanto detto all’inizio sulla sua arte, si può trovare forse la chiave per comprenderne meglio i contenuti; o per continuare a interrogarsi sul mondo dell’artista, così circoscritto e nello stesso tempo così aperto a significati che ciascuno può percepire con la propria sensibilità, lo spirito di osservazione e l’interpretazione di espressioni ed atteggiamenti.
Info
Complesso del Vittoriano, ala Brasini, Salone centrale, lato Fori Imperiali, via San Pietro in carcere. Tutti i giorni ore 9,30-19,30, ingresso fino a 45 minuti dalla chiusura . Tel. 06.6780664. Ingresso gratuito. Catalogo “Yuri Kalyuta. Rosso su rosso”, Skira, luglio 2015, pp. 152, formato 24 x 28., dal catalogo sono tratte le citazioni del testo. Per le mostre e gli artisti citati cfr. i nostri articoli: in questo sito, per Matisse 23 e 25 maggio 2015, De Chirico 20, 26 giugno e 1° luglio 2013; in “cultura.inabruzzo.it” per i “Realismi socialisti” tre articoli tutti 31 dicembre 2011, per De Chirico nel 2009 27 agosto, 23 settembre e 22 ottobre, nel 2010 tre articoli 8, 10 e 11 luglio (il sito “cultura.inabruzzo.it” non è più raggiungibile, gli articoli saranno trasferiti in questo sito).
Foto
Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nel Vittoriano alla presentazione della mostra, si ringrazia “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia con i titolari dei diritti, il particolare l’artista Yuri Kalyuta, anche per avere accettato di farsi riprendere da noi davanti a una sua opera. In apertura, “Roma. Colosseo”, 2014, con dinanzi l’autore, l’artista Kalyuta; seguono, “Sera di Natale in via bol’saja Morskaja”, e “Marina e il drago”, 2011,poi “Lera”, 2011″, e “Russia, avanti”, 2012; quindi, “Valerija con il berretto nero”, 2012, e “Tragedie italiane. Triangolo amoroso”, 2013; infine, “Conclave”, 2013, e “Maternità”, 2014; in chiusura, “Veej Tze. Della serie dei ritratti ‘Atelier'”, 2014.
Al Palazzo delle Esposizioni a Roma, dal 30 aprile al 13 settembre 2015 la mostra “David Lachapelle. Dopo il diluvio” espone 150 opere, per lo più di grandi dimensioni, alcune presentate per la prima volta, del grande fotografo d’arte americano che torna dopo 15 anni con i suoi set teatrali di eventi memorabili ricostruiti nella contemporaneità per fissarli a titolo di messaggi non sempre univoci e per questo intriganti. La mostra è realizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo, con Madeinart e D. L. studio Lachapelle, curata da Gianni Mercurio.
L’artista e la svolta del 2006
Sono diversi i motivi di interesse per la mostra di un artista molto particolare, e attengono non solo alla forma espressiva e ai contenuti, ma anche alla tecnica realizzativa; tuttavia l’elemento saliente ci sembra di poterlo trovare nella svolta avvenuta nel 2006, allorché si ritirò su un’isola selvaggia del Pacifico e abbandonò il mondo della moda e della pubblicità che era stato il suo campo di azione di grande fotografo impegnato a impressionare con la forza delle immagini. Lavorava per testate di prestigio, come “Vanity Fair” e “Vogue”, e per alcune delle più importanti campagne pubblicitarie, tra i suoi primi committenti troviamo Andy Warhol , e lui lo ricambiò con foto simboliche ispirate alle sue originali creazioni.
Non solo fotografia ad alto livello, anche regia di video musicali, documentari ed eventi teatrali dal vivo, e vedremo come quest’ultima attività abbia inciso profondamente su di lui: tra i documentari il celebre “Krumped” da cui è nato il film “Rize”, diffuso in molti paesi nel 2006 e lodato dalla critica; tra gli eventi teatrali “The Red Piano” di Elton John al Caesars Palace nel 2004, ed è indubbio che la regia teatrale abbia lasciato dei segni evidenti nell’impostazione delle sue opere.
Dunque, lanciatissimo nella mondanità glamour e del mondo dei Vip, abbandona tutto. Perché? Sembra una parabola evangelica. mentre è una realtà americana, possibile in un grande paese che non cessa mai di stupirci, e insieme una realtà italiana. Perché fu la vista della Cappella Sistina, con l’arte e la bellezza unita alla capacità evocativa delle immagini straordinarie del Giudizio universale, nel silenzio assoluto che lo avvolgeva trattandosi di una visita privata, a folgorarlo sulla via di Damasco. Alla svolta nella vita si accompagna la svolta nell’arte. Cambia il mondo di riferimento e cambiano i soggetti, muta la forma espressiva e mutano i contenuti: non più superficiali e vacui, ma profondi e intensi, o comunque fonte di riflessioni per l’osservatore .
La prima produzione della svolta è la serie “Deluge”, quasi a sottolineare il nuovo inizio con un ritorno alle origini, il Diluvio è l’evento che ha segnato la sopravvivenza delle specie viventi dal cataclisma universale. Siamo nel 2006, l’artista ha già un ventennio di attività di altro genere alle spalle, gli ha dato fortuna e celebrità, ma è il capolavoro michelangiolesco che lo ha scosso nella Cappella Sistina l’impegnativo riferimento nella prima sfida della sua nuova vita artistica.
Da “Deluge” inizia la mostra con dei pannelli spettacolari, alcuni lunghi 7 metri, per proseguire con le opere del suo “nuovo corso”; ma non manca una carrellata sulle opere precedenti, come elemento di confronto della rivoluzione operata, in particolare i ritratti di personaggi celebri del “jet set”, cantanti e musicisti, attori e icone della moda, e altri temi resi con toni surrealisti. Sono esposti in fila, c’è l’interesse nel riconoscere il personaggio, ma svaniscono di fronte alla potenza esplosiva delle altre raffigurazioni, in sostanza è come se il Diluvio avesse travolto anche loro.
“Deluge” ha la caratteristica di essere la prima opera del nuovo corso e segnare lo spartiacque tra la forma rappresentativa con la figura umana e quella del tutto priva, affidata alle cose per lo più ricostruite come in laboratorio.
Senza figura umana le serie “Car Crash” e “Negative Cuttencies”, ispirate a Warhol nella crisi capitalistica,” Gas Stations” e “Land Scape”, sulla decadente civiltà del petrolio e dell’atomo, “Hearth Laughs in Flowers” e “Aristocracy”, la più recente, sulle contaminazioni in terra e in cielo.
Nella mostra torna la figura umana al termine, addirittura nella suggestiva sequenza di “Il mio Gesù privato”, del 2003: del resto lui stesso ha detto “Federico Fellini, Andy Warhol e Gesù, ognuno a suo modo ha cambiato la mia vita”; Fellini di certo con le sue rappresentazioni teatrali della decadenza della società in atmosfere oniriche, e Lachapelle ha detto “la mia espressione artistica è la traduzione in immagini dei miei sogni”, Warhol lo ha proiettato nel mondo della Pop Art, sia pure vissuta in modo diverso, nella consunzione e non nel dominio, e su Gesù non occorre aggiungere nulla alla folgorazione nella Cappella Sistina che lo ha portato a rivivere, attualizzandole, le vicende prima bibliche e poi evangeliche.
Aspetto comune delle opere dell’artista è la straordinaria cura per i particolari e per le luci, che danno effetti pittorici molto ricercati, mentre sono il risultato della costruzione di veri e propri set teatrali con protagonisti e comparse; a questo è giunta la sua evoluzione dopo la lunga fase iniziale in cui invece era un fotografo per così dire, tradizionale, che riprende i soggetti della realtà e non li costruisce. Ora ricostruisce scene simboliche con i modelli, e poi le fotografa.
Lo vediamo documentato nella mostra in un lungo filmato sulla preparazione del “set” per un’opera della serie “Land Scape”, dalla realizzazione in miniatura del modello di centrale atomica alla sua ambientazione in modo che la ripresa ravvicinata la faccia apparire come reale, alle luci e agli altri effetti speciali fino all’opera terminata, pronta per l’esposizione. Un modo di rendere pittorica la fotografia e di dare ad essa significati allegorici in un iperrealismo brillante e luminoso.
Le grandi dimensioni di queste rappresentazioni ne accrescono la resa spettacolare. Guardiamole, dunque, cominciando dal “nuovo inizio” di ” Deluge”, il diluvio universale.
Dal “Diluvio” al disfacimento e alla caducità
Il racconto biblico del “Diluvio” è la metafora delle tempeste politiche e religiose e della crisi morale della società; la trasposizione scenica mostra una serie di soggetti che si aggrappano gli uni agli altri mentre intorno a loro crollano i simboli dell’economia e del benessere. E’ un affresco umano con pose plastiche della forza di una composizione scultorea nel quale non c’è solo pericolo e paura, catastrofe e morte, ma anche l’anelito per la salvezza, nella compresenza di motivi opposti che troveremo ancora. Sembra una sacra rappresentazione, l’ispirazione michelangiolesca è evidente, d’altra parte viene subito dopo la “folgorazione” dinanzi alla Cappella Sistina.
Al “Diluvio” accostiamo “Awakened”, anche qui il tema dell’acqua nell’ambivalenza di distruttrice e purificatrice, di rovina e rinascita: tutto galleggia e affonda, in una metafora della fragilità umana collegata alla dissoluzione della società dei consumi che assegna primati fuggevoli a cose futili. La rigenerazione si può vedere nell’immersione delle persone come in un liquido amniotico che riporta alla purezza della nascita, in un auspicato ritorno alle origini, al pari del “Diluvio”.
Le serie “Negative currency”e “Crash” riportano all’attualità di quegli anni, che ha prodotto tanti guasti e diffuso un’autentica angoscia per il futuro dell’economia e della società globale.
Siamo nel 2008, la finanza americana è sconvolta dalle crisi dei “subprime” e del fallimento della “Lehmann Brothers”, l’ondata destabilizzante si è diffusa nel mondo, dalla finanza la crisi si è trasferita all’economia con la recessione e il suo portato di disoccupazione e miseria diffusa.
Con “Negative currency” l’artista si ispira a Warhol nel riprodurre le banconote, ma mentre l’icona della Pop Art con “One dollar bills” aveva espresso l’invadenza della moneta fino a coprire l’intero spazio con una moltiplicazione all’infinito del biglietto verde, lui oscura il dollaro e non lo moltiplica, lo riproduce in negativo; del resto la sua è una metafora opposta rispetto all’altra.
Uguale ispirazione in “Crash”, questa volta sono le immagini di “Death and Disaster ” di Warhol il riferimento, ma anche qui è diverso il messaggio: mentre in Warhol si avvertiva l’angoscia dinanzi all’incidente mortale, qui all’avvertimento si unisce una forma di seduzione pubblicitaria.
Altre immagini di violenza sono quelle della serie “Still Life”, 2012, un’originale galleria di ritratti famosi, le teste e i corpi di un museo delle cere che era stato distrutto dai vandali, e lui riuscì a fotografare. I pezzi ripresi dopo la razzia, smembrati e stravolti, sono la metafora del disfacimento della carne e, trattandosi di personaggi famosi – tra cui i Vip che riprendeva nei suoi richiestissimi ritratti fotograficii e i “Politicians anonimous” – diventano metafora della caducità del successo. E’ un magazzino dell’umanità più ammirata in disfacimento, alla commiserazione per la triste sorte delle icone celebrative si associa il fascino perverso che ha sempre accompagnato la caduta degli dei, quasi un contrappasso.
Al mondo dell'”upper class” è rivolta la recentissima serie “Aristocracy”, del 2015, voli di aeroplani ad alta quota come uccelli impazziti si avvitano nel cielo percorso da vortici cromatici come i fumogeni nelle manifestazioni aeree. Il titolo richiama i passatempi estremi dei Vip per vincere la noia, mentre nella composizione ancora una volta coesistono due motivi opposti, la banalità e caducità da un lato, la seduzione dall’altro: una seduzione non diversa da quella dell’Aeropittura futurista. Vi è stato visto anche un richiamo alle tempeste di Turner.
Sulla stessa lunghezza d’onda “Hearth Laughs in Flowers”, titolo di una poesia del poeta americano del XV secolo Emerson, la terra ride nei fiori rappresentati in composizioni con oggetti del consumismo, futili e stravaganti, dai cellulari ai giochi sex, dalle maschere alle clessidre, dalle bambole alle protesi al silicone: anche qui una metafora della pretesa umana di dominare la natura piegandola alle proprie aberrazioni, con un certo compiacimento nella consueta ambivalenza.
Le spettacolari immagini sulla civiltà del petrolio e dell’atomo
E siamo alle immagini spettacolari di “Gas Stations” e “Land Scape”, che si riferiscono ad impianti petroliferi e centrali nucleari, ricostruite in miniatura e fotografate ingrandite.
In “Gas Stations”, del 2012, sono protagoniste le stazioni di rifornimento di combustibile, che hanno trasformato la vita accelerando la mobilità in un processo sempre più accelerato e coinvolgente che ha inciso profondamente sull’economia e sulla società diventando anche il fattore dominante della politica internazionale, e il motivo di conflitti e guerre per assicurarsi l “oro nero”. Le stazioni vengono ambientate in una foresta pluviale, come reperti archeologici di un lontano futuro, in un ritorno ai primordi, forse per marcarne il contrasto con la natura: una constatazione e una denuncia insieme. Una sorta di “altra America” contrapposta alle ridenti rappresentazioni di Edward Hopper della vita americana attraverso le ridenti abitazioni con le persone viste nella serena quotidianità. Dipinge anche “Scism Shift“, lo sconquasso del sisma .
Nell”anno successivo, il 2013, ecco le centrali di “Land Scape” : sembrano cattedrali della modernità, imponenti e scintillanti, e si fa fatica a credere che siano quei modellini costruiti in modo del tutto artigianale assemblando lattine e plastiche di uso comune e ripresi nell’ambiente naturale accuratamente scelto per accrescere l’effetto, come documenta il filmato che vede l’artista con i suoi aiutanti all’opera come su un set teatrale o cinematografico. Sono isole nel deserto di un nuovo mondo allucinato, ma fanno pensare più alle luci del Luna park che allo squallore del Day after nucleare; anche qui forse l’artista gioca sulla ambivalenza; comunque è un misto di reale immaginario, di evocazioni e di astrazioni.
Il 2013 è anche l’anno dell’ “Self Portrait as an House”, lo straordinario “autoritratto” di un’abitazione il cui spaccato è popolato di immagini surreali con nudi singoli e di gruppo nelle più diverse posizioni: un forte dinamismo caratterizza la composizione che evoca quanto si nasconde dietro le pareti domestiche portato alla ribalta di un virtuale spettacolo teatrale.
Le immagini di ispirazione religiosa
La mostra termina nella spettacolare galleria superiore con una serie di immagini ispirate a una religiosità calata nella contemporaneità in un linguaggio Pop. Si comincia con “Last Supper”, mentre il “Diluvio” aveva l’ispirazione michelangiolesca, qui l’ispirazione è leonardesca: sono 13 fotografie, l’Ultima cena è resa attraverso una serie di teste e di mani che si incrociano come alla ricerca di un dialogo e di un’intesa.
Ma è “Jesus is my Homeboy”,“Il mio Gesù privato” , dl 2003, che colpisce con la sua spettacolarità; sono grandi composizioni riferite ai fatti evangelici in cui Gesù ha un’ immagine che collima con quella tradizionale pur se in abiti moderni, nei luoghi pop come “fast food” e simili, e con giovani del nostro tempo. Questo non attenua il senso del divino, espresso dagli atteggiamenti ieratici e dalla sua figura carismatica, e vi aggiunge il messaggio di denuncia delle disuguaglianze e dell’emarginazione. Nelle opere si nota un uso magistrale della luce per rendere il soprannaturale, per questo hanno parlato di Rembrandt; vediamo in particolare Gesù nel lavaggio dei piedi della Maddalena e Gesù nellaResurrezione.
Poi abbiamo le due “Pietà”, “Courtney Love” del 2006, in cui Gesù è riverso tra le braccia di una donna dai capelli biondi; “American Jesus” è di alcuni anni dopo, questa volta è Gesù che tiene in grembo il corpo riverso di Michael Jackson, è ambientato in una foresta, il dramma della perdita è rischiarato dalla luce del nuovo giorno, forse il riscatto dalla macchia della pedofilia del divo pop.
Che dire al termine della visita alla mostra? E’ un tour spettacolare, tra rappresentazioni molto diverse tra loro, alcune animate da un’umanità inquieta e tormentata, ma non inerte né rassegnata; altre che pongono al centro il mondo disumano in cui l’umanità si trova immersa, che va dai piccoli e futili oggetti quotidiani alle stazioni di servizio e alle grandi centrali atomiche, in cui comunque si può vedere qualcosa che va oltre ciò che causa l’alienazione e il pessimismo esistenziale.
Le sacre rappresentazioni di matrice religiosa sono quelle che restano impresse per la loro forza evocativa, del resto lo “shock emotivo” era alla base della fotografia dell’artista anche nella prima fase “glamour” e pubblicitaria. Non si dimentica la convulsa composizione del “Diluvio”, né la sequenza di scene della vita di Cristo in salsa pop ma non per questo prive di senso del divino.
E’ quanto basta perché la mostra lasci un segno nel visitatore, comunque la pensi.
Info
Palazzo delle Esposizioni,via Nazionale. 194, Roma. Da domenica a giovedì, tranne il lunedì chiuso, ore 10,00-20,00; venerdì e sabato apertura fino alle 22,30; ingresso fino a un’ora dalla chiusura. Biglietto intero 12,50 euro, ridotto 10,00; 7/18 anni 6 euro, gratuito fino a 6 anni, scuole 4 euro per studente tra 10 e 25 studenti dal martedì al venerdì con prenotazione obbligatoria. Tel. 0639967500 e 848082408 (per le scuole). http://www.palazzoesposizioni.it/. Catalogo “David Lachapelle, Dopo il Diluvio/ after the Deluge”, a cura di Gianni Mercurio, in collaborazione con Ida Parlavecchio, aprile 2015, pp. 240, formato 26 x 28,5. Per le citazioni del testo cfr. i nostri articoli: in questo sito su Warhol il 15 e 22 settembre 2014, su Turner e la pittura inglese del ‘700 il 18 maggio 2014, per l’aeropittura e il futurismo, “Tato, la spettacolare aeropittura alla Galleria Russo” 19 febbraio 2015 e “Marinetti, disegni e quadri futuristi alla Galleria Russo” il 2 marzo 2013; in “cultura.inabruzzo.it”, su Hopper 12 e 13 giugno 2010, sul Futurismo il 30 aprile, 1° settembre e 2 novembre 2009 (cultura.inbruzzo,it non è più raggiungibile, gli articoli saranno trasferiti prossimamente in questo sito).
Foto
Le immagini sono state riprese nel Palazzo delle Esposizioni alla presentazione della mostra, si ringrazia l’Azienda Speciale Expo, con i titolari dei diritti, in particolare Lachapelle, per l’opportunità offerta. In apertura, “Diluvio”, 2006; seguono, “Negative currency”, 2008, e “Scism Scift”, 2012; poi “Politicians anonimous” e “Gas stations”, 2012,quindi “Land Scape” e “Self Portrait as an House”, 2013; infine “Aristocracy”, 2015 e il “Lavaggio dei piedi della Maddalena” della serie “Il mio Gesù privato”, 2003;di questa serie,in chiusura, una delle immagini corali di“Last Supper” .
A Civita di Bagnoregio, “la città che muore” per la fragilità geologica, “la città incantata” per il suo straordinario fascino, il 10, 11, e 12 luglio 2015 si svolgerà il “Meeting internazionale dei disegnatori che salvano il mondo”, con la partecipazione di artisti del cinema di animazione e vignettisti, illustratori e artisti visivi, compresi gli “street artists”. Daranno “spettacolo” con mostre e proiezioni, incontri e workshop nei palazzi e nelle strade, fino alle osterie e alle case private in un happening che si annuncia stupefacente.
Gli incontri su Civita con il presidente Zingaretti e il sindaco Biagiotti
L’ incontro del 9 luglio nella sede della Regione Lazio è stato ben diverso da quello del 19 maggio 2015, sempre a Roma, nella sede dell’associazione Civita che prende il nome dal borgo, seguito da una apposita giornata nel borgo il 19 giugno. . Protagonisti ancora il presidente Nicola Zingaretti e il sindaco Francesco Bigiotti, con oggetto e intenti differenti rispetto all’altra manifestazione, seppure convergenti.
Allora si trattava di lanciare un appello per la salvezza della “città che muore” e della valle dei calanchi minacciate dalle frane, lo fece Zingaretti seguito da un gruppo di illustri firmatari con in testa Giorgio Napolitano, poi si sono aggiunti ventimila cittadini che lo hanno sottoscritto; il tema era porre rimedio al deperimento della massa tufacea su cui il borgo poggia, con interventi urgenti di consolidamento, all’appello dei Vip seguì la cerimonia popolare “in loco”.
Questa volta, sempre per Civita, è stata lanciata una “tre giorni” che più festosa non potrebbe essere, così la “città che muore” lascia il posto alla “città incantata”, nel senso che incanta il visitatore, come avvenne per il maestro giapponese Hayao Miyazaki che mise questo titolo al suo film ispirato al borgo. Vi hanno girato scene anche Fellini per “La strada”, Sironi per “Pinocchio”, Garrone per “Il racconto dei racconti”.
Dal 10 al 12 luglio 2015 il borgo avrà una “total immersion” nel cinema di animazione e nel disegno satirico, nell’arte visiva e nella “street art”. Non solo nei palazzi come sedi espositive, ma all’esterno, per far penetrare in profondità nel borgo la ventata di vitalità e di ottimismo anche irridente diffusa a piene mani dagli artisti di questo genere di espressione.
La presentazione dell’evento alla Regione Lazio
Introdotti da Giovanna Pugliese, coordinatrice del progetto ABC, ne hanno parlato il sindaco Francesco Bigiotti e il direttore artistico Luca Raffaelli, ha concluso il presidente Nicola Zingaretti inquadrando la manifestazione nel progetto “ABC, Arte, bellezza, cultura” per l’intera regione Lazio: in particolare per Montecassino dove il 2 luglio è stato riaperto il “Percorso della Battaglia”, per l'”isola ponziana” tra Formia e Ventotene, per Rieti e il cammino di San Francesco.
Il sindaco Bigiotti ha confermato il suo atteggiamento positivo, già manifestato nell’incontro presso la sede dell’associazione Civita, dove, pur nell’apprensione per la minaccia delle frane da scongiurare con opere di consolidamento, sottolineò l’impetuosa crescita turistica, che in pochi anni ha decuplicato le presenze. Nell’incontro alla Regione ha fornito i dati più aggiornati di un trend fortemente ascendente: tra giugno 2014 con 16 mila ingressi nel borgo, e giugno 2015, con circa 32 mila ingressi, la frequenza è raddoppiata, facendo registrare la maggiore crescita turistica a livello europeo.
Altro che “città che muore”, è viva e vitale, lo vogliamo ribadire. Mentre l’altro appellativo, “città incantata”, conferma tutta la sua attualità per i tre giorni che preannunciano un autentico incanto.
Il direttore artistico curatore Luca Raffaelliha illustrato il programma, ma prima di citare le principali manifestazioni, vogliamo evidenziare ciò che ha detto Zingaretti, a conferma che non si tratta di un evento occasionale o isolato, ma si inquadra nella strategia adottata a livello regionale per valorizzare il territorio mettendo a frutto le sue potenzialità che spaziano in diversi campi che vanno collegati in una visione unica.
Il 2 luglio a Montecassino Zingaretti aveva posto in primo piano i valori della storia e della religione, oltre che della cultura, con l’aggiunta dell’enogastronomia; per Civita di Bagnoregio la cultura è al centro, unita anche qui all’enogastronomia, il luogo è ideale per manifestazioni culturali di livello internazionale.
La strategia per l’intera regione punta alla valorizzazione del territorio facendo leva su eventi di grande qualità, come quello per Civita, in luoghi suggestivi: “Un luogo meraviglioso richiede un grande evento culturale”, ha detto; si devono valorizzare insieme tutte le sue potenzialità, compresa quella enogastronomica. Ha parlato di “unicità”, impostazione che viene seguita in modo coerente e deciso cogliendo tutte le occasioni, in particolare la vetrina mondiale dell’Expo, che consente di presentare i prodotti tipici in una valorizzazione a 360 gradi del territorio, appunto nella sua “unicità”.
Per Civita di Bagnoregio la “tre giorni” risponde all’esigenza di “riempire i luoghi di contenuti” all’altezza del loro valore ambientale e storico. Nello stesso tempo viene portata avanti l’iniziativa volta alla tutela del borgo minacciato dalle frane, mediante un tavolo tecnico previsto per il 14 luglio con la partecipazione delle istituzioni interessate, Regione, Provincia, Comune e Ministero dei Beni culturali e Turismo.
Abbiamo chiesto se viene considerata la possibilità di una legge speciale come quella del 1978 per la rupe di Orvieto e la collina di Todi, rifinanziata negli anni fino a investire 500 miliardi di lire nel consolidamento della massa tufacea e in altre iniziative di recupero: “Nel tavolo tecnico saranno considerate tutte le 1978 possibilità, anche se sembra non sia più il tempo di leggi speciali”, è stata la risposta.
Ci sentiamo tuttavia di osservare che, essendo stato richiesto l’inserimento di Civita di Bagnoregio tra i siti dell’Unesco patrimonio dell’umanità, non sembra eccessivo pretendere un intervento decisivo delle istituzioni nazionali per il consolidamento che eviti crolli rovinosi e irrimediabili. Il problema supera i limiti regionali, come la qualifica di sito Unesco è un riconoscimento per l’intero paese, e se a livello nazionale non si ritenesse di dover investire quanto è necessario per salvare una perla della natura e della storia, tale scarsa considerazione potrebbe compromettere la stessa domanda che meritoriamente è stata avanzata all’Unesco. Nè sarebbe giustificato l’alibi ormai consueto della “legge di stabilità”.
La “tre giorni” di Civita sull’animazione artistica
Siamo giunti così alla “tre giorni” di Civita, 50 artisti di tante nazioni per “La città incantata. Meeting internazionale dei disegnatori che salvano il mondo”. Ecco come lo ha presentato il direttore artistico Luca Raffaelli: “Civita di Bagnoregio è un simbolo del mondo da salvare. Così, all’interno di questo paesaggio unico e straordinario, vogliamo far vivere e scoprire l’incanto della realizzazione dei disegni e dei film animati per creare l’energia dell’arte vissuta e condivisa”. Ne ha dato il profilo etico: “Gli eroi del cinema di animazione lottano per i più deboli”, come altri storici eroi dei fumetti, primo tra tutti l’Uomo mascherato, aggiungiamo noi; viene presentata anche l’intervista ad una ragazza siriana, schermata, è stata torturata ma è indomita nella sua denuncia.
Disegno e cinema di animazione in una caleidoscopica varietà di stili, contenuti e forme, nello stretto contatto tra autori e pubblico, con molte creazioni concepite e realizzate all’aperto sotto gli occhi di tutti. Sarà una interazione feconda, perché in questo modo diventano “street art” anche altre forme artistiche.
Palcoscenico della rappresentazione corale teatrale saranno la piazza e i vicoli, i palazzi e le osterie, fino alle case private nel coinvolgimento totale in un’arte così popolare e divertente. Lo spettacolo sarà quanto mai vario, non solo anteprime e proiezioni, mostre e incontri, anche workshop ed altri eventi, tutti a ingresso libero, una vera festa popolare innestata nello show artistico al più alto livello qualitativo e rappresentativo.
Gli spettacoli di animazione presentati e i film proiettati
Un’anteprima assoluta è in programma con la mostra interattiva ed itinerante del film-maker Ram Devinemi, il “giovane supereroe indiano” celebre per i suoi fumetti ispirati ai racconti mitologici contro la violenza sulle donne. Di riscontro una mostra antologica sull’artista e regista d’animazione Manfredo Manfredi, premio Oscar 1977 per il cortometraggio d’animazione, viene ricordato anche come autore dei disegni della sigla di “Carosello”, il popolare contenitore di spot pubblicitari artistici di un’epoca divenuta mitica della TV .
Sempre nell’animazione, uno dei fumettisti italiani più seguiti sui social network, Sio, con le sue “vignette virali” sul canale Youtube Scottecs; e Gipi che presenterà la “graphic novel” dal titolo “Una storia”, romanzo a fumetti candidato al Premio Strega 2014, un riconoscimento che ne sottolinea il valore. E poi Lola Airaghi con il nuovo personaggio “Morgan Lost”, Leo Ortolani con il suo eroe giallo-blu Rat-Man, Maurizio Forestieri, che ha fondatolo storico studio di animazione Graphilm, premiato per gli “inserti manga” nel film di Marco Pontecorvo “Tempo instabile con probabili schiarite”, Donato Sansone aka Milky Eyes, con il suo universo surreale di animazione, autore dell’immagine ufficiale del meeting nel quale presenta alcune suggestive creazioni video. E poi i fumettisti Ausonia, Davide De Cubellis e Andrea Ferraris. Tutti incontreranno il pubblico nei tre giorni, in uno scambio fecondo di impressioni e di emozioni.
Dagli autori delle animazioni ai film dei quali verrà proiettata un’accurata selezione a Bagnoregio, che dista pochi minuti di passeggiata in uno scenario panoramico incomparabile. Citiamo il recente vincitore al festival Annecy 2015, “We Can’t Live Without Cosmos”, del russo Konstantin Bronzit, una storia di amicizia di due cosmonauti uniti dal sogno di volare nello spazio; “Bambini senza paura”, dell’italo-francese Michel Fuzelklier, con Babak Payami, sul bambino pakistano Iqbal Masih, simbolo eroico della lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile; un momento di alto valore etico come lo è “Suselma” di Jalal Maghout’, presentato allo stesso festival, con l’intervista alla donna siriana di cui ha parlato Raffaelli, incarcerata e torturata, ripudiata dalla famiglia per la sua lotta contro il governo siriano e le sue rivendicazioni femministe.
Il pubblico coinvolto, incontri e workshop fino all’enogastronomia
Non saranno come i “dibattiti” di famigerata memoria gli incontri e i workshop nei tre giorni di Civita, nulla di noioso e ideologico, suscitano interesse anche gli aspetti tecnici della creazione artistica
Gli “incontri” riguardano la costruzione di uno “storyboard”, dall’idea alla realizzazione, il rapporto tra la musica e le immagini, il doppiaggio; ci sarà il regista spagnolo Damiàn Perea, che ha prodotto e diretto Aninayo, con effetti speciali e video giochi; Valentina Amico, di Digital Video all’avanguardia nei software per il cinema di animazione, per la prima volta nel nostro paese illustrerà i procedimenti con cui lo Studio Ghibli realizza i suoi film, e al riguardo è d’obbligo la citazione della “Città incantata” del maestro giapponese Hayao Miyazaki, con al centro Civita, come ricordato all’inizio.
Nei “workshop” gli artisti rivelano al pubblico i propri segreti, dall’ispirazione alle tecniche utilizzate, comprese quelle più avanzate, si va dallo “stop motion” all’animazione 3D , dal disegno graffiato sulla pellicola all’animazione con pupazzi di plastilina, fino al disegno pittorico su carta.
Citiamo infine un evento nell’evento, la squadra di artisti della Sergio Bonelli Editore, partner della manifestazione con l’Officina Bonelli: basti dire che il pubblico potrà incontrare i suoi disegnatori, grafici e sceneggiatori, e discutere con loro; inoltre potrà assistere alla creazione dal vivo delle tavole di personaggi amati come Tex e Dylan Dog, Zagor e Mystère. Ecco gli artisti dell’Officina Bonelli che lavoreranno dinanzi al pubblico e ne soddisferanno le curiosità: Airaghi e Bigliardo, Caluri e Campana, De Cubellis e Di Vincenzo, Laurenti e Mammucari, Mangiantini e Pontrelli, Recchioni e Rotundo, Santucci, Soldi e Uzzeo.
Non mancherà l’enogastronomia, cui Zingaretti si è richiamato: come fruizione diretta, la degustazione nei tre giorni del meeting dei cibi tipici negli stand di Expo 2015; come trasposizione artistica, le tavole originali che gli artisti realizzeranno sui temi dell’Expo e, altro coinvolgimento diretto della gente, il pubblico le potrà acquisire con una donazione, il cui ricavato andrà a “Save the Children” la benemerita Onlus che tutti conoscono per la meritoria attività scolta dal 1919 in difesa dei bambini anche con le adozioni a distanza.
Il palcoscenico e il set della rappresentazione di Civita
Abbiamo detto che palcoscenico e set della rappresentazione saranno piazze e vicoli, fino alle osterie, palazzi e case private. Perciò cerchiamo di descrivere il programma come un film: abbiamo dato la sceneggiatura, passiamo alla scenografia.
A Civita, a Palazzo Alemanni, dov’è il Museo geologico, nella sala grande al primo piano gli “incontri con gli ospiti”, e sono previsti i grandi nomi che abbiamo citato, da Manfredo Manfredi sulla propria vita tra pittura e animazione a Valentina Amico sul film “La città incantata”, da Devineni sulla storia dell’indiano contro la violenza sulle donne a Maghout sulla violenza contro l’indomita donna siriana, da De Cubellis sulla traduzione in film di una storia a Sio, “dall’idea buffa alla cosa buffa”, da Ortolani su Rat-Man a Gipi & Uzzeo, Mammucari e tanti altri. La mostra di Manfredo Manfredi che “racconterà l’irraccontabile” a Palazzo Colesanti; all’ingresso del borgo la mostra di Devineni.
Nella Sala Medori altri “incontri con gli ospiti”, dopo quelli del Palazzo Alemanni, saranno ben quindici, tra loro citiamo Filippi sull’animazione per adolescenti e Fuzellier contro lo sfruttamento del lavoro minorile, e poi Cannarsi sul doppiaggio e su “La città incantata”, e Uzzeo sulle differenze tra cinema e cartoni animati, “un’unica arte”, la Mori sui monologhi animati e Forestieri sulle animazioni inserite nel film di Pontecorvo, la Ferrario sulla plastilina , Kramer & Spinelli su “tra cerchi e rotoli lo scorrere della creazione”.
Dai palazzi si passa all’aperto: gli incontri con gli artisti al lavoro nella piazza di san Donato: i workshop nella piazza del Vescovado, ci saranno la Airaghi e Soldi sul disegno a fumetti, Perea sulla “pixillation”, e ancora la Ferrario sulla plasitilina; e nella Corte della Maestà Carrano su come animare graffiando al pellicola. Nello Spazio Panorama gliincontri con Ausonia & Andrea Ferraris e con Gipi, nella Casa Pinocchio la mostra di Villoresi, nello Spazio Cenciarelli la folta troupe di artisti, già citati, dell’Officina Bonelli. Di scenaanche l’osteria “Al forno di Agnese” con MPS.
Non finisce qui, sarà coinvolto l’abitato di Bagnoregio, nella piana a pochi minuti da Civita. Nell’Auditorium Vittorio Taborra la mostra di Manfredo Manfredi e le proiezioni, l’esecuzione di “Cantanimando” del coro polifonico “Città di Anagni”; nella piazza dell’Auditorium altre proiezioni e il concerto “Lemuri” di Centrone, con Tedeschi alla chitarra e De Vita ai disegni, originalissima composizione del complesso; sempre nella piazza la lista dello stand Editoria per l’iniziativa rivolta a Save the Children.
Lo spazio per video giochi nei tre piani della Casa del Vento e l’Info point a pianterreno completano il set.
Tutti a Civita dal 10 al 12 luglio
Abbiamo cercato di rendere lo sforzo organizzativo e l’impegno artistico della “tre giorni” di Civita. Non resta che recarsi nel borgo per vivere la manifestazione che è un inno alla vita, espressione di una gioia di vivere che non dimentica i drammi e le ingiustizie del mondo, e si impegna anche in una solidarietà attiva.
Sono i valori etici di cui ha parlato il curatore Raffaelli, inseriti nel disegno culturale e socio-economico di promozione del territorio delineato dal presidente Zingaretti.
Il sindaco Biagiotti potrà trarne nuovi motivi per il suo ottimismo contagioso, che può essere di esempio, e ha dato i risultati di eccellenza che sono sotto gli occhi di tutti: con la trasformazione della ” città che muore” nella destinazione turistica più dinamica d’Europa, perché è “la città incantata” che la sensibilità orientale ha mostrato al mondo e tocca a noi difendere dalle minacce alla fragilità geologica e valorizzare con promozioni culturali come questa “tre giorni” da favola.
Info
Il meeting si svolgerà nell’abitato di Civita di Bagnoregio e a Bagnoregio, tutte le manifestazioni all’interno e all’esterno sono aperte al pubblico a ingresso libero. Cfr. i nostri articoli: in questo sito, per la precedente manifestazione, “Civita di Bagnoregio, appelli e azioni per ‘la città che muore” 20 giugno 2015 con altre 11 immagini del borgo; e per i luoghi citati del progetto ABC “Montecassino, il ‘Percorso della Battaglia’ simbolo di pace” 6 luglio 2015; in www.antika.it per le isole ponziane, “Villa Giulia a Ventotene, e la capacità umana di far soffrire anche in Paradiso” 24 ottobre 2010, “Santo Stefano, archeologia carceraria del penitenziario-teatro” in due parti il 2 e 8 ottobre 2010; in cultura.inabruzzo .it “Il bombardamento di Montecassino” 15 febbraio 2009 nel 65° anno della distruzione, in “Realtà del Mezzogiorno” “Dal paradiso all’inferno e ritorno” febbraio 1984 nel quarantennale.
Foto
Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante, quelle di Civita di Bagnoregio il 19 giugno nel borgo in occasione della manifestazione-appello per la sua salvezza dalla minaccia delle frane; l’immagine della presentazione è stata ripresa nella sede della Regione Lazio. In apertura, una veduta di Civita con la Valle dei calanchi, segue la presentazione alla Regione Lazio, parla il presidente Zingaretti, alla sua destra Giovanna Pugliese del progetto ABC, alla sua sinistra il sindaco Biagiotti e il curatore del meeting Raffaelli; poi una serie di 5 immagini del borgo concluse da un’altra veduta di Civita; infine il logo del meeting e, in chiusura, il logo del Progetto “ABC Arte, bellezza, cultura” della Regione Lazio.
Nel Vittoriano, nell’ala Brasini, lato Fori Imperiali, nel programma “Roma verso Expo” torna l’Africa con due mostre, per un grande paese in una particolare ricorrenza nazionale, “Mozambico 40 anni d’indipendenza: unità, pace e progresso”, dal 25 giugno al 9 luglio 2015, e per due piccole isole-stato, con “Sao Tomé e Principe si presenta”, dal 22 luglio al 4 agosto. La vetrinaromana dell’Expo si arricchisce di nuove presenze, dopo le tante presentazioni di paesi che si sono succedute dall’ottobre 2014 e le tante che seguiranno con un ritmo incessante che vede “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia mobilitata senza ridurre l’impegno nelle altre attività, in particolare la realizzazione delle importanti mostre d’arte nel complesso monumentale.
Mozambico, un’oasi di pace e di sviluppo
Il Mozambico è un paese situato nella costa sud orientale dell’Africa, l’apertura della mostra al Vittoriano avviene nel 40° anniversario dell’indipendenza dal Portogallo, avvenuta il 25 giugno 1975. E per questo è stata preceduta da un Simposio nella Sala Verdi con autorevoli interventi che hanno rievocato quella data fatidica. L’Italia ha dato il suo contributo per favorire la fine del conflitto e la città di Reggio Emilia ha dato prove di solidarietà attiva con il popolo del Mozambico durante la lotta per la liberazione nazionale, iniziata il 35 settembre 1964 ad opera del Fronte di liberazione del Mozambico. A Roma il 4 ottobre 1992 è stato firmato l’Accordo Generale di Pace tra il Governo e la RENAMO (Resistência Nacional Moçambicana) con l’appoggio del governo italiano e la mediazione della Comunità di Sant’Egidio..
E’ una delle economie più promettenti dell’Africa, in forte crescita economica da 15 anni, con tassi di sviluppo del 7-8% annui. Indubbiamente la pace e la stabilità hanno creato le condizioni favorevoli, che mancano nelle regioni dell’Africa sconvolte da endemici conflitti locali; le riforme economiche del governo hanno fatto il resto. Un’oasi di pace e di sviluppo nell’Africa inquieta.
Le risorse naturali sono alla base dello sviluppo, in particolare quelle minerarie ed energetiche che attirano rilevanti investimenti nella ricerca e trasformazione. I grandi giacimenti di gas naturale e carbone scoperti offrono prospettive sempre più promettenti tanto che il paese si avvia ad essere uno tra i principali esportatori di risorse energetiche; si estrae anche oro e titanio, marmo e zircone. A queste risorse minerarie si aggiungono quelle naturali dell”agricoltura e delle foreste con l’agroindustria soprattutto per il fabbisogno alimentare del paese, ma anche con esportazioni di cereali e tuberi, ortaggi e frutta; la pesca e l’acquacultura concorrono allo sviluppo esportando sui mercati europei ed asiatici. Tre importanti porti, Nacala, Beira e Maputo, sono utilizzati anche a servizio dei paesi vicini senza accesso al mare.
Ha un ruolo importante l’industria, con iniziative in atto e opportunità di investimenti futuri non solo nei settori di trasformazione delle risorse agricole ed energetiche citate, ma anche nel tessile e nei metalli.
Spicca il ruolo del turismo, per la bellezza dell’ambiente con i 2500 chilometri di costa marittima, le spiagge incontaminate, le isole, gli arcipelaghi e i parchi marittimi, come il Parco nazionale dell’Arcipelago di Barazzuto, le isole Querimbas e l’isola di Inhaca di fronte alla capitale Maputu; all’interno si possono visitare le riserve naturali, e le riserve di caccia faunistiche, in particolare il Parco di Gorongosa e il Parco del Grande Limpopo. L’Ihle de Mocambique, collegata alla terraferma da un ponte di 3 chilometri, è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco nel 1991. Vengono potenziate le infrastrutture viarie ed energetiche in collaborazione tra lo Stato e il settore privato.
I rapporti con l’Italia sono proficui a livello economico, sociale e culturale, Si segnalano gli accordi per favorire gli investimenti e quelli per evitare la doppia imposizione, come l’assistenza fornita dalla cooperazione nei settori dell’educazione e salute, sviluppo rurale e potabilizzazione dell’acqua. Sul piano culturale, il Mozambico partecipa con i suoi artisti alla Biennale di Architettura e alla Biennale d’arte di Venezia, nonchè al Salone del Libro di Torino.
E, dulcis in fundo, partecipa all’Expo di Milano, nel cluster “Cereali e tuberi”, le sue produzioni leader, con il titolo “Dalla tradizione all’innovazione: nutrire la vita, coltivare i sogni”. Protagonisti i suoi prodotti tipici, patate e manioca, mais e miglio, dei quali vengono illustrate le caratteristiche e narrata la storia, collegandola alle usanze delle popolazioni. Due percorsi sviluppano la tematica, “Il ruolo delle donne in agricoltura” e “Biodiversità e conservazione dell’ecosistema”. Va sottolineata l’estrema varietà delle produzioni alimentari e insieme l’impegno a ricercare tecniche sempre più efficaci per lo sviluppo produttivo in una presentazione visiva che riproduce la mappa del Mozambico con l’articolazione del suo territorio.
Alla presentazione della mostra in grande rilievo la figura dell’ambasciatore, Carla Elisa Luis Mucavi. , sfolgorante nel costume tradizionale rilucente oro, ha parlato a lungo della ricorrenza celebrativa e dei rapporti con l’Italia, non sono mancati gli inni nazionali.
L’esposizione unisce opere pittoriche sul tipico ambiente africano, e prodotti dell’artigianato artistico, in particolare sculture di arte makonde, batik, conchiglie, capulane, teli colorati, maschere tipiche e i caratteristici oggetti in legno. Autori gli artisti del paese Bertina Lopes, Malangatana Valente Ngwcaya e Miguel Rodrigues, e l’artista italiano Angelo Savarese con un’opera sulla bandiera del Mozambico. .
Infine sono esposte opere letterarie di mozambicani residenti in Italia, precisamente Amilca Ismael(La casa dei ricordi, Il racconto di Nadia, Effimera Libertá), Celestino Victor Mussomar (Lo sviluppo integrale endogeno per l’Africa Sub-Sahariana) e Amarildo Ajasse(Conversazioni impossibili – C’era una volta).
La msotra è a cura di Velia Littera di Pavart in collaborazione con Miguel Rodrigues.
Va sottolineato l’impegno profuso nella mostra e nella presentazione, la storica ricorrenza del quarantennale dell’indipendenza si unisce al ruolo avuto dall’Italia, due fattori che ne hanno fatto un evento di notevole portata tanto più che si è svolto in un luogo altamente simbolico come il Complesso monumentale del Vittoriano.
Sao Tomè e Principe, due isole di sogno
Dal Mozambico esteso 800.000 Kmq a due isole, che distano 140 km l’una dall’altra, con isolotti e scogli per complessivi 1000 Kmq: 860 circa nell’isola Sao Tomè lunga 65 Km e larga 35, e 140 circa nell’isola di Principe lunga 16 km e larga 8. Siamo nel Golfo di Guinea, a 300 km dalla costa occidentale dell’Africa, l’ambiente è tropicale, la vegetazione lussureggiante, tra valli, fiumi e torrenti, ci sono anche rilievi montuosi fino a 2000 metri nell’isola di Sao Tomè.
E’ un paradiso della natura meta di correnti turistiche, ma non solo, per la posizione strategica delle due isole: è posto nelle correnti di traffico verso i mercati emergenti dell’Africa, come Nigeria e Senegal, Costa d’Avorio e Camerun, Ghana e Angola. Per questo è integrato nella rete dei mercati dell’Africa occidentale e centrale, oltre a fruire di trattamenti preferenziali con UE e Stati Uniti.
Le riforme politiche e istituzionali, economiche e sociali sono volte a creare l’ambiente più favorevole per gli investimenti nazionali ed esteri. Viene sottolineata la liberalizzazione dell’economia con le privatizzazioni, e la sua modernità, tanto che i due terzi del Pil vengono dal settore dei servizi. Sono ridotti ai minimi termini i tempi per le autorizzazioni ad aprire un’impresa o iniziare un’attività nelle costruzioni; inoltre una serie di accordi e garanzie, esplicitamente richiamati, rendono gli investimenti sicuri, assicurando la protezione e la parità di trattamento nonché la possibilità di trasferire i profitti all’estero seguendo semplici regole e condizioni.
Ma quello su cui si fa leva soprattutto è l’assenza assoluta delle tensioni e dei conflitti che travagliano molti paesi africani e creano per gli investitori notevoli rischi, qui del tutto assenti: non ci sono conflitti sociali, rivalità religiose né criminalità, è questo “uno dei suoi beni più importanti”. E viene apprezzato, tanto che il paese è in ascesa nelle graduatorie internazionali.
Questo l’appello: “Il governo lancia una sfida d’internazionalizzazione dell’economia sao-tomese, invitando a tal fine gli investitori stranieri, per trarre vantaggio dagli attivi strategici che il Paese offre, per farli partecipare a grandi progetti infrastrutturali annunciati e in corso, come l’ampliamento e ammodernamento di porti e aeroporti, la costruzione di porti di trasbordo in acque profonde, l’esplorazione energetica ed altri.
Una posizione pragmatica e concreta questa, come la sua partecipazione all’Expo nel “cluster” del cacao. Viene presentato un progetto pilota che concilia biodiversità e sfruttamento del cacao nel miglioramento della qualità della vita della popolazione; e indica le nuove forme associative nella produzione del cacao mediante le quali si può creare un nuovo ciclo di economia agricola. Questa la sua risposta alla missione dell’Expo: “Nutrire il Pianeta in modo sostenibile”.
E’ un messaggio declinato nel padiglione in tre tematiche: l’ambiente naturale, il cacao e la biodiversità; l’ambiente umano, le piantagioni e l’agricoltura; la biosfera, l’Obo Natural Park, in relazione con la cultura della felicità in un allestimento architettonico ispirato a cacao e biosfera.
Viene presentato inoltre il popolo delle isole e il territorio nella sua bellezza, attraverso l’arte in musica e teatro, danza e arti plastiche, fotografie e video.
InfoComplesso del Vittoriano, Ala Brasini, lato Fori Imperiali,via San Pietro in carcere. Tutti i giorni, dal lunedì alla domenica compresa, ore 9,30-19,30. Ingresso gratuito, accesso fino a 45 minuti dalla chiusura. Cfr. i nostri articoli in questo sito: per le mostre precedenti al Vittoriano del progetto “Roma verso Expo”, nel 2015, Usa, Haiti e Cuba 3 luglio, Congo e Polonia 28 aprile, Tunisia e Dominicana 25 marzo, Grecia e Germania 22 febbraio, Estonia 7 febbraio, Vietnam 14 gennaio; nel 2014, Albania e Serbia 9 dicembre, Egitto e Slovenia 8 novembre.
Foto
Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nel complesso delVittoriano il giorno dell’inaugurazione delle due mostre, si ringrazoa Comunicare Organizzando di Alessandro Nicosia , con i titolari dei diritti, e le ambasciate dei due paesi, òper l’opportunità offerta.. Le 5 immagini iniziali sono della mostra del Mozambico, in apertura, un’opera di Bertina Lopes, conclude un’opera di Malangatana Ngwenya Valente; le 5 immagini successive sono della mostra di Sao Tomè, in apertura e chiusura oggetti caratteristici dell’artigianato tipico, al centro raffigurazioni artistiche di vita nelle due isole.