Arabia Saudita, archeologia, cultura e storia, al Vittoriano

di Romano Maria Levante

Al Vittoriano, lato Ara Coeli, la mostra “Alla scoperta dell’Arabia Saudita. La terra del dialogo e della cultura”, dal 4 ottobre al 30 novembre 2013, fa scoprire il patrimonio archeologico, storico e culturale poco conosciuto  di un paese di cui è nota soprattutto  la rilevanza economica per essere il primo esportatore e detentore delle maggiori  riserve di petrolio e la rilevanza religiosa come culla dell’Islam e sede della Mecca, con un ruolo primario nella politica internazionale. La mostra, che si inquadra nelle celebrazioni per gli 80 anni di relazioni diplomatiche con l’Italia, è stata promossa dalla Commissione Saudita per il Turismo e le Antichità e curata dal suo vicepresidente Ali I. Al-Gabban, in collaborazione con la Reale Ambasciata Saudita; coordinamento generale di Alessandro Nicosia  presidente di “Comunicare Organizzando” che l’ha realizzata. Catalogo Gangemi Editore.

La citata Commissione Saudita, impegnata nella conservazione del patrimonio e nella promozione  culturale del Regno, ha curato l’esposizione degli oltre 150 reperti, manufatti e oggetti d’epoca  messi a disposizione insieme a immagini che documentano storia, costumi e cultura del paese, crocevia di tradizione e civilizzazioni  per la sua posizione geografica tra l’Oriente e l’Occidente.

I rapporti con Roma sono molto antichi, come risulta dalle monete, sculture e manufatti romani rinvenuti in territorio arabo e presentati nella mostra insieme ai reperti  in ordine cronologico sulle diverse fasi del percorso storico dal Paleolitico e  Neolitico all’età arcaica e all’età  classica  fino al Regno di Arabia Saudita proclamato nel 1932, dall’Arabia pre-islamica al periodo islamico.

E’ un percorso nel quale civiltà diverse si sono incontrate per il flusso di pellegrini verso la Mecca e gli scambi commerciali nel mercato di Okaz, nonché per la rete di trasporti e comunicazioni che ne ha favorito la diffusione e la successiva fusione in un’unica civiltà islamica rispettosa dei valori delle altre civiltà e religioni monoteiste preesistenti accomunate dal rito del pellegrinaggio, considerato il “quinto pilastro”. Il “quarto pilastro” è il patrimonio culturale, i primi “tre pilastri” sono quelli ricordati all’inizio,  cioè la rilevanza religiosa, economica e politica del Regno Saudita.

I rapporti con  paesi lontani,come Siria, Mesopotamia, Egitto e le altre civiltà del Mediterraneo risalgono al 5000 a. C., poi è venuta la  cosiddetta “economia delle oasi” e i grandi centri commerciali, ci sono ruderi degli antichi siti dedicati al commercio dell’incenso  e all’accoglienza dei pellegrini verso la Mecca.

I reperti archeologici e le altre testimonianze storiche

Abbiamo visitato la mostra con la prestigiosa guida del curatore Al I. Al-Ghabban che ha illustrato con toni appassionati e orgogliosi i vari momenti del percorso storico, culturale e artistico del paese.

Si inizia con i reperti più antichi, si pensi che sono state trovate prove della presenza dell’uomo un milione e duecentomila anni fa. Aprono la mostra tre spettacolari monoliti e la documentazione fotografica delle pitture rupestri con aspetti della vita quotidiana nella preistoria;  i siti sauditi sono tra i più ricchi al mondo di queste testimonianze primordiali. Anche nella scrittura il curatore rivendica agli arabi un primato, in una vetrina un’antichissima scrittura alfabetica prima dei fenici.

Dopo le civiltà preistoriche e l’arte rupestre, le prime civiltà e i primi alfabeti, poi gli antichi regni arabi, da quelli iniziali ai regni intermedi  ai tardi regni arabi: la mostra si articola in queste sezioni.

Tra i reperti del periodo iniziale sotto il regno di Madian vediamo delle ceramiche con decorazione geometrica e delle iscrizioni in geroglifici del XIII secolo a. C.

La via dei commerci è stato il fattore determinante degli scambi interarabi e tra Oriente ed Occidente con le carovane che richiedevano stazioni di ristoro, alloggio e protezione con tutto quanto queste attività comportavano. A questa si collega la via dei pellegrinaggi  dall’Egitto e dallo Yemen, dalla Siria e dall’Oriente islamico, come la strada di Zubaidah del VII secolo d. C., in uno dei maggiori siti islamici  da cui si sono ottenute importanti informazioni sull’architettura e l’organizzazione sociale, realizzatore il califfo abbasside Hàrùn el-Rashid con la moglie Zubaidah.

Del periodo intermedio ci sono immagini fotografiche del sito archeologico della città di Taimà, che era circondata da un muro di cinta di 11 Km, vi sono stati impegnati archeologi sauditi e tedeschi: era la capitale dell’impero babilonese nel regno di Nabonide, tra il VI e il VII secolo a:C.  Poi viene evocata l’oasi di Dumat Al-Jandal, in antichità Adummatu, sulla via di collegamento di Taima con Babilonia.

Ancora, in successione, Qaryat  al-Faw, città carovaniera dell’Arabia centrale, non solo foto delle rovine ma anche un prezioso pannello dipinto e soprattutto lo spettacolare Ercole saudita; fu rinvenuto ai limiti di un deserto arabo, e attesta i segni della cultura e civiltà mediterranea.

Poi Najran, stazione sulla via delle spezie e dell’incenso, sito del quale è esposto un gran numero di reperti scultorei in bronzo e alabastro, statuette e teste scolpite di eccezionale fattura, una serie di monete romane in rame rinvenute nel sito attestano i rapporti tra le due culture e civiltà. Oltre a questi materiali duri abbiamo anche busti e statue a figura intera in arenaria del V-III secolo a. C.

Ma ecco le immagini di Mada’ in Saleh, avamposto del regno dei Nabatei sulla via dell’incenso, il grande pannello fotografico ne attesta la grandiosità; è patrimonio dell’Unesco dal 2008, capitale della parte meridionale, a nord c’è Petra con la quale divide lo stile e il fascino delle altissime facciate scolpite in un unico blocco di 40 metri; è  del 300 a C.-106 d. C., forse il sito archeologico più ricco al mondo, un mix di culture, di per sé  un appello permanente al dialogo interculturale.

Nello stesso 2008 è entrata nella lista dell’Unesco Adder’iah, la capitale storica dopo l’unificazione della penisola araba nel primo Stato saudita, 1744-1818, una delle più grandi città esempio di architettura desertica in fango e pietra.

Un altro sito eccezionale è quello al nord, tra le dune di sabbia di Annufud,, vicino alla città di Giubbah, che risale al 7000 a. C., dove sono state rinvenute incisioni rupestri, è stata chiesta l’iscrizione nel patrimonio dell’umanità dell’Unesco. 

Una importante citazione dei siti archeologici  riguarda il villaggio di Fao, del 300-400 a. C., scoperto alcuni anni fa da archeologi sauditi; una scoperta importante perché ha consentito una nuova valutazione di rovine arabe preislamiche  dell’epoca del Regno di Chinda, cui appartiene il grande edificio con decorazioni in bronzo, sculture bronzee e una rara  collezione di dipinti.  E’ un’altra prova dello sviluppo di città arabe nelle vie commerciali dallo Yemen alla penisola arabica. 

Con il periodo tardo cronologicamente si entra nell’era cristiana, i reperti esposti sono dal I al III secolo d.C.: vediamo vassoi e ciotole,brocche  e vasi in ceramica dipinta più una maschera in pietra di fattura primordiale; mentre una coppa e un’anfora di vetro in stile fenicio sono  riccamente decorati:  l’anfora ha un fondo  blu cobalto con sovrapposti motivi geometrici policromi.

Facendo un salto in avanti nel tempo, tra l’VIII e il XII sec. d. C. le ceramiche dipinte si moltiplicano, nelle più varie forme e fatture; tra le tante esposte ha colpito la nostra attenzione soprattutto  un vaso in ceramica dipinta  con la parte superiore verde e l’interno invetriato in blu cobalto; di quest’ultimo colore le decorazioni di un piatto in  ceramica dipinta su tre piedi. Più oltre vediamo delle stele funerarie spettacolari per le iscrizioni che le ricoprono, alcune del  XVI sec. d. C., e una lastra di marmo di fondazione, mentre sullo sfondo una ripresa fotografica mostra la Fortezza di Al Zuraib ad Al-Wajk, perfettamente conservata, sulla via dei pellegrinaggi dall’Egitto.

L’apertura al mondo e la sensibilizzazione sul patrimonio culturale saudita

Il curatore in uno sfogo appassionato dice che come l’Egitto è il dono del Nilo così l’Arabia Saudita è il dono di un territorio aperto agli scambi per la sua ubicazione, ricco non solo di petrolio ma di oro e pietre preziose, spezie, nonché di antiche tradizioni, arte e cultura.

Anfore, piatti e vassoi in argento, insieme a statue, teste e busti e oggetti molto ricercati, tutto esposto in mostra, testimoniano l’arte di allora.

L’Arabia islamica diede luogo alla  diffusione di una nuova cultura nel mondo in contatto con le altre grandi culture, da quella cinese a quella egizia e oltre, si pensi all’estensione del dominio ottomano.  Le iscrizioni su stele e quelle rupestri come i  manoscritti e i dipinti attestano che molti abitanti sapevano leggere e scrivere, e che la lingua araba era già diffusa anche prima del Corano che fu scritto in questa lingua.  Il curatore ci tiene a sottolinearlo.

Il percorso termina con oggetti e articoli che evocano l’ospitalità dei sauditi, dai profumi al caffè arabo con la relativa caffettiera di forma particolare.

La  nostra prestigiosa guida è stata prodiga di riferimenti storici e culturali, come curatore ci ha fatto seguire il filo rosso che collega i diversi momenti della mostra, sempre con tono appassionato. E’ stato un interprete autentico e credibile del messaggio lanciato dall’esposizione perché l’Arabia Saudita sia considerata non solo terra del petrolio ma soprattutto “terra del dialogo e della cultura”.

In questo spirito, il Decreto reale del 2008 per la tutela dei siti archeologici islamici nel paese ha attivato efficaci procedure di mantenimento e conservazione; inoltre è stato implementato dalle istituzioni preposte, Ministero competente e Istituto del Patrimonio, il “Programma nazionale per il mantenimento delle Moschee antiche”. Nel maggio 2010 la Commissione per il Turismo e le Antichità ha organizzato la 1^ Conferenza Internazionale del Patrimonio Architettonico negli Stati Islamici con la partecipazione di 40 paesi e organizzazioni  e un centinaio di specialisti e oratori.

E’ seguita nel  luglio dello stesso 2010 la prima di una serie di mostre delle antichità saudite all’interno e all’estero: l’inizio non poteva essere più prestigioso, si è svolta al Louvre, quattro mesi dopo, nel novembre, a Barcellona; un anno dopo la prima mostra al Louvre , nel maggio 2011, mostra nell’altrettanto celebre Hermitage di San Pietroburgo, poi nel 2912 al Museo Pergamo di Berlino e negli Stati Uniti allo Smithsonian Museum di Washington e al Carnegie Museum di Pittsburgh; nel 2013 quella attuale al Vittoriano di Roma e poi in altri musei nel mondo.

La tutela del patrimonio archeologico e la valorizzazione anche mediante le mostre su scala mondiale è accompagnata da un’educazione culturale all’interno con notevole impiego di risorse per sensibilizzare  soprattutto i giovani al valore del patrimonio dell’antichità e all’ orgoglio che ne deriva su cui si fonda  l’identità nazionale,  lo abbiamo visto esprimersi nel curatore Al Ghabban. A questo fine si fa leva anche sul coinvolgimento delle comunità locali che potrà inoltre  ravvivare l’interesse verso i  mestieri tradizionali che fanno parte del patrimonio culturale del paese.

Viene annunciata anche la costruzione di un Museo per il Sacro Corano a Medina e l’istituzione di nuovi musei  e centri culturali nelle varie provincie in edifici storici pubblici. E non basta, in molte zone del paese vengono attuati programmi di riqualificazione dei centri storici, villaggi e mercati tradizionali e i privati ricevono sostegni finanziari per il restauro di edifici tradizionali.

Ricordare queste iniziative nel raccontare la visita alle opere esposte non è andare fuori tema, perché la mostra è una strumento di conoscenza e diffusione nel mondo di questa nuova consapevolezza sull’importanza della tutela e valorizzazione dei beni culturali di un paese di grande rilevanza internazionale come l’Arabia Saudita. 

L’Italia è impegnata dal 2009 in una missione archeologica nel sito di Dumat al-Jandal, Adummatu, nella provincia di al-Jawf , prima citato,  in forza di un accordo di cooperazione con la Commissione saudita promotrice della mostra;  vi partecipa l’università “L’Orientale” di Napoli; dal 2010 è entrato nell’accordo il Centro nazionale per la ricerca scientifica francese.  

E’ una delle  occasioni di feconde collaborazioni che potranno crearsi  nel settore dei beni culturali, da sempre così importante per il nostro paese, ma forse troppo trascurato  mentre l’Arabia Saudita, che ne ha scoperto di recente il valore, è lanciata in un programma di tutela e valorizzazione a tutto campo. Ci attendiamo ulteriori manifestazioni e risultati da questo notevole impegno.

Info

Complesso del Vittoriano, Roma, p.azza Ara Coeli sala Gipsoteca. Tutti i giorni, compresi domenica e lunedì. Lunedì-giovedì ore 9,30-18,30, venerdì-domenica 9,30-19,30; accesso consentito fino a 45 minuti prima della chiusura. Ingresso gratuito. Tel. 06.6780664; www.comunicareorganizzando.it  Catalogo: “Alla scoperta dell’Arabia Saudita. La terra del dialogo e della cultura”, della Commissione scientifica per il Turismo e le Antichità, Gangemi Editore,  novembre 2013, pp.160, formato 24,5×30.   

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante al Vittoriano alla presentazione della mostra. Si ringraziano “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia e la Commissione Saudita per il Turismo e le Antichitànella persona del suo vicepresidente Ali I. Al-Gabban, con i titolari dei diritti per l’opportunità offerta.  In apertura Statua a figura intera, V-II sec. a.C, seguono Incisioni rupestri a Jabal Um, Sanman e Al-Shwaimis, e Pannello in marmo-alabastro del I sec. a.C., poi Testa scolpita con Statua a figiura intera in arenaria, V-II sec. a. C. e Stele funeraria in basalto con iscrizioni, X-XII sec. d. C e Statua di Ercole  del sito di Al.Faw; in chiusura il sito di Mada’ in Saleh.

Crocetti. Il ‘900 e il senso dell’Antico, a Palazzo Venezia

di Romano Maria Levante

“Venanzo Crocetti. Il sentimento dell’Antico, l’eleganza del Novecento” in  mostra a Roma a Palazzo Venezia dal 2 settembre  al 20 ottobre 2013.  A cura di Paola Goretti e Raffaella Morselli, in sale trasformate in un tempio classico con un allestimento  nel quale sono state inserite  in modo armonioso le 85 scultureselezionate nella sua vasta produzione la cui esposizione permanente è nel Museo della Fondazione Crocetti in via Cassia a Roma. Tre  sezioni: “Elegantiae” la  raffinatezza del classicismo, “Etternale ardore” la tragicità dell’epica, “Clementiae” il lessico rusticano. La mostra  apre e chiude con il sacro, il Crocifisso e il bozzetto del Portale della Basilica di San Pietro

L’allestimento della mostra a Palazzo Venezia

E’ un “presente senza tempo”  quello delle sculture di Crocetti, ben definito dal titolo della mostra, perché nell’elegante modernità del Novecento c’è tutto il sentimento dell’Antico nelle espressioni di cui alle tre sezioni. Le ballerine e le modelle, le teste e i busti della sezione “Elegantiae” rimandano alla raffinatezza classica; le Maddalene e i rapimenti, le fughe e gli incendi, le lotte animali  della sezione “Etternale ardore”  al tragico dell’epica, i pescatori e bagnanti, gli animali del mondo contadino  della sezione “Clementiae”  al lessico rusticano.  Grandi statue di bronzo in cui il tocco dell’artista è leggero, sono monumenti che esprimono sensazioni intense, dalla grazia alla forza.

Come è possibile tutto questo? L’artista di cui si celebra il centenario dalla nascita avvenuta nel 1913 ha avuto un costante dialogo con l’antico pur collocato saldamente nel ‘900 in cui si è posto da protagonista tra gli scultori. Questo richiamandosi ai mitici Donatello e Niccolò dell’Arca, e anche a Marini, Antelami e Poussin, nonché più in generale agli spunti italici e mediterranei fino a greci ed etruschi, egizi e piceni.  Le sue composizioni hanno un forte senso plastico, una solidità radicata nella profonda ispirazione che non ha mai mostrato nel corso dei decenni  alcun cedimento alle suggestioni delle avanguardie e della contemporaneità nazionali e internazionali.

Nelle grandi sale al piano nobile di Palazzo Venezia, la Sala Regia, la Sala delle Battaglie e la Sala del Mappamondo, il curatore dell’allestimento Cesare Mari ha realizzato un colonnato armonioso,  riproducendo un porticato classico il cui candore lo rende quasi evanescente, per un richiamo al “presente senza tempo”: si è parlato di grecità e anche di elegia perché Mari è riuscito a creare un clima e un‘atmosfera di indicibile fascino senza prevaricare con l’allestimento le opere collocate all’interno del colonnato, che invece vedono valorizzata la loro classicità e imponenza. 

Tutto è avvolto in una penombra che dà il senso del tempo e del mistero, con l’illuminazione di Giuseppe Mestrangelo volta a riprodurre i percorsi ipotetici della luce naturale più conformi all’idea dell’artista, scavando nelle pieghe della materia, nelle sue rotondità e negli spigoli, evidenziandone la forza espressiva. Completa l’immersione nel mondo di Crocetti un sistema di proiezioni nell’alto delle pareti delle sale, di Mario Flandoli, con i pensieri dell’artista  tratti da diari inediti e immagini della sua opera scultorea. Ricordiamo al riguardo che al Museo della Fondazione Crocetti c’è il suo studio di scultore, diremo alla fine perchè è bene visitarlo dopo aver ammirato le 85 opere della mostra di Palazzo Venezia, c’è ancora tutto il suo mondo.

Nell’arte l’orgogliosa reazione a un’infanzia sfortunata

Nel commentare la mostra celebrativa del centenario del Maestro, riteniamo di aderire meglio al suo spirito ricordandone la vita e le opere senza limitarci alla descrizione delle opere esposte.

Ricordiamo subito che la sua prima esposizione avvenne nel 1930 a 17 anni, innumerevoli i premi conseguiti, le partecipazioni  alle Quadriennali di Roma e alle Biennali di Venezia dove la sua fu una presenza costante; ebbe presidenze e  cattedre di scultura nelle grandi Accademie nazionali nonostante avesse un temperamento schivo. Tutto questo si può vedere quasi a compensazione dei colpi della sorte subiti  dall’età infantile: orfano di madre a dieci anni, due anni dopo perdette anche il padre  e fu affidato allo zio paterno,che faceva il  muratore a Portorecanati.

Ebbe la forza di volontà di reagire all’avverso destino con un orgoglio e una determinazione a sostegno di un talento innato. Ha scritto  Carlo Ludovico Ragghianti: “Non si riscontrano nella formazione e nel percorso di Crocetti dibattiti o crisi. Una spontaneità felice, oltre ogni difficoltà e talvolta divieto di vita specie nella prima età, ha presieduto alle origini artistiche dello scultore, chiaramente un predestinato che fin dalla pubertà ha inseguito con tensione ininterrotta, e si direbbe con serenità, la finalità scoperta fin dalla vocazione”. L’arte, dunque, come rivincita sulla vita.

A Teramo, dal “Giovane Cavaliere della Pace” al “Monumento ai Caduti”

Ricordiamo che nella sua proiezione all’esterno ebbe il decisivo appoggio di Antonio Tancredi, scomparso nel maggio 2012, un mecenate moderno con la Banca di Teramo di cui era presidente, oltre che mediante la Fondazione Crocetti  di cui da vice presidente Tancredi divenne presidente alla morte dello scultore.  Un sodalizio altamente proficuo, che ha portato anche a molte reiterazioni di opere accrescendone così la fruibilità e diffusione; ne rimane un segno permanente nella terrazza della Banca di Teramo con la “Piccola Loggia dei Lanzi”, un’esposizione permanente a cielo aperto di sue opere particolarmente significative, le modelle e le ballerine in diverse pose e atteggiamenti,  gli animali fino a raggiungere il culmine nel “Giovane Cavaliere della Pace”.

E’ l’opera che per il suo valore altamente simbolico è stata esposta, oltre che in molte grandi città nel mondo, all’Ermitage di San Pietroburgo e al Tretiacov di Mosca, al Parlamento europeo di Strasburgo e al Palazzo dell’ONU di New York, fino al Museo di arte contemporanea di Hiroshima: li abbiamo citati in un crescendo legato al più alto valore civile rappresentato in modo magistrale, la pace e la gioventù per il futuro. 

Della grande statua che ha girato il mondo vi sono diverse incarnazioni stabili, dal Museo della Fondazione Crocetti al  “Monumento ai Caduti di tutte le Guerre” a Teramo – che è la sua città, essendo nato a Giulianova sul litorale teramano – dove spicca all’interno della grande composizione celebrativa; oltre che nella  “Piccola Loggia dei Lanzi” prima citata, con un serto d’alloro sul capo del Giovane Cavaliere, assente negli altri esemplari altrettanto monumentali. Nel “Monumento ai Caduti”, il Giovane Cavaliere  è la figura serena e proiettata nel futuro posta al centro di imponenti sculture svettanti, tutte di ben quattro metri, che esprimono il sacrificio dei “Caduti della Terra”, i “Caduti del Mare”, i “Caduti del Cielo” con le loro forme allungate in modo estremo, nervose e scavate, protese nel momento supremo dell’eroismo. Un Mausoleo altamente simbolico,  la rappresentazione epica è coronata dai tigli con la catena del Gran Sasso sullo sfondo; vi si svolge l’annuale omaggio delle autorità cittadine ai Caduti il 4 novembre, nell’anniversario della Vittoria.

La vita torna prorompente nella “Maternità”, altra statua all’aperto sempre a Teramo in piazza Orsini dinanzi al Municipio, un angolo raccolto tra il Duomo e il Vescovado: una madre splendida nella sua nudità solleva un bambino vestito, la sua è una seduzione  naturale  nel ritorno alle origini.  Mentre nel portale sul retro del Duomo, nella centralissima Piazza Martiri della Libertà, il suo bassorilievo  dell’“Annunciazione”, che si staglia sulla scalinata dove si affollano i giovani universitari, l’ultima opera incompiuta, completata dalla colomba di Silvio Mastrodascio, venuto dalla montagna abruzzese di Cerqueto, come Crocetti proviene dal marina di Giulianova.

Tornando alla “Piccola Loggia dei Lanzi” teramana, ricordiamo le parole che ci disse nel 2009 Antonio Tancredi, il realizzatore di questo  Museo a cielo aperto nella Banca di Teramo di cui è stato storico presidente, come lo è stato della Fondazione Crocetti:  “I contenuti umani delle sue opere sono universali, come la passione e l’amore, la gioia e il dolore, la contemplazione illuminata e l’esaltazione della vita”. E lo precisò così: “Alcune esprimono lo smarrimento e l’umiltà e altre l’eleganza e la forza e altre ancora la dolcezza e la prepotenza. In tutte le figure sono impressi i modi di essere dei sentimenti e delle interiorità che si incontrano nel mondo”.  La profondità di questi contenuti viene da un “‘monaco della scultura’, che in tutta la sua vita ha sempre cercato il lavoro, in silenzio e solitudine. Un artista che non conosce pause per feste o per ferie, che non ammette distrazioni, neanche le più lecite, perché queste opere sono la sua famiglia, i suoi figli, tutto il suo mondo”.  

Raffaella Morselli, curatrice della mostra con Paola Goretti, lo descrive così: “Non cercava il lancio professionale, il mercato, il gallerista che lo accompagnasse in un percorso di autopromozione, ma era sufficiente a se stesso e alla sua arte”. ‘

Le opere in mostra a Palazzo Venezia

Nel guardare la vetrina rappresentata dalla mostra, passiamo dalle parole del mecenate suo sodale per una vita, alle analisi critiche della sua scultura improntata alla classicità, dove l’eleganza del ‘900 si associa al senso dell’Antico con il realismo reso dalla compostezza unita al realismo, la plasticità coniugata all’astrazione.  I giudizi che riportiamo si riferiscono alle opere esposte nelle tre sezioni, secondo il diverso grado di tensione accordato ai contenuti che abbiamo prima riassunto.

Secondo Enzo Carli, “conferisce ai suoi ritratti… una tensione psichica, o un moto fisico o, meglio, fisionomico che sommuova la compostezza – non, si intenda, la freddezza o l’immobilità – dei loro lineamenti”. Per  Floriano De Santi “è classica l’arte che compendia nella rappresentazione della forma una concezione globale del mondo, un’esperienza storica dello spazio e del tempo, del naturale e dell’umano, di cui si concede che mutino secondo i momenti e i luoghi, gli aspetti contingenti, ma non la sostanza o la struttura, cioè la storia intesa come coscienza del valore e ordine degli eventi”.  

Per lo più sono figure umane, ballerine e modelle, bagnanti e donne comuni, che colpiscono per la calma e l’equilibrio, in una dimensione monumentale che sovrasta la statura comune, spesso oltre due metri e mezzo, nella ricerca di classicità pur nell’approccio moderno alla scultura.  Altro segno di classicità la bellezza muliebre vista come nell’antichità classica e nel Rinascimento, dove la  sensualità naturale è tradotta in nudi che esprimono un’innocenza primigenia da paradiso terrestre.

E’ il tema prevalente della prima sezione della mostra, “Elegantiae” con esposte molte di tali figure, allieve  di danza e modelle, donne e fanciulle,  alcune di notevoli dimensioni, ben più che grandezza naturale, con il bronzo che ne accresce l’imponenza. La curatrice  Paola Goretti le definisce “icone di fierezza quasi inavvicinabili, come divinità del tempio desunte dalla statuaria egizia. Paradossalmente, stanziali più che mai. Dall’alto del loro gesto,scrutano pensose, immerse nel colloquio intimo con lo spazio che vibra attorno”.

Citiamo le tre monumentali “Grande allieva di danza” in diverse posizioni, tra lo statuario e il leggiadro, sono del 1972, ’77 e ’92, del 1959 un’“Allieva di danza in riposo” e del 1960 un busto di “Allieva di danza”; più recenti l’“Equilibrio armonico di una ballerina”,1990, preceduto dall’“Omaggio alla lontana splendida danzatrice di Olimpia”, 1998, che non poteva mancare in questa mostra; e  poi tante “Ballerine” dove l’imponenza statuaria si unisce al dinamismo, come se i quadri di Degas prendessero forma roteando i loro corpi, mentre le vesti tagliano l’aria in uno slancio di vita.  Di tema affine “La modella” del 1964, poi la “Modella in riposo”, 1966, e “Modella che si spoglia”, 1976. La grazia muliebre è rappresentata anche in soggetti comuni come “Ragazza seduta”, 1946, o mitici come “Sibilla”, 1998;  in “Ritratto di ragazza”, 1949, e  “Ritratto di donna”, 1968, entrambe con la testa pensierosa appoggiata alla mano; in “Fanciulla con le trecce”, 1957, e  “Ragazza con le trecce”, 1991.

Spesso lo stesso soggetto viene interpretato in modi diversi in un vasto arco temporale, segno che non si tratta di ispirazioni passeggere, ma di motivi permanenti nell’assoluta coerenza stilistica.

Non vi sono solo statue monumentali e comunque imponenti, anche una galleria di busti e teste, dal 1940 al ’65: molte “Teste di donna”,  ma anche “Teste di uomo” , “Testa di bambino con cappello”  e “Testa di bambina con cappello” cui associamo la “Donna che guarda la luna”, 1956, dai capelli coperti e lo sguardo sognante, fino al busto di “Gabriele d’Annunzio” del 1940, due anni dopo la morte del Poeta. Sono esposte anche piccole composizioni che rispetto alle altre sembrano miniature, come  “Le lavandaie”, 1937, e i due “Balletto antico”, 1940, in  25 centimetri c’è leggiadria e movimento, grazia e sensualità.

Per Fortunato Bellonzi è la “femminilità che sopporta il peso del proprio fiore”, la “carne che già dimette le promesse acerbe, e che pare liberarsi della veste come di una costrizione”. Inoltre “negli atti dei volti e delle membra dominano una compostezza austera, che attribuiresti al sentimento di un destino oscuro e vagamente minaccioso, e un riconoscimento costante della creatura e del suo vitalismo prorompente negli anni giovani “. E’ la sintesi tra classicità e realismo voluta dal Maestro.

Nella seconda sezione, ‘“Etternale ardore” – titolo preso dal XIV Canto dell’Inferno, verso 37 -si esprime in opere tormentate. “In esse, commenta la Goretti, affiora tutta l’anima del dolore, del pianto antico, delle lamentationes; in un dosaggio di diminuzione dei toni elegiaci, verso tinte dell’ombra. Il trattamento rimane composto, ma in alcune soluzioni di estrema concitazione si organizza in masse informi abitate da grida stranianti”.

Così “Maddalena” o “Maria di Magdala”  nelle diverse espressioni, dal 1956 al ‘73-76, fino all’85, cui corrispondono positure diverse: eretta si tiene la testa nella tempesta o ha la testa piegata, è  accovacciata o piegata in due, perfino in ginocchio. Rivela una vitalità sofferta, raccolta e pronta a scattare come le fiere ferite, scarmigliata al pari di un’Erinni, in un concentrato di angoscia, sofferenza, disperazione, l’opposto delle allieve di danza e modelle della prima sezione.

La sofferenza è anche negli animali, che Crocetti definiva “maestri di vita”  perché i loro movimenti istintivi rivelano quelli naturali,  nell’uomo nascosti dalle convenzioni, a parte quelli nell’età infantile e nella tarda età dove torna l’istinto.  Espressioni sofferte in “La gazzella ferita”, 1933,  e “La caduta del cavallo”, 1975, mentre la violenza si esprime nella “Lotta di cavalli”, 1940,  e “Lotta di animali”, 1968; la nobiltà animale in “Cavallo che si abbevera”, 1965, e nella “Leonessa”, 1936; l’azione predatrice in “Leonessa con il serpente”, 1935, e  “Leonessa  con la preda”, 1960.

C’è anche la sofferenza umana dinanzi a eventi catastrofici, come “L’incendio”, “Terremoto” e “Il ratto”, sculture di piccole dimensioni del 1945, la prima una sorta di “Nike” sofferente, le altre due contorte e intrecciate come dei “Laocoonti”  moderni. 

L'”etternale ardore” si esprime inoltre nella tensione degli spettatori in vario modo assorti in “Loggione”, 1939, e nella tensione mistica di “Giacobbe e l’angelo”, 1955, fino alla tensione vitale di “Scene di vita”, 1932, e alla tensione che si scarica nella sosta di “L’uomo appoggiato ad un tronco”, 1937.

Siamo alla terza sezione, “Clementiae”,  rimanda a immagini popolaresche rimaste impresse nella sua mente, che sono state lo spunto anche di una vastissima serie di disegni a carboncino molto densi ed espressivi. La Goretti le riassume nelle parole “Ruralia, Animalia, Rusticalia. Questo è il Crocetti più flessuoso e pacificato, disteso nella gloria di un mezzogiorno contadino mosso da antica grecità… tornano a galla i resti di un mondo agreste , accogliendo il Virgilio delle Georgiche e delle Bucoliche  e la sua arcadia elementare, risolta nelle cifre della modernità”.

Figure non statiche, per lo più di grandi dimensioni: dalle più antiche statue degli anni ’30 “La gravida”, 1932, e “Fanciulla al fiume”,  1934,  “La portinaia”, stesso anno, e “Pescatorello”, 1935, “Zingara”, 1937; a quelle dei decenni successivi,  da “Bagnante”, 1948, a  “Ragazza al fiume che saluta”, 1969 e “Bagnante con cappello che si asciuga”, 1981. Sono vere e proprie istantanee scultoree di persone singole,  che esprimono dinamismo nella posizione, eretta o piegata in vario modo. Tra le più antiche c’è l’unica composizione con più figure, “La vendita della vacca”, 1932, un piccolo bronzo che fissa in modo realistico il  momento dell’accordo al mercato.

Alla galleria umana segue quella animale, questa volta non sono le fiere dell’ “etternale ardore”, ma piccoli animali da cortile, come “La gallina”, 1931, e “Il gallo”, 1961, e grandi animali del mondo contadino come “Vitellino”, 1937, e “La mucca”, 1938: il pensiero va  a “T’amo, pio bove, e mite un sentimento di vigore e di pace al cor m’infondi…”, lo vediamo “solenne come un monumento”.

La conclusione, che è forse il “clou” della mostra, oltre ai due  marmi senza data, “Maternità” e “Iside”- eccezioni rimarchevoli tra la generalità delle opere in bronzo – è l’epopea del cavallo. Lo abbiamo visto nella sezione precedente mentre si abbevera, cade o è in lotta; qui lo vediamo con il cavaliere in composizioni di varie dimensioni, dalle più piccole di 40 cm, “Cavalieri che si salutano”, 1969, e “Cavallo e cavaliere”, 1970, alle due più grandi dallo stesso titolo “Cavallo e cavaliere”: quella del 1967 di oltre un metro e 30, e quella del 1972 di un metro.  Sono immagini nervose con dinamismo represso. Non poteva mancare il “Giovane Cavaliere della Pace”, di cui abbiamo già parlato, è esposta una versione piccola, poco più di 90 cm, del 1987, che ha il serto in testa, come nella versione monumentale alla “Piccola Loggia dei Lanzi” della Banca di Teramo.

Per Ragghianti,  “Crocetti nella composizione di figure, negli animali e specie nei cavalli infondeva un fluido continuo e incalzante, la strofe plastica si diramava come un organismo accelerato dal moto e ritmato dal respiro, e così mosso destinato a serbare per sempre l’originaria pulsante dinamica”. Anche il cavallo del “Giovane Cavaliere della Pace” esprime vitalità con il muso mentre bruca il terreno, che si coniuga alla serenità del giovane chinato ad accarezzargli il collo in una composizione di grande compostezza che anche per questo è assurta a simbolo universale.

Su quest’opera-simbolo aggiungiamo una notazione personale. Il serto sul capo nel piccolo esemplare in mostra e nella versione monumentale nella “Piccola Loggia dei Lanzi” a Teramo, simile a quello sulla testa di “Bacco”, 1956, e di “La fruttivendola”, 1978, è un motivo che ritorna. Ma nel Giovane Cavaliere incorona un viso con gli occhi accesi, non è una variante ornamentale, fa ripensare al giovane protagonista del film “L’attimo fuggente” nelle intense e drammatiche sequenze  della rappresentazione teatrale che ne fa anche un simbolo delle passioni giovanili con le inquietudini che agitano e l’aspirazione alla pace, dinanzi alla tragedia sempre incombente.

Questa spontanea associazione di idee e di sentimenti riporta il Giovane Cavaliere ad una dimensione personale e interiore, mentre la versione che ha girato il  mondo ed è stata esposta a San Pietroburgo e a Hiroshima, davanti al Parlamento europeo e al Palazzo delle Nazioni ha proiettato nei luoghi simbolo l’immagine forte dell’aspirazione universale alla pace.

A Roma la “Porta dei Sacramenti” di San Pietro e lo Studio dell’artista

Il “Giovane Cavaliere della Pace”  lo pone, dunque,  al culmine nella espressione simbolica della sua opera in una dimensione laica, mentre la “Porta dei Sacramenti” della Basilica di San Pietro, il cui bozzetto è esposto a coronamento della mostra di Palazzo Venezia, è il culmine della sua dimensione sacrale: sono 8 pannelli separati, li collega il profondo legame  tra la figura ieratica del celebrante e la posizione dimessa del penitente che vibra dell’emozione dinanzi al divino. C’è anche la grande “Croce della Passione”, 1954, a completare  idealmente il percorso sacro della sua opera.

Con questi altissimi messaggi  l’artista ha nobilitato la scultura come espressione dei valori più alti, personali e collettivi, e dal carattere  schivo è assurto a portavoce di sentimenti universali.

Abbiamo detto all’inizio che dopo aver visto la mostra vale la pena di andare a visitare lo Studio dell’artista alla sede della Fondazione Crocetti sulla via Cassia, nella zona della Tomba di Nerone  dove si trova il Museo che realizzò lui stesso con grande impegno personale e preveggenza. La Morselli rivela che ha disposto persino, nella pur improbabile ipotesi che la Fondazione finisse, di disseminare nel mondo le tante opere che vi sono raccolte collocandone una in ogni grande museo.

Il portone d’ingresso, in patina dorata  come la “Porta dei Sacramenti”, è  un bassorilievo con figure al lavoro che recano i segni della fatica umana in un’agitazione febbrile. Ci sono cinque vaste sale su due piani, l’esposizione permanente delle sue opere sembra una foresta incantata ma non pietrificata, tanto è il dinamismo e la vitalità, la serenità e la compostezza delle grandi figure bronzee che la popolano il cui calore supera la soggezione legata all’imponenza monumentale.

Dietro una grande vetrata  è offerto alla vista il suo studio come lo ha lasciato quasi ne fosse uscito momentaneamente, pronto a riprendere il lavoro, ci sono attrezzi e strumenti, bozzetti e disegni, pannelli e bassorilievi: come quello in gesso, al sommo di una scaletta, con “Angelo, la Madonna e il Bambino” in piedi, che sembra attendere solo la fusione finale per divenire opera compiuta, oltre ai bozzetti della “Porta dei Sacramenti”  e della “Croce della Passione”  in primo piano, a busti e statue disseminate per il vasto spazio dello studio. Si sente la creazione artistica nel suo manifestarsi mediante opere incompiute e abbozzate, poste con la casualità del quotidiano con le suppellettili e gli oggetti propri di ogni abitazione.

Abbiamo compiuto, partendo dalla mostra a Palazzo Venezia, un periplo nel percorso artistico di Venanzo Crocetti sul territorio dove si è espresso. Oltre alle opere esposte, su cui abbiamo riportato i giudizi dei critici, nel celebrare il centenario non potevamo omettere le opere che a Teramo sono  offerte permanentemente al pubblico:  la citazione d’obbligo per  la “Piccola Loggia dei Lanzi” della Banca di Teramo – creazione di Antonio Tancredi presidente della Banca e della Fondazione Crocetti – è andata al “Giovane Cavaliere della Pace” posto al centro come nel vicino “Monumento ai Caduti di tutte le Guerre”, fino alla “Maternità”  in Piazza Orsini e all’“Annunciazione” nel portale del Duomo.  Il bozzetto della “Porta dei Sacramenti” per il Portale di San Pietro, il culmine dell’espressione sacrale, ci ha riportati a Roma dove la visita al suo Studio d’artista nel Museo della Fondazione Crocetti  sulla via Cassia è una tappa obbligata che suscita autentica emozione.

E’  un percorso che viene spontaneo compiere dopo aver apprezzato l’esposizione della mostra nella quale le sue opere sono inserite in un contesto classico con il prestigioso allestimento del colonnato, creando un tempio popolato di statue monumentali. Nella terrazza della Banca, nelle piazze e nel Duomo di Teramo le sue creazioni sono inserite nella vita pulsante, come a Roma per il Portale di San Pietro. Anche il suo Studio d’artista fa parte di queste immersione nella  vita perché, come abbiamo detto, se ne sente la presenza quasi  se ne fosse allontanato momentaneamente.

E’ un modo di celebrarne il centenario che ci è parso appropriato rendendo il senso di vitalità espresso nelle sue opere, viste non solo nella solenne sede espositiva, ma anche “en plein air”, nella vita pulsante di cui segnano momenti toccanti per la compostezza e insieme la forza espressiva.

La curatrice Morselli,  ricordandone le radici abruzzesi, lo colloca “tra gli scultori che hanno vangato in profondità le pieghe della terra e hanno formulato, con il loro lavoro, nuovi ma sempre antichi postulati. Perché l’arte senza tempo ha bisogno di tempo per manifestarsi in tutto il suo splendore”.  La mostra di Palazzo Venezia nel centenario ne celebra la consacrazione che c’è già stata a livello internazionale: “Crocetti – è sempre la Morselli – deve stare nei campi elisi dove la provvidenza l’ha consegnato fin dalla sua infanzia disgraziata, eppoi stoica, illuminata, predestinata. La sua carriera è stata una lunga cavalcata”. Con umiltà ed emozione  ne abbiamo ripercorso alcuni momenti.  

Info

Palazzo Venezia, Roma, via del Plebiscito, 118. Tel. 06.69994388. Martedì-domenica ore 8,30-19,30,  la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso intero euro 5, ridotto 2,50 cittadini UE età 18-25 anni e insegnanti di ruolo nelle scuole statali.  Catalogo: “Venanzo Crocetti e il sentimento dell’Antico. L’eleganza del Novecento”, a cura di Paola Goretti, introduzione di Raffaella Morselli, Allemandi & C. Editore, agosto 2013, pp. 156,  formato 16,5×24; segnaliamo, inoltre, i volumi: “Venanzo Crocetti”, di Enzo Carli, Accademia Nazionale di San Luca, 1979, pp. 264, e “Crocetti”, a cura di C.L. Ragghianti, E. Carli, F. Bellonzi,  1984, pp. 184; per le opere non scultoree  “Venanzo Crocetti. Disegni e incisioni”, con testi di Fortunato Bellonzi e Floriano De Santi, Editalia 1997, pp. 230. Dal Catalogo e da questi volumi sono tratte le citazioni del testo. Cfr. anche il nostro articolo “Il mondo di Venanzo Crocetti”, in “cultura.inabruzzo.it” il 2 febbraio 2009.

Foto

Le immagini dellle opere di Venanzo Crocetti sono state riprese da Romano Maria Levante nella mostra a Palazzo Venezia, si ringrazia la soprintendenza museale e l’organizzazione con i titolari dei diritti, in particolare la Fondazione Crocetti, per l’opportunità offerta; l’immagine dello Studio d’artista, in chiusura, è stata ripresa, sempre da Romano Maria Levante, al Museo della Fondazione Crocetti che si ringrazia anche per questa opportunità. In apertura, della sezione “Clementiae”, “Giovane Cavaliere della Pace”, 1987;  seguono, della sezione “Elegantiae”,  due riprese della sala, con in primo piano “Grande allieva di danza”, 1977,  e  “La modella”, 1964,  a sinistra, con “Sibilla”, 1998, a destra; poi “Omaggio alla splendida danzatrice di Olimpia”, 1998,  e “Modella in riposo”, 1966; “Ragazza seduta”, 1946, e uno scorcio panoramico della sala; quindi, della sezione “Etternale ardore”,   “Maddalena”,  1973, e “Terremoto”, 1945,   il “Bozzetto definitivo della porta di San Pietro”, 1958, e la “Croce della passione”, 1954; in chiusura una visione della sala di Palazzo Venezia con le sculture esposte nel colonnato dell’allestimento classico in una suggestiva penombra e una ripresa del suo Studio d’artista nel Museo della Fondazione Crocetti  a Roma in via Cassia 492.

Padiglione Italia, 2. Artisti contemporanei nel Lazio

di Romano Maria Levante

Si conclude il racconto della visita alla mostra di Roma, a Palazzo Venezia, aperta dal 24 giugno al 22 settembre 2011, con le opere degli artisti della Regione Lazio del periodo 2000-2010, che hanno espresso la creatività contemporanea della regione, nel quadro del Padiglione Italia all’Arsenale di Venezia, che ha coinvolto tutte le regioni e tutti gli Istituti di cultura italiani all’estero. La manifestazione, curata da Vittorio Sgarbi per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, e organizzata da Arthemisia con l’apporto della Fondazione Roma Arte-Museiè stata innovativa: gli artisti selezionati da una Commissione di intellettuali e non dai critici d’arte.

Riprendiamo il racconto della visita dinanzi al quadro di impronta classica di Giovanni Tommasi Ferroni, che sembrava uscire dalla contemporaneità nella forma e nel contenuto:  l’“Aurora boreale a Roma” era un cocchio celeste con sopra le divinità, il cavallo ricordava quelli famosi di Paolo Uccello, l’Aurora ci richiamava la sua dea, Eos, e la sua eterna storia d’amore con Titone,  un rampollo della famiglia di Priamo che per sua intercessione ebbe da Giove l’immortalità, ma la dea dimenticò di chiedere per lui l’eterna giovinezza. Qui, però, il cocchio era affollato, mentre Eos, nella storia narrata dal romanzo spettacolare di Paolo Andreocci, “Eos e Titone”, sul proprio  cocchio era sempre sola, libera nei suoi amori.

Si affollavano i ricordi di quella appassionante lettura, mentre lo sguardo andava sul quadro vicino, dal titolo “Per quel che ricordo”, di Coralla Maiuri, un’immagine altrettanto serena e liliale: due grandi fiori dalla corolla azzurra e blu che fluttuavano nell’aria.

Una scultura  molto particolare ci riportava sulla terra, “Il mimo” di Mario De Luca, in pezzi di materia, ottone, rame e bronzo, tenuti da fili metallici, notevole il dinamismo reso dai materiali.

Altri ambienti, altre espressioni fotografiche della contemporaneità, di Michele Zara, “Corpo iniziale”,  due riprese di un viso intenso dipinto come una maschera, su fondo nero altrettanto intenso;  di Claudio Valenteun nudo erotico, “Sogno”; ben diverso da “Doppio sogno” di Barbara Salvucci, una sorta di tunnel lungo due metri fatto di spirale di ferro, che si allargava alle estremità. Vicino all’eccitante  sogno due paesaggi molto diversi, “Respiro” di Claudio Valenti, un figurativo con il verde della campagna fino all’orizzonte, e “Transito” di Franco Viola, tre livelli cromatici molto netti, giallo, rosso arancio e blu, molto netto ed efficace.

Mentre il “doppio sogno” rimandava a certi incubi notturni, anche se il tunnel non era opprimente essendo la spirale aperta tutt’intorno, non si aveva tale l’impressione dinanzi al grande albero intitolato “Senza ombra di dubbio”, di Teresa Emanuele, in tecnica varia. Fosse stato o meno l’albero della vita, nella sua centralità da protagonista ci ha ricordato l’albero del film “Alamo” , che John Wayne additava alla donna ammirandone l’imponenza, la notte prima della battaglia in cui è destinato a soccombere con gli eroici difensori del forte americano assediato dalle forze preponderanti messicane. Un parallelo personale il nostro, il quadro evocava  i tanti alberi scolpiti nella memoria o immortalati dall’arte, ricordiamo le stilizzazioni progressive di Mondrian. Molto indovinato metterci vicino “Il folle volo” di Stefano Piali, diversissimo in tutto, essendo un grande cerchio in resina e bronzo, ma altrettanto poetico nell’ispirazione e nella fattura  che delineava in modo appena percettibile le sembianze di Icaro.

Da questa visione poetica alla rude realtà il passo era breve, l’immagine del volto di bimba in bianco e nero con una corona di spine e la scritta “sinite parvulos venire ad me”, “I’m raped”  il drammatico titolo, autore Guido Fabrizi.  Edificante, invece, nel titolo, “Fede, speranza, carità”, posto a lato, ma le tre immagini di Lara De Angelis contorte e dai colori violenti esprimevano esse stesse sofferenza. Altro tipo di violenza nelle immagini fotografiche ravvicinate di un doppio Tyson, proposto da Stefano Mezzaromacon il titolo “Don’t look at me”. come diverse le delicate “Monocromie di ritmi viola” di Renata Rampazzi e “Silenzi” che Mario Moretti esprimeva in un arancio omogeneo con appena visibile il profilo di una montagna, il colore spegneva il suono.

Impressionante il “Deus absconditus” di Giovanni Gasparro, viluppo di corpi nudi tenuti dai fili di un burattinaio di cui si vedevano solo le mani, inquietante come lo era “La sposa” di Lithian Ricci, sospesa nell’aria in posizione yoga con a lato la misteriosa figura nuda efebica dalla testa di animale del presunto sposo. L’ambiente era ravvivato dal rosso di “Islands” di Renzo Bellanca, come dall’azzurro del cielo su “Corso d’Italia” di Giulio Catelli, e soprattutto dal“Notturno di Roma dipinto dal vero”, di Giovanni Di Carpegna Falconieri,  in giallo ocra alternato al nero.

Enigmatico e festoso il  “Sorriso per la speranza” di Augusto De Romanis, metà di un viso che sbocciava dal verde sullo sfondo rosso, ricordava una fisionomia inconfondibile ma senza occhi non si può esserne sicuri, poi non vorremmo buttarla in politica. Altrettanto festoso, quasi naif, ma forse amaro in chiave femminista, “Come tu mi vuoi” di Giovanna Picciau, una galleria della donna nelle diverse incarnazioni e ruoli in cui la confina la sopraffazione operata dal maschio.

“Noi” di Teresa Coratella una tavolozza di colori con forti pennellate, al suo fianco “Lungomare” di Mariano Filippetta uno specchio di un blu profondo. Come lu lo sfondo del bel “Ritratto di Marcia Teopphilo poetessa” di Aldo Turchiaro, il fascino della donna, quasi una matrioska, e il mistero del gatto sulla sua spalla, intorno il volo degli uccelli; enigma e fascino, mito e mistero.

L’incomunicabilità era espressa da Silvia Codignola con “La cena primaria”, le due persone agli estremi della  lunga tavola avevano le braccia conserte che esprimevano chiusura in se stessi e lo sguardo spento e perso nei visi che non si distinguevano nel buio era senza espressione. Mentre “Il ragazzo seduto in terra” di Marco Cola, pur nel suo isolamento, aveva lo sguardo vivo.

Niente era buio come “Magik (negative and positive pole)” di Orazio Battaglia, uno specchio di un nero profondo e null’altro; al quale accostiamo, per associazione cromatica, lo specchio blu visto in precedenza. Altrettanto nero “Il più ignobile e macchina del tempo con immagine virtuale” Gabriella Di Trani, in video galleggiava in rilievo l’immagine colorata dipinta nel quadro vicino,  una bocca che afferrava un oggetto a strisce.

Erano neri  anche gli “Alberi” di Lorenzo Cardi, in nove fogli e “L’eterno cammino in salita” di Lughia, quattro pannelli con una lunga teoria di figure incolonnate, quasi verso il nulla, o chissà dove. Le “Strutture per un vortice” di Sinisca, tecniche miste in acrilico e acciaio davano, in bianco e nero, una diversa dimensione, con uno spettacolare  grande occhio metallico centrale. Mentre Giorgio Galli ammoniva che “Nessun futuro è per sempre”,  con un grande ovale dai bordi rossi che contrastava con lo specchio nero esposto al suo fianco.

Un camion carico di piante in uno sfondo di colline, dove trionfava il verde colore festoso, segnava il ritorno della vita attiva, per così dire, era “On the road” di Amodeo Savina Tavano. “Lux – Lex Io sono un altro te stesso” veniva visualizzato da Alessandro Fornari in due complessi monumentali, verde e rosso contrapposti i cui guerrieri armati di lancia sembravano voler combattere l’uno contro l’altro.

L’umanità tornava con Daria Paladino, che in “Enzo Cucchi” mostrava un grande viso espressivo in un bianco e nero di straordinaria intensità. Spiccava ancora di più a lato del trittico “Il viaggio” di Francesca de Angelis, macchie viola su fondo bianco, nelle quali si intravedevano dei volti umani, uno richiamava lo sguardo di Cucchi.

Nell’altro lato di Cucchi i colori squillanti di Antonio Fiore, squarci cromatici  tricolori e non solo con delle lane ed alabarde rosse che inquadravano il piccolo testo della Costituzione quasi fosse una reliquia da proteggere, il titolo era “Unità d’Italia – 150 anni”.

Di fronte “Ternario, silenzi provvisori” di Alberto Abate, due giovani seduti agli estremi dello stesso divano ma lontani anni luce, la forma del quadro li divideva anche con una cesura, alla mano protesa di lei corrispondevano le mani raccolte di lui, gli sguardi spenti nel vuoto. Ben più vivo, pur nella sua solitudine, il “Ragazzo seduto per terra” di Marco Cola, gli occhi vivi da scugnizzo pronto a scattare.

Poi la “Pentecoste”  di Mario Verolini, in uno sfumato sull’arancio molto espressivo, alberi scuri in primo piano, una costruzione dai contorni indefiniti e nuvole a strisce sul cielo azzurro.. A lato le nere piramidi dei “Riverberi” di Giovanni Papi,e i colori della composizione geometrica “Alla frontiera dell’essere”, di Manlio Amodeo, dove l’armonia e le forme  davano un’immagine liberty, sembrava un lego montato con cura e precisione.

Colpivano diverse immagini fotografiche, la fotografia è considerata una forma d’arte primaria. Di Piergiorgio Branzi diverse immagini in bianco e nero, una natura morta e un grande pesce, una coppia di sardine e una finestra a Parigi con dietro una figura indistinta; e due foto in tinta pastello con il cine club Las Vegas, una fila di sedie vuote e una panca con sopra un vecchio quadro di una diva. Mentre di Andrea Papi cinque piccole immagini del suo studio sul movimento, i fiotti di luce rompevano l’oscurità in modi diversi, creando un movimento luminoso. Vicino “Autoritratto” di Gino Guida, tutto giocato sul nero con risalto dato dalla luce alla faccia e alle mani, leggermente arrossate, il bianco della luce segmentava anche l’ambiente oscuro.

Come non citare infine il teatrino dei pomodori di Giacarlino Benedetto Corcos, il sipario si apriva su 42 macchie di colore con schizzi, lettere e simboli, a terra pietre dipinte, la fantasia pura di un’infanzia felice resa dai tocchi di colore e dai segni fine a se stessi, senza intenti simbolici. ‘enclave della Fondazione Roma Museo

Erano poi esposte opere dei 14 artisti selezionati direttamente dalla Fondazione Roma Arte-Musei, ai quali era riservata la sala centrale, ne parliamo a conclusione del nostro racconto della visita.

Ricordiamo due opere diAlberto Di Fabio, ci avevano colpito i titoli molto diversi, “Spazio curvo” e “Neurone rosa”, sebbene i dipinti si differenziavano più nel colore che nella forma e contenuto, erano delle ramificazioni, la prima su sfondo celeste, la seconda rosa.

Mentre spiccavano come esplicite e molto espressive le tre opere di Massimo Giannoni, due intitolate “Libreria”, la terza doppia, “Interno di Borsa Nyse”: colpiva la realizzazione minuziosa e sapiente, nella materia e nel colore, come nella composizione, veramente rimarchevoli.

Suscitavano inquietudine,  come certi sogni, le due opere di Angela Pellicanò, del resto il titolo era “Dream Experience, trilogia di agosto”.suo anche il “Sonno di Greta”, immagini allucinate,

L’inquietudine raggiungeva il diapason dinanzi ai tanti volti e figure femminili  disperate e anche sanguinanti, dal titolo “This humanity series circle of sinners, the collector, di Matteo Basilè, 54 fotografie, tante quanti i volumi della “Treccani sott’olio”, stesso numero per contenuti così diversi. 

Di fronte alle 54 figure dolenti, 20 stoffe come cuscini con sopra impronte di mani rosse, non sappiamo se insanguinate o colorate, e anche blu, un “pendant” anch’esso intrigante, è “Schone Traume” di Bruno Ceccobelli.

In tela anche “Lenzuolo” di Gianfranco Goberti, a righe nere verticali, appeso al lato del quadro dello stesso autore “Camicia”, tessuto ripreso in primo piano in acrilico su tela, una bell’immagine.

A questo punto la scena era occupata dal  “Cielo rovesciato”  di Tommaso Cascella, grande installazione dal diametro di quattro metri con le costellazioni sopra il grande cerchio planetario.

Torniamo alla pittura con Innocenzo Odescalchi, tre opere in tecnica mista, scritture perdute, grandi caratteri grigi tra l’arabo e il cirillico posti in verticale su sfondo neutro e quattro con la stessa tecnica, dal titolo “Corsa araldica”, meri contrasti cromatici tra lo sfondo e i motivi indistinti ma con figure animali disegnate ai margini.

Contrasto cromatico tra la parte inferiore rossa e quella superiore grigia con richiami rossi in “Il senso del dentro” di Enrica Capone, le pennellate rosse centrali evocavano l’impronta digitale; suo anche “Strappo”,  un binomio cromatico, questa volta pastello, color avorio e nocciola.

I tre “Senza titolo” di Emanuele Diliberto meritano di essere ricordati per i colori e le figurazioni, alcune come improvvise apparizioni che è difficile qualificare, li associamo agli spiritelli o peggio che Echaurren mette nei dipinti per esorcizzare il maligno. E’ un’associazione del tutto personale, la visione non era inquietante, invitava ad approfondire il significato nell’assenza del titolo.

Una sezione di questa parte dell’esposizione valorizzava l’espressione fotografica con tre grandi opere di Jonathan Guantalmacchi, British black great target”, “British black my home”, e “British black battersea power”, quest’ultimo su tre livelli, in tecnica mista su tela, visioni dall’alto di ambienti metropolitani che lasciavano stupefatti per la loro imponenza, segnata dai forti contrasti volumetrici in bianco e nero.

Nella parete accanto tre opere molto diverse di Enrico Benetta, grammaticalmente perfetto, “Acrobazie” e “Il sacro Graal”, lettere in ferro applicate a sporgere confusamente su un fondo con raffinate scritture corsive in oro.

Mentre trionfavano i colori è in “Vento, fuoco, vapori” di Mikel Gjokaj, tre oli su tela spettacolari per il modo con cui era espressa cromaticamente la forza della natura. “Afa” e “Rispecchiamento”  dello stesso autore rendevano in un cromatismo più sfumato altri fenomeni naturali.

Concludiamo con Maurizio Savini, la sua “Sindrome di Pilato” era una scultura in fiberglass e ferro, un uomo in rosa, giacca e cravatta, camicia e scarpe in tinta se ne lavava… il tricolore, a lato uno stendipanni con la bandiera Usa e arboscelli coralliferi.

Con “Gente d’Italia” l’unità nazionale nelle identità regionali

Vogliamo chiudere ricordando le immagini di artisti che si sono ispirati al sentimento nazionale nell’anno della celebrazione del 150° dell’Unità d’Italia. Le abbiamo già descritte, dal tricolore lavato dal novello Ponzio Pilato fino alla raffigurazione fortemente simbolica del piccolo testo della Costituzione tra bagliori cromatici dove spicca il tricolore. Anche nell’estrema libertà dell’arte contemporanea espressa dalle opere esposte c’è stato spazio e modo di celebrare valori fortemente sentiti. In un modo originale e non scontato, certo, ma  non per questo meno espressivo. 

E’ stata una sorpresa, certamente positiva, venuta dalla mostra di Palazzo Venezia, varia e multiforme, una carrellata fuori da ogni conformismo sulla creatività contemporanea; in questa sede per la regione Lazio – e forse è l’esposizione locale più ricca, come è stato detto – ma ve ne sono state in ogni regione e anche in più sedi, nelle Marche ad Ancona, Mole Vanvitelliana, e ad Urbino.

Sarebbe l’ideale far seguire a questa ricognizione dei talenti di oggi nell’assoluta libertà dell’arte contemporanea una panoramica di come i talenti di ieri si sono ispirati alla propria terra, anche a questo riguardo a livello regionale, per raffigurarne vita e costumi. Un esempio lo ha offerto la mostra “Gente d’Abruzzo” del 2010 alla Pinacoteca di Teramo, con le opere di artisti abruzzesi dell’800-primi del ‘900 che hanno espresso il “Realismo sociale” della vita di allora, nel lavoro, l’ambiente naturale e non solo. Perché non dare un seguito di questo tipo al “Padiglione Italia” regionale? Le mostre di ogni regione potrebbero essere itineranti nelle altre, dando luogo a un intreccio di culture e costumi trasmesso all’intero paese, evidenziando le radici comuni pur nelle precise identità. Non sarebbe una premessa culturale e popolare per quel federalismo che, come è stato per l’Europa rischia altrimenti di essere un’espressione geografica poco radicata nella gente?

Dopo “Gente d’Abruzzo”, quindi, ogni regione potrebbe mostrare la sua “gente”. I mosaici regionali con le tessere costituite dalle opere degli artisti locali ispirate alla propria terra verrebbero a comporre il grande affresco della “Gente d’Italia”, dando forma visiva a quell’unità nazionale nella diversità regionale evocata nei convegni di studio. Non è mai troppo tardi per un’iniziativa del genere, gli anniversari non mancano se si volesse legare a particolari ricorrenze istituzionali. L’immaginario collettivo ne sarebbe colpito, con la maggiore conoscenza reciproca delle radici artistiche e culturali regionali si accrescerebbe la coesione nazionale e il senso di appartenenza. Per la contemporaneità, invece, le mostre regionali sono state sufficienti, non occorre che siano itinerante, l’ispirazione non è locale ma globale; per fissare le identità, è necessario invece ricorrere  agli artisti che alla formazione dell’Unità d’Italia hanno fissato il volto delle sue componenti.

E con quest’immagine che lega contemporaneità e storia patria e l’auspicio che si possa comporre l’identità della “Gente d’Italia”  quale appare dalle sue componenti regionali espresse nell’arte, termina il racconto della nostra visita a una mostra innovativa e anticonformista. L’emozione e gli stimoli che ci ha dato allora permangono ancora oggi, dopo due anni, per questo abbiamo voluto farne partecipi i nostri lettori.

Info

Il primo articolo sulla mostra è stato pubblicato in questo sito l’8 ottobre 2013, con altre 10 immagini.

Foto

Le immagini sono state riprese alla presentazione della mostra da Romano Maria Levante o fornite dall’organizzazione, si ringraziano Arthemisia e la Fondazione Roma, con i titolari dei diritti. In apertura, Vittorio Sgarbi, con a destra Emmanele F. M. Emanuele, alla presentazione del Padiglione Italia – Lazio; seguono opere di  Barbara Salvucci  e Teresa Emanuele, Mezzaroma e Branzi, Pellicanò e Cascella; infine un quadro con gli eroi del Risorgimento nell’orifiamma intorno alla Coatituzione; in chiusura, di Fantastichini,   “Monumento al caos”, la piramide all’ingresso della mostra a Palazzo Venezia. 

Padiglione Italia, 1. Sgarbi e la creatività contemporanea

di Romano Maria Levante

Torniamo sulla mostra svoltasi a Roma, a Palazzo Venezia, dal 24 giugno al 22 settembre 2011, sugli artisti della Regione Lazio selezionati per esprimere la creatività contemporanea nel primo decennio del terzo millennio, 2000-2010. Anche dopo due anni mantiene il suo valore documentario ed evocativo, trattandosi dell’iniziativa inquadrata nel Padiglione Italia all’Arsenale di Venezia, in parallelo in tutte le Regioni italiane e in tutti gli Istituti di cultura italiani all’estero: un grande “Circo Barnum” dell’arte messo in pista da Vittorio Sgarbi per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, e organizzato da Arthemisia con l’apporto della Fondazione Roma Arte-Museiche ha contribuito economicamente e selezionato 14 artisti. Ne ricordiamo i contenuti originali, anzi immaginifici, e raccontiamo la visita alla mostra effettuata a suo tempo.

  “Di palazzo in palazzo, la Biennale arriverà fino al Padiglione Italia nell’Arsenale di Venezia, dove tenterò il risarcimento del rapporto fra letteratura, pensiero, intelligenza del  mondo e arte, chiedendo, non a critici d’arte, e neppure a me stesso, quali siano gli artisti di maggiore interesse tra il 2000 e il 2011, ma a scrittori e pensatori il cui credito è riconosciuto per qualunque riflessione essi facciano sul nostro tempo. Gli scrittori si leggono per quello che ci dicono della storia, dell’economia, del costume, della letteratura, del cinema. Perché non, o non più (come Pasolini, Sciascia, Moravia) dell’arte, della pittura, della fotografia? Perché dovremmo affidarci ai ‘curatori’ o, come si vogliono con civetteria chiamare, ‘curatori indipendenti’?”

 Il Padiglione Italia di Vittorio Sgarbi

Queste le parole di Vittorio Sgarbi che riassumono l’idea innovativa alla base del Padiglione Italia di cui l’esposizione di Palazzo Venezia è stata la componente regionale laziale. L’ironia della sorte fa sì che lui stesso venga definito nei documenti ufficiali “il curatore del Padiglione Italia 2011”, segno che la sua innovazione iconoclasta ha risparmiato questa terminologia, ma non si qualifica “curatore indipendente”, per il resto un turbine di novità sin dal titolo: “L’arte non è cosa nostra”.

Sono stati esclusi dalle selezioni i critici d’arte perché a causa loro “l’arte è diventata come un ospedale, al quale hanno accesso solo i medici e i parenti dei malati. Un grande ‘sanatorio’, separato dal mondo, non frequentato se non accidentalmente dalle persone sane. E intanto la bellezza del mondo sta fuori di quelle mura ed è sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno la indichi”.

 Di conseguenza l’indicazione degli artisti chiamati a rappresentare l’arte italiana contemporanea nei 150 anni dall’Unità è venuta dagli uomini di cultura e di spettacolo, un osservatorio qualificato della società civile nei suoi esponenti da tutti riconosciuti come testimoni credibili del mondo in cui viviamo che possono aprire, quindi, agli occhi di tutti, ciò che viene presentato con l’immagine dell'”ospedale”, un “ghetto” separato nel quale l’arte, secondo Sgarbi, è stata finora “esiliata”.

I “designatori” sono stati 260 costituiti in un Comitato degli intellettuali presieduto da Emmanuele F. M. Emanuele, il presidente della Fondazione Roma e, allora anche dell’Azienda speciale Expo con le Scuderie del Quirinale e il Palazzo delle Esposizioni: sono stati segnalati 3000 artisti, tra pittori, scultori, fotografi e video artisti, che costituiscono il “Fondo Sgarbi” dell’arte contemporanea italiana, tra i quali selezionati i 1200 artisti  per il Padiglione Italia.

Il “Circo Barnum” dell’arte creato da Sgarbi ha anche aperto gli occhi sugli artisti italiani viventi e operanti all’estero, nell’Arsenale di Venezia un centinaio di televisori, ciascuno collegato a un Istituto di cultura italiana all’estero – ve ne erano 89 – portava le espressioni dell’arte italiana oltre i confini;  anche qui le segnalazioni non erano venute dagli addetti ai lavori, i critici d’arte.

Così per le Regioni, dove l’inventario degli artisti è stato fatto con la collaborazione degli assessorati alla cultura e dei Direttori dei Musei, per l’esposizione degli artisti regionali nelle sedi più rappresentative della regione: “Ogni sede – ha precisato Sgarbi – sarà Padiglione Italia, consentendo l’esposizione di circa mille artisti in corrispondenza con l’epopea dei Mille nel 150° dell’Unità d’Italia”. Sono state valorizzate anche le venti Accademie di Belle Arti italiane, i cui direttori hanno segnalato una serie di opere degli allievi: “Quest’ultima rassegna – ha detto Emanuele – a mio parere, vale, da sola, tutto il Padiglione Italia della Biennale”.

Il Padiglione della Regione Lazio

Entrando nello specifico della sezione laziale del Padiglione Italia,  va rilevato che l’impegno è stato massimo anche per l’intervento diretto della Fondazione Roma-Arte-Musei. La saletta della presentazione era piccola, a stare alle dimensioni di Palazzo Venezia, ma nelle pareti spiccavano 12  dipinti del 600-700. Alcuni di grandi dimensioni e in fondo tre sculture dorate dello stesso periodo. Una “vendetta” dell’amante di arte antica Vittorio Sgarbi sulla contemporaneità del suo Padiglione? Di fatto sopra al tavolo nel quale Emmanuele F. M. Emanuele e Francesco M. Giro, Antonia Pasqua Recchia e Massimo Voglino presentavano la mostra, scorrevano su un video immagini moderne, in una compresenza che richiamava quanto detto da Sgarbi: l’arte è tutta contemporanea perché, quale ne sia l’età, se è vera arte rivive nel presente.

La soprintendente Recchia l’ha definita “una grande, bellissima mostra che unisce alla maestria degli artisti l’accuratezza dell’apparato espositivo”. Voglino, per l’Assessorato alla Cultura della Regione Lazio, ne ha sottolineato la centralità nell’ambito del “Padiglione” nazionale: “La più ampia delle selezioni di artisti locali, sono 110 artisti selezionati nel territorio, anche qui non da critici di professione ma da intellettuali, persone di cultura, che esprimono più compiutamente la società”.

E proprio Emanuele, Presidente del Comitato di intellettualiche aveva selezionato le opere, ha parlato di quella particolare esperienza, tornando sul tema a lui caro della collaborazione tra pubblico e privato, ritenuta essenziale: “Quello che è stato fatto – ha affermato – è irripetibile, Sgarbi ha avuto una grande intuizione, gli va riconosciuto il coraggio di voler dimostrare che cultura, arte e paesaggio sono le grandi risorse del paese, e ha messo in evidenza la capacità di sognare, di cui si ha tanto bisogno”.

La verifica dello stato dell’arte nel paese nel decennio 2000-10 consente di coltivare “i germi dell’arte nuova” nei più diversi campi dalla pittura alla scultura, dalla  ceramica ai materiali vari, dal video alla fotografia, tipica espressione della modernità: “i fotografi quando raggiungono livelli di eccellenza possono chiamarsi artisti”. Non si è adottato un approccio giovanilistico, i “vecchi vanno rispettati e se sono creativi sono più bravi dei giovani”, com’è il caso di un artista  di 97 anni che è stato selezionato dallo sguardo lungo degli intellettuali.

Come presidente del Comitato, sulle scelte degli  intellettuali ha detto che “il risultato è stato clamoroso, le designazioni coerenti. Il Padiglione, con la sua grande capacità di attrazione, esprime la valorizzazione degli artisti italiani contemporanei anche all’estero, e dei luoghi dell’arte, dato che molte delle sedi prescelte sono di prestigio”. Da partecipante all’organizzazione del Padiglione Lazio, con un contributo di 150 mila euro, ha definito “meravigliose, fantastiche, creative le opere esposte a Venezia, ordinate e organiche quelle esposte qui”; e si è dichiarato felice di aver partecipato a un’opera corale con intuizioni così valide dando un contributo non solo intellettuale ma anche economico come segno tangibile di piena fiducia. E riconoscendo a Sgarbi oltre alla ben nota creatività, “una grande capacità di stimolare il lavoro di squadra”.

L’allora sottosegretario ai Beni culturali Giroha parlato di “avventura intellettuale per sostenere la cultura” ricordando il patrimonio culturale e il paesaggio che ne è l’indispensabile cornice.  E ha  definito “indovinata” la scelta di base dell’esposizione con l’apporto della regione e dei principali comuni nel mettere insieme un vero “laboratorio della creatività contemporanea di Roma e del Lazio”. Poi ha spaziato sul Colosseo e su Castel Sant’Angelo, “un vero palinsesto di stili ed epoche diverse”  per rimarcare anche lui l’importanza della collaborazione tra  Stato e privati. “La Biennale di Venezia è un grande manifesto culturale fatto di grandi progetti e grandi impegni sul tema della creatività italiana che ha il prestigioso sigillo della Biennale”.

Sgarbi nel suo fluviale intervento, come al solito brillante e polemico, ha difeso l’idea di base dell’esposizione e i criteri di scelta degli artisti, sottolineando l’importanza di una ricognizione così accurata alla riscoperta della creatività italiana anche all’estero, compresi i luoghi  dell’arte, primi tra essi le Accademie, nelle quali la scelta è stata compiuta tra i diplomati dell’ultimo decennio. Ha  insistito sulla maggiore legittimazione di personaggi di cultura rispetto a critici autoreferenziali nel segnalare gli artisti che meritano piena visibilità. Ma di questi temi abbiamo detto all’inizio, è giunto il momento di parlare delle opere esposte in mostra.

Le opere del Padiglione a Palazzo Venezia

Da una prima visione d’insieme ci ha colpito la varietà di forme espressive, stili e motivi, è stato come partecipare a una festa popolare dove ciascuno sciorina ciò che crede più adatto alla manifestazione, sebbene non si possa parlare di folklore ma di arte e di sperimentazione nelle forme, contenuti e materiali; anche l’arte fotografica è stata rappresentata, e non mancavano le espressioni trasgressive.

L’arte contemporanea, spesso incomprensibile, riesce a suscitare emozioni ma secondo molti non si può descrivere. Noi cercheremo di raccontarla, anche perché il Padiglione Italia allestito da Sgarbi a Palazzo Venezia ben si prestava rispetto a certi eccessi di una trasgressione spesso indecifrabile.

L’ingresso alla mostra era spettacolare, nel suggestivo ambulacro di Palazzo Venezia spiccava una altissima piramide nel vano della maestosa scalinata che sale verso le sale dell’esposizione: il “Monumento al caos” di Piero Fantastichini, in realtà rigoroso nella sua forma di solido geometrico, in cima un globo caudato, con piccole figurazioni sparse lungo le facce che non davano una vera sensazione di caos. Un paradosso voluto il contrasto, almeno apparente, tra titolo e forma-contenuto? L’interrogativo accompagnava mentre si saliva verso le sale dell’esposizione al piano nobile: quelle storiche, come la “Sala del Mappamondo”, con divisori interni a segnare il percorso.Una installazione tipo colata lavica in miniatura accoglieva all’ingresso, la “Metalchemica” di Fabrizio Di Nardo e Pietro Orlando, di “Officina Materica”, con il motto “Idea nasci! Forza trasforma!Arte sublima! Io sono metalchemica”. Dopo questa “ouverture”, nella prima sala attiravano l’attenzione due forme scultoree di tipo arcaico, l’inquietante totem “Senza titolo” di Marco Barina con i denti minacciosi di una sega sopra la testa, e la “Chimera” di Patrick Alò,il cui atteggiamento aggressivo ci ha ricordato una scultura di Venanzo Crocetti. E due quadri di puro colore, celeste l’olio e matita su tela di Antonello Viola, “Cobalto deep lake” e nera l’acquaforte puntasecca di Guido Strazza, “Trama quadrangolare” accompagnato da un calligrafico “Segni”.

Quindi la visione cubista in una suggestiva penombra, “Convergenze”  di Corrado Banicatti, contrastata dal giallo squillante su fondo arancio di“Via Giolitti” di Marco Raggi, vicino alla quale  c’era “La culla della pace” di Tito Rossini, un interno tranquillo che, pur se disabitato, ci ha ricordato nella forma e nel colpo d’occhio la barchetta nella camera del famoso dipinto di  de Chirico.

Paolo Angelosanto ha presentato il motto gattopardesco “Bisogna che tutto cambi perché nulla cambi” su un tricolore sbiadito, dalla trama di broccato, “Senza titolo”, nella serie “Made in Italy”.

Si passava poi a un settore molto colorato al centro del quale c’era un grande gommone bianco con tanto di motore fuoribordo, Un “ready-made” dadaista? No, aveva sopra un obelisco, del tipo di quello sull’Elefante alla Minerva o, per restare nel contemporaneo, sul rinoceronte nella ceramica di Pablo Echaurren; se possono reggerlo questi possenti animali, può farlo anche un solido gommone! 

I colori dei dipinti alle pareti ne contrastavano il biancore. Abbiamo notato, in particolare, “Augmented Reality” di Mimmo Nobile, enigmatico nelle due figure nere capovolte; e“Road Movie” di Solveig Cogliani, con nei riquadri nella metà sinistra il formicolio delle finestre di un edificio che sembrava sfaldarsi sulla strada a destra, mentre in “Il pensiero nel corpo” di Ennio Calabria il colore affidato a forme corporee confuse, forse com’è il pensiero stesso.

Ben definita la bellezza muliebre in due nudi scultorei a figura intera ed eretta collocati ai vertici opposti della sala:“Lei, vede non vede o altrove guarda”, di Alba Gonzales, la donna dai tanti volti e dalla statuaria avvenenza, con le braccia aperte a reggere due piatti e i piedi imprigionati da sbarre: rappresentazione della Giustizia che “non può essere giusta”; trattasi di una fusione a cera persa, l’altra statua in resina e ferro, totemica, dal titolo “Sospensione”, di Francesca Tulli.

Accostiamo a queste sculture due immagini femminili con la stessa verticalità della figura, il nudo fotografico “Ascension”di Andrea Simoncini e la ragazza della porta accanto di Gianmarco Chieregato:  capelli arruffati, camicia bianca e pantaloni neri, il titolo è “Xenia Rappaport”. A lato due fotografie molto lineari orizzontali, “Horos” e “Dromos” di Andrea Lelario, di fronte la liliale immagine di due corolle blu e celesti che si librano nell’aria, è “Per quel che ricordo” di Coralla Maiuri. Colorate e intense per sfumature e sfondi oscuri le sei stampe di Elisabetta Catalano, cinque “Ritratti d’artista” e un “Ritratto di scrittore”, tutti fotografati con maestria e sentimento.

Emilio Farina ci ha presentato il suo “Punto di vista”,  un grande cerchio di legno con terre colorate spezzato in due, mentre  di Franco Mulas era esposto “Notturno”, un olio con forti sciabolate di luci e colori.

Da un settore all’altro tra le tante “enclaves” ricavate con pareti mobili:  ricordiamo l’ambiente con al centro il busto candido in marmo di Benedetto XVI sorridente, dal titolo “Tu”, guardato  da terra da una grande testa verde con occhiali a specchio dal titolo “Io”, autore Jacopo Cardillo.

Nella parete retrostante tre piani di scaffalatura con assi da cantina di quasi otto metri su cui erano posti 54 contenitori trasparenti, ciascuno recante un vero volume dell'”Enciclopedia Italiana”, c’erano tutti, compresi gli aggiornamenti fino al 2000, con il titolo è Treccani sott’olio”: che alludesse alla conservazione di un qualcosa di prezioso ma ormai in disuso, relegato in cantina da Internet ma pur sempre meritevole di essere tenuto per ogni evenienza? Autore Benedetto Marcucci.Di fronte la statua in ottone, rame e bronzo, il “Mimo” scattante di Mario De Luca,

Fabriano Parisi ci ha portato ad una realtà enigmatica con “Il mondo che non vedo”, titolo di due dipinti quasi figurativi di vasti ambienti per il pubblico deserti, dove le sedie e le suppellettili abbattute alludevano a una fuga precipitosa, quasi fossero stati abbandonati in preda al panico. l fumo era evocato da Alessandro Cannistràcon due immagini molto sfumate, nel cui titolo prima di “Fumo solo 1 e 2” si leggeva “Andrò ad eseguire”; invece immagini nette con un rosso violento nello sfondo al cavallo bianco da Vidal con grande scritta al neon Assente di Enrico Manera e il cuore pulsante di Marco Tamburro in “Battito metropolitano”. Coloratissimi il floreale “Dal cuore della terra” di Fiamma Zagara e “Come in un rebus” di Sergio Ceccotti: da una terrazza sul mare un treno moderno, una nave traghetto e un aereo da sfondo alla partita a scacchi di due persone sedute in primo piano, alla madonnella e al serpente colpito con il bastone.

Dopo tanto colore i bianconeri “Ora X” di Stefania Fabrizi, 5 replicanti di una figura con occhiali neri che scrutava l’orologio e “Una finestra” di Francesco Cervelli, su una notte nera come la pece.

Ecce mater dulcissima” di Ernesto Lamagna si faceva ammirare al centro della sezione, una sorta di pietà sconsolata in una scultura formato naturale in bronzo fuso a cera persa. E qui termina la prima parte della visita, con il raccoglimento che ispira l’immagine dopo opere scultoree così diverse come quelle commentate o che incontreremo. Riprenderemo presto il racconto, c’è ancora tanto da ricordare della fiera immaginifica sulla creatività contemporanea a cura di Vittorio Sgarbi.

Info

L’articolo conclusivo sulla mostra sarà pubblicato in questo sito il 9 ottobre 2013, con altre 10 immagini.   

Foto

Le immagini sono state riprese alla presentazione della mostra da Romano Maria Levante o fornite dall’organizzazione, si ringraziano Arthemisia e la Fondazione Roma, con i titolari dei diritti. In apertura, Vittorio Sgarbi,  alla presentazione del Padiglione Italia; segue una selezione delle opere esposte senza citazione degli autori per dare ad essa un carattere rappresentativo dell’intera mostra; in chiusura,  Vittorio Sgarbi mentre sistema un quadro dopo la presentazione.

Mastrodascio, alla “Vetrina del Parco” di Montorio

di Romano Maria Levante

Mastrodascio alla “Vetrina del  parco” di Montorio al Vomano è un felice ritorno, ricordiamo la sua mostra del 2006 nella Banca di Teramo dove si trova la “piccola Loggia dei Lanzi” con le sculture di Venanzo Crocetti creata dal compianto Antonio Tancredi, che ne è stato mecenate, come lo è stato di Mastrodascio i cui busti sono esposti alla vicina passeggiata dei “Tigli” che termina con il grande  Monumento ai Caduti di Crocetti. Questo maestro lo ha ispirato sin dagli inizi della sua carriera, e lui ha avuto in sorte di completarne l’opera nel Duomo di Teramo con la scultura simbolica nel portale posteriore. Crocetti è l’autore di una delle grandi porte della basilica di San Pietro a Roma. Prima di parlare della sua mostra torniamo brevemente sulla “Vetrina del Parco”.

La “Vetrina del Parco” senza il protagonista

Ne abbiamo parlato di recente descrivendo i contenuti della manifestazione ed esprimendo la nostra delusione per l’assenza del vero protagonista, il Parco, ci torniamo prima di calarci nella  mostra  scultorea di Mastrodascio con 25 opere  nella sala conferenze del Chiostro degli Zoccolanti di Montorio al Vomano, che al livello inferiore in una sorta di sito catacombale presenta la mostra permanente su usi, costumi e mestieri  di una volta, che ha dato supporto a una “vetrina” nella quale altrimenti sarebbe stato pressoché assente il respiro della tradizione e della storia popolare.

E’ mancata del tutto la presenza dei borghi che storicamente hanno dato vita a un territorio montano ora alle prese con lo spopolamento, ma con suscettività e attrattive naturali che hanno collocato il paese nel cuore del Parco, Pietracamela, tra i 400 “borghi più belli del mondo” dal 2013, dopo essere entrato nel club dei “borghi più belli d’Italia” nel 2005 e proclamato “borgo dell’anno” nel 2007. Come è mancato del tutto il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga la cui “vetrina” non poteva non presentare – ma non lo ha fatto – sia la propria attività sia l’insieme articolato e pittoresco dei borghi che lo compongono da uno dei quali, Cerqueto, viene Mastrodascio; poi c’è Pietracamela che pure quest’estate ha allestito una mostra storica sullo “Sposalizio di una volta”, Fano Adriano fino a Isola del Gran Sasso e Tossicia sul versante teramano, per non parlare del versante aquilano, da Stefano di Sessano a Castel del Monte,  che doveva essere rappresentato in una visione non miope. E poi dall’altro lato della “strada maestra” gli abitati di Crognaleto, da Aprati a Nerito, San Giorgio e Poggio Umbricchio, Alvi e Tottea, Frattoli e Cesacastina, Senarica e Cortino, dalle bellezze naturali e urbane di antico borgo montano.

Due sole le presenze al riguardo. La prima è stata la catena montuosa con le storiche gigantografie degli scenari e ascensioni d’epoca tratte dal volume “Sua Maestà il Gran Sasso”, a cura di Silvio Di Eleonora, Fausto Eugeni e Lina Ranalli, la curatrice del libro d’epoca di Ernesto Sivitilli sullo stesso Corno Piccolo, presentato dopo ferragosto a Pietracamela; ricordiamo che nella “Vetrina dl Parco” del 2009 c’erano anche gigantografie sul Gran Sasso, allora all’esterno nella piazza Orsini, quelle attuali all’interno del  “Chiostro”. La seconda presenza Montorio al Vomano nelle foto del suo percorso storico in 500 anni, tratte dal libro “Montorio al Vomano. Immagini per la memoria” di Egidio Marinaro. E’ ben poco, troppo poco per giustificare il titolo della manifestazione.

Poi c’è stata “la via del gusto”  per le specialità enogastronomiche,  e la  musica dei complessi in Piazza Orsini e nel Chiostro, neppure loro giustificano  il titolo  “La vetrina del Parco”. Come non lo giustificano le pur apprezzabili esposizioni d’arte, la mostra “on the road” del pittore Paolo Foglia insieme al poeta Francesco Barnabei, già visti in “Pietracamela in arte” subito dopo ferragosto, inquietudini maschili e abbandoni femminili incrociati nelle tele e nei versi esposti “en plein air”  in un largo raccolto e intrigante; e la grande mostra pittorica “I Kostaby, Sound & Dreams”, 50 tele di composizioni oniriche in ambiente metafisico reso da manichini dalle teste ad uovo e le forme ben delineate, cui si associano maschere inquietanti allucinate e spettrali; il tutto in un cromatismo vivace con colori caldi e freddi, un segno preciso, un’ispirazione costante.

La mostra di Silvio Mastrodascio, con la sua storia personale di figlio della montagna che ha cercato fortuna nel nuovo mondo, si avvicina allo spirito della gente del Parco, anche questo poteva essere evocato attraverso il coinvolgimento delle comunità di emigrati, ma non lo si è fatto.

L’esperienza di vita

Lo scultore partito da Cerqueto per il Canada alla fine degli anni ’60 ha da raccontare un’esperienza di vita di sapore antico ma anticipatrice del percorso attuale di molti giovani;  in un incontro con noi lo ha fatto con il cuore in mano, rievocandone i passaggi cruciali.  E’ stata la sua un’emigrazione non più di necessità estrema  ma alla ricerca di migliori opportunità sulla base di un’istruzione approdata al livello universitario e con una prima esperienza di lavoro a Roma dove è stato impegnato nella realizzazione pionieristica dell’ “onda verde” in tre arterie, la via Olimpica, la Salaria, viale Regina Margherita. La scelta che gli si prospettava tra la Persia e il Canada aveva una risposta obbligata; non solo perché la carne di montone non lo allettava, ma perché il nord America, e in particolare Toronto, era la meta tradizionale dei suoi conterranei della montagna abruzzese.

Si organizza il nuovo scalo aereo, la compagnia di bandiera lo prende, vi resterà quasi per quattro decenni, diventerà caposcalo. Un lavoro impegnativo, che non gli impedisce di seguire la via dell’arte, anche se alle otto ore quotidiane in Alitalia deve aggiungerne quattro dedicate all’arte.

A Cerqueto si esprimeva nella pittura, ricordiamo le sue tele dai colori forti, soprattutto paesaggistiche; a Toronto rafforza le sue basi culturali all’Accademia delle Belle Arti, seguirà ben trentadue corsi, e con profitto, si diploma “cum laude”  e scopre i tanti segreti dei grandi maestri approfondendone la conoscenza in una palestra di cultura e di arte. Affiancata alla palestra di vita  del suo lavoro, nel crocevia di genti e tradizioni, culture e sensibilità  che è uno scalo aereo, dal quale si sposta nell’intera America – da Miami a Boston, da Los Angeles a Chicago – e in altri paesi.

Che cosa ha potuto dare quest’esperienza a un osservatore acuto impegnato giornalmente a confrontarsi con l’arte oltre che con la vita che gli scorreva davanti? Viaggi e incontri, contatti e relazioni, nel contatto diretto e continuo con i volti delle persone e il linguaggio dei corpi, gli hanno fornito la chiave per penetrare nei sentimenti e nei valori, nelle ansie e attese dell’animo umano, al di là delle nazionalità, dell’aspetto esteriore, del censo; per coglierne le linee essenziali, in una sintesi da fissare nelle figure e nei ritratti in cui si manifestano i complessi meccanismi della vita.

Come nasce la “pelle della scultura” e la “pittura tridimensionale”

Mastrodascio plasma le figure e i ritratti nella creta, materia ideale per identificarsi con l’ispirazione mediante una ricerca resa dalla manualità di un artigianato sopraffino che diviene arte e lo riporta al lavoro degli avi, i “maestri d’ascia” che trasformavano l’immobilità dei  tronchi d’albero in veloci barche , da cui l’origine del cognome.  La creta si fa modellare docilmente dalla mano dell’artista, che vi trasmette il soffio vitale, a differenza del marmo nel quale invece si tratta di liberare ciò che è imprigionato dalla dura materia. La fusione in bronzo nel forno è la successiva fase tecnica cui segue il lavoro di rifinitura e limatura, quando l’arte deve far corrispondere la realizzazione con l’ispirazione, la materia corporea con l’idea ispiratrice eterea e incorporea. In questa fase – ci confida lui stesso – c’è il momento magico, quando “sente” che l’idea è diventata immagine, figura, e la materia inerte è animata dal soffio della vita:è il momento in cui si manifesta la creazione, è nata una creatura da assimilare all’essere umano, se l’ispirazione e quindi l’opera  sono autentiche.

Nelle sue sculture c’è del colore, spesso sono dorate e ambrate, o di un verde discreto, retaggio del colore della pittura, anche se da almeno un ventennio si esprime nella scultura. Del resto le sculture antiche erano colorate anche se il tempo ha cancellato il colore, perché così è la vita. E la sua fonte di ispirazione, la vita cosmopolita degli scali aerei, è stata di certo una sinfonia di colori; e un caleidoscopio di volti e di figure, da cui ricava l’essenza della persona fissata in una positura e in un gesto, in un atteggiamento e in un’espressione.

Viene considerato esponente di un filone scultoreo che risale a Donatello proiettato nella modernità, d’altra parte nella sua lunga frequentazione dell’Accademia è stato abituato a filtrare l’insegnamento dei grandi maestri con la realtà sotto i suoi occhi. Sono le sollecitazioni alla base della raffinatezza ed eleganza di vesti e figure, con una dignità che incute rispetto fino alla soggezione, in un’aura di luminosità e armonia. E’ tutto un mondo che si manifesta, l’essenza della persona scandagliata nei suoi tanti momenti, i suoi sentimenti interiori. Resta impressa la delicatezza dei volti e dell’incarnato, il calore dei corpi e la luce degli occhi inconsueta nella scultura, mentre il colore dà vita alla materia con i suoi riflessi misteriosi. La bellezza del corpo trasmette la dignità dell’anima, attraverso la raffinatezza di una superficie ambrata o dorata, così nasce “la pelle della scultura”, che la critica d’arte Silvia Pegoraro ha definito “una levitas sottotraccia guidata da un cuore caldo e da una mente serena”.

Le sue donne in mostra, forma e contenuto

Dinanzi alla galleria di figure femminili si ha  la sensazione di penetrare in un’intimità riservata da non violare, anche se le forme sono protette da veli sottili e leggeri, da vesti elaborate e preziose e, se sono nudi, dalla pelle ambrata e dorata che le circonda di una sensualità discreta. Superata questa prima sensazione si è catturati dalla maestria con cui sono curati i dettagli da un’arte che è anche alto artigianato nel fissare sul bronzo satinato con riflessi dorati gesti e atteggiamenti, fisionomie ed espressioni quanto mai vive e pulsanti. E’ un realismo che viene sublimato nell’idealizzazione.

Maurizio Calvesi li definisce “ritratti parlanti di donne e giovinezze sorprese nel loro smarrimento o nella loro malinconia. Volti resi naturali dalla morbidezza con cui l’argilla è plasmata in terrecotte  che sanno comunicare la tenerezza delle carnagioni,, la dolcezza o la mitezza o la fierezza degli sguardi, l’increspatura delle chiome dove i chiaroscuri cercano un effetto squisitamente pittorico”.

Nelle figure sedute il tono alla scultura è dato dalle posizione di braccia e gambe, l’atteggiamento e l’espressione. “Agata” e “Solitudine” sono sulla panca, mentre “Modella sulla sedia”, e “Modella nuda seduta sullo sgabello”, come “Dea della sapienza”; invece “Alexandra, in posa per l’artista” e “Posa finale”  sono sedute a terra.

Le figure in piedi spiccano per la maestosità del portamento, sia quando hanno vesti ricche e raffinate, come “Cuore solitario” e “Dolce serata”, “Serata di gala” e “Il fuoco arde nel mio cuore”; sia quando sono mostrate nude nella loro purezza primigenia, come “Barbara” ed “Eleonora”, “Libertà e pudore”, “Nudo”; sia quando esprimono tenerezza come “Madre con bambino” e “Ritorno al mercato”, “Settembre” e “Modella in posa”.

Elemento comune a tutte le raffigurazioni, pur nelle differenze espressive e compositive, è la sensualità discreta che sprigionano i volti e gli sguardi, i corpi con i seni appena rivelati o in piena evidenza o la pelle ambrata nella sua carnalità  calda e tangibile, protetta da una nobiltà e una dignità che ispira rispetto. E’ una sensualità, in definitiva, che sconfina nel romanticismo.

Una scultura rappresenta in un certo senso una sintesi di motivi apparentemente opposti, è “Buongiorno”, con la sensualità dei  seni nudi e la preziosità della veste raffinata allacciata dalla cintola in giù, l’atteggiamento oscilla tra l’abbandono e l’istintiva difesa in un gesto istintivo.

Nella sua produzione artistica ci sono anche teste e busti bronzei e in terracotta, di ispirazione classica, ricordiamo che è stata una testa la sua prima scultura dopo aver avuto quella egizia nel deserto del Sinai. Così abbiamo “Testa di donna” e “Testa di ballerina”, “Ritratto di Irene” e “Ritratto di Suzanne. Il pensiero torna all’Accademia d’arte di Toronto da lui frequentata  con l’osservazione delle modelle e lo scalo aereo con la varia umanità  che passava sotto ai suoi occhi.

L’insieme dimostra come sia riuscito a rendere docile la materia  facendole recepire la sua ricerca dei dettagli figurativi, perché tale è l’ispirazione avuta dalla realtà, e può farlo attraverso la creta e il successivo affinamento della fusione in bronzo. Ottiene in questo modo il risultato tipico della pittura, dove sono ammessi ripensamenti e dettagli minuziosi, trasferito alla scultura che diviene così la “pittura tridimensionale” di cui si è detto.

Le sfere di bronzo, la “Reincarnazione dell’Universo”

Anche la figura maschile entra nella sua produzione, segnaliamo il dolce “Ritratto di Alex”, il più severo “Uomo con barba” e il “Mio antenato”, poi va oltre questi soggetti umani per assumere soggetti dal  valore universale.

Come passa Mastrodascio dall’individuo all’umanità? Mediante le sue sfere nelle quali si affacciano dei volti, ne vediamo esposta una di piccole dimensioni della serie “Genesi”, un vero gioiello in cui l’arte si associa alla meccanica, ruota sul suo asse come la sfera terrestre. Si tratta di un filone da lui sviluppato in una serie di opere dai titoli eloquenti, per ognuno una serie plurima: “Canadian dream”e “Sogno Indu”, “Il seme della vita” e “La luce e la vita”, “Evolution of the World” e “Reincarnazione“. E anche opere più elaborate sulla stessa base sferica come “L’albero della saggezza” e “Armonia dei sogni”.

A queste sfere di quasi mezzo metro di diametro si richiamano le più grandi sfere da arredo urbano, che fanno parte della sua produzione, anch’esse sui temi dell’Universo. Una di queste si trova proprio nella seconda piazza di Montorio,. È la “Sfera alata”,  come se la terra abbia messo le ali, un nugolo di piccioni volteggia intorno, le loro ali viventi sulle ali simboliche della scultura.

Non ci fermiamo qui, andiamo a rivedere la più grande sfera di bronzo sulla “Reincarnazione dell’Universo”. Ricordiamo quando era stata collocata al centro della principale piazza di Teramo, Piazza Garibaldi, investita da polemiche perché accusata di interrompere la visuale che dal Viale Bovio con la preesistente fontana arrivava fino al Duomo. Nulla di più fuori luogo, peraltro l’ipogeo che è stato “eretto”  al suo posto – contraddizione in termini, ma tant’è –  è ben più invasivo. La sfera, però, ha avuto una collocazione adeguata, nello svincolo tra l’accesso alla  superstrada, la salita dei Cappuccini-Porta Romana e la via verso la Specola, tutti luoghi-simbolo di Teramo.

E’ un crocevia che accoglie i visitatori del capoluogo, ganglio pulsante della vita concitata, sempre più ansiosa e insofferente, dei tanti automobilisti che girano nella la rotonda.  Mentre la sfera di Mastrodascio sembra richiamare a una superiore serenità, espressa dai volti  che si affacciano sulla superficie del globo a testa alta, nella consapevolezza della  persistenza dei valori e dell’umanità che sfida il proprio tempo, misurato dai piani orizzontali proiettati verso l’alto. E’ la varia umanità che l’autore ha incontrato nella sua lunga vita professionale tra gli scali aerei e le più diverse provenienze e destinazioni in tante parti del mondo e rende protagonista della reincarnazione.

L’abbiamo raffrontata idealmente alla “Grande sfera” di Arnaldo Pomodoro nello sterminato piazzale della Farnesina a Roma, e le abbiamo trovate complementari. Quella di Mastrodascio fa sentire vicina un’umanità fiduciosa su cui poter fare affidamento nel dipanarsi vorticoso e spesso disumano della vita moderna; la sfera di Pomodoro con le sue fenditure e le rugosità che richiamano i grattacieli alienanti, l’inclinazione dell’asse che proietta nell’universo, ne fa sentire la lontananza. Sono le due lenti attraverso le quali si può vedere l’umanità, adatte alle rispettive collocazioni.

Siamo partiti dalla dimensione locale del “ritorno a casa” dell’emigrante di lusso assurto a fama internazionale per la sua arte; anche le sue opere dalla dimensione individuale di teste e figure assurgono a un valore universale con le sfere della “Genesi” e della “Reincarnazione”.  Non c’è dubbio che solo per questo la “Vetrina del parco” di quest’anno potrà essere ricordata, per il resto i gravi  limiti cui abbiamo accennato consigliano di voltare pagina al più presto: fare una vera “vetrina del Parco” oppure cambiare nome alla festa, così sembra un’indebita usurpazione.

Info

“Mastrodascio”, Monografia con un testo critico di Maurizio Calvesi  2010, Aipem e Ginga S.p.A, pp. 210, formato 25×30. Cfr. i nostri precedenti articoli: sulla “Vetrina del Parco”, in questo sito il 3 ottobre 2013 dal titolo “”Vetrina del Parco, a Montorio manca il Parco”, in “cultura.inabruzzo.it” l’11  settembre 2009 “Vetrina del Parco a Montorio al Vomano” e “Il ‘Chaos’ di Alice, opere cosmiche ispirate al terremoto”; su Mastrodascio,  nel sito ora citatoil 20 ottobre 2013 “Montorio al Vomano. Il ritorno di Mastrodascio”, nella rivista a stampa “L’oleandro” del dicembre 2006 con il titolo “Ritratto di artista. Mastrodascio”.

Foto

Le  immagini delle sculture sono state riprese da Romano Maria Levante a Montorio al Vomano durante la manifestazione, si ringraziano gli organizzatori e i titolari dei diritti, in particolare l’artista scultore Silvio Mastrodascio, per l’opportunità offerta. Ne sono state scelte, alternandole, due per le tre posizioni tipiche, con la figura in piedi, seduta su una sedia o rannicchiata a terra, e diverso abbigliamento.  

“Vetrina del Parco”, è mancato il Parco, a Montorio

di Romano Maria Levante

Nell’intenso week end di fine estate dal 6 all’8 settembre 2013 si è svolta la XVIII “Vetrina del Parco” come sempre a Montorio al Vomano, dove si apre la “strada maestra” che sale verso il passo delle Capannelle tra le pendici del Gran Sasso e dei  Monti della Laga nella vallata del fiume Vomano, per poi scendere verso Arischia ed Amatrice, dopo aver superato il valico.

Il presidente della regione Abruzzo Gianni Chiodi l’ha definita “una delle aree più belle della regione: quel Parco del Gran Sasso e Monti della Laga che abbraccia due aree importanti dell’Abruzzo creando un continuum tra l’interno aquilano e la costa teramana”.

Spicca in questo “continuum” il culmine degli Appennini con le vette dolomitiche dei due Corni,  il suggestivo scenario del “gigante che dorme”, il declivio erboso degradante dei Prati di Tivo  e il “borgo dell’anno 2007”, tra i “borghi più belli d’Italia” dal 2005 e nei 400 “borghi più belli del mondo” dal 2013, Pietracamela; poi Cerqueto e Fano Adriano,  Isola e Forca di Valle per restare dalla parte del Gran Sasso, Crognaleto e i numerosi borghi da Aprati a Nerito, Poggio Umbricchio e San Giorgio, Alvi e Tottea, Cesacastina e Senarica, Cervaro e Valle Vaccaro dalla parte dei Monti della Laga. E’ la “via del gusto” – come viene definita – di cui la  manifestazione avrebbe dovuto rendere il fascino attraverso il coinvolgimento popolare nella musica e gastronomia, e mediante l’approfondimento culturale in mostre e incontri legati però strettamente al territorio.

E’ mancata la magia dei luoghi, i borghi assenti

E’ stato fatto un tentativo di coniugare le tipicità enogastronomiche e naturaliste con i richiami dell’arte e della cultura. Lo riteniamo fallito perché c’è stato un grande assente, il vero protagonista, cioè il territorio nelle espressioni caratteristiche dei suoi borghi;  la “vetrina” ne ha mostrato uno sprazzo con il volume “Montorio al Vomano. Immagini per la memoria”, giusto riconoscimento alla “porta” del Parco: una raccolta di immagini d’epoca lungo cinque secoli di storia locale, con dotte introduzioni storiche: fotografie e documenti, cartoline e disegni, mappe e vedute hanno ripercorso le trasformazioni urbanistiche in una sorta di affascinante “Montorio sparita”.

Ma qui ci si è fermati, degli altri borghi nessuna traccia; né la lacuna si può dire colmata dalle immagini pur straordinarie di “Sua Maestà il Gran Sasso d’Italia”, nel volume presentato e nella mostra spettacolare nel “Chiostro” – è divenuto itinerante tra L’Aquila e Ascoli, Ancona e Torino, Roma fino a Bruxelles – di preziosi documenti visivi d’epoca: a partire dall’immagine del 1573 del primo conquistatore  Francesco De Marchi, in un iter incalzante di foto in bianco e nero degli anni ’30 e ’40, con incisioni e disegni, mappe e appunti i viaggio, nonché cartoline e manifesti.

Ricordiamo al riguardo che nella “Vetrina” del 2009 le gigantografie del Gran Sasso erano all’esterno in Piazza Orsini, in un coinvolgimento che nell’anno del terremoto fu maggiore dell’edizione odierna, anche per i convegni e le mostre – ricordiamo il “Chaos” di Alice – ispirati al dopo terremoto. In quell’anno ci trovammo ad apprezzare lo sforzo compiuto, pur con gli evidenti limiti, che invece furono al centro di critiche penetranti come quella che arrivò a definirla “La vetrina ‘nel’  Parco”, come passerella per personaggi vanesi più che specchio del territorio. Ebbene, da allora, quando c’era l’attenuante del terremoto, la situazione ci è apparsa peggiorata, per cui l’aspra critica che fu elevata diventa ben più calzante oggi: torna di assoluta attualità.

Quest’anno forse non si è avuta neppure una vera passerella, personaggi ci sono stati ma con presenze fuggevoli, i convegni hanno brillato per lo scarso coinvolgimento, al punto da contare pochissime presenze. Certo,è il prezzo che si paga quando si ignorano i tanti borghi che avrebbero potuto e dovuto essere chiamati a partecipare con le loro realtà e le loro presenze. Perché sono loro a dare vita alla montagna e alla natura con la storia scolpita sulle pietre dei  muri e dei vicoli.

Assenti i borghi, assente l’Ente Parco a livello espositivo – lo stand era ben povera cosa,  non diciamo di più per carità di patria  –  anche se il Presidente Arturo Diaconale è intervenuto il 30 agosto all’anteprima della mostra sul Gran Sasso e il direttore Marcello Maranella ha fatto una rapida comparsa alla presentazione del “Progetto Tramontana”.  

La magia dei luoghi è mancata per l’assenza dei borghi dalla “Vetrina”, mentre nelle “catacombe” del “Chiostro degli Zoccolanti”, con le sue pietre e le sue arcate, il respiro della storia popolare si è sentito attraverso la mostra permanente di costumi d’epoca e antichi mestieri,  una straordinaria ricostruzione di usi e tradizioni con una dovizia di reperti d’epoca che è stata la  vera scoperta per chi l’ha trovata mentre inseguiva gli incontri e le mostre. Gli ambienti di un tempo che sembra remoto anche se non è troppo lontano cronologicamente sono stati ricostruiti non solo in miniatura ma anche a grandezza naturale, creando un’atmosfera suggestiva. Si deve alla manifestazione se il prezioso giacimento culturale è stato conosciuto da chi ne ignorava l’esistenza dato che non è pubblicizzato come meriterebbe; è un merito indiretto che riconosciamo, poi ne citeremo un altro.

Il “Progetto Tramontana”, il pittore e il poeta, il pittore e lo scultore

La mostra permanente è stata lo sfondo prestigioso ai primi piani dati dalla “Vetrina del Parco”  alle immagini fotografiche d’epoca di Montorio e del Gran Sasso presentate nei due volumi  e nelle relative mostre cui si è accennato; e al “Progetto Tramontana”, un’iniziativa europea sulle comunità montane di lingua romanza che esplora il campo intrigante della “toponomastica narrativa” per scavare nell’origine dei nomi delle località in modo da ricostruire brani di storia locali vissuti nell’immaginario individuale delle persone intervistate: è la cultura locale espressione dei toponimi popolari radicati in storie lontane, mentre i toponimi ufficiali riproducono  “in loco” temi e personaggi della storia nazionale. Un “amarcord”  visivo e sonoro con le interviste nostalgiche su “I luoghi della memoria” presentate da Giovanni Agresti, responsabile del progetto e con i filmati sulle produzioni gastronomiche tradizionali presentate da Gianfranco Spitilli, autore di ricerche e libri fotografici su usi e costumi locali che ha illustrato “Pastori e pizze dolci”. Agresti ha ricordato anche la complessa ricerca in corso sul dialetto di Pietracamela, il “pretarolo”, che oltre a differenziarsi nettamente dagli idiomi d’Abruzzo mostra una dinamica evolutiva che ne accresce l’interesse e richiede un approfondimento attraverso generazioni che vanno riducendosi sempre più.

Gli intervistati del “Progetto Tramontana” sono soprattutto degli sconosciuti ma non solo, riconosciamo Di Giosa che è tra gli organizzatori della manifestazione mentre fornisce la sua testimonianza sonora e visiva. Come nel volume “Conosciamoci e facciamoci conoscere”, di Alida Scocco Marini, con “personaggi noti e meno noti della provincia di Teramo” dopo il primo volume dedicato al capoluogo, ne è stato preannunciato un terzo dedicato a esponenti della cultura a livello regionale, con l’area di riferimento estesa all’intera regione nel denominatore comune della cultura.

In questo rapido excursus sui vari momenti della “Vetrina del Parco” vogliamo soffermarci sulle esposizioni artistiche. Abbiamo ritrovato i dipinti di Paolo Foglia, alcuni dei quali già presentati nella mostra “Pietracamela in Arte” del 16-17 agosto, con le poesie di Francesco Barnabei, nell’abbinamento pittore-poeta anche qui esposti “en plein air” valorizzando il coinvolgimento popolare “on the road”, in un largo confinante con gli spazi gastronomici e musicali. Rivedere l’inquietudine dei volti maschili e l’attesa serena dei nudi femminili, ritrovarvi l’eco dei versi del poeta, inquieto e proteso verso qualcosa di agognato come la donna, è stata una piacevole sorpresa.

Poi le due grandi mostre d’arte alla Sala Conferenze del “Chiostro”,  il primo piano della sede espositiva che nelle “catacombe” del piano inferiore ospita la  nostra permanente dei costumi locali che abbiamo ricordato. La mostra di pittura dei Kostaby, Mark & Paul, intitolata “Sound and Dreams”,e la  mostra “Le sculture di Silvio Mastrodascio”. In comune la caratura internazionale conquistata in America, Mark Kostaby di origine estone affermatosi a  New York, Silvio Mastrodascio nato a Cerqueto vicino Montorio e affermatosi a Toronto da artista e lavoratore.

Entrambe le esposizioni ricche e spettacolari, complementari nella loro netta diversità. Gli oltre 40 dipinti espressione di immagini oniriche e ambienti metafisici, di volta in volta allusive o angosciose, le 25 sculture di visi e corpi femminili riflesso di una classicità ferma e serena.

Le metafisica onirica nelle allucinazioni pittoriche di Mark Kostaby

Per interpretare la metafisica onirica dei dipinti di Mark Kostaby, “Sound and Dreams”,  occorre riferirsi alla posizione dell’artista nella temperie artistica dell’East Village dove si  immerse con il trasferimento da Los Angeles, la città natale, a New York nel 1982. Nella “grande mela” fu esponente della ribellione al consumismo  e alla mercificazione dell’arte, anche con autointerviste provocatorie e nel 1988 fondò “il Konstaby World”, tra la bottega rinascimentale e la “factory” moderna alla Warhol, un atelier nel quale con l’aiuto di assistenti e allievi produsse un gran numero di opere. Nel 1996 “scopre” Roma, che diviene l’altra sua sede oltre a New York e lo mette in contatto con i grandi maestri del passato, il cui insegnamento si coniuga con la sua contemporaneità di artista moderno legato alle tematiche di un mondo sempre più inquieto.

Nelle sue opere si riflettono la solitudine della condizione umana e l’alienazione del consumismo,  il materialismo imperante e  l’invadenza della tecnologia, fino all’aggressione del sistema mediatico. L’atmosfera enigmatica di marca metafisica è evidente nei manichini con la testa a uovo, senza volto, lisci e glabri, senza colore, diversi da quelli di Giorgio de Chirico ma altrettanto allusivi; mentre l’atmosfera allucinata di tipo onirico è indotta da maschere ossessive, che ricordano quelle con cui Pablo Echaurren esorcizza il male evocandolo in immagini che lo allontanano nella realtà. Il segno è netto e ben delineato, i colori si alternano al bianco e nero, sono caldi o freddi senza sfumature, un eclettismo cromatico in una unitarietà stilistica pur nella di versa atmosfera delle sue composizioni.

La galleria della mostra è di una straordinaria ricchezza ed espressività, c’è anche un “Omaggio all’Abruzzo”,  una sintesi suggestiva delle bellezze naturali, dal mare alla montagna, con le delizie enogastronomiche e i due manichini in posa beata, sullo sfondo il caratteristico  borgo abruzzese.

Non proviamo neppure a riassumere i motivi delle composizioni, ci sono anche ambientazioni modernissime, come quella dei manichini in una mostra d’arte dove si riconosce l’opera trasgressiva di Duchamp, la celebre “Fontana” con l’orinatoio divenuto arte, tra altri “ready made” e quadri astratti; e ambientazioni fantastiche, dominate dalle maschere ossessive che rappresentano una presenza incombente.

Il tempo di dare uno sguardo alle “Ceramiche di Castelli” esposte nella stessa sede , prima di passare all’altra mostra d’arte nella Sala Conferenze del Chiostro, quella di Mastrodascio.

La serenità classica nella bellezza muliebre delle sculture di Mastrodascior

Anche per la mostra “Le sculture di Silvio Mastrodascio” le note biografiche aiutano nell’interpretarne l’opera artistica. Dagli Appennini alle Ande, dal Gran Sasso della sua Cerqueto ai monti Appalachi di Toronto, dove lavora come caposcalo di Toronto nella compagnia aerea di bandiera, dopo un passaggio lavorativo per Roma dove realizza l’onda verde in tre arterie viarie.

Nel suo lavoro all’Alitalia c’è la fonte dell’ispirazione con il passaggio alla scultura, dopo l’iniziale espressione artistica nella pittura, soprattutto paesaggi della sua terra prima dello sbarco nel nuovo mondo. Lo colpisce a Roma una scultura di cavalli di Marini; poi a Teramo una figura di donna di Crocetti,  ne raccoglierà l’eredità completando con un’opera dal forte significato simbolico il lavoro del Maestro per il Duomo del capoluogo. Il mecenate di Crocetti, Antonio Tancredi, lo sarà anche per lui, con i busti per l’esposizione all’aperto nella passeggiata dei “Tigli”, prima del grande “Monumento ai Caduti” di Crocetti, nel percorso sovrastato dalla “Piccola Loggia dei Lanzi” della terrazza-giardino della Banca di Teramo voluta e realizzata da Tancredi nella sua intensa attività di promozione artistica: lì si possono ammirare “Il Giovane cavaliere della pace” e “San  Michele”, “La Modella che si spoglia” e la “Danzatrice in  riposo” di Crocetti, i busti di Mastrodascio non sono lontani, e così la monumentale sfera di bronzo “La reincarnazione dell’universo”, prima al centro di Piazza Garibaldi, poi spostata nel largo di Porta romana tra l’approdo dell’autostrada, la salita dei Cappuccini e la strada per la Specola.

La sfera alla Pomodoro la troviamo anche alla mostra di Montorio in piccole dimensioni, un vero gioiello, girevole sull’asse, ma le 25 sculture del salone delle Conferenze e le altre distribuite nel portico del cortile inferiore sono soprattutto immagini di donne di un bronzo satinato, che rivelano la nudità di una pelle ambrata e dorata oppure vesti leggere, elaborate e preziose. Per la loro raffinatezza spinta al dettaglio che impreziosisce la materia di riflessi e vibrazioni nonché per la naturalezza di posizioni ed atteggiamenti che la rende viva si è parlato di “pittura tridimensionale”.

Nelle figure sedute il tono è dato, oltre che dalla posizione di gambe e braccia, dalla panca, sedia o sgabello che compaiono anche nei titoli, insieme al riferimento ad Agata o Alexandra, Modella o  Dea della sapienza; nelle figure in piedi dalla ricchezza delle vesti, come in Dolce serata o Serata di gala,  e, per converso, dalla purezza dei nudi in Barbara, Eleonora, Libertà e pudore, o dai gesti vezzosi, come in Madre con bambino, Ritorno dal mercato e Modella in posa.

Vi ritroviamo le sue osservazioni delle attese nello scalo di Toronto, non limitate all’aspetto esteriore ma spinte verso l’espressione interiore. L’insieme sprigiona una forte sensualità, anche perché la materia è viva, la “pelle della scultura” – così l’ha definita Silvia Pegoraro – è la pelle delle donne nella loro carnalità conturbante, protetta da una dignità che si traduce in lui in ammirazione e rispetto. C’è anche del romanticismo, come se in tutti questi incontri fugaci abbia voluto esprimere la ricerca dell’incontro che illumina la vita: in “Buongiorno”  lo vediamo realizzato nella figura avvolta di una veste preziosa dalla cintola in giù e con i seni protesi e un gesto vezzoso tra l’abbandono e la difesa.

E’ l’umanità della persona che si manifesta nei particolari raffinati della sua “pittura tridimensionale” e nei colori ambrati  che danno pelle alla sua scultura, nella  nudità esibita con gioia o velata dal pudore, sempre discreta e riservata, espressione di un intenso sentire interiore.

Con Mastrodascio si sono toccati i vertici dell’arte più pura restando legati al territorio, Cerqueto è vicino a Montorio, l’origine dai maestri d’ascia suoi antenati ci ricorda il lungo cammino percorso, del resto ci ha detto che, dopo l’impressione ricevuta dalle mostre di  Marini e Crocetti, la spinta decisiva per passare alla scultura la ebbe nel deserto del Sinai allorché una tribù beduina gli diede per centocinquanta dollari una piccola scultura egizia che conserva ancora, pulita ed essenziale nelle linee e nelle forme, che gli ispirò la prima scultura, una testa altrettanto pulita ed essenziale. Da allora mostre in diverse città del mondo dopo la prima esposizione del 1978 a Toronto, da New York e Winnipeg a Montreal e Brampton, da Monaco di Baviera a Città del Messico, e ovviamente in Italia. Il cittadino del mondo è tornato a casa, nel suo Abruzzo, anzi nel suo Gran Sasso, e di questo, oltre che dell’averci fatto conoscere la mostra permanente di antichi mestieri e costumi,  non di altro, dobbiamo essere grati alla “Vetrina del Parco” nell’edizione 2013. Ne riparleremo presto.

L’impressione finale e una considerazione conclusiva

Usciamo dal “Chiostro” con la forte impressione dell’uno-due pittorico e scultoreo di Kostaby e Mastrodascio. Siamo avvolti dalla “movida” musicale ed enogastronomica tra Piazza Orsini e il cortile interno del “Chiostro” dove si sono alternati, dopo l’anteprima del 30 agosto del “Passagallo Trio” con la musica abruzzese, diversi complessi, nel “Chiostro” il portico ingentilito dalle statuette di Mastrodascio: sono“Alla Bua” con musiche salentine e “Taraf de Gadio” con motivi tzigani, “Marta sui tubi” con l’irridente contemporaneità fino a formazioni quali la band di Eusebio Martinelli con la musica balcanica e la musica swing del Trio Lady Laura, il violin show di Virginia Galliani e la musica e cabaret di Nunzio One Man Show. Nella chiesa di San Rocco la corale Giuseppe Verdi ha portato la sua polifonia e il suo folklore di fama internazionale.

Che dire in conclusione? La “via del gusto” è lastricata di tanti motivi, occorre valorizzare la  forte identità che dà a un territorio ricco di attrattive dei punti di forza da su cui fare leva. Natura e arte, tradizione e cultura, sono gli ingredienti, la “vetrina” ne ha presentato solo alcuni omettendo quelli principali, cioè la storia e la realtà dei borghi, il territorio, in definitiva il Parco.

Se non rimedierà a questa grave lacuna non potrà più chiamarsi “La Vetrina del Parco”, dovrà accettare di essere derubricata ad una delle sagre popolari di cui l’estate abruzzese è fin troppo ricca, magari chiamandosi “La Vetrina del gusto”. Ma “Vetrina del parco” no, altrimenti rischierà di danneggiarne l’immagine perché sembrerà che nel Parco non c’è nulla di attraente o presentabile, oltre a quanto le kermesse gastronomiche propongono in  tante località. E’ un rischio inaccettabile!

Info

Per i riferimenti del testo alla “Vetrina del Parco” 2009 cfr. in “cultura.inabruzzo.it”, il nostro articolo dell’11 settembre 2009 “Vetrina del Parco a Montorio al Vomano di Teramo” e quello di Giovanni Lattanzi “La vetrina ‘nel’ Parco” del 12 settembre 2009. Sulla mostra dello scultore cfr. il nostro articolo nel sito citato del 24 settembre 2013, “Montorio al Vomano. Il ritorno di Silvio Mastrodascio”. Per articoli sul territorio cfr., sempre in “cultura.inabruzzo.it”, i nostri servizi su Crognaleto il 29 luglio 2009, e Tottea il 6 settembre 2010, Forca di Valle 3 articoli nel dicembre 2010, e quelli su Pietracamela:nel 2009 l’8 gennaio e il 21 aprile, il 22 giugno e il 15 agosto, il 9 e 12 settembre; nel 2012 il 3 e il 14 settembre; nel 2013 il 15 agosto, il 9 e 12 settembre; sempre su Pietracamela in “guida fotografia.com”, settembre 2012 e 2013; in questo sito il 27 agosto 2013. Per i riferimenti del testo alle mostre pittoriche di altri artisti cfr. i  nostri articoli su Giorgio de Chirico in questo sito nel 2013 il 20, 26 giugno e 1° luglio, in “cultura.inabruzzo.it”  nel 2009 il 27 agosto, 23 settembre e 22 dicembre, nel 2010 l’8. 10 e 11 luglio;  e su Pablo Echaurren in questo sito nel 2012 il 23, 30 novembre e 14 dicembre.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante alla manifestazione a Montorio al Vomano, si ringraziano gli organizzatori con i titolari dei diritti per l’opportunità offerta. In apertura, una foto d’epoca della montagna dalla mostra nel  “Chiostro” , “Sua Maestà il Gran Sasso d’Italia”,  dal volume omonimo; seguono due immagini d’epoca dalla mostra in piazza Orsini  “Montorio al Vomano. Immagini per la memoria”, anch’esse dal volume omonimo, e le Donne in attesa di  Paolo Foglia della sua mostra pittorica “on the road”; poi due dipinti della mostra “.Mark Kostaby. Sound and Dreams” nello spazio espositivo superiore del “Chiostro” e una scultura della mostra  di“Mastrodascio” nella stessa sede espositiva; in chiusura, in primo piano  una delle sculture di Mastrodascio esposte nel cortile del Chiostro,  ripresa durante una manifestazione  della  “Vetrina del Parco”.   

lkay Samli, i colori per un sincretismo religioso, all’Ufficio culturale turco

di Romano Maria Levante

Dall’11 settembre all’11 ottobre 2013 presso l’Ufficio cultura e informazioni della Turchia a Roma, un’altra tappa del cammino congiunto arte-misticismo che l’Ambasciatore di Turchia presso la Santa Sede, Kenan Gursoi, sta portando avanti attraverso mostre pittoriche ispirate a grandi richiami mistici. Nel marzo scorso lo fece con la mostra “I colori dell’opera ‘Mesnevi’ di Rumi su tela”  della pittrice Tulay Gurses; questa volta con la mostra della pittrice Ilkai Samli, il cui Richiamo dei Colori” si ispira ai versetti del Sacro Corano e utilizza una tecnica “goccia a goccia” che riporta alla sintesi delle particelle verso l’unità mediante la meditazione per penetrare il mistero E’ intrigante come una forma d’arte come la pittura, dove tutto è visibile e palese, sia utilizzata in un modo del tutto particolare per esprimere contenuti appartenenti non alla realtà o all’interiorità personale, ma alla fede; e questo con  una tecnica, non utilizzata in Occidente, che a sua volta è lo strumento per rendere un processo cosmico di convergenza delle singole componenti verso l’Unità.

Ebru,  una tecnica che diviene arte

Cominciamo con il disvelare questa tecnica, di nome Ebru,  “nube” o “simile a una nuvola”, “venatura increspata” o “superficie acquosa”, definita così dall’artista che l’ha utilizzata per le opere presentate: “Un’arte di raffigurazione realizzata con il riversamento su carta di tinte a base di terreno battuto con acqua distillata e fatte galleggiare su acqua raddensata”.

Nella pratica l’acqua crea uno specchio su cui si forma  la tavolozza cromatica mediante pigmenti oleosi diluiti in trementina, per effetto della bile bovina che dà luogo alle condizioni fisico-chimiche per la  loro deposizione sullo specchio liquido secondo il disegno dell’artista, che utilizza delle assicelle per spostare le gocce di pigmento sospese nell’acqua. Questa formazione liquida con sospensioni oleose viene trasferita sul foglio che vi viene poggiato sopra e viene ritirato quasi subito perché l’acqua vi penetra lasciandovi i propri segni e colori; poi si asciuga e l’opera è nata. Nulla di segreto, l’artista ne ha fatta una dimostrazione pubblica, cui è stato dato il nome “Dipingere sull’acqua”,  il 12 settembre, due giorni dopo la presentazione, a Palazzo Baleani sempre a Roma.

L’arte dell’Ebru, nata in Asia centrale e diffusa lungo la Via della Seta,  essendo basata sulle gocce di pigmento insolubili che si ricompongono sull’acqua, rende la superficie “marmorizzata”, e lo si vede nei risguardi di libri preziosi come in antichi documenti e carte di valore realizzati con questa tecnica; esemplari che risalgono al 1447 sono esposti nella biblioteca del palazzo di Topkapi, creazioni uniche, non replicabili né suscettibili di correzioni e cancellature. Venivano prodotti anche quaderni con la carta marmorizzata per i doni dell’Imperatore  alle famiglie reali europee e agli ambasciatori stranieri presenti a Istanbul.

Dall’Ebru  alla relazione cosmica tra l’uomo, l’universo e il divino

Il rapporto dell’artista Ilkay Samli con la tecnica Ebru è molto stretto, l’ha imparata  dal maestro  di fama mondiale HIkmet Barutcugil e – si legge nella sua biografia – “quando si è accorta del fatto che l’arte di Ebru sia l’arte di arrendersi ad Allah e dei misteri dell’esistenza, ha cominciato il master per poter addottrinarsi nella traduzione e l’interpretazione del Sacro Corano”. Siamo nel 2001, nel dipartimento degli Studi islamici alla Facoltà di Teologia  dell’università, l’artista ha 30 anni, l’argomento della sua tesi è “Il fatto dell’arrendesi ad Allah nel Corano e l’interpretazione di Inb-i Arabi”; dal 2006 al 2013 ha insegnato l’arte di Ebru a 500 appassionati.

Da quanto abbiamo premesso si può comprendere come siamo dinanzi a qualcosa di più, e non solo di diverso, di una tecnica  o di uno stile, entriamo nel campo della spiritualità e del misticismo.

L’ambasciatore Kenan Gursoi lo ha fatto capire chiaramente nell’introduzione, sottolineando il “rapporto con la tradizione cristiana della cultura occidentale” e definendo “i colori e la loro armonia  simbolo della creazione collegato al concetto di pace”; riferendosi alla tecnica seguita,  ha precisato che “sono colori allo stato puro come in natura, non artificiali”, e rendono “la saggezza del divino respiro universale”.  Con il  rispetto delle regole della creazione, ha concluso,  “ci si libera dall’egoismo verso la giustizia e la trascendenza divina”.

A lui ha espresso gratitudine l’artista per “aver sempre invitato alla meditazione”, e per “aver insieme eseguito il ‘richiamo dei colori’, ma soprattutto per aver insieme ascoltato quel ‘io’ divino della moltitudine”. Siamo nel campo della spiritualità più alta, vediamo ora come si coniuga con l’arte, anch’essa nobile ed elevata, nel dare espressione terrena e tangibile a qualcosa di superiore.

E nel riflettere qualcosa di misterioso:  Maometto, alla domanda “dov’era Dio prima di creare l’Universo” rispose “in uno spazio indeterminato e senza tempo”, usando la parola “ama” che oltre a indeterminazione significa segretezza e anche nuvola, cosa che ci riporta all’Ebru. Ma l’artista va ancora oltre nell’introdurre le proprie opere:  “Nel Macro Universo, o più specificamente in tutti gli esseri viventi – afferma –  ogni particella esistente rappresenta soltanto un unico e singolo nome di Dio”; mentre “i limiti fisici e l’aspetto di ciascuna di queste particelle, tra le quali non vi è alcuna esplicita correlazione, sono come uno specchio nebuloso deformato  costituito da punti separati”.

Per concludere:  “L’essere umano, invece, che è parte del Micro Universo, è la cera di questo specchio; giacché la struttura di tutto l’universo è molto evidente e, mediante l’intercorrelazione di tutte le sue particelle tra di loro fino a formare un unico ‘io’, si riflette nell’essere umano”. La metafora dell’Ebru non potrebbe essere più calzante ed eloquente: “Anche l’arte Ebru, proprio come nello ‘ama’ di cui sopra, realizza il proprio richiamo goccia a goccia, con espressioni dall’aspetto nebuloso formate da svariati colori”. E in particolare l’esposizione delle 28 opere, nelle parole della stessa artista, “dovrebbe essere considerata alla luce del pensiero spirituale di Ibn Arabi, mistico Sufi musulmano del XII sec., che prende il nome dell’Unicità dell’Essere”: le singole gocce insolubili che si ricompongono nello specchio acquoso.

Le opere devozionali sul Dio unico, altissimo

Da quanto abbiamo riportato risulta evidente l’impossibilità di penetrare nei significati reconditi dei dipinti da parte di chi non è immerso nella spiritualità e nella cultura che ne è la fonte ispiratrice. Ci limitiamo, quindi, a qualche constatazione basata sugli elementi che possiamo percepire e decifrare.

Notiamo subito che 18 opere  comprendono lettere calligrafiche i cui autori, gli Hattat, sono indicati nominativamente: Arif Yucel per ben 6 opere, Alì Toy per 3, Mustafa Cemil Efe  Huseyin Gunes per 2, più Deniz Cimen,e Musa Mahmut, Munevver-Kaya Ucer, Levent Karaduman e Emin Barun. Le gocce di pigmento si sono coagulate in queste grandi iscrizioni arabe, al centro del quadretto, di diversi colori oltre che differente forma, sempre calligrafica.  

Ci viene indicato che la prima lettera dell’alfabeto arabo, Alef, indica l’essenza di Dio, il mistico Ibn Arabi vi identifica la voce e lo Spirito di Dio e la ritiene “assoluta” e “inglobante”, è una A che simbolizza Allah, il Dio unico, le sue qualità si riunificano nell’essenza divina.  Si insiste nell’identificare la Divina verità nell’Unicità dell’Essere, “Lui è tutto e niente, e niente è Lui. E lui è onnisciente”.

Per questo la lettera o le lettere composte dall’emulsione dell’Ebru  sono qualcosa di ben diverso da un’espressione grafica, sono un’espressione spirituale e di fede ai livelli più elevati. Ciascuna ha un titolo che ne riassume il contenuto, ne citiamo alcuni: “Nel nome di Allah” e “Quel Allah che…”, “Il Vivente” e “Colui che sussiste da se stesso”, “Il Custode” e “L’Altissimo”, “Il Sublime” e “Verità assoluta”, “Misericordia per i mondi” e “I veri discepoli di Maometto”, Le doppie Waw” e “Le Waw che scorrono”.  I versetti del Corano cui si ispirano ne ricordano le qualità soprannaturali, nella ben nota assonanza con le altre divinità monoteiste, quella cristiana in primis: “Creò l’uomo da un gene” e “Il tuo Signore è l’Incessante Creatore, il Sapiente”;  “Il suo Trono è più vasto dei cieli e della terra” ed “Egli è l’Altissimo, l’Immenso”.

Concetto questo espresso in 4 opere  con un elemento centrale solo o dominante. In “L’Unico” è rappresentato come un numero uno: “Dì: ‘Egli Allah è Unico. Allah è l’Assoluto. Non ha generato, non è stato generato, e nessuno è uguale a Lui”;  in “Signore degli Universi”, il numero uno è raddoppiato, intorno a un fiore, mentre in “Il potere assoluto” si eleva in una vetta stilizzata, segnata da questo versetto: “Chi agogna l’onnipotenza, sappia che l’onnipotenza compete solo a Dio; a Lui ascendono le buone parole ed Egli accetta le buone azioni”; fino a “L’autentico possessore” nel quale “il creatore” ha un’immagine che nella concentricità dei cerchi ricorda l’empireo dantesco: “Egli fa compenetrar la notte nel giorno e fa compenetrare il giorno nella notte; e vi ha asservito il sole e la luna… tale è l’opera d’Allah, vostro Signore e Suo è il Regno”.

Le opere terrene di forte spiritualità

Gli altri 10 dipinti esprimono dei contenuti figurativi a loro volta riflesso di una profonda spiritualità ma più terrena. “Rota fortunae” è un volteggiare di piume variopinte su fondo viola, il versetto recita: “Egli ha creato per voi tutto quello che c’è sulla terra. Poi si è rivolto al cielo e lo ha ordinato in sette cieli. Egli è l’Onnipotente”. Con “La Genesi” si va alle radici, sono agglomerati di cellule che si aggregano e si separano su fondo celeste: “Creammo l’uomo con argilla secca, da mota impastata. E in precedenza creammo i demoni del fuoco di un vento bruciante”.

“Il diavolo” è il titolo di un’opera con lingue di fuoco che si levano a lambire un fondo blu, i versetti evocano la ribellione: Gli angeli dinanzi ad Adamo “si prosternarono ad eccezione di Iblis, che non fu tra i prosternati. Disse (Allah): ‘Cosa mai ti impedisce di prosternarti, nonostante il mio Ordine?’ Rispose: ?Sono migliore di lui, mi hai creato dal fuoco, mentre lui lo creasti dalla creata’”.

Le fiamme percorrono orizzontalmente l’opera “Castigo del fuoco”, ispirata al versetto: “Signore, non hai creato tutto questo invano. Gloria a Te! Preservaci dal castigo del Fuoco”.

Il rosso è anche in immagini serene, come “I semi che germogliano”, ali incolonnate e rivolte verso l’alto: “Muhammad, il Messager di Dio, e i suoi seguaci son severi coi miscredenti, e indulgenti tra di loro… mentre nel Vangelo essi son paragonati ad un seme che emette il suo germoglio”.  Non è verticale ma obliqua la composizione “I cuori che si deviano dalla verità“, sono cuori divenuti fiori con l’anima verde quasi trascinati in basso: “Signor nostro, non lasciare che i nostri cuori si perdano dopo che li hai guidati e concedici misericordia da parte Tua. In verità Tu sei Colui che dona”.

Ma ci sono “I penitenti“, raffigurati con un fiore rosso dal lungo stelo su fondo celeste percorso da striature bianche: “Essi avranno in compenso il perdono del loro Signore e i Giardini in cui scorrono i ruscelli, e vi rimarranno in perpetuo. Che bella ricompensa per coloro che ben agiscono!”. E “Quelli che hanno perseveranza nella carità” sono raffigurati a loro volta da tre fiori rosa in un ovale prezioso, lo stesso fondo celeste, entreranno  nei “Giardini dell’Eden”: “Pace su di voi, perché siete stati perseveranti. Com’è bella la vostra Ultima Dimora!”.

In definitiva, “Chi ha la pazienza raggiunge la Vittoria”,  l’immagine mostra una grande iscrizione bianca appena visibile nel denso agglomerato di fondo: “Coloro che perseverano… saranno benedetti dal loro Signore e saranno ben guidati”.

Fino a “La Resurrezione“, un dinamico susseguirsi di onde  vitali che si accavallano nelle tinte calde, l’ispirazione è in questi versetti: “E’ Dio che invia i venti i quali smuovono le nuvole che, poi, dirigiamo verso una landa brulla vivificandone, così, il suolo dopo la sua morte: similmente avviene la resurrezione”.

Si torna sulla terra con “Le foglie cadenti“, una pioggia di foglie che sembrano di edera, dal verde al rosso al marrone  con il versetto “L’era”: “Per l’era in corso, inver, l’umanità è in perdizione. Tranne quelli che credono e fanno il bene”. E si risale in alto con “La digradazione sacra”: “Dì: ‘Lo ha fatto scendere lo Spirito di Santità con la verità [inviata] dal tuo Signore, per rafforzare coloro che credono, come guida e buona novella per i musulmani”.

E non solo per loro, i cristiani si riconoscono appieno in queste parole – si pensi allo Spirito santo – ed è stata una bella occasione trovare conferme sul sincretismo religioso in una mostra d’arte, cosa non inattesa conoscendo il mistico Ambasciatore di Turchia presso la Santa Sede. L’ultima citazione vogliamo dedicarla a “I veri discepoli di Maometto”: il dipinto mostra  formazioni simmetriche molto armoniose su fondo rosa, saranno le figure parallele che si muovono in sincronia. Ce lo dicono i versetti, “nel nome di Dio, Clemente, Misericordioso”: “Dì: ‘Crediamo in Allah e in quello che ha fatto scendere su di noi e in quello che ha fatto scendere su Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e le tribù, e in ciò che, da parte del Signore, è stato dato a Mosè, a Gesù e ai profeti: non facciamo alcuna differenza tra loro e a Lui siamo sottomessi”.

Nessuna parola, in questa come negli altri versetti, si discosta dalle parole che siamo soliti ascoltare nei nostri riti religiosi. Dopo lo Spirito santo si nomina anche Gesù, e se invece di Allah ci fosse Dio, del resto usato nel titolo, l’omologazione sarebbe totale. E allora come possono nascere i conflitti di civiltà, le persecuzioni, l’Islam contro il Cristianesimo? Forse dall’ignoranza oltre che dal fondamentalismo. Ebbene, questa mostra ha il grande merito di  rompere questo muro, peggiore di quello dell’indifferenza, perché dall’ignoranza viene il pregiudizio e poi l’ostilità, fino all’odio.

Ritrovarsi immersi nello stesso mistero illuminati dalla medesima luce che squarcia le tenebre cercando di dare un senso alla vita e alla creazione non può che fare partecipi di un destino comune. Il dialogo religioso e il sincretismo non devono restare parole astratte: quanto illustrato dalla mostra con immagini suggestive e con evocazione di profonde meditazioni ci sembra più efficace di tante conferenze e tante dichiarazioni pur solenni ma che restano estranee al grande pubblico.

L’Ambasciatore Gursoi ha fatto già una cosa straordinaria nell’inaugurare la precedente mostra ispirata al mistico Rumi il giorno dell’intronizzazione di papa Francesco; per scoprire che Bergoglio è nato nello stesso giorno in cui, secoli prima, moriva Rumi, non estraneo, sembra, all’incontro di san Francesco con il Sultano.

Questa volta, ci sembra di poter dire, l’Ambasciatore è andato ancora oltre. Siamo sicuri che su questo piano ci farà ancora delle sorprese. All’insegna della meditazione e della spiritualità che accomuna tutti i credenti, quale che sia la fede; e anche i non credenti di buona volontà.

Info

Ufficio “Cultura e Informazione” della Turchia, Piazza della Repubblica 55-56, Roma, pressi Stazione Termini. Dal lunedì al venerdì ore 9,00-17,00, sabato e domenica chiuso. Ingresso gratuito. Tel. 06.4871190-1393; http://www.turchia.it/; turchia@turchia.it. Catalogo “Richiamo dei colori”, introduzione dell’artista Ilkay Samli, settembre 2013, pp. 60, formato 22×22. Per i riferimenti citati, cfr. in questo sito:  sulla mostra precedente il nostro “Tulay Gurses, a colori il misticismo di Rumi”  il 21 marzo 2013; per “Istanbul,viaggio nella ‘nuova Roma’” i nostri 3 articoli il 10, 13, 15 marzo 2013; per “La Via della Seta”  i nostri tre articoli il 18,21,23 marzo 2013. Ciascuno degli articoli citati è illustrato da 6 immagini.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante all’inaugurazione della mostra nell’Istituto culturale della Turchia, si ringrazia l’organizzazione con i titolari dei diritti per l’opportunità offerta; in particolare l’ambasciatore Kenan Gursoy e l’artista Ilkay Samli  che abbiamo ripreso davanti alle opere esposte. In apertura l’ambasciatore Gursoy e l’artista Samli all’inaugurazione, dietro di loro, da sinistra “Il potere assoluto”,”Quelli che hanno perseveranza nella carità”, “I penitenti” ; seguono “La Genesi” e “Il diavolo”; poi “La digradazione sacra” e “L’autentico possessore”; in chiusura un gruppo di 6 opere basate sulla grafica di lettere degli artisti della calligrafia, da sinistra in alto “L’Altissimo”, “Quel Allah che…”,  “Il Vivente”, in basso “Il Sublime”, “Il Custode”, “Colui che sussiste da se stesso”.

Pittura ungherese, la modernità del 1905-25, alla Gnam

di Romano Maria Levante

Al centro dell’Anno culturale Ungheria-Italia 2013 la mostra “Il tempo della modernità. Pittura Ungherese 1905-25”, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna dal 25 giugno al  6 ottobre 2013 con 140 tra dipinti ed altre opere. Realizzata dalla Galleria Nazionale Ungherese di Budapest e curata da Mariann Gergely con  Gyorgy Szucs è una straordinaria  esplosione di colori e di stili in cui si trovano tradizione e modernità, folklore e avanguardia, influssi stranieri e  atmosfere locali; un incontro suggestivo dell’impressionismo e delle avanguardie con il Fauvismo ungherese. Ne tracciamo le linee fondamentali sulla base delle puntuali ricostruzioni contenute nel Catalogo.

L’Anno culturale Ungheria-Italia 2013 comprende una serie di manifestazioni, letterarie e musicali, teatrali e cinematografiche; oltre alle mostre d’arte allestite nei due paesi. Questa in corso alla Gnam è, nelle parole di Laszlò Baàn, Direttore generale del museo delle belle arti e della Galleria nazionale ungherese, “l’esposizione più importante di pittura ungherese realizzata a Roma, una delle capitali culturali del mondo”. E la soprintendente alla Gnam, Maria Vittoria Marini Clarelli sottolinea come “nel periodo 1905-1925, i rapporti con l’Italia furono pochi ma significativi. Il più importante è certamente il rapporto con il Futurismo”, poi “un’altra connessione, più ambigua, è il revival classico degli anni venti, con la percezione scultorea della forma”.

Va premesso che l’intitolazione alla modernità si riferisce alle profonde trasformazioni intervenute in Ungheria nel primo quarto del secolo scorso: dalle canzoni popolari di Béla Bartok alle nuove riviste di arte e letteratura, dall’avanguardia del “Gruppo degli Otto” al rigore intellettuale del costruttivismo ungherese, dagli stimoli del Futurismo italiano al revival classico che impegnò artisti italiani e ungheresi. Tutto questo si riflette nella temperie artistica di quel periodo.

L’ambiente politico era attraversato da crisi e montava il malcontento nei riguardi della monarchia ungherese; gli artisti d’avanguardia, spesso costretti a lasciare Budapest, partecipavano ai Saloni di Parigi, alla Biennale di Venezia  e alle Esposizioni di arti decorative di Milano e Torino. Ci fu un “felice  tempo di pace” fino alla prima guerra mondiale, poi il Trattato che sancì la fine del conflitto portò allo smembramento del paese. All’inizio degli anni ’20  molti artisti si trasferiscono all’estero mentre gli scrittori e intellettuali rimasti  in patria cercavano la restaurazione basata sul realismo.

Fauvismo ungherese, naturalismo “en plein air”: il “neo-impressionismo”

Dall’Accademia di Monaco partì il superamento della tradizione da parte di artisti che, dopo averne frequentato i corsi, ne contestarono gli orientamenti. Tra loro  Simon Hollòskiche fondò una scuola con l’intento di creare un’arte ungherese moderna contrapposta a quella accademica svolta al chiuso, ispirandosi  al paesaggio per un’arte “en plein air”, come gli impressionisti cui associa il naturalismo. Istituì una colonia di pittura estiva  a Nagybàanka (oggi Baia Mare in Romania),che attuò questi principi, con  lo “stile di Nagybàanka”, definiti appunto  “naturalismo en plein air”.

Il nuovo corso si manifesta nell’arte come si può vedere nelle sezioni della mostra. Nella 1^ sezione  facciamo la conoscenza con Jòzsef Reippl-Rònai,  di cui sono esposte 7  opere. Inizia la vita artistica a Parigi, come assistente del maestro  d’Ungheria Munkàcsy, prima subisce l’influenza del Simbolismo francese con grandi macchie di colore e contorni sottili, poi lo stile si fa più  personale, lascia l’ampia gamma di colori per tinte scure che  fanno chiamare questa fase “periodo nero”. Tra gli altri “Tristezza”, 1905, e “Mio padre e zio Piacsek mentre bevono vino rosso”, 1907. Non viene compreso dal pubblico e cambia ancora stile, avvicinandosi ai post-impressionisti, fino ad essere definito “il maestro del post-impressionismo ungherese”. I suoi dipinti ritraggono ambienti, come “Particolare del parco”, 1910,  personaggi a lui vicini, come “La Signora Schiffer con le figlie”, 1911, e scene militari, come “Soldati in marcia”, 1914. Ha successo nel pubblico ed è apprezzato dalla critica, può riprendere le sperimentazioni iniziate  a Parigi: in particolare  raffigura oggetti reali e utilizza colori  sgargianti che scompone in  macchie molto piccole, vediamo anche i “Ritratti di Lajos e Odon”, 1918, e “Zoka Banyai in vestito nero”, 1919.

La 2^ sezione presenta 12 opere dei “fauves” ungheresi che nascono dalla reazione agli indirizzi accademici dopo aver frequentato i corsi dell’Accademia delle Belle Arti di Monaco. C’è un artista particolarmente significativo, Béla Czòbel,che visitò nel 1906 la colonia di Nagybàaanka portandovi le proprie  opere ispirate al pointillismo, colori puntinati contornati da linee nette, che ebbero molta influenza; alcuni della colonia seguirono questo stile. Fu ancora più evidente l’influsso parigino, tanto che furono chiamati “neo-impressionisti”, o soltanto “neo”, in modo riduttivo dato che l’impressionismo veniva considerato decadente dai detrattori. Non si trattava solo di tendenze impressionistiche, oltre al pointillismo  vanno aggiunti influssi di Gaugin  e Matisse. Di lui  vediamo esposti “Via di Parigi” e “Uomo seduto”, 1906, “Natura morta fauvista”, 1907.

Dei  “neo” sono in mostra  opere molto espressive, dal forte cromatismo. Di Vilmos Perlott- Csaba “Ritratto di Sàndor Ziffer”, 1908, e “Paesaggio invernale con recinti”, 1910, “Ragazzi bagnanti”, 1911, e “Autoritratto con modello”, 1922. Sàndor Ziffer è presente con  “Musicisti”, 1907, e “Paesaggio invernale con recinti”. Un altro Sàndor, Galimberti con l’oscuro “Motivo di Nagbànya”, 1911 Naturalmente c’è anche Vilmos Huszàr, tra i fondatori del gruppo olandese De Stijl, con “Nel giardino”, 1906.

L’alternativa al neo-impressionismo, l’espressionismo e il futurismo

Il fervore creativo prosegue nella 3^  sezione con 27 opere. Entra in scena il gruppo “gli Otto”, che  lasciano gli impressionisti e naturalisti per un movimento alternativa a loro oltre che all’Accademia: non si cerca più di cogliere l’attimo fuggente delle impressioni suscitate dalla  realtà, ma di entrare nei significati più profondi.  La mostra “Nuove immagini” del dicembre 1909  presenta sette artisti, l’ottavo è Béla Czòbel che era a Parigi, così nasce il gruppo. C’è l’influsso di Cezanne nelle nature morte con oggetti di uso comune, e troviamo molti nudi immersi nella natura; influssi fauvisti e cubisti sono evidenti, ma solo a tratti dati gli scarsi contatti con tali movimenti di avanguardia. 

Vediamo esposte con questi motivi 4 opere  di Karoly Kernstok, tra cui  i classici “Cavalieri sulla sponda”, 1910, e “Disegno di vetrata”, 1912;   e 3 di Odon Marffy, immagini cubiste di paesaggio in “L’antica dogana di Vàc”, 1910, di nudo in “Nudo di donna sdraiata”, 1910, di ritratto in “Autoritratto”, 1914.  E  5 opere di Robert Berèny, “Ritratto di Leo Weiner” e “Autoritratto”, “Nudo di donna sdraiata” e “Donna in vestaglia rossa”, Composizione” e “Dall’isola di Capri“, tutti tra il 1905 e il 1911.  Dezso Czigàny, che nel 1908 aveva aderito al Circolo degli impressionisti e naturalisti ungherese, l’anno dopo partecipò ad una mostra considerata  la prima esposizione collettiva del “gruppo degli Otto”: di lui vediamo opere dai forti e nitidi contrasti cromatici senza segni impressionistici, la mutazione fu totale: Così “Funerale di un bambino” e “Autoritratto”, 1908-09, e i successivi “Autoritratto”, 1913, e “Natura morta con mele e stoviglia”, 1915.

L’effetto sull’ambiente conservatore fu notevole, anche se dopo tre anni, organizzate altre tre mostre collettive, il gruppo cessò di esistere.

Il rinnovamento non si ferma, ne dà conto la 4^ sezione con una serie di opere, 15 dipinti, 16 litografie,  stampe e incisioni. Irrompe l’espressionismo e il futurismo, artefice è Lajos Kassàk, che fonda la rivista d’arte “L’Azione” intorno alla quale  si forma un nuovo gruppo con lo spirito del futurismo di cambiare la società attraverso un’arte di rottura; era un messaggio così dirompente da suonare come rivoluzionario. Per questo nel  1916 la rivista fu chiusa, ma Kassàk non demorde, fonda “Oggi” (Ma)  che uscirà non solo  a Budapest (tra il 1916 e il 1919) ma anche a Vienna (tra il 1920 e il 1926). Inoltre offre agli artisti d’avanguardia una sala d’esposizione a Budapest, inaugurata nel 1917 con opere di Jànos Mattis Teutsch. Vediamo in mostra,  di Kassak dipinti geometrici, come “Armonia di colori”, 1921,  e la serie “Architettura pittorica”, 1924, più un “Ritratto di Tristan Zara” in omaggio all’avanguardia futurista da lui impersonata. Opere  geometriche ma con un cromatismo intenso,di  Sandor Bortni,  come “Locomotiva rossa”, “Fabbrica rossa” e “Composizione con sei figure”, del 1918-19; “Natura morta con vaso” e il metafisico “Asino verde”, “Il nuovo Adamo” e “La nuova Eva”, 1923-24, quasi dei manichini.  Teutsch è presente con tre “Paesaggi”, 1916-17, dalle linee evanescenti e colori  tenui che nell’ultimo dipinto  diventano intensi, come in “Fiori dell’anima” del 1921.

Le inquiete vicende politiche si ripercuotono sull’arte, i movimenti di avanguardia devono lasciare il paese, Vienna ne diventa il centro dal 1920 sostituendosi a Budapest..

Laszlo Moholy-Nagy- corrispondente da Berlino della rivista MA, fornisce informazioni aggiornate sulle correnti artistiche europee in collegamento con le altre riviste d’avanguardia, tra cui de Stijl; e crea opere scultoree ispirate ai piani geometrici astratti, plastiche in legno e metallo e costruzioni in nichelio. Le espone nel 1922 in una mostra con Laszlò Péri, della stessa rivista, che si ispira ai costruttivisti russi; di  Nagy vediamo 5 composizioni con linee geometriche su fondo nero. Ne sente l’influenza anche il già citato Kassàk le cui composizioni a piani geometrici vengono viste “come modelli di un nuovo ordine visivo”. Di Peri sono esposte incisioni,  disegni e costruzioni di tipo “spaziale”, siamo tra il 1922 e il 1924.  Geometriche anche le composizioni di Béla Ultz, come “”Battaglia” e “Analisi su fondo viola”, del 1922.

L’orizzonte delle avanguardie si allarga, da Vienna a Berlino

Nella 5^ sezione troviamo 14 opere negli stili delle principali correnti artistiche europee, dal cubismo all’espressionismo e  al futurismo, che penetrò nell’ambiente artistico ungherese dopo la mostra del 1913 a Budapest con opere di Boccioni e Russolo, Severini e Carrà. Il centro si sposta da Vienna a Berlino, nella galleria  Der Sturm dove espongono i tardo-espressionisti.

Hugò Scheiber è attratto dai temi futuristi ispirati al movimento e alla frenetica vita cittadina, compresi i cabaret e i locali notturni. Sono esposti 7 suoi dipinti, della metà degli anni ’20, i cui titoli bastano per apprezzare il dinamismo futurista, espresso in immagini ben lontane dal figurativo: citiamo  “Metropoli” e “Sul tram”, “Ballo”, “Folla” e “Carosello”.  

L’altro  artista espressivo di questa tendenza è Béla Kàdàr, che si ispira al folklore dei villaggi, con una scomposizione dove all’ispirazione futurista si associa quella cubista per rappresentare la dimensione spazio-temporale. Vediamo in mostra 3 opere di forte impatto cromatico come “Festaioli”, “Scena bucolica” e “Sotto le stelle”, del 1923, e  3 dal cromatismo più tenue come “Paesaggio con carrozza”, “Vacche” e “Ammazzano il maiale”, tra il 1921 e il 1924.  

Questi artisti espongono in mostre internazionali, da Berlino a New York nel 1926, a Roma nel 1933 nella mostra nazionale dei futuristi inaugurata da Marinetti.

Il ritorno a un nuovo classicismo

I sommovimenti del primo quarto di secolo, dopo aver prodotto il dinamismo innovativo delle avanguardie, determinarono un  contraccolpo verso un ritorno al classicismo. Fu l’effetto della prima guerra mondiale che con i suoi lutti  e le sue rovine spense molti entusiasmi per il futuro facendo sentire il bisogno dell’ordine e dell’equilibrio dei tempi andati. Questo sentimento diffuso nella società ebbe riflessi anche nell’arte come li aveva avuti il sentimento opposto.

Anche questa volta è in un’Accademia che nasce la nuova tendenza, quella di Budapest, come la tendenza  opposta di reazione al classicismo era nata in quella di Monaco.  Un gruppo di allievi dell’Accademia ungherese ancora studenti cerca di tornare all’ideale della bellezza classica pur non rinunciando ad alcune conquiste dell’arte contemporanea. Sono Istvàn Szonyi,Vilmos Aba-Novàk e Kàroly Patkò. Lo vediamo nelle 20 opere esposte nella 6^ sezione: , ritratti e  scene di ambiente classico, ma modernizzati, come autoritratti e paesaggi con  nudi.

In particolare di Szonyi “Autoritratto”, 1919, e “Paesaggio con cavallo”, 1920; di Aba Novàk “Il portatore di legna”, 1024, e “Doppio autoritratto”, 1925, di Patkò “Autoritratto”, 1922, e “Nudi nel paesaggio”, 1926. Oltre a loro Gyula Derkovits, ambienti idilliaci con una certa tensione, come “Concerto” e “Cenacolo”, 1921-22

E’ stato definito “stile neoclassicista ungherese di ispirazione italiana”, con il gusto del classico che entra a permeare l’arte contemporanea ungherese, anche tramite l’Accademia d’Ungheria a Roma, istituita nel 1927, con i citati Szònyi, Aba-Novàk e Patkò  che fruiscono di una borsa di studio, incoraggiati dal curatore dell’Accademia, Tibir Gerevich.

“Gerevich –  si afferma al termine della presentazione della mostra –  nell’affermazione dello stile neoclassicista ungherese di ispirazione italiana, riconosce il trionfo del gusto classico, nell’arte contemporanea ungherese”. E ci sembra il migliore sigillo per una mostra inquadrata nell’Anno culturale Ungheria-Italia, che vede l’incontro delle due  culture.

Conclusione

Abbiamo citato soltanto una parte degli artisti le cui opere sono esposte in mostra, delineando le principali tendenze da loro rappresentate.

L’impressione che si ricava dalla mostra è di una grande apertura alle correnti e tendenze pittoriche del novecento, con un cromatismo forte e intenso, in composizioni per lo più figurative, con i forti segni dell’impressionismo e futurismo, cubismo e fauvismo, fino a qualche tendenza all’astrazione soprattutto attraverso forme geometriche.

E’ un’immersione totale nell’universo pittorico del ‘900 ungherese con le sue assonanze e i suoi richiami ai motivi ispiratori. Che si ritrovano nella sconfinata Galleria d’Arte Moderna a disposizione dei  visitatori della mostra. Si rischia la “sindrome di Stendhal” dinanzi a tanta grazia di Dio artistica, ma di certo dopo la mostra sulla pittura ungherese viene voglia davvero di tornare alle fonti prime,  e sono tutte a disposizione nelle spettacolari sale della Gnam, da vedere e rivedere.  

Info

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma,Viale delle Belle Arti, 131. Da martedì a domenica dalle 10,30 alle 19,30 (la biglietteria chiude alle 18,45); lunedì chiuso.  Ingresso intero 8 euro;  ridotto 4 euro, tra 18 e 25 anni e per insegnanti delle scuole pubbliche nell’UE; ingresso libero fino a 18 anni e oltre 65.  Tel. 06.32298221, http://www.gnam.beniculturali.it/. Catalogo: “Il tempo della modernità. Pittura ungherese 1905-1925”, della Galleria Nazionale Ungherese, 2013, pp- 240, bilingue italiano-inglese, formato21x27; dal Catalogo sono tratte le notizie del testo.

Per l’arte in altri paesi, a parte i più grandi maestri che non possono essere confinati nella propria nazionalità, cfr. i nostri servizi: in questo sito per l’arte rumena, sulla pitturadel ‘900 il 15 gennaio 2013,  per l‘arte cinese, sui maestri della pittura moderna “oltre la tradizione” il 15 giugno 2013, su “visual China” realismo figurativo contemporaneo il 17 settembre 2013, sullo scultore Weishan il 24 novembre 2012; per l’arte giapponese, sulla pittura “nihonga” il 25 aprile 2013; per l’arte russa, su  Deineka il 26 novembre, 1 e 26 dicembre 2012; per l’arte africana, sullo scultore Wi Waki il  27 gennaio 2013; per l’arte americana, sul Guggenheim  il 23, 27 novembre e 11 dicembre 2012, su Scully il 17 gennaio 2013, sulla Nevelson il 25 maggio 2013;  per l’arte israeliana, su “Israel now” il 6 febbraio 2013; per l’arte turca, sulla Gurses e la mistica di Rumi il 12 marzo 2013; per l’arte greca, sulla pittura moderna di “Ellenico plurale” il 16 dicembre 2012. Inoltre cfr. i nostri servizi in  cultura.abruzzoworld.it: per l’arte africana, su “Africa, una nuova storia”, il 15 e 17 gennaio 2010, per l’arte russa  sui “Realismi socialisti” 3 articoli il 31 dicembre 2011, per l’arte americana,. su Hopper il 12 e 13 giugno 2010  e sulla O’ Keeffe 2 articoli il 6 febbraio 2012; sul “Guggenheim” il 22 e 29 novembre e l’11 dicembre 2012, su “Empire”, arte contemporanea Usa, il 31 maggio 2013.

Infine per l’arte antica e arcaica (archeologia) degli altri paesi cfr. i nostri servizi: in questo sito per l’arte antica indiana, su “Akbar” il 18 e 22 gennaio 2013; in “notizie.antika.it”: per l’arte  georgiana arcaica, sul “Vello d’oro” il 20 novembre 2011; per l’arte messicana  arcaica, su “Teotihuacan” il 9 novembre 2010 e il 24, 27 febbraio 2011; per l’atte cinese arcaica, su “L’Aquila e il dragone” il 4 e 7 dicembre 2011; per l’arte cipriota arcaica sulla “terra di Afrodite” il  9 settembre 2012; per  l’arte albanese arcaica, sui “tesori del patrimonio culturale dell’Albania” il 15 dicembre 2012.

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La immagini sono state fornite dalla Gnam, Ufficio stampa, che si ringrazia, con l’organizzazione e i titolari dei diritti; in successione  viene riportata un’opera per ognuna delle 6 sezioni della mostra illustrate nel testo. In apertura Jòzsef Rippi Rònai, “Particolare del parco”,  1910; seguono  Sàndor Ziffer, “Musicisti”, 1907; e  Ròbert Berény, “Nudo di donna sdraiata”, 1905-06, poi Sàndor Bortniyik, “Il nuovo Adamo“, 1924; e Béla Kàdàr, “Festaioli”, 1923; in chiusura  Gyula Derklovits, “Concerto”, 1921.22.

Pulli e Pellegrino, due mostre contemporanee, al Vittoriano

di Romano Maria Levante

Due mostre aperte lo stesso giorno al Vittoriano, il 19 settembre 2013,  e di durata molto simile – l’“Antologica” di Elio Pulli fino al 10 ottobre e “Primi piani” di Bruno Pellegrino fino al 3 ottobre 2013 – costituiscono due modi di percepire la realtà e di renderla con il mezzo pittorico. Una regia magistrale  le presenta in contemporanea nelle sale ubicate da parte opposta nel complesso monumentale: nel lato Fori Imperiali, via san Pietro in carcere la mostra di Pulli curata da Claudio Strinati, nel lato Ara Coeli la mostra di Pellegrino curata da Duccio Trombadori. Realizzate da “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia,  responsabile delle due mostre Maria Cristina Bettini. Cataloghi di Gangemi Editore per Pulli, di Drago Publishing per Pellegrino.

Non intendiamo con questa premessa fare dei raffronti tra i due artisti e le loro opere;  ma vogliamo sottolinearne la netta diversità  per riflettere sull’ampiezza di visione dell’arte come espressione di differenti percezioni della realtà che sembrano appartenere a mondi totalmente lontani ed estranei tra loro. Elemento comune è l’interesse per la realtà, non nei suoi aspetti esteriori ma nei suoi significati profondi. Gli artisti  cercano di penetrarne i contenuti più riposti, e di rappresentarla rendendone i risvolti più significativi e connaturati con la propria visione, pur se molto diversa.

I due artisti, Pulli e Pellegrino, nell’arte e nella vita

L'”Antologica” di Elio Pulli presenta una estrema varietà di composizioni sulla vita e le tradizioni di un popolo, precisamente quello sardo a cui l’autore appartiene. Mentre i “Primi piani”  di Bruno Pellegrino sono “volti solo in piccola parte di persone conosciute  e più spesso semplicemente immaginate”, scrive Paolo Portoghesi; è una visione non solo monotematica ma quasi da “fermo immagine” senza varianti compositive, bensì solo cromatiche e materiche.

Entrambe hanno come motivo centrale l’umanità e i suoi sentimenti: Pulli la trova nei paesaggi e nella gente che fatica con i carretti o sfila in processione, presentando anche qualche figura intensa di isolana. Pellegrino la ricerca nei volti sconosciuti le cui fattezze si fissano come espressione di qualcosa di interiore che lui cerca di far trasparire con il colore e la materia.

L’uno e l’altro  sono attirati dai fiori, anche qui con un approccio molto diverso: delicati mazzi nei vasetti di vetro per ornare le abitazioni nel primo, forti “primi piani” delle corolle immersi nel colore nel secondo.

Altrettanto diversa la loro biografia,  ma in entrambi spicca l’impegno attivo nella cultura.

Pulli  è stato immerso nell’arte da sempre, come pittore e scultore, ceramista e restauratore, anche scenografo. Oltre che come artista si è segnalato per l’impegno culturale nella propria città, Sassari, che gli ha conferito nel 2011 il “Candeliere d’oro”, riconoscimento alle maggiori personalità cittadine. Il sindaco di Sassari Gianfranco Ganau sottolinea che la sua arte, apprezzata “anche oltre i confini nazionali”, è comunque “ispirata nelle forme, nei colori  e nei soggetti alla nostra terra di Sardegna”. Alla pittura unisce la scultura in ceramica, le due arti in lui sono paritarie.

Pellegrino invece fino al 1992 ha svolto attività politica ed è stato impegnato a livello culturale e nella comunicazione; ci limitiamo a ricordare che è stato segretario del Club Turati agli inizi degli anni ’70, consigliere comunale a Milano e presidente del Comitato regionale lombardo per la comunicazione, nel 1980 ha fondato il “Club dei Club”, è entrato  nel Consiglio di Amministrazione  della Rai, è stato Senatore. Dopo il 1992 l’impegno culturale ha sostituito quello politico, e negli ultimi cinque anni ha scoperto l’arte come autore e non più solo come  osservatore. Nasce così il pittore, con escursioni nella scultura.

L’intenso realismo sociale nell'”Antologica” di Pulli

La mostra di Pulli presenta circa 50 dipinti più una serie di fiori e ritratti, e circa 40 sculture tra piatti e vassoi, piccole e grandi composizioni in ceramica policroma. E’ un’esposizione spettacolare che colpisce il visitatore per la vibrante varietà degli stimoli visivi, come quella di Pellegrino colpisce per la forza penetrante della monotematica presenza ossessiva degli sguardi e dei volti.

Ha detto il curatore Claudio Strinati nella presentazione orale in cui è apparso particolarmente ispirato: “Si vede la stessa mano in pittura e scultura, si capisce che è la stessa persona con la sua presenza estrosa, sorprendente, aggressiva, che ha attraversato spazi ancestrali, remoti e futuristici”. 

Il fatto che Pulli abbia coltivato le due arti parallelamente con pari dedizione e caratura artistica lo spiega così: la pittura non gli basta perché “è tale l’energia e l’impulso del ricostruire il mondo intorno a noi, che il maestro ha costantemente il bisogno della tridimensionalità, della materia che plasma e che gli permette di sentirsi come un demiurgo che reinventa le apparenze, per farci vedere ciò che non vediamo normalmente e che pure è latente nelle nostre visioni”. 

In questo senso “è come impastato di ‘verità’, questo potente artigiano che è nel contempo pittore e scultore sensibilissimo e introverso, meditativo e incantato di fronte alla bellezza delle forme che viene elaborando”. Si pone con “lo spirito del grande sapiente che conosce le cose e del bambino che ci mette la sua fantasia positiva”, per cui nelle sue opere “il divertimento e la leggerezza coesistono con la gravitas antica di chi non dimentica il dolore e la malinconia, il timore e la fatica”.

Strinati non manca di citare gli ascendenti, primo tra tutti Picasso per la capacità mimetica di “dare corpo alle fantasie più spericolate che restano, però, sempre agganciate alla concretezza delle cose”; risale fino al pensiero di Eraclito e al maestro orientale del XIX secolo Hokusai, e cita Mathieu, Morandi; in particolare nelle ceramiche trova “echi di Burri, di Fontana, di Leoncillo”  pur nel suo personalissimo stile in cui “il popolaresco e l’aristocratico sono amalgamati in un insieme inscindibile e sommamente affascinante”. E della vasta esposizione di ceramiche dobbiamo dire che è travolgente la forza delle sculture spigolose avvolte dalla luce della colorazione policroma.

Vediamo esposti 8 “Piatti”, diametro 41 cm, ornati di motivi cromatici con segni marcati che si intersecano e si avviluppano con forza, 14 “Vasi” alti 50 cm, dalle forme diverse e dalla policromia rutilante e 4 “Pannelli murari”, trofei di solida composizione materica. E poi composizioni legate all’ispirazione pittorica, taglienti e spigolose nel loro realismo, “ritratti” come “Eleonora d’Arborea”  e “Il folle”, “Ragazza del monte Arci” e “Ragazza con velo”, “La spettinata” e “La mantide”, “Donna sarda” e “Uomo sardo”, fino a “Don Chisciotte” e alla  composizione lunga un metro e mezzo “Carro di sant’Efisio”, dinamica visione con figura umana, animali e carro.

Il carro è in pittura nel dipinto “Carretti siciliani”, un suggestivo scorcio che li vede assiepati quasi per una battaglia, mentre gli animali li troviamo nei due dipinti sulla  “Transumanza all’isola piana”,  “All’abbeveratoio”, e nella “Seminatrice”. Sono immagini intense dal forte realismo, le forme sono ancora distinguibili ma non è un figurativo precisionista: si va verso l’informale per l’atmosfera oscura che avvolge le figure confondendone i contorni quasi per immergerle in un buio che le renderebbe indecifrabili.  Ci si ferma prima di oltrepassare  questo confine peraltro molto vicino, che viene superato in “Muro” e “Vecchio rudere”, “la Nurra” e “Terme di Ardara”, dove alla precisa identificazione dei luoghi corrisponde un magma cromatico che entra nell’astrazione.

Le persone, appena percepibili nelle sagome di queste composizioni, diventano figure  quasi scolpite in “Donne in preghiera”  e “Paola”, “La sposa sarda” e “Fanciulla sarda”, fino a “Mio padre”  e “Zi Antoni Pizzoni”. I caratteri della sua terra emergono con forza soprattutto nei volti, prima indistinti poi sempre più definiti nella loro serietà malinconica e insieme ferma e decisa.  Sono immagini individuali che diventano collettive nelle composizioni  rituali, da “Crocifissione” a “Deposizione”, dall'”Ardia di san Costantino” alle due versioni  di “Settimana santa” e “Processione”,  varianti dove l’oscurità o il segno che vira all’informale trasforma la moltitudine in un magma fluttuante che in “Ballo tondo” diventa indistinguibile.

C’è anche l’altra parte del mondo sardo, il mare con le barche e il porto. Ecco “Barca in cantiere” e “Barcone di pescatori”, “Porto Torres”  e “Porto di Alghero”, verso l’informale ma con i contorni ancora ben distinguibili con l’uso sapiente di volta in volta di luce e di ombra. 

Spettacolare è “Mattanza”, nel magma spiccano i pesci e qualche sagoma colpita dalla luce, tra un’acqua dalle chiazze corrusche e un viluppo di forme indistinguibili ma dall’evidente contenuto; acqua e barche anche in “Alba a Stintino” e “Tramonto a Stintino”, ben più “figurativi” di “Veduta di Cagliari” e “Rovine a Torralba”, mentre “Nevicata” ha un evidente tono impressionistico. Con le vedute l’artista esce dalla Sardegna, lo vediamo nei suggestivi scorci di “Ponte vecchio” e “Dal Vittoriano” – sì, proprio dalla sede della sua mostra – le arcate dei ponti sull’Arno e la cupola sui tetti della Capitale sono ben distinguibili sull’impasto  materico della sua forte pennellata.

Vi abbiamo ritrovato i temi di realismo sociale dei dipinti di pittori abruzzesi come Patini, visti nella mostra “Gente d’Abruzzo” con l’uomo al lavoro insieme agli animali, i rituali sacri delle processioni. Gli aspetti comuni riguardanti le atmosfere e le ombre evocative sottolineano la fatica del duro lavoro e la difficoltà della vita, la forza della fede e la profonda umanità popolare.

In aggiunta a questo costante riferimento regionalistico abbiamo i momenti gentili dei fiori nei vasetti di vetro: dal “Biancospino” al “Mandorlo”, dalle “Mimose” ai “Fiori di campo”;  inoltre le ricche nature morte come “Melograni” e “Mele cotogne”, “Cacciagione” e “Il picchio”.

Ma Pulli non esce dal realismo sociale soltanto con i fiori e le nature morte, a parte le vedute di cui abbiamo detto, sulla sua Sardegna, Firenze e Roma. Ne esce per composizioni  sempre più evanescenti, dove il colore a chiazze e il segno nero delineano forme sfuggenti, come “Il guerriero”  e “Sulla sedia”,”Ricordi sul pianoforte” e “Composizione con scodella rossa”, “Raggio di sole” e “Nel centro”. Fino ai motivi più alti di natura religiosa,  resi in un informale   cromatismo caldo che lascia percepire cosa c’è dietro il mistero,  come  “Maternità” e “Adorazione”, e a quelli di natura cosmica e universale, come “Il principio” e “L’inizio della vita”, dove il sole e il mondo si stagliano nel nero con bianche fenditure sideree o geometriche.

Gli enigmatici  “Primi piani” di Pellegrino

La mostra di Pellegrino tra le 140 opere esposte presenta anche fiori e pesciSpettacolare la sezione dedicata ai pesci,  in tre pareti è esposto un gran numero di quadretti che compongono una sorta di suggestivo acquario,  la luminescenza rende quasi tangibili le immagini rappresentate. I fiori  sono violente macchie di colore su sfondi dai contrasti cromatici molto forti, “primi piani” anch’essi, con le  caratteristiche di quelli umani, anche dei fiori vediamo i volti.

Ma quelli che risultano più intriganti sono i primi piani dei volti delle persone, parte preponderante della sua produzione, con queste caratteristiche particolarmente significative:  non sono identificati né identificabili, non hanno titolo, sono anonimi e sconosciuti e neppure ritenuti espressivi di particolari connotazioni esteriori o interiori; inoltre , sono isolati dal contesto. Ci guardano nella loro successione muta e per questo coinvolgente, come un insieme di individui la cui personalità è tutta da scoprire ma per questo forse possono costituire una moltitudine non generica e indefinibile, bensì con dei precisi contenuti di sensibilità e di emozioni che quei volti cercano di trasmetterci.

“Siamo  di fronte ad una sequenza ripetuta di personaggi in cerca di autore – scrive il curatore della mostra Duccio Trombadori – o di un autore che ama circoscrivere l’indagine visiva alla esposizione dei suoi provini”, come per “documentari del nostro tempo riassunti e accomunati dal pennello in un teatro di posa”. In questa visione si tratta di inquadrature, di fotogrammi “dove i soggetti isolati dal contesto acquistano profondità psicologica per via di un anonimato che non dissolve la personalità del tratto individuale”. Ed è  sull’antinomia tra anonimato esibito e personalità individuale sottostante che ci si sofferma nell’indagine psicologica per una propria interpretazione.

Paolo Portoghesi la butta in politica, per così dire, e non potrebbe essere altrimenti dato che Pellegrino è stato tra i protagonisti della ricerca svolta nel Partito socialista su precise basi culturali all’insegna della parola d’ordine “da ciascuno secondo i suoi meriti, a ciascuno secondo i suoi bisogni”: impostazione che superava l’egualitarismo socialista tradizionale per aprirsi all’ascolto del sentire diffuso nella società ma proveniente dagli “altri intesi come individui, non come massa”.  Risultato: “una straordinaria quasi maniacale produzione di una incredibile quantità di volti”.

Questa moltitudine che ci guarda dalle pareti della sala Zanardelli sembra la personificazione della commedia umana, interpretata da individui tutti diversi che nel loro insieme non diventano mai massa perché conservano la loro personalità, ma definiscono i contorni dell’umanità. Lo fanno con le espressioni colte dall’artista nella loro normalità che diventa un campionario di caratteri e di personalità senza indulgere nella tipizzazione ma con uno spirito di ricerca che si sofferma sui particolari espressivi, come se si trattasse di provini cinematografici.  

Il riferimento al cinema lo troviamo ripetutamente argomentato in Trombadori. Il curatore afferma che “ci troviamo di fronte a un repertorio pittorico di ‘immagini-tempo’, fotogrammi legati da una rete di richiami visivi, da riassumere con il colpo d’occhio estetico di un montaggio dichiarato che fa il verso al parlato cinematografico di Godard e di Resnais”; e aggiunge che l’artista “metabolizza il linguaggio della tradizione moderna in  versione cinematografica o televisiva quando stringe l’obiettivo sulle persone e le cose o quando si avvicina con distacco emotivo sui particolari, sui dettagli di un volto, come faceva Sergio Leone quando sfiorava gli occhi degli attori puntandogli contro la macchina da presa”; e cita “il febbricitante sguardo dell’indio (Gian Maria Volontè) o la pupilla guizzante del colonnello Mortimer (Lee Van Cleef) nei primi piani scenografici di ‘Per qualche dollaro in più”. Mentre Portoghesi  parla di “un cinematografico sistema di dissolvenze incrociate in cui non c’è nulla di scontato e di prevedibile”.

Guardiamo dunque da vicino questi fotogrammi e ferma-immagine pittorici nei quali, però, non ci sembra esserci l’esibizione di uno stato d’animo predeterminato, come avviene nei primi piani dei film, bensì la ricerca psicologica di cosa traspare dalle apparenze colte nel loro anonimato senza storia né identità. Per questo il riferimento del curatore ai “personaggi in cerca d’autore”  e dell’autore alla ricerca di personaggi con i suoi “provini”  ci appare  particolarmente calzante.

La nostra prima constatazione riguarda lo sfondo su cui si stagliano i visi, sempre colorato da tinte unite, per lo più sul verde e sul blu, sul viola e sull’arancio; a volte non è a contrasto con il cromatismo del soggetto, come avviene in altri “primi piani”, ma lo ripropone in tonalità ben più accentuate, in qualche caso addirittura figura e sfondo sono immersi nello stesso bagno di colore.  I visi sono per lo più frontali, con qualche raro profilo,  vediamo una sola immagine di volto posto orizzontalmente in un interno. I volti femminili per lo più solo fino al collo, rari gli accenni all’abito; invece quelli maschili spesso fino al busto, anche con camicia, giacca  e cravatta.

Entrambi i critici citati evocano assonanze con grandi ritrattisti del passato. Trombadori cita von Jawlensky e Gerstl, Soutine e Backmann,  Schmidt Rottluff e  Sironi, Malevich e  Rosai, Magritte e Migneco, Schoenberg e  Testori, fino a Lucien Freud. Portoghesiparla di “due polarità dominanti”, quella intimistica dove il colore “fa da padrone con le sue campiture omogenee”che riporta a Munch e al primo Picasso, a Soutine e a Modigliani, quella  espressionista dove “la materia combutta con il segno che si carica di vibrazioni e provoca una frattura spaziale tra figura e sfondo”.

Il cronista non si addentra in queste analisi della critica colta, si limita a riportare un’impressione da visitatore attento. E nota come, a parte le poche eccezioni nei rari profili, gli occhi di tutti quei volti sono puntati sull’osservatore, quasi fossero foto-tessere per non parlare delle foto segnaletiche. Quest’ultima associazione ci viene da un sentimento comune che traspare da quegli sguardi: un’inquietudine appena espressa che al limite  si stempera in una calma dignitosa, quasi mai nel riso.  Il cromatismo  cupo accentua la chiusura nell’inquietudine, mentre i rari colori caldi dei volti e degli sfondi illuminano gli sguardi di una serenità che in un caso diventa un mesto sorriso.

E’ come se gli sfondi stiano a rappresentare la condizione particolare che imprigiona il singolo soggetto con i suoi pesanti vincoli riflessi nell’espressione del viso da cui traspare l’inquietudine che ha poche occasioni per raggiungere la calma. Se questa è l’atmosfera che aleggia nella galleria di volti di Pellegrino, va rilevato che non vi è neppure dolore ostentato né sofferenza, ma un senso di fermezza e dignità che accomuna la grande varietà fisiognomica,  le diverse età e i due sessi.

La commedia umana di tanti personaggi in cerca d’autore, mentre l’autore ricerca i suoi personaggi è, dunque, tutta da decifrare, forse perché è tutta da vivere. E il proporre le  opere senza titolo né data è un altro segno che nulla è definito, l’enigma resta aperto. Da pochi anni Pellegrino dipinge, dopo il lungo apprendistato nella politica e nella cultura; ci aspettiamo che quando avrà decifrato la commedia umana, avrà trovato i suoi personaggi e loro avranno trovato l’autore che cercano, vedremo nelle prossime mostre gli ulteriori risultati cui sarà approdata la sua ricerca appassionata.

Due visioni diverse, giustapposte  e complementari

Quanto abbiamo potuto evidenziare presentando le opere del realismo sociale di Pulli, si attaglia perfettamente alla conclusione di Strinati: “In definitiva, una intera umanità si dispiega davanti ai nostri occhi, attestanteci il carattere talvolta idilliaco talvolta epico di questo grande cantore della sua terra, che è nel contempo un cantore universale dalla mente libera  e feconda  e dall’espressione sempre rinnovantesi e generosamente ricca di mille implicazioni, mille echi, mille suggestioni”.

Per Pellegrino, ci ricolleghiamo alle parole di Trombadori: “Un campionario delle figure prescelte come i ‘primi piani’ di un’ideale messa in scena cinematografica”, :da leggere “in simultanea, nel suo insieme come in ogni singola parte. ‘Tutti insieme, in modo diverso'”, citando Lucio Dalla: “La lista di ritratti umani (immaginari e no) che emerge e si scopre tutta all’improvviso, come accadde un tempo ai diritti funerari di El Fayum”.

E non è solo per questo richiamo all’arcaico,  che abbiamo visto evocato da Strinati per Pulli, e qui citato da Trombadori per Pellegrino – che intendiamo concludere accomunando i due artisti in una visione sinergica. La loro rappresentazione  dell’umanità è diversissima e giustapposta, quasi come i due lati estremi del Vittoriano che rendono plasticamente la distanza;  ma è anche complementare, per questo è stato importante dare la possibilità di visitare le due mostre in successione rendendole contemporanee. Se ne esce appagati negli occhi per l’effetto magnetico delle forme e quello spettacolare dei colori, e stimolati nella mente per le riflessioni su “uno, nessuno e centomila” che nascono dalla doppia visione dell’umanità.

Info

Complesso del Vittoriano, tutti i giorni, compresi domenica e lunedì, ingresso gratuito ammesso fino a 45 minuti prima della chiusura. Mostra di Elio Pulli, via san Pietro in carcere, lato Fori Imperiali, Sala del Giubileo, lunedì-domenica  sempre ore 9,30-19,30. Catalogo: Elio Pulli, “Antologica”, a cura di Claudio Strinati, Gangemi Editore, settembre 2013, pp. 112, formato 24×28. Mostra di Bruno Pellegrino, piazza Ara Coeli, sala Zanardelli, lunedì-giovedì ore 9,30-18,30, venerdì-domenica fino alle 19,30. Catalogo: Bruno Pellegrino, “Primi piani”, a cura di Duccio Trombadori, Drago Publishing, settembre 2013, pp. 107, formato 17×24.  Dai cataloghi sono state tratte le citazioni riportate nel testo. Per la mostra citata, “Gente d’Abruzzo”,  cfr. i nostri 2 articoli in “cultura.abruzzoworld.com” il 10 e 12 gennaio 2011.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante al Vittoriano all’inaugurazione delle due mostre, si ringrazia “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia per l’opportunità offerta. Di Pulli: in apertura, “Mattanza“, seguono “Seminatrice” e “La Settimana santa”, poi uno scorcio della sala con le sculture “Don Chisciotte” (a sin.) e “Carro di sant’Efisio” (a dx). A seguire, di Pellegrino: 3  “primi piani” di volti senza titolo, in chiusura uno scorcio della saletta con i dipinti sui “pesci”, parete di fronte.

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Film Festival turco di Roma, non solo cinema

di Romano Maria Levante

Alla sua terza edizione, il “Film Festival turco di Roma”, tra il 27 e il 29 settembre 2013, si è trasferito dalla “Casa del cinema” di Villa Borghese alla Multisala Barberini, nel pieno centro di Roma, tra Palazzo Barberini, Piazza di Spagna e la Fontana di Trevi. Presentato dall’ambasciatore di Turchia a Roma Hakki Akil con il Sottosegretario turco alla cultura Faruk Sahin a livello politico, e da Serap Engin, presidente del Festival con il presidente onorario, il regista Ferzan Ozpetek, definito turco-italiano e italiano-turco, le  due nazionalità della sua vita, lo ha dimostrato con i siparietti in turco, oltre che con il perfetto italiano, all’animata presentazione del Festival.

Lo spostamento di sede ha un chiaro significato, rendere la manifestazione qualcosa di diverso del cinema “d’essai” per gli addetti ai lavori, farne un messaggio di comunicazione popolare per far conoscere al pubblico la sensibilità e lo spirito di un grande popolo espressi attraverso il mezzo cinematografico. Il sottotitolo “Mamma li turchi”  prende di petto l’antica esclamazione per l’incubo di sbarchi degli “infedeli” trasformandolo nella gioiosa invasione di film significativi non solo sotto l’aspetto artistico. Infatti, come ha detto Ozpetek, ci danno la possibilità di “ascoltare storie di quelli che vivono ‘sull’altra costa’, ‘degli altri da noi’ verso i quali spesso non abbiamo il coraggio di approfondire le conoscenze e la comprensione”. Cosa di cui oggi più che mai se ne sente il bisogno anche per effetto della globalizzazione, oltre che per la prospettiva di ingresso della Turchia nell’Unione Europea, che richiede il superamento di tabù e pregiudizi ancora persistenti.

Il “testimonial”, Premio speciale: il grande Yilmaz Guney

E chi poteva essere il “testimonial” di questa operazione culturale e politica? La scelta è stata coraggiosa, perché al centro del cartellone del Festival ci sono tre film di Yilmaz Guney, uomo di cinema ma soprattutto patriota al quale in occasione della retrospettiva viene conferito il “Premio speciale”. Riceve il premio la moglie Fatos Guney, perché il regista, attore e scrittore è morto a Parigi nel 1984, a 47 anni, “ora ne avrebbe 76”, ha detto con un’espressione di affettuoso rimpianto.

Nella capitale francese era in esilio, dopo aver trascorso 10 anni in carcere, i suoi film sono uno specchio della realtà turca, spesso cruda e spietata, alla sua sincerità fuori da ogni compromesso ha dedicato la propria vita e ha pagato di persona. Un anno e mezzo di carcere per i suoi racconti, poi 2 anni di esilio per aver ospitato dei rivoluzionari, quindi arresto con l’accusa di aver ucciso un giudice e condanna a 19 anni, intanto il film “Suru”, il “Gregge”, riceve premi internazionali; pubblica in carcere una rivista culturale, presto chiusa, poi in occasione di un permesso riesce a fuggire ed andare all’estero dove il suo film “Yol”  vince la “Palma d’oro” al Festival di Cannes.

La moglie ha denunciato al Barberini la persecuzione da lui subita, compreso il vero e proprio ostracismo “fino alla distruzione dei negativi dei suoi film”, che non  sono  programmati nelle sale e neppure trasmessi in televisione, nonostante il loro valore artistico: nel suo paese ci si comporta “come se non fosse mai esistito”.  Riferendosi al travaglio interno che attraversa la sua terra, è arrivata a dire che “se si fossero ascoltati i suoi film oggi la Turchia non avrebbe questo dolore”.  

Il suo intervento appassionato ci è sembrato come un sasso lanciato nelle acque tranquille della presentazione ufficiale dell’Ambasciatore Akil, che nella sua introduzione aveva reso onore al maestro celebrato quest’anno, come del resto aveva fatto Ozpetek sottolineandone il valore di uomo di cinema. Per questo, aperto l’incontro alle domande della stampa, siamo intervenuti sottolineando il contrasto tra la celebrazione ufficiale nel Festival romano e l’ostracismo emerso dall’intenso intervento della vedova, auspicando che da Roma possa venire anche lo sdoganamento in patria delle opere celebrate e premiate all’estero. Le acque della presentazione si sono mosse ancora di più: Ozpetek ha negato che ci sia dell’ostracismo, dicendo che i film non vengono trasmessi dalle TV per una scelta aziendale, mentre il sottosegretario alla cultura si è spinto fino a dire che non solo i suoi film non sono vietati, ma saranno forniti ai giornalisti dietro semplice richiesta, e comunque si potranno trasmettere in televisione, basta  attivarsi al riguardo. Un’ultima precisazione della vedova, secondo cui da anni cerca di farli trasmettere senza riuscirci, ha chiuso questa discussione con la speranza che tutto ciò serva a riaprire subito  TV e schermi  turchi al grande uomo di cinema.

Chi è, dunque, Yilmaz Guney? Ecco come lo hanno presentato i due presidenti del festival.

Ozpetek lo ha definito “pietra miliare del cinema turco”, precisando che “la rivoluzione cinematografica di Guney, più che la tecnica e le innovazioni estetiche, riguardava ‘il coraggio di sentire nonostante il dolore'” e aggiungendo che creava i suoi film, “passati alla storia del cinema internazionale, non solo con la penna, con la cinepresa e con la mente, ma soprattutto con il cuore”.

La Engin ha scritto di lui: “Per alcuni una vita dedicata per lottare contro l’ingiustizia, per altri il padre delle anime povere. Sicuramente un personaggio molto discusso”. Ma è certo che ha cambiato radicalmente il cinema turco, i cui film “di poco valore guardavano il mondo con gli occhiali rosa, è stato il pioniere del realismo sociale, pagandone però il prezzo”. E’ diventato “la speranza’ dei ragazzi delle periferie, ‘la preoccupazione’ dei generali golpisti, ‘l’amico’ dei poveri e ‘la strada’ delle persone che sognano un futuro più bello e più giusto. I suoi racconti, i suoi personaggi, le sue idee e i suoi sogni rimarranno sempre attuali”.

Ed è bello che di questo forte messaggio partito da Roma l’eco ad Ankara e Istanbul possa essere così potente da rimuovere gli ostacoli al rilancio della sua immagine e della sua arte anche in patria. Si deve riconoscere che le autorità turche presenti hanno lasciato capire che questo possa avvenire.

Gli altri film impegnati del cartellonei

I tre film di Yilmaz Guney e il film d’apertura

La trilogia di Guney comprende tre film, ripetutamente premiati,  di tutti è produttore e  sceneggiatore, di due anche regista e interprete. Inizio  venerdì 27 settembre con “L’Amico” (“Arkadas”), 1974, lo sguardo alla degenerazione della società attraverso l’incontro dopo molti anni di due amici di diversa estrazione sociale, uno dei quali, Azem, cerca di far aprire gli occhi all’altro, il ricco Cemil, sugli aspetti negativi della sua vita; ma la cognata di Cemil si innamora di lui, di qui la crisi familiare e non solo.

Anche con  “Il Gregge” (“Suru”), 1978, del quale scrisse la sceneggiatura in carcere, regista è Zeki Okten,  proiettato due volte sabato 28, la storia di due persone si inserisce in uno scenario più ampio: qui si tratta di una tribù, un “gregge”, nei rapporti anche conflittuali tra l’uomo e la società, l’essere umano e la natura. Con una storia d’amore in un clima di ingiustizia sociale e oppressione.  

Chiusura della trilogia domenica 29 settembre con due proiezioni di “La Speranza” (“Umut”), 1970, co-regista di Guney è Serif Goren, protagonista il cocchiere Cabbar che perde il lavoro e per salvare la propria famiglia ricorre  a tutti gli espedienti compresa la lotteria e la ricerca di tesori sepolti, fino a cercare conforto nella religione: di qui lo sguardo sul mondo circostante con il suo “realismo sociale”, è impressionante l’intensità dei volti scolpiti in un suggestivo bianco e nero .

Il film d’apertura nell’inaugurazione del 26 settembre, è “Il Freddo” (“Soguk”), di Ugor Yucel,2013, ripetuto il 27 e 28: un film di frontiera non solo per la località caucasica in cui si svolge, fredda e isolata d’inverno; c’è un night club dove lavorano tre sorelle, un operaio sposato si innamora della più giovane, pronto a lasciare tutto. E’ netto il contrasto tra la condizione di coniugato e la vita da scapolo nel locale notturno, il fratello dell’operaio  è  un vagabondo.

La programmazione comprende film recentissimi, del 2013 e 2’12, con poche eccezioni del 2011.

Venerdì 27  e domenica  29,  “Il Ciclo” (“Devir”), di Dervis Zaim, 2013: in un piccolo paese dell’Anatolia c’è l’annuale gara tra greggi che attraversano il fiume, vinta negli ultimi otto anni dal protagonista Takmaz, e la tradizione di colorare la lana degli agnelli con il colore rosso ricavato dalle rocce. Lo sfruttamento di una miniera  turba questo mondo  descritto nella sua vita quotidiana.

Negli stessi due giorni di 27 e 29 “Senza radici” (Koksuz”), di Deniz Akcay Katiksiz, 2013: una donna, Nurcan, si sposa per sfuggire alla madre dispotica, ma con il marito geloso la situazione non migliora: rimane vedova con tre figli, e allora Feride assume le veci del padre. Sono quattro figure diverse che non riescono a saldarsi in una famiglia.

Una storia altrettanto amara quella di “Il Tempo Presente”  (“Simdiki Zaman”), di Belmin Soylemez, 2012, programmata il 28 e 29 settembre:  rimasta sola con tre figli dinanzi alle difficoltà della vita la protagonista, disoccupata, già sposata e costretta a lasciare la casa, rinuncia al sogno americano, finirà con il leggere i fondi delle tazze di caffè in un bar.

Con “Jin”, di Reha Erdem, 2011, il 27 e il 28 settembre, la favola di “Cappuccetto rosso” si materializza su uno sfondo corrusco, l’organizzazione armata da cui la protagonista fugge  nascondendosi da amici e compagni per raggiungere la città, e trova rifugio nella natura che la nasconde nel suo grembo.

I film comici e i cortometraggi

Fin dal primo giorno, oltre ai film impegnati due film comici, nella serie “Così ridono i turchi”

“La Signora Governo” (Hukumet Kadin”),  di Sermiyan Midyat, 2012, in programma negli stessi 27 e 28 settembre, è una commedia imperniata su Xate, la moglie del sindaco  di Midyat, con 8 figli, la quale diventa sindaco e deve fare i conti con la concorrenza dei figli nei lavori cittadini  che suscita l’ilarità degli abitanti; ma con la sua tenacia fronteggia ogni difficoltà.

L’altra commedia è “Ahime Ahime 2” (“Eyvah Eyvah 2”, di Hakan Algul, 2011, il 27 e 29 settembre: il protagonista, Huseyin entra in contrasto con il medico del paese, e si espone a brutte figure, e anche quando va al pronto soccorso per chiedere di sposarlo all’infermiera di cui è innamorato, trova sulla sua strada il medico. Spassoso il viaggio della famiglia dell’infermiera che incontra  Huseyin.

I cortometraggi sono stati proiettati  il 28 e 29 settembre. cinque in successione, dai 12 ai 18-20 minuti, tranne il primo molto più breve.

 “Senza memoria” (“Belleksiz”), di Sukriye Arslan, 2012,  di 5 minuti, fa parte della serie di 22 “Film sulla coscienza”,  che si propongono di ridare voce alla coscienza ridotta al silenzio. Di qui le risposte a tanti interrogativi sulle contraddizioni della vita e sulle relative  responsabilità.

“Il vapore” (“Buhar”), di Abdurrahman Oner, 2012, visualizza i problemi del matrimonio con immagini  di ambienti domestici e di trasmissioni televisive, mentre la moglie prepara la cena.

Dal ritratto di famiglia in un interno a “La fine dell’Universo” (“Evrenin Sonu”), di Eli Kasavi, 2012,  una storia di eredità che non appassiona il ragazzo diciottenne in procinto di disporne, tutto preso dal concorso di danza cui parteciperà con una propria musica.

In “Sala da Riposo” (“Istirahat Odasi“), di Hakan Burcuoglu), 2012,  protagonista è un uomo solo che lascia la cameretta dove si era rinserrato per sfuggire al dispotismo statale per una Casa di riposo governativa, che però è utilizzata “come un servizio di suicidio indolore per le masse”,

L’ultimo cortometraggio è “Musa”, di Serhat Karaaslan, 2012,  il titolo è il nome del protagonista, che vende Dvd pirati e quando incontra il celebre regista Demirkubuz si sente fare una proposta perché il regista ha visto che tra i Dvd in vendita c’è un proprio film.

Naturalmente le brevi note di sintesi fornite non pretendono di illustrare i contenuti dei film e neppure di delineare la  filmografia  di un paese dalla forte vivacità culturale e dall’intensa vitalità quale è la Turchia, che in Istanbul ha la cerniera tra Oriente ed Occidente, un ruolo cruciale.

Abbiamo voluto accennare alle storie narrate nei film e cortometraggi per evidenziarne la specificità, che non può non suscitare interesse per la conoscenza di un popolo e di una cultura cui dobbiamo avvicinarci, anche a prescindere dall’ingresso del paese nell’Unione Europea, troppo a lungo rinviato. C’è ancora molto da conoscere e da scoprire, del resto non bisogna dimenticare le comuni radici, Costantinopoli e quel vasto capitolo di storia che fece definire Istanbul “la nuova Roma”.

Info

I film del “3° Festival turco di Roma” sono proiettati alla Multisala Barberini, Piazza Barberini, Roma. Ingresso gratuito, da venerdì 27 a domenica 29 settembre 2013: nella Sala 2  con inizio alle ore 15, alle 17, alle 19 e alle 21; nella sala 4 con inizio alle ore 16, alle 18, alle 20 e alle 22.  In questo sito sull’arte turca cfr. il nostro “Tulay Guses, a colori il misticismo di Rumi”, il 21 marzo 2013; su Istanbul cfr. i nostri 3 articoli il 10, 13 e 15 marzo 2013, rispettivamente  “Istanbul, il viaggio nella ‘nuova Roma’”, “Istanbul. Il negoziato con l’UE e la visita del Papa”, “Istanbul, alla ricerca di Costantinopoli”; infine  sulla “Via della Seta” i nostri 3 articoli sulla mostra romana, il 19, 21 e 23 febbraio 2013, l’ultimo dei quali intitolato “Via della Seta, Baghdad e Istanbul al Palazzo Esposizioni”.

Foto

Le immagini  dei film ono state fornite dall’Istituto di cultura turco di Piazza della Repubblica, Roma,  che si ringrazia, nella persona di Silvia Gambarotta, con i titolari dei diritti; l’immagine di chiusura è  stata ripresa da Romano Maria  Levante  al cinema Barberini al termine della  ‘presentazione, si ringraziano i soggetti per  la loro disponibilità.. In apertura il poster della manifestazione; seguono, nell’ordine di citazione nel testo,  immagni dei film del Festival, e precisamente: i tre film “in memoriam” di  Yilma Guney, , “L’Amico”, “Il Gregge”, “La Speranza“,e il film di apertura “Il Freddo”; poi “Il Ciclo”” e “Jin”, “Senza radici” e “Il tempo presente”; in chiusura, al termine della presentazione il presidente onorario del Festival, Ferzan Ozpetek,  e il regista  del film inaugurale “Il Freddo” Ugur Yucel  con  Fatos Guney, la moglie di Yilmaz  Guney, il grande ‘uomo di cinema premiato e con una sezione di tre film “ad memoriam”.

di  Romano Maria Levante

Alla sua terza edizione, il “Film Festival turco di Roma”, tra il 27 e il 29 settembre 2013, si è trasferito dalla “Casa del cinema” di Villa Borghese alla Multisala Barberini, nel pieno centro di Roma, tra Palazzo Barberini, Piazza di Spagna e la Fontana di Trevi. Presentato dall’ambasciatore di Turchia a Roma Hakki Akil con il Sottosegretario turco alla cultura Faruk Sahin a livello politico, e da Serap Engin, presidente del Festival con il presidente onorario, il regista Ferzan Ozpetek, definito turco-italiano e italiano-turco, le  due nazionalità della sua vita, lo ha dimostrato con i siparietti in turco, oltre che con il perfetto italiano, all’animata presentazione del Festival.

Lo spostamento di sede ha un chiaro significato, rendere la manifestazione qualcosa di diverso del cinema “d’essai” per gli addetti ai lavori, farne un messaggio di comunicazione popolare per far conoscere al pubblico la sensibilità e lo spirito di un grande popolo espressi attraverso il mezzo cinematografico. Il sottotitolo “Mamma li turchi”  prende di petto l’antica esclamazione per l’incubo di sbarchi degli “infedeli” trasformandolo nella gioiosa invasione di film significativi non solo sotto l’aspetto artistico. Infatti, come ha detto Ozpetek, ci danno la possibilità di “ascoltare storie di quelli che vivono ‘sull’altra costa’, ‘degli altri da noi’ verso i quali spesso non abbiamo il coraggio di approfondire le conoscenze e la comprensione”. Cosa di cui oggi più che mai se ne sente il bisogno anche per effetto della globalizzazione, oltre che per la prospettiva di ingresso della Turchia nell’Unione Europea, che richiede il superamento di tabù e pregiudizi ancora persistenti.

Il “testimonial”, Premio speciale: il grande Yilmaz Guney

E chi poteva essere il “testimonial” di questa operazione culturale e politica? La scelta è stata coraggiosa, perché al centro del cartellone del Festival ci sono tre film di Yilmaz Guney, uomo di cinema ma soprattutto patriota al quale in occasione della retrospettiva viene conferito il “Premio speciale”. Riceve il premio la moglie Fatos Guney, perché il regista, attore e scrittore è morto a Parigi nel 1984, a 47 anni, “ora ne avrebbe 76”, ha detto con un’espressione di affettuoso rimpianto.

Nella capitale francese era in esilio, dopo aver trascorso 10 anni in carcere, i suoi film sono uno specchio della realtà turca, spesso cruda e spietata, alla sua sincerità fuori da ogni compromesso ha dedicato la propria vita e ha pagato di persona. Un anno e mezzo di carcere per i suoi racconti, poi 2 anni di esilio per aver ospitato dei rivoluzionari, quindi arresto con l’accusa di aver ucciso un giudice e condanna a 19 anni, intanto il film “Suru”, il “Gregge”, riceve premi internazionali; pubblica in carcere una rivista culturale, presto chiusa, poi in occasione di un permesso riesce a fuggire ed andare all’estero dove il suo film “Yol”  vince la “Palma d’oro” al Festival di Cannes.

La moglie ha denunciato al Barberini la persecuzione da lui subita, compreso il vero e proprio ostracismo “fino alla distruzione dei negativi dei suoi film”, che non  sono  programmati nelle sale e neppure trasmessi in televisione, nonostante il loro valore artistico: nel suo paese ci si comporta “come se non fosse mai esistito”.  Riferendosi al travaglio interno che attraversa la sua terra, è arrivata a dire che “se si fossero ascoltati i suoi film oggi la Turchia non avrebbe questo dolore”.  

Il suo intervento appassionato ci è sembrato come un sasso lanciato nelle acque tranquille della presentazione ufficiale dell’Ambasciatore Akil, che nella sua introduzione aveva reso onore al maestro celebrato quest’anno, come del resto aveva fatto Ozpetek sottolineandone il valore di uomo di cinema. Per questo, aperto l’incontro alle domande della stampa, siamo intervenuti sottolineando il contrasto tra la celebrazione ufficiale nel Festival romano e l’ostracismo emerso dall’intenso intervento della vedova, auspicando che da Roma possa venire anche lo sdoganamento in patria delle opere celebrate e premiate all’estero. Le acque della presentazione si sono mosse ancora di più: Ozpetek ha negato che ci sia dell’ostracismo, dicendo che i film non vengono trasmessi dalle TV per una scelta aziendale, mentre il sottosegretario alla cultura si è spinto fino a dire che non solo i suoi film non sono vietati, ma saranno forniti ai giornalisti dietro semplice richiesta, e comunque si potranno trasmettere in televisione, basta  attivarsi al riguardo. Un’ultima precisazione della vedova, secondo cui da anni cerca di farli trasmettere senza riuscirci, ha chiuso questa discussione con la speranza che tutto ciò serva a riaprire subito  TV e schermi  turchi al grande uomo di cinema.

Chi è, dunque, Yilmaz Guney? Ecco come lo hanno presentato i due presidenti del festival.

Ozpetek lo ha definito “pietra miliare del cinema turco”, precisando che “la rivoluzione cinematografica di Guney, più che la tecnica e le innovazioni estetiche, riguardava ‘il coraggio di sentire nonostante il dolore'” e aggiungendo che creava i suoi film, “passati alla storia del cinema internazionale, non solo con la penna, con la cinepresa e con la mente, ma soprattutto con il cuore”.

La Engin ha scritto di lui: “Per alcuni una vita dedicata per lottare contro l’ingiustizia, per altri il padre delle anime povere. Sicuramente un personaggio molto discusso”. Ma è certo che ha cambiato radicalmente il cinema turco, i cui film “di poco valore guardavano il mondo con gli occhiali rosa, è stato il pioniere del realismo sociale, pagandone però il prezzo”. E’ diventato “la speranza’ dei ragazzi delle periferie, ‘la preoccupazione’ dei generali golpisti, ‘l’amico’ dei poveri e ‘la strada’ delle persone che sognano un futuro più bello e più giusto. I suoi racconti, i suoi personaggi, le sue idee e i suoi sogni rimarranno sempre attuali”.

Ed è bello che di questo forte messaggio partito da Roma l’eco ad Ankara e Istanbul possa essere così potente da rimuovere gli ostacoli al rilancio della sua immagine e della sua arte anche in patria. Si deve riconoscere che le autorità turche presenti hanno lasciato capire che questo possa avvenire.

Gli altri film impegnati del cartellonei

I tre film di Yilmaz Guney e il film d’apertura

La trilogia di Guney comprende tre film, ripetutamente premiati,  di tutti è produttore e  sceneggiatore, di due anche regista e interprete. Inizio  venerdì 27 settembre con “L’Amico” (“Arkadas”), 1974, lo sguardo alla degenerazione della società attraverso l’incontro dopo molti anni di due amici di diversa estrazione sociale, uno dei quali, Azem, cerca di far aprire gli occhi all’altro, il ricco Cemil, sugli aspetti negativi della sua vita; ma la cognata di Cemil si innamora di lui, di qui la crisi familiare e non solo.

Anche con  “Il Gregge” (“Suru”), 1978, del quale scrisse la sceneggiatura in carcere, regista è Zeki Okten,  proiettato due volte sabato 28, la storia di due persone si inserisce in uno scenario più ampio: qui si tratta di una tribù, un “gregge”, nei rapporti anche conflittuali tra l’uomo e la società, l’essere umano e la natura. Con una storia d’amore in un clima di ingiustizia sociale e oppressione.  

Chiusura della trilogia domenica 29 settembre con due proiezioni di “La Speranza” (“Umut”), 1970, co-regista di Guney è Serif Goren, protagonista il cocchiere Cabbar che perde il lavoro e per salvare la propria famiglia ricorre  a tutti gli espedienti compresa la lotteria e la ricerca di tesori sepolti, fino a cercare conforto nella religione: di qui lo sguardo sul mondo circostante con il suo “realismo sociale”, è impressionante l’intensità dei volti scolpiti in un suggestivo bianco e nero .

Il film d’apertura nell’inaugurazione del 26 settembre, è “Il Freddo” (“Soguk”), di Ugor Yucel,2013, ripetuto il 27 e 28: un film di frontiera non solo per la località caucasica in cui si svolge, fredda e isolata d’inverno; c’è un night club dove lavorano tre sorelle, un operaio sposato si innamora della più giovane, pronto a lasciare tutto. E’ netto il contrasto tra la condizione di coniugato e la vita da scapolo nel locale notturno, il fratello dell’operaio  è  un vagabondo.

La programmazione comprende film recentissimi, del 2013 e 2’12, con poche eccezioni del 2011.

Venerdì 27  e domenica  29,  “Il Ciclo” (“Devir”), di Dervis Zaim, 2013: in un piccolo paese dell’Anatolia c’è l’annuale gara tra greggi che attraversano il fiume, vinta negli ultimi otto anni dal protagonista Takmaz, e la tradizione di colorare la lana degli agnelli con il colore rosso ricavato dalle rocce. Lo sfruttamento di una miniera  turba questo mondo  descritto nella sua vita quotidiana.

Negli stessi due giorni di 27 e 29 “Senza radici” (Koksuz”), di Deniz Akcay Katiksiz, 2013: una donna, Nurcan, si sposa per sfuggire alla madre dispotica, ma con il marito geloso la situazione non migliora: rimane vedova con tre figli, e allora Feride assume le veci del padre. Sono quattro figure diverse che non riescono a saldarsi in una famiglia.

Una storia altrettanto amara quella di “Il Tempo Presente”  (“Simdiki Zaman”), di Belmin Soylemez, 2012, programmata il 28 e 29 settembre:  rimasta sola con tre figli dinanzi alle difficoltà della vita la protagonista, disoccupata, già sposata e costretta a lasciare la casa, rinuncia al sogno americano, finirà con il leggere i fondi delle tazze di caffè in un bar.

Con “Jin”, di Reha Erdem, 2011, il 27 e il 28 settembre, la favola di “Cappuccetto rosso” si materializza su uno sfondo corrusco, l’organizzazione armata da cui la protagonista fugge  nascondendosi da amici e compagni per raggiungere la città, e trova rifugio nella natura che la nasconde nel suo grembo.

I film comici e i cortometraggi

Fin dal primo giorno, oltre ai film impegnati due film comici, nella serie “Così ridono i turchi”

“La Signora Governo” (Hukumet Kadin”),  di Sermiyan Midyat, 2012, in programma negli stessi 27 e 28 settembre, è una commedia imperniata su Xate, la moglie del sindaco  di Midyat, con 8 figli, la quale diventa sindaco e deve fare i conti con la concorrenza dei figli nei lavori cittadini  che suscita l’ilarità degli abitanti; ma con la sua tenacia fronteggia ogni difficoltà.

L’altra commedia è “Ahime Ahime 2” (“Eyvah Eyvah 2”, di Hakan Algul, 2011, il 27 e 29 settembre: il protagonista, Huseyin entra in contrasto con il medico del paese, e si espone a brutte figure, e anche quando va al pronto soccorso per chiedere di sposarlo all’infermiera di cui è innamorato, trova sulla sua strada il medico. Spassoso il viaggio della famiglia dell’infermiera che incontra  Huseyin.

I cortometraggi sono stati proiettati  il 28 e 29 settembre. cinque in successione, dai 12 ai 18-20 minuti, tranne il primo molto più breve.

 “Senza memoria” (“Belleksiz”), di Sukriye Arslan, 2012,  di 5 minuti, fa parte della serie di 22 “Film sulla coscienza”,  che si propongono di ridare voce alla coscienza ridotta al silenzio. Di qui le risposte a tanti interrogativi sulle contraddizioni della vita e sulle relative  responsabilità.

“Il vapore” (“Buhar”), di Abdurrahman Oner, 2012, visualizza i problemi del matrimonio con immagini  di ambienti domestici e di trasmissioni televisive, mentre la moglie prepara la cena.

Dal ritratto di famiglia in un interno a “La fine dell’Universo” (“Evrenin Sonu”), di Eli Kasavi, 2012,  una storia di eredità che non appassiona il ragazzo diciottenne in procinto di disporne, tutto preso dal concorso di danza cui parteciperà con una propria musica.

In “Sala da Riposo” (“Istirahat Odasi“), di Hakan Burcuoglu), 2012,  protagonista è un uomo solo che lascia la cameretta dove si era rinserrato per sfuggire al dispotismo statale per una Casa di riposo governativa, che però è utilizzata “come un servizio di suicidio indolore per le masse”,

L’ultimo cortometraggio è “Musa”, di Serhat Karaaslan, 2012,  il titolo è il nome del protagonista, che vende Dvd pirati e quando incontra il celebre regista Demirkubuz si sente fare una proposta perché il regista ha visto che tra i Dvd in vendita c’è un proprio film.

Naturalmente le brevi note di sintesi fornite non pretendono di illustrare i contenuti dei film e neppure di delineare la  filmografia  di un paese dalla forte vivacità culturale e dall’intensa vitalità quale è la Turchia, che in Istanbul ha la cerniera tra Oriente ed Occidente, un ruolo cruciale.

Abbiamo voluto accennare alle storie narrate nei film e cortometraggi per evidenziarne la specificità, che non può non suscitare interesse per la conoscenza di un popolo e di una cultura cui dobbiamo avvicinarci, anche a prescindere dall’ingresso del paese nell’Unione Europea, troppo a lungo rinviato. C’è ancora molto da conoscere e da scoprire, del resto non bisogna dimenticare le comuni radici, Costantinopoli e quel vasto capitolo di storia che fece definire Istanbul “la nuova Roma”.

Info

I film del “3° Festival turco di Roma” sono proiettati alla Multisala Barberini, Piazza Barberini, Roma. Ingresso gratuito, da venerdì 27 a domenica 29 settembre 2013: nella Sala 2  con inizio alle ore 15, alle 17, alle 19 e alle 21; nella sala 4 con inizio alle ore 16, alle 18, alle 20 e alle 22.  In questo sito sull’arte turca cfr. il nostro “Tulay Guses, a colori il misticismo di Rumi”, il 21 marzo 2013; su Istanbul cfr. i nostri 3 articoli il 10, 13 e 15 marzo 2013, rispettivamente  “Istanbul, il viaggio nella ‘nuova Roma’”, “Istanbul. Il negoziato con l’UE e la visita del Papa”, “Istanbul, alla ricerca di Costantinopoli”; infine  sulla “Via della Seta” i nostri 3 articoli sulla mostra romana, il 19, 21 e 23 febbraio 2013, l’ultimo dei quali intitolato “Via della Seta, Baghdad e Istanbul al Palazzo Esposizioni”.

Foto

Le immagini  dei film ono state fornite dall’Istituto di cultura turco di Piazza della Repubblica, Roma,  che si ringrazia, nella persona di Silvia Gambarotta, con i titolari dei diritti; l’immagine di chiusura è  stata ripresa da Romano Maria  Levante  al cinema Barberini al termine della  ‘presentazione, si ringraziano i soggetti per  la loro disponibilità.. In apertura il poster della manifestazione; seguono, nell’ordine di citazione nel testo,  immagni dei film del Festival, e precisamente: i tre film “in memoriam” di  Yilma Guney, , “L’Amico”, “Il Gregge”, “La Speranza“,e il film di apertura “Il Freddo”; poi “Il Ciclo”” e “Jin”, “Senza radici” e “Il tempo presente”; in chiusura, al termine della presentazione il presidente onorario del Festival, Ferzan Ozpetek,  e il regista  del film inaugurale “Il Freddo” Ugur Yucel  con  Fatos Guney, la moglie di Yilmaz  Guney, il grande ‘uomo di cinema premiato e con una sezione di tre film “ad memoriam”.