Francigena 2014, arte e storia, cultura e spiritualità, nel Lazio e nel Sud

di  Romano  Maria Levante

Il 28 aprile 2014 è stata presentata nella sede di Civita di Piazza Venezia a Roma,  che ne è promotrice con Radio Rai, l’iniziativa “La bisaccia del pellegrino: Francigena 2014, l’Europa a piedi verso Roma”   per  la valorizzazione del territorio nella parte nord dell’antica via di pellegrinaggio, facendo ripercorrere l’itinerario da giornalisti-camminatori di varie radio europee  e trasmettendo i loro resoconti in 10 apposite trasmissioni radiofoniche dei diversi  paesi in 9 lingue  per sei settimane consecutive, con inizio il prossimo 5 maggio. L’iniziativa è sostenuta dalla  Fondazione Roma, dalle  regioni Lazio e Toscana,  nonché dall’Associazione europea Vie Francigene, con la collaborazione di Romaincampagna.it e Fondazione Campagna Amica. Due preziose guide  “Touring Editore”, del 2012 e 2013 documentano con dovizia di immagini e di notizie, gli “itinerari a piedi” della “Via Francigena nel Lazio” e della “Via Francigena nel Sud”.

Ha introdotto l’incontro il vice presidente di Civita  Nicola Maccanico ricordando i  valori spirituali, oltre che storico-culturali e artistici della via Francigena e sottolineando l’importanza dell’estensione all’Europa di un percorso altamente simbolico e fortemente attuale.

Le radio europee e i giovani, le regioni Lazio e Toscana

Sergio Valzania, Vicedirettore  di Radio Rai,  si è soffermato sulla  partecipazione delle Radio europee che racconteranno nelle varie lingue la “camminata” del  pellegrino intesa anche come condivisione di esperienze e di valori nel momento in cui si condivide la lunga marcia a piedi.  Già la Rai ha diffuso la conoscenza della via Francigena tra gli italiani, ora sarà estesa anche all’Europa.

Franco Parasassi, direttore generale della Fondazione Roma, ha parlato del “radicamento di persone e di strade” della Via Francigena motivando così  la partecipazione della Fondazione: “promozione sociale e sviluppo economico da un lato, promozione della solidarietà dall’altro”. Un modo anche per strappare tanti giovani dalle deviazioni avvicinandoli a qualche forma di arte e cultura, perché “sulla Via Francigena c’è la condivisione e la solidarietà”. Si creano anche  opportunità di sviluppo economico in varie forme, per le iniziative che possono nascere, prodotti culturali che si traducono in crescita anche del prodotto interno lordo.   Richiama l’asset costituito dalla cultura e dalle tradizioni da utilizzare per promuovere sviluppo economico e insieme la solidarietà sociale.

Il rappresentante dell’Assessorato alla cultura della Regione Lazio  ha citato le iniziative per promuovere il tratto laziale dell’itinerario, tra cui un apposito e book.  E’ un modo per portare l’attenzione dei giovani, attirati dai prodotti della più avanzata tecnologia, su territori con valenze storiche e culturali notevoli. Questo si intende promuovere non in una visione limitata né tanto meno isolata, ma in contatto con altre regioni, in particolare la regione Toscana. C’è anche l’impegno  a sviluppare forme gestionali efficaci  per superare le difficoltà che si incontrano in sede locale, tenendo conto anche dei rilevanti costi di manutenzione.

Per la  Regione Toscana, dove si snoda il tratto più lungo della Francigena fino a Roma,  ha parlato il rappresentante dell’Assessorato al turismo  ricordando come il percorso sia ritenuto importante per lo sviluppo economico: dal 2009 la regione ha investito 13 milioni di euro sulla Francigena, il 2014 è un anno importante perché “il tratto toscano è ben attrezzato e segnalato, messo in sicurezza e completamente fruibile, anche le strutture di ospitalità vengono continuamente migliorate”.

Massimo Tedeschi, presidente dell’Associazione Europea Vie Francigene, che se n’è occupato da sempre, ricorda che negli ultimi dieci anni nel tratto più a nord è stato fatto molto, da comuni, regioni, associazioni; ma c’è  ancora molto da fare. ” La Via Francigena è legata ai valori europei, come accoglienza, pace e storia, e li rappresenta bene”.

E’ il ventennale del tratto che venti anni fa riconosciuto dal Consiglio d’Europa, ci sarà un convegno di riflessione, 1800 Km da Canterbury a Roma, anche gli “scettici inglesi” stanno prendendo coscienza dell’importanza di questo scambio culturale e  religioso.

Nell’Expo milanese verrà evidenziata l’eccellenze del cibo nella Francigena, un valore economico che nasce dalla cultura e dalle tradizioni locali. “L’uomo ha bisogno del cibo per la vita morale e materiale. Lo spirito di accoglienza e collaborazione Franchigena è  in chiave di solidarietà”.

Ci sono tre itinerari principali di valore storico e religioso: verso Santiago di Compostela, verso Roma e verso Gerusalemme. Nel Medio Evo il pellegrinaggio più importante era verso Roma, la via Romea nel IX secolo diviene via Francigena,  cioè francese.  Fidenza nel Medio Evo era punto di incontro di pellegrini dal Nord Europa, perciò a Fidenza c’è la sede dell’Associazione europea.

L’aspetto produttivo legato al cammino sulla Via Francigena

Carlo Hausmann, titolare dell’Azienda Romana Mercati, afferma che “la cultura alimentare è anzitutto cultura”.  Si incontrano culture alimentari molto diverse lungo il percorso, anche noi italiani ne sappiamo poco, perché ci fermiamo alla cucina regionale, pensando che ogni regione ha le proprie caratteristiche. “Ma non è sempre così, c’è la mappa dei dialetti, chi parla la stessa lingua mangia le stesse cose; il ‘made in Italy’ è una miniera di situazioni diverse nel tratto italiano della Francigena. I prodotti sono le parole, le ricette le frasi, la  cucina risultante linguaggio”.

La sua idea è di far provare ogni settimana un kit di prodotti diversi, selezionati e adatti al’uso del cammino: energetici e nutrizionali, con leggerezza di peso e giusto tenore di sale. Se questo funziona potranno entrare in una gamma ideale di cibo che accompagna il viaggio della Francigena.

C’è un mappa molto ampia di prodotti e specialità, 10.000 che confluiscono nelle ricette, in una grande biodiversità alimentare. Sappiamo come sono fatti e a che epoca risalgono, perché collegati all’itinerario. “Poi c’è la componente del racconto, molti non conoscono la nostra cultura alimentare che si sta perdendo, la sfida è creare lungo il tragitto una rete che faciliti questa trasmissione, per questo sono nati i narratori del gusto”. E’ la chiave per apprezzare i gusti autentici  e le differenze effettive e distinguerli dalle false imitazioni.

Mostra degli snack di sola frutta adattissimi alle camminate, e una bevanda chiamata “ambrosia”, con miele amaro, succo di limone, vicino a un antico prodotto romano. C’è bisogno di cose nuove aggiunte a quelle della  tradizione. “La bisaccia del pellegrino è comunque un biglietto da visita per la promozione dello sviluppo”.

Interviene De Amicis della Fondazione campagna amica,  che parla di sfida difficile nella fornitura di prodotti rigorosamente selezionati, espressione della biodiversità che si va riducendo nel mondo per l’industrializzazione che ha omologato i prodotti e anche il gusto. Qui si fa l’opposto con il riscoprire lungo il percorso imprese agricole che hanno i sapori e gli odori con il gusto originario.

Il turismo religioso ha molta importanza, vale 5 miliardi di euro l’anno, con papa Francesco aumenta, è un segmento che pur non spendendo molto, è culturalmente avanzato, quindi sa capire i prodotti selezionati.

Conclude  Sergio Valzania ribadendo che “la Via Francigena è il più bell’itinerario del mondo, ha il piccolo difetto di essere troppo bella, i paesaggi cambiano più volte in una giornata, si incontrano  meraviglie tutti i giorni, senza pause, in un territorio frammentato e ricco di attrazioni diverse, come se si passasse da un mondo  a un altro. E non è soltanto per i paesaggi naturali, ma anche per quelli creati dall’uomo, non solo l’architettura, anche il cibo e il vino italiano, sempre diversi.

Tornerà il 16 giugno, con gli altri camminatori, ricevuto solennemente a San Pietro, la prima meta.

La Via Francigena ieri e oggi

Ma come nasce la Via Francigena, e quali funzioni ha avuto nella storia? Le sue origini risalgono all’Alto Medioevo, intorno al 7° secolo, allorché i longobardi scelsero un itinerario per collegare il Regno di Pavia e i ducati meridionali, tutti sotto il loro dominio, lungo un percorso distante dalle località occupate dai bizantini, quindi relativamente sicuro. Attraversava l’Appennino nel valico della Cisa, proseguiva sulla Cassia e attraverso alcune valli raggiungeva Roma.

L’itinerario assunse il nome “Francigena”, cioè strada che proviene dalla Francia, allorché al dominio longobardo seguì quello francese, e divenne un importante collegamento, non solo per gli eserciti, ma anche per mercanti e pellegrini,  tra la parte settentrionale e quella meridionale. I pellegrinaggi si moltiplicarono dopo l’anno mille nelle tra Santiago, Roma e Gerusalemme.

Non ci sono selciati particolari, dopo la scomparsa di quelli romani, ma i sentieri sono per lo più piste di terra battuta dai pellegrini con luoghi di sosta per la notte nei centri abitati che si incontravano e venivano chiamati “mansioni” e con passaggi obbligati per valichi o guadi; e presentavano deviazioni e varianti per evitare paludi o interruzioni, fino agli agguati di briganti.

E va anche sottolineato che il percorso attuale non corrisponde a quello originario, dato che il tracciato romano spesso è stato incorporato nella grande viabilità e anche i centri abitati sono completamente trasformati, non servirebbe neppure dirlo.

Proprio per questi radicali cambiamenti è interessante rilevare –  si legge nella guida “Itinerari a piedi” – che  “oggi il viaggio a piedi lungo la Via Francigena, pur avendo ovviamente un significato diverso rispetto al Medioevo, conserva sorprendenti analogie con il pellegrino originario”, ma se ne distacca per un particolare: allora il cammino a piedi era una necessità per raggiungere la meta del pellegrinaggio, mentre oggi è una scelta perché lo si potrebbe fare con la più ampia disponibilità di mezzi di trasporto.  E questo ha un’implicazione ben precisa: a differenza dei tempi antichi come degli attuali viaggi in auto, treno o aereo, dove conta soltanto la meta, oggi  “il pellegrino a piedi decide consapevolmente di viaggiare con lentezza, nel suo immaginario il viaggio stesso vale più della meta. Una meta che deve continuare a esistere, altrimenti verrebbe meno il senso del pellegrinaggio, ma che passa in secondo piano rispetto al cammino verso quella meta”.

Ma come procede il cammino nelle mutate condizioni di oggi, i radicali cambiamenti intercorsi non sono stati tali da far svanire il fascino del viaggio e l’autenticità nell’atteggiamento del pellegrino?

La risposta che viene data è precisa e motivata: “Il percorso moderno cerca proprio di ricostruire le suggestioni dell’antico pellegrinaggio, le atmosfere rarefatte, la profondità degli incontri, salvaguardando nel contempo la sicurezza dei pellegrini”.  E lo fa in questo modo: “Il tracciato segue un fllo immaginario che lega le numerose perle artistiche, religiose, culturali che punteggiavano l’antico cammino, procedendo a zig zag per evitare le grandi vie di comunicazione”. Gli effetti: “Il nuovo itinerario è quindi più lungo punto di quello antico, ma questo ha un risvolto positivo: molti tratti della Via Francigena sono di tale bellezza che si vorrebbe non finissero mai”. Sentire queste parole nell’era della velocità esasperata non può che confortare, non tutto è perduto.

La Via Francigena nel Lazio

La guida della ” Via Francigena del Lazio”, di “Touring Editore”  è stata presentata, sempre nella sede dell’Associazione Civita, il 16 novembre 2012, con l’Assessore a Cultura, Turismo e Politiche giovanili della Regione Lazio Fabiana Santini, e il presidente dell’Associazione Europea Vie Francigene Massimo Tedeschi, oltre  al Segretario Generale di Civita, Albino Ruberti, i rappresentanti delll’Editore e il vice direttore di Radio Rai Sergio Valzania che ha realizzato, con la Comunità radiotelevisiva Italofonica,  un apposito programma itinerante di 7 settimane, tra maggio e giugno dello stesso anno, trasmesso da Rai 1 e da RaiWebRadio sul cammino della Via Francigena percorso personalmente a piedi con i giornalisti dell’emittente europea.  

E’ stata definita “una bussola cartacea”, ma è stata creata anche un’altra bussola ancora più attinente allo strumento nautico, una “Geoguida” – da scaricare con gli strumenti più recenti, come smartphone e Ipad – che “consente di mettersi in rete con luoghi, mappe, racconti di viaggio, monumenti ed eccellenze paesaggistiche attraverso l’attuale tecnologia, per camminare assistiti da una ricca e puntuale cartografia informatizzata, per essere accompagnati passo passo alla scoperta di sentieri, percorsi da scegliere, siti da scoprire”. In sintesi, “con l’aiuto del proprio cellulare, il turista-pellegrino di oggi può portare con sé tutto quello che gli occorre per transitare sulla Via Francigena nel Lazio settentrionale senza bisogno di consultare testi cartacei e cartine.

Anche per chi resta fedele alla guida tascabile le informazioni e gli avvertimenti non mancano, persino quello di non fidarsi troppo dei cartelli segnalatori – di cui  vengono puntualmente descritte le varie tipologie – perché potrebbero essere superati da varianti introdotte successivamente. Si descrivono le singole tappe con tempi di percorrenza e difficoltà, compresa l’ombreggiatura, fino ai punti di ristoro e i luoghi di accoglienza per la notte, per gli istituti religiosi riservati ai pellegrini occorrono le “credenziali” rilasciate dall’ “Associazione Europea Vie Francigene”  e poche altre.

Si attraversa il Lazio dalla Toscana in 9 tappe, lasciando la via Cassia nuova, che coincide pressoché  completamente con l‘antico percorso, per strade secondarie per lo più sterrate, il più possibile vicine al tracciato originario, in modo da toccare i punti più significativi.

Partenza da Radicofani, dove Ghino di Tacco  taglieggiava i viaggiatori bloccandoli nella gola – dalla rocca si domina su parte del percorso – poi crinali panoramici fino ad Acquapendente. Di lì si va tra gli ulivi fino al lago di Bolsena, per poi scendere verso Montefuascone. Da lì a Viterbo, definita “la città dei pellegrini”. Siamo nella Tuscia e attraversiamo l’Agro romano, ondulato con piccoli boschi, da Viterbo a Vetralla, da Vetralla a Sutri, fino a Campagnano di Roma, la città eterna ormai è vicina. Da Campagnano a La Storta si entra nei sobborghi, mentre l’ultima tappa porta a Monte Mario che era chiamato significativamente “mons gaudi”, cioè della gioia, perché si era ormai vicinissimi a San Pietro, la meta del viaggio per i pellegrini.

La Via Francigena nel Sud

La prosecuzione nel Mezzogiorno dell’itinerario, la guida della “Via Francigena nel Sud”, è stata presentata nel 2013, quindi tra le due manifestazioni del 2014 e del 2012 sopra ricordate. E’ sempre di “Touring Editore”, con una importante particolarità: non è una guida come le altre perché descrive l’itinerario compiuto effettivamente a piedi con altri giornalisti tra maggio e giugno 2012  dal Vice Direttore di Radio Rai Sergio Valzaina – intervenuto nella presentazione – e tradotto citato nel programma radiofonico dal titolo “Da Roma a Gerusalemme : le strade, il mare, la nostra lingua” . Perciò si apre e si chiude con due testi  di Valzaina, nei quali si sente l’emozione del moderno pellegrino di un mese  e mezzo di “itinerario a piedi”: “Dentro il futuro” alla partenza, “Salire a Gerusalemme” al termine.

Questo lungo tratto della Via Francigena è l’ultimo intinerario in Occidente, da Roma a Brindisi, prima del salto nell’Oriente dal porto pugliese verso la meta di Gerusalemme. Si svolge attraverso le vie consolari Appia e Prenestina, via Latina e Casilina, e i tratturi dove passavano le greggi per svernare in pianura – una rete dagli aspetti analoghi, con aree di sosta e di pernottamento – in un paesaggio molto vario tra pianure, colline e montagne, su basolati romani e sentieri sterrati, rovine e templi, cattedrali e santuari che si incontrano lungo il percorso.

La direttrice principale seguita è stata quella della Via Appia Antica, che veniva chiamata “Regina Viarum” e univa Roma a Brindisi, ma vi sono anche delle varianti rispetto al percorso dei giornalisti di Rai 1 che avevano il vincolo dei tempi prestabiliti per le trasmissioni radiofoniche; tra queste varianti  l’attraversamento di Terracina, e un percorso alternativo sull’Appia Antica rispetto a quello montano e più breve tra Sessa Aurunca e Benevento.  Anche in Puglia due alternative, quella interna sulla Via Traiana tra Canosa e Bari, quella marittima  da Canosa alla costa dove tradizionalmente i pellegrini potevano imbarcarsi per la Terra Santa, dopo l’eventuale visita al santuario di Monte Sant’Angelo, una meta intermedia molto praticata da raggiungere con la variante Troia- Monte Sant’Angelo.

Tutto descritto accuratamente nella “bussola cartacea” di cui si è detto sopra, con il pregio che tutto quanto è indicato – informazioni utili e schede tecniche, indicazioni topografiche e soprattutto splendide  immagini di luoghi, antichità, templi – è stato verificato e provato, sperimentato e raccontato da  “pellegrini” molto particolari e anche esigenti come i giornalisti radiofonici.

Le tappe questa volta non sono soltanto 9 come nel Lazio da Radicofani a Roma, ma ben 32, da Roma a Brindisi. Si passa per Castelgandolfo e Velletri, Cori e Sezze, poi dall’abbazia di Fossanova si va a Terracina con le rovine antiche e il Tempio di Giove Anxur che domina il Golfo del Circeo.   Poi Fondi con il lago e Formia con il mare, attraversate le gole di Sant’Andrea, Termina il Lazio e si entra in Campania, Sessa Aurunca e Nocellato, Santa Maria Capua Vetere e Maddaloni, Montesarchio e Benevento. Altre tappe per entrare in Puglia raggiungendo Troia e poi Cerignola, quindi  si passa per Canosa, Bisceglie e Bitonto, Bari e la meta Brindisi i grandi capoluoghi.

Non possiamo che concludere con le parole con cui Salzania riassume la sua esperienza nell’introduzione: “Il viaggiare  a piedi contemporaneo non è una continuazione di qualcosa ormai estinto né una fuga all’indietro, quanto piuttosto un modo efficace per conoscere se stessi e il mondo nel quale viviamo. Si colloca in uno spazio intermedio tra la meditazione e la ricerca sapienziale, fra la spiritualità monastica e l’esperienza estetica”.

E’ uno spazio di riflessione e di autoanalisi, un ripiegamento interiore connaturato con lo spirito del pellegrino e la lentezza cadenzata del cammino negli “itinerari a piedi”, che può portare alla  rigenerazione da tutti auspicata.

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Le immagini saranno inserite prossimamente

Pietracamela, le mostre sulla vita di ieri: lo sposalizio

di Romano Maria Levante

Il Premio internazionale di pittura rupestre Guido Montauti, di cui abbiamo dato notizia di recente, è la principale iniziativa per l’estate 2014 nel borgo montano alle falde del Gran Sasso, scadenza 31 luglio, 7 agosto selezione dei cinque finalisti, residenza artistica di due giorni 15-16, il vincitore il 17, residenza artistica di una settimana per la trasposizione su roccia, premiazione il 24 agosto. Intorno al premio una serie di manifestazioni di intrattenimento e culturali, musica e teatro all’aperto e la mostra sui “bambini di una volta”,  fotografie e cimeli di “come eravamo”. I “bambini di una volta” erano il frutto dei “matrimoni di una volta“, di cui alla mostra dell’agosto 2013 “I’ spes’ d”na vùota” (lo sposalizio di una volta)”,  quella di quest’estate ne sarà la continuazione. Perciò la vogliamo raccontare come ce la ricordiamo quale premessa della mostra in preparazione: quasi un “riassunto della puntata precedente” prima della nuova puntata.

La mostra che ha evocato i costumi atavici nelle fasi formative della vita e della famiglia, svoltasi  nel mese di agosto 2013, è stata una immersione nei tempi lontani in cui i costumi tradizionali segnavano con regole molto precise i rapporti tra i giovani dei due sessi, dando ad essi un carattere comunitario piuttosto che personale sin dalle fasi di avvicinamento e di conoscenza. Una iconografia e una documentazione storica particolarmente espressive hanno seguito passo per passo il processo che portava al matrimonio – i primi incontri, il fidanzamento, lo sposalizio –  ripercorrendo i costumi dell’epoca: usi e abitudini,  comportamenti e relazioni, situazioni e ambienti; sono le radici della nostra storia, riemerse nei loro segni identitari, tanto più benvenuti nell’era della globalizzazione che tutto omologa e appiattisce.

Fotografie e oggetti, abiti e tessuti, sono stati ordinati per una ricostruzione visiva dei costumi di una volta. Promotrici e curatrici della mostra  Lidia Montauti e Celestina De Luca, rimaste legate strettamente al paese, con il loro entusiasmo hanno coinvolto l’intera comunità nel fornire cimeli e reperti della vita di ieri, come faranno anche quest’anno per il seguito della storia.

Il recupero del passato

Il “recupero del passato” è  anche un’occasione per rinsaldare legami e rapporti con il comune obiettivo di rendere testimonianze legate alla vita delle rispettive famiglie. Sono, infatti, gli album di famiglia a fornire la gran parte del materiale esposto, come anche i vecchi armadi e cassapanche di fondaci e soffitte per calzature, tessuti e articoli di abbigliamento.

L’esposizione ha integrato i diversi elementi accompagnandoli con un’accurata ricostruzione storica che si deve ad Aureliana Mazzarella, ricercatrice colta e attenta che ha scavato negli archivi – compreso quello della parrocchia affidata a don Filippo Lanci – e soprattutto nella memoria delle persone ricavandone un racconto coinvolgente,  esposto nei cartelli che hanno accompagnato il visitatore nel percorso espositivo, e lo faranno anche nella mostra di quest’anno; il  progetto grafico, altrettanto curato, di Alessandra Mazzarella.

Ci si sentiva immersi nel mondo di ieri come se si fosse riavvolta la pellicola della vita o si fosse navigato all’indietro nella macchina del tempo; secondo la fantascienza e la stessa scienza più ardita verrà il momento in cui ciò sarà possibile, resta solo il problema della reversibilità o meno degli eventi intercorsi, la mostra lo ha realizzato e continuerà a farlo quest’anno con i piccoli come protagonisti. Le famiglie radicate nel territorio hanno partecipato attivamente, i Bonaduce e i Giardetti, i Montauti e i Panza, i Trentini e i Trinetti, e la loro adesione ha dato al salto nel passato il senso di una rivendicazione di origini e valori tradizionali che non può non far bene a tutti.

Torniamo a immergerci anche noi in momenti lontani ma non troppo in senso cronologico – si risale agli anni ’20.’30 –  che tuttavia sembrano remoti per il drastico mutamento di costumi e abitudini. Il primo forte segnale si aveva all’ingresso della mostra, con le tre conche esposte insieme ad altri oggetti d’epoca davanti a una bella fotografia di tre donne che le portavano in testa con disinvoltura sul torcinello, esposto anch’esso insieme alle calzature di panno trapunto nella “suola”, i “paponi”.

Non c’era la storica foto di Bruno Marsilii, il medico scalatore Accademico del Cai, impegnato in una scalata con i “paponi” ai piedi in primo piano, che fu posta come copertina di un Bollettino del Cai di parecchi anni fa, ma ce n’erano altre particolarmente espressive di un’epoca non dimenticata nella quale dobbiamo specchiarci per ritrovare le nostre radici;  e c’erano i risultati della ricerca  svolta sugli antichi costumi con la ricostruzione dei tre momenti speciali della vita di ciascuno visti in una retrospettiva emozionante, offerta ai visitatori nei testi esplicativi.

Dai primi incontri al fidanzamento

Tanti  oggetti, tessuti d’epoca e soprattutto fotografie riportavano visivamente ed emotivamente a quell’ambiente e a quel clima. La caratteristica fondamentale è l’aspetto comunitario della vita di allora, la presenza di altri soggetti nei momenti che difficilmente restavano nell’ambito privato. Così gli incontri iniziali,  approcci e corteggiamenti, avvenivano nei luoghi pubblici frequentati: la fontana dove le giovani andavano con le conche e i giovani cercavano di interessarle aiutandole o scherzando in vario modo; il lavoro nei campi dalla fienagione alla trebbiatura, la messa domenicale  e le processioni, le gite e i balli legati al lavoro stagionale. Dopo i primi approcci, magari alla fontana o al lavatoio, si attendevano gli altri momenti comunitari per esprimere i sentimenti che erano nati.  Le immagini erano eloquenti: dopo la foto delle giovani con le conche, quelle del lavoro e dello svago, in un  bianco e nero sfumato e incerto oppure netto e contrastato.

Un a serie di fotografie erano riprese nel “laghetto”, una località a “Punta alta” chiamata così perché per la conformazione del suolo  l’acqua vi ristagnava a lungo dopo il disgelo, e anche all’Arapietra, dove si trova la Madonnina del Gran Sasso, meta di pellegrinaggi sin da epoca antica che culminano nella festa celebrata tuttora la prima domenica di agosto; all’uscita dal paese verso Porta Fontana, dove si andava ad attingere acqua da una fonte prima che ne fosse creata una nella piazza principale; c’era un mulino ad acqua e, vicino, una chiesetta, ora diroccata, dedicata alla Madonna.

Si passava a un’altra sala carica di cimeli d’epoca: soprattutto tessuti per approfondire il secondo momento analizzato dalla mostra, il fidanzamento: Anche qui le immagini erano eloquenti, le espressioni dipinte sui volti all’insegna della serenità e della fiducia facevano capire lo spirito di allora più di tante analisi storiche o sociologiche: “Nel paese il tempo scorreva lentamente – sono le parole di Aureliana Mazzarella – la vita era regolata dal succedersi delle stagioni e dai lavori agricoli connessi, dalle feste dell’anno liturgico e dai piccoli e grandi eventi che riguardavano il nucleo familiare: fra questi c’era il fidanzamento, il matrimonio, la nascita dei figli, la morte”. Ed è proprio la nascita e il crescere dei figli il tema al quale sarà dedicata la mostra di quest’anno.

Al fidanzamento si arrivava per gradi, dopo la prima simpatia nata con l’approccio iniziale e gli incontri comunitari di cui si è detto;  spesso intervenivano familiari o amici a favorire i contatti, fino al coinvolgimento delle famiglie. Quando i rapporti si stringevano il giovane andava a “sedere” nelle lunghe serate in casa della ragazza, con la presenza immancabile e vigile della madre. Fino all’assunzione dell’impegno alle nozze, espresso dalla famiglia del futuro sposo con il “pegno” alla sposa dato dalla suocera, di un anello di famiglia, ricambiato dalla ragazza con una stoffa o uno scialle.  Da questo momento la strada per le nozze era tracciata, seguivano gli accordi segnati dalla tradizione: la famiglia dello sposo provvedeva alla casa e all’arredo, la sposa portava il corredo, frutto di una lunga preparazione, la ragazza fin da bambina vi si impegnava con la madre esercitandosi nel cucito e nel ricamo, nel lavoro a maglia e nell’uncinetto.

Un esemplare di corredo d’epoca era esposto in mostra, se ne poteva apprezzare l’accuratezza e la raffinatezza: lenzuola e coperte, tovaglie e asciugamani, fazzoletti e panni di ogni genere; c’era anche un abito nuziale che suscitava tenerezza per la sua delicatezza semplice e insieme ricercata. Prima del matrimonio il corredo veniva portato pubblicamente dalle amiche della sposa alla futura residenza in modo che tutti potessero vederlo, un’operazione definita “carriaggio”; negli stessi giorni c’erano le visite di parenti e amici con i regali, anch’essi utili per la casa, tradizione paesana che prosegue tuttora ovunque anche se nelle forme nuove delle “liste di nozze” o simili.

Lo sposalizio

Così si giungeva allo sposalizio, culmine della mostra e di questa parte della vita, con una serie di immagini di volti e figure, due fotografie ricordiamo di particolare valore: quelle delle nozze di Matteo Giardetti, insieme alla sposa e con il fratello Amedeo.  Matteo per la circostanza sfoderava un atteggiamento spavaldo, quasi da sfida, la fotografia era rivelatrice di un carattere e di un temperamento. Sia lui che il fratello  perirono nella Grande guerra, a loro è intitolata una piazzetta nel rione “la Villa”. Come tutti i paesi e borghi d’Italia, anche i più sperduti, Pietracamela ha dato il suo tributo alla patria, ai suoi caduti è dedicata la piazza principale, Piazza degli Eroi e una cappellina votiva. Tante altre le coppie riprese nel momento fatidico delle nozze nelle fotografie d’epoca, tratte dagli album delle famiglie di paesani che hanno collaborato alla mostra.

Il pranzo veniva preparato dai parenti dello sposo e della sposa: maccheroni alla chitarra, brodo di gallina  e stracciatelle, pecora “alla callara” o cotta sulla brace, “taralli” e pizza dolce. Nell’accurata ricerca di Aureliana Mazzarella, esposta nei testi illustrativi della mostra cui abbiamo attinto, spiccava un particolare: “Il pranzo nuziale si svolgeva separatamente: la sposa pranzava con lo sposo e i propri parenti; i suoceri e i parenti dello sposo pranzavano nella propria dimora. Alla fine del pranzo, i parenti dello sposo si recavano in corteo a casa della sposa per condurla nella nuova abitazione e concludere la festa con canti e balli nell’aia. Il corteo era guidato da un suonatore di chitarra e da uno di mandolino”. Nei tempi più antichi il corteo trovava la porta di casa della sposa sbarrata, e la suocera non accedeva subito alla loro richiesta di aprire ma solo dopo insistenze permetteva alla figlia di lasciare la casa e di andare con lo sposo.

Madre e figlia, nel passaggio dalla vigilanza nelle lunghe serate con il fidanzato che “sedeva” in casa della futura sposa nella speranza che cedesse al sonno per avere qualche momento di intimità, all’estrema resistenza nel momento del distacco.

Una immagine descriveva con l’immediatezza del mezzo fotografico i rapporti della sposa con la suocera: l’ambiente nella penombra, le due donne sedute ma i loro sguardi non si incontrano, immerse in una solitudine espressione della loro lontananza.  Le radici remote di questo difficile rapporto in un documento di costume che a noi è apparso un capolavoro d’arte fotografica..

Concludiamo così il racconto di una mostra istruttiva nata da un’iniziativa personale delle curatrici che ha trovato subito l’adesione appassionata dei paesani; la ricerca è stata attenta ed accurata, sia per le notizie desunte dalle memorie delle persone e dagli archivi, tra cui quello parrocchiale messo a disposizione da don Filippo Lanci; il sindaco Antonio di Giustino ha concesso le sale del Palazzo Comunale in cui vi è il Museo delle genti e degli antichi mestieri con tanti reperti d’epoca. La stessa cosa avverrà quest’anno con la mostra dedicata ai frutti degli sposalizi, i figli.

Nelle radici c’è anche Gabriele d’Annunzio

Torniamo all’iniziativa del Premio di pittura rupestre, che si inquadra nel rilancio di Pietracamela dopo le ferite del terremoto e della frana che ha dissestato la vallata distruggendo le “pitture rupestri” realizzate dal pittore Guido Montauti con il gruppo del Pastore bianco da lui creato, al quale si rende omaggio con la mobilitazione degli artisti, che si confronteranno su un progetto di pittura su pietra evocativa e spettacolare. Non è un momento isolato, vogliamo sottolineare, la cultura anche come base dell’intrattenimento estivo è nel Dna del paese, l’arte pittorica raggiunge in Guido Montauti un livello di eccellenza internazionale, e ci sono anche i libri pubblicati da altri suoi figli, tra cui Clorindo Giardetti che presenta quest’anno la sua ricerca sulle origini del paese dopo aver vuotato idealmente, nel 2008, “uno zaino pieno di ricordi”  pubblicando il libro con questo titolo.

Del resto a Pietracamela dedicò la sua attenzione Gabriele d’Annunziocon la novella dal titolo modernissimo e dalla trama suggestiva, “Come la marchesa di Pietracamela donò le sue belle mani alla principessa di Scurcola”, in “Grotteschi e rabeschi” del Duca Minimo, 27 ottobre 1887. E non è detto che un giorno non si possa celebrare anche D’Annunzio, come si farà anche quest’anno con Matteo Manodoro, personaggio storico del paese, giustiziato come bandito all’inizio del 1800 ma ritenuto un vero patriota nella resistenza ai francesi cui ha dedicato un’appassionata  ricerca un altro illustre paesano, Berardino Giardetti; la storia di .Manodoro fu rievocata alla vigilia di ferragosto 2013  nel centro storico da parte della compagnia teatrale abruzzese, il “Teatro della Rùe”.

La mobilitazione è giustamente attorno al Premio internazionale pittura rupestre Guido Montauti che riassume tanti motivi atavici e contemporanei;  per l’intero mese di agosto l’arte sarà protagonista, accompagnata dalla mostra sui costumi tradizionali incentrata sui “figli di una volta” dopo quella sul “matrimonio di una volta” e da iniziative di contorno, teatrali e musicali anche nella “cavea” teatrale del territorio “recuperato” alla fruizione turistica con il ripristino ambientale.

Tanti sono i motivi dai quali prende nuova forza il rilancio di Pietracamela, dal 2005 nel club dei “borghi più belli d’Italia”, nel 2007 “borgo dell’anno”, dal 2013 tra i 400 borghi più belli del mondo, insignito delle “5 stelle” dell’eccellenza.

Alla base di tutto  le antiche radici, ambientali, di costume e culturali,  con l’invito a curare l’albero della memoria in un impegno assiduo nella realtà di oggi.

Info

Cfr.  i nostri articoli:  per il Premio in questo sito Pietracamela. Il Premio pittura rupestre e le altre iniziative dell’estate 2014″, 14 luglio 2014; in “cultura.inabruzzo.it” “Pietracamela. Il premio pittura rupestre Guido Montauti” 4 luglio 2014. Per le “pitture rupestri”: in “cultura.inabruzzo.it” “Pietracamela. Parte la messa in sicurezza del Grottone”, settembre 2012, e “Pietracamela. Fotografie e pitture rupestri nel crollo del Grottone”, 3 settembre 2012; in http://www.fotografarefacile.it/, “Pietracamela. Mostra fotografica sul pittore Montauti”, settembre 2012,  Per gli eventi culturali dell’estate 2013: in questo sito “cultura.inabruzzo.it” “Pietracamela in Arte, mostra di pittura, fotografia e d’arte varia”, 9 settembre 2013, e “Pietracamela. Il libro d’epoca di Ernesto Sivitilli su Corno Piccolo”, 12 settembre 2013, in http://www.fotografarefacile.it/  “Pietracamela, una mostra sugli antichi costumi montanari”, 15 agosto 2013. Per il dopo-terremoto in “cultura.inabruzzo.it” “Rilancio di Pietracamela, il cuore del Gran Sasso”, 22 giugno 2009, in cui è riportata integralmente la novella di D’Annunzio citata nel testo“Come la marchesa di Pietracamela donò le sue belle mani alla principessa di Scurcola; per gli effetti del sisma “Il terremoto a Pietracamela”, 21 aprile 2009; infine “Il cielo sopra Pietracamela”, 8 gennaio 2009. La vita di una volta in paese è rievocata nel nostro romanzo “Rolando e i suoi fratelli. L’America!”, Editrice  Andromeda, Colledara 2005, una storia di emigrazione da Pietracamela verso Canada  e poi Stati Uniti,  con disegni inediti di Guido Montauti sul paese e di Diego Esposito sull’America.

Foto

Le immagini della mostra sono state riprese da Romano Maria Levante a Pietracamela nella sede del Museo delle Genti e degli antichi mestieri. In apertura, al “laghetto” in località Cima Alta, segue la piazza del paese durante una processione, poi  giovani paesane con le conche dell’acqua e un gruppo di fotografie di matrimoni; quindi  il particolare dei fratelli Giardetti citati nel testo e altre foto di matrimoni; segue l’immagine-cult dell’incomunicabilità di suocera e nuota e la foto all’ingresso della mostra  ehe introduce alla presenza di  cimeli e fotografie; in chiusura una panoramica del paese tra il Gran Sasso e la montagna di Intermesoli ripreso dall’autore lungo la strada provinciale Ponte Arno-Pietracamela,. 

Pietracamela. Il Premio pittura rupestre e l’estate 2014

di Romano Maria Levante

Il Comune di Pietracamela, con la pubblicazione del bando nel proprio sito istituzionale, ha indetto il “Premio internazionale pittura rupestre Guido Montauti”. L’iniziativa, ideata dal sindaco Antonio Di Giustino, organizzata dal Comune con l’associazione Teramo Nostra, rientra nelle attività di ripristino dell’ambiente di una parte del paese di notevole valore paesaggistico, compromessa dalla frana rovinosa del 2011, esito disastroso del terremoto del 2009, che vide precipitare una parte del promontorio roccioso del “Grottone” a “capo le Vene”, sulla zona della “Grotta dei Segaturi”. Furono travolte  le “pitture rupestri” che il pittore nativo del paese Guido Montauti aveva realizzato a firma  “Il Pastore Bianco”, il gruppo pittorico “avanguardia della rinascenza” da lui creato per un ritorno dell’arte alle origini come reazione alla decadenza espressa dalle trasgressioni quanto mai provocatorie lanciate in quel periodo.

Con la “pittura rupestre” in concorso, Pietracamela  intende cercare un sia pur parziale e insufficiente sollievo a questa ferita insanabile e rendere omaggio al proprio figlio, l’artista che si è ispirato alla natura dei luoghi per le sue composizioni, fatte di sagome umane in simbiosi con le rocce, portate con successo nel mondo dell’arte ottenendo la consacrazione sin dall’inizio con una serie di ammirate recensioni.critiche parigine e italiane.

Le premesse del premio intitolato a Guido Montauti

Come nascono le cosiddette “pitture rupestri” cui si ispira il premio?  In un fase di impegno culturale militante, oltre che di grande vitalità artistica Guido Montauti  volle reagire alla decadenza dell’arte espressa anche da aberranti trasgressioni presentate con clamore alla Biennale di Venezia, dando il segnale forte: del richiamo ai valori primari fondativi della vita, l’umanità e la natura.

Il gruppo formato da tre giovani pastori e un pastore, divenuto poi  pittore naif,  con alla guida lui stesso, fu definito  “l’avanguardia della rinascenza”. Tra le decine di dipinti di grandi dimensioni esposti in una importante mostra alla Galleria d’arte del Palazzo Esposizioni di Roma nel 1964, “Il Giudizio universale”, una composizione spettacolare con le sue caratteristiche sagome primordiali, visibile oggi in cima allo scalone del Comune di Teramo dove occupa l’intera vastissima parete; una parete della  Sala consiliare del Municipio di Pietracamela è occupata da un’altra sua opera.

Nel 1963 furono create le “pitture rupestri” nella zona della “Grotta dei Segaturi”, con tante rocce di varia conformazione e misura nelle quali le sagome dipinte si sono in corporate naturalmente quasi fossero le loro abitazioni primordiali, l'”environment” montanaro. Creavano un clima di sospensione quasi metafisico, mentre la loro posizione in gruppi compatti richiamava il “quarto stato”, lo abbiamo definito un “quarto stato montanaro”, che non avanza ma resta saldamente ancorato alle sue rocce, assorto come in attesa consapevole della forza delle proprie radici.

Tutto questo non c’è più, travolto dal crollo del promontorio roccioso del “Grottone”, dove il pittore Montauti si era fatto fotografare più di trent’anni prima della frana del 2011, in un reportage di Aligi Bonaduce dal quale è nata la mostra dell’agosto 2012 che è riduttivo definire storica, c’è stato qualcosa di più nella premonizione insita nella scelta del luogo e nel ritorno dell’artista con le immagini riprese nella grotta che dominava dall’alto la vallata. E’ come  se fosse tornato per mettersi alla guida  di una nuova “rinascenza”, quella dell’ambiente sfregiato dal crollo rovinoso.

Con il premio ideato dal sindaco Di Giustino volto a realizzare una nuova “pittura rupestre”  di alto valore simbolico, l’arte accorre per la riqualificazione di un ambiente che dall’arte è stato toccato e che con l’ausilio dell’arte potrà essere riportato all’antico splendore. Lo merita un paese che fa parte del club “i borghi più belli d’Italia” dal 2005, è stato “borgo dell’anno 2007”, dal 2013 è tra i 400 borghi più belli del mondo e tra i 200 più bei borghi dell’Unione Europea.

Il Premio “pittura rupestre” indetto quest’anno

Riassumiamo brevemente il bando, rinviando per il testo integrale al sito istituzionale del Comune di Pietracamela. Il concorso è aperto ai cittadini dell’Unione Europea, le domande possono essere spedite o recapitate al Municipio entro il 31 luglio 2014: va compilata una scheda di iscrizione in cui va indicata anche la conoscenza delle tecniche e dei materiali per la pittura su pietra, va allegato il curriculum vitae con i propri dati e va unita l’opera con cui si intende concorrere, “un bozzetto o una idea di intervento che sia inerente alle finalità del concorso”, firmato dall’autore che deve garantirne il carattere inedito, formato massimo 70×100 cm, minimo 20×30 cm; il vincitore trasferirà il bozzetto, revisionato dopo una residenza artistica in paese, su una roccia di 2 metri per 3.

Il bozzetto deve dare “l’idea di intervento fattivo su una parete di roccia non uniforme delle dimensioni di cm 200 x 300 presenti nella zona di frana” con la finalità di “trasformare una ferita inferta al territorio in un momento di creatività e riqualificazione”. A tal fine “ogni partecipante dovrà tenere conto della fattiva trasposizione su pietra irregolare dell’opera presentata”.

C’è un esplicito riferimento all’evento catastrofico che ha travolto le “pitture rupestri” create da Guido Montauti: “Massi giganteschi ora giacciono laddove erano orti, passeggiata turistica, antico fontanile ed altre costruzioni storicamente datati. Il concorso vuole essere un momento di riqualificazione del territorio franato che grazie ad alcuni interventi mirati sta per essere riconsegnato agli abitanti del paese e ai turisti”. Con questo obiettivo: “La finalità è, nel nome e nell’opera di Guido Montauti, una riscrittura del paesaggio che rispetti il ‘nuovo luogo’ venutosi a creare con l’evento catastrofico e costituisca un momento di creatività armonica con esso”. Dal  “ground zero” si riparte per ripristinare quanto possibile un contesto ambientale segnato dall’arte.

Ora il crono programma del Premio intorno al quale saranno imperniate le manifestazioni dell’agosto 2014 a Pietracamela.

Entro il 31 luglio la presentazione delle opere concorrenti.

Nel mese di agosto i bozzetti presentati saranno esposti in  mostra nel Municipio di Pietracamela.

Entro il 7 agosto la selezione delle cinque opere finaliste da parte di una Giuria insindacabile.

Dal 14 al 16 agosto due giorni di residenza artistica dei cinque finalisti ospitati dall’organizzazione (spese di viaggio escluse), perché possano “entrare in simbiosi creativa con l’ambiente dove realizzare l’intervento”. Nei due giorni in paese potranno “modificare i bozzetti inviati o creare nuove forme di intervento scaturite dal contatto con il luogo della realizzazione”; loro stessi si dovranno dotare del materiale per un eventuale nuovo bozzetto o per modificare quelli inviati.

Il 17 agosto la Giuria, sempre insindacabilmente, annuncia il vincitore del concorso cui va il  premio di 2.000 euro, con l'”impegno a realizzare l’opera con cui ha vinto il concorso su una roccia che l’artista avrà scelto nel corso della residenza artistica”.

Dal 18 al 24 agosto nuova residenza artistica di sette giorni per il vincitore ed un accompagnatore a carico degli organizzatori, per la trasposizione dell’opera premiata su una roccia delle dimensioni di 2 metri per 3 che verrà individuata nella zona da riqualificare. 

Il 24 agosto cerimonia pubblica di premiazione a Pietracamela. L’opera vincitrice diviene proprietà del Comune e così i bozzetti presentati che, dopo la mostra del mese di agosto, faranno parte di un’esposizione permanente sempre nel Comune di Pietracamela.

Nel Bando di concorso pubblicato nel sito del Comune i particolari, ai quali rinviamo, precisando che le spese per realizzare l’opera sono a carico dell’artista, mentre le spese per le residenze artistiche a carico dell’organizzazione, escluse le spese di viaggio; i partecipanti consentono “l’uso del proprio nome e l’immagine della propria opera… senza aver diritto ad alcun compenso”.

Per concludere, torniamo al motivo ispiratore dell’iniziativa, ricordando che Guido Montauti con le sue “pitture rupestri” nella “Grutta dei Segaturi” volle invitare a una mobilitazione collettiva per la rinascita dell’arte in una reazione volitiva alla decadenza allora in atto; una mobilitazione collettiva e una reazione viene richiesta anche oggi, dinanzi al “ground zero” dopo la distruzione delle sue “pitture rupestri” e la devastazione dell’ambiente  in cui erano inserite e che le aveva ispirate.

Auspichiamo che l’appello venga accolto, e anche se è svanita l’indicibile atmosfera del “quarto stato montanaro” delle “pitture rupestri” del Pastore bianco, la reazione collettiva potrà sanare almeno in piccola parte la grave ferita arrecata all’arte e all’ambiente, in una mobilitazione nel segno dell’arte e nel ricordo di Guido Montauti.

Le altre iniziative realizzate e in programma per l’estate 2014

Questa è l’iniziativa altamente innovativa, di carattere simbolico e insieme espressione concreta della volontà di ricostituire l’ambiente segnato dalla frana seguita al terremoto: sarà il sigillo dell’estate 2014. Ma non è l’unica, tutt’altro, inoltre è parte di un programma che ha già dato importanti risultati, anch’essi visibili proprio in questa stessa estate 2014.

Ce ne ha parlato il sindaco Di Giustino, che ha gestito la difficile situazione post terremoto e poi quella post frana mobilitandosi in tutte le direzioni, sin dall’assistenza  nella fase più drammatica del sisma, soprattutto ai più anziani, cui è stato vicino come medico attento ai fattori psicologici. E’ stato un lungo incontro nel quale siamo stati colpiti dalla determinazione e dall’entusiasmo dell’amministratore, consapevole delle difficoltà e degli ostacoli ma intenzionato ad andare avanti con decisione nel rilancio del paese portando a realizzazione quanto già deciso e promuovendo nuove iniziative e contatti a largo raggio per valorizzarne al massimo le straordinarie potenzialità.

Gli alloggi del “Largo della Rinascita” per le famiglie le cui abitazioni sono risultate inagibili sono stati il primo risultato concreto; la ricostruzione partirà presto, superati gli ultimi ostacoli burocratici che hanno impedito finora di mettere a frutto i finanziamenti disponibili; già si prefigura la prossima apertura dei cantieri e la rapida conclusione dei lavori per la pronta rinascita del paese.

Altro risultato concreto l’eliminazione del grave pericolo costituito dallo sperone di roccia rimasto sospeso dopo la frana causata dal crollo di parte del promontorio del “Grottone”. Si doveva far esplodere la parete rocciosa di  migliaia di metri cubi, lavoro ben più complesso della demolizione dei palazzi, così ci dissero i responsabili dell’intervento, dato che la composizione della roccia non è regolare per cui possono esserci sorprese e imprevisti. Tutto è andato per il verso giusto il 13 novembre 2013,” il dente è stato tolto” come si disse allora, e si è approfondita la conoscenza del contrafforte roccioso ricavandone notizie preziose sulla sua conformazione interna.

Eliminata la spada di Damocle che minacciava il paese  si sono ripristinate le due vie di accesso a luoghi altamente panoramici che risultavano inaccessibili per i percorsi abituali risultati interrotti.

In alto è’ stato ripristinato l’accesso lungo la via  bloccata dalla frana: al Piano delle mandorle, con i monumenti di Cambi e Cichetti, alla vallata del Rio d’Arno fino alle cascate del Calderone e alle sorgenti, e poi più avanti a Campo Pericoli e di lì a Campo Imperatore che si potevano raggiungere solo con altri percorsi, “ora c’è un’autostrada” ha detto il Sindaco con legittima soddisfazione. In basso si è riaperta la passeggiata verso il vecchio mulino, con la chiesetta diruta della Madonna di Collemolino, la piccola cavea per spettacoli all’aperto  e l’accesso al sentiero lungo il Rio d’Arno, che sale verso la montagna, con le coste del Rio Ruso e, più in su, i prati di Intermesoli e la montagna a lato dei due Corni, e scende verso il borgo della frazione di Intermesoli.

E’ come se il paese tornasse a respirare  a pieni polmoni con il pieno accesso al versante boscoso con le acque del Rio d’Arno divenuto difficile da raggiungere dopo l’interruzione della frana.

Ma poi c’è il palinsesto dell’intrattenimento estivo, una serie di iniziative imperniate sul Premio di pittura rupestre, che danno all’estate 2014 un sapore particolare nel segno dell’arte e della memoria.

Il Sindaco parla del pittore Guido Montauti, cui è intitolato il premio, sottolineando come abbia dato figura umana ai massi della sua montagna, ha visto la persona incorporata nella roccia, e ha saputo rendere visivamente un’identificazione che è connaturata alle gente del paese. Parla della sua leggerezza e della sua ironia, un distacco che verso la sua montagna diventava forte attaccamento.

Aggiungiamo che le sue figure  sono il coronamento di un percorso artistico iniziato con l’ispirazione di grandi artisti, da Gauguin a Roualt, nella ricerca dell’essenza; Mondrian attraversò i diversi stili fino all’approdo alla “perfetta armonia” nell’equilibrio razionale della simbiosi geometria-colore, Montauti la “perfetta armonia” la trovò nell’equilibrio naturale della simbiosi figura-roccia, fino al “periodo bianco” in cui la sintesi ha raggiunto livelli sempre più rarefatti, fino all’iperuranio celestiale dell’ultimo dipinto.

Il  Premio sarà accompagnato lungo il suo svolgimento dal 17 al 24 agosto da una serie di  manifestazioni di intrattenimento per le vie del borgo: incursioni coreografiche e percorsi sonori,metamorfosi ensemble con flauto, viola e violoncello, e incursioni di dance in nature, nonchè uno spettacolo teatrale itinerante sulla vicenda di “Matteo Manodoro, generale dei briganti”,  un eroe locale. Inoltre  una mostra nel “Museo delle Genti e degli antichi Mestieri” aperta dal 9 agosto, su “Le bambine  e i bambini di Pietracamela” nelle immagini di una volta: fotografie e cimeli in un’immersione nel passato che evoca le radici, il costume e umanità montanara; sarà il seguito ideale della mostra dell’estate scorsa, su “Il matrimonio di una volta”.

E’ prevista anche la presentazione, il 19 agosto, dal sindaco Di Giustino e da Alessandro Di Domenicantonio, di un libro di autore “pretarolo” in carattere con il paese: nell’agosto 2013 fu il libro d’epoca di Ernesto Sivitilli su “Corno piccolo”, quest’anno il libro di Clorindo Narducci,  “Pietracamela tra storia e leggenda”, corredato da un glossario linguistico pretarolo-italiano; l’autore, storica guida alpina che ha aperto tante vie alpinistiche sul Gran Sasso, ha pubblicato alcuni anni fa “Uno zaino pieno di ricordi”, le memorie di una vita per la montagna. Inoltre il 22 agosto sarà presentato; da Sandro Melarangelo e Franco Summa, il volume di Adina Riga “Architettura é/& arte urbana”.

Il sindaco Di Giustino non si ferma qui,  è proiettato più lontano: ci limitiamo a un accenno ai due progetti  più ravvicinati, ma il suo sguardo va molto oltre in un disegno strategico di ampio respiro.

Per il prossimo anno  pensa intanto  a una grande iniziativa nell’estate 2015, la “Festa dell’emigrante”, saranno invitati in paese per un soggiorno i suoi figli trasferitisi all’estero, soprattutto in Canada. E’ come se si facesse ritornare idealmente la parte del paese che ne è uscita da generazioni, e non si tratta solo di memoria e riconoscenza: c’è l’esigenza di concepire un sistema a rete, il cui centro sono i residenti, ma di cui fanno parte integrante gli emigrati e quelli che Giammario Sgattoni, l’indimenticato uomo di cultura teramano, chiamava i “fuorusciti” in ogni parte di’Italia, la cui importanza si accresce con lo spopolamento che riduce le presenze stabili.

Nel maggio 2015, inoltre,  Pietracamela parteciperà all’accoglienza degli alpini convenuti per il Raduno nazionale dell’Aquila ospitandone un certo numero per diversi giorni e allietando il loro soggiorno con spettacoli che comprendono anche manifestazioni agonistiche su roccia.

E così siamo tornati alle rocce da cui siamo partiti con il Premio pittura rupestre.  Le rocce sono il segno identitario del paese, dal nome la “Preta” alla grande roccia che lo domina in cui è stato visto da sempre un cammello, come nel Gran Sasso il “gigante che dorme”; identificazione e antropomorfismo che il pittore Montauti ha saputo tradurre nella simbiosi natura-umanità delle sue figure che nelle “pitture rupestri” travolte dalla frana trovarono l’espressione corale cui si ispira il premio intitolato al suo nome. E’ un segno identitario che esprime anche la tenacia della sua gente.

Info

Per il Bando di concorso v. il sito http://www.comune.pietracamela.te.it/; per comunicare con il Comune info@comune.pietracamela.te.itpostacert@pec.comune.pietracamela.te.it. Tel 0861 955112, fax 0861 955214. Cfr. i nostri articoli: in “cultura. inabruzzo.it” per il Premio odierno “Pietracamela. Il premio pittura rupestre Guido Montauti” 4 luglio 2014; per le “pitture rupestri” e l’ambiente da ricostituire secondo le finalità del concorso “Pietracamela. Parte la messa in sicurezza del Grottone”, settembre 2012, con particolare riguardo al “Post” di commento di Giorgio Montauti cui è unito un link con un filmato suggestivo che dà una visione completa delle “pitture rupestri” e dei luoghi prima della frana distruttiva; e “Pietracamela. Fotografie e pitture rupestri nel crollo del Grottone”, 3 settembre 2012; in http://www.fotografarefacile.it/, “Pietracamela. Mostra fotografica sul pittore Montauti”, settembre 2012, e per gli eventi culturali dell’agosto 2013 “Pietracamela, una mostra sugli antichi costumi montanari” 15 agosto 2013; in “cultura.inabruzzo.it” per tali eventi  “Pietracamela in Arte, mostra di pittura, fotografia e d’arte varia”, 9 settembre 2013, e “Pietracamela. Il libro d’epoca di Ernesto Sivitilli su Corno Piccolo”, 12 settembre 2013; per il dopo-terremoto “Rilancio di Pietracamela, il cuore del Gran Sasso”, 22 giugno 2009; per gli effetti del sisma “Il terremoto a Pietracamela”, 21 aprile 2009; infine “Il cielo sopra Pietracamela”, 8 gennaio 2009; in questo sito “Pietracamela, mostra d’arte e un  prestigioso libro d’epoca”, 27 agosto 2013.

Foto

L’immagine di apertura e le due seguenti, sulle “pitture rupestri” di Guido Montauti, sono state fornite da Aligi Bonaduce, che si ringrazia, e con lui il sindaco Antonio Di Giustino per le notizie che ci ha fornito; le altre immagini sono state riprese da Romano Maria Levante a Pietracamela e ritraggono: il “dente” residuo della frana rovinosa che incombeva sulla parte sottostante del paese; poi la parete “dopo la cura”, cioè la rimozione descritta nel testo; quindi i due percorsi panoramici riaperti, il primo in alto verso il Piano delle mandorle e la montagna all’interno del bosco; il secondo in basso verso il vecchio mulino e il Rio d’Arno lungo il quale si sale verso la montagna e si scende verso la frazione di Intermesoli; infine la “cavea” presso il vecchio mulino e, in chiusura, una visione panoramica di Pietracamela con il Gran Sasso ripresa dalla strada provinciale che dalla statale 80,  bivio di Ponte Arno, per 9 km sale verso il paese.

Cerveteri, dall’apogeo alla caduta, al Palazzo Esposizioni

di Romano Maria Levante

La grande mostra “Gli Etruschi e il Mediterraneo. La città di Cerveteri”   presenta  al Palazzo Esposizioni, dal 15 aprile al 20 luglio 2014  400 reperti archeologici, dal  IX sec. a. C. al I sec. d.C., attraverso i quali viene ricostruita la storia di una delle principali città degli Etruschi, vicina a Roma da cui fu assoggettata dopo intensi scambi economici e culturali nel Mediterraneo. Notevole il valore storico e artistico di alcuni reperti esposti per la prima volta, e di portata eccezionale la riunificazione nella mostra di parti staccate disperse in più musei aventi un’unica provenienza. La mostra è organizzata dall’Azienda speciale Palaexpo con il Museo del Louvre, il CNR, la Soprintendenza Beni Archeologici Etruria meridionale; curatori  Francoise Gaultier e Laurent Haumesser per il Louvre, Paola Santoro e Vincenzo Bellelli per il CNR, Alfonsina Russo Tagliente e Rita Cosentino per la Soprintendenza. Catalogo a cura di Palaexpo e Louvre, Editore Somogy – Editions d’Art, con testi di 52 autori sulla storia di Cerveteri e sui 400 reperti. La mostra è stata presentata, con quella su “Pasolini Roma”, dall’assessore alla Cultura della Regione Lazio Lidia Ravera e da Franco Bernabè, il Presidente dell’Azienda Speciale Palaexpo, che ha manifestato impegno e passione.

Abbiamo riassunto in precedenza la storia dei maggiori ritrovamenti della città di Cerveteri, nell”800 e del ‘900 come premessa  alla descrizione della ricchezza di reperti esposti in mostra e alla ricostruzione della storia degli Etruschi attraverso la storia di una città al livello delle principali metropoli dell’epoca, da Roma a Cartagine.  Di questa storia abbiamo rievocato le prime fasi, la nascita della città con la provenienza  del nome nelle varie versioni, dai Pelasgi e dai Lidi, e abbiamo descritto i principali reperti esposti nelle prime due sezioni,  risalenti al  XII-VIII sec. a. C.

Entriamo ora nel vivo della mostra, e della storia di Cerveteri, dall’emergere delle famiglie aristocratiche nel VII sec. a. C., all’apogeo raggiunto in epoca arcaica, VI-V sec., poi il rinnovamento della città nel IV-III sec. dopo la crisi nella seconda metà del V, fino al termine della storia con l’assoggettamento all’impero romano e la sia pure graduale romanizzazione, I sec. d. C.. 

E’ la ricostruzione completa di una storia tuttavia sempre aperta a revisioni via via che le ricerche portano a nuovi ritrovamenti che aggiungono elementi preziosi, di qui il dinamismo e il carattere innovativo. Le necropoli e i corredi funerari sono la maggiore fonte, ma anche i resti dei templi hanno portato importanti reperti sulla vita e sui costumi della città e in genere del mondo etrusco.

L’emergere dell’aristocrazia nel VII sec.

I traffici commerciali  e lo sfruttamento dei giacimenti minerari hanno prodotto una crescente ricchezza in mano alle famiglie che controllavano tali risorse, mentre la città assumeva un ruolo primario nel Mediterraneo, divenendo un centro di attrazione di merci e persone, tecniche e progetti. Ne danno testimonianza le necropoli del VII sec. a.C.  concepite come monumenti al defunto: l’architettura era imponente, il diametro raggiungeva anche i 60 metri, erano formati da più stanze e i ricchi corredi funerari erano un compendio dello stile di vita del defunto. 

Nella terza sezione su “Cerveteri arcaica” è parzialmente ricostruita la “tomba delle Cinque Sedie”, in cui è stata trovata la scultura che riproduce un banchetto familiare, con due troni per i defunti, cinque scranni per gli antenati, e corredi funebri costituiti da vasi d’argento, ceramiche ed altri oggetti di pregio. Vediamo esposte due statuette in terracotta alte circa mezzo metro, di persone sedute, maschio e femmina, e poi urne cinerarie di colore rosso decorate.

Da altre tombe e tumuli sono venuti reperti preziosi come lo splendido bracciale in oro laminato e fuso decorato a sbalzo, la coppa emisferica  e l’anforetta a doppia spirale in argento  laminato con doratura , dischi e un sostegno decorati di bronzo, nel corredo funerario della “tomba Regolini-Galassi”. E poi le oinochoe e i buccheri, le kotyle e i kyathos dei tumuli di Montetosto e di Monte dell’oro, le olle e i calici, le anfore e le coppe  “dalla Tomba 4” di Monte Abatone.

Altri ritrovamenti hanno fornito elementi sugli usi e costumi degli aristocratici, in particolare sui banchetti nei quali esibivano oggetti preziosi importati che poi entravano nella produzione locale, come per i buccheri, ceramiche tipiche dell’Etruria, di cui abbiamo appena citato degli esemplari.

Ora vogliamo evidenziare reperti come i lebeti particolarmente ornati e i vasi d’argento nonché una spettacolare sequenza di ceramica greca importata o fabbricata nelle colonie greche d’occidente: sono sempre coppe e olle, olpe e  oinochoe  con raffinatissime decorazioni a figure di animali e geometriche.  Le più spettacolari ci sono apparse le ceramiche “white-on red”, pithos e pisside,  e quelle etrusco-corinzie, anfora, dinos e olla con fregio di animali, nonché il bucchero della pisside con figure taurine e il calice a cariatidi, in una grande varietà e originalità, siamo nel VII sec. a. C.

Spiccano i gioielli, data l’epoca remota, come le placchette raffiguranti la “signora degli animali”e gli “affibiagli a sbarre”,  oggetti in oro quasi antropomorfi per le figure umane incorporate.

Con le elite nobili fu recepita la scrittura dall’alfabeto dei greci insediati nel sud d’Italia, inizialmente usato per attestare la proprietà o le donazioni. Altro segno di crescita culturale le figure che compaiono  sugli oggetti, come i vasi dipinti con scene dai miti greci, in particolare tratte dai poemi omerici: nel cratere di Aristonothos c’è su un lato la leggenda di Ulisse e Polifemo, sull’altro una battaglia navale, temi che esprimevano il controllo delle rotte marittime d parte degli Etruschi.

L’apogeo nel VI-V sec. con la “polis” etrusca

Dall’impronta aristocratica si passa gradualmente all’organizzazione politica delle città sul modello della “polis” greca: non è più il potere aristocratico delle grandi famiglie a dominare ma il  corpo politico dei cittadini per cui lo sviluppo urbano riflette esigenze collettive e non più quelle personali dei principi.  La “polis” etrusca viene  dotata di istituzioni e magistrature, nonché di infrastrutture per la comunità,  per il culto religioso si costruiscono santuari e templi.

Terracotte policrome e sculture attestano questi sviluppi, vediamo un acroterio con cavallo alato e una serie di antefisse con figure mitiche o con teste femminili di ottima fattura, nonché due antefisse con “teste di negro”. Poi i frammenti del frontone della Vigna Marini-Vitalini, di cui viene ricostruito l’assetto originario, sono rimaste figure e teste di guerrieri e personaggi mitologici, vi sono anche due lastre con scene di combattimento.

Con i reperti più recenti della Vigna Parrocchiale proseguono le terracotte decorate da figure di guerrieri e di personaggi mitologici, e anche con reperti particolari dello scarico di fonderia, in materiale refrattario dal quartiere arcaico e una serie di olle e ciotole con iscrizione dal santuario, in località sant’Antonio: di particolare effetto la coppa  di argilla del diametro di 46 cm, di produzione ateniese con scene dai poemi omerici.

Al santuario di Pyrgi è dedicata una parte apposita per l’importanza assunta dal porto, centro degli scambi marittimi, e dai due santuari, tra i maggiori dell’epoca, con una  significativa varietà di reperti: nel tempio A sono state rinvenute, ed esposte in mostra, antefisse a testa di guerriero e sileno e nel tempio B  antefisse con la divinità Uni tra cavalli alati,  che ritroviamo anche nelle ciotole,  le lastre e fregi dei rilievi, fino alle laminette d’oro con  dediche scritte in etrusco e fenicio per l’assimilazione delle rispettive dee Uni e Astarte, nel santuario meridionale  terracotte e pendenti, collane e anelli, anfore e olpe, altri vasi di varia conformazione, tutti con disegni di figure o motivi geometrici fino a coppe, phiale con conchiglie e altro e un cratere con scene mitologiche.  Per le scritte ricordiamo il cippo di Tragliatella da cui sono stati decifrati alcuni termini etruschi.

E’ la sezione più ricca  della mostra, i corredi funerari presentano reperti sorprendenti: vediamo esposti tre dadi, un leone dipinto su un’anfora e soprattutto una serie preziosa di gioielli: coppie di orecchini a bauletto e a disco, anelli e collane, fibule e una lamina a forma di kore, tutti in oro.

Le ultime scoperte comprendono grandi depositi votivi con i vasi greci e ulteriori elementi che hanno fatto capire meglio i riti etruschi, E’ esposto un gran numero di oggetti importati, vediamo in particolare i vasi in ceramica provenienti da Corinto e da Atene, a volte realizzati secondo le esigenze dei committenti etruschi, come risulta dalla forma peculiare.  C’è anche il grande cratere di Eufronio del Louvre e il vaso per vino psykter di Duride del British Museum, preziosi esemplari di arte greca provenienti da Cerveteri.

Alle importazioni di prodotti  corrispondevano esportazioni soprattutto di vino e olio, testimoniate dai relitti delle navi cariche di anfore di Cerveteri, rinvenuti sulla costa francese come prova dell’estensione degli sbocchi commerciali. Vediamo le anfore del V sec. recuperate dal relitto del Grand Ribaud F. in una spettacolare esibizione di archeologia subacquea.

Non solo scambi commerciali comprendenti soggetti artistici, perché l’evoluzione della civiltà etrusca vede anche la pittura ad opera inizialmente degli artigiani greci affluiti nella città. Si tratta di lastre dipinte e di vasi con figure, di cui sono esposti splendidi esemplari: in particolare le 5 “lastre Campana” del Louvre e le idre ceretane, vasi di ceramica per l’acqua con decorazioni raffiguranti scene dei miti greci, tra cui le fatiche di Ercole.

I  mutamenti intervenuti nell’organizzazione cittadina, sempre più rivolta alle esigenze collettive rispetto al precedente dominio aristocratico, si riflettono anche nelle necropoli dove alla opulenza monumentale succede l’allineamento di piccole tombe uguali, a dado, lungo direttrici che ripetono quelle delle vie cittadine.  A tombe standardizzate  e più modeste non corrisponde, però, uno scadimento della qualità dei corredi:  lo vediamo dai reperti esposti, come i gioielli e una scultura funeraria in pietra raffigurante un leone rinvenuta nel 2012  nella necropoli della Banditaccia.

Le sculture in ceramica restano prevalenti, spicca nella sua imponenza e bellezza il Sarcofago degli Sposi, lungo circa 2 metri, di incredibile fascino  per i volti sorridenti dei due sposi sul triclinio in una scena conviviale, come se partecipassero al banchetto funebre; viene dimostrata anche la posizione di maggiore  rilievo della donna nella civiltà etrusca rispetto alla civiltà ateniese e a quella romana. Il sarcofago è stato prestato con altri numerosi reperti dal Louvre che per l’occasione lo ha sottoposto a un nuovo intervento di restauro.  Siamo nel 530-510 a. C., dello stesso periodo  un’urna con una coppia distesa sul triclinio nell’offerta del profumo, nella stessa posizione e fattezze del Sarcofago degli Sposi, lunghezza 58 cm, e un’urna con il defunto sul letto funebre, poi un’urna cineraria a forma di casa e un coperchio con Efebo disteso nella posa del banchetto.

Dalla necropoli di Tolfa sono esposti rilievi funerari della “tomba dei Cani”, detta così dalle raffigurazioni di tali animali, vi sono state trovate straordinarie anfore e idrie a figure nere con Ercole e il centauro e  scene movimentate come la contesa del tripode, anche uno specchio in bronzo con un genio alato.

Oltre alla produzione locale, nel vasto campionario di oggetti importati vediamo anfore e coppe, olle e crateri di ceramica corinzia, laconica e calcidese, nonché straordinari esemplari di ceramica attica, in particolare anfore nicosteniche con raffigurati Dioniso, Nike,  Achille e Chirone.

Dioniso è al centro delle raffigurazioni di anfore e coppe, olpe e pskyter a figure rosse o nere, in contrasto con il fondo, dallo straordinario effetto-rilievo; lo stesso per Apollo ed Eracle e anche guerrieri omerici come Achille e Aiace, una galleria di incredibile suggestione. Le ceramiche ceretane a figure nere sono state studiate in modo approfondito negli ultimi anni, trovando una continuità con le ceramiche a figure rosse e individuando pittori dallo stile molto diverso,cui sono stati dati nomi come “il pittore dai volti spigolosi” e “il pittore della caccia di Boston”,  è citato anche  “il pittore dei satiri danzanti”.  Il gruppo di una quarantina di idrie ceretane viene ricondotto  a pittori chiamati “il pittore dell’Aquila”” e il “pittore di Buciride”, vi sono riprodotte soprattutto scene di animali, la caccia al cinghiale, al cervo e al leone, la centauromachia e cerbero che si scaglia contro Euristeo trattenuto da Eracle, rappresentato anche mentre lotta con il Minotauro. . Pithoi  e bracieri decorati a stampo completano questa rassegna.

Concludiamo la citazione dei reperti esposti nella sezione dedicata all’apogeo di Cerveteri con le lastre dipinte, le “lastre Campana”, dal nome dello scopritore – uno dei protagonisti di cui abbiamo  parlato all’inizio –  rinvenute nella necropoli della Banditaccia, ora al Louvre, mentre le “lastre Boccanera”, trovate nella stessa zona,  sono al British Museum, a conferma della deplorevole dispersione dei reperti. Sono in terracotta, con figure rosse su fondo chiaro, di guerrieri e cavalieri, ma anche volti femminili, rari quanto suggestivi retaggi della pittura dell’epoca.

Rinnovamento dopo la crisi e romanizzazione di Cerveteri

Dopo l’evoluzione che si è descritta nel VII sec. a. C., l’Etruria attraversa una crisi nella seconda metà del V sec.,  superata nel IV sec. con un rinnovamento promosso dalle elite locali che tonano ad essere dominanti come nella fase precedente la “polis”. La pressione di Roma sulle città etrusche accresce il ruolo di Cerveteri che si trova vicino alla città imperiale, anche se Caere non riuscirà ad impedire l’assoggettamento e la conseguente romanizzazione; ma per una lunga fase c’è stata intesa tra le rispettive élite cittadine, le “gens patrizie” di Roma erano legate all’aristocrazia ceretana.

La nuova affermazione delle aristocrazie emerge dal fasto dei monumenti funerari, che ricorda quello del VII sec., mentre anche i templi riflettono la maggiore ricchezza recuperata dopo la crisi.  Nella “tomba dei Sarcofaghi”  si manifesta questo nuovo spirito con cui l’élite intende celebrare se stessa, come facevano le élite degli altri paesi del Mediterraneo: ci sono 4 sarcofaghi, tra cui  il Sarcofago del Magistrato, in pietra, con il defunto raffigurato sul coperchio secondo l’uso cartaginese e ai lati bassorilievi che ne rievocano l’ufficio e prefigurano il viaggio nell’al di là.

Nei rapporti con Roma ci fu una crisi nel 353 per la guerra tra Roma e Tarquinia cui parteciparono “iuvenes”  ceriti a fianco dei tarquinesi, poi i rapporti  tornarono intensi;  esisteva  perfino un comunità romana a Caere, testimoniata dagli affreschi della tomba del Triclinio con dieci coppie forse seppellite insieme e un cratere con iscrizione latina al centro. Nel 273 viene datata la fine dell’indipendenza di Caere-Cerveteri per la conquista di Roma al termine delle guerre contro gli Etruschi con cui assoggettò ad una ad una le città del sud, Volsini, Vulci e Tarquinia, prima di Caere. Con l’assoggettamento,  la decadenza nell’epoca tardo-repubblicana e la ripresa in epoca augustea con C.  Manlius  divenuto “censor perpetuus” e il figlio “tribunus militum  e populo”, carica con cui Augusto premiava le élite municipali fedeli: furono costruiti un teatro e un anfiteatro ma di modeste dimensioni, dato che la popolazione era di molto diminuita, e vi fu un ciclo statuario imperiale, il “trono di Claudio”  di cui  resta una lastra con le personificazioni di Vetulonia, Tarquinia e Vulci, tre delle 15 città cui si riferiva l’intero ciclo.

Ma la città era destinata all’abbandono, dopo un  declino economico inarrestabile, lo testimonia il fatto che nel 113 d.C. una votazione della curia senatoriale di 100 decurioni vide presenti solo 9 membri,  compresi tre magistrati.  Con le incursioni saracene del IX secolo i pochi rimasti si rifugiarono nel protettivo castello di Ceri, che assunse il nome dell’antica città la quale lo trasformò invece Cerveteri, cioè “Caere vetera”, antica.  Così siamo giunti ai giorni nostri. 

Iel rinnovamento della città  vediamo nella quinta sezione reperti che attestano la ripresa del sistema decorativo dei templi, con una serie di antefisse a testa di sileno e di Eracle,  in particolare nel santuario di Pyrgi con una testa femminile, capitelli e cornici, nonché antefisse e medaglioni nella Vigna Parrocchiale, e una serie di sculture sorprendenti: teste maschili e femminili, arti e perfino organi interni. Tra le grandi tombe aristocratiche di questo periodo ricordiamo il Sarcofago del Magistrato, già citato, è la metà del IV sec. a. C., con la statua del defunto sul coperchio e scene del viaggio nell’al di là con il corteo sulle pareti; e il sarcofago di tipo architettonico fatto a capanna, anch’esso citato prima.

Dalla “tomba di Greppe sant’Angelo” vengono una porta e delle statue votive con due leoni, in pietra, la terracotta torna con busti e statue femminili e una coppia in trono. Ritroviamo anche l’oro nei corredi funerari, anello e orecchini, specchio e bruciaprofumi, e una florida produzione artigianale, questa volta di ceramiche a figure rosse, c’era un’importante bottega nella città: sono esposti crateri e oinochoe con forme e raffigurazioni varie, piatti e un cantaro.

Abbiamo accennato ai rapporti con Roma favoriti dalla vicinanza,  aggiungiamo solo che si  erano sviluppati dal terreno commerciale  al piano culturale e politico: è stato accertato che i giovani dell’aristocrazia romana  andavano a Cerveteri per imparare l’etrusco, la lingua colta di allora. Queste intense relazioni  portarono a una graduale integrazione dopo la conquista da parte di Roma, senza che venissero annullate le peculiarità etrusche, anche perché gli aristocratici continuarono a tramandare la memoria degli antenati e .le espressioni della loro cultura. Le iscrizioni in latino vengono sempre più usate nei cippi funerari nei quali restano anche iscrizioni etrusche e anche nei cippi stradali esposti, di forma cilindrica e circolare, conica  e rettangolare.

La mostra termina con reperti dell’epoca dell’imperatore Claudio nella “Cerveteri romana”, alla romanizzazione è dedicata la quinta sezione: sono sculture che ritraggono l’imperatore, tra cui la statua postuma di Augusto con la corona di quercia conferitagli dal Senato, siamo nel 27 a. C.; vediamo anche un bassorilievo della metà del I sec. d. C. che esalta la città etrusca, segno della volontà romana di farne un luogo della memoria e non più un mero retaggio di conquista.

Si conclude così nell’era cristiana il viaggio iniziato un millennio prima di Cristo nella ricostruzione storica e soprattutto nella ricchezza dei reperti contestualizzati e interpretati nel loro significato e nel loro valore testimoniale. Un elevato pregio culturale di una mostra dall’elevata resa spettacolare.

Info

Palazzo delle Esposizioni, Roma, Via Nazionale 194. Aperto da martedì a domenica ore 10,00-20,00,  il venerdì e il sabato chiusura ore 22,30, con 2 ore e 30 minuti di apertura in più degli altri giorni, lunedì chiuso; la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso intero euro 12,00, ridotto euro 9,50 per minori di anni 26, maggiori di anni 65 e categorie tra cui insegnanti, gratuito per minori di 6 anni e particolari categorie. Tel. 06.39967506, http://www.palazzoesposizioni.it/. Con un unico ingresso è possibile visitare tutte le mostre nel Palazzo Esposizioni, attualmente oltre alla mostra su Cerveteri  le  mostre contemporanee “Pasolini Roma” e “National Geographic, 125 anni, la Grande Avventura”, sulle quali cfr. i nostri articoli, per la prima, in questo sito, il  27 maggio  e 15 giugno 2014, per la seconda in   http://www.fotografarefacile.it/. marzo 2014.   Catalogo: “Gli Etruschi e il Mediterraneo. La città di Cerveteri”, Somogy-Editions d’Art, 2014, pp. 360, formato 23×29, con testi di 52 autori  per la ricostruzione storica e l’illustrazione iconografica. Per il primo articolo sulla mostra cfr. in questo sito  Cerveteri,  la Caere degli Etruschi al Palazzo Esposizioni”, 8 giugno 2014.  Cfr. inoltre i nostri articoli in “http://www.notizie.antika.it/“:  sulla mostra attuale  “Roma. Mostra sugli Etruschi di Cerveteri al Palazzo Esposizioni”, luglio 2014; sugli Etruschiin generale“Asti. Mostra sugli Etruschi nella storia d’Italia” e “Asti. L’archeologia degli Etruschi a Palazzo Mazzetti” il 15 e 17 marzo 2012.

Foto

Dele  immagini, 5  sono state cortesemente fornite dall’Azienda speciale Palaexpo, 4 sono state riprese da Romano Maria Levante  nel Palazzo Esposizioni alla presentazione della mostra,  si ringrazia in particolare l’Ufficio stampa dell’Azienda, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta.  In apertura, “Sarcofago del Magistrato”, metà del IV sec. a. C. ; seguono “Statua di Charun”-“Leone”, 300 a. C.,, e  “Pithos con metope”-“Phitos con fregio”  fine VII sec. a. C., poi “Psyter attico a figure rosse”, 500-480 a. C. e “Lastre dipinte, dette lastre Campana”, VI sec. a. C., quindi  “Laminette in oro”, fine VI sec. a. C., “Coperchio d’urna,  Efebo disteso a banchetto”, 490 a. C., e “Rilievo delle Città, detto ‘trono di Claudio'”, metà del I sec. d. C.; ,in chiusura una vetrina con anfore e vasi.

Esposito, Carlo e Maurizio Riccardi ricordano i due Papi santi

di Romano Maria Levante

A Roma, allo Spazio 5 dell’associazione “Quinta Dimensione”, la sera del 18 giugno 2014  un ricordo molto particolare dei due papi assurti il 27 aprile alla santità: presentati due volumetti, “San Giovanni XXIII il Papa buono e “Giovanni Paolo II, il papa venuto da lontano”, nel primo 33 fotografie in bianco e nero di Carlo Riccardi, nel secondo 38 foto quasi tutte a colori di Maurizio Riccardi, una staffetta cronologica e generazionale; in entrambi  i testi di Vittorio Esposito  ne ricostruiscono la figura integrando il racconto per immagini con la storia dei due pontificati e la biografia essenziale dei pontefici.

Le fotografie riprodotte sui volumetti fanno parte delle 40 immagini esposte nella mostra “Il giorno dei due Papi”, aperta a Spazio 5 il 23 aprile 2014, quattro giorni prima della solenne santificazione in piazza San Pietro, e sono state il filo conduttore dell’incontro-conversazione di giornalisti –  tra cui l’autore dei testi Vittorio Esposito – e non solo, sui loro ricordi dei due pontificati, che hanno consentito di approfondirne  la figura; i due autori delle fotografie Carlo e Maurizio Riccardi hanno parlato dei loro reportage in una serata di ricordi e di riflessioni. Hanno partecipato, con gli autori, la critica letteraria Mara Ferloni e il giornalista Mauro de Vincentiis, esperto in comunicazioni,  allora responsabile nell’ufficio stampa dell’Alitalia,  che ha seguito da vicino il “Papa pellegrino”.

Testo e fotografie su 30 anni di pontificati

Testo e fotografie, come parole e musica: è una combinazione magistrale che nella serata allo Spazio 5 ha rivelato la sua forza e le sue potenzialità. I testi di Esposito  ripercorrono la vita dei due papi, rivelando anche particolari inediti o poco conosciuti, fornendo il filo rosso per interpretare al meglio le immagini accrescendone lo spessore. Trattandosi di fotografie riprese in occasioni pubbliche che danno la dimensione “esterna” dei due papi ed esprimono, come ha detto Esposito, la “comunicazione”: per questo sono state scelte tra tante migliaia, immagini emblematiche del messaggio che hanno voluto trasmettere, escludendo quelle con la sofferenza, come si fa negli “album di famiglia” per le persone care dove prevale l’affetto. Una scelta edificante questa, in controtendenza per i fotoreporter che cercano lo scoop con la trasgressione, sebbene Carlo Riccardi sia il primo “paparazzo” della “Dolce Vita”, la mostra che dal 27 giugno segue quella sui due papi.

Quindi nessun “effetto speciale” se non la maestria dei due fotografi  e la puntualità con cui sono stati presenti nei tanti momenti della vita pubblica di due pontificati, il primo dal 28 ottobre 1958 al 3 giugno 1963, il secondo dal 16 ottobre 1978 al  2 aprile 2005: breve il pontificato di Giovanni XXIII , durato meno di 5 anni, lunghissimo quello di Giovanni Paolo II, quasi 26 anni e mezzo, tra i più estesi nella storia della Chiesa. Trent’anni di vita ecclesiale e anche della vita di tutti che in qualche misura vi si riflette in due agili volumetti e in una serie di immagini esposte in mostra.

La conversazione dei giornalisti che si sono passati la palla – si consenta l’immagine calcistica in clima di mondiali – è stata quanto mai gustosa, da un aneddoto all’altro, da una considerazione all’altra, stimolati dal conduttore che proponeva di volta in volta l’immagine-simbolo di un determinato evento al quale venivano subito collegati dall’interlocutore di turno ricordi e memorie. Toni e contenuti in un’atmosfera commossa tra la rievocazione leggera e l’intensa riflessione.

Tanti sono stati gli episodi e gli aneddoti rievocati dai giornalisti e dai fotografi come in una conversazione domestica allorché si sfoglia l'”album di famiglia” e si commentano, riallacciandosi ai ricordi, le immagini più lontane in bianco e nero ingiallite dal tempo e quelle più recenti a colori. Il tutto alimentato dai testi di Vittorio Esposito  su due storie pontificie molto diverse, ugualmente  scolpite nei ricordi di ognuno, a introduzione e commento delle fotografie accuratamente selezionate che rappresentano la narrazione visiva negli scatti dei due Riccardi, Carlo e Maurizio.

Non daremo conto della serata – ne rispettiamo il carattere colloquiale e domestico – ma cercheremo di rendere qualcosa di quanto  testo e fotografie  trasmettono dei due papi, seguendo ciò che Esposito preannuncia all’inizio: “Se si vuole che un libro fatto di immagini sia spunto di riflessione, ecco allora che quelle fotografie, riunite in un unico volume, esaltano la loro funzione di immagine per diventare strumento di una analisi che non vuole essere storica ma della volontà di un  papa”. E sono immagini selezionate in base al messaggio di comunicazione..

Per Giovanni XXIII si è trattato, scrive Esposito,  di “essere un uomo tra gli uomini, un uomo di Dio che ha cercato di impersonare il Vangelo”; lo ha fatto nella “semplicità con cui agisce, pensa, parla,per quel suo aspetto così pacioso e festoso che lo fa sembrare a tutti uno di casa; per la facilità con cui rompe piccole grandi tradizioni oramai secolari”, così Rai Edu del 1999 da lui citata. E, continua l’autore,  “le fotografie di Carlo Riccardi lo hanno ritratto anche nelle occasioni ‘ufficiali’ esaltandone la sua ricca umanità anche quando era nel compimento di doveri istituzionali”.

Giovanni Paolo II ha impersonato “Cristo redentore dell’uomo, indicando nel servizio verso l’uomo, verso la sua promozione, la sua cresciuta umana, sociale, culturale, religiosa e la difesa dei suoi diritti la strada che la Chiesa deve percorrere per svolgere la sua missione”. Esposito aggiunge che nel fare ciò “è stato un vero e proprio leader spirituale che ha affrontato tutti i problemi del nostro tempo da uomo oltre che da papa. E’ stato la guida di grandi masse che da ogni paese sono accorse ad ascoltarlo nel corso dei suoi viaggi”. E “ha conquistato da subito il cuore dei fedeli per il suo modo di porsi come individuo tra gli altri individui”.

Giovanni XXIII, il Papa buono

Di papa Roncalli, tra i particolari che non conoscevamo Esposito ci fa scoprire la devozione per San Francesco, che lo fece diventare terziario francescano a 14 anni, e l’ordinazione sacerdotale nell’attuale chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo  a Roma: di famiglia contadina bergamasca, quarto di tredici figli, approda alla capitale nel collegio di sant’Apollinare con una borsa di studio.

E poi una carriera diplomatica internazionale in chi manteneva un aspetto domestico, anzi contadino: oltre dieci anni in Bulgaria, poi in Grecia e Turchia, quindi inviato a Parigi nel 1944, nel periodo tremendo dell’occupazione tedesca con la deportazione degli ebrei: si adoperò in tutti i modi per salvarli, e nel 2000 questo suo impegno ha ottenuto un riconoscimento.  

Cardinale nel 1953 e Patriarca di Venezia, Papa il 28 ottobre 1958, solo dopo due mesi esce dalle mura vaticane per visitare a Natale i bimbi malati al Bambin Gesù, a Santo Stefano i carcerati a Regina Coeli.

Poi una raffica di Encicliche, ben quattro da giugno a dicembre 1959 cui ne seguiranno altre quattro tra il 1961 e il 1963,  tra cui la “Mater et magistra” del 15 maggio 1961 con la dottrina sociale della chiesa aggiornata sui nuovi problemi dell’economia e della società nel mondo,  e la “Pacem in terris” dell’11 aprile 1963, in cui l’impegno per la pace è unito a quello per la giustizia sociale.

Intanto dall’uscita dal Vaticano si passa all’uscita da Roma,  il “Papa pellegrino”, ricorda Esposito, va a Loreto e Assisi, e nell’incontro a Spazio 5 è stato rievocato lo storico viaggio in treno.

E’ il 4 ottobre  1962, il giorno di San Francesco, al santo e alla Madonna  vuole affidare il Concilio Ecumenico Vaticano II, che ha annunciato fin dal gennaio 1959, tre mesi dopo l’elezione a pontefice: un evento epocale con 2700 vescovi e arcivescovi, i cui lavori preparatori impegnarono 800 teologi  e studiosi.

Muore il 3 giugno 1963, dichiarato beato il 3 settembre 2000, canonizzato santo il 27 aprile 2014.

Un papa che doveva essere di transizione è diventato di rottura: e non solo sul piano del comportamento e del rinnovamento della Chiesa attraverso il Concilio; perfino sul piano politico, ed Esposito ricorda alcuni momenti significativi: “distingue l’errore (il marxismo) dall’errante (gli uomini)”,  e il 10 agosto 1961invia un messaggio radio alle superpotenze dell’Ovest e dell’Est invitandole al negoziato e al disarmo, fece breccia in Krusciov che ricambiò con gli auguri per i suoi 80anni. Sembrano cose normali oggi, ma non lo erano negli anni della guerra fredda con l’incubo del conflitto nucleare che avrebbe distrutto l’intera umanità, vengono i brividi al ripensarci.

Gesti dal forte significato politico ma soprattutto gesti di valore umano, nel volumetto e nella serata è stato ricordato il “discorso della luna” dell’11 ottobre 1962 che ci sembra una sintesi straordinaria della sua figura: nel momento in cui annunciava dal balcone su Piazza San Pietro l’apertura del Concilio Vaticano II, atto politico per eccellenza, parlando a braccio dinanzi alla fiaccolata dell’immensa folla trovava toni ecumenici oltre che lirici: “Cari figliuoli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero. Qui tutto il mondo è rappresentato.  Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera – osservatela in alto – a guardare questo spettacolo”. 

Poi le parole profondamente umane rimaste nel cuore di tutti, dal mondo passa all’intimità di ciascuno: “Cari figliuoli, tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai bambini e dite: questa è la carezza del Papa”.  Se ne sente ancora la dolcezza e il calore, Esposito ha voluto ricordare quel momento nel presentare le immagini del pontificato, e siamo andati subito a cercare se nel volumetto e nella mostra era fissato anche quel momento. Non abbiamo trovato l’immagine che ricordiamo in televisione, ma una fotografia di quel fatidico giorno, ricordiamo l’11 ottobre 1962, che mostra il Pontefice portato con i pesanti paramenti rituali sulla sedia gestatoria con annessi  “flabelli”, nella navata centrale della basilica di San Pietro, gremita fino all’inverosimile di autorità religiose e civili; ebbene, sembra incredibile che il seguito di tale immagine così istituzionale sia stato un gesto così intimo e umano, la carezza mandata dal papa ai bambini.

Questo doppio registro si percepisce anche in altre immagini, da quelle da pontefice in sedia gestatoria e triregno nei rituali solenni a quelle del pellegrinaggio apostolico a Loreto con una fotografia di particolare interesse mentre benedice dietro il finestrino del “treno papale”,  che in realtà era un  treno presidenziale perché, ricorda Esposito, quello papale fato costruire a Parigi da Pio IX per spostarsi nello Stato pontificio, era stato acquisito dal Regno d’Italia dopo il 20 settembre 1870; dalla foto della visita al Quirinale dell’11 maggio 1963 con il presidente Segni nella poltrona vicina e due corazzieri con le sciabole impettiti sull’attenti a primi piani come quelli in  automobile nel pellegrinaggio apostolico a Loreto del 5 ottobre 1962 dove lo vediamo benedicente oppure in  due immagini dalla grande semplicità il 27 febbraio 1963 all’uscita dalla chiesa di Santa Sabina all’Aventino. Altrettanto semplici ed espressive le immagini del 18 gennaio 1959  in visita alla sede della Pontificia Università Gregoriana e del 5 novembre 1961 alla facoltà di medicina e chirurgia al Gemelli, foto storica perché gli si inginocchia dinanzi baciandogli la mano Montini il futuro papa Paolo VI, e lui ricambia la deferenza portando la mano sinistra al cappello, come la  foto della visita a Regina Coeli  del 26 dicembre 1958 mentre si intrattiene sorridendo con i detenuti che indossano l’abito a righe dei  carcerati, dietro di lui l’allora Ministro della Giustizia Guido Gonella.  E poi immagini mentre celebra le funzioni religiose e tra la gente, come quella del 1962 sotto l’ombrello per la pioggia. Una galleria di ricordi  e di “come eravamo” che si snoda tra la prima al balcone della basilica di San Pietro subito dopo l’elezione a pontefice il 28 ottobre 1958 con il triregno in testa e l’ultima immagine con la salma esposta nella basilica il 4 giugno 1963. 

Tra questi due omaggi estremi della gente comune la storia breve e intensa del “Papa buono”  rimasto nel cuore di tutti per la sua semplicità, ma che ha dato concreto inizio con grande energia all’azione di rinnovamento della Chiesa al suo interno e nei rapporti con il  mondo esterno.

Giovanni Paolo II, il Papa venuto da lontano

Cosa ci fa scoprire Esposito di papa Wojtyla, “venuto da lontano”, precursore, se così si può dire, di papa Francesco, “venuto dalla fine del mondo”?  Tante cose nella lunga biografia che pur essendo essenziale ne ripercorre la vita in 14  pagine fitte di notizie e di eventi. Ciò che ci ha colpito di più è stata l’attività letteraria di Karol Wojtyla, sebbene fossero note alcune sue opere, prima tra tutte “La bottega dell’orefice”,  divenuto film con Burt Lancaster nel 1988; ma ci sono anche i drammi “Giobbe” sull’Antico Testamento, e “Geremia”, “Fratello del  nostro Dio” film nel 1997 con il regista polacco Zanussi e “Canto dello splendore dell’acqua”, i cicli di poesie “La cava di Pietra” e “Profili di Cireneo”, “Chiesa” e “Pellegrinaggio ai luoghi santi”, i poemi “Veglia pasquale 1966” e “Meditazione sulla morte”, i saggi “Amore e responsabilità”, Considerazioni sulla paternità” e “Persona e atto”. Tutti scritti, e in parte pubblicati anche sotto pseudonimo, dal 1940 al 1975;  prima della elezione a Pontefice si citano anche due pubblicazioni della sua attività ecclesiastica, il volume “Alle fonti del rinnovamento”, uno studio sull’attuazione del Concilio Vaticano II e “Segni di contraddizione”, gli esercizi spirituali di Quaresima del 1976 per Paolo VI e i cardinali di Curia.

Dopo l’elezione a papa ancora sue pubblicazioni, nel 1996 il libro “Dono e Mistero nel 50° del mio sacerdozio” e nel 2003 il libro di poesie “Trittico romano, Meditazioni”,  “poema in tre stanze”, precisa Esposito; finché, nel 2004, il libro “Alzatevi, andiamo”, emblematico del suo apostolato missionario iniziato con l’esortazione lanciata nella prima messa del suo ministero il 22 ottobre 1978 e ripetuta nel corso dell’intero pontificato: “Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui lo sa”.

Un’esortazione resa granitica dall’esempio di chi non aveva avuto paura delle due spietate dittature che avevano oppresso il suo paese, prima quella nazista, poi quella comunista; ed  ha agito concretamente perché la Polonia  fosse liberata da quest’ultima visitando la terra natale  ben sette volte, favorendo la nascita nel 1980 del sindacato libero di Solidarnosc e intervenendo sul generale Jaruzelski per contenere la pressione della Russia fino al ritiro con la caduta del muro di Berlino.

La sua azione politica lo ha visto incontrare, come “apostolo della pace”, i principali capi di Stato e i rappresentanti delle diverse confessioni religiose, in uno spirito ecumenico senza confini: è stato il primo pontefice che è entrato in una moschea mussulmana a Damasco accolto dal Gran Muftì Kuftaro  e il primo a entrare in una Sinagoga ebraica  a Roma accolto dal rabbino capo Toaff, in quelle occasioni chiamò i mussulmani “fratelli” e gli ebrei “fratelli maggiori” dopo “secoli di odio”, Esposito ricorda anche  la visita a Gerusalemme con la supplica al “muro del pianto” e l’incontro di Assisi  con i rappresentanti delle Chiese cristiane e delle altre religioni per recitare insieme la “Preghiera per la pace”, fu il primo di una serie di incontri ecumenici di grande valore spirituale.

Apostolo della pace, abbiamo detto, e anche “Pellegrino di Dio”, con i suoi viaggi nelle comunità cristiane in tutti gli angoli del mondo, che ne hanno fato il “primo missionario” che ha dato corpo al comandamento di Cristo “Predicate il Vangelo fino ai confini della terra”.

E’ stato anche il “papa dei giovani”: dall’istituzione dell’Anno internazionale della gioventù” da parte dell’Onu  nel 1984 questi appuntamenti  hanno avuto cadenza biennale nella “Giornata mondiale della gioventù”con la partecipazione di milioni di giovani, a Manila nel 1995 ben 4 milioni di “Papa boys”, indelebile il ricordo della giornata del Giubileo dei giovani a Roma allorché,  già malato, costretto sulla poltrona, accompagnava con il bastone la loro musica nel vivo desiderio di partecipare più direttamente alla loro festa. Del resto il pontificato non gli ha impedito di dare corpo alla sua profonda umanità: “E’ stato un uomo – osserva Esposito – che, nonostante gli impegni del suo ministero, ha saputo trovare il tempo anche per se stesso”. E commenta: “E questo lo ha reso agli occhi del mondo ‘umano’ vicino alle aspettative di chi vuole che il pontefice sia l’interprete delle istanze sociali e di libertà che provengono da ogni parte del pianeta”.

A tutto questo, oltre che al rinnovamento della Chiesa, sono state dedicate anche le Encicliche, dodici nel suo pontificato, tra le quali vogliamo ricordare la prima “Redemptor hominis”, del 15 marzo 1979, con il programma di mettere la chiesa al servizio dell’uomo, con le sue esigenze e i suoi diritti, “Laborem exercenses” del 14 settembre 1981 e la “Centesimus annus” del 1° maggio 1991 sulle questioni sociali fino a “Ut unum sint” sull’impegno ecumenico cristiano.

Esposito rievoca anche il “Papa della sofferenza”, dalla commozione cerebrale  del 29 febbraio 1944 a 24 anni alle gravi ferite dell’attentato del 13 maggio 1981 con l’immediato perdono per l’attentatore, e la vera via Crucis degli ultimi anni, con nove ricoveri al Policlinico Gemelli e un degrado fisico sempre più vistoso di chi all’elezione impersonava l'”atleta di Dio”  con il suo vigore e le sue passioni sportive, come il nuoto e lo sci praticate per quanto possibile anche durante il pontificato, si ricordano la piscina fatta costruire in Vaticano e le escursioni sciistiche, anche  in compagnia del presidente della Repubblica Sandro Pertini con cui ebbe un rapporto di amicizia, immortalato in una bella fotografia della visita al Quirinale il 2 giugno 1984.

Una figura così straripante di energia e di umanità, vicina al cuore di tutti e nel contempo in una dimensione globale apparentemente irraggiungibile, trova l’espressione visiva nei fotocolor spettacolari di Maurizio  Riccardi, nel volumetto di Esposito e negli ingrandimento esposti.

La prima fotografia, un vero “scoop” se si può usare tale termine, mostra il cardinale Wojtyla inginocchiato dinanzi a Giovanni Paolo I nel 1978, quasi un profetico passaggio di consegne, segue l’ultima foto del cardinale Wojtyla, sorride all’ingresso nel conclave che lo eleggerà papa.

Una delle poche foto in bianco e nero lo ritrae con Andreotti il 25 gennaio 1979, alla partenza per la Repubblica Domenicana e il Messico nel suo primo viaggio pastorale, lo vediamo anche in cima alla scaletta dell’aereo; Andreotti era presidente del Consiglio, e questo dà la misura del tempo trascorso. Poi eccolo  aprire la Via Crucis al Colosso nel 1985 portando la pesante croce.

Poche immagini istituzionali, molti primi piani,  a differenza di quelle che abbiamo visto su Giovanni XXIII, un segno dei tempi anche questo. Alle scene di folla, e potrebbero essercene moltissime se si pensa ai raduni con milioni di persone, si sono preferite quelle  che ne ritraggono l’intensa espressione del viso escludendo, come abbiamo detto all’inizio, la sofferenza che pure è stato il segno degli ultimi anni, anche se non mancano immagini con i fedeli che si accalcano sulle transenne per salutarlo da vicino o lo seguono in processione verso il santuario del Divino amore. 

Lo vediamo mentre stringe il calice con i paramenti sacri alla celebrazione della messa nella basilica romana di Santa Maria sopra Minerva il 7 novembre 1980 e mentre lascia il Policlinico Gemelli dopo l’attentato del 13 maggio 1981, mentre presiede ad Assisi la “Giornata di preghiera per la pace” il 27 ottobre 1986 e in una nuvola di incenso in una messa in Vaticano nel 1989. Tutti primi piani del suo viso intenso, mentre in altri primi piani si esprime la sua gestualità, il linguaggio del corpo: la mano destra che saluta il 3 dicembre 1978 in una delle prime visite pastorali, è alla chiesa di San Francesco alla Garbatella,  o in  piedi sulla “papa mobile”  a Piazza San Pietro, dall’auto nera scoperta  nel 1980 e in un’udienza nell’Aula Nervi nel 1983. Le braccia si aprono in un abbraccio ideale in una foto ad Assisi, nella basilica di San Francesco il 22 aprile 1979e all’Aula Nervi nel 1980. E poi foto che ne sorprendono espressioni intime, come quelle del 2 febbraio 1982in visita al presepe dei netturbini e con in braccio il figlio della coppia di netturbini di cui aveva celebrato le nozze nel 1979, fino alle due immagini del viso nel 2003 in Piazza di Spagna per la festa dell’Immacolata Concezione, le uniche in  cui si avvertono appena i segni della sofferenza.

Anche qui, come per Giovanni XXIII, il film del pontificato si dipana tra le immagini estreme, quella del 16 ottobre 1978 sul balcone della basilica di San Pietro subito dopo l’elezione, quando pronunciò le storiche parole ricordate da Esposito “”se mi sbaglio mi corrigerete” con le quali conquistò subito la folla, come ha fatto papa Francesco con l’altrettanto storico  “Buonasera”;  e la  foto del 4 aprile 2005 con le sue spoglie mortali portate nella basilica di San Pietro per ricevere l’omaggio di milioni di fedeli dopo una fila durata anche oltre dieci ore, possiamo darne testimonianza diretta. Un post mortem illustrato anche da un primissimo piano della salma e dall’immagine dell’8 aprile 2005 che fissa un momento altamente simbolico: il vento sfoglia le pagine del Vangelo posto  sulla bara deposta a terra, quasi l’espressione della presenza del soprannaturale. Le foto degli striscioni “Santo subito!” sul mare di folla ai funerali ne sono l’immediata prosecuzione, la conclusione è l’immagine del 1° maggio 2011 della cerimonia di beatificazione in piazza San Pietro con un milione e mezzo di fedeli.

Tra tutte le immagini, per la copertina è stata scelta la fotografia del 15 dicembre 1978 all’Udienza nell’Aula Nervi, nella quale il linguaggio del corpo supera le precedenti espressioni: le braccia si aprono ancora di più, l’abbraccio diventa un volo. E’ del 15 dicembre 1978, soltanto due mesi dopo l’elezione a pontefice, ma ha la capacità profetica di riassumerne la storia e il valore.

“Il papa che vola” è intitolata,  vediamo il “globe trotter” della fede nei suoi voli aerei in ogni parte del mondo, e anche nel volo supremo, quello della santità che lo ha portato nell’alto dei cieli.

Info

A Spazio 5, Roma via Crescenzio 99/d, vicino a Piazza Risorgimento, dal lunedì al venerdì ore 16,00-19,00, in una parete della galleria prosegue la mostra “Il Giorno dei due Papi”; dal 27 giugno la mostra fotografica “La Dolce vita”. Tel.  06.687625; info@spazio5.com; info@agrpress.it; http://www.spazio5.com/. In http://www.archivioriccardi.it/  dell’agenzia AGR del Gruppo Riccardi un vasto assortimento di immagini raggruppate per singoli  personaggi ed eventi, tratte dal milione di negativi dell’archivio classificato dalla soprintendenza “patrimonio di interesse nazionale”. I due volumetti: Vittorio Esposito, “San Giovanni XXIII – Il papa buono”, foto di Carlo Riccardi, Armando Editore,  pp. 64 in bianco e nero, aprile 2014, formato 21×21; Vittorio Esposito, “San Giovanni Paolo III – Il papa venuto da lontano”, foto di Maurizio Riccardi, Armando Editore, pp. 80 a colori, aprile 2014, formato 21×21, le due pubblicazioni inaugurano la serie “Fotografici Armando” a cura di Giovanni Curraro. Cfr. l’altro nostro servizio sui due volumetti e sulla mostra in http://www.fotografarefacile.it/ “Roma. Il giorno dei due Papi nelle foto di Carlo e Maurizio Riccardi”, luglio 2014.  In tale sito cfr. i nostri articoli sulle precedenti mostre fotografiche su papa Giovanni Paolo II, “Roma. Piazza Esedra. Mostra fotografica celebra la beatificazione di papa Wojtyla”  il 1° maggio 2011,  “Roma. ‘Beatus’. La mostra fotografica dopo 150 giorni” il 4 settembre 2011,  “‘Giovanni Paolo II Tutto nostro’ nelle foto di Maurizio Riccardi” il 24 maggio 2012 a Spazio 5; infine il nostro articolo su un’altra mostra in tale galleria: “Roma. Dalla Francia con amore. 80 fotografie a Spazio 5“, aprile 2012.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante a Spazio 5 nella serata dell’incontro di presentazione dei due volumetti. Le fotografie pubblicate ed esposte in mostra fanno parte del grande Archivio Riccardi, un archivio storico fotografico dal 1945 (ArchivioRiccardi.it). Si ringraziano gli organizzatori e i titolari dei diritti, in particolare Carlo e Maurizio Riccardi, per l’opportunità offerta. A Carlo Riccardi un ringraziamento particolare per essersi fatto ritrarre da noi per la foto di apertura; seguono  le immagini dei due papi santi, le prime 4  foto di papa Giovanni XXIII, le successive  5 foto di papa Giovanni Paolo II, in chiusura pazza San Pietro il 1° maggio 2011, giorno della beatificazione con un milione di fedeli.

Natura morta, Ricci al Vittoriano, Zarattini a RvB Arts

di Romano Maria Levante

Due diverse interpretazioni della natura morta a Roma, all’inizio dell’estate 2014, in due sedi espositive molto particolari: il Complesso del Vittoriano con  la sua monumentalità espone, dal 19 al 29 giugno 2014 nel Salone Centrale, lato Fori Imperiali, l’“Iperrealismo” di Orlando Ricci, 45 oli su tela di forte impatto cromatico e di un precisionismo che dà l’effetto-rilievo; la galleria RvB Arts, nell’ambito del programma “Accessible Art” promosso da Michele Von Buren, espone dal 29 maggio al 28 giugno nella mostra “Capricci” in un’atmosfera familiare alimentata dagli arredi domestici,  la “Natura storta”di Luca Zarattini, definita così per l’indeterminatezza e l’instabilità della composizione dalla cromia attutita dai materiali scelti, ruvidi e assorbenti, e nella mostra “Past Times”  i gruppi da “album di famiglia” di Christina Thwaites.

Nessun confronto tra le due interpretazioni della natura morta,  ma una spontanea associazione di idee ci ha indotto a presentarle in parallelo. La natura morta è un tema declinato nei modi più diversi dagli artisti di ogni epoca, alla Gnam c’è stata una mostra dedicata alle Nature morte giacenti nei magazzini della Galleria, l’esposizione occupava intere pareti fino al soffitto.

Dello sconfinato iceberg artistico di questo tema ci limitiamo a ricordare la “Canestra di frutta” di Caravaggio, che viene evocata a proposito dell’iperrealismo di Ricci, e le composizioni floreali e di frutta della dinastia dei Brueghel, accurate al punto di documentare le diverse specie vegetali.

Passiamo quindi a descrivere la trasposizione artistica dei due autori cercando di evidenziarne le peculiarità che li rendono, per diversi motivi, meritevoli di attenzione e di essere seguiti nel loro percorso pittorico.

L’iperrealismo di Orlando Ricci

Orlando Ricci, romano,  classe 1942, ha cominciato a dipingere da autodidatta a 10  anni e si è formato nell’arte classica, ha uno stretto legame con la Provenza, terra da cui trae ispirazione, mostre personali in Italia e all’estero, a Roma ha già esposto a Palazzo Valentini, nei Giardini di Palazzo Barberini e nello stesso Vittoriano.

La predilezione per le nature morte la fa accostare a Luciano Ventrone, un maestro in questo campo a lui molto vicino, e nel  vedere le sue opere si pensa anche a Sciltian e Tommasi Ferroni, come altrettanti punti di riferimento pur nell’assoluta originalità di un artista fedele alla propria interpretazione della realtà offerta dalla natura.

Sergio Rossi ne parla  così: “L’artista interpreta  e riplasma  i suoi canestri, le sue frutta,  i suoi fiori, e nonostante, o forse grazie all’iperrealismo della resa pittorica ci appaiono ‘altro’ dalla frutta che mangiamo, dai fiori che annusiamo eppure ad essi indissolubilmente legati”. 

Il critico definisce così l'”altro”: “Noi potremo dire che questa non è una zucca, non è un grappolo d’uva, sono una rappresentazione, o per meglio dire una trasfigurazione poetica, di una zucca, di un melograno, con la carica di mistero che sempre la poesia, anche la più semplice, porta con sé”. 

La chiave della trasfigurazione è la luce, una “luce glauca” come quella dell’alba, livida e più “difficile” da cogliere di quella della notte, una luce in grado di dare spessore tridimensionale alla raffigurazione.  Oltre alla luce, il colore, così Viviana Normando: “Valore imprescindibile della sua pittura è lo studio del colore che diventa arte, raffinata ed elegante, tecnicismo, musicalità di ritmi. La particolarità che caratterizza i suoi dipinti ad olio è una diversità di toni, un accentuato  e puntuale colorismo”.

Ma non è per un calcolo o per la ricerca esasperata di un particolare stile pittorico, bensì per un moto istintivo: “Ed è dal furore artistico, dalla spontaneità del gesto, che un frutto, su un tavolo si anima, accarezzato da un anelito di vita”.

Guardiamo le sue opere,  oltre al canestro caravaggesco in varie versioni, ci colpisce il bicchiere ricolmo di ciliege che traboccano dall’orlo, viene di allungare la mano per raccogliere quelle cadute e rimettere dentro al calice quelle appese fuori,  tanto sono realistiche, in un rilievo cromatico impressionante.

Il vetro è onnipresente, vasi con dentro fiori e soprattutto bicchieri ricolmi di frutti, il vetro con la sua trasparenza e la sua luminosità è il grande protagonista – fino a divenire unico in una successione di bicchieri come le bottiglie di Morandi – insieme ovviamente ai chicchi e alle bacche, ai petali e alle corolle. In alcune composizioni i frutti pendono dai rami, come i due grandi grappoli d’uva a fianco della fiasca impagliata, i fiori traboccano anche loro svettando sopra l’orlo dei vasi.  

Si prova la sensazione che così viene descritta dalla Normando: “Lo sguardo si posa sui petali, laddove il fruitore del quadro si aspetta, su quello stesso fiore, il sopraggiungere di un’ape, di una farfalla”; viene data una nuova definizione dell’ “altro” evocato da Rossi: “Le venature delle foglie, la buccia dei frutti, i semi, tutto illuminato dalla luce diventa altro”.  Per assurgere a qualcosa di superiore: “Una rosa, un girasole, l’uva, il melograno sono i segreti dell’animo umano che prendono forma e volume e nascono da un’esigenza interiore”.

La “natura storta” di Luca Zarattini

Si cambia verso completamente con Luca Zarattini, ferrarese, classe 1884, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Bologna, con al suo attivo, pur in giovane età, un’ampia serie di mostre personali e collettive e prestigiosi premi, nel 2010 il Premio d’Arte Zingarelli e nel 2011 il premio della critica Basilio Cascella e  al Concorso di Ferrara per il 150° dell’Unità d’Italia.

La sua caratteristica saliente risiede nella sperimentazione dei materiali più diversi nel raffigurare soggetti tradizionali, da questo incrocio nasce la “natura storta”, con la particolare conformazione che assumono le sue composizioni rese in materiali quali legno, cemento e intonaco. 

“Da Caravaggio a Cezanne a Morandi e Bacon – scrive Viviana Quattrini, sensibile critica d’arte sempre attiva nelle mostre di RvB Arts –  nelle ‘Nature Storte’ eseguite come fossero affreschi, riesce a fondere linguaggi apparentemente opposti. Un dialogo in cui il gioco di piani si inserisce nella modulazione illusoria di luci ed ombre e al silenzio si alterna l’assenza e la distorsione”.

Questo fa sì che “i piani nelle ‘Nature Storte’ più che fungere da appoggio sembrano creare instabilità sorreggendole al limite”.  Equilibri e squilibri  che nascono dai materiali e dal modo dell’artista di trattarli: “La materia è segnata dal gesto della mano e dello strumento. Gli impasti si sovrappongono e si sgretolano nella tradizione delle nature morte”.

Ne vediamo diverse, contrassegnate da un numero d’ordine, sono tutte opere del 2014,  la ricerca e sperimentazione artistica di Zarattini procede con temi e soggetti sempre diversi. In mostre precedenti sempre a RvB Arts abbiamo trovato i suoi primi piani di volti particolarmente intensi.

La sua personale a RvB Arts è intitolata “Capricci” perché espone anche opere su altri temi, come le “Barche”, anch’esse contrassegnate da un numero d’ordine, su cartoni pressati e ferro che creano un addensamento materico nello scafo per poi sciogliersi nella fluidità delle acque. Non danno la sensazione del movimento e neppure del viaggio, sembrano incagliate e in disarmo nella pesantezza della materia e nel cromatismo altrettanto greve. Nessuna presenza umana nelle opere esposte,  se non alcuni raffinati disegni di mani su carta, del resto è una fase evolutiva del percorso di Zarattini, abbiamo già ricordato i suoi ritratti molto espressivi resi in una materia non meno greve.

Abbiamo voluto mettere in primo piano le sue nature morte per l’accostamento del suo realismo tutto particolare con l’iperrealismo della mostra parallela al Vittoriano. Da quanto abbiamo appena detto si ricava che la versatilità nei soggetti è una sua cifra d’artista, insieme all’approfondimento in serie plurime per la sperimentazione. Operazione complessa la sua a stare alle parole della critica.

Così la Quattrini: “Come uno stato d’animo le cui alternanze sfociano in parole inconsuete, gesti rapidi e istintivi,  i ‘Capricci’ si manifestano attraverso una forma destabilizzata dove il soggetto dell’opera non è mai un simbolo a sé stante”. In particolare: “Quello che noi osserviamo è un gioco di più livelli spaziali e temporali dove luci ed ombre non sono altro che un inganno. L’immagine degli oggetti rappresentati in primo piano si impone attraverso l’interazione con piani geometrici, linee spezzate e multiple”.

Gli “album di famiglia” di Christina Thwaites

Abbiamo citato, tra le altre opere di Zarattini, la sua ritrattistica, se così si può dire data la peculiarità dei visi, particolarmente intensi, in precedenti mostre sempre in RvB Arts, nell’ambito del programma “Accessible Art” che seguiamo da tempo per l’interesse che merita una formula con la quale ci si propone di portare l’arte contemporanea  nelle mura domestiche con opere accessibili sotto il profilo economico – prezzi contenuti – e della compatibilità con l’ambiente e la percezione familiare:  requisiti questi garantiti dall’accorta scelta degli artisti e delle opere  compiuta da Michele Von Buren, l’appassionata animatrice dell’attività della galleria e curatrice delle mostre.

Dopo le “nature storte”  di Zarattini,  a RvB Arts abbiamo ripreso contatto con la figura umana, e che contatto! Non si è trattato dei ritratti tormentati di Zarattini, ma degli “album di famiglia” di Christina  Thwaites, ch ci hanno offerto  visi e figure allineati come nelle foto scolastiche.

E’ un’artista inglese che già conoscevamo per precedenti collettive a RvB Arts, qui in una personale, ha lavorato ad Amsterdam, Roma e Palestina, vive in Australia dove ha esposto a Sydney, Melbourne e Camberra. A Roma, oltre che in RvB Arts ha esposto in mostre collettive nel Palazzo Esposizioni e nel Macro.

Il riferimento agli album di famiglia e alle foto scolastiche non è di maniera, la mostra si intitola “Past Times” per esprimere il valore di testimonianza di immagini che fissano un attimo destinato a tornare nella memoria allorché si guarda l’immagine trascorso diverso tempo. Le figure sono allineate frontalmente, in posa, i visi rivolti verso un ideale obiettivo fotografico, come passivi in attesa dello scatto. “I protagonisti – citiamo di nuovo Viviana Quattrini – evitano tra loro lo scambio di sguardi. Punto focale dell’attenzione è posto al di fuori dell’opera. Sottoposti all’indagine dell’occhio meccanico, i ritratti sbiaditi mantengono una sorta di formalità dettata dalla convenzionalità del momento”.

E’ molto diverso dalla  ritrattistica che cerca di esprimere attraverso le fattezze, la posa e l’espressione, l’interiorità della persona, qui viene fissato un momento di sospensione che “a posteriori testimonia il tempo istantaneo dello scatto e del ricordo. Si tratta di una pluralità di ritratti dove ognuno sembra cogliere l’essenza del soggetto”. Senza alcuna penetrazione psicologica, anzi le espressioni spesso appaiono forzate come quelle delle foto, deformate dall’attesa dello scatto. Quindi visi assorti o stralunati, espressioni anche buffe che danno una venatura ironica alle composizioni,  molte di grandi dimensioni, per lo più con dei chiari colori pastello.

Ricordiamo i titoli dei dipinti più spettacolari, “Gentlemen in Orange”, “Mixed Hockey Team”, “Bishop in Disguise”, poi una serie di “ritratti” anche con solo due figure e finanche una,  ma sempre con la positura “fotografica”, come “Two Sisters” e “Woman in Yellow”.

Dopo le nature morte  nelle diversissime trasposizioni artistiche  di Ricci e Zarattini,  e le barche in disarmo di quest’ultimo, ci voleva il “Past Times”  della Thwaites, “nella sua doppia accezione nostalgica e ironica di tempo che passa e passatempo”- è ancora la Quattrini – “in cui viene presentato il valore sia affettivo che rievocativo di momenti di condivisione familiare  o sociale di un istante”. 

Sono momenti rispetto ai quali, in definitiva, chi si trova idealmente dalla parte dell'”obiettivo” nello scattare la foto di gruppo – sia esso l’osservatore o la pittrice che ha scelto questo punto di vista – si limita a registrare l’attimo, non a interpretarlo. E va bene sia rispetto al “tempo che passa” sia rispetto al “passatempo” ciò che esprimono le raffigurazioni: tanto per il visitatore della mostra come per chi vorrà accoglierle nel proprio arredamento domestico come fossero di famiglia, secondo il programma che Michele Von Buren  persegue da anni con coraggio e spirito innovativo.

Info

Per la mostra di Orlando Ricci: Complesso del Vittoriano, Via San Pietro in carcere, lato Fori Imperiali, Salone Centrale,  tutti i giorni ore 9,30-19,30. Ingresso gratuito. Tel.  06.6780664, http://www.comunicareorganizzando.it/. Catalogo: “Iperrealismo di Orlando Ricci”, giugno 2014, pp. 20, formato 16,5×24.  Per la mostra di Luca Zarattini: Galleria RvB Arts, Roma, Via delle Zoccolette, 28, e Antiquariato Valligiano in via Giulia 193, dal martedì al sabato, orario negozio; domenica e lunedì chiuso. Ingresso gratuito. Tel. 06.6869505; cell. 335.1633518. E mail: info@rvbarts.com; sito: http://www.arvbarts.com/. Per le precedenti mostre del programma “Accessible Art”, anche con altre opere di Zarattini e Thwaites, cfr. in questo sito i nostri 8 servizi alle date del 21 novembre e 10 dicembre 2012, 27 febbraio e 26 aprile, 21 giugno, 5 luglio e 5 novembre 2013, 14 marzo 2014.  Sugli autori citati in merito alle “nature morte” cfr. per Caravaggio i nostri articoli in “cultura.inabruzzo.it”  del 2010, il 21, 22, 23 gennaio, con Bacon,  l’8, 11 giugno e 23 febbraio, e il nostro articolo in http://www.fotografarefacile.it/ il 13 aprile 2011, i caravaggeschi in questo sito il 5, 7, 9 febbraio 2013;  per la dinastia Brueghel,  sempre in  questo sito, il nostro articolo il 5 maggio 2013.

Foto

Le immagini sono state riprese nelle due sedi espositive da Romano Maria Levante, si ringrazia “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia per la mostra di Ricci, RvB Arts di Michele Von Buren per le mostre di Zarattini e Thwaites, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. Le prime 3  nature morte sono di Orlando Ricci, che si ringrazia anche per essersi fatto riprendere davanti a un suo dipinto nella foto di apertura; seguono 3 nature morte di Luca Zarattini, quindi 3 gruppi di Christina Thwaites.

Caligola, la statua e non solo, al Vittoriano

di Romano Maria Levante

Al Vittoriano, lato Fori Imperiali, nella Sala del Giubileo, “Sulle tracce di Caligola. Storie di grandi recuperi della Guardia di Finanza”,  la mostra programmata dal 23 maggio al 22 giugno 2014, poi prorogata al 29 giugno  espone la grande statua dell’imperatore e altri reperti recuperati dalla Guardia di Finanza collocati stabilmente nel Museo delle Navi Romane di Nevi. Questa mostra segue l’esposizione del 2010, sempre al Vittoriano, e attraverso una serie di video documenta visivamente la meritoria azione dell’arma nella lotta contro i predatori dell’arte e dell’archeologia. Realizzata da “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia, responsabile del  progetto Maria Cristina Bettini. Catalogo Gangemi Editore.

I successi nell’azione di tutela della Guardia di Finanza

Iniziamo con un richiamo doveroso ai risultati dell’attività della Guardia di Finanza, che ha al suo interno un Gruppo per la tutela del patrimonio archeologico: vengono presentati periodicamente nell’annuale mostra a Castel Sant’Angelo insieme ai recuperi dell’arma dei Carabinieri e della Polizia, e nel 2010  sono stati oggetto della mostra al Vittoriano “Dal sepolcro al museo. Storie di saccheggi e recuperi. La Guardia di Finanza a tutela dell’Archeologia”, della quale quella attuale è la continuazione. E’mirata su alcuni reperti, in primis la grande statua dell’imperatore, ma nei video  scorrono le immagini che documentano le tante azioni di successo dell’arma in modo spettacolare.

L’attività di tutela nell’archeologia e dell’arte risale al 1916, nel 1922 i primi recuperi di sarcofagi fittili portati al “Museo della civiltà etrusca”, nel 1926 recuperate le  “tavole” del Perugino  trafugate a Perugia dieci anni prima; nel dopoguerra  affianca Siviero nel recupero delle opere  trafugate dagli eserciti nel conflitto mondiale, nel 1963 ci si serve anche di aerei per la sorveglianza delle aree  ad emergenza clandestina.

Nel 1971 recuperato il “Ritratto di Eleonora Gonzaga della Rovere” di Raffaello, nel 1973 il celebre “Polittico del Padreterno” del Carpaccio,  nel 1976  “Santa Margherita” del Guercino, nel 1977 il “Reliquario” di Donatello, nel 1985 su richiesta della Polizia di Malta la Guardia di Finanza partecipa alle ricerche del Caravaggio trafugato nella cattedrale nella capitale La Valletta, nel 1990  recuperata la “Pala d’altare” di Lorenzo Lotto e il “Kouros ” di Reggio Calabria, nel 1995 i dipinti di Bellini, Gossaert e altri fiamminghi trafugati dalla Pinacoteca Vaticana. 

Siamo negli anni 2000, il “Gruppo Tutela Patrimonio Archeologico” cui è affidata l’attività operativa è inquadrato nel nuovo “Comando Unità Speciali”. Nel 2000 viene recuperato il famoso “Sarcofago di Endimione” del II sec. d. C. tra Cave e Palestrina; nel 2005 un Canaletto, “Il Canal Grande da Palazzo Balbi al Ponte di Rialto”, sequestrato dopo aver smascherato la fittizia provenienza estera con la connivenza di un a casa d’aste londinese. . Nel 2007 recuperato il “Rilievo dei Gladiatori”, di età repubblicana, in un container diretto in  Svizzera, nel 2008 bloccato uno scavo clandestino nell’isola sacra che mirava al “Sarcofago delle Muse”, nel 2009 recuperato in extremis “Il rilievo di Mitria da Veio” destinato al mercato cino-giapponese; nel 2012 “Il sarcofago di Arpinmo” e la “Stipe votiva di Pantanacci”, con altri 3000 reperti destinati al mercato clandestino. Viene fatto rientrare da Londra il famoso “Sarcofago delle Quadrighe” trafugato a Frosinone venti anni prima. 

Alcune di queste operazioni di successo sono documentate dalle riprese che scorrono sui video:  abbiamo citato le più eclatanti alle quali aggiungiamo ora quella che assume un valore simbolico e alla quale è dedicata la mostra attuale:  il recupero della statua dell’imperatore Caligola e di altri reperti collegati alla sua residenza a Nemi, cosa che coinvolge la storia dell’imperatore a tutti noto per la sua crudeltà e per la sua dissennatezza, ma che ha anche altri aspetti da non ignorare, e la vicenda delle due grandi navi rinvenute nel lago di Nemi.

Il recupero della grande statua

I fatti innanzitutto,  rievocati  dal  Comandante del Gruppo Tutela Patrimonio Archeologico   della Guardia di Finanza, Massimo Rossi, che risalgono al gennaio 2011. A conclusione di una complessa indagine fu bloccato l’espatrio in un container diretto in Svizzera, delle sezioni marmoree di una statua colossale destinata al mercato estero, in particolare sino-nipponico. L’autista del veicolo e due complici che lo scortavano furono deferiti all’autorità giudiziaria, e vennero eseguite perquisizioni domiciliari alla ricerca delle parti mancanti della statua.

E’ emersa subito l’importanza del rinvenimento, i calzari hanno fatto identificare il personaggio nell’imperatore Caligola, mentre le analisi di laboratorio sulle concrezioni e sui residui di terra hanno indicato la zona di provenienza del prezioso reperto: l’agro nemorense, in particolare la località “La Cavalleria”, nel territorio tra Nemi e Velletri, dove Caligola aveva fatto erigere sulle rive del  lago di Nemi una propria residenza e collocare  due navi-palazzo nel lago.

All’identificazione della zona di provenienza è seguito uno scavo sistematico con il rinvenimento dei resti  di una villa suburbana di età giulio-claudia con un ninfeo dove era collocata in origine la statua di Caligola, e di alcune sezioni mancanti della statua con altro materiale decorativo; la presenza di una testa  ha fatto pensare fosse quella mancante nella statua mutila, ma le dimensioni sono diverse, per cui si ritiene riguardasse una delle statue di contorno della villa.  Sulla vera testa della statua  si sono poi concentrate le indagini nell’ambiente antiquario dove veniva offerta una testa gigantesca sul mercato clandestino: acquirente interessato un ricco industriale russo tramite un intermediario ginevrino, ma la vigilanza della Guardia di Finanza ha fatto saltare la trattativa.  

L’imperatore Caligola: aberrazioni e progetti ambiziosi

Il recupero in  corrispondenza del bimillenario della nascita di Caligola, del 12 d. C., ha acuito l’interesse sul personaggio, la cui figura è stata in passato liquidata come sadica e stravagante, mentre è più complessa; infatti oltre alle aberrazioni e alle stravaganze, vanno considerate le iniziative messe in atto e quelle rimaste inattuate  data la rapida conclusione del suo impero durato  “tre anni, nove mesi e dieci giorni”, come ha scritto lo storico dell’epoca Cassio Dione.

L’impero di Caligola ebbe inizio alla morte violenta dell’imperatore  Tiberio, suo prozio che lo aveva designato erede con il cugino Tiberio Gemello, e fu ucciso dal prefetto del pretorio Macrone  con la sua partecipazione, non è chiaro se materiale o soltanto morale, cui seguì la sua ipocrita  orazione funebre nel Foro e il solenne  funerale in cui scortò il feretro al Mausoleo di Augusto.  Altre eliminazioni fisiche da lui provocate quella di Tiberio Gemello, che si suicidò, del suocero Silano e dello stesso Macrone, nel 38, dopo una misteriosa malattia che incattivì ulteriormente Caligola; quindi l’esecuzione del generale Getulico, comandante della Germania Superiore, accusato di congiurare contro l’imperatore, e di Emilio Lepido, con un clima di terrore  diffuso a Roma, anche per i suoi attacchi al Senato, accusato degli omicidi compiuti sotto Tiberio, con tanto di documenti accusatori da lui conservati  mentre dovevano essere distrutti allorché abolì il delitto di lesa maestà nelle prime misure liberalizzatrici dell’impero. 

Le stravaganze vanno dall’elezione a console del suo cavallo Incitatus, con il significato politico di sfidare il Senato che fino ad allora era stato in diarchia con l’imperatore; alla statua d’oro che lo ritraeva e faceva vestire ogni giorno con la veste da lui indossata;  all’ordine dato alle truppe nel tentativo fallito di invadere la Britannia,  di riempire di conchiglie gli elmi e le vesti per raccogliere “le spoglie dell’oceano”. Fino alla costruzioni di due navi gigantesche per navigare in un piccolo lago come quello di Nemi, la rotta maggiore terminava al Tempio di Diana sull’altra sponda.

Fu vittima dell’ennesima congiura ordita dai tribuni dei pretoriani Cherea e Cornelio Sabino nel 41 d. C., colpito da 30 pugnalate, Cherea  fu il primo a colpirlo, poi fece uccidere anche la moglie – ne ebbe diverse nella sua vita inquieta – e la figlia Drusilla di soli quattro anni.

Nel suo quadriennio da imperatore, oltre alle stravaganze e alle violenze, troviamo atti di liberalità come il ripristino delle assemblee popolari e il richiamo degli esiliati, la riabilitazione degli scrittori  e la soppressione di alcune imposte,  l’abolizione del delitto di lesa maestà  e il ripristino delle assemblee popolari; e progetti ambiziosi, la maggior parte dei quali non portati a termine o neppure iniziati: come la costruzione del porto di Reggio con i magazzini per il grano egiziano, e il taglio dell’istmo di Corinzio,  il tempio del divo Augusto e il teatro di Pompeo, l’acquedotto Anio Novus e l’Acqua Claudia, il circo Gaianum con un obelisco egiziano e il ponte di barche di 4 km tra Pozzuoli e Baia, su cui sfilò in trionfo con la corazza di Alessandro Magno e il figlio del re dei Parti sconfitto; sue le spedizioni militari in Germania e in Britannia festeggiate con un’ “ovatio”.

La “damnatio memoriae” –  cui fu condannato dopo essere stato eliminato sanguinosamente dalla congiura del Senato – ha fatto dimenticare  quanto di buono aveva realizzato o soltanto iniziato, tra tante violenze e aberrazioni. E ha fatto sparire ogni traccia della sua figura  con la distruzione delle statue che lo raffiguravano, per cui il recupero di quella in mostra risulta ancora più prezioso. 

Caligola attribuiva un preciso significato politico alle proprie statue, cosa che ne accresce l’interesse e il valore storico. Cercava di emulare Giove facendosi raffigurare in pose statuarie come Juppiter in trono, del resto  fu la forma di autocelebrazione degli imperatori della dinastia giulio-claudia a partire da Ottaviano Augusto, come dimostra la statua di Cuma all’Hermitage di San Pietroburgo.

Voleva utilizzare una propria statua ispirata alla divinità pagana come provocazione per gli ebrei minacciando di esporta nell’inviolabile sancta sanctorum di Gerusalemme. Fu mandata a Roma addirittura una delegazione guidata da Filone di Alessandria per dissuaderlo dall’arrecare un’offesa alla religione che avrebbe potuto provocare  violente reazioni.

La statua di Caligola vista da vicino

Ed eccoci ora dinanzi alla grande statua dopo aver presentato il personaggio e ricordate le circostanze del rinvenimento. E’ in marmo  greco, lo raffigura seduto sul trono,  in dimensioni maggiori del reale: I due grossi frammenti ricomposti sono rispettivamente di cm 131 quello inferiore, con le due gambe e la base del trono, e di cm 115 quello superiore  con il busto e la spalliere, fino al collo. Altezza totale cm 210 ma con la testa mancante sarebbe di cm 240. 

Un mantello avvolge le gambe e la spalla sinistra lasciando nudo il busto, in mano forse aveva uno scettro simbolo del potere  imperiale.  Particolare interesse presentano i calzari perché sono serviti per l’identificazione: sono aperti, la suola è bassa e il piede è le strisce di pelle avvolgono il piede,  si tratta delle “caligae speculatoriae”, scarpe leggere che Caligola era solito usare e che si trovano anche nella sua statua esposta al Louvre.  Il trono è molto elaborato ha una spalliera con un timpano su pilastrini dai capitelli corinzi a foglie lisce, ci sono alcuni rilievi tra i quali una vittoria alata di profilo in cammino, una maschera femminile tipo gorgone tra doppie volute, una figura femminile alata che sembra emergere dall’onda, che ricorda il motivo della “donna fiore”, un capitello eolico; il sedile è coperto da una stoffa che termina con una frangia.

La statua e il trono dovevano essere in origine policromi, come i troni di età macedone. Il modello statuario è quello di Zeus Verospi dei Musei Vaticani, rinvenuto sulla via Nomentana, ispirato a Giove Capitolino che aveva per modello il Zeus di Fidia del tempio di Olimpia descritto da Pausania. Era l’iconografia preferita da Alessandro Magno, quindi non sorprende che la prediligesse anche Caligola, che come si è ricordato sfilava in trionfo con la corazza di Alessandro. 

Una conferma storica della statuaria di Caligola viene proprio da Filone di Alessandria,che abbiamo ricordato capo della delegazione mandata da Gerusalemme a Roma per dissuadere l’imperatore dal collocare una propria statua nel sancta sanctorum, interdetto a chiunque tranne che al sommo sacerdote e soltanto nel giorno della riconciliazione.

Filone, che era uno storico ebreo, nel “Legatio ad Gaium”  fa un resoconto della vicenda: la missione ebbe inizialmente successo, l’imperatore li accolse con benevolenza negli Horti di Agrippa, e acconsentì, ma pochi mesi dopo reagì alla distruzione di una sua statua a Gerusalemme  ordinando al governatore della Siria Petronio di attuare l’idea iniziale, realizzare una sua statua colossale come Juppiter in trono in marmo di Sidone e farla collocare nel sancta sanctorum scortata da due delle quattro legioni della provincia.

Petronio cercò di convincere i maggiorenti ebrei a consentire questa intromissione nel luogo sacro ma invano, allora intervenne sugli artigiani di Sidone per rallentare la realizzazione della statua; e si recò a Tiberiade, la capitale della Galilea con Erode Antipa, ma essendo questi partito per Roma  scrisse a Caligola per dissuaderlo con l’argomento che gli ebrei avrebbero trascurato di coltivare i campi compromettendo i raccolti, con grave danno per Roma.

Nessun risultato,anzi Caligola lo sollecitò a far realizzare presto la statua. Intanto Erode Antipa, venuto a conoscenza a Roma di questa vicenda, condividendo le preoccupazioni di Petronio, facendo leva  sui buoni rapporti con l’imperatore, gli scrisse una lettera accorata che sembrò convincesse Caligola a rinunciare alla sua idea, in cambio dell’assicurazione che gli ebrei non avrebbero ostacolato l’introduzione del culto dell’imperatore fuori Gerusalemme. 

Questa la conclusione, l’ “happy end”? Sembra di sì, ma solo perché l’imperatore morì nella congiura di palazzo nel 41 d. C., poco dopo la missione di Filone del 39-40 d.C.; infatti mentre prometteva di desistere ordinava di realizzare in segreto la statua per portarla con sé nel primo viaggio in Oriente e collocarla di sorpresa a Gerusalemme prima della reazione degli ebrei. Giuseppina Ghini, dopo aver ripercorso l’intera vicenda, osserva come questa testimonianza conferma la riferibilità a Caligola di statue come Juppite r in trono, anche se non sono pervenute per la “damnatio memoriae”. E conclude che l’identificazione con Caligola, oltre che da questa constatazione, deriva dalla tipologia di calzature e dal luogo del rinvenimento, nel territorio di Nemi: “Potrebbe trattarsi di un’immagine celebrativa eletta quando l’imperatore era ancora in vita e innalzata all’interno della sua villa, dove era collocata in un ninfeo a forma di ventaglio, orientata in modo da volgere lo sguardo verso Anzio, città natale dell’imperatore”.

E’ stato fatto un restauro molto accurato con il quale si sono eliminate  le incrostazioni e ricomposta l’unitarietà dei vari pezzi in cui era smembrata la statua, compresi i frammenti recuperati a parte.

Gli altri reperti in mostra

Altri reperti  sono esposti   nella vasta sala del Vittoriano dove spiccano i video che trasmettono ininterrottamente i filmati delle spettacolari  operazioni di recupero della Guardia di Finanza. Sono stati recuperati anch’essi dal Gruppo per la tutela del patrimonio archeologico.

Il primo è una “Testa femminile”, del I sec. d. C., recuperata nel 2007 nel mercato antiquario romano, proveniente da uno scavo clandestino, di marmo con superficie porosa, richiama l’iconografia di Agrippina minore nell’acconciatura e di Agrippina maggiore nel viso.

E’ l’unica testa visibile nella mostra essendo acefala sia la grande statua di Caligola sia  la “Statua di Apollo da Genzano”, del II sec. d. C., un torso in marmo bianco di Aphrodisia o Paros,  mutila anche negli arti, eccetto l’inizio delle braccia all’attaccatura della spalla; nonostante ciò si può ricostruire che poggiava sulla gamba sinistra, una gamba era tesa, l’altra flessa.

La  “Sima con amorini”, seconda metà I sec. a. C., in terracotta,  reca il motivo degli eroti che reggono un festone  tipico dell’area romano-laziale in età augustea, si trova anche nell'”Ara pacis”, l’immagine in rilievo è molto nitida. Ancora più spetta colare il “Cratere marmoreo con corsa di amorini su biche”, recentissimo recupero della Guardia di Finanza nel gennaio 2014, di marmo bianco italico con la rappresentazione tipica dei sarcofagi per i bambini, di una corsa con tre carri all’interno di un circo che potrebbe essere il Circo Massimo; dinamismo e grazia nelle figure in uno sfondo architettonico con colonne e frontone triangolare, in una raffigurazione altamente simbolica.

Ben diversi i sottili rilievi nelle “Lastre del santuario di Diana Nemorense”, della fine del II sec. d.C., rappresentano  un repertorio di armi barbariche sovrapposte come trofei per simboleggiare le virtù militari che hanno fatto strappare al nemico le armi offerte alla divinità.

Con queste lastre torniamo a Caligola, cui si riferiscono direttamente  gli ultimi due reperti esposti:  la “Mano apotropaica dalle navi di Caligola” e la “Parte di fistula recante il nome di Caligola”,che si riferiscono alle “navi di Caligola”  e sono conservate, insieme agli altri reperti citati, nel “Museo delle navi” di Nemi,  del quale la mostra rievoca per immagini la lunga storia.

Le navi di Nemi e il Museo

Ripercorriamo  rapidamente  questa storia, ne sono protagoniste  le due navi che Caligola  fece costruire  e utilizzò nel lago di Nemi.

La prima nave era un vero palazzo  galleggiante di cinque ambienti, corridoi, stanze per gli ospiti, una terrazza,  fu utilizzata anche da Claudio e Nerone, il quale aggiunse un edificio centrale rettangolare, i pavimenti e le pareti erano rivestiti di “opus sectile”, intorno correva una balaustra in bronzo. Aveva timoni, ancora e argani, e veniva trainata da altre imbarcazioni.

Un vero complesso templare galleggiante la seconda nave, un tempio tetrastilo con un  peristilio di colonne corinzie e una facciata a prua di tipo teatrale, anche qui pavimenti e pareti in “opus sectile” con riquadri marmorei, tegole in rame dorato sul tempio di Iside. A differenza della prima nave il movimento era assicurato da 24 remi per lato, manovrati da due rematori ciascuno su appositi seggi.

La lunghezza, di 70-73 metri è leggermente inferiore alla nave porta obelischi dello stesso periodo (39-45 d. C.) di 80 metri, la larghezza per la prima  è simile, per la seconda  maggiore, 24 metri rispetto a 19, le grandi navi di epoca più antica, la “Syracosia” e la “Thalamegos” del 235-219 a: C.   erano più lunghe (86-88 metri) ma molto più strette (13,5 metri). Ebbene, per le navi di Caligola, non si è trattato di una ricostruzione  astratta e virtuale di archeologia navale: sono state rinvenute nel fondo del lago di Nemi,  nelle acque trasparenti era visibile la presenza di relitti, con la struttura relativamente conservata: e hanno rappresentato per secoli, oltre all’occasione di depredamenti, una sfida costante per il recupero.

Il primo tentativo di riportarle in superficie risale a Leon Battista Alberti nel 1446 incaricato dal cardinale Prospero Colonna, che aveva un  castello e terreni sulle rive del lago; l’impresa non ebbe successo, è andato perduto il trattato “Navis”  in cui era descritta. Ulteriori tentativi di Francesco De Marchi nel 1535 e di Annesio Fusconi nel 1827  che recuperò con una campana alcuni materiali; altri bronzi furono recuperati nel 1895 da Eliseo Borghi, che ebbe il merito di accertare la presenza di due scafi e non uno, distanti 200 metri, e di sollevare un a discussione culminata nella relazione del 1905 “Le navi romane del lago di Nemi” che concludeva proponendo il parziale prosciugamento del lago per riportarle in superficie.

Vent’anni dopo, nel 1926, il Ministro nella Pubblica Istruzione Pietro Fedele istituì  una Commissione presieduta da Corrado Ricci, allora impegnato a far riemergere i Fori imperiali, che prese in seria considerazione la proposta del prosciugamento, da realizzarsi ripristinando l’antico emissario ostruito; a tale fine fu costituito il Comitato industriale per lo scoprimento delle navi nemorensi, fu disostruito l’emissario e con l’aiuto di potenti idrovore in meno di un anno, dal 20 ottobre 1928 al 3 settembre 1929 fu riportato alla luce il primo scafo che si trovava ad 11,28 metri.; ci vollero altri tre anni per far rimergere anche la seconda nave nell’ottobre 1932.

Direttore dell’impresa l’ing. Guido Uccelli, per la società Riva di Milano, e al riguardo Giuseppina Ghini, alla quale dobbiamo la minuziosa ricostruzione della storia delle navi di Nemi, osserva: “Uno dei primi esempi fruttuosi di collaborazione pubblico-privato e di sponsorizzazione”. E ricorda che “tutte le operazioni vennero accuratamente documentate con un filmato realizzato dall’Istituto Luce (recentemente restaurato) e accompagnate da indagini geologiche, fisiche, botaniche, chimiche e idrogeologiche”, la cui documentazione si trova nella pubblicazione del Poligrafico dello Stato “Le Navi di Nemi”, edita nel 1940, poi nel 1950 e poi ristampata.

La bella storia continua con la costruzione del Museo in cui collocare le navi, fu ultimata il 15 ottobre 1935, a parte la facciata da completare dopo l’immissione degli scafi; fu progettato dall’architetto Morpurgo, lo stesso della teca dell’Ara Pacis  purtroppo  sostituita dalla devastante megastruttura dell’archistar Meyer, in cui l’Ara Pacis si perde mentre viene soffocata l‘antica chiesa adiacente. La prima nave vi fu immessa un mese dopo, il 18 novembre, e la seconda  trascorsi altri due mesi il 20 gennaio 1936. Vi furono collocati anche  un battellino dei predatorio antichi  e due piroghe protostoriche, le ancore e i macchinari con un ricco corredo documentario.

Finisce qui la parte positiva, il 31 gennaio 1944, alla vigilia della liberazione di Roma, un incendio notturno,  di origine dolosa appiccato dall’interno, distrugge l’intero contenuto del Museo, quindi le preziose navi di Nemi e gli altri reperti, si salvarono quelli portati bell’agosto 1943 nel Museo Nazionale Romano, i bronzi e la balaustra, i condotti e i pavimenti in “opus sectile”.

Una perdita gravissima, e a poco è valsa la ricostruzione dell’edificio, ormai fuori misura con i ballatoi con le scale a chiocciola per osservare dall’alto le due grandi navi che sono state sostituite da due modelli in scala 1:5, nel vasto ambiente fatto per dimensioni quintuple del Museo riaperto il 25 novembre 1953, nel tentativo di dare una funzione didattica; poi dieci anni dopo chiusura venticinquennale e riapertura il 16 dicembre 1988 ma senza i reperti collegati alle navi e al tempio di Diana salvati dalla distruzione. Finché questi reperti nel 1912 sono stati restituiti al Museo dalla Soprintendenza per i beni archeologici di Roma e nel 2013 si è inaugurato il nuovo allestimento.

Con la grande sorpresa della statua di Caligola: recuperata nel 2011 dalla Guardia di Finanza nel bimillenario dalla nascita dell’imperatore, e in quanto proveniente dall’area nemorense  diventa la “star” del Museo, al quale le moderne tecnologie di ricostruzione virtuale offrono i mezzi per sopperire alla perdita fisica dei grandi scafi, finché non sarà possibile riprodurli in dimensioni naturali.  Tutto questo evoca la mostra al Vittoriano, e per questo ha un valore che supera quello normalmente attribuito alle esposizioni, è  la risposta positiva ad un evento quanto mai deprecabile, tanto più che è stata la mano dell’uomo a distruggere reperti così preziosi: l’operazione della Guardia di Finanza ha recuperato la statua di chi quelle navi aveva realizzato e utilizzato, così l’imperatore Caligola è tornato nella sua Nemi assiso in trono come a sfidare il tempo e la sorte.

Info

Complesso del Vittoriano, Via San Pietro in Carcere, lato Fori Imperiali, Sala del Giubileo. Aperto tutti i giorni, da lunedì a giovedì ore 9,30-19,30,  da venerdì  a domenica ore 9,30-20,30, ultimo ingresso 45 minuti prima della chiusura. Ingresso gratuito. Tel. 06.6780664; Guardia di Finanza 06.46682653;  http://www.comunicareorganizzando.it/. Catalogo: “Sulle tracce di Caligola. Storie di grandi recuperi della Guardia di Finanza al lago di Nemi”, Gangemi Editore, maggio 2014, pp. 128, formato 24×28.  Per le mostre del 2013 sui recuperi delle forze dell’ordine cfr. i nostri articoli  in questo sito “Arte salvata, la mostra nel 150° dell’Unità d’Italia” il  1° giugno, “Urne etrusche, 24 recuperate con 3000  altri reperti” il 21 luglio,  e “Archeologia, capolavori recuperati a Castel Sant’Angelo” il 22 luglio; per mostre precedenti cfr. in “cultura.inabruzzo.it”  “I tesori invisibili” 10 luglio 2009. Inoltre in http://www.antika.it/  il nostro articolo “Roma. Recuperate 24 urne etrusche dal Comando tutela”  luglio 2013; nello stesso sito i nostri servizi sui recuperi del Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri il 12, 15 febbraio e 9 maggio 2010, il 12, 21 gennaio e 12 giugno 2012.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nella Sala del Giubileo del Vittoriano alla presentazione della mostra, si ringrazia Comunicare Organizzando di Alessandro Nicosia e la Guardia di Finanza con i titolari dei diritti per l’opportunità offerta. In apertura la “Statua maschile su trono” identificata nell’imperatore Caligola, I sec. d. C., seguono “Statua di Apollo da Genzano“, II sec. d. C. e “Cratere marmoreo con corsa di amorini su bighe”, tarda età antonina, poi “Testa femminile”, 40-50 d. C., e vaso, quindi “Sima con amorini”, seconda metà I sec. a. C. e “Parte di fistula recante il nome di  Caligola”  37-41 d. C., , quindi “Mano apotropaica dalle navi di Caligola” e la seconda nave di Nemi nel Museo prima dell’incendio distruttivo del 1944 (foto d’archivio tratta dal Catalogo);  in chiusura uno scorcio della sala con i video illustrativi, in primo piano il Cratere marmoreo con corsa di amorini su bighe”.  

Cerveteri, la Caere degli Etruschi, al Palazzo Esposizioni

di Romano Maria Levante

Al Palazzo Esposizioni, dal 15 aprile al 20 luglio 2014 la grande mostra “Gli Etruschi e il Mediterraneo. La città di Cerveteri” espone 400 reperti archeologici eccezionali per antichità, alcuni risalgono al IX sec. a. C., e per bellezza, vasi e anfore di incomparabile splendore, nonché per valore storico e resa spettacolare come il “Sarcofago degli Sposi” esposto per la prima volta. La mostra è a cura delle istituzioni che, insieme all’Azienda Speciale Palaexpo,  l’hanno organizzata anche prestando reperti prestigiosi, curatori Francoise Gaultier e Laurent Haumesser del Museo del Louvre, Paola Santoro e Vincenzo Bellelli del CNR, Alfonsina Russo Tagliente e Rita Cosentino della Soprintendenza Beni Archeologici Etruria meridionale. Catalogo a cura di Palaexpo e Louvre, Editore Somogy – Editions d’Art, con testi di 52 autori per la ricostruzione della storia di Cerveteri e per il commento critico ai 400 reperti della mostra riprodotti nella parte iconografia del volume. Alla presentazione congiunta con la mostra “Pasolini Roma” sono intervenuti l’assessore alla Cultura della Regione Lazio Lidia Ravera e il nuovo presidente dell’Azienda Speciale Palaexpo Franco Bernabè, le cui sperimentate capacità manageriali e imprenditoriali riferite all’arte sono sicura garanzia.  

Ciò che colpisce subito della mostra sugli Etruschi di Cerveteri è la straordinaria ricchezza e l’altrettanto straordinaria bellezza dell’esposizione. Lo spazio espositivo coni suoi ampi ambienti che si snodano in un lungo itinerario è costellato di splendidi reperti, pietre e marmi, vasi e anfore di splendida fattura fino al grande “Sarcofago degli Sposi” che rappresenta il “clou” della mostra.

Ma non è solo la parte spettacolare il pregio della mostra, bensì la sua articolazione per temi, di cui i reperti sono la testimonianza visiva sulla base di un’accurata ricerca storica e archeologica. Una ricostruzione storica non sul popolo etrusco in generale, ma imperniata sul centro in cui si è manifestata tale civiltà per irradiarsi nel Mediterraneo, la città di Cerveteri,   a meno di 50 km da Roma. L’antica “Caere” dei Romani, “Agylla” per i greci, “Kaiseraie ” per gli Etruschi, definita “la più prospera e popolata città dell’Etruria” da Dionigi di Alicarnasso, nel I millennio a. C.  

La Cerveteri di allora viene paragonata a città come Atene, Siracusa e Cartagine, crocevia di traffici commerciali e di scambi culturali con il mondo greco e romano, fenicio e italico, tra Oriente e Occidente, di cui ha assorbito, adattandoli,  stile e modelli.

Contenuto e articolazione della mostra

Il compito che si sono posti gli organizzatori della mostra è stato quello di raccontare questo millennio di storia,  documentando con i reperti come si fosse formata la città, la sua espansione nel Mediterraneo, la sua rivalità con Roma fino al suo assoggettamento all’impero romano agli albori.

E’ una storia ricostruita e raccontata con i reperti del sottosuolo, dunque: anche questi hanno una loro storia, essa pure ripercorsa nella mostra. Ne sono protagonisti  gli archeologi e i collezionisti come il marchese Campana e i musei in cui i reperti hanno trovato collocazione, primi tra tutti il Louvre e il Museo Etrusco di Villa Giulia; ma tra i prestatori ci sono anche il Museo Nazionale Cerite e il Museo Gregoriano Etrusco del Vaticano,  il British Museum di Londra e  grandi musei di Berlino e Copenaghen. Questi apporti hanno permesso di riunire  i reperti aventi un’unica provenienza ma distribuiti nei vari musei ripristinando per il periodo della mostra la loro unitarietà.

La fonte principale per la ricostruzione operata dalla mostra sono state le necropoli portate alla luce nell’800 e nel ‘900,  dalle quali è provenuta la gran parte del numero sterminato di reperti;  ma anche gli scavi cittadini hanno fornito  notevoli contributi integrando i dati emersi dai prevalenti reperti funerari. Il confronto tra i reperti di più antico rinvenimento e quelli più recenti ha consentito inoltre di rivedere alcune conclusioni che sembravano definitive; le ricerche tuttavia proseguono,  permettendo di estendere la conoscenza dalle necropoli e dal centro urbano all’intero  territorio, dove si trova  il sito di Pyrgi, il porto più importante dell’antica “Caere”,

Viene sottolineata la mobilitazione nelle ricerche recenti, con l’impegno di istituti universitari e di ricerca, di archeologi italiani e stranieri, e un ruolo importante del volontariato e della formazione; e il fatto che è un lavoro “in progress”. Così i curatori: “Ma i lavori non finiscono qui, presentando i risultati di un bilancio parziale, la mostra intende aprire la strada anche a nuove ricerche”.

Nulla di statico e stantio, dunque, da museo coperto di polvere, ma dinamismo e innovazione, sono le  caratteristiche  della mostra al cui apparato altamente spettacolare si associa un contenuto culturale di grande livello.

Il dinamismo risiede nell’evoluzione incessante delle conoscenze che porta a rivedere le acquisizioni del passato; l’innovazione nel presentare una civiltà attraverso la lente di ingrandimento di una città che ne è stata la grande interprete.

Ecco i temi  trattati nelle diverse sezioni espositive. Si inizia con la “storia di una scoperta”, documentando le grandi ricerche archeologiche e i relativi risultati a cominciare dall”800; poi si dedica doverosamente uno spazio al collezionista Campana, la cui incessante attività di collezionista – la sua raccolta raggiunse i 10.000 pezzi – cessò per un finale da tempi moderni.

Con “la nascita di una città”, tra il XII e il VII sec. a. C.,   si entra nel vivo della ricerca etruscologica, con reperti di capanne e di vasellame, e soprattutto corredi funebri.  Ma chi sono i protagonisti, e come evolve nel tempo questa civiltà?  La sezione sui “principi di Cerveteri” dà una risposta, con la panoramica sull’Etruria, l’oriente e la Grecia del VII sec. a. C., attraverso i  monumenti ei corredi funerari.

“L’apogeo” della civiltà viene descritto rievocando la “Cerveteri in epoca arcaica”, VI-V sec. a. C.: e questo attraverso l’architettura e l’urbanistica, gli scambi commerciali e la pittura, le necropoli  ei corredi funerari a confronto con le risultanze sulla evidenze del centro urbano,

Il confronto con Roma, nel IV-III sec. a. C. porta al “rinnovamento della città”, con l’apertura al nuovo linguaggio artistico e l’autocelebrazione della nobiltà nei sarcofaghi funerari.

L’ultima sezione della mostra si intitola “la fine di una storia; Cerveteri romana”, siamo al III-I sec. a. C., viene descritta la progressiva romanizzazione  con la persistenza delle “radici” etrusche.

Le scoperte archeologiche nell”800 e ‘900

La “narrazione”  della mostra inizia nella prima sezione con  la riscoperta di Cerveteri nelle campagne di scavo di inizi ‘800, già in un testo di Luigi Canina del 1938 era identificata e descritta l’antica “Caere” attraverso i primi risultati ottenuti dalle ricerche, che si intensificarono dopo gli anni ’20. Fu creato l’Istituto di corrispondenza archeologica a Roma che pubblicava via via gli esiti degli scavi; altro materiale documentario di tali campagne è stato recuperato negli appositi archivi .

Per farsi un’idea dell’entità dei ritrovamenti basta considerare che nel 1826 l’arciprete Alessandro Regolini  portò alla luce oltre 800 terracotte votive e che nel 1934, nella necropoli della  Banditaccia furono rinvenute 53 tombe, tra cui la Tomba degli Animali Dipinti e la tomba degli Scudi e delle Sedie, seguirono nel 1835 le tombe della Sedia Torlonia e la tomba Torlonia  con numerosi arredi funebri. Nel 1836 il citato Regolini trovò altre tombe  con corredi funerari, e nel 1837  fu istituito il Museo Gregoriano Etrusco che raccolse molti reperti di Cerveteri.

Negli anni ’40 entra in scena il collezionista Giovanni Pietro Campana, che nel 1844 effettua scavi  nelle terre del principe Ruspoli e porta alla luce delle tombe, la” tomba Campana” cui fu dato il suo nome, e la “tomba dei Pilastri”, poi nel 1946-47 verrà la “tomba dei Rilievi”.  Era un marchese  appassionato di archeologia e arte antica, membro di accademie scientifiche, con scavi e acquisti mise insieme la più grande collezione  dell’epoca, di oltre 10.000 reperti, nota in tutta Europa. Fu arrestato con l’accusa di peculato per aver prelevato notevoli somme di denaro del Monte di Pietà che dirigeva impegnando per garanzia la propria collezione, ma immobilizzandone i capitali;  la sua collezione fu confiscata dall’amministrazione pontificia nel 1857 e Napoleone acquistò la parte etrusca che è finita al Louvre dal 1863, per questo il grande museo francese ne è tuttora il detentore.

Tra gli altri ricercatori di tombe ricordiamo i fratelli Augusto e Alessandro Castellani, che tra il 1860 e il 1870 avevano rilevato parte della collezione Campana, e nel 1865 scoprirono la “tomba delle Cinque Sedie” e la “tomba dei Cani”, ma le aste da loro indette e le donazioni portarono alla dispersione dei reperti rompendo l’unitarietà  dei corredi, quindi non conservando il set originario.

E soprattutto i fratelli Boccanegra ai quali si deve il ritrovamento,  nel 1881, del Sarcofago degli Sposi e delle grandi lastre dipinte del British Museum cui è stato dato il loro nome.

Hanno contribuito alla riscoperta di Caere nella seconda metà dell”800  Giovanni Antomarchi, un ufficiale francese in servizio a Tolfa  che ha ritrovato nel 1865 la necropoli di Pian della Conserva e partecipato agli scavi per portare alla luce 30 tombe tra cui quella dei Cani già citata; l’antiquario Agostino Jacobini e Antonio Lauri ai quali si deve il ritrovamento di un lotto di “terracotte architettoniche” provenienti da edifici della zona,  tanto rilevante  che le ritroviamo in molti musei in Europa e America, oltre che nel Museo nazionale etrusco di Villa Giulia. Uguale sorte hanno avuto i reperti di un deposito votivo molto ricco scoperto nel 1885 da don Mariano Lazzari.

Ai primi del ‘900 riprendono le ricerche  nelle aree che erano state scoperte nell’ 800 per iniziativa di privati, ma questa volta con la direzione e il controllo di istituzioni pubbliche, che sono riuscite a impedire la smembramento e la dispersione dei reperti riuscendo a mantenere l’unitarietà dei nuovi ritrovamenti. Per quelli precedenti,  come si è detto, troviamo le destinazioni più diverse, analizzate  specificamente nel Catalogo che ricostruisce con cura la formazione delle raccolte di materiali provenienti da Cerveteri con apposite trattazioni relative al Museo di Berlino e al Louvre, al British Museum e al  Museo di Copenaghen, ai Musei americani e  italiani, in particolare i Musei Capitolini e il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia.

Gli scavi del ‘900 hanno esplorato l’area dell’antica Caere  con le necropoli circostanti, dell’estensione di circa 160 ettari: i primi interventi sistematici  di esplorazione delle necropoli ad opera del direttore dell’Ufficio scavi di Civitavecchia e Tolfa Mengarelli, tra il 1908 e il 1934,  individuarono centinaia di tombe, soprattutto nella zona della Banditaccia, seguirono i restauri a cura dello stesso direttore che operò proficuamente per oltre 20 anni. Poi un’interruzione prolungatasi per il conflitto mondiale e la ripresa nel dopoguerra a cura della Soprintendenza per le antichità dell’Etruria meridionale cui si affiancarono altri organismi, dal 1950 la Scuola italiana di Archeologia e dal 1960 la Fondazione Lerici del Politecnico di Milano.

Negli anni ’70, oltre ad approfondire la conoscenza delle necropoli note, fu scoperto un altro settore della necropoli villanoviana e la necropoli di Greppe Sant’Angelo con una tomba dalla facciata rupestre e delle sculture; lì verrà rinvenuto da uno scavo clandestino il celebre cratere di Eufronio recuperato per l’azione delle forze dell’ordine di tutela del patrimonio archeologico; negli anni ’80 e ’90  sono state scoperte le tombe principesche e nel 2004, in coincidenza con l’inserimento della  necropoli della Banditaccia tra i siti patrimonio dell’umanità dell’Unesco, si sono riprese indagini sistematiche nell’area della “tomba delle Cinque sedie” e, nel 2012, nell’area  della “tegola Dipinta”, anche per prevenire e contrastare gli scavi clandestini.

Nell’area urbana si sono svolte ricerche all’inizio del ‘900, in prosecuzione delle prime condotte  negli anni ’40 dell’ ‘800; l’interruzione iniziata nel 1936 è stata più lunga, sono riprese negli anni ’80 con il ritrovamento dei resti di una struttura templare a tre celle e di un edificio per pubbliche assemblee nell’area della Vigna parrocchiale; poi negli anni ’90 nella località sant’Antonio con i resti di un santuario monumentale, protagonista in entrambi i casi Mauro Cristofani con il soprintendente Paola Pelagatti; nuove indagini nel 2007 sulle tombe sotto al santuario nella cui area è stata rinvenuta anche una necropoli di età romana con relativo corredo funerario. Importante l’azione svolta dal CNR per gli scavi archeologici nell’area urbana.

Infine va ricordato il ritrovamento della cinta muraria  e delle strutture del castello corrispondente all’antico abitato di Pyrgi, dove per sei decenni sono stati eseguiti scavi, dopo l’intuizione di Massimo Pallottino negli anni ’40;  fuori dalle mura c’è il santuario noto da fonti antiche. 

Come antipasto della ricchissima esposizione, forte di 400 reperti, vediamo una serie di teste di statua, di uomo, donna e bambino, del III sec. a. C., scoperte nel 1826 nella località  Vignali. Dagli scavi sulle terre dei Torlonia provengono reperti più antichi, che risalgono al VII-V sec. a. C., come un modellino di barca e un albastron, un calice con cariatidi e una splendida “coppa attica a occhioni’, poi un’ olpe proto corinzia  e vasellame corinzio,un’oinochoe, un’anfora e una Kotyle,tutte con fregi di animali, sfingi ed altre figure che spiccano sulla superficie degli oggetti.

La nascita di una città

La seconda sezione è dedicata alla nascita della città di Caere dove si trova oggi Cerveteri, a 45 km da Roma, la più meridionale delle città etrusche.  E’ arretrata di alcuni chilometri rispetto al mare e e in posizione elevata – 80 metri – per motivi di sicurezza, come una roccaforte; il centro si estendeva per 160 ettari, la metà di Roma, la popolazione stimata da 25 mila a 80 mila abitanti. Pianori percorsi da corsi d’acqua  al centro di un sistema di comunicazioni che sviluppò assi viari verso l’interno, i monti della Tolfa e i laghi vulcanici,  e la fascia costiera, da Pyrgi a Civitavecchia.

Le origini di Caere sono ben più antiche di quelle di Roma, che si fermano al 753 a. C., sembra che fondatori della città fossero i Pelasgi, stanziati nell’Ellade prima dei greci, e dopo l’arrivo di questi approdati in Italia dando vita agli Etruschi che, secondo Erodoto, erano invece di origine lidia. Per Caere le due tesi vengono sommate: in origine ci furono i Pelasgi, poi subentrarono i Lidi: Caere sarebbe il nome lidio, mentre Agylla il nome attribuito ai Pelasgi anche se alcuni sostengono che furono loro a chiamarla Caere  per ricordare il grido di gioia nella loro lingua all’approdo su quel  territorio quando trovarono finalmente l’acqua dopo la lunga navigazione. L’identificazione con i Pelasgi è dipesa dall’essere un popolo molto vicino ai greci con cui dovevano convivere.

All’Età del ferro si fa risalire la nascita della città, ma come punto di arrivo di insediamenti precedenti dell’Età del bronzo – forse attratti dai  giacimenti minerali e dalle argille della zona della Tolfa – di cui le ricognizioni archeologiche hanno trovato tracce evidenti.  I  reperti rinvenuti nella zona documentano una certa continuità tra Età del bronzo e del ferro sebbene gli insediamenti maggiori fossero stati abbandonati per creare comunità più piccole  periferiche. Di qui una certa lentezza nell’aggregazione che darà vita alla grande città di Caere.

Della storia più remota danno testimonianza una serie di reperti provenienti da Vaccina, il cui insediamento si sviluppò agli albori del XII sec. a. C. lungo un corso d’acqua, ed era al centro di traffici commerciali  cui si riferisce il materiale esposto. Si tratta, infatti, di vasellame di tipo miceneo, in argilla tornita e dipinta, trovato con un gran numero di ceramiche d’impasto  peculiari dell’Età del bronzo avanzato,  dotate di  anse con appendici a forma di teste di uccelli acquatici. Sono esposte una coppa e delle tazze, inoltre delle anse zoomorfe, una punta di freccia  e una situla.

Dall’Età del bronzo dei primi insediamenti  nella Tolfa all’Età del ferro di Caere si passa con  un’altra serie di reperti anch’essi antichissimi, risalgono al IX sec. a. C,si tratta di un fornello di terracotta e di una serie di reperti dalle tombe del Sorbo,  ricche di oggetti di uso domestico:  brocche e  tazze, urne biconiche  e fibule, rocchetti e fusaiole. Meno arcaica, si fa per dire, la necropoli del Laghetto, VIII sec. a: C. con le coppe e i  morsi in bronzo per cavallo,come segno di distinzione sociale.  Le ceramiche cominciano ad essere dipinte, a differenza di quelle del periodo precedente, su modelli, latini, lidi e greci: sono apporti esterni che riflettono i traffici commerciali.

Siamo nell’VIII sec. a. C., i morsi in bronzo per cavallo sono il segno dell’emergere di un ceto aristocratico, le grandi famiglie. Nella terza sezione viene documentato l’avvento dei Principi di Cerveteri attraverso i corredi funerari con le insegne del potere, seguirà l’apogeo della città, il culmine raggiunto nell’architettura, nella pittura e negli scambi, anche qui con i corredi funerari;  poi il suo rinnovarsi dopo un periodo di crisi fino al confronto con Roma e l’assorbimento nell’impero romano. La cavalcata nella storia attraverso i reperti esposti, giunge al I sec. d.C., con l’era cristiana.  Ripercorreremo tale periodo prossimamente concludendo la visita alla mostra.

Info

Palazzo delle Esposizioni, Roma, Via Nazionale 194. Aperto da martedì a domenica ore 10,00-20,00,  il venerdì e il sabato chiusura ore 22,30, con 2 ore e 30 minuti di apertura in più degli altri giorni, lunedì chiuso; la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso intero euro 12,00, ridotto euro 9,50 per minori di anni 26, maggiori di anni 65 e categorie tra cui insegnanti, gratuito per minori di 6 anni e particolari categorie. Tel. 06.39967506, http://www.palazzoesposizioni.it/. Con un unico ingresso è possibile visitare tutte le mostre nel Palazzo Esposizioni, attualmente oltre alla mostra su Cerveteri  le  mostre contemporanee “Pasolini Roma” e “National Geographic, 125 anni, la Grande Avventura”: al riguardo cfr. i nostri articoli, per la prima  in questo sito il 27 maggio  e 15 giugno 2014, per la seconda in  http://www.fotografarefacile.it/ aprile 2014.  Catalogo: “Gli Etruschi e il Mediterraneo. La città di Cerveteri”, Somogy-Editions d’Art, 2014, pp. 360, formato 23×29, con testi di 52 autori  per la ricostruzione storica e l’illustrazione iconografica. Per il secondo articolo sulla mostra cfr. in questo sito Cerveteri, dall’apogeo alla caduta al Palazzo Esposizioni”, 6 luglio 2014. Cfr. inoltre i nostri articoli in “http://www.notizie.antika.it/“:  per la mostra attuale  “Roma. Mostra sugli Etruschi di Cerveteri al Palazzo Esposizioni”, luglio 2014; per un’altra mostra sugli  Etruschi“Asti. Mostra sugli Etruschi nella storia d’Italia” e “Asti. L’archeologia degli Etruschi a Palazzo Mazzetti” il 15 e 17 marzo 2012.

FotoLe  immagini, tranne quella di apertura cortesemente fornita dall’Azienda Speciale Palaexpo,  sono state riprese da Romano Maria Levante  nel Palazzo Esposizioni alla presentazione della mostra,  si ringrazia in particolare l’Ufficio stampa dell’Azienda, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta.  In apertura, “Sarcofago degli sposi”, 530-510 a. C.; seguono “Anfore” VII sec. a. C.,  e “Lebete con protomi” –Sostegno decorato a sbalzo”,  675-650 a. C.,, poi  “Antefissa” dal tempio di Hera, III sec. a. C.,  e un gruppo di “Anfore” dal relitto del Grand Ribaud F. V sec. a. C., quindi “Urna raffigurante una coppia semidistesa su un letto da banchetto nell’atto dell’offerta di profumo”, 520-500 a. C., “Statua maschile”, III sec. a. C., e 2 “Statuette”, 650-630 a. C.;  in chiusura,  la veduta di una sala con in primo piano dei crateri.

Liberazione di Roma 1943-44, al Vittoriano

di Romano Maria Levante

La mostra “19 luglio 1943-4 giugno 1944. Roma verso la libertà”,  dal 5 giugno al 20 luglio  al Vittoriano, lato Ara Coeli, ricorda la fase culminata con l’entrata degli alleati, con i rastrellamenti e le deportazioni, la prigionia  e le torture, la resistenza armata ai nazisti e quella civile alla fame e ai bombardamenti. In primo piano i luoghi cittadini più toccati dagli eventi, evocati con mappe e fotografie,  filmati e giornali, manifesti e cimeli.  Realizzata da “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia, a cura di  Stefania Ficacci e Maria Teresa Natale.  Catalogo Gangemi Editore.

In contemporanea con la mostra per il centenario della “Grande Guerra”, sempre al Vittoriano, la mostra è aperta fino al 20 luglio, mentre dal 4 all’8 giugno  i 70 anni dalla Liberazione di Roma sono stati celebrati con una serie di manifestazioni distribuite nella città: dibattiti e proiezioni, concerti e  spettacoli teatrali, con la serata evento di sabato 7 giugno ai Fori Imperiali: è stato proiettato il film-simbolo  di Roberto Rossellini,  “Roma città aperta” restaurato, con il concerto “Freedom” di Duke Ellington eseguito dall’orchestra e coro di Santa Cecilia.

Il Sindaco Ignazio Marino ha avuto una bella immagine nel  commentare, senza riferimenti storici o politici, le fotografie della folla festosa che accolse gli alleati: “Da quelle facce, da quei gesti si percepisce un sentimento straordinario: la riappropriazione della città. I romani si riprendono Roma, i luoghi, i palazzi, le strade, le piazze che per secoli sono stati dentro la loro vita e che improvvisamente, con brutalità, qualcuno, l’occupante nazista, aveva loro tolto”. E ha  aggiunto, riferendosi alla mostra: “Sono i luoghi a parlare, attraverso gli scatti fotografici dell’epoca”.

Lo stesso è avvenuto con la mostra precedente sempre al Vittoriano sull’ “infamia tedesca” che all’oppressione aggiunse la deportazione degli ebrei romani il 16 ottobre 1943,  da 1022  solo 16 sopravvissuti, mentre un’altra mostra è stata su “Giugno 1944. lo Sbarco di Anzio” del 1944, con la prospettiva di  liberare Roma.

I “percorsi di lettura” di quel periodo, suggeriti dalle curatrici  Ficacci e Natale vanno dai bombardamenti alleati sulla città all’occupazione nazista, dalla resistenza romana nei 271 giorni di occupazione alla liberazione del 4 giugno 1944.  E soprattutto sono focalizzati  sui luoghi degli eventi nella loro precisa individuazione topografica.

Al riguardo viene  ricordata la definizione di Enzo Forcella per capire l’occupazione nazista di Roma: “Un agglomerato di quartieri, un arcipelago di isole, completamente isolati e reciprocamente inconsapevoli ma anche, per chi ne conosceva la chiave d’accesso, collegati da una fitta rete di invisibili e misteriosi fili”  che in “Roma città aperta” sono stati resi in linguaggio cinematografico. Sui luoghi di Roma così concepiti si focalizzano le sezioni della mostra, con la documentazione visiva, soprattutto fotografica, dei singoli  avvenimenti  nel loro impatto sui quartieri interessati.

La foto-simbolo ci è apparsa quella che poniamo in apertura, i giovani sul carro armato festeggiano la liberazione, dando liberto sfogo a  una gioia incontenibile. Chissà se Roberto Benigni si è ispirato a questa immagine per il  finale del suo film  “La vita è bella” in cui il bambino sale felice sul carro armato, qui il numero è moltiplicato, la gioia diventa corale, è dell’intera città. 

I luoghi dei bombardamenti e della battaglia per la difesa della città

Tutti conoscono  il bombardamento al quartiere di San Lorenzo come la violazione dello status di “città aperta” , evento così dirompente da far uscire per la prima e unica volta papa Pio XII dal Vaticano; sarà anche, negli anni ’50, al centro del processo per diffamazione intentato da De Gasperi a Guareschi che aveva pubblicato una lettera a firma dello statista, che la definì apocrifa, in cui avrebbe chiesto quel bombardamento per esasperare e far insorgere la popolazione. Ma i luoghi dei bombardamenti sono molteplici, sparsi nella periferia della città.  

Infatti quello non fu l’unico bombardamento e non colpì solo San Lorenzo ma l’ampia area limitrofa, come sottolineano le curatrici che affermano: “Al di là della necessaria riflessione sul significato simbolico che il bombardamento di San Lorenzo riveste sull’immagine della città in guerra, non può tuttavia far cadere nell’oblio la memoria delle successive 52 incursioni, se non altro per non consegnare alla storia l’immagine di una città risparmiata dal fuoco alleato”.

Il  bombardamento di San Lorenzo era mirato allo scalo merci, il 19 luglio 1943 alle 11,03 ben 662 bombardieri americani scortati da 268 caccia cominciarono a sganciare 1060 tonnellate di bombe, ma l’operazione “crosspoint”  colpì  anche gli aeroporti Littorio e Ciampino, fabbriche e depositi; un mese dopo, il 19 agosto, alla stessa ora altre 500 tonnellate di bombe sulle stazioni delle a linea ferroviaria Roma-Napoli. Tra l’8 settembre 1943 e il 4 giugno 1944 vi furono 51 bombardamenti nella parte meridionale della città con distruzione di stazioni e ferrovie, fabbriche e depositi, chiese e scuole, cimiteri e diecine di migliaia di case.

Perché questo accanimento nonostante lo status di “città aperta” e poi l ‘armistizio dell’8  settembre?  In una prima fase il motivo fu il valore simbolico di capitale di uno stato nemico, poi  ragioni strategiche legate allo sbarco in Sicilia con successiva conquista della penisola passando per Roma e all’importanza del sistema ferroviario romano per la logistica dei tedeschi. Lo   status di “città aperta”  per la presenza del Vaticano e delle antichità veniva “rispettato” bombardando al periferia dove, peraltro, risiedevano gli obiettivi,  tutti al di fuori della cerchia di Mura Aureliane.

Le fotografie  sono eloquenti, come quelle del palazzo di via Ettore Rolli vicino piazza Marconi, e di uno stabilimento di arti grafiche  in via Ostiense completamente distrutti, e altri palazzi sventrati a Cinecittà, siamo a  febbraio-marzo 1944. Ci sono le immagini della visita ai luoghi colpiti a San Lorenzo di Pio XII circondato dagli abitanti sconvolti, e della Principessa di Piemonte, seguita da alcuni accompagnatori.  6  disegni acquerellati di Vito Lombardi fissano i luoghi di San Lorenzo dopo il bombardamento, con il portico distrutto, gli interni devastati.

Dopo l’8 settembre  Roma era nella tenaglia dei bombardamenti alleati dal cielo, mirati ad obiettivi militari ma che non risparmiavano le abitazioni civili, e dell’oppressione dei tedeschi per controllare completamente la città divenuta ostile. Non ci fu una resistenza organizzata, la popolazione era inerme e i pochi militari disorganizzati, ma singole battaglie in difesa della città. Il 10 settembre a Porta San Paolo e nelle zonevicine, come la Piramide Cestia, ci furono violenti scontri dei reparti tedeschi ben equipaggiati contro “civili senza armi  e militari senza comandi; nel quartiere della Montagnola provocarono 53 vittime, 42 militari e 11 civili, i “caduti della Montagnola”,   nella piazza c’è oggi un sacrario.

Le fotografie dei luoghi mostrano la Piramide Cestiae Porta San Paolo in quel  periodo, insieme ad altre visioni di palazzi che vengono protetti, la  galleria Colonna con barriere di sacchi di sabbia, piazza del Campidoglio con lo spostamento all’interno della statua di Marc’Aurelio. Anche qui acquerelli di Vito Lombardi su carri armati tedeschi a  Porta Maggiore e Via Prenestina. 

I luoghi del potere degli occupanti e della resistenza dei romani

La debole resistenza dei romani viene schiacciata, è troppo importante per i tedeschi controllare la città per organizzare il controllo complessivo del paese dai luoghi del potere nazifascista.

Vengono preservate le sedi del regime fascista per la costituzione della nascente Repubblica Sociale Italiana, insediate a Palazzo Braschi e a Palazzo Wedekind in Piazza Colonna;  mentre  i luoghi  del potere tedesco vengono fissati a Villa Wolkonsky in via Ludovico di Savoia, con il plenipotenziario del Reich, Rahn, presto sostituito dal giovane console Molhausen , e nei due alberghi vicini, l’Hotel Flora a Via Veneto per il Comando generale germanico e il Tribunale di guerra tedesco che celebrava processi lampo, e l’Hotel Bernini a Piazza Barberini  per l’organizzazione collaterale tedesca della Todt, che operava rastrellamenti di civili da avviare ai lavori per esigenze militari.

Tra le immagini fotografiche che illustrano questa sezione spicca la facciata di Palazzo Braschi interamente ricoperta  dal gigantesco manifesto di propaganda con il volto di Mussolini al centro circondato da un’infinità di SI.  Per il resto le fotografie rendono il clima greve dell’occupazione tedesca, i camion a Piazza del Viminale  e a Piazza Venezia dove occupano l’intera zona centrale, e le lunghe file di prigionieri anglo-americani che sfilano scortati dai soldati tedeschi in Via Veneto e in Via dell’Impero: siamo già nel febbraio 1944, ma gli alleati sono ancora lontani.

Ma soprattutto riportano a quel clima le Ordinanze naziste che comminavano la reclusione a chi ascoltava le “emissioni radiofoniche nemiche”  o “propalava” le notizie trasmesse, e l’Avviso del Comando superiore tedesco in cui si intimava agli appartenenti alle classi di età 1910-25 di rispondere alla chiamata delle autorità italiane per il “servizio del lavoro”, necessario allo sforzo bellico tedesco, minacciando punizioni “secondo le leggi germaniche di guerra”, appello che fu disatteso, i romani non  si fecero intimidire. Sono esposti anche  gli appelli “alle armi” e all'”onore e combattimento”  lanciati  dai “fascisti repubblicani romani”, un gruppo che presto fu sciolto.

La resistenza a Roma si è espressa in modo particolare, era la sede del Comitato di liberazione nazionale formato dai partiti antifascisti che diede l’ordine di “resistere con ogni mezzo”; la città fu divisa in  zone, due centrali ed otto periferiche controllate dai Gap, Gruppi di azione patriottica, nelle tipografie si stampavano i giornali clandestini, dall'”Unità”  all'”Avanti”, da “L’Italia Libera” a “Bandiera Rossa”, si arriva anche a 8000 copie distribuite in modo altrettanto clandestino,. Non mancano i sabotaggi e le bombe. Roma, scrivono le curatrici della mostra, “era dunque una città dai mille percorsi, nei quali si muovono uomini  e donne di ogni età con l’obiettivo da un lato di sopravvivere e resistere alla ferocia nazifascista e dall’altro di favorire l’avanzata americana tenendo testa all’esercito e alla polizia tedesca”.

I luoghi della resistenza sono le scuole  medie superiori e le università, le stazioni  ferroviarie e le aree strategiche come il Quadraro, le tipografie che stampano material clandestino e ospedali come il Fatebenefratelli all’Isola Tiberina che nascondeva ebrei e antifascisti coprendoli con il terribile morbo  neurodegenerativo definito “K”,  un’invenzione con le iniziali di Kesserling e Kappler, poi la sede della “santa barbara” che riforniva di bombe i Gap,  e il barcone di Radio Vittoria sul Tevere sotto Ponte Risorgimento. A Via Rasella l’azione più dirompente, l’attentato che uccise 33 soldati tedeschi e un  ragazzo tredicenne italiano, e portò alla feroce rappresaglia delle Fosse Ardeatine.

Una rara immagine mostra due partigiani romani con il fucile puntato a Tor Pignattara, altre alcuni dei luoghi appena citati.  Sono esposti i giornali che abbiamo indicato, stampati nella clandestinità con forti  intitolazioni contro “l’oppressione nazista” e “la distruzione nazista”; come i volantini con gli appelli ai lavoratori a scioperare del Comitato sindacale d’agitazione:  “Questo sciopero deve essere l’insurrezione del popolo romano contro l’oppressione tedesca, deve essere la vostra battaglia decisiva per la libertà e l’indipendenza”.  Vediamo anche il manifesto intitolato “Grido disperato di allarme delle madri e donne romane di ogni ceto e condizione”  con tre grandi “No!”  e lo sfogo: “Tutte unite nello strazio comune protestiamo contro il mancato rispetto delle regole della Città aperta di Roma da parte dell’esercito tedesco”, perché  il movimento di trippe e materiale bellico  espone ai continui bombardamenti.

Spicca il manifesto colorato del Partito comunista: “Uniti! Contro il nazifascismo assassino” con una grande mano ad artiglio, la svastica sul braccio, che strazia la penisola. E soprattutto le straordinarie tavole di Renato Guttuso  “Gott mit uns”, da una serie di 24 tavole a colori pubblicate nel 1945 con una nota introduttiva di Antonello Trombadori, vi è scolpita la ferocia nazista.

I luoghi dei processi e delle torture, dei rastrellamenti  e delle retate

La ferocia rappresentata da Guttuso si manifestava nei luoghi dei processi e delle torture, dei rastrellamenti e delle deportazioni.  Dopo l’8 settembre 1943 Roma diviene in  sostanza un a retrovia del fronte, con il Comando supremo tedesco e il residuo potere fascista  che lo affiancherà,  nella consapevolezza di doversi difendere dall’esercito alleato che avanzava inesorabilmente e dalla resistenza cittadina. Il controllo della polizia tedesca è assoluto, sotto il colonnello Kappler, tedeschi e fascisti nelle loro azioni  crudeli sono spinti da frustrazioni e risentimenti spietati. Le curatrici scrivono: “Prende così forma una ragnatela di luoghi, fra centro e periferia, lungo la quale nazisti e fascisti si muovono  a piccoli gruppi, favoriti da delazioni e conoscenze, informazioni estorte o pagate, per rastrellare uomini da avviare ai campi di lavoro, arrestare presunti partigiani, deportare intere famiglie di ebrei, trovare donne da sfruttare”.

Tra i luoghi  di tortura è tristemente famoso il  carcere di via Tasso, sede della polizia tedesca, con lo studio di Kappler al pian terreno e i luoghi di detenzione dove si compivano le maggiori atrocità al secondo piano con le finestre murate; anche a Regina Coeli si torturavano i reclusi nei bracci controllati dai tedeschi, al punto che il 20 settembre 1944, dopo la liberazione, la folla lincerà l’allora direttore Carretta, e così a Forte Bravetta. Del tribunale militare germanico all’Hotel Flora  abbiamo detto, c’era una dependance nella vicina via Lucullo, inoltre in via Principe Amedeo vicino alla Stazione Termini nella pensione Oltremare il quartiere generale della banda di Koch, altro torturatore fascista.

Queste alcune delle sedi fisse degli orrori, poi i luoghi dei rastrellamenti e delle  retate: dalla centralissima via Nazionale a Montesacro, da Viale Giulio Cesare a Pietralata, fino al Collegio militare di Palazzo Salviati  dove furono concentrati gli ebrei romani rastrellati all’alba del 16 ottobre nel  ghetto e in altri 26 luoghi, per essere deportati in 1022 al campo di sterminio, dal quale sono tornati solo in 16. Le Fosse Ardeatine chiudono questa Via Crucis dell’orrore.

Lo scorcio dell’edificio di Via Tasso nel 1943-44, esposto in mostra, evoca nella muratura visibile alle finestre gli orrori dell’interno, mentre il biglietto con le disposizioni per gli ebrei rastrellati su cosa dovevano portare con sé dopo il rastrellamento mette i brividi  nella sua apparente banalità; 5 acquerelli a colori di Pio Pullini  rendono il clima plumbeo  di questo rastrellamento.

I luoghi della liberazione e della memoria

Dai luoghi dell’oppressione e dell’orrore ai luoghi della liberazione.  Tra questi le vie Casilina e Appia e la zona dei Castelli romani dove le formazioni partigiane si scontrarono con quelle tedesche in ritirata per favorire l’avanzata  degli alleati al comando dell’inglese Alexander e dell’americano Clark. Il 2 giugno il 53° bombardamento su Roma, il 4 giugno l’entrata delle truppe alleate mentre si ricercavano i soldati tedeschi che non avevano fatto in tempo a ritirarsi.

Sono esposte delle fotografie che riprendono  le truppe americane nella campagna laziale e il generale Clark immortalato sotto il cartello stradale con scritto Roma in grossi caratteri, si era fatto fotografare anche in precedenza con il chilometraggio di distanza, voleva essere il primo a liberare Roma e ci riuscì. Poi i luoghi della liberazione per eccellenza, Piazza Venezia e i Fori Imperiali con il Colosseo all’ingresso dei carri armati  alleati festeggiati dalla folla esultante, c’è un primo piano di tanti volti della gente felice con al centro la ragazza che abbraccia il soldato,  guancia  a guancia.

Ritroviamo gli acquerelli di Vito Lombardi,  che aveva illustrato i bombardamenti, ora sulla ritirata dei tedeschi e l’arrivo degli americani ci, sono 5 suggestive vedute da lontano. Poi 5 acquerelli di Tina Tommasini sulla nuova vita con gli sciuscià e i venditori di prodotti americani nel 1947-48.

La gioia non fa dimenticare le sofferenze  e i lutti, la mostra si conclude con i luoghi della memoria e del ricordo. Sono disseminati nella città, contrassegnati da targhe e lapidi celebrative che rappresentano la memoria degli avvenimenti passati dai quali è stata  segnata la storia della città e della vita dei romani.  “Tutto ciò, concludono le curatrici, costituisce la nostra memoria collettiva che ci chiede di essere conservata e trasmessa  alle future generazioni, consegnandoci un patrimonio di conoscenze e di valori sui quali abbiamo fondato la nostra democrazia. Un ‘passaggio di testimone’ possibile anche mantenendo viva la percezione del territorio che non solo  si vive, ma si abita”. E’ stata questa la formula della mostra, questa in fondo la sua funzione educativa.

Sfilano le immagini di queste targhe e lapidi, passarle in rassegna significa ripercorrere idealmente l’itinerario  dell’esposizione che ha presentato gli eventi dai quali è nato il ricordo espresso in quelle scritte, in quei nomi. Sono nei luoghi che abbiamo citato di volta in volta, ci  limitiamo a segnalare il sacrario con  monumento ai caduti nel Piazzale della Montagnola e i monumenti ai caduti  nel  Parco XVII aprile 1944, e al Partigiano torturato in via Lucullo,  le lapidi commemorative sulle Mura Aureliane al Piazzale Ostiense e la grande Croce tra via Tuscolana e via dei Quintili. Fino al Sacrario delle Fosse Ardeatine e alla parete a semicerchio del Cimitero Verano ” a ricordo dei 2725 cittadini romani eliminati nei campi di sterminio nazisti”, di cui 1022 dalla deportazione  del 16 ottobre 1943.

Aver ricordato tutto questo, con gli effetti suggestivi  della mostra al Vittoriano è meritorio. Perché, concludiamo con le parole del sindaco Marino, “è la storia del profondo legame tra le romane e i romani e la loro città, allora come oggi”. Ma evoca anche la storia e la memoria di tutti noi.

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Complesso del Vittoriano, piazza Ara Coeli, tutti i giorni, da lunedì a giovedì ore 9,30-19,30,  da venerdì  a domenica ore 9,30-20,30, ultimo ingresso 45 minuti prima della chiusura. Ingresso gratuito. Tel. 06.6780664; http://www.comunicareorganizzando.it/. Catalogo “19 luglio 1943-4 giugno 1944. Roma verso la libertà”, Gangemi editore, giugno 2014, pp. 192, formato 21×29,5.  Pe le altre mostre sul tema cfr. i nostri articoli:  in questo sito,“16 ottobre 1943. La razzia degli ebrei” e “I ghetti nazisti”; in www.fotografarefacile.it   “Giugno 1944. lo sbarco di Anzio”., in “cultura.inabruzzo.it”  Scatti di guerra”, 8 agosto 2009.   

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nel Vittoriano alla presentazione della mostra, si ringrazia “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. In apertura, l’esultanza dei giovani alla liberazione sul carro armato; seguono uno scorcio della mostra, e la fragile protezione all’edificio delle Assicurazioni Generali, poi un palazzo, in via Ettore Rolli, sventrato dalle bombe, e la visita di Pio XII al quartiere di  San Lorenzo dopo il bombardamento, quindi la protezione della Galleria Colonna e prigionieri alleati scortati dai tedeschi in via dell’Impero, inoltre ordinanze, manifesti e una tavola di Guttuso da “Gott mitt uns”, la Piramide Cestia e Porta San Paolo dove ci fu la resistenza armata ai tedeschi; in chiusura,  la folla festeggia l’ingresso degli alleati nei pressi del Colosseo

di  Romano Maria Levante

La mostra “19 luglio 1943-4 giugno 1944. Roma verso la libertà”,  dal 5 giugno al 20 luglio  al Vittoriano, lato Ara Coeli, ricorda la fase culminata con l’entrata degli alleati, con i rastrellamenti e le deportazioni, la prigionia  e le torture, la resistenza armata ai nazisti e quella civile alla fame e ai bombardamenti. In primo piano i luoghi cittadini più toccati dagli eventi, evocati con mappe e fotografie,  filmati e giornali, manifesti e cimeli.  Realizzata da “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia, a cura di  Stefania Ficacci e Maria Teresa Natale.  Catalogo Gangemi Editore.

In contemporanea con la mostra per il centenario della “Grande Guerra”, sempre al Vittoriano, la mostra è aperta fino al 20 luglio, mentre dal 4 all’8 giugno  i 70 anni dalla Liberazione di Roma sono stati celebrati con una serie di manifestazioni distribuite nella città: dibattiti e proiezioni, concerti e  spettacoli teatrali, con la serata evento di sabato 7 giugno ai Fori Imperiali: è stato proiettato il film-simbolo  di Roberto Rossellini,  “Roma città aperta” restaurato, con il concerto “Freedom” di Duke Ellington eseguito dall’orchestra e coro di Santa Cecilia.

Il Sindaco Ignazio Marino ha avuto una bella immagine nel  commentare, senza riferimenti storici o politici, le fotografie della folla festosa che accolse gli alleati: “Da quelle facce, da quei gesti si percepisce un sentimento straordinario: la riappropriazione della città. I romani si riprendono Roma, i luoghi, i palazzi, le strade, le piazze che per secoli sono stati dentro la loro vita e che improvvisamente, con brutalità, qualcuno, l’occupante nazista, aveva loro tolto”. E ha  aggiunto, riferendosi alla mostra: “Sono i luoghi a parlare, attraverso gli scatti fotografici dell’epoca”.

Lo stesso è avvenuto con la mostra precedente sempre al Vittoriano sull’ “infamia tedesca” che all’oppressione aggiunse la deportazione degli ebrei romani il 16 ottobre 1943,  da 1022  solo 16 sopravvissuti, mentre un’altra mostra è stata su “Giugno 1944. lo Sbarco di Anzio” del 1944, con la prospettiva di  liberare Roma.

I “percorsi di lettura” di quel periodo, suggeriti dalle curatrici  Ficacci e Natale vanno dai bombardamenti alleati sulla città all’occupazione nazista, dalla resistenza romana nei 271 giorni di occupazione alla liberazione del 4 giugno 1944.  E soprattutto sono focalizzati  sui luoghi degli eventi nella loro precisa individuazione topografica.

Al riguardo viene  ricordata la definizione di Enzo Forcella per capire l’occupazione nazista di Roma: “Un agglomerato di quartieri, un arcipelago di isole, completamente isolati e reciprocamente inconsapevoli ma anche, per chi ne conosceva la chiave d’accesso, collegati da una fitta rete di invisibili e misteriosi fili”  che in “Roma città aperta” sono stati resi in linguaggio cinematografico. Sui luoghi di Roma così concepiti si focalizzano le sezioni della mostra, con la documentazione visiva, soprattutto fotografica, dei singoli  avvenimenti  nel loro impatto sui quartieri interessati.

La foto-simbolo ci è apparsa quella che poniamo in apertura, i giovani sul carro armato festeggiano la liberazione, dando liberto sfogo a  una gioia incontenibile. Chissà se Roberto Benigni si è ispirato a questa immagine per il  finale del suo film  “La vita è bella” in cui il bambino sale felice sul carro armato, qui il numero è moltiplicato, la gioia diventa corale, è dell’intera città. 

I luoghi dei bombardamenti e della battaglia per la difesa della città

Tutti conoscono  il bombardamento al quartiere di San Lorenzo come la violazione dello status di “città aperta” , evento così dirompente da far uscire per la prima e unica volta papa Pio XII dal Vaticano; sarà anche, negli anni ’50, al centro del processo per diffamazione intentato da De Gasperi a Guareschi che aveva pubblicato una lettera a firma dello statista, che la definì apocrifa, in cui avrebbe chiesto quel bombardamento per esasperare e far insorgere la popolazione. Ma i luoghi dei bombardamenti sono molteplici, sparsi nella periferia della città.  

Infatti quello non fu l’unico bombardamento e non colpì solo San Lorenzo ma l’ampia area limitrofa, come sottolineano le curatrici che affermano: “Al di là della necessaria riflessione sul significato simbolico che il bombardamento di San Lorenzo riveste sull’immagine della città in guerra, non può tuttavia far cadere nell’oblio la memoria delle successive 52 incursioni, se non altro per non consegnare alla storia l’immagine di una città risparmiata dal fuoco alleato”.

Il  bombardamento di San Lorenzo era mirato allo scalo merci, il 19 luglio 1943 alle 11,03 ben 662 bombardieri americani scortati da 268 caccia cominciarono a sganciare 1060 tonnellate di bombe, ma l’operazione “crosspoint”  colpì  anche gli aeroporti Littorio e Ciampino, fabbriche e depositi; un mese dopo, il 19 agosto, alla stessa ora altre 500 tonnellate di bombe sulle stazioni delle a linea ferroviaria Roma-Napoli. Tra l’8 settembre 1943 e il 4 giugno 1944 vi furono 51 bombardamenti nella parte meridionale della città con distruzione di stazioni e ferrovie, fabbriche e depositi, chiese e scuole, cimiteri e diecine di migliaia di case.

Perché questo accanimento nonostante lo status di “città aperta” e poi l ‘armistizio dell’8  settembre?  In una prima fase il motivo fu il valore simbolico di capitale di uno stato nemico, poi  ragioni strategiche legate allo sbarco in Sicilia con successiva conquista della penisola passando per Roma e all’importanza del sistema ferroviario romano per la logistica dei tedeschi. Lo   status di “città aperta”  per la presenza del Vaticano e delle antichità veniva “rispettato” bombardando al periferia dove, peraltro, risiedevano gli obiettivi,  tutti al di fuori della cerchia di Mura Aureliane.

Le fotografie  sono eloquenti, come quelle del palazzo di via Ettore Rolli vicino piazza Marconi, e di uno stabilimento di arti grafiche  in via Ostiense completamente distrutti, e altri palazzi sventrati a Cinecittà, siamo a  febbraio-marzo 1944. Ci sono le immagini della visita ai luoghi colpiti a San Lorenzo di Pio XII circondato dagli abitanti sconvolti, e della Principessa di Piemonte, seguita da alcuni accompagnatori.  6  disegni acquerellati di Vito Lombardi fissano i luoghi di San Lorenzo dopo il bombardamento, con il portico distrutto, gli interni devastati.

Dopo l’8 settembre  Roma era nella tenaglia dei bombardamenti alleati dal cielo, mirati ad obiettivi militari ma che non risparmiavano le abitazioni civili, e dell’oppressione dei tedeschi per controllare completamente la città divenuta ostile. Non ci fu una resistenza organizzata, la popolazione era inerme e i pochi militari disorganizzati, ma singole battaglie in difesa della città. Il 10 settembre a Porta San Paolo e nelle zonevicine, come la Piramide Cestia, ci furono violenti scontri dei reparti tedeschi ben equipaggiati contro “civili senza armi  e militari senza comandi; nel quartiere della Montagnola provocarono 53 vittime, 42 militari e 11 civili, i “caduti della Montagnola”,   nella piazza c’è oggi un sacrario.

Le fotografie dei luoghi mostrano la Piramide Cestiae Porta San Paolo in quel  periodo, insieme ad altre visioni di palazzi che vengono protetti, la  galleria Colonna con barriere di sacchi di sabbia, piazza del Campidoglio con lo spostamento all’interno della statua di Marc’Aurelio. Anche qui acquerelli di Vito Lombardi su carri armati tedeschi a  Porta Maggiore e Via Prenestina. 

I luoghi del potere degli occupanti e della resistenza dei romani

La debole resistenza dei romani viene schiacciata, è troppo importante per i tedeschi controllare la città per organizzare il controllo complessivo del paese dai luoghi del potere nazifascista.

Vengono preservate le sedi del regime fascista per la costituzione della nascente Repubblica Sociale Italiana, insediate a Palazzo Braschi e a Palazzo Wedekind in Piazza Colonna;  mentre  i luoghi  del potere tedesco vengono fissati a Villa Wolkonsky in via Ludovico di Savoia, con il plenipotenziario del Reich, Rahn, presto sostituito dal giovane console Molhausen , e nei due alberghi vicini, l’Hotel Flora a Via Veneto per il Comando generale germanico e il Tribunale di guerra tedesco che celebrava processi lampo, e l’Hotel Bernini a Piazza Barberini  per l’organizzazione collaterale tedesca della Todt, che operava rastrellamenti di civili da avviare ai lavori per esigenze militari.

Tra le immagini fotografiche che illustrano questa sezione spicca la facciata di Palazzo Braschi interamente ricoperta  dal gigantesco manifesto di propaganda con il volto di Mussolini al centro circondato da un’infinità di SI.  Per il resto le fotografie rendono il clima greve dell’occupazione tedesca, i camion a Piazza del Viminale  e a Piazza Venezia dove occupano l’intera zona centrale, e le lunghe file di prigionieri anglo-americani che sfilano scortati dai soldati tedeschi in Via Veneto e in Via dell’Impero: siamo già nel febbraio 1944, ma gli alleati sono ancora lontani.

Ma soprattutto riportano a quel clima le Ordinanze naziste che comminavano la reclusione a chi ascoltava le “emissioni radiofoniche nemiche”  o “propalava” le notizie trasmesse, e l’Avviso del Comando superiore tedesco in cui si intimava agli appartenenti alle classi di età 1910-25 di rispondere alla chiamata delle autorità italiane per il “servizio del lavoro”, necessario allo sforzo bellico tedesco, minacciando punizioni “secondo le leggi germaniche di guerra”, appello che fu disatteso, i romani non  si fecero intimidire. Sono esposti anche  gli appelli “alle armi” e all'”onore e combattimento”  lanciati  dai “fascisti repubblicani romani”, un gruppo che presto fu sciolto.

La resistenza a Roma si è espressa in modo particolare, era la sede del Comitato di liberazione nazionale formato dai partiti antifascisti che diede l’ordine di “resistere con ogni mezzo”; la città fu divisa in  zone, due centrali ed otto periferiche controllate dai Gap, Gruppi di azione patriottica, nelle tipografie si stampavano i giornali clandestini, dall'”Unità”  all'”Avanti”, da “L’Italia Libera” a “Bandiera Rossa”, si arriva anche a 8000 copie distribuite in modo altrettanto clandestino,. Non mancano i sabotaggi e le bombe. Roma, scrivono le curatrici della mostra, “era dunque una città dai mille percorsi, nei quali si muovono uomini  e donne di ogni età con l’obiettivo da un lato di sopravvivere e resistere alla ferocia nazifascista e dall’altro di favorire l’avanzata americana tenendo testa all’esercito e alla polizia tedesca”.

I luoghi della resistenza sono le scuole  medie superiori e le università, le stazioni  ferroviarie e le aree strategiche come il Quadraro, le tipografie che stampano material clandestino e ospedali come il Fatebenefratelli all’Isola Tiberina che nascondeva ebrei e antifascisti coprendoli con il terribile morbo  neurodegenerativo definito “K”,  un’invenzione con le iniziali di Kesserling e Kappler, poi la sede della “santa barbara” che riforniva di bombe i Gap,  e il barcone di Radio Vittoria sul Tevere sotto Ponte Risorgimento. A Via Rasella l’azione più dirompente, l’attentato che uccise 33 soldati tedeschi e un  ragazzo tredicenne italiano, e portò alla feroce rappresaglia delle Fosse Ardeatine.

Una rara immagine mostra due partigiani romani con il fucile puntato a Tor Pignattara, altre alcuni dei luoghi appena citati.  Sono esposti i giornali che abbiamo indicato, stampati nella clandestinità con forti  intitolazioni contro “l’oppressione nazista” e “la distruzione nazista”; come i volantini con gli appelli ai lavoratori a scioperare del Comitato sindacale d’agitazione:  “Questo sciopero deve essere l’insurrezione del popolo romano contro l’oppressione tedesca, deve essere la vostra battaglia decisiva per la libertà e l’indipendenza”.  Vediamo anche il manifesto intitolato “Grido disperato di allarme delle madri e donne romane di ogni ceto e condizione”  con tre grandi “No!”  e lo sfogo: “Tutte unite nello strazio comune protestiamo contro il mancato rispetto delle regole della Città aperta di Roma da parte dell’esercito tedesco”, perché  il movimento di trippe e materiale bellico  espone ai continui bombardamenti.

Spicca il manifesto colorato del Partito comunista: “Uniti! Contro il nazifascismo assassino” con una grande mano ad artiglio, la svastica sul braccio, che strazia la penisola. E soprattutto le straordinarie tavole di Renato Guttuso  “Gott mit uns”, da una serie di 24 tavole a colori pubblicate nel 1945 con una nota introduttiva di Antonello Trombadori, vi è scolpita la ferocia nazista.

I luoghi dei processi e delle torture, dei rastrellamenti  e delle retate

La ferocia rappresentata da Guttuso si manifestava nei luoghi dei processi e delle torture, dei rastrellamenti e delle deportazioni.  Dopo l’8 settembre 1943 Roma diviene in  sostanza un a retrovia del fronte, con il Comando supremo tedesco e il residuo potere fascista  che lo affiancherà,  nella consapevolezza di doversi difendere dall’esercito alleato che avanzava inesorabilmente e dalla resistenza cittadina. Il controllo della polizia tedesca è assoluto, sotto il colonnello Kappler, tedeschi e fascisti nelle loro azioni  crudeli sono spinti da frustrazioni e risentimenti spietati. Le curatrici scrivono: “Prende così forma una ragnatela di luoghi, fra centro e periferia, lungo la quale nazisti e fascisti si muovono  a piccoli gruppi, favoriti da delazioni e conoscenze, informazioni estorte o pagate, per rastrellare uomini da avviare ai campi di lavoro, arrestare presunti partigiani, deportare intere famiglie di ebrei, trovare donne da sfruttare”.

Tra i luoghi  di tortura è tristemente famoso il  carcere di via Tasso, sede della polizia tedesca, con lo studio di Kappler al pian terreno e i luoghi di detenzione dove si compivano le maggiori atrocità al secondo piano con le finestre murate; anche a Regina Coeli si torturavano i reclusi nei bracci controllati dai tedeschi, al punto che il 20 settembre 1944, dopo la liberazione, la folla lincerà l’allora direttore Carretta, e così a Forte Bravetta. Del tribunale militare germanico all’Hotel Flora  abbiamo detto, c’era una dependance nella vicina via Lucullo, inoltre in via Principe Amedeo vicino alla Stazione Termini nella pensione Oltremare il quartiere generale della banda di Koch, altro torturatore fascista.

Queste alcune delle sedi fisse degli orrori, poi i luoghi dei rastrellamenti e delle  retate: dalla centralissima via Nazionale a Montesacro, da Viale Giulio Cesare a Pietralata, fino al Collegio militare di Palazzo Salviati  dove furono concentrati gli ebrei romani rastrellati all’alba del 16 ottobre nel  ghetto e in altri 26 luoghi, per essere deportati in 1022 al campo di sterminio, dal quale sono tornati solo in 16. Le Fosse Ardeatine chiudono questa Via Crucis dell’orrore.

Lo scorcio dell’edificio di Via Tasso nel 1943-44, esposto in mostra, evoca nella muratura visibile alle finestre gli orrori dell’interno, mentre il biglietto con le disposizioni per gli ebrei rastrellati su cosa dovevano portare con sé dopo il rastrellamento mette i brividi  nella sua apparente banalità; 5 acquerelli a colori di Pio Pullini  rendono il clima plumbeo  di questo rastrellamento.

I luoghi della liberazione e della memoria

Dai luoghi dell’oppressione e dell’orrore ai luoghi della liberazione.  Tra questi le vie Casilina e Appia e la zona dei Castelli romani dove le formazioni partigiane si scontrarono con quelle tedesche in ritirata per favorire l’avanzata  degli alleati al comando dell’inglese Alexander e dell’americano Clark. Il 2 giugno il 53° bombardamento su Roma, il 4 giugno l’entrata delle truppe alleate mentre si ricercavano i soldati tedeschi che non avevano fatto in tempo a ritirarsi.

Sono esposte delle fotografie che riprendono  le truppe americane nella campagna laziale e il generale Clark immortalato sotto il cartello stradale con scritto Roma in grossi caratteri, si era fatto fotografare anche in precedenza con il chilometraggio di distanza, voleva essere il primo a liberare Roma e ci riuscì. Poi i luoghi della liberazione per eccellenza, Piazza Venezia e i Fori Imperiali con il Colosseo all’ingresso dei carri armati  alleati festeggiati dalla folla esultante, c’è un primo piano di tanti volti della gente felice con al centro la ragazza che abbraccia il soldato,  guancia  a guancia.

Ritroviamo gli acquerelli di Vito Lombardi,  che aveva illustrato i bombardamenti, ora sulla ritirata dei tedeschi e l’arrivo degli americani ci, sono 5 suggestive vedute da lontano. Poi 5 acquerelli di Tina Tommasini sulla nuova vita con gli sciuscià e i venditori di prodotti americani nel 1947-48.

La gioia non fa dimenticare le sofferenze  e i lutti, la mostra si conclude con i luoghi della memoria e del ricordo. Sono disseminati nella città, contrassegnati da targhe e lapidi celebrative che rappresentano la memoria degli avvenimenti passati dai quali è stata  segnata la storia della città e della vita dei romani.  “Tutto ciò, concludono le curatrici, costituisce la nostra memoria collettiva che ci chiede di essere conservata e trasmessa  alle future generazioni, consegnandoci un patrimonio di conoscenze e di valori sui quali abbiamo fondato la nostra democrazia. Un ‘passaggio di testimone’ possibile anche mantenendo viva la percezione del territorio che non solo  si vive, ma si abita”. E’ stata questa la formula della mostra, questa in fondo la sua funzione educativa.

Sfilano le immagini di queste targhe e lapidi, passarle in rassegna significa ripercorrere idealmente l’itinerario  dell’esposizione che ha presentato gli eventi dai quali è nato il ricordo espresso in quelle scritte, in quei nomi. Sono nei luoghi che abbiamo citato di volta in volta, ci  limitiamo a segnalare il sacrario con  monumento ai caduti nel Piazzale della Montagnola e i monumenti ai caduti  nel  Parco XVII aprile 1944, e al Partigiano torturato in via Lucullo,  le lapidi commemorative sulle Mura Aureliane al Piazzale Ostiense e la grande Croce tra via Tuscolana e via dei Quintili. Fino al Sacrario delle Fosse Ardeatine e alla parete a semicerchio del Cimitero Verano ” a ricordo dei 2725 cittadini romani eliminati nei campi di sterminio nazisti”, di cui 1022 dalla deportazione  del 16 ottobre 1943.

Aver ricordato tutto questo, con gli effetti suggestivi  della mostra al Vittoriano è meritorio. Perché, concludiamo con le parole del sindaco Marino, “è la storia del profondo legame tra le romane e i romani e la loro città, allora come oggi”. Ma evoca anche la storia e la memoria di tutti noi.

Info

Complesso del Vittoriano, piazza Ara Coeli, tutti i giorni, da lunedì a giovedì ore 9,30-19,30,  da venerdì  a domenica ore 9,30-20,30, ultimo ingresso 45 minuti prima della chiusura. Ingresso gratuito. Tel. 06.6780664; http://www.comunicareorganizzando.it/. Catalogo “19 luglio 1943-4 giugno 1944. Roma verso la libertà”, Gangemi editore, giugno 2014, pp. 192, formato 21×29,5.  Pe le altre mostre sul tema cfr. i nostri articoli:  in questo sito,“16 ottobre 1943. La razzia degli ebrei” e “I ghetti nazisti”; in www.fotografarefacile.it   “Giugno 1944. lo sbarco di Anzio”., in “cultura.inabruzzo.it”  Scatti di guerra”, 8 agosto 2009.   

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nel Vittoriano alla presentazione della mostra, si ringrazia “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. In apertura, l’esultanza dei giovani alla liberazione sul carro armato; seguono uno scorcio della mostra, e la fragile protezione all’edificio delle Assicurazioni Generali, poi un palazzo, in via Ettore Rolli, sventrato dalle bombe, e la visita di Pio XII al quartiere di  San Lorenzo dopo il bombardamento, quindi la protezione della Galleria Colonna e prigionieri alleati scortati dai tedeschi in via dell’Impero, inoltre ordinanze, manifesti e una tavola di Guttuso da “Gott mitt uns”, la Piramide Cestia e Porta San Paolo dove ci fu la resistenza armata ai tedeschi; in chiusura,  la folla festeggia l’ingresso degli alleati nei pressi del Colosseo

Grande guerra, il centenario, al Vittoriano

di Romano Maria Levante

Dopo la mostra del 2012 “Verso la Grande guerra”, la mostra aperta al Vittoriano, sala Gipsoteca, dal 31 maggio al 31 luglio 2014   “La Prima guerra mondiale” 1914-18. Materiali e fonti”,  è il primo atto delle celebrazioni ufficiali del centenario.  Alla sua realizzazione da parte di “Comunicare Organizzando”  di Alessandro Nicosia hanno partecipato le  istituzioni depositarie di archivi storici  fornendo materiali  e documenti originali cui si sono aggiunti supporti  visivi e sonori. E’ stata curata da Marco Pizzo, del Museo centrale del Risorgimento con esponenti delle altre istituzioni. Catalogo Gangemi a cura di Marco Pizzo.

La sobrietà è l’aspetto che colpisce subito della mostra, priva di ogni retorica, e questo è  dovuto al suo scopo documentario piuttosto che  celebrativo. Per questo l’attenzione delle varie sezioni va più alle fonti e ai materiali di documentazione che alle manifestazioni eclatanti di un pezzo importante di storia patria. E si viene a conoscenza del fatto che la documentazione in materia è immensa, e va dalle fotografie alle cartoline, dai manifesti ai giornali per la trincea, dai fogli di propaganda ai fascicoli personali dei caduti, dalle lettere ai diari dei soldati al fronte, dai dipinti alle musiche e ad  altre forme di testimonianza.

Il grande archivio telematico per proprie “mostre virtuali”

Rossella Caffo, direttore dell’Istituto del Catalogo unico, tra i curatori della mostra,  ci fa sapere ch e l’istituto da lei diretto , in collaborazione con il Museo centrale del Risorgimento e alcune grandi biblioteche, ha dato corso al progetto “14-18. Documenti e immagini della Grande Guerra” riunendo le più importanti raccolte di documenti e testimonianze di guerra in una banca dati che finora dispone di  250.000 immagini, visibili sul sito http://www.14-18.it/ e sul portale europeo http://www.europeana1914-1918.eu/.  Vi si trova la vastissima documentazione data dalla molteplicità dei materiali sopra citati, i n continuo ampliamento, anche perché vi stanno confluendo le più importanti collezioni di altre istituzioni, dall’Istituto Luce agli uffici e musei storici delle forze armate ad archivi pubblici della più varia natura, tutti in possesso di prezioso materiale.

“Tutte le risorse contenute nel sito http://www.14-18.it/  – precisa la Caffo – opportunamente catalogate e indicizzate, saranno a disposizione di tutti istituzioni o progetti, che potranno attingere ai contenuti ognuno secondo le proprie necessità”. Con il progetto Movio viene fornito “agli istituti ma anche alle scuole o a privati cittadini uno strumento di facile utilizzo per creare mostre virtuali”, cioè per ciascuno “propri percorsi e chiavi di lettura, differenti da quelli proposti dal curatore, allargando l’orizzonte delel proprie conoscenze”.

Con questo strumento è stata già presentata nel dicembre 2013 la mostra virtuale “Movio. Vedere la Grande Guerra”,  La mostra attuale compie il percorso inverso perché presenta i materiali reali archiviati in modo virtuale, che nell’esposizione hanno il fascino dei reperti originali e dei cimeli. Ma non è solo un insieme di documenti, c’è dietro un lavoro di ricerca e di analisi, oltre che di selezione, volto ad offrire uno spaccato originale di quegli anni approfondendo alcuni temi  non da tutti conosciuti in modo adeguato anche perché sottaciuti ritenendoli poco consoni a un evento su cui la retorica patriottica ha avuto la prevalenza.

In particolare desideriamo sottolineare la parte dedicata alla censura che impediva di pubblicare determinate notizie e fotografie negli anni della guerra e che di fatto è proseguita anche dopo per una tacita intesa. Al cinema “Uomini contro” di Francesco Rosi ha fatto eccezione  rispetto ai grandi affreschi bellici edificanti con la forza dirompente delle sue immagini impietose di documentazione e denuncia; citiamo anche “All’ovest niente di nuovo” dal romanzo i “Nulla di nuovo sul fronte occidentale” di Eric Maria Remarque, antiretorico e profondamente umano, ma meno dirompente.  

La censura

Cominciamo proprio da questa parte nel raccontare la mostra, perché ci è sembrata emblematica della sua impostazione. Si voleva dare, osserva il curatore Marco Pizzo, “una visione della guerra quasi anestetizzata che si muoveva all’interno di alcune sponde censorie che saranno codificate nel luglio 1917 “.In effetti,  le fotografie dovevano illustrare soprattutto la vita nelle retrovie e nelle marce di avvicinamento al fronte, spesso sottolineandone le difficoltà e l’ardimento, nonché la situazione nelle zone attraversate dalla guerra, dove si contrapponeva una certa  “normalità” nella vita quotidiana alle distruzioni e rovine.

Le fotografie dovevano essere presentate alla Censura Militare in tre esemplari, di cui uno veniva restituito con l’approvazione o meno.  Secondo le direttive generali non si potevano riprendere immagini relative alle truppe come dislocazione e organizzazione, numero e attività, ai mezzi di offesa e difesa, munizioni e armamento, allo stato di strade e ferrovie, ai morti e feriti; prescrizioni queste  comprensibili per la sicurezza militare. Altre disposizioni,  indicate in apposite circolari, o adottate di fatto, censuravano i “cadaveri in posa macabra” e quelli “insepolti che destano orrore e raccapriccio”, e non solo; erano vietate le immagini dei soldati ripresi nei momenti di riposo  se poco edificanti, come quelle della vita di trincea se appariva disordinata, e soprattutto le scene delle esecuzioni capitali, dei disertori, spie e non solo.

Non erano vietate le foto dei morti, e non poteva essere in una guerra che da parte italiana ne ha avuti 650.000 e in totale ben 9 milioni. Ma dovevano essere  fotografie “composte” di morti  dai corpi integri tali da non suscitare disgusto, ma pietà, per cui i fotografi cercavano addirittura pose plastiche. Anche nelle fotografie dei feriti la doppia visione ordinata ed edificante da un lato, realistica e impressionante dall’altro.  Le fotografie di propaganda sfruttavano anche la cura alle ferite per rimediare ai danni inferti dalla guerra. Una sezione della mostra è dedicata alle Crocerossine con immagini edificanti della loro dedizione.

Tra quelle le fotografie censurate  ricordiamo in particolare la fotografia di un “militare giustiziato sul fronte del Piave”,  legato all’albero dove è stato fucilato, è del Reparto fotografico del Regio esercito italiano; e la foto  dell’esecuzione di cecoslovacchi” impiccati ad un albero con dei cartelli appesi al collo del Reparto fotografico dell’esercito austro–ungarico, in entrambi i fronti documentata la durezza implacabile con cui venivano eliminati coloro che non rispettavano le rigide regole di guerra. Ricordiamo la  “decimazione” con cui si punivano interi reparti scegliendo a caso i condannati alla fucilazione, D’Annunzio vi assistette dedicandovi poi commosse parole.  Ma sono tra quelle censurate con una croce blu anche immagini diverse, come quella della benedizione di una bandiera con il prete in cotta o quella del riposo in trincea.

Il ruolo della fotografia

Le immagini censurate  sono nella sezione “la Grande Guerra in fotografia”, che documenta il ruolo assunto dall’immagine fotografica nel far conoscere il conflitto.  Furono riprese centinaia di migliaia di foto e riprodotte nei modi più diversi, sui giornali e in cartoline da spedire “in franchigia”, furono perfino realizzate  mostre in diversi comuni  con immagini di piccolo formato e ingrandimenti a migliaia.  Ciò è stato possibile perché, a differenza della guerra libica del 1911, nel 1915 iniziò ad operare la Sezione foto-cinematografica dell’Esercito italiano e nel 1816 fu riorganizzata in stretto contatto con il Comando supremo  con professionisti quali Giovanni Virrotti, della Ambrosio Film, Luigi Marzocchi e Antonio Revedin. E intellettuali come Ugo Ojetti il capitano Giorgio Pullé e il maggiore Maurizio Rava.

E’ un vastissimo materiale raccolto in volumi-album nei quali  è indicato il nome dell’autore delle fotografie per documentarne l’attività personale. Tra le immagini esposte in mostra colpiscono quelle delle opere d’arte e dei monumenti, una serie dedicata alla loro protezione, un’altra alla loro distruzione sotto i bombardamenti, un’altra ancora alla loro bellezza intatta che prendeva il fotografo al punto di non poterle ignorare anche se era impegnato a documentare gli effetti della guerra. Nacque allora il “reportage di guerra”, anche perché la tecnica consentiva già con tempi di posa ridotti, di fissare il movimento, ed eseguendo le foto in rapida successione si avevano sequenze quasi cinematografiche; inoltre si potevano riprendere scene a 360 gradi unendo diverse immagini in modo da rendere la grande apertura delle montagne come l’Adamello, il monte Grappa, il Carso che erano lo scenario della guerra. Le località di alta montagna erano poco note per il loro isolamento e le immagini contribuirono a farle conoscere.

Una mostra nella mostra è l’esposizione “Teatri di guerra”,  una trentina di  ingrandimenti delle montagne sede di combattimenti riprese  recentemente da Luca Campigotto, un celebre fotografo di “viaggi”, questo suo è un viaggio nella storia, anzi nella storia patria. Non sono foto d’epoca ma la loro magnificenza rende in modo suggestivo il clima e l’ambientazione di quei luoghi dove si vedono opere belliche e altre tracce di quel passato; picchi e canmminamenti, aperture nella roccia che immettono nel cuore della montagna, grotte e feritoie, fortificazioni di ogni tipo rendono ancora oggi gli impervi “teatri di guerra” di allora.

Tornando all’esposizione con le foto d’epoca, scopriamo lo “Scudo rotante, elemento di trincea mobile, Defilamento anche dai tiri obliqui”, sono scudi allineati con delle ruote che formano un fronte protetto, ci vengono in mente le corazze da guerrieri medioevali con cui nel film “Uomini contro” i  nostri si avvicinavano ai reticolati nemici per tagliarli credendosi protetti, mentre venivano falciati essendo quella una fragile difesa. Due stampe di atti di valore, in particolare di Filippo Zuccarello, ci riportano all’roismo, mostrano la conquista del Podgora da parte di pochi uomini tra scoppi di granate e gli austriaci che si arrendono vistosamente a mani alzate.

I documenti e le opere d’arte

Abbiamo cominciato dalla “Grande guerra in fotografia”, che è la parte prevalente, ma è importante anche l’esposizione di documenti autentici, come l’originale  con i sigilli in ceralacca e le sottoscrizioni autografe,  del trattato della “Triplice Alleanza” del 1882, che vedeva l’Italia alleata all’Austria divenuta la sua nemica nella Grande Guerra, e la bozza manoscritta del verbale con cui il Consiglio dei Ministri decise l’entrata in guerra. Vediamo anche le sentenze di condanna a morte,  per diserzione, con fucilazione alla schiena, in documenti originali  e manifesti.

Ma non vi è solo questo all’inizio della mostra, l’accorta regia vi ha  abbinato due quadri di Giacomo Balla, “Bandiere all’altare della Patria“, 1915, e “Colpo di fucile (domenicale). Viva l’Italia”, 1918,  la guerra all’inizio e alla fine vista in chiave futurista. E’ noto come dopo il “manifesto futurista” del 1911 in cui si inneggiava alla guerra “igiene del mondo”, i futuristi si arruolarono volontari  ma furono scottati dalla dura realtà della vita di trincea che ribaltava la loro visione eroica. 

Litografie e vignette umoristiche, e libri sulla guerra, come “Un  anno sull’altipiano” di Emilio Lussu  e “Il mio Carso” di Scipio Slataper,  “Cose e ombre di uno” di Stuparich e il “Diario giornaliero dle capitano Bodrero” dell’ottobre 1918, completano la cornice artistica e culturale con cui si apre la mostra, sono presentate anche le poesie di Giuseppe Ungaretti, “Porto sepolto”  e il suo “Allegria di naufragi”.

La propaganda

Sono queste espressioni spontanee dell’arte e della cultura, cui va aggiunta la propaganda, che spesso se ne serviva.. A questa è dedicata una sezione della mostra, dove si ricorda il servizio P con le parole di Giuseppe Prezzolini: “Il servizio P. fu propaganda, assistenza, vigilanza. Ma in fondo queste tre funzioni furono una sola attività,  soltanto la pratica e la burocrazie le divisero”.  Una delle più importanti raccolte di documenti e testimonianze di questa attività fu messa insieme all’epoca dal Comitato nazionale per la storia del Risorgimento italiano con altre istituzioni mentre il Vittoriano, che doveva ospitarle, era in costruzione.

La propaganda impegnava tutti i paesi in  guerra, in forma spesso simili, come il manifesto funebre dell’Austria nel 1915 sulla morte dell’Italia, poi copiato dalla stessa Italia a parti invertite. Su  questa forma di persuasione, da lei definita “una sorta di guerra ‘fredda’ ma pur sempre guerra”, Nicoletta Dacrema scrive: “Inventare un linguaggio assoluto, fatto di tutte le astuzie, che mescolasse insieme comunicazione,psicologia, politica, parola, immagine, suono,m e che ricorresse a tutti i toni – da quelli a bassa voce a quelli gridati – era più che mai necessario per stimolare un comportamento emotivo che facesse accettare un’inaccettabile carneficina”.  Per questo è stata definita  “arte dell’impossibile”.

Vediamo esposti  una serie di grandi manifesti e le fotografie di strade di Roma di cui sono tappezzate: Quelli per sollecitare a sottoscrivere il “Prestito nazionale” mostrano la vittoria alata con il braccio proteso mentre sullo sfondo si intravede la carica dei bersaglieri, oppure scene più raccolte come l’alpino con la figlia che saluta la teoria di commilitoni in marcia, fino all’alpino seduto che scrive la lettera alla famiglia.

Il cinema  e la musica

La solidarietà e il sostegno popolare alla  causa italiana furono sollecitati anche dalla mobilitazione del mondo dello spettacolo, dal cinema alla musica. Nel 1916 erano già 100 i film sulla guerra, iniziò Carmine Gallone con il film “Sempre nel cor la Patria”, del settembre 1915, delle pellicole venivano dedicate anche ai bambini, come “Maciste l’alpino”. I film che abbiamo citati all’inizio, di Rosi e dal libro di Remarque, sono invece rivisitazioni successive a distanza di tempo, c’è stata la seconda Guerra mondiale, ancora più sanguinosa, a favorire  una tale presa di coscienza.

In campo musicale ci fu la produzione di canzoni popolari e  patriottiche che celebravano la dedizione e il sacrificio e anche gli affetti lontani del soldato sotto le armi.  Abbiamo quindi canti guerreschi e di dolore, di sentimento e malinconia, e anche di rabbia e protesta, perfino antimilitarista e di prigionia, questi ultimi recuperati soprattutto in epoca successiva a quella della censura imperante, prima nel periodo bellico, poi sotto il regime fascista.

La Discoteca di Stato ha raccolto i documenti sonori, che ebbero rapida diffusione per radio, e anche su disco,  in mostra sono esposte a titolo evocativo, gli apparecchi radio e fonografici di allora. Vi sono anche le voci dei protagonisti, come l’“Ordine del giorno alle truppe” di Luigi Cadorna del 7 novembre 1917 e il “Bollettino della vittoria” di Armando Diaz del 4 novembre 1918, il discorso alla camera dei deputati di Vittorio Emanuele Orlando “La Vittoria” del 19 gennaio 1919. Dei canti degli alpini citiamo i  notissimi “Ta pum”, “Monte Nero” e “La tradotta”,  rientra nelle canzoni patriottiche il celeberrimo”‘O surdato ‘nnammurato”  con la tristezza e la nostalgia e anche l’inno alla vita. Naturalmente “La leggenda del Piave”, composta da un dilettante suonando come facevano in trincea con i mandolini, nella sua spontaneità è il più evocativo, al punto da essere stato proposto ripetutamente come possibile inno nazionale.

La componente religiosa: il Sacro Cuore, padre Gemelli e Semeria

Nella mostra è sottolineata anche la componente religiosa, c’è un quadro con l’immagine del Sacro Cuore di Gesù, la sua devozione fu propugnata dalla Chiesa, che gli consacrò le famiglie, durante tutto il conflitto  che aveva cercato di evitare con gli interventi di papa Benedetto XV  contro “l’inutile strage”.  La guerra veniva vista come “punizione di Dio” e le nazioni cattoliche che la dichiararono vedevano, scrive Alvaro Cacciotti, “l’occasione della guerra come il momento propizio per ridurre l’umanità intera alla legeg di Cristo sotto la guida della Chiesa cattolica”.

Le figure di Gesù, Giuseppe e Maria, cui si rivolgevano le preghiere, “divengono il riferimento di una vita familiare cristiana volta a superare i tragici eventi della guerra”, sorsero associazioni e confraternite dedite al Sacro Cuore che propugnavano la fine del conflitto con il riconoscimento della superiore volontà di Cristo. In questo contesto si colloca l’iniziativa di padre Agostino Gemelli, che ha creato l’Università del Sacro Cuore, e ideò nel marzo 2016 la consacrazione dell’Italia in guerra al Sacro Cuore, con il parere favorevole del Comando Supremo e il benestare di papa Benedetto XV: così il primo venerdì del mese di gennaio 1917 in  tutti i luoghi militari avvenne la solenne consacrazione dell’esercito al sacro Cuore.  Non si trattava di promuovere uno spirito di crociata, ma di porre le premesse per realizzare quella che Cacciotti definisce “la sua aspirazione religiosa più alta i n attesa della fine del conflitto: il rinnovamento culturale e religioso che avrebbe permesso all’Italia una sicura crescita morale e sociale”.

Tutto questo nell’accettazione della guerra, espressa sulla sua  rivista “Vita  e Pensiero” con queste parole , nel maggio 1915: “La patria chiama tutti alla sua difesa,. Cessino le discussioni, i dissidi. Noi cattolici, che sino a ieri abbiamo lavorato per impedire la guerra, oggi dobbiamo dare tutta la nostra attività, tutto il nostro cuore, tutto il nostro ingegno a chi tiene nelle sue mani il destino della patria”. Tre mesi dopo fu chiamato dal Comando Supremo come cappellano militare e medico, al fronte curò i feriti e creò un laboratorio di psicologia e un ospedale da campo apposito.  Dopo Caporetto si prodigò, anche con atti di eroismo, nel salvare le vite dei feriti nella rotta del nostro esercito, propugnando in risposta alle rovine e all’angoscia del paese “la necessità di un ritorno alle fonti inesauribili del Cristianesimo”, nell’anno esce il suo scritto “Il nostro soldato”, saggi di psicologia militare; poi la controffensiva del Piave confermò il suo pensiero: “non le armi ma sarà il coraggio  e l’anima dell’uomo il vero fattore della  vittoria”, ricorda Cacciotti.

Un altro religioso, padre Giovanni Semeria, viene ricordato nella mostra per la sua partecipazione alla Grande Guerra. Allo scoppio del conflitto tornò in Italia dal Belgio dove era stato mandato “in esilio” per il suo modernismo, e riuscì a farsi nominare direttamente da Cadorna cappellano militare al Comando Supremo, avesse  compiuto 46 anni e nel 1887 fosse stato riformato, superando l’indisponibilità di posti. I n questa posizione poteva andare nelle zone di guerra, ma non fare predicazioni cui era stato inibito dalle autorità ecclesiastiche. Ciononostante, scrive Filippo Lovison,  “non curandosi delle accuse di interventismo e di nazionalismo, si rivelò un instancabile animatore delel truppe nel cercare di coniugare iun un rinnovato patriottismo cristiano quel concetto di ‘Patria’ e di ‘Chiesa’ che tanto volevano vedere divisi se non addirittura contrapposti” A dispetto dei divieti  fece vibranti prediche al Comando supremo come ai soldati  in prima linea, visitò e confessò i feriti, curò lo smaltimento della corrispondenza con le famiglie,  collaborò con Padre Gemelli anche nell’organizzazione dell’ufficio doni, i nervi cedettero dinanzi a tanti orrori obbligandolo a un’interruzione alla fine del 1916, ma riprese presto. Dopo Caporetto seguì la sorte di Cadorna con la rimozione da cappellano addetto al Comando, ma proseguì nella sua missione nei campi di concentramento veneti ed emiliani. Gli verrà conferita una medaglia di benemerenza il 1° giugno 1919.

Anche questo è un merito della mostra, e un altro aspetto della sua originalità: aver sottolineato con questi due personaggi  la componente religiosa in un conflitto che inutilmente la Chiesa aveva cercato di impedire.

C’è tanto altro, rispetto a quanto abbiamo cercato di ricordare, e soprattutto un allestimento suggestivo nei vasti spazi della Gipsoteca in cui ci si inoltra circondati da una quantità tale di documenti e testimonianze visive da sentirsi immerso in quella realtà ma senza esaltazioni eroiche, tutt’altro: con una riflessione e meditazione profonda su una parte così importante della nostra storia patria di un  secolo fa.

Info

Complesso del Vittoriano, Gipsoteca, Piazza Ara Coeli, tutti i giorni, da lunedì a giovedì ore 9,30-19,30,  da venerdì  a domenica ore 9,30-20,30, ultimo ingresso 45 minuti prima della chiusura. Ingresso gratuito. Tel. 06.6780664; http://www.comunicareorganizzando.it/. Catalogo “La Prima guerra mondiale 1914-18, materiali e fonti”, Gangemi Editore, maggio 2014, pp. 160, formato 21×30, da cui sono tratte le citazioni del testo. Cfr. i nostri precedenti articoli, in questo sito sulla mostra “Verso la Grande guerra”, in www.fotografarefacile.it “La Grande guerra a colori“.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nel Vittoriano alla presentazione della mostra, si ringrazia “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia per l’occasione offerta; un particolare ringraziamento a Luca Campigotto, per la riproduzione delle sue fotografie.  In apertura e chiusura, immagini di nostri soldati al fronte; nel testo,  riprese di sezioni della mostra intervallate dalle spettacolari fotografie dei “Teatri di guerra” di Campigotto.