Cézanne, la sua arte e la pittura italiana, al Vittoriano

di Romano Maria Levante

Al Complesso del Vittoriano, lato Fori Imperiali, dal 5 ottobre 2013 al 2 febbraio 2014  la mostra “Cézanne e gli artisti italiani del ‘900“, con 100 opere tra cui 20 di Cézanne e le altre 80 di 18 artisti italiani del ‘900  a lui ispirati, tra cui  Boccioni e Morandi,  Carrà e Sironi, Severini e De Pisis. La mostra, curata da Maria Teresa Benedetti con il catalogo Skirà, è stata realizzata da “Comunicare Organizzando” con il  coordinamento generale del Presidente Alessandro Nicosia..

E’ una grande mostra rivelatrice perché fa conoscere Cézanne, un sommo maestro della pittura, sotto aspetti poco noti almeno al grande pubblico: come il superamento dell’impressionismo a cui peraltro aveva dato un notevole contributo,  e il potente influsso esercitato sugli artisti italiani.

Con Cèzanne oltre l’impressionismo

Il primo aspetto viene analizzato da Claudio Strinati che cita l’affermazione di Ardengo Soffici secondo cui Cézanne sarebbe riuscito ad andare oltre l’impressionismo realizzando “quel che non avevano potuto gli impressionisti”. o avrebbe superato non limitandosi  a guardare la realtà “en plein air” secondo l’impressione del momento, e a riprodurne l’aspetto esteriore con le scomposizioni del colore ben note;  bensì “subordinando la realtà esterna alla verità della sua visione interiore”, in modo da “vedere la propria visione”.

Così lo spiega Strinati: “Non le sembianze fenomeniche del  Reale ma di quel Reale che è la propria attitudine a vedere e a distinguere”; più precisamente “non le apparenze ma le competenze e l’artista è tanto più grande quanto più riesce a imporre se stesso alla Realtà che lo circonda e a rappresentare se stesso che sta osservando”, avendo come oggetto della sua attenzione “prima ciò che è fuori di sé e poi ciò che è dentro di sé”.

In questo supera l’impressionismo che aveva “scoperto”la bellezza della natura vista da vicino, appunto “en plein air” i n tutta la sua luminosità e nella sua sinfonia di colori. Ai sensi che ne sono conquistati aggiunge la mente che, sono ancora parole di Strinati, “concepisce l’arte come atto di amore verso il creato  trattando la superficie pittorica quasi fosse un anelito a dire verità che la parola non può pronunciare. Queste verità sono i grandi, universali sentimenti che chiedono di essere rappresentati per togliere l’essere umano dal turbine doloroso dell’esistenza che lo incalza incardinandolo al ‘mestiere di vivere'”.

Ne consegue che diventa secondario il soggetto rappresentato, di solito fa parte della quotidianità, quindi è visto senza particolare interesse; acquista importanza basilare il sentimento interiore da esso suscitato non traducibile nell’immediatezza un po’ effimera dell’impressionismo, dato che va ben oltre l’apparenza. Dietro c’è pure la ricerca nell’arte di un rifugio contro ciò che nel mondo attenta alla mente e al cuore. Nel 1904, a due anni dalla morte, scriveva all’amico pittore  Emile Bernard di vivere “sotto l’urto di sensazioni” e di voler essere “aggrappato alla pittura”: “Le sensazioni sono alla base della mia opera – sono le sue parole – io credo di essere impenetrabile”. E aggiungeva: “Tutto quello che vediamo, non è vero? Si dilegua. La natura è sempre la stessa, ma nulla resta di ciò che appare. La nostra arte deve dare il brivido della sua durata, deve farcela gustare eterna. Che cosa c’è dietro il fenomeno naturale? Forse niente, forse tutto”.

In questo viene visto il suo superamento dell’impressionismo che si “accontentava” dell’immagine del momento, l'”impressione” piuttosto che la “sensazione”, che lui sente, di qualcosa che va oltre, colpisce la sua mente oltre ai suoi sensi. La sua ricerca di questo “qualcosa” lo porta a  penetrare la realtà  al di là delle apparenze, al di là della visione istantanea che ritiene provvisoria, incompleta; per tendere all’essenza del reale in modo da rivelarne i contenuti più profondi.

Il contatto diretto con la natura è il medesimo, ma in lui si aggiunge l’introspezione che lo porta all’isolamento anche sdegnoso rispetto alla spietata incomprensione che lo accompagnò nella vita.

L’astrazione insita nella sensazione profonda si aggiunge alla concretezza dell’impressione immediata in un insieme inscindibile che rappresenta la cifra della sua arte. In questo processo lui stesso vede la funzione della pittura: “Ascoltare con totale dedizione la voce della Natura, e con altrettanta dedizione trascriverla nelle forme della più eletta meditazione interiore, in una continua e ardua metamorfosi che si basa sul reale inteso come osservazione diretta delle persone e delle cose e mira al vero inteso come scoperta di una essenza che vige nel mutevole mondo dell’esistenza”.

L’efficace sintesi di Strinati acquista toni di alto valore morale: “Una religione laica implicante il silenzio, la riservatezza e il rispetto totale della professione sentita quasi come una missione”, tale è stata infatti la cifra della sua vita parca e schiva, nella continua e sofferta ricerca di un ideale artistico difficile da raggiungere”. Nella citata lettera a Barnard a due anni dalla morte scriveva “non si è mai troppo scrupolosi, né troppo sinceri, né troppo sottomessi alla natura”, e nell’ultima lettera a tre mesi dalla fine: “Studio ogni giorno sulla natura e mi pare di progredire lentamente”. Non serve aggiungere altro per ricordarne l’impegno inesausto, stimolo incessante alla sua arte.

Ma come si esprime la sua arte, quali le novità o le conferme? Al riguardo occorre partire dal suo superamento dell’impressionismo che ha i profondi contenuti cui si è accennato.  Ardengo Soffici ne fa un esempio illuminante, ricordato da Strinati: la mietitura come l’avrebbe dipinta un impressionista e come lo avrebbe fatto  Cézanne. Il primo avrebbe riprodotto l’immediatezza della realtà scomponendo le ombre create dal sole e immergendo la scena in una luce abbagliante per rendere la stagione e l’ora, con un effetto abbacinante; Cézanne, invece, nella considerazione che altri sono gli elementi essenziali della scena, avrebbe raffigurato in modo semplice ed essenziale l’ambiente, dalla campagna alle case fino al cielo, sottomettendo “la verità esterna alla verità interna della sua visione interiore e marcando con un segno imperioso i fantasmi del suo sogno”.

Lo fa ricercando strutture geometriche, anche se non in modo sistematico, concentrandosi su come organizzare forma  e volume. Anche qui ci aiutano nell’interpretare il suo intento le lettere a Bernard, in una di esse afferma di “voler trattare la natura per mezzo del cilindro, della sfera, del cono, il tutto posto in prospettiva, in modo che ogni lato di un oggetto, di un piano, si orienti verso un punto centrale. Le linee parallele all’orizzonte danno l’estensione, cioè un’estensione della natura.. Le linee perpendicolari all’orizzonte danno la profondità. Ora la natura, per noi uomini, è più in profondità che in superficie”.  Il suo “nitore geometrico” e il senso della prospettiva, insieme al particolare uso della luce e del colore  lo riconducono alla dimensione classica, con la ricostituzione della forma che gli impressionisti tendevano a scomporre fino a decomporla, e nello stesso tempo lo fanno antesignano di movimenti d’avanguardia attenti ai volumi come il cubismo e quindi maestro della modernità.

Alla scelta stilistica si collega strettamente quella dei contenuti che, come si è accennato,  sono all’insegna della semplicità, dato che per lui quello che conta è la visione della sua mente  alimentata dalle immagini di quotidianità: con architetture compositive dominate dalla plasticità dei volumi e poi nella maturità dalla sempre più intensa tessitura cromatica.

Nature morte in primo luogo, dove dominano i volumi nella loro espressione geometrica e il gusto della composizione geometrica con attenzione alla prospettiva, quindi paesaggi, nei quali rende  l’inespresso che c’è dietro la superficie della natura, traducibile attraverso la propria visione; stessa ricerca nei ritratti dove in un progressivo affinamento ha assunto un ruolo sempre maggiore il carattere e la personalità del soggetto  percepiti dall’artista pur nella continua ricerca di innovazione stilistica, nei nudi, infine, la classicità ha modo di esprimersi con forme solenni ma pur sempre toccate dalla sua modernità.

Cezanne nei giudizi di critici e artisti italiani

A tali contenuti sono dedicate  le 4 sezioni della mostra dove sono poste a raffronto le sue opere, tema per tema, con quelle di un folto gruppo di artisti italiani, ben 18. E qui s’innesta il secondo motivo dell’iniziativa, la ricerca artistica e culturale della penetrazione in Italia, analizzata dalla curatrice Maria Teresa Bernardini.

L’eco  delle sue opere si diffonde dopo la “scoperta” di Ardengo Soffici due anni dopo la sua morte. Soffici era vissuto dal 1900 al 1907 a Parigi dove aveva conosciuto l’opera di Cézanne e il ritorno al classicismo; nel suo articolo sulla rivista di Siena “Vita d’arte” del 1908:  aveva visto in lui la conciliazione tra modernità legata al presente e tradizione classica con richiami ai maestri del ‘300 e del ‘400. Soffici tornerà su Cézanne commentando su “La Voce” la mostra di Firenze del 2010, con 4 dipinti dell’artista, di cui sottolinea la creatività e  modernità in una visione idealistica dell’arte.

I suoi giudizi interesseranno i futuristi che della modernità più spinta fecero un credo, Carrà si espresse in termini positivi nell’articolo su “Lacerba” del 2013 “Da Cézanne a noi futuristi”, e ci tornò nel 1916 su “La Ronda”; Boccioni ne parlò nel 1914 in “pittura e scultura futurista”. In quegli anni ci furono due mostre in cui furono esposte opere di Cézanne: 12 acquerelli alla “II Esposizione d’Arte della Secessione” di Roma, mentre nella I erano assenti nonostante fosse dedicata a impressionisti, post e neo impressionisti; nella Sezione internazionale della Secessione del 1915 fu esposta la litografia “Bagnanti” , traduzione grafica del grande dipinto “Bagnanti in riposo”.

Roberto Longhi lo definisce “il più grande artista dell’era moderna, il cui testamento pittorico potrebbe essere quello di Pietro dei Franceschi”. Ma si deve attendere il 1920 per vedere 28 sue opere esposte in una personale alla prima Biennale veneziana dopo la guerra 1915-18, realizzata nel padiglione francese con il sostegno di Ugo Ojetti.

Ferveva il dibattito sul ritorno all’ordine del classicismo in una fase in cui agli strascichi della guerra si univa la crisi delle avanguardie artistiche. I giudizi sull’artista oscillavano tra il  prevalere della sua modernità o del suo classicismo, sul quale  venivano evidenziate le analogie con la pittura italiana nelle sue varie espressioni. Soffici, nel propugnare l’indirizzo tradizionalista sembra oscillare, finché lo definisce “il più potente iniziatore di una forma d’arte che  può dirsi ancora dell’avvenire”; mentre Emilio Cecchi lo classifica come classico per il suo ordine compositivo che cerca di conciliare con la sensazione di tipo impressionistico, invece di contrapporre i due motivi.

Carrà in “Pittura metafisica” ne sottolinea la classicità dopo l’abbandono dell’impressionismo, con riferimento alla tradizione italiana, e ai valori eternamente validi che ne sono gli aspetti salienti.

Soltanto Giorgio de Chirico contrasta questi giudizi positivi, pur nella sua difesa del classicismo che non vi vede rappresentato, contro l’impressionismo e le sue derivazioni che sostituiscono la forma-colore al rigore del contorno disegnato, tale da marcare l’essenza delle cose, cui Cézanne era contrario; e utilizza immagini forti e termini duri. Ma, commenta la Bernardini, “anche de Chirico non è del tutto indenne dall’avvertire l’importanza di Cézanne. Il tentativo di esorcizzarlo va considerato sintomatico di un riconoscimento, seppure in negativo”.

A questo punto l’interesse si acuisce, non resta che visitare la mostra passando in rassegna le 4 sezioni dedicate alla natura morta, al paesaggio, al ritratto e al nudo cercando prima di tutto di imprimere nella vista e nella mente le 20 opere di Cézanne sui quattro temi, cui fanno corona le 80 dei 18 artisti italiani. Prossimamente racconteremo la nostra visita seguendo questo  criterio.

Info

Complesso del Vittoriano, Roma, Via San Pietro in Carcere, lato Fori Imperiali,  Aperto tutti i giorni, compresi domenica e lunedì. Dal lunedì al giovedì ore 9,30-19,30, venerdì e sabato 9,30-23,00, domenica 9,30-20,30, la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso euro 12,00 intero, 9,00 ridotto a determinate categorie. Tel. 06.6780664; http://www.comunicareorganizzando.it/. Catalogo: “Cézanne e gli artisti italiani del ‘900”, a cura di Maria Teresa Bernardini, Skira Editore, settembre 2013, pp. 286, formato 24×27. Cfr. in questo sito, il prossimo 31 dicembre,  il nostro secondo articolo “Cézanne, e gli artisti italiani, visita alla mostra al Vittoriano”, con altre 6 immagini. .

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nel Vittoriano alla presentazione della mostra, si ringrazia “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia e i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. Su Cézanne è riportata l’immagine di un’opera per ogni sezione, nell’ordine natura morta, paesaggio, ritratto e nudo; per gli artisti italiani in questo articolo un’immagine per ciascuna delle due prime sezioni, per le altre due sezioni le immagini saranno nel prossimo articolo dopo altre quattro di opere di Cézanne nell’ordine inverso, prima nudo, poi ritratto, quindi paesaggio e infine natura morta. In apertura, di Cézanne “Frutta”, 1879-80, seguono “La strada in salita”, 1881,  e “Victor Chocquet”, 1877, poi “Bagnanti”, 1883-87″ e, di Giorgio Morandi, “Natura morta”, 1919; in chiusura,  di Carlo Carrà, “Chiesa romanica”, 1927.

Roma ti amo, una mostra dove il calcio diventa arte

di Romano Maria Levante

La mostra “Roma ti amo”, dal 18 febbraio al 20 luglio 2014 nella Factory Pelanda, all’ex Mattatoio di Testaccio, è stata presentata nella sede dell’A.S. Roma  a Trigoria dalla dirigenza societaria con l’intervento di Iole Siena, presidente di Arthemisia, società leader nell’organizzazione di mostre d’arte ed eventi culturali. E questo il motivo che ha stimolato la nostra curiosità divenuta vivo interesse dinanzi all’entusiasmo con cui Iole Siena ha detto che “è una grande sfida per noi, una scommessa coraggiosa”  l’impegno preso: “Tenteremo di unire le due anime più forti del paese”, il mondo elitario dell’arte e quello popolare del calcio. Curatore artistico Nicolas Ballario, coordinamento scientifico di Andrea De Angelis e scenografico di Cesare Inzerillo, Arthemisia è mobilitata. L’Assessorato alle politiche giovanili  di Roma Capitale ha dato il suo sostegno.

C’è un aspetto in cui i due mondi fanno a gara, la valorizzazione dei propri idoli. Anzi nel collezionismo di cimeli sportivi i tifosi superano gli appassionati di arte:  “Il Caravaggio ha un prezzo, anche se elevatissimo – ha detto un detentore di reperti calcistici -ma il mio cimelio non ha prezzo” lo ha raccontato Iole Siena che non conosceva questo speciale aspetto del tifo  calcistico.

La mostra  nasce dall’impegno della nuova proprietà della squadra giallorossa nel diffondere al massimo i valori  della loro Roma: l’esposizione sarà itinerante e dopo altre città italiane andrà negli Stati Uniti. E’ la prima volta che la storia di un club viene presentata come una  storia del costume nazionale, attraverso la capacità di aggregazione e mobilitazione che ha il  calcio “trasformandosi in cultura – è stato detto – esperienza collettiva, parte integrante dell’identità nazionale dei popoli”. Ci sono stati esempi di celebrazioni con fotografie, cimeli e  documenti, ma questa sarà un’esposizione “originale e unica, nella quale verranno applicati al calcio i canoni delle mostre d’arte”. 

Lo si è potuto fare perché la Roma “è uno dei club più storici e amati d’Italia”, e Arthemisia ha potuto mettere in campo la sua vasta esperienza in campo espositivo  unita a dinamismo e carica innovativa.  Di questi due requisiti primari  state date alcune interessanti anticipazioni, eccole..

La  storia dell’A. S. Roma e la sua rappresentazione

Alla nascita dell’Associazione sportiva Roma  nel 1927 si giunse con la fusione di tre formazioni preesistenti, Alba-Audace, Fortitudo-ProRoma e Football Club di Roma. Le prime vittorie  furono la coppa Coni e lo scudetto nel campionato  1941-42, seguirono i successi nella coppa Italia  e la vittoria nella  Coppa delle Fiere del 1961, seguita dieci anni dopo da quella nel Torneo anglo-italiano  del 1972, dal secondo scudetto dopo altri dieci anni nel 1983 e dal terzo, questa volta dopo quasi venti anni nel 2001, fino  al record  di vittorie consecutive a inizio campionato di quest’anno.  C’è stata anche una retrocessione in serie B, durata solo un anno, e le due cocenti delusioni  delle finali di Coppa dei campioni perse con Inter e Liverpool, quest’ultima proprio a Roma; come la recente bruciante sconfitta con la Lazio nella  finale di Coppa Italia svoltasi nella Capitale..

Un palmares rispettabile ma non straordinario, almeno rispetto alle plurititolate del campionato italiano, come le milanesi e  le torinesi, anzi la torinese Juventus, che anche quest’anno, dopo  la partenza a razzo della Roma con le dieci vittorie consecutive, è tornata in testa con i giallorossi impantanati nei quattro pareggi successivi. Quello che  è straordinario è l’attaccamento dei tifosi al quale è ispirato il titolo della mostra “Roma ti amo”, un amore che è nel nome stesso, letto al rovescio alla maniera araba o nella scrittura di Leonardo.

Le anticipazioni su come  verrà rappresentata questa storia  hanno acuito la curiosità piuttosto che  soddisfarla, d’altra parte la mostra è ancora un cantiere in fieri , tanto che si invitano coloro che dispongono di cimeli, documenti e oggetti a proporli per l’esposizione inviando una fotografia e una descrizione all’indirizzo e mail asroma@arthemisia,it  per la conseguente valutazione.

I tifosi, oltre che destinatari di questo appello, sono tra i principali protagonisti, con i giocatori succedutisi nel tempo a fare grande la squadra: i “romanisti” saranno ripresi direttamente con set fotografici allestiti allo stadio nei mesi precedenti, mentre  i giocatori saranno ricordati, oltre che da gallerie fotografiche e cimeli evocativi – come le maglie indossate in partite-evento – anche da un singolare calcio balilla di 20 metri  le cui due squadre –  costituite da “omini” alti due metri invece dei pochi centimetri  del popolare gioco – indosseranno le maglie della squadra  attuale, con  in prima fila Francesco Totti, capitano da vent’anni e leader della Roma dei record di quest’anno; e le maglie di una formazione “all  star” romaniste del passato: da Fulvio Bernardini e Amedeo Amedei, scomparso in questi giorni, a Falcao e Cafù; da Giacomo Losi e Agostino Di Bartolomei a  Bruno Conti e Francesco Rocca,l’indimenticato Kavasaki; da Franco Tancredi e Sebino Nela la difesa di ferro, a Giuseppe Giannini il “Principe” e Roberto Pruzzo il bomber; fino a Vincenzo Montella.

Si rivivrà la storia della società e della squadra  attraverso la narrazione fatta dalla stampa sportiva delle varie epoche  nella “Galleria Corriere dello Sport ” che esporrà centinaia di pagine del giornale romano partner speciale della mostra nel novantesimo anno dalla fondazione. Ma soprattutto  attraverso la ricca esposizione di materiale documentario ed evocativo sulle singole fasi della storia societaria  con al centro i successi della squadra e le delusioni che pure non sono mancate, ne abbiamo fatto una sommaria ricostruzione all’inizio.

In cinque  sale  la cavalcata storica, la prima sulle tre formazioni calcistiche  iniziali  che furono fuse per creare la Roma, le altre quattro ciascuna dedicata a una fase: dalla fondazione al primo dopoguerra; poi dal 1948 alla fine degli anni ’60, quindi dal 1970 al 1991, infine dagli anni ’90 alle vicende più recenti, dal terzo scudetto  ai giorni nostri con i primi passi della  proprietà americana; al termine della spettacolare cavalcata  una sintesi fatta di numeri significativi in una apposita sale.

Parlare di numeri sembra riduttivo per una mostra che si preannuncia altamente spettacolare  con i tanti schermi e monitor che trasmetteranno partite-e interviste, video inediti e gustosi episodi; ma dimostra la serietà  con cui si è affrontata la sfida della mostra per valorizzare il patrimonio sociale: non solo spettacolo ma anche approfondimento, un “must” della nuova proprietà .e del suo staff.

L’impegno, lo spirito, l’attrattiva della mostra

Il sigillo di “Arthemisia” va visto nell’impegno per la ricerca e presentazione, mentre lo spirito sportivo  fa leva sulla collaborazione del Corriere dello Sport  e di TeleRadio Stereo e lo spirito del tifoso su quella di Roma Channel e del Centro Studi dell’Unione Tifosi, che ha fornito preziosi cimeli detenuti da collezionisti  così gelosi dei  propri reperti  fino a chiedere sistemi di sicurezza  in teche protette, come per le più quotate  opere d’arte delle mostre organizzate da “Arthemisia”.

L’assessore alla Scuola di Roma Capitale, Alessandra Cattoi, ha sottolineato anche lei  l’attrattiva della mostra: “Raccontare la storia dell’A.S. Roma vuol dire raccontare un pezzo di storia della nostra città, della sua vita, del so costume, attraverso il calcio, una delle manifestazioni collettive che suscita più emozioni”, e ha aggiunto: “Il fatto che questa narrazione sia concepita come un punto d’incontro tra arte e sport, contribuirà ad attrarre l’interesse non solo degli appassionati, ma anche di coloro che non sono tifosi o non seguono il calcio”. Si attende un a grande affluenza di visitatori, soprattutto giovani che potranno così conoscere lo spazio espositivo di “Factory” alla Pelanda-Testaccio, sede di tante iniziative loro dedicate.  Diffondere la conoscenza tra i giovani di questi siti  con radici popolari  dove si fa cultura  e avvicinarli alle mostre d’arte è un altro risultato che si potrà  ottenere con l’effetto di trascinamento del tifo per la “magica Roma”. E non è poco.

Non resta che attendere l’apertura della mostra e visitarla per verificare come le invitanti premesse si tradurranno nella realtà espositiva.

Foto

L’immagine della presentazione alla stampa con la presidente di Arthemisia Jole Siena tra i dirigenti dell’A:S: Roma e il curatore della mostra è stata ripresa a Trigoria da Romano Maria Levante, si ringraziano i soggetti fotografati per l’opportunità offerta.

Bergamini, il digitale pittorico, al Museo Crocetti

di Romano Maria Levante

Le grandi  fotografie di Riccardo Bergamini alla Fondazione Crocetti,  dal  18 novembre 2013, nell’esposizione “EsseRI Contemporanei” promossa da “Ademus” e curata da Luigina Rossi, attraverso immagini di imponenti strutture edili in costruzione o demolizione, mostrano un’utilizzazione del mezzo fotografico con la tecnica digitale per interventi quasi pittorici che danno il senso del cambiamento e della trasformazione imprimendovi il dinamismo della vita. Un’impostazione ben diversa dal pittoricismo dei fotografi che cercavano giochi di luce o scorci consueti ai pittori, qui nessuna concessione alla pittura ma ricerca di qualcosa che non si può rendere con l’istantanea tradizionale ma si deve costruire pur mantenendo l’aderenza alla realtà che solo la fotografia assicura.

Le “architetture metafisiche” 

 “Architetture metafisiche/ e colori senza definizione, né patria/ non tutti hanno chiuso per inventario;/c’è chi cataloga, con scatti perfetti/ il respiro e il sospiro, i segni della libertà,/l’odoroso bacio della persona amata/il grido della rosa che muore/ e il chiacchiericcio dell’acciaio brunito”.  Questa volta la definizione dell’opera di un artista, oltre che dalla curatrice della mostra Luigina Rossi,  viene anche da un poeta, Antonio Veneziano, che ha scritto una poesia a presentazione della mostra, dove  Bergamini riesce a far parlare proprio l’ “acciaio brunito” delle “architetture metafisiche”. Il poeta conclude, dopo un excursus sui sentimenti: “Un sole sbiadito, per fortuna,/ insinua domande, tra frammenti di realtà,/  dall’anima di ferro e vetro,/ dove l’impronta digitale,/ di uno scatto fotografico,/ si fa appunto del cuore e del cervello”.

Abbiamo incontrato l’artista che ci ha spiegato come questo avviene, rivelando il suo  modo innovativo di utilizzare il mezzo fotografico nella creazione artistica. Non gioca sui chiaroscuri e sull’intensità dei colori nelle riprese naturali;: né sul taglio delle immagini come nelle riprese oblique di Rodcenko; e in quelle frutto di attesa prolungata o basate sull’immediatezza della ripresa  e, per converso, sulle pose da studio fino alle tante modalità offerte dalla versatilità degli obiettivi. Le accostiamo alle pur diversissime riprese alla ricerca di angoli remoti della natura da celebrare nella loro ignota grandiosità, lo stesso fa Bergamini che trova la grandiosità a portata di mano ma inserita in contesti che la nascondono e la umiliano, mentre l’artista riesce a rivelarla e nobilitarla.

Con lui la tecnica digitale viene utilizzata in forma pittorica in modo creativo: l’artista parte dalla ripresa reale a luce radente, poi elimina l’illuminazione naturale per sostituirla con “pennellate” di  luce digitale che dà i contorni a immagini immerse nel buio, laddove quelle di partenza erano nella luce. Anche le nuvole vengono “pennellate” al posto di quelle catturate dall’obiettivo, e lo stesso avviene per la luce dei lampioni, per citare un particolare. Si tratta, ci ha detto direttamente l’artista, di una luce autentica anche se non quella originaria, “pennellata” nell’elaborazione digitale.

Non c’è manipolazione ma reinterpretazione della realtà per restituire ad essa la vera essenza che va oltre l’impressione di un momento. Tanto più che nella serie di immagini esposte, la realtà è in evidente trasformazione, quindi non può essere quella che appare nell’istantanea, deve essere resa con un procedimento che renda tale processo dinamico.

E’ questa la contemporaneità che interessa l’artista, una realtà “in fieri” di cui riesce a dare l’instabilità con un’atmosfera di sospensione che prende il visitatore, immergendolo in una nuova metafisica urbana, fatta non di piazze  abbacinate dal sole con le ombre lunghe dei colonnati ma di palazzi immersi nel buio contornati da sciabolate di luce.

Così la curatrice della mostra Luigina Rossi: “Ogni elemento architettonico si fa ammirare per essere altro da sé, la luce argentea lo accarezza, lo rende vivo, crea un ponte intellettivo, produce intensi attimi di piacere per la nostra anima; essi prendono vita come fossero una melodia nella ricerca degli accordi di luce”.

L’altro da sé non riguarda soltanto la diversità  rispetto allo scatto primario, l'”altro” è  costruito dall’elaborazione digitale; riguarda anche il fatto che per i palazzi in costruzione l’immagine  provvisoriamente fissata sull’obiettivo non rispetta più la loro realtà dato che nelle successive fasi sono diversi da prima. Ma c’è di più, è un modo di inserire la variabile tempo nella creazione artistica mutandone la percezione; ed è anche un modo di consentire la rielaborazione personale dell’artista rispetto alla percezione immediata della realtà, che il mezzo fotografico fissa con l’obiettivo lasciando poi pochi margini di intervento, aperti invece dalla tecnica digitale che così utilizzata diventa una tavolozza tecnologica che libera la creatività del fotografo divenuto artista.

Guardiamo le 17 tavole fotografiche, molte 70×100,  dei giganti urbani frutto della forte impressione che Bergamini ne ha ricevuto nei suoi viaggi immaginandoli protagonisti assoluti  nella notte che lui stesso ha costruito “come esseri viventi nel divenire del contemporaneo”, per usare le parole della curatrice; e come esseri viventi dialogano con il visitatore, quasi volessero raccontare la propria storia. C’è la struttura avveniristica di Desideri della nuova Stazione Tiburtina, destinata a un futuro senza fine, come quella imponente di un palazzo milanese destinato invece alla demolizione; tra questi destini opposti altre costruzioni che segnano il paesaggio urbano, fino a una ardita ripresa dal  basso del “Fungo” romano, che ricorda la figura turrita della Statua della Libertà , l’unica immagine chiara, anzi abbacinata dalla luce quando tutte le altre sono immerse nel buio fasciate dai riflessi di luce.Ferro, acciaio e vetro pennellati dalla luce, qualche riflesso sul rosso in alcune strutture orizzontali, per lo più è una verticalità vertiginosa che prende l’osservatore portandolo in alto in una proiezione che non è soltanto visiva ma anche spirituale. L’architettura ha di per sé una carica coinvolgente, che nelle immagini viene sublimata dal fatto che gli arditi scorci fotografici, che corrispondono alla visione dal basso, sono sublimati dalle sciabolate di luce dei contorni nell’oscurità degli sfondi. “In esse – scrive ancora la curatrice – dobbiamo scorgere tutto il suo impeto compositivo che significa passione, passione ma anche emozione per chi voglia silenziosamente unirsi a quelle presenze e leggerne ogni linea e sentirne ogni vibrazione nella prorompente rielaborazione della luce con l’uso del digitale”.

Le sculture fotografiche della figura femminile 

Oltre a queste immagini di giganti urbani ne sono esposte 6 che ci portano nell’universo femminile di Bergamini, cui si è dedicato in passato con mostre fotografiche in cui la donna è stata sempre presentata nella sua  dignità personale unita a una carica tale da farne musa ispiratrice. C’è stato impegno sociale e civile come nelle fotografie del campo Rom in Romania,con i bambini protagonisti, premiate in due categorie all’International Photografy Awards per il 2013. In mostra presenta sei immagini oniriche, volti e corpi di donna che come i giganti urbani si stagliano nel buio, le sciabolate di luce li scolpiscono, danno alla loro fisicità segnata da ombre e colori forti contenuti emotivi di sogno e desiderio, di abbandono e ripiegamento interiore.

E’ un filone da perseguire nel quale la fotografia di base diviene “altro” ad elevato contenuto artistico perché muove la mente nella ricerca dei contenuti più profondi e l’anima nella condivisione degli stati d’animo percepiti; come diviene “altro” nei giganti urbani dinanzi ai quali ci sentiamo piccoli come i lillipuziani di Gulliver e come loro rei di averli imprigionati; Bergamini li libera dai lacci delle loro destinazioni pratiche nobilitandone l’imponenza che sfida il tempo e lo spazio.

Per concludere non si può non richiamare la particolarità della sede espositiva, la grande sala della Fondazione, che vuol dire visione contigua dello studio del  grande Venanzo Crocetti  e delle sale in cui c’è l’esposizione permanente delle sue straordinarie opere.  Dove l’universo femminile è rappresentato dalle sculture  di modelle e  ballerine, eleganti e  serene, ma anche di figure tormentate come “Maria di Magdala”, “L’incendio” e “Il ratto”, rispetto alle quali si può trovare un nesso delle donne altrettanto tormentate di cui Bergamini ci offre intense sculture fotografiche; una nostra associazione di idee spontanea dopo l’emozionante visione parallela.

E’ un abbinamento forse inusitato ma intrigante tra la mostra temporanea di Bergamini e l’esposizione permanente di Crocetti che giustifica ancora di più  la “gita fuori porta”, come si dice a Roma, sulla via Cassia numero 492 nella casa museo del grande scultore.

Info

Fondazione e  Museo Crocetti, Via Cassia 492. Orari: lunedì, giovedì, venerdì ore 11-13, 15-19; sabato e domenica 11-18, martedì e mercoledì chiuso. Tel. 06.33711460; http://www.fondazionecrocetti.it/ Catalogo: Riccardo Bergamini, “EsseRI Contemporanei”, novembre 2013, pp. 30, formato 21,5×21,5. Per le opere di Venanzo Crocetti citate, cfr. i nostri articoli: in questo sito l’8 ottobre 2013 “Crocetti, il ‘900 e il senso dell’antico”, in “cultura.inabruzzo.it” il 1° febbraio 2009 “Il mondo di Venanzo Crocetti”. Per le diverse modalità  fotografiche citate nel testo cfr. in http://www.fotografarefacile.it/ i  nostri servizi sui grandi fotografi, 90 dal 2011..

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Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nella Fondazione Crocetti all’inaugurazione della mostra, si ringrazia la Fondazione con i titolari dei diritti, in particolare l’artista Bergamini, per l’opportunità offerta; l’artista si ringrazia inoltre per aver acconsentito ad essere ritratto da noi davanti a due sue opere. In apertura, l”artista tra la sua interpretazione del  “Fungo” dell’Eur di Roma e la ripresa digitale di un’intelaiatura in fase di costruzione; seguono altre due immagini di strutture costruttive, poi due immagini con scorci di abitazioni; in chiusura un’intenso viso di donna.

Carlo Erba, arte ed eroismo, alla Galleria Russo

di Romano Maria Levante

La mostra alla Galleria Russo con esposti 70 disegni di Carlo Erba, dal 21 novembre al 12 dicembre 2013 presenta un artista raffinato, protagonista di una storia esaltante sotto il profilo artistico e commovente sotto l’aspetto umano, perché all’indipendenza nell’arte e nella vita unisce una conclusione eroica: la morte nella prima  guerra  mondiale in cui andò volontario, nell’impossibile assalto all’arma bianca a una postazione nemica. Roberto Floreani, nel  Catalogo di Palombi Editori,  dà conto in modo esauriente della vita e dell’arte di Carlo Erba.

L’indipendenza nella vita e nell’arte

E’ indipendente Carlo Erba fin dai primi passi della sua biografia. Rinuncia al futuro pronto per lui alla guida della grande industria farmaceutica  che porta il nome del nonno fondatore, uguale al suo, per aderire ad idee anarchiche e dedicarsi agli studi artistici diventando presto artista lui stesso. Si conoscono 600 suoi disegni, mentre la produzione pittorica e altre espressioni d’arte sono andate perdute dopo la sua morte.

Il suo spirito indipendente lo ha tenuto al di fuori delle correnti artistiche del momento ma non è stato impermeabile agli influssi, per la carica innovativa che sentiva di dover esprimere.

Tra il 1905 e il 1909 i suoi disegni sono dei chiaroscuri molto ombreggiati, i soggetti paesaggi e ambienti urbani, figure e temi religiosi. Vediamo esposti, di questo periodo, “Notturno con lampioni” e “Interno di giardino con piante”, “Interno di  studio” ed “Esterno di studio”; “Figure in costume” e “Donna seduta che cuce”, fino a “Testa di Cristo” e “Deposizione”.

Quando nel 1909 viene pubblicato il “Manifesto futurista” di Filippo Tommaso Marinetti -.al quale la Galleria Russo ha dedicato tra febbraio e  marzo 2013 la mostra “Marinetti chez Marinetti” – ha 25 anni e frequenta gli ambienti milanesi della “Famiglia artistica”, con i giovani “scapigliati” e gli indipendenti rispetto alla tradizione. E’ attratto dal Futurismo, ma non vi aderisce neppure dopo il “Manifesto dei Pittori Futuristi” dell’11 febbraio 2010;  né coglie l’occasione del 1911 al Padiglione Ricordi che aprirà agli aderenti al Futurismo una serie di esposizioni internazionali da Parigi a Londra, da Bruxelles a Berlino fino a Mosca, con la condizione “dentro o fuori” il movimento.

Carlo Erba per il suo spirito di indipendenza non vi entrerà, rinunciando ai vantaggi di un’adesione, e nel 1914 contribuì a costituire il gruppo “Nuove tendenze” che nel programma fondativo indicava come “criterio fondamentale” proprio “l’esclusione assoluta di tutte quelle manifestazioni che nelle consuete esposizioni trovano già il loro naturale ambiente”. Indipendenza quindi anche rispetto al Futurismo al quale, tuttavia, il gruppo cui aderì era contiguo per spirito innovativo e trasgressivo, al punto da essere chiamato “l’ala destra del futurismo”; vi confluì  uno dei fondatori, l’architetto visionario Sant’Elia, che sottoscrisse il “Manifesto dell’Architettura” futurista. Contiguità non vuol dire partecipazione, anzi gli fu negata nel 1914 l’Esposizione Libera Futurista alla galleria Sprovieri a Roma per un  veto di Boccioni nonostante l’evoluzione del suo stile in senso futurista.

L’arte tra Futurismo, Nuove tendenze ed Espressionismo

Lo si vede dal confronto tra le opere prima citate e quelle  fino al 1911 con le opere dal 1912 in poi: cambia tutto, abbandona i chiaroscuri e le ombreggiature, il segno diventa deciso e preciso, in molti casi frastagliato e dinamico. A questo confronto la mostra in esame fornisce ampio materiale con i disegni dei periodi suddetti. Dal 1908 al 1911 “Il paesaggio lungo il Naviglio” e due “Studi per Corso Vittorio Emanuele”  nonché “Case sul Naviglio”, “Case di periferia”  e “Case e Duomo di Milano” per i temi ambientali; due ritratti del “Padre Luigi”, di profilo e mentre legge, una “Donna con chitarra” e “Studio di figura maschile” con caratteri analoghi al periodo precedente. Ma del 1911 vediamo due “Figure di donna” in cui il segno cambia, diventa più netto e dinamico.

E’ una svolta stilistica impressa dal Futurismo e, pur se lui resta fuori dal movimento, è più marcata nelle opere successive. Di paesaggi urbani ne vediamo soltanto uno, “Ultime case sul Naviglio”, del 1911-12, quasi un simbolico allontanamento, mentre nelle opere dal 1912-13 domina la figura umana: dai due “Ritratti maschili”, in cui le angolature sembrano preannunciare la svolta, a “Figura in movimento”, “Studio di figure”  e “Figure”, molto segnate dal  dinamismo futurista.

Nel 1913-14 abbiamo ancora scene dinamiche, come ” Coppia danzante” e “Figura di danza”, ma anche soggetti visti nella loro intimità, come “Adolescente con l’orsacchiotto” e “Adolescente guarda l’orsacchiotto”, dove c’è un dialogo senza parole tra bambina e il pupazzo; “Fanciulla alla finestra” e “Modella sdraiata con calze”, “Figura femminile” e “La sorella Bianca seduta con ventaglio”: non sono statiche e pur nell’assenza di movimento vibrano di un nervosismo vitale.

I segni interiori si acuiscono rispetto alla ventata futurista restata in superficie, e nelle opere del 1914 si fa sentire sempre più l’influsso dell’Espressionismo tedesco, in particolare di Ernst Ludwig Kirchner. Vediamo soprattutto figure femminili: “Donna con gatto” e “Giovane donna  sdraiata”, “Modella seduta”  e “La  mia bella luna”, “Donna che cuce” e “donna che legge”, fino a “Bimbo che dorme in braccio a un a donna” e “Studio per ‘le trottole del sobborgo (che vanno)'”che Roberto Floreani  definisce “nato dalla conciliazione tra stili diversi”. Poi vediamo disegnati due busti  maschili: “Testa di vecchio pescatore” e “Studio di volto di pescatore”

Del 2014 anche due esterni, uno urbano, “Chiusa sul naviglio”, l’altro ambientale, “Paesaggio montano”, .che ritroviamo nel 1915 in “Paesaggio urbano”, una piazzetta quasi metafisica con le colonne e la solitudine, e in due “Montagne”, con delle casette in grandi spazi sovrastati dai monti.  I soggetti umani in  “Donna con bambino” e nella straordinaria  “Processione di educande”, uno scorcio suggestivo di figure che passano ripiegate su se stesse tra il pudore e la riflessione.

La guerra e l’eroismo, la disillusione e la fine

Il segno è diventato ancora più netto, la visione interiore ancora più intima e profonda. Ma ormai i temi diventeranno altri perché nella vita dell’artista irrompe la prima guerra mondiale. Sull’onda degli impulsi futuristi nei quali la guerra aveva un posto di primo piano tra le scelte doverose, si arruola volontario proprio nel Battaglione Volontari Ciclisti e Automobilisti di Marinetti, di cui fecero parte gli artisti del Futurismo e di Nuove Tendenze, da Boccioni a Sironi, da Russolo a Bucci compreso l’architetto Sant’Elia che abbiamo citato in precedenza. Carlo Erba vi entrò senza proclami e partecipò con spirito cameratesco all’addestramento prebellico a Gallarate nel luglio 1915 e a Peschiera,  e dipinse con Marinetti, Russolo e Boccioni dei cartelloni, purtroppo perduti, per la “Grande Serata Patriottica” in un teatro. Di questo periodo sono rimaste delle fotografie.

In guerra combatte valorosamente al fronte per la conquista dei dossi Casina e Remit e, allo scioglimento del battaglione, entra negli Alpini. E’ tra i vincitori del concorso “Per la migliore impressione di guerra” al quale partecipa alla fine del 1915 con alcuni disegni fatti al fronte.

Ancora battaglie che lo porteranno a riflettere sugli orrori della guerra spegnendo l’entusiasmo futurista nella disillusione;  il “Ritratto di Umberto Boccioni” raffigura il grande esponente del futurismo con la testa rivolta in basso, affamato e affaticato senza più neppure l’ombra dell’entusiasmo con cui si era arruolato.

Combatte ancora eroicamente, viene ferito, decorato sul campo e promosso tenente; riceve un encomio per aver salvato la vita a due alpini feriti il 2 novembre 1916.  Nei suoi disegni in punta di lapis dal tratto sottile emergono gli stati d’animo, come in “Volontari in riposo (Antonio Sant’Elia”)  e “Posizioni dei fucilieri”, “Prove di tiro” e “L’ordine di sicurezza in stazione”.

Quando nel 1917, dopo due anni di guerra, viene trasferito all’Ortigara, subentra in lui il presentimento della fine vicina. Nell’ultimo breve ritorno  a casa nell’aprile 1917 disse queste parole, nei ricordi della sorella Bianca in presenza dei genitori: “Bianca, pensa tu alla mamma e al babbo, dovrete fare senza di me, lassù in montagna è un inferno, questa volta non tornerò”. La “zona K”, cui è destinato, è  definita “il Calvario degli Alpini” per la via Crucis del fuoco delle mitragliatrici degli austriaci asserragliati in grotte che dominavano il “Vallone della morte” e gli altri varchi micidiali dove gli alpini erano costretti a passare votati al massacro.

In un vano attacco notturno all’arma bianca a  Cima Caldiera Carlo Erba morì  il 12 luglio 1917 “incurante di sé,…rincuorando i reparti” come disse il commilitone Osvaldo Valentini. Un altro suo compagno d’armi e di arte, Alberto Bucci, lo ha ritratto esanime con il titolo “Sonno 12 luglio. Sott. Carlo Erba morto a Ortigara”, che fece parte del volume  di disegni “Battaglione 1915”; fu seppellito vicino al punto in cui cadde.

La preveggenza, l’ispirazione artistica e la qualità umana

Aveva descritto con preveggenza questo momento in una nota del  maggio 1917: “Quand’uno riceve una pallottola di fucile nella testa di solito muore – ecco tutto – cade a terra , lo si raccoglie, lo si carica su una barella, e lo si porta in u n luogo dove sia possibile sotterrarlo. Niente di più e niente di meno”. Di meno ci sarà che il suo corpo non verrà più ritrovato, di più che ebbe la medaglia di bronzo alla memoria, e fu ricordato poco dopo la morte da Margherita Sarfatti e Anselmo Bucci in “Gli Avvenimenti” e “Pagine d’Arte”del 15 luglio 1017. 

Nella nota appena citata c’è una sconvolgente descrizione della guerra vista dall’interno da un entusiasta passato attraverso la delusione e la disillusione alla condanna senza appello con la denuncia di coloro che “scrivono tante sciocchezze sulla guerra” solo perché “non la  vedono e non la vivono”.  Ecco la sua denuncia accorata: “Questa è la guerra che non ha vessilli e non ha inni, è la grigia uniforme monotonia di migliaia di uomini che aspettano vigilando, muoiono avanzando nell’irto groviglio di reticolati, e la musica del cannone  e la rabbia delle raffiche di mitraglia”, anche qui  profetico della sua fine. “I topi che vi corrono sul viso la notte fan gazzarra nelle trincee, nei rifiuti che i soldati buttan via. Topi compagni di vita, come noi rintanati in gallerie di umidità e di sporcizia”, tutta l’epopea futurista della guerra “igiene del mondo” completamente rovesciata.

Roberto Floreani nel concludere la sua commossa rievocazione della vita e dell’opera di Carlo Erba, riassume le diverse fasi del suo percorso artistico, dalla tradizione lombarda all’innovazione fuori da ogni schema agli influssi futuristi e poi espressionisti fino alle opere nel vortice della guerra. E conclude definendolo “grande uomo ed artista delle urgenze del suo tempo”.

Noi non azzardiamo definizioni, preferiamo riportare le due che ci sono apparse più appropriate. La prima riguarda l’ispirazione artistica, e ce la dà lui stesso: “A volte le cose che hanno determinato in me l’emozione hanno avuto ragione d’essere nella loro essenza descrittiva, … in altre condizioni le cose  m’hanno interessato non come elementi di descrizioni, ma come valori di movimenti, masse e colori”; la seconda definizione riguarda la qualità umana, è del citato commilitone Valentini: “Semplice volontario,era il capo spirituale del plotone: ci stringemmo tutti, quasi istintivamente, attorno alla grande, serena  figura di Erba. Era infatti uno spirito superiore… sfogava con giovialità la sua natura esuberante… con la sua serenità nel pericolo… con il suo altruismo che gli faceva ricercare i posti di maggior rischio”.

Il tutto nella sua vita intensa consumata in soli 33 anni fino al sacrificio supremo, il Golgota nel “Calvario degli Alpini”.

Info

Galleria Russo, Roma Via Alibert 20, tra Piazza di Spagna e Piazza del Popolo. Orario:lunedì ore16,30-19,30; da martedì a sabato ore 10,00-19,30; domenica chiuso. Ingresso gratuito. Tel. 06.6789949, tel. e fax 06.69920692, http://www.galleriarusso.com/; info@galleriarusso.com  Per la mostra su Marinetti cfr, in questo sito, il nostro articolo “Marinetti, disegni e quadri futuristi alla Galleria Russo” il 3 marzo 2013.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante alla Galleria Russo all’inaugurazione della mostra. Si ringraziano gli organizzatori della Galleria Russo e i titolari dei diritti.  In apertura, “Deposizione”, 1907-08, seguono “Figura di donna”, 1911, e “Ritratto maschile”, 1912-13; poi “Coppia danzante”, 1913-14, e “Donna con bambino”, 1914-15; in chiusura, “Paesaggio urbano”, 1915.  

Ebrei romani, 70 anni dopo l’ “infamia tedesca”, al Vittoriano

di Romano Maria Levante

Al Vittoriano, lato Ara Coeli, nella sala Zanardelli, dal 17 ottobre al 30 novembre 2013 la mostra “16 ottobre 1943 –  La razzia degli ebrei di Roma”,  nel quadro delle manifestazioni per il 70° anniversario ricorda il tragico evento, inquadrandolo nel contesto storico con un’accurata ricostruzione di luoghi, vicende e  protagonisti e una ricca esposizione iconografica e documentale.  La mostra, con il coordinamento generale di Alessandro Nicosia, è realizzata in collaborazione tra “Comunicare Organizzando”, di cui è Presidente, e la Fondazione Museo della Shoah ed è curata da Marcello Pezzetti, che ne è il direttore. Prezioso per la ricchezza documentaria e l’accuratezza editoriale  il Catalogo di Gangemi Editore, a cura dello stesso Marcello Pezzetti.

Il coraggio della mostra

La prima notazione  è il coraggio nell’immagine-simbolo: la pagina del 16 ottobre 1943 dell’agenda con scritto a mano in corsivo “infamia tedesca”: si badi bene, tedesca e non nazista come spesso viene fatto per ridimensionare fino a negare le responsabilità del popolo, un negazionismo anche questo da evitare. In Germania non ci sono stati moti popolari di resistenza, neppure come quello italiano al di là dell’agiografia ufficiale, e le fallite ribellioni a Hitler sono venute soltanto dai vertici delle forze armate, Rommel e gli autori dell’attentato. Diciamo questo per la verità storica non per ostilità verso la deleteria egemonia tedesca sull’Europa monetaria, che ci imprigiona nella gabbia di ferro di un euro ridotto a supermarco impedendoci di crescere.

Il coraggio della mostra si manifesta anche nel dare un volto ai perversi autori della razzia e delle persecuzioni antiebraiche che vengono documentate: i loro volti e le loro figure impettite nelle divise o dentro comuni abiti borghesi sono nell’apposita sezione; la loro tranquillità a confronto con l’umanità dolente dei perseguitati, ripresi nella razzia ma anche nei momenti tranquilli. La galleria di nomi con cui inizia la mostra, e quella di volti con cui si chiude, sono  un omaggio e un monito, è bene che siano nomi e volti a parlare, non soltanto i freddi numeri di una contabilità angosciosa.

Ma  non si limita a  questo, e sarebbe già molto, la comunità ebraica romana non è vista soltanto nel momento della razzia, bensì nella sua evoluzione nel tempo, fin dall’insediamento: e sono eloquenti le immagini di quartieri e persone, come la ricca documentazione che le accompagna.

La nostra visita ha avuto una guida di eccezione, il curatore Marcello Pezzetti, che ha illustrato i vari momenti con trasporto e insieme con serenità, nessun residuo di rancore nelle sue parole, del resto l’incancellabile indignazione era “in re ipsa”, per così dire. D’altra parte gli ebrei non hanno speculato sulle azioni scellerate come quella del 16 ottobre 1943 culminate nel genocidio dell’olocausto; vittime inermi senza resistere nei ghetti divenuti segregazione e poi annientamento,  con la creazione dello stato di Israele hanno realizzato un’autodifesa attiva che li ha portati, con una popolazione di pochi milioni, numero assimilabile a quello della città di Roma, a fronteggiare e vincere le aggressioni di cento milioni di arabi decisi ad eliminarli  dalla Terra promessa dove sono approdati nel loro “exodus” eroico realizzando il sogno biblico, con una forza miracolosa che lascia increduli e ammirati.

Con la mostra viene evocato uno spezzone di storia che è istruttivo vedere alla luce dell’attuale situazione degli ebrei stretti  nella difesa di Israele, sorretti da un vasto concorso di nazioni amiche ma consapevoli che per la loro sicurezza e la loro stessa esistenza l’unica valida garanzia è la loro forza. E questo, lo ripetiamo, suscita in noi  incredulità e insieme ammirazione pari alla condanna per chi vorrebbe in altre forme, non cruente ma altrettanto distruttive,  ripetere l’infamia dell’olocausto.

L’ingresso alla mostra, con i 1022 nomi delle vittime del rastrellamento seguito da morte con 17 soli sopravvissuti,  evoca la tragedia umana perpetrata in quel triste giorno di settant’anni fa. Era trascorso poco più di un mese dall’armistizio dell’8 settembre, al razzismo antisemita si aggiungeva la vendetta verso gli italiani prima uniti nel Patto d’acciaio. Delle persone rastrellate in 26 “zone d’azione” da 360 militari tedeschi dell’unità Seeling diretti da Theodor Dannecker, collaboratore del famigerato Eichmann, ne furono rilasciate 260 dopo la selezione al Collegio militare perché stranieri protetti, non ebrei o “misti”, mentre i 1022 ebrei trattenuti furono deportati ad Auschwitz-Birkenau  dove giunsero il 23 ottobre dopo l’interminabile viaggio in treno nei tremendi vagoni piombati: più di ottocento furono uccisi all’arrivo, dei circa duecento internati si salveranno solo 16 uomini e una donna, Settimia Spizzichino.

Le parole delle autorità romane 

Conclusione tragica di una vicenda collettiva alla quale la mostra ha dato un respiro storico inquadrandola in modo da farne – come ha detto il sindaco Ignazio Marino – “un vero  e proprio viaggio della memoria, tra i vicoli del quartiere ebraico, nel Collegio militare di via della Lungara, alla stazione Tiburtina e sul treno per Auschwitz, tra i ricoveri e i nascondigli nelle chiese, negli istituti religiosi e nelle case dei romani”. Viene documentata anche la solidarietà della popolazione che consentì di salvare la maggior parte degli 8000 ebrei presenti nella città, e il contesto dei luoghi e del difficile momento nel quale i volti inermi delle vittime incrociarono i volti spietati  dei carnefici, gli uni e gli altri fissati in immagini di straordinaria forza evocativa.

“E’ questa la forza della memoria – ha detto il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti – e la caratteristica che la differenzia dalla semplice ricostruzione storica. La storia è una catena di fatti e di verità, la memoria è la comprensione delle nostre vite e della vita dei luoghi in cui viviamo. La memoria è viva quando è vivo l’atto di tramandare. Il passaggio di un testimone consegnato da una generazione alla successiva”.  E’ un ruolo vitale che Roma assolve celebrando il 16 ottobre 1943: “Continuare a costruire la memoria per il bene delle generazioni che verranno”, lo ha detto con forza  Riccardo Pacifici, Presidente della Comunità Ebraica di Roma.

Alessandro Nicosia, che ha coordinato la realizzazione della mostra, l’ha così presentata: “L’obiettivo, ancora una volta, è stato quello di fare Memoria, ricordare per fare in modo che certi fatti non accadano più, dando alla pubblica fruizione, soprattutto alle nuove generazioni, la possibilità di riflettere su una tragedia come questa, tenendo vigili e attente le coscienze di tutti”. Mentre il curatore Marcello Pezzetti ne sottolinea “l’impatto visivo capace di segnare la memoria della collettività tutta”, e  ne allarga così il raggio d’azione: “Un’esposizione che si concentra sulla sorte degli ebrei della capitale, vittime della politica di sterminio nazista, ma che si rivolge a tutti gli italiani perché si tratta della loro storia”.  Che viene tradotta in memoria da immagini evocative.

Dalla piena cittadinanza al ricatto dei 50 chili d’oro

Le prime immagini risalgono al periodo  anteriore l’imbarbarimento razziale, dal 1870 al 1938 quando, cessato l’ostracismo dello Stato Pontificio, con Roma capitale gli ebrei divennero cittadini italiani a tutti gli effetti, integrati e assimilati nella popolazione con la piena cittadinanza romana. Vediamo la fotografia di Ernesto Nathan, ebreo di formazione repubblicana, sindaco di Roma per due mandati, dal 1907 al 1913, ricordato per i successi della sua amministrazione; e le immagini di vita rionale nell’antico ghetto, tra cui alcune di una “Roma sparita” molto suggestive.

Poi, come in “La vita è bella” di Benigni, dalle scene serene si passa all’incubo delle persecuzioni, che inizia con le leggi razziali del 1938, è esposta una serie di documenti sull’applicazione di tali leggi e sulle richieste di esenzione dovute a meriti acquisiti verso il regime: caso particolarmente pietoso quello della straniera la cui richiesta di esenzione dall’espulsione fu accolta alla fine del 1938, ma cinque anni dopo fu deportata il 16 ottobre 1943 e uccisa  all’arrivo a Birkenau.

Non solo esclusioni dal lavoro ed espulsioni per gli ebrei stranieri, anche lavori forzati lungo l’argine del Tevere, le fotografie sono eloquenti; come lo sono quelle di una manifestazione antisemita e di una lettera di commercianti italiani che denunciavano i concorrenti ebrei, nel 1941. Oltre alla solidarietà di tanti, infatti, c’era l’ostilità di alcune frange della popolazione alimentata dall’insano desiderio di avvantaggiarsi dell’insperato ostracismo dato ai temibili concorrenti, anche questo si deve ricordare pur se è doloroso constatarlo..

Con l’8 settembre1943, dalla incivile discriminazione si passa alla criminale persecuzione in atto in altri paesi d’Europa dalla quale fino ad allora gli ebrei italiani erano stati risparmiati; con l’ignobile intermezzo della richiesta fatta il 25 settembre di 50 chili d’oro alla Comunità ebraica romana da consegnare entro 36 ore pena la deportazione di 200 suoi membri; il “riscatto” fu pagato il 28 settembre, ma non placò i tedeschi che sequestrarono schedari e archivi, a nulla valsero le lettere di protesta dell’Unione delle comunità israelite esposte in mostra.

La razzia: persecutori e luoghi. testimonianze e documenti   

Ma la vera tragedia doveva ancora consumarsi, ecco la descrizione di Riccardo Pacifici. “Il 16 ottobre, all’alba, quando in molti ancora dormono sotto le proprie coperte, gli ebrei romani sono stati svegliati dalla furia nazista. Le strade dell’antico ghetto e di altri quartieri abitati  dagli ebrei della città sono state chiuse. Erano i primi passi che avrebbero destinato più di mille italiani di religione ebraica dentro il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau”.  Primi passi preparati accuratamente nei giorni precedenti con un intreccio di comunicazioni tra le autorità diplomatiche e militari tedesche a Roma e i vertici a Berlino, le prime orientate negativamente sulla deportazione, i secondi invece intransigenti per l'”ordine di Hitler di deportare gli 8000 ebrei di Roma”.  E fu un miracolo dovuto alla popolazione che li nascose e alla loro fuga se ben 7000 si salvarono, i portieri dei palazzi li nascosero negli scantinati, i parroci  nei punti meno accessibili delle chiese.

I persecutori sono i comandanti militari e in particolare quelli dell’unità Seeling  che effettuò i rastrellamenti, come Dannacker responsabile dell’operazione ed  Eisenkolb, suo ufficiale; si vedono diverse immagini dei soldati dell’unità inquadrati in un rigido prsentat’arm oppure schierati semplicemente e in posizione di riposo. Tra i responsabili civili,vediamo il console a Roma Moellhausen, che cercò invano di dissuadere i vertici berlinesi ricevendone oltre al rifiuto degli aspri rimbrotti: questa sua posizione sarà valorizzata al termine della guerra, e rimase in Italia dove avviò un’attività commerciale che ancora oggi appartiene alla famiglia; anche Kappler e le altre autorità militari sconsigliarono l’operazione per la quale non si sentivano pronti, ma poi si misero a disposizione per farla attuare.Ed eccoci alla “razzia” del 16 ottobre, i luoghi sono documentati da una mappa in cui è indicato il numero delle persone rastrellate in ogni sito. La rievocazione più toccante è quella attraverso i  disegni di Aldo Gay e Pio Pullini, le uniche testimonianze dirette  che sono il piatto forte della mostra. Aldo Gay riuscì a sottrarsi all’arresto e memorizzò quanto vedeva fissandolo poi con  matita e acquerelli e a china; ecco i militari che caricano gli ebrei sui camion Opel modello Blitz.tra piazza Sonnino e Trastevere; ecco un  primo piano di soldato tedesco che sfonda una porta con il calcio del fucile, come fece con la porta della propria casa dove ne sono rimasti i segni, ecco la teoria dolente delle persone che scendono le scale delle proprie abitazioni scortate dai soldati; ecco la scena violenta dell’arresto dei suoi parenti, una famiglia con tre figli, fino a quella impressionante  di madre e figlia che si gettano dalla finestra per sfuggire all’arresto, e per fortuna si salvano.

I due disegni di Pio Pollini anch’egli testimone degli eventi, riproducono la scena delle donne terrorizzate sbattute su un camion dai soldati, e un soldato in divisa che afferra brutalmente per la collottola un vecchio e trascina per mano un bambino; entrambi hanno sullo sfondo le colonne del  Portico d’Ottavia  nel cuore del ghetto ebraico.

Sono queste le uniche evidenze visive della razzia. Le altre sono tutte documentali, frutto di una ricerca estremamente accurata. C’è il “calendario delle operazioni”, un  prospetto burocratico in tedesco del comandante della piazza, Reiner Stahel e due note della Questura di Roma sugli arresti operati dai tedeschi, una sorta di “mattinale” senza commenti quasi si trattasse di operazioni rientranti nella normalità, complicità o almeno il reato di omissione. Ben diverse le denunce nel dopoguerra da parte di italiani dei comandanti tedeschi implicati negli arresti e le testimonianze, in particolare contro Dannacker, a capo dell’operazione, e Kappler. Poi, specularmente, le deposizioni dei deportati e dei tedeschi impiegati negli arresti nei procedimenti  contro i responsabili delle deportazioni svoltisi in Germania negli anni ’60.

Le 1000 vittime, tra cui 200 bambini  

Dopo i persecutori e la razzia, in un’escalation di emozioni, la mostra presenta le vittime, dopo averne indicato tutti i nomi all’ingresso.  Sono per lo più bambini, donne e anziani perché si pensava che non rischiassero mentre i giovani e i maschi adulti si erano nascosti temendo la deportazione nei campi da lavoro; Dei 425 maschi deportati il 67% con meno di 15 o più di 60 anni; 196 bambini minori di 5 anni! Gli arrestati sono di umili condizioni o addetti a lavori pesanti, ma anche professionisti, avvocati ed ingegneri, perfino un ammiraglio pluridecorato.  Nel quartiere ebraico fu operata metà degli arresti, il resto nelle altre zone; colpisce il caso della famiglia  di Settimio Calò, venditore ambulante, era in fila dal tabaccaio per acquistare le sigarette il giorno della distribuzione razionata, quando i soldati fecero irruzione nella sua casa al Portico d’Ottavia prelevando la moglie e i nove figli,  non li rivedrà più. Sopravvissero in 16, nessun bambino.

Che dire della galleria di volti  offerta alla nostra memoria? E delle storie toccanti che a loro si associano?  Ci sono letterine di bimbi e pagelle scolastiche insieme ad ansiose domande rivolte per iscritto a “Sua Eccellenza” sulla sorte delle persone scomparse, rimaste tutte senza risposta. Inoltre un diario e un biglietto nel quale nella sosta al Collegio militare gli internati chiedono oggetti necessari per la deportazione. Questo biglietto ci fa tornare alla mente quello consegnato dai soldati tedeschi impegnati nel rastrellamento il 16 ottobre agli abitanti delle case che sarebbero stati “trasferiti”, compresi gli ammalati gravissimi, entro venti minuti tassativi, con indicato il necessario: cibo per 8 giorni e tessere annonarie, carta d’identità e bicchieri; e il consentito, valigetta con effetti e biancheria personale, denaro e gioielli. Suona beffarda l’indicazione al punto 4 del biglietto di istruzioni: “Chiudere a chiave l’appartamento”.

Reticenza pubblica e protezione privata del Vaticano, assenza dei partiti  

Abbiamo detto che è una mostra coraggiosa, ebbene lo è anche nel documentare la reazione del Vaticano, generica e “nebulosa”, affidata a un articolo dell’ “Osservatore Romano” su “La carità del santo padre”, definita “universalmente paterna”, quindi senza confini “né di nazionalità, né di religione, né di stirpe”, e divenuta “quasi più operosa” dinanzi “all’accrescersi di tanti mali” e  inoltre “maggiormente intensificata per le aumentate sofferenze di tanti infelici”. Dinanzi a tali espressioni che  è eufemistico definire criptiche, cadono le preoccupazioni tedesche per la reazione del Pontefice, non protestano perché il riferimento alla razzia verrà capito solo “da un esiguo numero di persone”, quindi non devono temere contraccolpi. Oltre questo, solo un incontro tra il segretario di Stato e l’ambasciatore tedesco con la richiesta di salvezza per gli ebrei in modo da non mettere la Santa Sede “in condizione di protestare”. Troppo poco!.

La mostra, che con coraggio non nasconde nulla del reticente atteggiamento vaticano dinanzi alla razzia, non esita però a dare ampia evidenza all’impegno dello stesso Vaticano e delle organizzazioni cattoliche di fronte alle persecuzioni che dopo il 16 ottobre coinvolgevano anche le autorità italiane a seguito della formazione della Repubblica Sociale Italiana a fianco dei tedeschi. Una ingente documentazione prova come si siano mobilitati organismi religiosi e parroci, semplici cittadini e un’apposita organizzazione, la Delegazione per l’assistenza agli emigrati ebraici, per nascondere tutti coloro che erano minacciati di deportazione: sono esposte numerose lettere del Vaticano e di altri istituti, relazioni e attestati di varia natura, dagli oggetti di ebrei nascosti ritrovati nelle soffitte ai disegni umoristici ma espressivi di un rifugiato nel sottotetto di una chiesa; hanno un a forza documentaria ed evocativa paragonabile ai disegni di Gay e Pulli..

Sulla razzia non ci fu solo sottovalutazione da parte vaticana; la stampa, salvo poche lodevoli eccezioni,  la ignorò e così le forze politiche, compreso il Comitato di Liberazione Nazionale dei partiti antifascisti che, riunito il pomeriggio del 16 ottobre non parlò del grave evento.

L’orrore della deportazione e il ritorno alla vita dei 16 sopravvissuti  

Ma lasciamo alla storia ogni giudizio, la mostra ci porta ora a rivivere la deportazione con i biglietti passati furtivamente alla stazione Tiburtina e i diari dei sopravvissuti; e l’arrivo ad Auschwitz e Birkenau:  qui soccorrono le immagini fotografiche dei luoghi dove giunsero la sera del 22 ottobre gli ebrei rastrellati a Roma il giorno 16, una lunga teoria di baracche in una landa desolata, com’erano allora e i resti di oggi. E poi i documenti della lugubre contabilità della meticolosa burocrazia nazista, schede personali ed elenchi di prigionieri arrivati, liste di morti, e sanitarie; anche in questa sezione le toccanti testimonianze  dei pochi sopravvissuti.

Le ultime sezioni della mostra, organizzata su due piani con un’accurata regia espositiva, sono il contraltare delle tragiche immagini di Auschwitz, agghiaccianti anche se non si vede il campo di sterminio con le sue vittime, ma solo le baracche e la contabilità dell’orrore. Infatti si tratta del “ritorno alla vita” dopo la liberazione di Roma del 4 giugno 1944. Ma non è un ritorno immediato, anche questa per gli ebrei romani sarà una conquista difficile: il ritorno nelle loro case sequestrate e nei negozi espropriati è difficile per le resistenze degli occupanti, mentre le notizie dei deportati sono molto incerte: tutto questo viene evidenziato dai documenti esposti, di varia natura, provenienza e destinazione, che fanno rivivere la fase di transizione verso la normalità convulsa ma finalmente aperta alla speranza. Commuovono le richieste di notizie, come il Bollettino del Comitato Ricerche dei deportati Ebrei, appositamente costituito, che il 20 settembre 1945 reca il nome di Settimia Spizzichino tra i “reduci” .

E’ stata l’unica donna a sopravvivere, la madre, una sorella e una nipotina furono mandate nelle camere a gas, l’altra sorella Giuditta non superò gli stenti del lager; lei resistette anche al trasferimento da Auschwitz a Belsen Belsen dove fu liberata nell’aprile 1945, riuscì a  rientrare a Roma nel mese di settembre. Per ciascuno dei 16 sopravvissuti  una foto e una scheda che ne fa rivivere l’odissea con le tremende vicende dell’arresto, la deportazione e prigionia nel lager-campo di sterminio dove molti di loro hanno perduto i propri familiari, fino alla liberazione.

La mostra non termina con le loro immagini. Doverosamente si chiude con la galleria dei deportati, almeno trecento di loro come gli eroi delle Termopili, visi di ogni età negli atteggiamenti più diversi, per lo più felici e sorridenti. Ricolleghiamo le loro figure alla teoria senza fine dei 1022 nomi all’ingresso della mostra, è come una immensa lapide collettiva che diventa l’epopea di un eroismo, di persone normali che la sorte ha fatto diventare eroi. Il loro sacrificio e quello delle tante altre vittime dell’insensata violenza razzista segni per sempre la fine di queste orribili tragedie che ripugnano alla coscienza civile e alla stessa umanità.

Info

Complesso del Vittoriano, Roma, p,zza Ara Coeli, sala Zanardelli. Aperto tutti i giorni, compresi domenica e lunedì. Dal lunedì al giovedì ore 9,30-18,30; da venrdì a dome nica 9,30-19,30.; accesso consentito fino a 45 minuti prima della chiusura. Ingresso gratuito. Tel. 06.6780664; http://www.comunicareorganizzando.it/. Catalogo: “16 ottobre 1943. La razzia degli ebrei di Roma”, a cura di Marcello Pezzetti, Gangemi Editore, ottobre 2013, pp. 272, Formato 21×29,6. Per altre mostre sulle persecuzioni antisemite e le deportazioni nonchè su quegli anni di guerra cfr. i nostri articoli  in “cultura.abruzzo.it” “Auschwitz-Birkenau, ‘la morte dell’uomo’”  27 gennaio 2010,  “Il bombardamento di Montecassino”  16 febbraio 2009 e  “Ombre di guerra”  8 agosto 2009; e  in http://www.fotografarefacile.it/,   “I ghetti nazisti” 27 gennaio 2012 e “Ombre di guierra alll’Ara Pacis”  2 febbraio 2012.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nel Vittoriano all’inaugurazione della mostra, si ringrazia “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia e la “Fondazione Museo della Shoah” con Marcello Pezzetti e i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. In apertura un simbolico “muro del pianto”, seguono  la Roma del quartiere ebraico, con una visione da lontano e immagini ravvicinate dei luoghi, poi ebrei romani al lavoro sul Tevere nel 1942  e due immagini dei lager di deportazione e sterminio, quindi l‘unica donna sopravvissuta Settimia Spizzichino, l’ultima a destra nella foto; in chiusura la galleria delle vittime con cui termina il percorso espositivo. 

Carbone. “The Dream”, il sogno dell’emigrante, al Vittoriano

di Romano Maria Levante

Al Vittoriano, lato Fori Imperiali, la mostra “The Dream – Omaggio all’emigrazione italiana negli Stati Uniti d’America nel XX secolo”, espone dall’8 al 24 novembre 2013 le opere di Meo Carbone sull’epopea dell’emigrazione italiana in America. E’ un prestigioso complemento artistico temporaneo del Museo Nazionale dell’Emigrazione permanente, collocato dalla parte opposta del complesso monumentale, nel lato dell’Ara Coeli. Inoltre si svolge in significativa coincidenza con la X edizione del Concorso Video Memorie Migranti, promosso dal Museo dell’Emigrazione Pietro Conti per recuperare la memoria storica dell’emigrazione italiana nel mondo e favorire un’attività di ricerca e di studio sugli aspetti sociali, storici ed economici legati al grande esodo; il concorso – e in questo c’è un nesso con la “rappresentazione” di Meo Carbone – prevede “l’ideazione e la produzione di un audiovisivo che tragga spunto dalla tematica migratoria italiana”.

La mostra del Vittoriano, realizzata da “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia, è curata da Pascale Carbone, responsabile è Cristina Bettini. Al motivo primario dell’emigrazione evocata in modo suggestivo unisce ulteriori contenuti che la collegano al senso di umanità, al rapporto dell’artista con l’atto creativo, fino all’incarnazione più profonda dell’identità nazionale.

Questi motivi e contenuti trovano espressione in una galleria di immagini intense che portano l’osservatore in un mondo lontano nel tempo e nello spazio ma vicino nella memoria di tanti italiani, considerando che il fenomeno dell’emigrazione tra l’800 e gli anni ’50 del ‘900  ha inciso in profondità in molte regioni del paese dal Nord al Sud.  All’Italia di 60 milioni di abitanti va aggiunta l’altra Italia, di entità analoga, considerando i primi emigrati e le loro discendenze approdate ai massimi livelli istituzionali: e non serve ricordare Fiorello la Guardia o il più vicino Mario Cuomo, c’è la fresca elezione di de Blasio a sindaco di New York a porre un nuovo sigillo.

L’onda di sentimenti

E’ un viaggio nella macchina del tempo sull’onda dei sentimenti quello che si compie circondati da immagini immediatamente familiari anche se si tratta di volti sconosciuti. Dalle pareti della sala ci si sente fissati da tanti occhi come in una visione dantesca, sembra invitino a fermarsi sulla loro storia personale che vorrebbero raccontare mentre si dipana una storia collettiva ricca di pathos e di umanità; la storia è così raccontata da una molteplicità di singoli – ciascuno espressione dalla propria individualità – che diventano folla, comunità, popolo. E’ anche la nostra storia nazionale, e in molti casi una storia familiare:  come per chi scrive il cui nonno materno partito da un piccolo paese dell’Appennino abruzzese, Pietracamela alle falde del gran Sasso, sbarcò a Ellis Island dalla “Sicilian Prince” con meta Newcastle-Pennsylvania il 25 giugno 1906, tre mesi prima della nascita della figlia avvenuta il 1° ottobre, date che sottolineano il sacrificio sin dal momento della partenza.

Il fatto personale può aver acuito in noi le sensazioni provate nel visitare la mostra, ma riteniamo che l’emozione prenda anche chi – e non sono molti – non ha ascendenti emigrati, perché questi sono ascendenti dell’intera nazione da cui nessuno può sentirsi estraneo; come quando si visita il Museo Nazionale dell’Emigrazione, dall’altra parte del Vittoriano, con la sua ricca  esposizione: dalle valigie di fibra e le carrette musicali alle fotografie, documenti e cimeli di ogni tipo in un clima evocativo fatto di suoni e luci, proiezioni e video, audizioni di canzoni sul tema, da quelle d’epoca come “Partono i bastimenti”  alle più vicine, compreso “Ciao amore ciao” di Luigi Tenco.

La galleria di immagini di Meo Carbone si apre nel largo ambulacro di ingresso, con due valigie artisticamente dipinte di figure dolenti e insieme determinate, il “sogno americano” comincia di lì.  Sulla sinistra una sequenza di pannelli distinti che insieme compongono – ce lo fa notare cortesemente la curatrice – lo skyline di Chicago. Le figure e i volti sono incorporati, per così dire, nei grattacieli e negli edifici cittadini in una compenetrazione simbolica che esprime il contributo determinante dato dagli emigrati alla fisionomia della città: sia per il duro lavoro alle altezze vertiginose dei grattacieli da loro costruiti sia per la stretta integrazione nel contesto cittadino.

I volti imprigionati nei grattacieli sembrano alla ricerca di un ascolto delle loro storie, mentre sulla parete opposta vediamo immagini del tutto diverse in alcuni pannelli di masonite da rappresentazione teatrale. I grattacieli ci sono sempre ma come sfondo, in primo piano le persone, i bambini e le famiglie, che non devono più affollarsi per farsi ascoltare, sono sul proscenio da protagonisti. E non si tratta degli emigrati di successo, è la gente comune che esce dall’anonimato.

La visione dantesca nella Sala Giubileo

Si entra nella Sala Giubileo, si sente l’effetto di una visione dantesca, le aerografie  accerchiano il visitatore proiettando su di lui l’intensità degli sguardi degli emigranti, ripresi soprattutto nei volti ma anche  nelle figure in piedi fino a qualche scorcio in bicicletta. Sono operai e minatori, forti del loro anonimato.  Che arriva ad incorporare anche personaggi divenuti famosi, perché vittime di una discriminazione xenofoba giunta all’epilogo tragico dell’esecuzione di innocenti, come Sacco e Vanzetti; o per la loro dedizione alla carità e all’assistenza degli emigranti bisognosi come Santa Francesca Cabrini. Sono rappresentati “tra gli operai italiani”, ai quali trasmettono la loro celebrità eroica ma dei quali acquisiscono l’anonimato altrettanto eroico nel segno della sofferenza  e della tensione per un ideale, il “sogno americano”. Sacco e Vanzetti lo videro infranto, ma il loro sacrificio supremo provocò un moto di reazione che nobilitò l’oscuro sacrificio di tanti. A Nicola Sacco e a Bartolomeo Vanzetti sono dedicati anche dei grandi primi piani con la  scritta “Dead!”, anatema verso i colpevoli dell’inaudito  crimine contro la verità e la giustizia che li ha uccisi.

Quelle appena indicate sono le poche personalizzazioni anche nei titoli degli aerogrammi esposti. Per il resto i titoli vanno da “Partenza” per le valige dipinte a “Partenza” e “Attesa” per le masoniti teatrali, da  “Emigranti a Chicago” per la spettacolare sequenza di ingresso a “Gruppo di emigranti” ciascuno nella propria casella, da “Operai nella dimensione architettonica” a “Minatori di Castle Gate, Utah”, da “Operai in pausa” a “Le madri”. Fino alle “Images” e “Immagini e sogni di libertà”, dietro le espressioni assorte e dolenti, ma determinate, spicca la Statua della Libertà che, in definitiva, impersonava il sogno americano. Fin dal momento in cui – come ricorda Alessandro Baricco in “Novecento” e ha mostrato Giuseppe Tornatore nella sequenza iniziale del  film “La leggenda del pianista sull’oceano” – risuonava il grido “L’America!”  lanciato dall’emigrante che per primo dalla tolda della nave vedeva come un miraggio l’alta figura turrita.

Dietro il sogno rappresentato non nel cassetto ma nella valigia c’è la sofferenza, abbiamo detto: traspare non solo dai volti dei singoli ma dalle immagini  di madri e figli, dei bambini, che danno una dimensione familiare dalla quale si assurge alla dimensione sociale. Il calvario diviene epopea collettiva in cui si incarna il sogno di intere generazioni fino a diventare sogno di una nazione. I bagliori che attraversano i volti dolenti sono insieme riflessi del dramma e lampi del sogno, da realizzare con il duro lavoro di operai, spesso alle altezze vertiginose dei grattacieli in costruzione, e il lavoro periglioso dei minatori immersi nelle viscere altrettanto vertiginose dei giacimenti minerari. Viene celebrato anche il lavoro  delle emigrate italiane sia in famiglia sia nei negozi di “Fruits & Vegetables”, le cui scritte spiccano in alcune aerografie.

L’arte di Meo Carbone, realtà e rappresentazione

Come vengono espressi sul piano artistico questi motivi che uniscono l’attenzione all’individuo alla dimensione collettiva che diventa denuncia sociale?  Claudio Crescentini parla di “ricostruzione della realtà”, cioè del sogno “analizzandolo e studiandolo con uno sguardo acuto, quasi da entomologo, partendo appunto dalla realtà riletta e ricostruita da Carbone, mediante le foto dei nostri parenti poveri”. Sono le fotografie esposte a Ellis Island presenti nella collezione di Dominic Candeloro, che colpirono l’artista nel 1995 allorché incontrò il docente della Loyola University di Chicago storico e collezionista di cimeli e documenti dell’emigrazione italiana in Nord America.

La curatrice Pascale Carbone ci parla con toni appassionati di questa svolta artistica del padre, avvenuta allorché fu “folgorato”  dalle fotografie degli emigranti raccolte da Candeloro ed esposte nella “Casa Italia”  di Chicago; l’artista le vide nel 1992 nella sua visita per i 500 anni dalla scoperta dell’America celebrata con la mostra “Deities”,  sue pitture e sculture come omaggio artistico alle divinità indiane autoctone, tradotta anche in un libro dello stesso titolo presentato da Paolo Portoghesi. E’ stata una scelta coraggiosa e controcorrente, considerando il trattamento oppressivo, per usare un eufemismo perché fu liquidatorio, riservato agli indiani autoctoni. Come è coraggioso e controcorrente aver dato un posto di riguardo nell’“Omaggio all’emigrazione italiana negli Stati Uniti d’America nel XX secolo”– dal sottotitolo della mostra –  a Sacco e Vanzetti,  la loro esecuzione è una macchia indelebile nella moderna democrazia americana come è stata una macchia lo sterminio degli indiani nell’epopea pur esaltante degli esploratori e dei pionieri.

Queste immagini fotografiche vere diventano le tessere del mosaico virtuale dell’aerografia che le compone e le scompone, le assembla e le divide su fondi scuri in qualche caso  percorsi da sciabolate di luce come fossero illuminate da un riflettore da controllo o da un occhio di bue da ribalta. L’aerografia le colloca in una visione geometrica mantenendone la fisionomia figurativa ma rendendo l’insieme un’astrazione virtuale quasi che la realtà sfumasse nell’onirico. Del resto è “il sogno”  il soggetto collettivo dietro le immagini individuali, una comunità dietro le singole persone.

Geometria, astrazione, figurativo si ritrovano convergenti nella sua rappresentazione, come una sintesi di periodi e forme stilistiche diverse che hanno segnato la vita artistica di Meo Carbone, nella descrizione che ce ne fa la curatrice. Con la particolarità che il figurativo non è stata la sua partenza, salvo le fasi iniziali, ma un suo approdo dopo l’astrazione, cosa inusuale dato che il normale percorso va nella direzione inversa, lo abbiamo visto nella mostra su Mondrian.

L’aerografia, in genere meccanica e fredda, in questo caso acquista calore e tale convergenza diviene  la formula ideale per dare corpo alla visione del “sogno”  attraverso immagini prese dalla realtà che devono trascenderla subliminandola con l’arte. I suoi “geometrismi illuministici”, scrive ancora Crescentini, “scompongono il passato fotografico con una forza espressiva che sospende e sorprende la cronaca per elevarla appunto al grado di Arte. E l’Arte riscuote nel tempo e scuote nella storia, ridando immagine e storia a quelle immagini di cronaca, a quelle cronache che sono diventate immagini storiche e oggi, tramite Meo Carbone, arte. Un’arte che tende al sociale per divenire politica, un’arte di denuncia sempre meno perseguita in questo nostro XXI secolo”.

Non si poteva riassumere meglio l’operazione di alto livello artistico e di forte contenuto sociale fino alla denuncia sul piano politico compiuta da Meo Carbone, ed è giusto che la sua mostra sia approdata al Vittoriano, che oltre ad ospitare il Museo Nazionale dell’Emigrazione,  riassume i valori dell’identità e dell’Unità nazionale celebrati anche dalla mostra “The Dream”.  Un approdo prestigioso lungo un cammino itinerante dal 1996 tra Italia e America: San Benedetto del Tronto e Perugia, Napoli e Casoli, Torricella Peligna e Frascati tra le precedenti tappe italiane oltre a Roma al Vicariato poi e all’Archivio di Stato; San Francisco, Pittsburgh, Washington le tappe americane.

Il percorso personale dell’artista è iniziato sin dal 1971 con la prima esposizione coincisa con l’Oscar dei Giovani per la scultura e la vittoria nel premio Tevere-Reno. Due anni dopo la partecipazione a una mostra internazionale di livello europeo a Graz, passano altri due anni e viene invitato alla 10^ Quadriennale “New Generation”; con la consacrazione nazionale prestigiosi riconoscimenti internazionali come l’invito all’esposizione al County Museum of Modern Arts di Los Angeles e la partecipazione alla 3^ Biennale di grafica d’arte europea a Baden Baden. 

Nel 1991 l’incontro con il capo indiano dei Lakota Sioux in occasione della mostra “Omaggio alle divinità indiane del Nord America” per le celebrazioni del 1992, presentata al Palazzo dei Congressi di Roma da Paolo Portoghesi, di cui abbiamo  parlato; in Italia si è tenuta anche a Spoleto e Pescara, in America itinerante a Miami e Orlando, poi a Chicago, Salt Lake City e San Francisco.

Con il 1995 il ciclo di mostre di “Dreams” come omaggio all’emigrazione italiana e a Chicago e Boston, nel 1999 il progetto “La Via Crucis nel Mondo”, dipinta per il Giubileo del 2000 e presentata anch’essa in diverse mostre. Considerandole insieme alle mostre sulle divinità indiane si compone un quadro edificante e coraggioso dell’impegno culturale e civile dell’artista.

Il sogno per l’artista e per l’emigrante, l’espressione dell’identità nazionale

Abbiamo detto che altri contenuti si possono rinvenire nella sua opera oltre ai motivi di particolare valore che abbiamo evocato. Il primo riguarda il significato del “sogno”, che non si limita al sogno americano pur se questo è il protagonista attraverso tanti volti che racchiudono, oltre a tante sofferenze, tante speranze quindi tanti sogni.

Il sogno è visto come metafora di liberazione per l’emigrante, perché gli consente di liberarsi dai vincoli geografici; ma per Meo Carbone anche nell’artista è liberazione dai vincoli concettuali ed espressivi. Ecco come ne parla: “Entrambi, artisti ed emigranti, hanno sogni. I sogni rincorrono la realtà e la realtà rincorre i sogni. Un progressione geometrica dove in ogni istante la fine del sogno è l’inizio della realtà e la fine della realtà è l’inizio del sogno”. La visione diviene filosofica: “Non sarebbe possibile per un uomo confrontarsi con la vita, affermare delle idee e poi difenderle, senza la capacità sognante che come d’incanto mette le ali alle nostre sensazioni e ci fa volare in mondi più giusti dove l’uomo e l’uomo riescono a tenersi per mano. Il sogno è movimento, è dinamismo. Il sogno è affrontare qualsiasi difficoltà: come le difficoltà degli emigranti”.

Poi c’è un contenuto ancora più alto, oltre la dimensione collettiva e sociale del sogno che già supera quella individuale. Si tratta della stessa identità nazionale che viene segnata profondamente e in positivo, e non solo sotto il profilo dell’emigrazione. La evoca con parole ispirate Gianni Letta, con la sua particolare sensibilità di uomo della istituzioni: “Questa mostra ha la potenza espressiva della verità. Dice chi siano le donne e gli uomini d’Italia. Non solo quelli partiti per l’America, ma per gli italiani tutti. Gli emigranti infatti sono gli italiani nella loro dimensione autentica”. Lo precisa così: “Viene da chiamarli per nome, viene da desiderare di sedere con loro al desco povero eppur familiare. Non sono gli emigranti in generale, quasi fossero una categoria sociologica o un tipo antropologico, ma ci imbattiamo in identità personali irriducibili”.

Queste identità personali hanno molto da dire: “Impressiona vedere come ciascun soggetto di queste opere, anche quando raffigurato in un gruppo, abbia il suo ‘sogno’ unico, irripetibile, che coincide con il suo nome, la sua anima”. Il sogno che illumina i loro volti è ben diverso dall’evasione onirica nell’immaginario: “Essi sono trasfigurati da un ‘desiderio sognante’, che non è fuga dalla realtà ma tensione a cambiarla, così da avere una vita buona e un desiderio lucente per sé, la propria famiglia e il mondo intero”. La luce negli sguardi non cancella l’amarezza: “Nei loro occhi si vede ancora il dolore dell’abbandono, ma insieme ecco ‘the dream’ , che non è mai compiuto totalmente, non è un film la cui storia scorre fino al ‘the end’, ma è un pungolo che sempre sospinge a crescere”.

La considerazione che ne trae Gianni Letta è identitaria per il nostro paese: “In questo senso gli italiani sono un popolo inconfondibile, eppure universale. La loro (la nostra…) natura ha un’eco dovunque ci siano figli di Adamo”. Una bella celebrazione, a commento delle intense immagini di Meo Carbone, dell’epopea della nostra emigrazione, tale da sublimarne il valore nazionale.

Concludiamo dicendo che forse non ha ragion d’essere, anche se era doveroso, il nostro avvertimento iniziale che i motivi personali di partecipazione alla storia dell’emigrazione per ragioni familiari possono aver acuito in noi la sensibilità verso le opere d’arte che la declinano in modo suggestivo. Infatti anche senza ascendenti emigrati, la sensibilità viene sollecitata dal senso di identità nazionale espresso da Gianni Letta come messaggio saliente delle storie di emigrazione.

E in questo tutti si possono riconoscere senza poter restare indifferenti.  Nel caso della mostra si aggiunge il fascino dell’arte che nell’evocare il tema colpisce con l’efficacia icastica delle sue immagini:  una visione dantesca l’abbiamo definita, un viaggio sconvolgente in un mondo  mitico.

Lo “sguardo dal ponte” di Meo Carbone

Un’ultima considerazione ci è suggerita dal nome dell’artista, Meo Carbone. Come è noto, il protagonista di “Uno sguardo dal ponte” di Arthur Miller, il dramma teatrale  divenuto un’icona della nostra emigrazione,  si chiama Eddie Carbone.

Viene da dire che l’artista si incarna con il suo nome nelle storie riflesse su quei volti scavati e assorti, percorsi da lampi di luce. Meo Carbone si immedesima così nei tanti Eddie Carbone affacciati nel proscenio della sua esaltante rappresentazione.

Info

Complesso del Vittoriano, via San Pietro in Carcere, lato Fori Imperiali, Sala Giubileo. Tutti i giorni, compresi domenica e lunedì, ore 9,30-19,30; ingresso gratuito, accesso  fino a 45 minuti prima dell’ora di chiusura. Tel. 06.6780664. meocarbone@gmail.com; www.meocarbone.com. Catalogo: Meo Carbone, “The Dream, omaggio all’emigrazione italiana negli Stati Uniti d’America nel XX secolo”, Tipografia artigiana, novembre 2013, pp. 80, formato 30×21. Sul X Concorso Video Memorie Migranti, citato all’inizio, si precisa che è aperto ai “giovani filmakers sia dall’Italia che dall’estero e i giornalisti e registi nella specifica categoria dedicata ai documentari già andati in onda”, il premio è “una somma complessiva di 1.500,00 euro e la proiezione dei video vincitori nella giornata conclusiva del concorso”; bando di concorso e scheda di partecipazione nel sito www.emigrazione.it, link “Concorso Video”, per informazioni 0759142445 e info@emigrazione.it. Sul tema dell’emigrazione cfr. i nostri articoli: in questo sito “Emigrazione, il suo ruolo, il museo al Vittoriano”, 27 luglio 2013; in “www.fotografarefacile.it”  “Emigrazione: la fotografia interprete e rivelatrice”, 20 aprile 2011; in “cultura.inabruzzo.it”  “Ellis Island, mostra multimediale a Roma”, 12 ottobre 2009. Inoltre il nostro romanzo ispirato  a una storia vera di emigrazione: Romano M. Levante, “Rolando e i suoi fratelli. L’America!”, Andromeda Editrice, 2006, pp.364 e, tra  gli articoli di commento, in particolare quelli su “L’oleandro”,  Rivista dell’omonima associazione culturale di Brescia, del dicembre 2006: Elena Ledda, “Rolando e i suoi fratelli. L’America!” a pg. 7; Alessandro Di Domenicantonio, “I piani interpretativi del romanzo”, alle pp. 8-12; Enrico De Nicola, “I principi della Costituzione, la giustizia”, alle pp. 13-14. Per la citazione di Mondrian cfr. in questo sito i nostri 2 articoli  sulla mostra romana al Vittoriano “Mondrian, il percorso d’arte e di vita”, e “Mondrian, l’approdo nell’armonia perfetta’”, il 13 e 18 novembre 2012.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nel Vittoriano all’inaugurazione della mostra, si ringrazia “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia con i titolari dei diritti, in particolare l’artista Meo Carbone, per l’opportunità offerta. In apertura, “Cristo  tra i condannati Sacco e Vanzetti”, 2005; seguono il particolare dei primi due pannelli dell’aerografia  “Emigranti a Chicago”, 2005, e “Attesa”, 1996, poi “Minatori di Salt Lake City, Utah”, e “Valigia”, emtrambi 1998; in chiusura l’intera aerografia di 8 pannelli  “Emigranti a  Chicago” , 2005.

Turchia. Permanenze, appunti artistici di viaggio, all’Ufficio culturale turco

di Romano Maria Levante

A Roma, presso l’Ufficio culturale turco in Piazza della Repubblica, dopo le mostre di ispirazione religiosa delle pittrici turche Tulai Gurses sulla mistica di Rumi tra marzo e aprile, e Ilkai Samli sui versetti del Corano tra settembre e ottobre,  dal 23 ottobre al 22 novembre 2013 una mostra di 9 artisti italiani che si ispirano a sensazioni turistiche per approfondirne i motivi non transitori. “Permanenze. Appunti di viaggio e di paesaggio in Turchia”  è una mostra di pitture, sculture e fotografie di Ciaccia e e Carletti, Cossu  e De Filippis, Franchi e Nero Galante, Montuschi, Orlandi e Taschini. L’esposizione è curata da Angelo Andriuolo e Francesco Giulio Farachi.

Alla Turchia, paese dove il profondo  misticismo si traduce nell’arte espressa dalle precedenti mostre, si collega la Turchia paese turistico che alle attrazioni paesaggistiche e storiche aggiunge quelle del paese di frontiera tra Oriente e Occidente, vicino e insieme lontano che resta nell’animo.

Le vestigia e soprattutto le memorie millenarie – che a Istanbul  marcano la “nuova Roma” di Costantino – si sentono sullo sfondo  di un paese moderno, giovane e vitale, che offre tanti motivi di interesse e momenti di vera emozione ai visitatori. Sono tanti e in forte crescita, nei primi 10 mesi del 2013 hanno superato i 30 milioni, con un aumento del 10% rispetto al 2012, mentre le entrate turistiche sono cresciute di oltre il 20%, dinamica che pone la Turchia al terzo posto  nel mondo.

Per i  9 visitatori-artisti italiani che espongono in mostra  il ricordo del viaggio turistico diventa quasi per magia una realtà immaginaria: colori e  atmosfere persistenti nei ricordi personali.

La  Turchia vista da 9 artisti italiani

Lo vediamo negli “appunti di viaggio e paesaggio” esposti come “permanenze” nel tempo esprimendo, come scrive il curatore Farachi, “la sintonia emozionale di un’appartenenza e affinità affettiva”. E spiega così il titolo della mostra: “”Permanenze, allora, nel senso sia del soggiorno che ciascuno di essi ha fisicamente, mentalmente e sentimentalmente svolto, e pure nel senso di quello che è meravigliosamente stabile è stato recepito, come atmosfere, circostanze, percezioni e incanti, nella loro intima visione”.

Tutto ciò viene espresso in un arco di forme d’arte che va  dalla pittura alla scultura in diverse espressioni, fino alla fotografia. I contenuti sono altrettanto variegati, non è occasionalità ma riflessione, non  superficialità ma intensità, non  esteriorità ma introspezione. Ancora Farachi sui contenuti: “Sono luoghi e sensazioni, luci, colori, materie e forme, illusioni, effettività di un mondo scoperto e ritrovato, dialoghi da instaurare nel chiuso del proprio immaginario e da aprire al confronto con gli altri”. Andiamo a rilevarli in una rapidissima rassegna degli artisti espositori.

I “segni sulla carta” di Sabrina Carletti svelano ambienti tra il reale e l’immaginario, in una sequenza di immagini che ha il sapore della magia.E Valerio De Filippis presenta visioni accese tra il reale e l’immaginario, mentre di Massimo Franchi  ricordiamo una composizione simbolica, con la mezzaluna e la testa turrita, e altre due figure. Di Pasquale Nero Galante due immagini complementari, una vasta pianura con lo specchio d’acqua e il campanile che spicca in un orizzonte sfumato dalla foschia; vi affianchiamo l’immagine di Claudio Orlandi che ci sembra dia vita a questi ambienti lontani in una prospettiva di moschee con i minareti e di abitati. Con  la pittura delicata di  Luca Ciaccia  si entra nella dimensione personale solitaria assorta, dove tutto è fermo in attesa, l’opposto del dinamismo della danza in un’atmosfera dai forti contrasti cromatici di Giancarlo Montuschi.   La scultura di Ugo Cossu incasella una serie di piccole figure come fossero riposte in comparti della memoria,  ben diversa l’opera di Antonio Taschini che espone delle sagome vestite come manichini.

E’ una molteplicità di impressioni trasformate dagli artisti in espressioni spesso enigmatiche che Farachi spiega con il fascino straordinario della Turchia: “Una terra  in cui, chi arriva e sosta, conquista una visione unitamente di oggettività e di magia che poi rimane dentro, che si trasforma in una visione densa, sicura persistente. Il ricordo diventa cristallo allora nel fascino sottile di un’atmosfera respirata”.  Per questo gli appunti di viaggio e paesaggio diventano “permanenze”.

Dopo aver accennato in modo forzatamente sommario  alle “permanenze”  della Turchia vista in viaggi rapidi o prolungati che sedimentano nella memoria degli artisti, parliamo di un’altra permanenza, fatta di stile e di contenuti.. Lo facciamo considerando due artisti  dei nove della mostra, che più diversi non potrebbero essere, per questo rappresentativi dell’intera gamma:  Sabrina Carletti dal segno profondo, e  Luca Caccia  dalla leggerezza metafisica, entrambi romani.

L’organico inorganico di Sabrina Carletti

Sabrina Carletti ha una vasta cultura artistica e storica, è impegnata nella didattica per l’arte, ispirata in particolare dalla metodologia di Bruno Munari, e per promuoverla tra adulti e bambini ha fondato l’Associazione Laborans; dopo un corso nella Libera Accademia Belle Arti  di Roma nel 2006 si è espressa artisticamente nella forma dell’incisione, ha partecipato, tra le tante mostre,  alla IX e X Biennale Internazionale per l’Incisione. Ha avuto premi  nel 2007-08-09-10.

E’ esposto in mostra un trittico di segni profondi e scuri alternati a segni chiari che delinea scene di ambienti dall’informale al ben definito, quasi si trattasse dell’iter formativo, dell’atto creativo. Questo processo è ancora più esplicito in altre opere che vanno sotto il nome di “organico inorganico”  per esprimere il rapporto stretto tra tutte le componenti naturali. In esse anche il corpo umano diviene materia  perché nel processo creativo tutto è omologato nel segno della natura. Il corpo è esplorato in una serie di opere: dal feto di “Incubazione” alla figura nuda a sedere nelle fasi  con singole parti del corpo, come i piedi, – le serie  “St”, “St 0” e “St 00” e “12 pollici” -.

Natura è genesi e apocalisse, nascita e morte, in un ciclo per il quale la vita si riproduce di continuo. “In tal senso -. scrive Ida Mitrano –  ogni oggetto raffigurato nei suoi lavori esprime se stesso in quanto tale ma anche la stretta connessione con il tutto”. 

Come si collocano le “permanenze”  legate agli appunti di viaggio in Turchia in questi processi evolutivi?  Si spiegano con la particolare capacità  della memoria di incasellare immagini e sensazioni, fermarle nel tempo e nello spazio, e farle riemergere al di fuori del fluire della vita.

La leggerezza metafisica di Luca Ciaccia

Luca Ciaccia si è formato all’Antica Scuola delle Arti Ornamentali, con il maestro Vincenzo Ottone Petrillo, ha seguito i “Corsi per la tecnica ‘a fresco’” con il maestro Uliano  Vecci all’accademia pittorica della celebre “Scuola romana” e . il “Corso libero di nudo” all”Accademia delle Belle Arti di Roma. Ha partecipato a molte mostre personali e collettive, è presente in collezioni d’arte anche all’estero. In mostra espone due opere di un cromatismo tenue e delicato, sul celeste e bianco, una delle quali con una sedia vuota in una terrazza altrettanto deserta aperta sul mare: il titolo è “Solitudo”, il collegamento con le “Permanenze” degli appunti di viaggio in Turchia va ricondotto alla sensazione che torna viva nella memoria, qui è un senso di assenza.

Assenza umana ma presenza naturale, dato che la natura è protagonista  nella sua pittura, anche quando ci sono delle figure umane. Massimo Rossi Ruben ne fa un’attenta analisi ricordando che “naturalismo” è per l’artista un modo di interpretare la realtà circostante  in una propria visione che non si limita a riprodurne forme e colori ma la rende con la personale sensibilità.  Il naturalismo di Ciaccia si esprime  nella “sospensione di plaghe e vedute, sembianti di una trasalita consapevolezza onirica in rapporto alle sollecitazioni emotive”. Come avviene questo? “Egli, con sereno distacco, circoscrive  lo spazio della propria ispirazione  al paesaggio ancorandolo – occasionalmente –  alla realtà  muta e fisionomica di talune presenze che raccontano un assorto e composto abbandono”.

Quando ci sono queste presenze sono per lo più piccole figure che proiettano  lunghe ombre, tra i titoli “L’attesa” e “Il distacco”, “L’assenza” e “L’oasi”;  se non ci sono, come avviene spesso,  la natura si dispiega nella sua magnificenza, come in “Marina” e “Pioggia su golfo”, “L’aratura” e “Paesaggio”. In tutti il clima è di sospensione, un’atmosfera metafisica che rispetto a quella dechirichiana non nasce dalle piazze assolate con lunghe ombre di arcate e monumenti, bensì da composizioni diafane e sfumate, sul grigio e il celeste, così descritte da Viviana Vannucci:   “Protagonista è una luminosità abbagliante che avvolge le forme, stemperandone i contorni. Sulla superficie si estendono ampie campiture cromatiche che compongono una trama pittorica cangiante e  variegata da cui emergono decisi contrasti chiaroscurali risolti in un’ armonia tonale”.

Non si tratta di aspetti solo stilistici o meramente estetici, la Vannucci parla di “luoghi dell’anima”, ed effettivamente ci si sente presi da ambienti naturali molto particolari la cui vastità rende il senso dell’isolamento anche quando non vi sono le piccole figure che lo rendono esplicito. E’ sempre “solitudo” anche quando i titoli sono diversi e non c’è la sedia vuota del dipinto esposto in mostra.

Due considerazioni finali

Al termine della mostra possiamo dire che le “Permanenze” rimaste in noi non sono soltanto quelle degli artisti che hanno tradotto in dipinti o sculture i loro ricordi di viaggi in Turchia; ma anche quelle personali, i nostri ricordi altrettanto “permanenti” tradotti a suo tempo in quello che un cronista può produrre, appunti di viaggio scritti. La galleria di opere esposte ha messo in moto la memoria e questo è stato per noi un momento emozionante come lo era stato il nostro viaggio.

Un’altra considerazione ci sentiamo di fare: la mostra oltre ai ricordi della Turchia ci ha fatto incontrare dei giovani artisti italiani che si esprimono in forme diverse con genuinità e autenticità. Ne abbiamo considerati in particolare due,  Sabrina Carletti e Luca Ciaccia, di cui abbiamo visto altre opere oltre quelle in mostra, sono meritevoli come gli altri di essere seguiti ancora.

Anche questa volta dallo spazio espositivo dell’Istituto turco di cultura e informazione è venuta una bella sorpresa. L’arte non è unita al misticismo e alla religiosità come nella due precedenti mostre; ma a un qualcosa di laico  ugualmente capace di muovere lo spirito. E non è poco.

Info

Ufficio cultura e informazione della Turchia, Piazza della Repubblica 55-56, Roma, pressi Stazione Termini. Dal lunedì al venerdì ore 9,00-17,00, sabato e domenica chiuso. Ingresso gratuito. Tel. 06.4871190-1393; http://www.turchia.it/; turchia@turchia.it. Per le due mostre precedenti citate nel testo cfr., in questo sito,  l’articolo del  21 marzo 2013  sulla mostra di Tulay Gurses ispirata alla mistica di Rumi e l’articolo del 2 ottobre 2013 sulla mostra di Ilkay Samli ispirata ai versetti del Corano. Per gli “appunti di viaggio” personali in Turchia, evocati nel testo cfr., sempre in questo sito,  i  nostri 3 articoli, il primo intitolato “Istanbul, la nuova Roma”, il 10, 13, 15 marzo 2013. Ciascuno degli articoli citati è illustrato da 6 immagini. I dati sui risultati del turismo turco nei primi 10 mesi del 2013 sono stati cortesemente forniti da Silvia Gambarotta dell’Ufficio cultura e informazione.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante all’inaugurazione della mostra nell’Istituto culturale della Turchia, si ringrazia l’organizzazione con i titolari dei diritti per l’opportunità offerta. In apertura un’opera di Luca Ciaccia, seguono un trittico di Sabrina Carletti e un’opera di Ugo Cossu, una di Valerio De Filippis e tre opere di Massimo Franchi, poi due opere di Pasquale Nero Galante , una di Giancarlo Montuschi e una di Claudio Orlandi; in chiusura un’opera di Antonio Taschini. 

Accessible Art. Lucianella Cafagna e l’infanzia, a RvB Arts

di Romano Maria Levante

Nella galleria  romana RvB Arts di via delle Zoccolette, Michele von Buren e l’Artigianato Valligiano presentano, dal 10 ottobre al 23 novembre 2013, la mostra di Lucianella Cafagna, “Qualcosa di importante”,   quadri a olio o a grafite su carta – oltre ad alcune piccole sculture – che ritraggono l’infanzia nei suoi momenti ludici e riflessivi, nella solitudine e nei primi timidi contatti. Sembra di cogliere, nell’attenzione dell’artista e nella sua persistenza sul tema, l’ascolto di quanto di autentico si può percepire nel mondo dell’innocenza dove è possibile trovare momenti di verità.

La sfida di Accessible Art

Nella galleria RvB Arts prosegue incessante l’itinerario di “Accessible Art”, una sfida artistica e culturale, con risvolti sociali, che merita di essere seguita e incoraggiata per il valore che può avere nella diffusione dell’arte al di fuori dei confini tradizionali. Perché il suo intento è farla entrare nelle case, farne un elemento familiare che si inserisce nell’arredamento degli ambienti, e non è poco.

A tal fine due sono i requisiti rispettati nelle sue mostre-mercato in cui sono esposte le opere di una scuderia di artisti contemporanei, giovani o affermati: l’accessibilità economica e la praticabilità domestica. Il primo requisito fa sì che, dati i prezzi contenuti, l’acquisto divenga investimento produttivo piuttosto che spesa a fondo perduto; il secondo requisito fa sì che non ci si trovi dinanzi a un’arte contemporanea trasgressiva o invasiva da non poter avere posto nelle normali abitazioni.

La scuderia di artisti è nutrita, sono una trentina circa, di cui 20 pittori e scultori, 10 fotografi, le mostre che ne propongono le opere sono frequenti, dal maggio dello scorso anno  ne abbiamo contate, e regolarmente commentate, altre sei, collettive e personali.  Si svolgono in un ambiente che non è quello spesso freddo e impersonale di molti spazi espositivi; ma una galleria dove i mobili di antiquariato, anch’essi economicamente accessibili, rendono il calore del clima familiare e mostrano visivamente come le opere presentate possano inserirsi nell’arredamento domestico.  Ci può essere l’accoppiata di mobile e quadro in sede di acquisto, possibilità anche questa interessante.

Nelle parole di Michele von Buren, appassionata curatrice e animatrice della mostra e di “Accessible Art”, tutto questo si riassume in poche parole: le opere presentate sono “comprensibili e hanno la vocazione ad integrarsi come complemento scenografico d’arredo”, così è possibile “far superare la diffidenza che l’arte contemporanea, attraverso un linguaggio enigmatico, può generare”; inoltre  l’accessibilità del prezzo  rende “l’arte più abbordabile dal punto di vista economico” e  viene mantenuto “inalterato il potenziale d’investimento”,  con interessanti possibilità di crescita.

Lucianella Cafagna e l’ascolto dell’infanzia

L’artista della personale odierna è romana, con una prestigiosa esperienza all’estero, avendo studiato all’Ecole Nationale Supérieure des Beaux Arts di Parigi e avendo fatto parte per un certo periodo dello studio di Pierre Caron, pupillo di Balthus.  La sua partecipazione a mostre collettive inizia nel 1994, al Grand Palais, nel 2011 una sua opera è stata selezionata per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia che, per la celebrazione dl 150° dell’Unità d’Italia, è stato curato da Vittorio Sgarbi con criteri innovativi; negli ultimi anni una serie di mostre personali, ora alla RvB Arts dove aveva già esposto nella mostra del maggio 2012 con altri due artisti.

Tornando per un attimo alla mostra del 2012 se ne può percepire il percorso artistico, nello stile e nei contenuti.  Avemmo modo di evidenziare  due formule espressive, accomunate dal figurativo ma nettamente differenziate: una formula con cromatismo intenso e contrastato, contorni netti e composizioni non convenzionali, come si vedeva in alcune singolari prospettive, come in una figura a terra dalle gambe scomposte; l’altra formula invece dal cromatismo delicato, improntata alla raffinatezza e all’eleganza, con richiami classici, pensiamo a “Lady Jane” – l’opera esposta alla Biennale di Venezia – al mistero e all’enigma della sua figura eretta, dal senso quasi religioso.

La galleria di opere di questa nuova mostra ci propone ancora due formule, accomunate oltre che dal figurativo, dallo stesso contenuto: l’infanzia. C’è un’evoluzione rispetto alle formule della mostra precedente, anche se i filoni stilistici ed espressivi sono gli stessi: il filone del cromatismo intenso e dei contorni netti lo ritroviamo nelle raffigurazioni di un’infanzia senza sottintesi, aperta e vicina; l’altro, quello della delicatezza e della raffinatezza coniugate all’enigma e al mistero, si esprime in un’infanzia tutta da decifrare e da comprendere.

Una chiave interpretativa ci è parso averla trovata in un’opera dell’artista che non è pittorica, come la maggior parte di quelle esposte, ma scultorea: una figurina molto piccola scolpita con delle grandi orecchie e il titolo: “Ascolto”.  Ebbene, lo affianchiamo idealmente al titolo “Qualcosa di importante” che sottolinea  i risultati di questo ascolto, la percezione che nell’adolescenza c’è “qualcosa di importante”  emersa da quei volti, da quelle figure, da quei muti dialoghi.

E’ l’artista in ascolto mentre raffigura i ragazzi nei momenti ludici oppure semplicemente nella loro figura fragile ma carica di energia. Come nell’opera che dà il titolo alla mostra in cui si fronteggiano un ragazzino e una ragazzina con tutto quanto di represso e insieme di palese può esserci a quell’età, lo si vede nel linguaggio del corpo. Si respira l’atmosfera del film di René Clément, Palma d’oro a Cannes nel 1952, “Giochi proibiti”: si avverte la sottile complicità che nel film era scandita da una musica indimenticabile, la stessa che lanciò la coppia canora Al Bano-Romina Power in un’interpretazione suggestiva nella quale, giovanissimi, erano uno di fronte all’altro quasi un’anticipazione dell’immagine della Cafagna.  

La stessa suggestione accompagna le immagini singole, accresciuta dalla tecnica utilizzata. Il  filone dal cromatismo intenso, dai contorni netti e forte luminosità,  è reso dalla pittura a olio; il filone di introspezione delicata dalla grafite su carta, l’effetto visivo è di una pioggia leggera che accentua l’enigma e il mistero, molte opere sono in un colore sul marrone che dà profondità alla scena.

Al primo filone appartengono “Menina”  e “Sayonara” con due ragazze, “Lo scranno” e “Portici” con due ragazzi, il primo solennemente assiso, l’altro in piedi, poi “Cherubino” con l’aria da monello. Mentre del secondo filone fanno parte, oltre al citato “Qualcosa di importante”, “Giochi di sabbia” con due bambini confusi tra le proprie ombre, “Amici” con il primo piano di  due aperti visi infantili maschile e femminile, e “Julien”  con l’intenso volto di adolescente dietro una cascata scura tra la pioggia e la cortina.  Poi diversi  “Etude”  e “Fillette”, “La soglia” e “Mondello”, “Poco poco” e “Giuliana”, che citiamo come sono esposti nella successione casuale della vita.

Ci sono anche le piccole sculture “Pieds dans l’eau” e soprattutto “Ascolto” di cui abbiamo sottolineato il valore simbolico come atteggiamento dell’artista verso l’infanzia perché ci sembra una chiave della mostra ed è foriero di ulteriori sviluppi via via che questo mondo così carico di energia e di futuro rivela la propria ricchezza interiore a chi vuole e sa ascoltare.

Viviana Quattrini, nella sua presentazione critica, ha evidenziato i risultati di questo ascolto, le scoperte fatte dall’artista: “Le figure non presentano un particolare stato d’animo, risultano assenti, perse in questioni più grandi di loro”, è una notazione che sembrerebbe negativa, ma non lo è, e lo spiega: “Gli occhi dei protagonisti sembrano per un attimo cogliere il mistero della condizione umana dove tutto è sospeso, in un equilibrio precario a finale aperto”. E non basta: “La verità in loro è intensa e profondamente toccante”.

Per questo è un terreno da coltivare con la stessa amorevole cura con cui quei volti e quelle figure infantili sono portati alla ribalta perché dalla loro innocenza può emergere la verità sulla condizione umana.  Intanto l’osservatore è portato a meditare sulla “fragilità dei ricordi, il tempo perduto di un’infanzia che non torna ma ci condiziona”.

Sono opere che per i prezzi contenuti – la maggioranza al di sotto dei 1000 euro – e per i contenuti possono rappresentare il simbolo di “Accessible Art”. Immagini dell’infanzia così coinvolgenti  nel cuore della casa sono quanto di più adatte non solo a dare prestigio all’arredamento domestico, ma anche e soprattutto a riproporre sempre l’esigenza di prestare attenzione ai segnali sottili quanto preziosi che possono venire dai nostri ragazzi. Per comprenderli ma anche per capire noi stessi.

Info

GalleriaRvB Arts, via delle Zoccolette  28, e Antiquariato Valligiano in via Giulia 193, dal martedì al sabato, orario negozio; domenica e lunedì chiuso. Ingresso gratuito. Tel. 06.6869505; cell. 335.1633518. E mail: info@rvbarts.com; sito: http://www.rvbarts.com/. Per le precedenti mostre di “Accessible Art” cfr. in questo sito i nostri 6 servizi alle date del 21 novembre e 10 dicembre 2012, 27 febbraio e 26 aprile, 21 giugno e 5 luglio 2013.

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Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante  all’inaugurazione della mostra nella galleria RvB Arts a Roma in via delle Zoccolette, si ringrazia l’organizzazione, in particolare Michele von Buren, con i titolari dei diritti,  soprattutto Lucianella Cafagna, per l’opportunità offerta. In apertura, “Qualcosa di importante”, seguono “Menina” e “Giochi di sabbia”, poi “Portici” e “Amici”; in chiusura “Sayonara”.

Vino. Saperi, cultura e tradizioni, al Vittoriano

di Romano Maria Levante

Al Complesso del Vittoriano,  lato Fori Imperiali, dal 26 ottobre al 30 novembre 2013 la mostra “Verso il 2015. La cultura del vino in Italia”, realizzata da “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia, curata da Massimo Montanari, in collaborazione con Yann Grappe in particolare per la sezione territoriale e con Louis Godart per la sezione storico-archeologica.  C’è stato il patrocinio del Ministero delle politiche agricole, con le Amministrazioni regionali dell’Agricoltura, e il contributo  dell’Expo 2015 di Milano. Hanno partecipato il Museo di arti e tradizioni popolari  e il Museo del vino di Torgiano-Fondazione Lungarotti, la Biblioteca internazionale “La Vigna” e il Comitato grandi Cru d’Italia. Mobilitata tutta la filiera del vino.

La prospettiva  2015 è d’obbligo,  Roma fa da apripista alla grande esposizione internazionale di Milano dedicata all’alimentazione presentando il campione dell’enogastronomia, il  vino. Il Ministro delle politiche agricole Nunzia De Girolamo ne ha sottolineato, nel presentare la mostra romana, “oltre al suo indubitabile valore economico, quel portato di saperi, di cultura e di tradizioni che lo rendono unico” anticipando che “a questo straordinario prodotto” sarà dedicato un intero padiglione all’Expo 2015.  Una definizione che ci è piaciuta, tanto che ne abbiamo fatto il titolo del nostro commento.

Presentazione festosa, con visita guidata dei curatori e dei protagonisti della filiera del vino ciascuno con un proprio contributo diretto alla mostra. Così Massimo Montanari ha inquadrato la cultura del vino nel tempo e nello spazio, Yanne Grappe ha illustrato l’originale  visione del vino nei territori, Maria Grazia Marchetti Lungarotti le raccolte storiche e artistiche del Museo del vino, Mario Bagnara l’eccezionale collezione dovuta alla passione di  Dino Zaccaria di quanto scritto sul vino nei secoli; in primo piano la colta analisi del vino nel mondo classico di Louis Godart.

Il vino “raccontato” dalla mostra

Montanari ha riassunto la particolarità del vino nell’incrocio tra frutto della natura e lavoro umano, quindi è un prodotto naturale venendo dalla terra, e insieme artificiale per l’intervento dell’uomo, da cui viene segnato anche il paesaggio. Ha sottolineato che è la bevanda più antica, è sulla tavola da millenni e fino a due secoli fa era l’unica bevanda, unita all’acqua con un ruolo igienico e sanitario per la protezione dell’alcool rispetto alle infezioni; è stata sia a carattere popolare sia segno di distinzione e di accoglienza per qualità  e prestigio. Sin dai tempi più remoti ha avuto un valore sacrale, di comunicazione con la divinità, pensiamo a Dioniso-Bacco ma anche all’eucarestia cristiana.  Altra considerazione è lo stare insieme, la socialità e convivialità suscitate dal vino; per questo è stato ispiratore nel campo delle lettere e delle arti, come viene documentato dalla mostra.

Questo insieme di valori umani e religiosi, sociali e simbolici fa parlare di “cultura del vino”, che va dalle civiltà classiche esplorate e rievocate da Godart alle società mediterranee, con al centro l’Italia. “L’Italia è il paese del vino”, sono parole di Montanari;  è “l’unico prodotto del Made in Italy che non può essere de localizzato, talmente è espressione del territorio, della cultura, delle genti che lo lavorano”, scrive Nicosia; e spiega che “il principio di unità nella diversità è il polo intorno al quale si sviluppa l’impostazione della mostra, attraverso il coinvolgimento dei territori, in un gioco continuo di rimandi tra particolare e generale, e quindi tra singola regione e Italia intera”.

In tal modo viene valorizzato l’elemento identitario del vino, la dialettica tra diversità e unità nell’enogastronomia come nel paesaggio così fortemente marcato dai vitigni, cosicché le diverse viti e i diversi vini sono tutt’uno con i differenti dialetti e tradizioni, usi e costumi pur nella cornice unitaria che di queste diversità si arricchisce divenendo una e centomila, mai nessuna. Anzi, è stato detto che sottolineare l’importanza della diversità locale nei vitigni e nei sapori non è solo un omaggio al glorioso passato, ma anche una garanzia per il futuro che premia le forti identità. 

Tutto questo cerca di esprimere la mostra con un percorso che diventa racconto dove la storia si unisce alla geografia, la scienza dell’alimentazione agli usi e costumi, le tradizioni ai saperi, con sullo sfondo il più vasto mondo gastronomico-alimentare di cui il vino è una punta avanzata.

Il racconto,  però, non è didascalico, si sviluppa in progressione mediante evidenze tangibili, che nella loro varietà documentano i molti campi interessati da Sua Maestà il Vino, vien fatto di dire.

La progressione si snoda attraverso sei sezioni in altrettante sale vivaci e colorate. Inizia con iIl vino tra mito e religione”,  l’archeologia ha il suo spazio nelle statue di Dioniso-Bacco con grappoli d’una; poi “Alla scoperta dei territori”, le singole Regioni si presentano con un’immagine e una parola chiave il cui contenuto viene esplicitato; “Dalla terra al bicchiere”  è una successione di oggetti nel tempo e nello spazio, “Vino e letteratura”  espone preziosi libri d’epoca sul vino e fa ascoltare le poesie ad esso dedicate dalla voce di Paola Pitagora; “Le Eccellenze. I grandi Cru d’Italia” sono una sfilata di successi, e infine “Vino e cinema” è una selezione di sequenze bacchiche di quasi 60 film dal 1943 al 2010.

Dell’intero percorso riproponiamo dei  momenti particolarmente rilevanti: la rassegna spettacolare delle diversità regionali e l’esposizione molto istruttiva di quanto prodotto dall’arte e dalla cultura.

Le diversità regionali rivelate da una parola chiave

La sala è spettacolare, tutt’intorno sulle pareti gigantografie di paesaggi vinicoli tipicizzati da particolari ambientali  che evocano visivamente le diversità regionali sigillo dell’unitarietà nazionale nella valorizzazione delle rispettive identità. Una parola le qualifica con una citazione colta seguita da un’ampia motivazione. Come si trattasse di un premio o di una sentenza. E’ una formula molto originale, Yann Grappe ne ripercorre l’iter creativo  e ne illustra i contenuti.

I grandi pannelli luminosi ci mostrano come possano essere diversi i vigneti, nei filari cui il lavoro dell’uomo dà le configurazioni più varie per il retaggio delle tradizioni, l’orientamento e la conformazione del suolo, la tipicità del vitigno. Spesso con il vigneto ci sono scorci ambientali, come montagne e marine di sfondo, o presenze abitative, dall’abitazione contadina al monastero.

Le definizioni non sono apodittiche, ma motivate, e la loro efficacia icastica rimanda non solo al vino ma a qualcosa di più ampio, legato al modo di essere della regione. Pertanto partiamo da queste definizioni e vediamo come e perché vi siano state collegate le singole Regioni.  Abbiamo riportato in ordine alfabetico le definizioni e non le Regioni come nel Catalogo, per dare loro più risalto, mentre nella sala l’ordine è ancora diverso, con accostamenti dettati da altri criteri.

Appartenenza e confine, convivialità ed eleganza, generosità e incontro, innovazione e memoria, misura e orgoglio, passione e racconto,  regalità e rigore, sacralità e scambio, schiettezza e sfida, tenacia e tipicità: diciotto premi o diciotto sentenze, comunque diciotto  segni identitari.

“Appartenenza” è una qualità della regione attaccata alle proprie tradizioni, anche ancestrali, tanto che le colture arcaiche della vite sono rimaste fino all’ultimo dopoguerra: “Niente in Sardegna assomiglia a qualcos’altro”,  le invasioni straniere portarono i vitigni più variegati ma le particolarità geografiche, climatiche e geologiche unite a quelle storiche e culturali li piegarono all’appartenenza. Lo ha ricordato Adriano Ravegnani citando l’arcaica vite ad alberello, restata fino al secondo dopoguerra e dicendo che “l’autentico vino sardo è quello potente e austero dei pastori”.

“Confine” fa pensare subito alle Marche, per motivi storici. Ma a questa regione viene applicato con citazioni  nientemeno che di Giacomo Leopardi, il quale nello “Zibaldone”  scrive che “il piacere del vino è misto di corporale e di spirituale”. E ne descrive gli effetti sulla creatività e sulla “capacità di andare ‘oltre’, al di là del confine, verso l’infinito”;  anzi loda la bontà dei vini della Marca che potrebbero essere portati fuori regione. “Oltre il confine” chiosa la motivazione.

Anche da “Convivialità”  all’Emilia-Romagna il passo è breve, a stare al carattere attribuito agli abitanti da Massimo Alberini che li porta a incontrarsi sempre come i pallini da caccia fatti rotolare in fondo alla damigiana per pulirne le incrostazioni del vino. La citazione enologica non è casuale,  “nel modo di fare, e non solo di bere vino” si è espresso il carattere consociativo e cooperativo”.

Lo stesso si può dire per “Eleganza”, fa pensare alla Toscana ed alla “cultura cortese” impersonata in Lorenzo il Magnifico: viene riferita al vino e al paesaggio con i filari dei vigneti ora esclusivi ma in passato promiscui e alternati ad ulivi e alberi da frutta, grano e leguminose. Dopo citazioni facete di Piovano Arlotto si conclude che “l’eleganza non è appannaggio del lusso, ma dell’eccellenza”.

“Generosità” vuol dire Puglia perché fu definita “cantina d’Europa”, e per la qualità della sua gente. C’è la testimonianza di Paolo Monelli, che cita le parole del  pugliese Pietro Accolti sul vino “quasi fosse un velluto liquido”, e lo chiama “vino-alimento, è la carne che mai mangiano quei contadini, ed ha le fibre della carne sì che verrebbe voglia di tagliarlo con il coltello tanto è ricco e corposo”.

Con “Incontro” si va nell’estremo nord, al Trentino-Alto Adige, motivando la definizione con la cultura dello scambio connaturata nella regione, che viene riferita al vino anche ricordando il proclama dei consoli  di Trento emesso contro “l contrabbando di “vini, vernazze & acquavite forestieri” che “fraudolentemente si introducono in città”.  Addirittura si cita Mozart che dopo una sosta a Rovereto, suggerì al librettista del Don Giovanni “”Ah che piatto saporito… Versa il vino! Eccellente marzimino!”.

Nessuna sorpresa per “Innovazione”  riferita alla Lombardia, la regione tradizionalmente più dinamica in campo industriale, anche se qui si tratta di vino: viene citato lo scritto di Agostino Gallo che nel 1569 indicava le novità nella fermentazione abbreviata in tino per avere vini più chiari, con questi vantaggi: “Perciochè veggono, che i vini restano con più bel colore, con miglior sapore, e con maggior bontà, & anco conservano maggiormente, che non facevano”.

Invece “Memoria” è un capolavoro di creatività, è attribuita alla Basilicata non per un carattere diffuso, ma per i ricordi di una anziana nipote di un appassionato viticultore lucano vissuto dal 1900 al 1993 che si portava anche all’osteria il proprio vino e diceva: “Non so se morire prima o dopo la vendemmia”. Concludono i “creatori” della definizione: “Tutti gli anziani sono dei libri aperti. Loro come le vigne, sono i custodi della memoria”.

“Misura“è attribuito all’Umbria con una citazione dalla “Regola” di Benedetto da Norcia in cui si riferisce al vino indicando la quantità sufficiente aumentabile in rapporto “alle condizioni del luogo, o la fatica del lavoro o l’arsura dell’estate” purché non susciti ebbrezza. “Accordiamoci di non bere fino alla sazietà, ma in modo abbastanza sobrio”. Le regole sono importanti, come quelle dei monasteri, anche per fare il vino “armonizzando le vocazioni del terreno e del vitigno con le esigenze e i desideri di chi lo berrà”.

“Orgoglio” riferito alla Calabria non sorprende, è un carattere tipico degli abitanti, ma qui viene riferito all'”orgoglio della diversità”  vinicola, e al riguardo si cita Norman Douglas che  In “Old Calabria” del 1915 scriveva: “Quasi ogni villaggio ha il proprio tipo di vino, e ogni famiglia che si rispetti ha un suo metodo particolare per farlo”.

Ugualmente  “Passione” lo colleghiamo al carattere dei siciliani, ma il riferimento alla Sicilia è perché “il vino è passione e ama i sentimenti forti”, che si accompagnano ad una “regione assolata in cui il fuoco del vulcano accompagna da millenni la vita degli uomini”. Puntuale la citazione, si tratta delle “Poesie siciliane” del 1787 di Giovanni Meli, con un brindisi pieno di fuoco e di vitalità.

Invece “Racconto”  viene riferito al Lazio seguendo le descrizioni molto dettagliate del XVI secolo di Sante Lancerio in una lettera del XVI secolo al cardinale Guido Ascanio Sforza e di Andrea Bracci nella  “Storia naturale dei vini”: il primo “raccontava” tutti i vini assaggiati dal papa, il secondo descriveva la grande varietà di vini giunti a Roma dall’esterno o prodotti nel Lazio. .

“Regalità” non comporta sorprese, qualifica il Piemonte per la sua storia sabauda e il vino altrettanto regale, per questo “si dice che il Barolo è il re dei vini, e il vino dei re”, mentre “troneggiano” gli altri vini piemontesi, i fratelli, tra cui il Barbaresco. La citazione è per Mario Soldati che nel suo viaggio gastronomico del 1957-58 porta l’amico Brusa a paragonare  il Barolo a una “colonna ionica, equilibrata” e il Barbaresco “a una colonna dorica, forte, semplice”.

Il“Rigore”  viene attribuito al Friuli  per “la grafica rigorosa dei filari tra pianure e colline, tra il mare e la montagna”, impronta data dal lavoro che dunque “nasce dalla necessità e dalla passione”.. Si cita al riguardo la Relazione del 1620 in cui Costantino Zorzi, provveditore a Cividale per la Repubblica di Venezia, descrive l'”incessabile fatica” dei friulani per coltivare la vite in ambienti inospitali come “quei gioghi dove ben spesso le capre precipitando non arrivano”.

Dopo la regalità, ecco la “Sacralità”, riferita alla Campania  seguendo la leggenda secondo cui il  nome “lacrima Christi”  di un rinomato vino campano viene dal pianto di Dio quando vide nel golfo di Napoli il brandello di cielo strappato da Lucifero nel precipitare agli inferi; lo scrittore francese Valery aveva scritto che Chiabrera, vissuto tra il XVI e XVII secolo, sulla  “‘lacrima Christi’ trovava così impropriamente chiamato con il nome del dolore, mentre invece fa i cuori felici”.

Con riferimento ai traffici internazionali vinicoli della Repubblica veneta, al Veneto viene collegato  lo “Scambio”: si trattava di vini aromatici provenienti dall’Oriente, vernacce e moscati, moscatelli e “vini greci’, che il Veneto decise di produrre in proprio coltivando i vitigni orientali nel proprio territorio. Il “Dialogo” in un’osteria veneta, di Sicco Polenton, del 1419, è eloquente, riferito in particolare alla malvasia : “E’ il vino a tenere in vita l’uomo. Dio non ha creato niente che sia meglio del vino”

La “Schiettezza” è riferita all’Abruzzo, in coerenza con  l’appellativo di “forte e gentile”. Il vino è “schietto, sincero, diretto”  è mezzo di socialità e solidarietà, semplicità e rispetto.  Questo atteggiamento è alla base della cura crescente per vigna e cantina con grande attenzione a non essere invadenti e non distorcere il rapporto tra vitigni  e territorio.  Le parole del 1955 di Ignazio Silone in “Vino e pane” sono eloquenti: “Il pane di grano bagnato nel vino rosso, non c’è nulla di meglio. Ma bisogna avere il cuore in pace”. E’ schiettezza anche questa.

Sembra incomprensibile “Sfida” applicato alla Valle d’Aosta, ma lo si spiega pensando alla orografia di un ambiente inadatto i vitigni,  eppure il lavoro degli aostani ha sviluppato nei secoli una fiorente viticultura, pur in condizioni estreme nel suolo e nel clima.  I vitigni autoctoni si sono adattati all’ambiente e la natura si è piegata. La sfida è stata vinta, lo  si legge nella Relazione del 1635 in cui Francesco Agostino Della Chiesa afferma che  sulle vigne “che producono buonissimi vini rossi, bianche e chiarelli”  si direbbe “a forza di martello esser state piantate”.

Per vincere le sfide ci vuole “Tenacia”, viene attribuita alla Liguria, richiamandosi a quanto scrivevano sulla regione Cicerone, secondo cui “non dà nessun prodotto se non a prezzo di un’intensa coltivazione e di molto sudore”, e Diodoro Siculo  secondo cui “in Liguria né olivo, né vite ma foreste. Terra inaccessibile a Cerere e Bacco”. Poi, con il lavoro mediante i  terrazzamenti si è vinta la natura, ci sono vitigni di gran pregio e un’uva di cui parla anche Boccaccio. Giovanni Boine, in “La crisi degli ulivi in Liguria” sulla “Voce”, nel 1911 descriveva il tremendo lavoro per i muri a secco “come templi ciclopici”, che rendono possibili tali colture in terre impervie e ingrate.

La galleria di sigilli regionali si chiude con la “Tipicità” del Molise, che ne sottolinea la varietà nei vitigni e nei vini prodotti “lontano da Campobasso”, viene precisato. Mario Soldati, nel suo “Vino al vino”, del terzo viaggio del 1975, li cita con le rispettive località ricordando che “le vecchie vigne sono ad alberello”, “come singole colonne”, scomparse ma testimoni della notevole diversità  che viene perseguita con il rilancio dell’uva autoctona ora rilanciata dopo aver rischiato l’estinzione. La chiusura  vale anche in generale per una rassegna in cui la varietà e specificità  sono  denominatore comune: “Riscoprire e valorizzare le proprie differenze ha anche un vantaggio: piace”.

Oggettistica  e arte grafica, ceramica e arte contemporanea

Dopo i paesaggi vinicoli delle regioni italiane accompagnati dalla parola chiave e relative motivazioni passiamo alle espressioni popolari e artistiche dedicate al vino esposte nelle altre sezioni della mostra, oltre alle spettacolari statue antiche  che la aprono, come si è ricordato.

L’oggettistica è di particolare interesse, la selezione della raccolta esistente nel Museo di Arti e Tradizioni Popolari riflette l’Italia rurale scomparsa nella vita reale ma viva nella memoria. Si va dai bigonci ai bariletti, dai tini ai barili, dalle coppe ai boccali,  dalle  misure da vino in latta o vetro alle bottiglie decorate, dalle borracce alle fiasche nelle forme più diverse, fino alla “fiasca a libro”  del 1901 in terracotta con il  disegno di un tavolino, sopra una bottiglia e due bicchieri, a lati due sedie vuote, in un cromatismo molto sobrio.

Si entra nell’arte sin dall’epoca antica con le brocche di argilla e di ceramica a figure nere e a figure rosse, che risalgono al IV. V secolo avanti Cristo; c’è anche un frammento di scultura simbolico e spettacolare, una mano  di marmo che afferra un grappolo d’uva.

Dell’arte grafica è presente una ricca esposizione di illustrazioni in tema vinario del Museo del Vino di Torgiano, tra cui opere in bulino come  “Baccanale con Sileno” di Andrea Mantegna e “Sileno ebbro (Tazza  Farnese)” di Annibale Carraccci, “Bacco disteso”  visto di fronte e di spalle da Rugendas, con un tralcio di vite nei capelli e nella mano destra. E acqueforti come “Trionfo di Bacco” di Pietro Aquila, “Sarcofago con corteo bacchico” di Pietro Sante Bartoli, “Statua di Sileno con in braccio Bacco” e altre di Francesco Piranesi., inoltre la litografia “Nascita di Bacco” di Michele Danesi.  Infine sorprendenti incisioni sulle Sacre Scritture, che vanno dall’“Ebrezza di Noè”di tre artisti dal secolo XVI al XIX, Adrian Collaert, Carlo Lasinio e  Eugenio Damele; a “Lot e le figlie” di tre incisori, tedesco, inglese e francese fino a episodi evangelici come “Acqua mutata in vino da Cristo nelle nozze di Cana” e “Cena di Emmaus” di Pietro Monaco del secolo XVIII:.

All’arte grafica associamo,  con nostra libera scelta – in mostra è una sezione a sé stante – l’esposizione della opere sul vino, la  vasta Raccolta letteraria della Biblioteca internazionale “La Vigna” perché i frontespizi sono incisioni e grafiche artistiche.  La vetrina che contiene le pubblicazioni più rare colpisce per la grafica dei titoli e delle immagini. Al centro le uniche immagini a colori di  due  tralci d’uva  prese dall’“Ampelografia italiana”  del Ministero d’agricoltura e commercio, del 1870-90,  un volume di grandi tavole su tutti i vitigni nazionali riprodotti con l’indicazione del vino derivato. A quest’edizione moderna fanno corona preziose “cinque centine”,  edizioni seicentesche e settecentesche, fino al ‘900; si pensi che all’istituzione della Biblioteca che raccoglieva la collezione del benemerito Demetrio Zaccaria i volumi erano 12 mila, ora sono 50 mila, le acquisizioni continuano, con orgoglio è stato annunciato che la mostra coincide con  l’acquisto di una rara “cinquecentina”. Incisioni sottili non solo nei frontespizi illustrati ma anche nei semplici titoli, la cui grafica riporta agli stili delle varie epoche e il contenuto esplora i tanti aspetti con “Trattati della viticoltura” e “Trattati della vinificazione”, ma ci sono anche dei ditirambi dell’800  come “Il Bacco in Romagna”  di Giuseppe Piolanti e “El vin friulano de Bagnoli” di Lodovico Pastò. Dopo questa  escursione torniamo al Museo del Vino

Spettacolare l’esposizione di ceramiche  medioevali del secolo XIII-XIV, tardogotiche e barocche del XV-XVIII secolo, fino a quelle artigianali del XIX e XX sec. Si tratta di panate e boccali, brocche e bottiglie, coppe e fiaschi, piatti e vasi di Faenza e Deruta, Orvieto e altre località di Lazio e Toscana variamente istoriate a seconda del periodo di produzione. Interessanti per la loro particolarità  la “Bottiglia antropomorfa”  e la “Bottiglia con tappo a vite” del sec. XVI, la “Coppa a inganno ‘Bevi se puoi'”  del XVII sec. e il “Boccale amatorio ‘Bevi se puoi’ del XIX sec., il “Piatto con donna ebbra” e  l'”Assaggiavino”  del XVII sec., la “Fiasca ittiforme” e la “Fiasca anulare” del XIX sec., le “Fiasche antropomorfe” di Seminara del XX sec.

Con l’arte contemporanea, spiccano per originalità  la “Bottiglia mamma” di Gio Ponti, la bottiglia-madre incorpora la bottiglia-figlia come in un marsupio,  e “La donna cantina” di Riccardo Biavati,  in una statua di donna stilizzata di 50 cm sono ricavati 15 comparti con bottiglie; “Baccante” di Nino Caruso è una figura femminile contorta  su una colonna, altezza 175 cm,   e la “Coppa antropomorfa” di Aldo Rontini delinea appena un volto umano. Tutte dopo il 1990.

Il poker d’assi conclusivo e il nostro sigillo

Il poker d’assi di artisti  moderni in mostra comprende  “Pan” di Vincenzo Gemito,  una testa in bronzo molto espressiva e “Piatto con satiro” di Jean Cocteau, un profilo stilizzato su fondo giallo arancio, “Bacco” di Renato Guttuso  con la sua figura un’acquatinta a colori intensi, e “Baccanale” di Pablo Picasso, linoleografia in nero con suonatore e danzatore, un volatile e un quadrupede.

Una conclusione in bellezza, cui ci permettiamo di aggiungere, nel terminare il racconto della mostra che ha raccontato il vino, il nostro personale sigillo: un’opera di Giorgio de Chirico, il “Ritratto di Peikov”, che non figura nell’esposizione. Lo riportiamo in chiusura, il bicchiere di vino rosso in mano è anche un modo di rievocare il festoso finale della presentazione della mostra: i brindisi nella spettacolare terrazza del Vittoriano sopra i tetti e i monumenti della Roma antica  tra voli di gabbiani e sciami di turisti.

Info

Complesso del Vittoriano, Via San Pietro in Carcere, lato Fori Imperiali, Ala Brasini – Salone Centrale. Tutti i giorni compresi domenica e lunedì: dal lunedì al giovedì ore 9,30-19,30 – venerdì, sabato e domenica ore 9,30-20,30; ingresso gratuito, consentito fino a 45 minuti prima della chiusura. Catalogo: “Verso il 2015. La cultura del vino in Italia”, a cura di Massimo Montanari, Skirà-Expo, ottobre 2013, pp. 176, formato 16×24.

Foto

Le immagini, esclusa quella di chiusura, sono state riprese da Romano Maria Levante alla presentazione della mostra  nel  Vittoriano, si ringrazia “”Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia con i titolari dei diritti per l’opportunità offerta. In apertura “Bacco”, di Andrea di Michelangelo Ferrucci, I decennio del XVII secolo, dalla raccolta della Fondazione Santarelli; seguono un angolo  della sala con le Litografie  e  uno scorcio della sala con i Pannelli luminosi regionali,  poi due tavole dell’“Ampelografia italiana”, 1879-90, e alcune Ceramiche dei sec. XV-XVIII, quindi “Baccante” di  Nino Caruso, 1995, e  “Baccanale” di Pablo Picasso, 1959. In chiusura “Ritratto di Peikov” di Giorgio de Chirico, 1945, immagine tratta dal Catalogo della mostra: “Giorgio de Chirico. Il Ritratto, figura e forma”, Maretti Editore  2013, pp.192,  formato 23×28, si ringraziano i titolari dei diritti. Su tale mostra, a Montepulciano dall’8 giugno al 30 settembre 2013, prorogata al 3 novembre,  cfr. i nostri 3 articoli in questo sito sui “Ritratti classici” e i “Ritratti fantastici” il 20, 28 giugno e 1° luglio 2013. Per la Collezione Santarelli, da cui proviene la scultura posta in apertura, cfr. il nostro articolo in questo sito il 15 ottobre 2012 dal titolo “Zeri Santarelli, collezionisti al Palazzo Sciarra”.

Giardino delle fontane, l’arte all’aperto, alla Gnam

di Romano Maria Levante

Al “Giardino delle fontane” della Galleria Nazionale d’Arte Moderna sabato 19 ottobre inaugurata l’installazione  “Ipotesi grafica” di Cloti Ricciardi  e le due sculture all’aperto “Libri gialli” e “Libro giallo” di Lucilla Catania, nel clima festoso di una mattinata di sole.  Il pubblico potrà visitarlo fino a domenica 17 novembre 2013 nei giorni di sabato e domenica, tra le ore 12 e le 16. Dopo l’installazione nella prima vasca, in primavera sarà realizzato il progetto di Maria Dompè nella seconda e più grande vasca con delle ninfee rose che si ispireranno  al celebre dipinto di Monet esposto, con i tanti capolavori del ‘900, nelle sale che si attraversano per uscire in giardino.

L’inconsueta presentazione alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, non nei vasti saloni della prestigiosa sede espositiva ma negli spazi verdi, precisamente nel giardino al quale si accede dalle  vetrate  sul retro, ha riguardato una installazione e due sculture, in una cornice speciale: l’area con le siepi di bossi, gli alberi e le due grandi vasche che riportano ai cortili signorili dell’antica Roma.

Per arrivare al giardino si attraversa l’ambulacro con il pavimento a specchi spezzati dove si possono ammirare opere di artisti  di grande valore, citiamo solo Burri e Fontana, per non parlare di Duchamp e tanti altri; poi si deve passare per sale che rappresentano un concentrato del ‘900 più rinomato e spettacolare, inutile citare dei nomi, sono tutti i più celebri, le opere le più note e amate.

E’ difficile procedere resistendo alle sollecitazioni visive e culturali di tanto ben di Dio: è come se si incontrassero dei cari amici, con cui non si ha consuetudine quotidiana, ma che si riconoscono subito e non è possibile non salutarli; ma sono tanti, si rischia di dimenticare la meta per la quale si è venuti e perdersi nello strepitoso labirinto delle sale da superare per andare nel giardino.

Ci riusciamo a fatica, usciamo dall’ultima sala  tra due sculture ammonitrici, “L’umanità contro il male” di Gaetano Cellini e “Caino”  di Domenico Trentacoste, il dipinto “I tesori del mare” di Plinio  Novellini ci rincuora con l’immagine dell’acqua purificatrice.  Siamo giunti così in  un labirinto ben diverso, il “Giardino delle fontane”,  con i due ampi spazi delle vasche d’acqua collegati dai classici sentieri nella vegetazione in cui si arrampica una breve scalinata.

La direttrice della Gnam  Maria Vittoria Marini Clarelli fa gli onori di casa, questa volta vengono presentate tre opere per esterni, un’installazione del tutto particolare e due sculture. Tutto al femminile, l’installazione “Ipotesi grafica” è opera di Cloti Ricciardi, le due sculture “Libri gialli”  e “Libro giallo” di Lucilla Catania, curatrici Marcella Cossu e Maria Giuseppina Di Monte.

L'”Ipotesi grafica” di Cloti Ricciardi

E’ la grande vasca dinanzi alle arcate l’immagine che si presenta risalendo il vialetto, con una pioggia finissima che scende dall’alto realizzando una sorta di quinta, un velo che si frappone senza nascondere e senza svelare, impalpabile e quasi immateriale. L’effetto suggestivo è ottenuto da un’installazione  che solleva l’acqua con una pompa lungo canali verticali che confluiscono in un canale orizzontale traforato per far scendere al centro della vasca la pioggia come fili d’argento.

“Ipotesi grafica” è la denominazione dell’opera donata stabilmente alla Galleria,  e l’idea viene da lontano: già nel 1971 a Milano alla galleria Toselli  fu realizzato con lo stesso titolo l’analogo effetto di fili d’acqua che attraversavano lo spazio creando una cortina impalpabile, uno schermo visivo sensibile alla luce, una quinta trasparente. La cosa è stata ripetuta al Macro di Roma con il titolo “Trasparenze”; nel 1995 abbiamo avuto “Fermata d’autobus”, su sollecitazione di Achille Bonitoliva, la pioggia quella volta scendeva all’interno del mezzo di trasporto creando un contatto fisico con i presenti. Oltre alla mostra del 1998 alla Galleria del Cortile, sempre a Roma, dove la resina era collegata all’acqua attraverso mappe nautiche, nel 1996 e 2000 abbiamo la serie “Piani di calpestio”,  pavimenti per bagno con riferimenti acquatici evidenti e assonanza classiche.

Naturalmente non è solo l’acqua il soggetto della sua creazione artistica, come elemento all’origine della vita. Ve ne sono anche altri nella ricerca di forme nello spazio che creino una interazione con l’ambiente. Una delle sue prime manifestazioni era stata nel 1968 al teatro di Giancarlo Nanni a Roma, non si trattava di acqua ma di tela, con cui foderò la sala in modo che potesse venire tirata e deformata dagli spettatori: l’ambiente così sembrava respirare, divenire un polmone vivente  e pulsante. Nella stessa direzione  l’anno successivo al “Premio Internazionale Michetti” a Francavilla a Mare con un percorso di lamine metalliche che calpestate dai visitatori suscitavano dei suoni, l’ambiente parlava, quindi viveva. C’è poi un lungo periodo di impegno femminista, nella concezione che la donna artista “partorisce” l’opera d’arte, “mette al mondo il mondo”, mentre per converso l’uomo artista è mosso  dalla paura della morte. Fonda delle riviste, scompone i nomi delle compagne in lettere associate a delle idee, in una rivoluzione dell’alfabeto contro ogni convenzione.

Negli anni ’80 l’artista ritrova il suo percorso naturale, nel 1983 ancora alla Galleria del Cortile presenta “Finestre” con opere imperniate sul vetro infranto volutamente per rompere il diaframma che limita la libertà, e deformato  per restituire ai visitatori che vi si specchiano un’immagine distorta. Il vetro è anche, con l’acciaio,  il materiale con cui nel 1989 nella mostra “Anomie spaziali” allo Studio Bocchi a Roma presenta sculture contorte come piante,  segno di vitalità nel rapporto con l’ambiente.  Dallo spazio al tempo il rapporto viene espresso visualizzando la pausa, come intervallo tra un’azione e l’altra, con delle sedie: la “stasi liberatoria” la realizza nel 1993 alla Biennale di Venezia con la sala “Misura per misura”.

Scende in profondità l’anno successivo con “Sete”, ancora allo Studio Bocchi, esprimendo quella che Ludovica Persichetti, nel darne una esauriente biografia, definisce “una spazialità rovesciata, che ospita oggetti spaesati e mette lo spettatore davanti alle difficoltà dello specchiarsi”.

A questo punto abbiamo i già citati “Fermata d’autobus” del 1995 e “Piani di calpestio” del 2002 con l’acqua protagonista, come lo è nell'”Ipotesi grafica” che troviamo oggi e abbiamo ricordato già presente nell’opera dallo stesso titolo nel 1971, segno della linearità del suo percorso artistico.  Che la vede nel 2011 alla Biennale di Venezia, nel 2012 alla Galleria del Cortile con “Fiori d’Acciaio” e nel 2013 a Mirano, Venezia con “Armonie Plantarum”. I titoli sono eloquenti, l’ambiente diventa l’esterno, il verde, come nel Giardino delle fontane della galleria Nazionale d’Arte Moderna dove viene presentata la sua nuova “Ipotesi grafica”.

Prima delle ultime tre mostre citate la vediamo, nel 2009-2010, collaborare con Lucilla Catania per la mostra “12 disegni per due sculture”, tenuta a casa d’Annunzio a Pescara e a Matera, dove furono installate rispettivamente “Quale tempo e quale spazio” della Ricciardi  e “Naturale” della Catania, entrambe del 2007. Abbiamo ricordato la circostanza perché le due artiste sono qui di nuovo  accomunate nella presentazione delle loro opere che aggiungono il tocco dell’arte al Giardino delle fontane: l’installazione della Cloti, le due sculture della Catania.

I “Libri in giallo” di Lucilla Catania

Queste sculture si fronteggiano  sul vialetto, hanno titoli simili, “Libri in giallo”,  2008, e “Libro in giallo”, 2012, all’evoluzione nel tempo del titolo corrisponde quella nella forma: mentre nella prima scultura è visualizzata una catasta di libri ammonticchiati l’uno sull’altro in una pila che diviene colonna; nel secondo è il fluire delle parole nel libero ad essere evocato con delle striature verticali, come in papiro che si srotola.  

E’ un effetto-onda che addolcisce la ruvidezza del materiale con un riferimento alla trasformazione incessante dell’universo alla base di altre sue realizzazioni: come “Tra Onde e Monti e Valli”,  e “Acqua dolce”, 1990, sculture orizzontali mentre in quella del Giardino delle fontane analogo effetto si ha in verticale e in forma molto discreta. Il travertino giallo di Persia pur se sfumato, spicca nel verde dei cespugli dove l’alloro  di unisce al leccio, il mirto al corbezzolo, in un luminoso contrasto visivo.

I libri, secondo la curatrice Maria Giuseppina Di Monte, “rappresentano il desiderio di un suo ritorno ai valori della nostra cultura: frutto di una lunga e profonda sedimentazione e stratificazione”. Ed ecco come lo esprime nelle sue opere più recenti sul tema:  “Le pile di libri, addossati alle pareti o autoportanti, a formare colonne agili e connotate da un forte dinamismo interno, rivelano la volontà di aprirsi al futuro senza rinunciare al passato”.  Per avere questo effetto rinuncia alla orizzontalità preferita,  perché la affascina più la terra e il mare che il cosmo, per una verticalità misurata e proporzionata.

La biografia della scultrice la descrive diplomata a Roma all’Accademia delle Belle Arti di via Ripetta, poi in Francia dove entra in contatto con Cesàr e le sue tendenze materiche. Inizia con sculture in terracotta, poi passa alla pietra e al marmo preferiti per la loro maggiore compattezza . Significativi i titoli di alcune mostre cui partecipa: “Modi della scultura” a Roma, nella Galleria Banchi Nuovi,  e “Geometrie dionisiache” a Milano alla Rotonda della Besana, poi “Statue” ancora a Roma, alla Galleria Oddi Baglioni. siamo nel 1988.  Le mostre si moltiplicano all’inizio degli anni ’90,  con tre collettive all’estero, “Roma” e “Amor Roma” a Vienna, e un’altra a Francoforte.

Altre mostre nel 1995 con il gruppo da lei fondato “A regola d’arte”, finché nel 2000 al marmo aggiunge di nuovo la  terracotta. Titoli di altre mostre: “Lavori in corso” e “La seduzione della materia” nel 2002. Sorvolando sulle numerose iniziative e mostre del periodo, citiamo l’installazione “Naturale” nel Museo d’Abruzzo a L’Aquila e l’esposizione a Pechino in occasione dei giochi olimpici, nella mostra a Casa Italia “Energia della materia, la materia dell’energia”.

Siamo nel 2008, l’anno in cui realizza “Libri in giallo” che vengono inseriti ora nel Giardino, nel 2009 la collettiva “Cella. Strutture di emarginazione e disciplinamento”   e poi, nel 2010, la collaborazione citata con Cloti Ricciardi in “Dodici disegni per due sculture”, fino alla recente mostra del 2013 al Museo d’arte orientale a Roma dal titolo “Stareandare”.

Il percorso che l’artista compie e ci fa compiere viene così definito da Mario de Candia: “Gettare il nostro sguardo al di là di ogni orizzonte immediatamente percepibile e e ammettere la costante oscillazione del mondo oggettivo verso le immensità intime della nostra interiorità”.  Si segue l’artista “a caccia dei trucchi del tempo e della memoria  che, emanata dal finito, si estende all’infinito. Una memoria attiva in cui il passato si fa complice del presente”. Proprio per questo non è una memoria di fatti  ed eventi storici, ma un ritorno alle origini “quel quasi ‘non-inizio’ precedente tutto, tutte le forme, tutte le sostanze”. Non è l’estetica che la interessa ma ciò che attiene alla natura, quando crea legami armoniosi all’interno delle cose e degli esseri viventi. 

Per questo si serve di simboli che non hanno riferimenti a correnti artistiche, bensì all’esigenza di esprimere una visione cosmica in forme moderne. Nella quale è presente la divaricazione tra speranze e desideri da un lato e realtà dall’altra, che viene definita “profonda crepa dell’essere” alla quale reagisce cercando di “attingere l’energia di una rigenerazione capace di dissolvere, o meglio dissipare, quel terrore che costantemente e persistentemente ci abita, come una eco lontana ma non sradicabile”. Lo combatte con il dinamismo, la forza del movimento, alla ricerca di un equilibrio nel tempo e fuori dal tempo, con il mondo e fuori dal mondo.

Intervistata da Marcella Cossu ha definito le due opere nel Giardino delle fontane “un significativo punto di arrivo” della sua ricerca e ha spiegato: “Anche in questi due lavori, ‘Libro in giallo’ e ‘Libri in giallo’, l’opposizione genera l’opera. Del resto, nella natura tutto si svolge per opposte tensioni e movimenti che incredibilmente concorrono, compattandosi, alla creazione di una forma finale”. Sul suo modo di operare ha aggiunto: “Il disegno è una tappa necessaria del processo che conduce alla realizzazione plastica del mio lavoro. E’ un momento privato diversamente dalla collocazione dell’opera nello spazio, momento in cui l’opera diventa definitivamente pubblica. Il disegno in sé ha una valenza non solo progettuale ma è esso stesso un momento di riflessione sull’idea; nel  disegnare chiarisco a me stessa l’idea originaria e la porto verso la sua risoluzione definitiva”.

L’Uovo di struzzo di Mondazzi

Vicino alla vasca più grande, dove in primavera saranno collocate ninfee rose in omaggio a Monet, vediamo il grande Uovo di struzzo” di Marcello Mondazzi, dal titolo “Nihil est ovo”: all’imponenza  si aggiunge il suo contrario, una certa fragilità con un senso di vuoto interno che si ha guardandolo. L’espressione del titolo vaga e allusiva, “non c’è ragione all’uovo”, era scritta in un cartiglio a Villa d’Este di Tivoli, nel cui giardino fu presentato in  una mostra del 2006, poi portato nel giardino della Raccolta Manzù ad Ardea nel 2007, per approdare al Giardino delle fontane della Gnam nel 2008, l’anno di realizzazione della scultura della Catania, ora collocata, “Libri in giallo”.  

E’ frutto di un lavoro particolare su un involucro plastico autoportante e permeabile alla luce, sottoposto a bruciature, combustioni ed alterazioni, fino a trasformarlo in altro, dalla pietra alla madreperla; non è rigido e duro come sembra, deve rendere la fragilità dell’uovo. Le irregolarità della superficie sono come pori su una pelle rugosa, che si attaglia all’uovo visto quale simbolo delle origini: dall’uovo nasce la vita, ricordiamo i dipinti di Vincenzo Maugeri, uno dei quali è stato riferito a D’Annunzio alla mostra dannunziana dello scorso agosto a Pescara, nel 150° dalla nascita.

Usciamo dai giardini dopo tante sollecitazioni naturalistiche e culturali. E stata indubbiamente una mattinata ben spesa, tra l’aria balsamica della vegetazione odorosa e gli stimoli creativi ed artistici. La nuova occasione ci sarà in primavera con le ninfee, sarà una mattinata anch’essa da non perdere.

Info

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Viale delle Belle Arti 131, Giardino delle fontane. Aperto al pubblico fino a domenica 17 novembre 2013, dalle 12 alle 16 salvo condizioni meteorologiche avverse. Cataloghi, da cui sono tratte le citazioni del testo, a cura di Marcella Cossu e Maria Giuseppina Di Monte, Palombi Editore, ottobre 2013, formato 15×21: Cloti Ricciardi, “Nel Giardino delle fontane”, pp. 72, e Lucilla Cafagna, “Nel Giardino delle fontane”, pp. 84.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nel Giardino delle fontane alla Gnam, si ringraziano gli organizzatori con i titolari dei diritti, in particolare le artiste Cloti Ricciardi e Lucilla Cafagna, e anche Marcello Mordazzi, per l’opportunità offerta. In apertura,  Cloti Ricciardi, “Ipotesi grafica”; seguono, Lucilla Cafagna, “Libri in giallo“, 2008, e “Libro in giallo”, 2012,  poi  “Libri in giallo” e “Libro in giallo” di fronte nel vialetto,  e Marcello Mondazzi, “Uovo di struzzo. Nihil est ovo”, 2006; in chiusura, la vasca grande dove in primavera saranno poste le ninfee rose.