Visual China, l’odierno realismo figurativo, al Vittoriano

di Romano Maria Levante

Al Complesso del Vittoriano, lato Fori Imperiali,  dal 4 al 27 settembre 2013  la mostra “Visual China. Realismo figurativo contemporaneo”,  presenta 70 opere di 11 artisti  con formazione accademica, molti in posizioni preminenti, della provincia di Hubei, dinamico centro di studi e ricerche artistico-culturali. Sono le moderne espressioni d’arte pittorica  che  hanno permeato di realismo il mondo orientale,  con tecniche e forme di ispirazione occidentale ma senza dimenticare le solide basi della tradizione cinese.  Realizzata da “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia, con “Segni d’Arte”, curata da Claudio Strinati e Nicolina Bianchi, responsabile della mostra  Maria Cristina Bettini. Catalogo molto curato, veramente prezioso sotto il profilo iconografico ed editoriale, Prefazione di Alessandro Nicosia, testi di Strinati (“In gara con la realtà”), Bianchi  (“Cina, nuove contaminazioni del reale”), e del critico Yang Xiaayan (“La cinesità nella pittura contemporanea cinese”).

Gli undici artisti in vario modo reinterpretano i motivi di fondo della natura e della vita umana restando radicati nelle realtà in modo libero e autonomo, con atmosfere rese speciali dalla luce,  dai cromatismi raffinati, dai simbolismi creativi. La loro contemporaneità appare ancora più strabiliante a chi ha visto la mostra del 2012 a Palazzo Venezia “Oltre la tradizione. I maestri della pittura moderna cinese”, in cui la modernità e il superamento delle forme del passato era appena percattibile agli occhi occidentali perchè forme e contenuti si muovevano nel solco della tradizione millenaria, dalla china ai cartigli, mentre qui sono vere pitture ad olio; si trattava di 6 maestri nati a fine ‘800-primi ‘900, quindi  50 anni – ma che sembrano secoli – prima degli 11 maestri contemporanei.

Dalle considerazioni del critico Yang Xiaayan sulla “cinesità” ricaviamo l’interpretazione autentica che viene data all’arte pittorica nella tecnica ad olio che sebbene abbia per gli artisti cinesi poco più di un secolo di vita, “è diventata una forma d’arte tradizionale cinese. Essa non è semplicemente più una forma d’arte straniera ma questa pittura ha la sua profonda radice in Cina e diventa una forma d’arte che collega strettamente la realtà cinese e l’estetica cinese di oggi”. Sono artisti contemporanei e le opere esposte sono recenti: su 70, ben 42 sono del triennio 2011-13, 12  del 2008-10, e le restanti 17, quasi tutte del 2005-07, di tre artisti, Xu Mangyao, Luo Min, e Leng Jun.

La pittura contemporanea cinese, dall’impronta poetica al realismo oggettivo

E’ di particolare interesse il processo con cui si è sviluppata la lotta contro le tendenze antifigurative per affermare l’attenzione alla realtà osservata, speculare e per certi versi opposto rispetto a quello dell’Occidente dove invece ci si è allontanati sempre più dalla visione del reale  verso l’astrazione.

Nel mondo occidentale l’arte aveva il suo riferimento nell’osservazione, l’immagine cercava lo stesso riferimento alla realtà della scienza; nel mondo orientale, invece, l’impronta era poetica, dominavano meditazione e sentimento. Con il modernismo l’arte occidentale si è distaccata dall’osservazione della realtà verso il ripiegamento interiore, quella cinese ha compiuto il percorso inverso, spostandosi verso il realismo e la rappresentazione oggettiva, portatavi anche dalle profonde trasformazioni sociali, una vera rivoluzione che la pittura contemporanea ha voluto rappresentare e interpretare.

Così Xiaan ne riassume i risultati: “Il profondo spirito realistico, la posizione umanistica e le tecniche classiche ed eleganti, i colori naturali e spirituali e l’osservazione dei dettagli degli oggetti contribuiscono al successo della pittura realistica cinese e della sua qualità estetica”.

In pratica  il processo di trasformazione in senso realistico dell’arte cinese è stato sollecitato dalle tendenze più avanzate dell’iperrealismo americano ed europeo tra gli anni ’60 e ’70, secondo la ricostruzione di Claudio Strinati, il quale sottolinea che tale forma figurativa contemporanea “ricorda anche il “realismo socialista” che dominava in Unione Sovietica:  ma pur con le derivazioni occidentali si riconosce pur sempre “una mano orientale quando ci si trova di fronte a dipinti  che esprimono una adesione con il reale sovente ai limiti dello sbalorditivo e del virtuosistico”.

Dal curatore vengono fornite anche indicazioni sull’ambito nel quale si muovono gli autori selezionati e le loro opere  esposte in mostra. C’è un modernismo paradossale, con il “rifiuto del criterio occidentale di ‘avanguardia’ per acquietarsi nel facile e entro certi limiti ovvio principio dell’Arte quale imitazione della Realtà”; ma da qui nasce la complessità, perché se da un lato si resta “radicati a una qualsivoglia idea di Realtà”, dall’altro “si rivendica orgogliosamente una propria specificità nell’approccio al reale”: il tocco dell’Oriente sebbene la tecnica a olio sia propria dell’Occidente.

Questa sorta di quadratura del cerchio si realizza nella mostra, con l'”affermazione perentoria di una ‘via cinese’ alla raffigurazione del reale” negli 11 artisti e nelle loro opere che non possono rendere la vastissima gamma di mezzi espressivi ma comunque rivelano la loro specificità rispetto alle opere dell’Occidente con cui pure possono confrontarsi sul piano del realismo figurativo che non pone vincoli alla creatività, anzi la promuove con “una sorta di ‘legge’ interiore e perentoria”.

Per questo l’altra curatrice, Nicolina Bianchi, definisce la mostra “lo spaccato di un inedito racconto di undici preziose fisionomie figurative della contemporaneità cinese… maestri che ben si integrano nel più ampio concetto del ‘realismo figurativo universale'”. Con questo effetto su noi visitatori: “Ci coinvolgono nelle suggestive luci e nelle particolari atmosfere della ritrattistica e del paesaggio, interpretati nell’equilibrio cromatico e formale di una propria raffinatezza tecnica di virtuosità e simbologie”.

Li passeremo in rassegna, facendo precedere le brevi note dedicate ad ognuno degli 11 artisti  dall’immagine di una sua opera, con un corredo iconografico ben più ricco del consueto; in apertura e in chiusura i particolari di un’opera che ci ha colpito per la sua assonanza, ma non identità, con Monna Lisa, sia nel volto e atteggiamento (in apertura), sia nella posizione delle mani (in chiusura).

Il “quadro nel quadro” e i ritratti soprattutto femminili

Iniziamo con  Xu Mangyao, vi troviamo il realismo nei visi e nelle figure, la raffinatezza orientale negli scorci ambientali, ma anche il surrealismo di immagini volanti – sottolineato dalla Bianchi – con cui, scrive Xiaayan, “ricorda al visitatore di osservare il senso nascosto dietro la descrizione realista”. Secondo Strinati “ha elaborato una poetica invero sottile e ipersensibile che lo porta a ricreare nella sua arte l’idea del ‘quadro nel quadro'”; in pratica il concetto della “scatola cinese dove, scrutando un aspetto della Realtà, se ne intravede subito un altro”. “Carlo è rimasto alla finestra” mostra metà del viso, la finestra è il vero quadro con un paesaggio di alto valore pittorico. A un realismo più pronunciato, con il giovane in corsa di“Il mio sogno” aggiunge elementi simbolici surrealisti nei guanti che volano lontano e nella testa di antica scultura a lato. C’è la figura ripresa da vicino, con la “Parigina” e “La signora indossa un orecchino”: nella prima la chioma riccioluta impressionistica incornicia il viso sorridente mentre si china con le braccia conserte; nella seconda colpisce la cura dei particolari, mentre il raddoppio di mani e piedi è un altro segno di surrealismo. Così per gli enigmatici stivali in posizione di salire un gradino senza essere indossati di “Specchio”. Invece “Schizzi paesistici” e “Contadino anziano a Shaanxi” sono di un figurativo delicato, assente qualsiasi elemento surreale. “L’esercito nuovo quattro. La battaglia”, non l’abbiamo visto in mostra, è di oltre 5 metri per due, il  campo di battaglia con la conquista delle trincee nemiche, un esemplare del “Realismo socialista” come i grandi dipinti sull’Armata rossa sovietica esposti alla mostra del 2011 al Palazzo Esposizioni di Roma.

Il “quadro nel quadro” è anche in Pang Maokun: il soggetto diventa esclusivamente femminile, sono figure in attesa tenera e sensuale, come di “una dolce ‘stagione dei fiori'”, commenta la Bianchi, e per lo più guardano fisso l’osservatore. In un caso la figura è vista di lato, quasi fosse stata sorpresa nell’attesa di qualcuno, di cui non si accorge, resta seduta sul divano con a fianco la borsa, mentre guarda davanti a sé. Un’altra figura è invece semidistesa sul divano, i suoi occhi mostrano sorpresa, quasi sgomento, forse perché nel dipinto “Stagione di fiorire” è vista mentre bacia se stessa allo specchio, quasi per esorcizzare la solitudine, immagine reiterata in un altro specchio-quadro. Molta attenzione al viso e in qualche caso alle vesti particolarmente elaborate, c’è la ricerca di rendere non solo la bellezza, anche l’intimo sentire che si manifesta nello sguardo e  nell’atteggiamento. E’ una galleria di figure che restano impresse, i cui  titoli sono seriali, “Nella stagione dei fiori” e “Ragazza ucraina”, con diversi numeri di serie, ma nulla di stereotipato, tutt’altro. Nel dipinto “Fiori nello specchio“,  il tema è declinato in modo molto realistico con la donna in soprabito verde e occhiali che si specchia passando, l’immagine è anche qui ripetuta in alto in un “quadro nel quadro”. Per Strinati “la dimensione del sogno e il vagheggiamento di una concreta realtà toccano un vertice vero di pregnante eleganza”. Secondo Xiaayan ha la “forza di creare un mondo psicologico e contemporaneo con la forza realistica nella esperienza plastica”.

Di Leng Jun sono presentati dipinti molto diversi, due figure femminili di grande fascino, in “Ritratto di Xiao Jiang” la fanciulla è pensierosa con le mani ai fianchi, mentre in “Ritratto di Xiao Luo” ha le mani intrecciate e anche nel viso richiama Monna Lisa,  cui è dedicato il disegno “Mona Lisa, progetto per un sorriso”. ‘L’attenzione minuziosa ai dettagli rimanda alla tradizione ritrattistica più nobile, Strinati li definisce “ritratti sbalorditivi e invero bellissimi”. Le altre opere esposte riguardano un “Negozio di antiquariato a New York”, con le statue marmoree che spiccano negli ambienti oscuri, espressione di un forte realismo. Ci sono anche dipinti su scorci ambientali, come “Dopo la pioggia” e “Tardo autunno”, nonché disegni, tra i quali “Ombrella”, tre parapioggia dalle impugnature diverse ripresi chiusi in primo piano. Strinati  attribuisce questa forma di realismo  a “una corrente di pensiero inerente alle conclamate connessioni Oriente-Occidente che risalgono, per quel che riguarda le nostre tradizioni, agli albori dell’età romantica, tra la fine del diciottesimo e l’inizio del diciannovesimo secolo”. Xiaayan pone l’accento sulla “profondità della sua meticolosità”, sulla “sua precisione e la sua tranquillità”con cui “racconta il mondo sotto i suoi occhi”. Mentre secondo la Bianchi “riesce a intrigare l’osservatore con gli originali, impeccabili dettagli descrittivi degni della più prestigiosa tradizione ritrattistica o con una rivisitata classicità di un fluido e moderno verismo”.

Le opere di Liu Xin sono definite da Strinati “raffinatissime”, la Bianchi parla di “ricchezza espressiva” e di “eloquente realismo”: vediamo quattro intense figure femminili sedute, la “Ragazza con la gonna a fiori” che le copre le gambe,  il viso reclinato immerso nei pensieri, le braccia che si incrociano in un dinamismo nervoso, e “Un caldo pomeriggio”, in cui a incrociarsi sono le mani della ragazza, lo sguardo altrove, le gambe scoperte; “Mengmen nello studio” guarda l’osservatore, le mani raccolte, mentre in “Il sole passa a Kashgar” la donna, questa volta anziana, è seduta a terra e guarda lontano mentre passa un bambino, quasi un’istantanea ripresa per strada, il realismo è ai massimi livelli. Non mancano immagini invece da “studio” come i due “Disegni della figura” con attenzione ai particolari; e la serie “Claustrofobico” dove il realismo si esprime m  nature morte di oggetti, come in “Traccia bianca”. Le sue pitture sono viste da Xiaayan in contrasto con quelle di Wang Xinyao di cui diremo al termine.

Guo Runwen è‘ un artista che approfondisce i contenuti della pittura occidentale mantenendo l’originalità, come sottolinea Xiaayan, “i toni eleganti, i colori adatti e morbidi e le espressioni sottili dei suoi ritratti  sembrano una recitazione del monologo del cuore”, il suo realismo non è dunque freddo. Nell’alternanza paesaggi-figure tornano immagini femminili particolarmente intense riprese in  momenti particolari della loro vita, come il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Vediamo “Nastro per capelli rosso” e “Il quindicesimo giorno del mese lunare”, Ragazza uigura” e “Pensieri“, in  atteggiamenti molto diversi, disinvolti e scontrosi, timidi e aggressivi,  una  galleria di femminilità che comprende anche la ben diversa donna  seduta che impugna minacciosamente una grossa pistola con il titolo ironico “Vita ideale”. La serie sulla  “Cattedrale”, con le “luci” e le “vetrate”, l’ esterno e l’interno, completa la gamma di questo artista attento all’umanità espressa nelle persone e anche nei templi dove le persone vanno a meditare e pregare. Strinati parla di “profondità, delicatezza, introspezione e penetrazione del suo pensiero visivo”, nel senso che pur guardando con occhio rispettoso e discreto  il soggetto, ne fissa l’immagine con solidità e forza.  La Bianchi ne sottolinea la “forte valenza realistica ed un intimo sentire”, in una “narrazione pittorica dell’attuale società che trascrive come una intensa storia di classiche intonazioni nei suoi personaggi, ritratti nelle pose, nei momenti, negli ambienti più originali e suggestivi”.

Il realismo come apertura alla vita si esprime appieno in Xin Dongwang,  che presenta un mondo moderno e  dinamico, disincantato e sfrontato: volti di uomini molto “vissuti”, che un iperrealismo porta a deformazioni quasi satiriche, poi composizioni  festose come “Passare l’estate”, con le persone che si affollano intorno a libri e giornali, e “Gruppo dei giovani gioiosi” in cui non ci sono solo giovani, segno che ci si riferisce alla gioia dell’animo. I titoli dei ritratti esprimono la “satira sociale” sottolineata da Strinati: “Temperamento” e “Badare agli affari, “Va bene” e  “Vista”, fino a “Giovani” e “Canto”, identificano caratteri forti e decisi esposti senza timore. “Una vera, analitica osservazione del profondo, uno studio logico delle passioni e del carattere”, secondo la Bianchi,  in cui il realismo è accentuato “da una moderna ricerca coloristica che sottolinea l’autenticità della sua esperienza”. Xiaayan  lo conferma affermando che “il realismo di Xin Dongwang ha la sua radice popolare, diretta e selvaggia”.

Ambienti enigmatici e malinconici, paesaggi sfumati ed evanescenti

Dal realismo figurativo in senso stretto a composizioni elaborate da decrittare con Ma Lin: restano immagini figurative ma in un contesto enigmatico, criptico e allusivo in una tecnica con acrilico su tela o su legno, nel qual caso si configura un’installazione. “Una sorta di pop occidentale” – scrive Strinati –  attraverso “immagini che combinano figure e tradizioni apparentemente incomunicanti in contesti di stravagante e insieme mobilissima penetrazione concettuale ed emotiva”. Viene evocata anche la “metafisica” di Giorgio De Chirico. Alcuni titoli, come “Dialogo e conflitto”,“Dialogo asimmetrico”  e “Percezione esistenziale”, “Dialogo con Zeus” e “Dialogo Roma-Pechino”, esprimono incomunicabilità e contrasti che si cerca di comporre ma le figure restano isolate nei loro comparti. C’è qualcosa di inquietante e un senso di allucinazione, in “Collisione” e “L’ora di moda”, dove due figure sono contrapposte nettamente in modo surreale. L’artista vive e lavora a Roma, si vede che l’influsso occidentale in lui è ancora più evidente e penetrante, e secondo Xiaayan “la sua arte contiene elementi delle culture occidentali e orientali e fa vedere il contrasto fra di loro”. Per la Bianchi, “fantasie, simbologie e metafore definiscono un carattere pittorico evoluto in un approfondito studio della persona umana, sia dal punto di vista anatomico, sia psicologico”; in “un’immensa allegoria cromatica e intuitiva”.

In Zhu Xiaoguo non più figure delicate né accostamenti di immagini violenti e allucinati, dell’artista vediamo ambienti naturali da “grande paesaggista”, come lo definisce Strinati, mentre la Bianchi scrive che “con i suoi dipinti documenta l’elegante poesia della natura” come nel naturalismo nordico di fine ‘800. Il realismo è dato da come vede l’ambiente, squallido o malinconico, riflesso di un qualcosa di più intimo, forse la solitudine se non l’emarginazione: “Boschi d’autunno e torrenti”, “Stagno di un tardo autunno”, e “Il tempo è passato e arriva l’inverno”, sono dipinti dove le foglie secche ingiallite dominano, mentre nella pittura a inchiostro “Strada sporca” si accentua il realismo per nulla edulcorato. Abbiamo anche uno scorcio di abitato con una grande piazza e una sola piccolissima figura umana, quasi un’immagine metafisica; e un viso  di “Ragazza” sospettoso, ben diverso da quelli degli artisti prima ricordati. I suoi paesaggi della Cina settentrionale sono visti da Xiaayan contrastare “il realismo freddo di Luo Min”.

Guardiamo questo “realismo freddo” di cui parla Xiaayan, sono paesaggi in cui si intravedono piccole sagome umane e animali. Luo Min è una artista definita così da Strinati: “E’ il campione supremo, della evidenza, fisica e metafisica insieme” con lo sguardo “intento penetrare le sembianze del Reale, attonito e sbalordito quasi per aver scoperto quanto l’essere umano sia in grado di avvertire quel mistero insondabile e nel contempo quell’ovvio concetto che è, appunto, la Realtà”. “Sole” e “Bosco populeo”, “Paesaggio  in Tashkurgan”e “Palazzo vecchio sulla strada”,  “Vedute di San Pietroburgo” e “Roman ruins” , mostrano immagini sfumate quasi impressionistiche, dall’effetto spettacolare; “Rovine romane” è il titolo di un altro dipinto in un figurativo quasi fotografico, a dimostrazione della vastità dell’arco stilistico e di ispirazione dell’artista cinese. La Bianchi sottolinea il significato dei diversi soggetti parlando di “un’ampia integrazione culturale che corre idealmente lungo un antico cammino, sulla Via della Seta, dai resti della Roma imperiale e ci conduce ai verdi paesaggi di San Pietroburgo, fino alla calda luce del sole nella suggestiva campagna di Tashkurgan”.

Anche Chen Zijun si allontana dal figurativo precisionista con figure sfumate, quasi evanescenti  che formano composizioni mosse e mutevoli, per Xiaayan  le pitture di questa artista “alludono ad un ordine dove la logica emotiva scivola leggermente”. Strinati la vede “immersa nella velocità della percezione di chi si aggira in mezzo alla folla e percepisce solo brandelli di realtà, movimenti veloci, immagini che appaiono e scompaiono”. Gli stessi titoli evocano l’atmosfera rarefatta e  impalpabile di apparizioni  quasi oniriche: “Piume” e “Contatto”, “Apparire e scomparire” e “Immaginando”. Alcune scene sembrano visioni da “Divina Commedia”, pur con la delicatezza nel tratto e la raffinatezza nel segno che a volte lascia il posto a contrasti violenti: come il viso bianco dell’uomo e la testa verde scuro del cavallo in “Sussurro”, o l’agglomerato oscuro di volti e figure allucinati di “Indovinare”; ma c’è anche la composizione calda “Godersi della gioia”. E’ realismo  il suo, ma c’è una notevole componente fantastica, così sottolineata dalla Bianchi: “Nella sua giovane e disinvolta trama pittorica tra ideali ‘contaminazioni’ di cromie e sentimenti, traduce in suggestive trascolorazioni una fantastica realtà che pervade  tutta la sua raffinata ispirazione”.

Ancora più lontano dal figurativo precisionista, ma con irrefrenabile energia e slancio creativo,  è Wang Xinyao, che Strinati definisce “dotato di un occhio prensile e sensibile”, associandolo a Liu Xin e a Zhu Xiaoguo nel “risentire anche della conoscenza del paesaggismo francese dell’Ottocento, a sua volta così influenzato dall’idea orientale della contemplazione e dell’immersione nella maestà della Natura”; Xiaayan, come abbiamo anticipato, afferma che “le pitture di Wang Xinyao e quelle di Lin Xin vengono a contrasto”, mentre la Bianchi evidenzia “le imprevedibili energie di quel suo naturale talento che segna un nuovo slancio creativo” attraverso “quei bianchi bagliori di luce sulla bruna materia del propilene di un inedito paesaggio cinese”. Si tratta di “Ricordi della vecchia strada”,: dipinti stilizzati dai tratti abbozzati ma con precisione calligrafica. Ci sono anche degli “Schizzi di ritratti” e l’ermetico “Paesaggio cinese” che si differenzia molto dal resto: pannelli di un nero profondo con delle striature, verso l’astrazione.

La visita è terminata, siamo coinvolti ancora dalla “narrazione” per immagini  degli artisti cinesi del mondo d’oggi, che rielaborano stimoli provenienti da lontano inglobandoli nella propria cultura. “E’ una Cina – conclude la curatrice Bianchi –  che si evolve accogliendo e riproponendo una immagine a volte inedita, un po’ romantica, a volte surreale e provocatoria, in ogni caso fortemente emozionale, di una quotidianità visibile e vissuta”. E’ un “dialogo con il reale” che si traduce “giorno dopo giorno” in un viaggio “verso un futuro sempre più tecnologico”; ma”con una sempre più grande e nuova voglia di esprimere e salvaguardare quella idea spirituale e poetica che è parte integrante della coscienza creativa di ogni artista”.

E questo ci sembra essere l’elemento fortemente identitario del figurativo cinese contemporaneo.

Info

Complesso del Vittoriano, Via San Pietro in Carcere (lato Fori Imperiali). Tutti i giorni, compresi domenica e lunedì, ore 9,30-19,30. Ingresso gratuito, Tel. 06.6780664, 06.69923801; fax 06.69200634. Catalogo: “Visual China. Realismo figurativo contemporaneo”, Li Huajia Editino Ya Chang China Shenzhen, 2013, pp. 310 non numerate, cartonato con titoli di copertina rossi sovraimpressi in rilievo su fondo giallo, trilingue (italiano, cinese, inglese), testi introduttivi di Alessandro Nicosia, Claudio Strinati, Nicolina Bianchi, testo conclusivo di Yang Xiaayan. Le opere degli 11 artisti sono riportate con un montaggio elegante dopo un quadro fotografico riassuntivo per il singolo artista, riprodotte su supporti cartacei di diverso spessore e raffinatezza, con preziosi intercalari ad introdurre ogni artista dall’immagine quasi in filigrana sul giallo intenso del foglio cellophanato posto a divisorio. Dal Catalogo sono tratte tutte le citazioni del testo. Per la   mostra di Palazzo Venezia, “Oltre la tradizione. I Maestri della pittura moderna cinese”, citata nel testo, cfr. in questo sito il  nostro articolo  il 15 giugno 2013; per la scultura cinese cfr. in questo sito il nostro articolo sulla mostra, sempre a Palazzo Venezia, dello scultore “Weishan”,   il 24 novembre 2012; per la mostra al Palazzo Esposizioni, citata nel testo, sui  “Realismi socialisti”, cfr. i nostri 3 articoli in “cultura.abruzzoworld.com” , tutti il 31 dicembre 2011;  per la mostra, nella stessa sede, su uno dei massimi esponenti del “realismo socialista”, “Deineka”,  cfr. in questo sito i nostri 3 articoli il  26 novembre, 1 e 26 dicembre 2012.  Per l’arte e la cultura cinese cfr. anche in “notizie.antika.it” i nostri 2 articoli sulla mostra a Palazzo Venezia “L’Aquila e il Dragone”, il   4 e 7 febbraio 2011; in “cultura.abruzzoworld.com”, i nostri articoli, uno sull'”Anno culturale cinese” il  26 ottobre 2010  e 2 sulla “Settimana del Tibet” il  21 luglio 2011; in questo sito il  nostro articolo sull”incontro all’Ambasciata cinese e sul Tibet il 1° aprile 2013.  Infine, per la citazione della “Via della Seta”, cfr.  in questo sito i nostri 3  articoli sulla mostra al Palazzo Esposizioni, ad essa intitolata, il 19, 21 e 23 febbraio 2013.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nella mostra al Vittoriano, si ringrazia “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. In apertura, Leng Jun, “Ritratto di Xiao Luo”, 2005, che  insieme alle mani, il cui particolare verrà riprodotto in chiusura, richiama Monna Lisa, cui è dedicato un disegno; seguono Xu Mangyao, “Carlo in piedi davanti alla finestra”, 2007 e Pang Maokun, “Stagione di fiorire”, 2012;  Leng Jun, “Negozio di antiquariato a New York”, 2013, e Liu Xin, “La ragazza dalla gonna a fiori”, 2012;  Guo Runwen, “Il quindicesimo giorno del mese lunare”, 2009,  e Xin Dongwan, “Canto”, 2012; Ma Lin, “L’ora di moda”, 2004, e  Zhu Xiaoguo, “Il tempo è passato e arriva l’inverno”, 2009;  Luo Min, “Palazzo vecchio sulla strada”, 2009,  Chen Zijun, “Sussurro”, 2008, e Wang Xinyao, “Ricordi della vecchia strada”, 2009; in chiusura: Leng Jun, “Ritratto di Xiao Luo”, 2005, particolare delle mani nella figura leonardesca riportata in apertura.

Isgrò, il Modello Italia nelle cancellature, alla Gnam

di Romano Maria Levante

Alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna  è aperta dal 20 giugno al 6 ottobre 2013 una mostra speciale:  “Emilio Isgrò. Modello Italia 2013-1964”:  mezzo secolo  tra l’intuizione geniale e la provocazione spiazzante con un denominatore comune, la centralità del proprio paese, che considera con lo sguardo corrucciato  per l’amore tradito mettendone a nudo le magagne come stimolo alla rigenerazione salvifica. Nell’invito alla mostra del 2010 a Verona su “La Costituzione cancellata” scriveva: “Questa mostra è il grido di dolore di un artista per l’Italia che si sfascia”.  Curatrice Angelandreina Rorro che ha curato anche il  Catalogo  Electa con Beatrice Benedetti.

Lo strumento di cui si serve da cinquant’anni per esprimersi in modo tanto originale da potersi dire unico è la cancellatura, un paradosso che deve essere spiegato tanto è inusuale e aggressivo. Ma prima va approfondito come sia maturata la sua preoccupazione per l’Italia partendo dalla Sicilia, terra natale sua e di tanti letterati, Pirandello e Vittorini, Brancati e Sciascia. All’isola dedicò le sue prime cancellature eliminandola dalla carta geografica e i suoi “Semi d’arancia” in formato gigante.

Le cancellature di Isgrò: significato e valore

Secondo la direttrice della Gnam Maria Vittoria Marini Clarelli, con il suo “Seme d’arancia”, “il minimo simbolo possibile della sicilianità assurge  a monumento e il fuori scala lo rende  una forma ‘altra’, tra l’esergo e l’embrione. Così diventa possibile il paradosso di sedersi all’ombra di un seme”; come  le cancellature rendono possibile il paradosso di rigenerare ciò che si è  eliminato. Del resto le carte geografiche con la Sicilia cancellata risalgono al 1970, poi coprono l’intero paese.

Ricordiamo la reazione patriottica con spirito risorgimentale quando l’Italia è stata definita “un’espressione geografica”, ebbene  Isgrò è attirato dalla sua geografia, la identifica come un insieme di nomi che percorrono  lo stivale, dalle città ai monti, dai fiumi ai laghi, per poi cancellarli fino a ridurre l’Italia alla lettera iniziale, per di più invasa dalle formiche, in “Modello Italia”.

Le sue cancellature avvengono in modi diversi, con la china nera che distende sulle parole o con la scomparsa dell’immagine che diviene virtuale; possono essere anche mobili ad opera di formiche o scarafaggi che si spostano eliminando alcune  e lasciandone in vita altre per lanciare messaggi, arriva all’autocancellazione nel suo ciclo “Dichiaro di non essere Emilio Isgrò” iniziato nel 1971.

E’ il momento di approfondirne il significato prima di vedere le sue opere dove tutto questo si manifesta in modo  inequivocabile con una persistenza nel tempo di cui occorre tenere conto.

La  direttrice della Gnam Clarelli scrive che “la cancellatura è un meta-linguaggio applicabile a qualunque codice grafico”, mentre per la curatrice Rorro “il seme della cancellatura è il dubbio. La  messa in discussione delle proprie certezze”.  

Ferruccio de Bortoli vi vede il coraggio di guardare in faccia la realtà: “Ogni giorno, con gesti inconsapevoli, cancelliamo una parte del nostro essere italiani. Senza accorgercene. E non sentiamo il bisogno di togliere sovrastrutture, pesi ed egoismi. Insomma, non abbiamo il coraggio di cancellare per rinascere e per sentirci un po’ più liberi”. Questo coraggio invece ce l’ha il nostro artista: “L’indisciplinato Isgrò intanto disegna e acconcia, con pazienza e irriverenza, l’immensa tavola delle nostre contraddizioni nella quale fatichiamo a specchiarci”.

Ma mentre la cancellazione inconsapevole che facciamo noi è distruttiva, la sua proprio perché consapevole è costruttiva, tanto che lui stesso  ha scritto: “C’è un tempo per cancellare le parole e un tempo per recuperarle”. E ancora:”La cancellatura è un modo di aprire le porte alla comunicazione, fingendo di chiuderle per dare più libertà”. Ne ha dato prova facendo seguire al “Dichiaro non essere Emilio Ingrò” del 1971, prima citato, il “Dichiaro di Essere Emilio Ingrò” del 2008: riapre la porta dopo oltre 35 anni.

Ecco come ha recepito il suo messaggio una laureanda ventitreenne in storia dell’arte con la tesi “la cancellatura dopo Isgrò”, Clelia Mangione: “Ho imparato dall’uomo Isgrò ad indagare, a pormi domande e a cercare le risposte dentro di me e nel mondo che mi circonda, ho imparato accanto a lui a sostenerle con umile forza e ad esserne sempre innamorata. E ho imparato dall’artista Isgrò a cancellare, a cancellarmi per riscoprirmi e cancellare il mondo che mi circonda per riconoscerlo”. E conclude: “Come le parole e le immagini sfuggono alle cancellature di Isgrò, così le nostre idee possono sfuggire alle mani di chi vuole cancellarle, per distruggere la nostra libertà”.

La cancellature patriottiche dalla Sicilia all’Italia

Cominciamo dalle opere che aprono la mostra e ne riassumono i motivi: “Modello Italia”, 2012, presenta lo stivale su un grande pannello tra fitte cancellature; in un pannello simile, ma senza la penisola, dalle cancellature si salvano soltanto le parole “Dichiaro di essere Emilio Ingrò”, 2008;poi “I come Italia”, 2010, la grande lettera aggredita dalle formiche.

Troviamo questi motivi nella prima sala, con il “Mantra siciliano per Madonne toscane”, 2006-08, un’installazione in cui convivono la forma di cancellazione con i tratti neri e quella con le formiche: la prima in “Ave Maria”, 12 colonne a stampa rigorosamente cancellate, la seconda in “Madonna con formiche” e “Giara”dove l’insetto non cancella scritte ma evoca “l’infinito presente” del mondo contemporaneo che, secondo l’artista,  aggredisce tradizioni radicate “tutto distruggendo e tutto cancellando”,  pur nell’ operosità collegata alle api contrapposte alle cicale.  Il “mantra” è una litania in dialetto siciliano recitata dalla voce dell’autore nel sottofondo.  

La Sicilia è protagonista anche nello “Sbarco a Marsala”, 2010, un’installazione con al centro della sala il “Monumento a Garibaldi caduto”,  intorno due Pianoforti di legno bianco lucido sui cui leggii ci sono partiture di ” Norma” e “Puritani”,  “Sonnambula” e “Pirata”, ma tutto è infestato dalle formiche; di Garibaldi si vede solo lo stivale,  sulla parete la scritta “W Garibaldi” formata da formiche, il  tutto accompagnato dal celebre telegramma “Obbedisco” cancellato e dal “Decreto del baciamano” che lo vieta  tra uomini; un carillon diffonde le note di “Casta Diva”. Che dire,  non si può non restare presi e sconcertati.

Il legame tra l’isola e l’intera nazione e soprattutto la sua accorata ansia per le sorti del paese emergono ancora di più  nel salone  dove troviamo di nuovo cancellazione a tratti neri e formiche. “Fratelli d’Italia. Fratelli di Sicilia” , 2009, è composto da cinque serigrafie che riportano l’Inno di Mameli dove nella cancellazione quasi totale sono risparmiate le parole “Italia/Schiava”,  oggi il riferimento che allora era al  passato è divenuto attuale, dato che la perdita di sovranità sotto i diktat europei è sempre più evidente. Segue “La Costituzione cancellata”, 2010,  installazioni-box in legno e plexiglas  che riproducono pagine cancellate dove in ognuna sopravvivono frasi di senso opposto al dettato costituzionale, come “Una indivisibile minorata” e “L’arte ha diritto di sciopero”, “Non sono proibite le associazioni segrete” e “E’ senatore di diritto chi è nato a febbraio”, “Lo Stato può essere sciolto da tre cittadini” e “La giustizia amministrata da giudici spaventati”.  Ci fa pensare al referendum abrogativo che può cancellare singole parti  e parole delle leggi trasformando le frasi nel loro opposto, in fondo Ingrò usa lo stesso  procedimento.

Non si fa attendere il momento  “costruens” dopo quello “destruens”: “La Costituzione delle api”, 2010,  mostra la penisola formata da api che nel pannello successivo lasciano l’interno dello stivale per definirne i contorni. è di grandi dimensioni, veramente spettacolare,  le api operose sono ancora più attive delle formiche previdenti, un  messaggio positivo per la nazione segue la dissacrazione.

Vediamo poi “L’Italia che dorme”, composizione in alluminio con una  figura sdraiata  sotto una coperta invasa da scarafaggi,  è sempre il 2010, anno nel quale troviamo anche “Le Regioni addormentate”. Sembra una resa;  ma l’anno dopo ecco  “L’Italia s’è desta”,2011, una pagina del “Corriere della sera” con questa strofa dell’inno nazionale che  sopravvive alla cancellazione di tutto il resto, sono parole di riscossa mentre in “Fratelli d’Italia”  rimaneva “schiava”: una bella differenza, sono passati soltanto due anni da allora, torna l’ottimismo.

Lo stesso ottimismo sembra essere alla base della “Cancellazione dei debito pubblico”, ancora 2011, quasi lo si potesse fare con delle righe nere nell’articolo su due pagine di un giornale economico dal titolo “Et dimitte nobis debita nostra”, con altri titoli, grafici e numeri cancellati, resta solo la sequenza di 15 zeri che seguono il numero del debito; l’artista ha spiegato che la cancellatura “funziona come lo zero in matematica, chiamato a formare da solo tutti i numeri, tutti i valori”. E’ stata realizzata per l’Università Bocconi, dov’è stabilmente installata nei suoi 2,80  per 3 metri di grandezza, dono dell’artista; fu inaugurata con il rettore della Bocconi  Mario Monti.

E dopo il debito pubblico,  ecco “Cancello  il Manifesto del Futurismo”, 1912, realizzato verso la fine dell’anno per un museo di Rovereto, il Mart,  due pagine con il celebre testo pubblicato sul “Figaro” di Parigi il 20 febbraio 2009 quasi interamente cancellate, resta “Allons, dis-je, mes amis! Partons!”, l’ultima parola “salvata” anche più avanti.  In parallelo tenne nel museo un “Corso di cancellazione generale per le scuole d’Italia”, riconsiderando istituto e avanguardie con la cancellazione: “Noi vogliamo cancellare, noi vogliamo sognare” , del resto anche la cancellazione del debito pubblico con un tratto di penna esprime il sogno impossibile di cancellarlo nella realtà. Mentre crediamo che la cancellazione della Costituzione esprimeva invece il richiamo al realismo della sua insufficiente attuazione  rispetto alla retorica della “Costituzione più bella del mondo”.

Abbiamo introdotto con l’immagine del “Modello Italia”, il grande stivale tra le cancellature, recentissima l’installazione dallo stesso titolo generale che si articola in tanti titoli particolari a pagine di quotidiani cancellate ma di cui si riconosce la testata e qualche titolo al quale si riferisce l’intitolazione dell’artista. Tanti sono i “Modelli Italia”, 2013,  fissati in altrettanti quotidiani  i cui titoli e testi  sono “cancellati”, anzi “scialbati” perché alcuni percepibili: il romano e iltemporale, il francescano e il benedettino, il tasso di sconto e l’evasivo, il moto perpetuo e il riciclaggio, il dubbio permanente e il provvisorio, il marinaro  e l’ingannevole, il modello in movimento  e l’irraggiungibile”, con i temi più elevati, modello di verità e di umiltà, di sapienza e di speranza, fino al modello delle anime; c’è anche un modello di perfezione,  in cui cancella l’articolo del giornale ma non il grande titolo “Lo Stato ignorante”, magistrale!

E’ spettacolare la vista di tutte queste pagine di quotidiani cancellate nella grande sala espositiva. Ma è anche fortemente simbolico, lui stesso ha detto di aver “scialbato” parole e figure “non certo per distruggere, ma per azzerare con un gesto simbolico la difficile situazione in cui ci troviamo e ricominciare a costruire il futuro anche con l’arte , con la cultura”, che è il suo messaggio di fondo. Il “Modello Italia ” è soprattutto la metafora di una società globalizzata che si rispecchia perfettamente nel disordine italiano. Disordine mondiale e disordine italiano, in altre parole, si equivalgono perfettamente”. E precisa: “In questo senso, e solo in questo senso, l’Italia può diventare un laboratorio d’arte e di cultura per nuove, e inedite, esperienze civili e politiche”. L’artista alza ancora il tiro.

La cancellazione ottomana  e la scomparsa delle immagini

Un’altra installazione con una molteplicità di elementi sotto un unico titolo generale che viene declinato nelle sue manifestazioni è “Var ve yok”,  cioè “C’è e non c’è”,realizzato per la mostra di Istanbul del 2010, in cui il grande libro del “Codice ottomano”  è presentato  con tutte le cancellature in 14 leggii, dai titoli come Codice ottomano dell’armonia, poi terrore e libertà, insonnia e dubbio,solitudine e tempeste, mare blu e lanterne, spezie  e longevità, silenzio e desiderio, infine ombre. L’artista lo ha definito “il lavoro più difficile”, perché con i testi ottomani procuratigli dall’amico Ozgur ha “cercato di raccontare, se così si può dire – sono le sue parole- il graduale transito dalla Turchia ottomana alla Turchia contemporanea”: e lo ha fatto con le cancellazioni   lasciando  parole in turco tradizionale, non  decifrabili neppure dai  turchi di oggi, e  parole in latino per riaffermare che la Turchia è vicina all’Europa, mentre spuntano nomi simbolici, Maria Antonietta nel Codice ottomano del terrore, Goethe e Schiller nel Codice della longevità.

Nella stessa sala, alle pareti, “Il sorriso di Ataturk”, 2010,  due grandi pannelli rossi che riproducono la bandiera turca  con mezzaluna  e stella e la scritta in turco, inglese, italiano, “Mustafa Kemal Ataturk (al centro) sorride nel rosso vestito di rosso”. La particolarità è che non si vede nulla, oltre al rosso uniforme.  Lo stesso aveva fatto oltre 35 anni prima con i due pannelli, esposti, in rosso uniforme intenso senza alcuna figura neppure delineata con la scritte “Karl Marx (a sinistra) mangia nel rosso vestito di rosso” in uno, nell’altro tra parentesi è scritto “a destra“, ma l’immagine è sempre invisibile, quasi inghiottita dal suo stesso colore. 

La scomparsa di immagini  la troviamo 35 anni prima in “Paolo e Francesca”, 1966, nel nero acrilico su tela non vi è alcuna figura, e poi in “Trittico del Vecchio Continente”, 1968,  tre tele emulsionate in cui “Emilio Isgrò (sotto l’albero) medita sul destino del vecchio continente”,  “(a sinistra)  medita sull’immortalità dell’anima”, e “(al centro) scivola verso la morte” con il particolare che non vi è alcuna immagine dell’artista nel retinato; fino alla tela emulsionata “Poesia Jacqueline”, 1985, in cui si legge “Jacqueline (indicata dalla freccia) si china sul marito morente”,né lei né Kennedy colpito a morte sono visibili nel retinato.

Completano la parentesi turca gli acrilici su tela “Cancellazione ottomana energica” e “Cancellazione esitante”, 2010, questa volta non sono cancellate le scritte ma due figure in piedi, la prima totalmente annerita tranne braccio, mano e pugnale, l’altra del tutto sbiancata tranne braccio, mano e cimiero.

I 12 elementi di “Weltanschauung”, 2007, presentano carte geografiche di diversi paesi con i nomi delle località cancellati.

La retrospettiva,  dagli anni ’60 al 1985, e una conclusione

Nella retrospettiva spiccano le due più antiche opere in mostra: la tela emulsionata , “Volskwagen bianca in campo nero“,  1964, una fila delle inconfondibili auto con sopra la scritta, sempre in bianco, “Dio è un essere perfettissimo come una Volkswagen”, è tutto un programma di trasgressione. E la trasgressione prosegue  con  “Cancellatura”, 1964, un piccolissimo ritaglio di giornale con lo scritto tutto cancellato meno  “un truffa  dalla quale sono rimasti vittima numerosi amatori”, poi in una carta fotografica con lo stesso titolo, nel 1966, una cancellazione selettiva nel testo intitolato “Ideologia della sopravvivenza”.  

Le cancellazioni puntano in alto, sul massimo monumento enciclopedico: “Enciclopedia Treccani”, 1970, con una  serie di  box in legno,  su ciascuno un  grosso volume numerato aperto in due pagine dalle scritte cancellate con la solita china nera; e sulle carte geografiche di “Italia” e “Sicilia”, 1970, dove sono cancellati i nomi delle località.  Segue la cancellazione di tre “Telex“, 1972, lunghe strisce in box di legno e plexiglas, e di libri,  “Libro cancellato “, uno generico, 1972, l’altro “Subbaturi Romanu”, 1974,  poi “Dulcinea”, 1967, fino  a “Einstein”, 1983.

Sono esposte anche sue opere che giocano con i colori: il giallo  in “Flavida”, 1979,  macchie di “100 gialli  tra cui stabilire quale giallo è più giallo”, e  “Dittico del giallo perduto”; con il rosso in “Il rosso e la macchia”,  1985,c’è una a scritta che ricorda quella della Volkswagen: “Dio nostro Signore crea questo rosso e lo chiama Gesù”.  Non si tratta di irriverenza, è esposta un’opera in  cristallo trattato con pigmenti  che mostra il suo grande rispetto per la religione, “Le tavole della legge, ovvero la Bibbia di vetro”,è monumentale e senza cancellature.

Gioca con la punteggiatura in “Virgola”, 1966,dove è scritto “Le virgole sono il sale della lingua”, e in “Competition is competition”, che non è in retrospettiva lontana essendo del 1999:  2 acrilici su tela con una grande virgola e la scritta è “Comprereste questa virgola da Bill Clinton?” in uno, “… da Emilio Ingrò?” nell’altro.  Gioca con la prospettiva deformata in “Johanna Juditha”, 1985, dipinto con una figura femminile surreale .

Le uniche altre figure le troviamo in un’opera molto particolare dal forte impegno civile: “L’ora italiana” , 20 grandi cerchi alle pareti con sopra orologi che segnano ore diverse, e immagini di persone dai visi deformati e in pose surreali; ciascun tondo ha un nome evocativo con aggettivi quali carnale e devastato, glorioso e indiziario, lunare e matematico, pauroso e perfetto, possibile  e tonale.  Evocano le tante stragi che attendono giustizia, prima tra tutte quella alla stazione dl Bologna del 2 agosto 1980 quando l’esplosione fermò le  lancette dell’orologio alle 10,25.

Abbiamo iniziato questo excursus citando i “Semi d’arancia” giganti della sua sicilianità e  tre opere simbolo che ne  riassumono i motivi  come italiano e come artista fuori dal coro, il “Modello Italia” con le cancellazioni, “I come Italia” aggredita dalle formiche e il suo “Dichiaro di essere Isgrò”. Dalla sua produzione emerge la persistenza dei motivi e la coerenza stilistica che fa diventare stabile quella che poteva sembrare una invenzione del momento, rinnovandola e puntando sempre in alto. Così ha precorso i tempi dell’arte concettuale e non solo. E’ un artista, lo ricordiamo ancora, che si serve di paradosso e trasgressione per un messaggio positivo di speranza e di fiducia nel suo paese, e la mostra gli rende omaggio con un allestimento spettacolare.

Info

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma,Viale delle Belle Arti, 131. Da martedì a domenica dalle 10,30 alle 19,30 (la biglietteria chiude alle 18,45); lunedì chiuso.  Ingresso intero 8 euro;  ridotto 4 euro, tra 18 e 25 anni e per insegnanti delle scuole pubbliche nell’UE; ingresso gratuito fino a 18 anni e oltre 65, più altre gratuità di legge.  Tel. 06.32298221, http://www.gnam.beniculturali.it/.  Catalogo: Emilio Isgrò, “Modello Italia 2013-1964”, Electa, 2013, pp. 232, formato 20×25. l

Foto

La immagini sono state riprese da Romano Maria Levante alla presentazione della mostra alla Gnam, si ringrazia l’organizzazione con i titolari dei diritti per l’opportunità offerta. In apertura “I come Italia”, 2010, seguono “Madonna con formiche”, nel “Mantra siciliano per madonne toscane”, 2006-2008, e “Costituzione delle api”, 2010, poi  “Monumento a Garibaldi caduto” in “Sbarco a Marsala”, e  “L’ora italiana”, uno dei 20 elementi; in chiusura, “Tre semi d’arancia (Liberté Egalité Fraternité”), 1998.

Maugeri, al Festival dannunziano con il poeta Benedetti

di Romano Maria Levante

Nuovo incontro con il pittore Vincenzo Maugeri e con il poeta Italo Benedetti, dopo le mostre “Metroversocromie” a Roma  nel 2010 e “Parole e colori sull’acqua” a Venezia nel 2011: il pittore espone 9 dipinti e Benedetti presenta  una poesia al “D’Annunzio International Arts Festival”, a Pescara dal 20 luglio al 31 agosto 2013, nel 150° anniversario dannunziano. Direttore artistico Giordano Bruno Guerri,  presidente della Fondazione “Il Vittoriale degli Italiani”, che ha dato nuovo slancio alla storica residenza del Poeta con  iniziative di valore culturale e simbolico. Sede del Festival l’antica fabbrica, ora centro espositivo, dell’Aurum, nome ideato da D’Annunzio, un edificio dalla facciata neoclassica ad arcate, con un cortile interno circolare di concezione “panottica”: ci ha ricordato  quella del  teatro in  cui l’attenzione converge  sul palcoscenico.

Il Festival  ha mobilitato teatro e musica, cinema e  letteratura, poesia  e pittura in un susseguirsi di manifestazioni per l’intera estate. Ci soffermiamo sul pittore e il poeta citati, in continuità con le loro precedenti mostre, considerando che le altre manifestazioni  sono concluse, mentre la mostra di Maugeri terminerà il 31 agosto, e con essa il Festival; ma il  motivo principale è il fatto che hanno fissato in immagini e in versi  importanti momenti della vita e del mondo dannunziano su cui  soffermarci.

Prima facciamo un  excursus sulla parte del Festival  già svolta, una carrellata di generi artistici e spettacoli in omaggio a una personalità  straordinaria  e versatile e alla sua vulcanica creatività  espressa nei campi più diversi dell’arte e della vita.

Teatro e musica,  cinema e letteratura

Il   teatro ha presentato Giorgio Albertazzi al quale è stato conferito il “Premio Vittoriale”- con “Io ho quel che ho donato”,   il  motto dannunziano che ne riassume la dedizione. Lo spettacolo, di cui Albertazzi è autore e interprete, svoltosi  il 27 luglio, ha scavato nei contrasti dannunziani,  da un lato la contemplazione della bellezza allo stato puro, dall’altro una sensualità che alcuni definiscono per eccesso “voyeur satiresco”, mentre riflette  l’eterna lotta tra lo spirito  e la carne.

 Con   “Legionari, l’impresa di Fiume”, di Stefano Angelucci Marino,  il 29 luglio il pubblico si è emozionato allo spettacolo imperniato sul racconto coinvolgente del  legionario che,  lasciato il borgo d’Abruzzo, si era unito a D’Annunzio condividendone ideali e sogni, azioni e ribellioni.

Al teatro si è aggiunta la musica  con Daniela Musini,  che il 21 luglio ha tenuto il recital-concerto “L’Abruzzo nel cuore: brani dannunziani – poesie, prose di romanzi e di opere teatrali – recitati anche accompagnandosi al pianoforte, e scelti tra quelli dai quali risalta il suo attaccamento all’Abruzzo; protagoniste le Muse dannunziane, Eleonora Duse in primo piano.

Le romanze di Tosti con parole di D’Annunzio  sono state al centro di due spettacoli: il  20 luglio il recital “Omaggio a Francesco Paolo Tosti e Gabriele d’Annunzio”,  del  tenore Christian Maragliano,  con Antonella Salvatore al pianoforte; il 25 luglio il concerto “I musicisti di D’Annunzio”, per celebrare  i 150 anni della nascita, con la soprano  Manuela Formichellaaccompagnata al pianoforte da Marco Ciccone  che, con l’americano Brendan Mc Conville, è autore  di musiche su testi di D’Annunzio,  presentate con quelle ben conosciute di Tosti. .

Il cinema è stato presente alla grande, con la proiezione, il 22 luglio, di Cabiria”, film del 1914 – dopo il restauro a colori del primo kolossal del cinema italiano  –  voluto da  D’Annunzio le cui didascalie sono state lette da Edoardo Sylos Labini, con lemusiche antiche e moderne di Wagner e i Pink Floyd, Chopin e i Doors, proposte dal dj Antonello Aprea.

Anche un festival  nel festival,  il 23 luglio il  Festival cinematografico, diretto da Arianna Di Tomasso, con  cortometraggi  d’autore e premiazione di esordienti; inoltre la mostra fotografica sul cinema   FrameByFramed, curata da Luca Di Francescantonio.

Per la letteratura,  il  20  luglio una tappa del tour estivo del Premio Campiello si è svolta nell’ambito del Festival dannunziano: i  cinque finalisti hanno incontrato il pubblico, la premiazione del vincitore avverrà il 7 settembre a La Fenice di Venezia. Mentre il  24 luglio si è avuta la presentazione dei libri“La mia vita carnale. Amori e passioni di Gabriele d’Annunzio”  di Giordano Bruno Guerri,  e “L’onorevole d’Annunzio. L’esperienza parlamentare di Gabriele d’Annunzio tra destra e sinistra” di Lucio Di Biase; il libro di Guerri e il “Tempio della Sapienza VI – L’Allegoria dell’Autunno”,  sono stati oggetto di sculture dell’artista Claudio Perri.

C’è  stato anche un momento simbolico altamente spettacolare, il volo commemorativo sulle rotte dannunziane, di idrovolanti da Gardone Riviera a Pescara  con approdo nel fiume al Ponte del Mare,  per segnare in modo tangibile  il collegamento ideale tra il territorio dov’è il Vittoriale, la sua sede ultima carica di valori, e la città natale.

Poesia e pittura, “Il Vittoriale dei poeti” di  Benedetti

Il Vittoriale è presente al Festival anche con  la poesia e la pittura di Benedetti e Maugeri. Ma prima di parlarne citiamo il recital del 23 luglio, “La Poesia che ritorna, per salvare il mondo”, protagonisti i  detenuti della Casa di Reclusione di Sulmona, nel progetto di formazione e recupero di Vilma Maria De Sanctis; e la mostra del pittore Marco Sciame, aperta dal 3 luglio al  29 agosto.

 “Tu sai dunque l’amore”, il titolo,  51 quadretti  con “Gabriele d’Annunzio: tra amori e battaglie, Il Fumetto” e 17 grandi tavole (70×50)   dedicate alla donna e alla sensualità espressa nelle sue opere: dalla “Vergine delle rocce”  a “La città morta”, da “Il fuoco” a “Francesca da Rimini”,  da “La Pisanella” a “Parisina”, da “Sogno di un mattino di primavera” a “Sogno di un tramonto d’autunno”. Scene tratteggiate a china con eleganza e incisività da Sciame, lo “scriba della visione”, in una grafica raffinata e avvolgente, esprimono il simbolismo dannunziano con l’immaginario e l’eroico, il reale e l’ideale. La visita alla sala con alle pareti i quadretti e le tavole è stata un’immersione nel  mondo di D’Annunzio evocato con  il fumetto e  nei personaggi  delle opere cui si è ispirato l’artista; per ognuna la tavola riporta il  brano cui si riferisce la raffigurazione, l’insieme è spettacolare.

Poesia e pittura in simbiosi  nell’installazione alla pineta pescarese “Creatura terrestre che hai nome Ermione” , di Antonella Cinelli,  che dal 19 luglio ha evocato  “La pioggia nel pineto” con immagini del viso e delle mani, piante e alberi in un abbandono panico alla natura; proseguirà fino al 15 settembre, anche dopo la conclusione delle tante manifestazioni del  Festival.

L’ultima nel tempo è  la mostra di Vincenzo Maugeri, dal 21 luglio  al 31 agosto,  cui si affianca – come si è detto – l’omaggio di Italo Benedetti  “Il Vittoriale dei poeti”. Un’intesa pittore-poeta di cui abbiamo trovato degli epigoni nella mostra “Pietracamela per l’arte”, il 16-17 agosto nel paese al cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso alle falde di Monte Corno, la vetta più alta degli Appennini: sono Paolo Foglia e Francesco Barnabei che hanno esposto insieme i dipinti del primo e le poesie del secondo non legati da un rapporto diretto ma dalla condivisione di sogni e inquietudini.

Dopo questo collegamento fresco nel tempo, venuto spontaneo, vogliamo prendere l’avvio dal poeta Benedetti perché fa entrare nell’atmosfera speciale del mondo dannunziano espressa dal Vittoriale, il “buen ritiro” dove dal 1921 fino alla morte nel 1938 visse come in esilio circondandosi dei cimeli e dei ricordi della sua vita inimitabile. Per questo è importante che il poeta, per il suo omaggio a D’Annunzio, si sia ispirato alla sua  residenza, ponendo la data Gardone, 3 marzo 2013.

A chi si rivolge la poesia, e quale messaggio contiene?  Si rivolge al Vittoriale, “tu luogo magico”,  per i poeti  “la vera casa dell’anima”: immagina  possano  portarvi la loro inquietudine coloro che sono vissuti nel chiuso di una stanza come Emily, o al contrario hanno vagabondato per  il mondo come Ribaud  o lo hanno fatto con i versi come Campana; vedremo poi che cita anche “lo spirito di Dante”. Quando visita il Vittoriale “è quasi primavera”, e dal  vasto giardino si innalzano gli effluvi  della natura che si risveglia, cui dedica versi ispirati: sente il profumo dei narcisi tra i  boccioli dei roseti, “dove s’irradia l’alone degli occhi grandi del Poeta”. Ma va oltre queste pur forti sensazioni.

Nel  “misterioso e cimiteriale susseguirsi di stanze straripanti di reliquie” ” coglie alcuni aspetti  fondamentali  quali  il sincretismo religioso in cui “in un tripudio d’oriente divinità cinesi abbracciano San Sebastiano e santi francescani”; ma nella “Stanza delle Reliquie” al culmine della piramide di divinità c‘è la Madonna madre di Cristo. E coglie l’ essere “la dimora del dopo, l’asilo dove si radunano i fantasmi dei poeti”, tra loro c’è anche quello di D’Annunzio, e non solo ora, anche  quando vi abitava, dopo una vita inimitabile spesa senza risparmio in tante direzioni.

Perciò sono accolti nella residenza “quelli che amarono su tutto la poesia immortale e la bellezza”, e D’Annunzio è il primo di loro: “Qui sostano le anime dei grandi, in questa cripta dell’eternità, dove aleggia lo spirito di Dante!”

La conclusione è in carattere con l’inizio: “Gardone Riviera, oggi e per sempre, è primavera!”, e non per il ciclo delle stagioni, ma per quanto di vivo e vitale è radicato nel Vittoriale degli Italiani.

L’“Atto di donazione al popolo italiano” iniziava con queste parole: “Prendo possesso di questa terra votiva che m’è data in sorte; e qui pongo i segni che  recai  meco, le mute potenze che qui mi condussero”. E più avanti:”Tutto è qui da me creato e trasfigurato”.  Della “Stanza del Lebbroso”, in particolare, scriverà al pittore Guido Cadorin, che aveva dipinto nel soffitto le Sante donne in assistenza al lebbroso dalla visione avuta mentre visitava un  monastero di clausura di Ferrara, evocata nelle “Faville del maglio”:  “La stanza è un miracolo al di là della tua arte e al di là della mia ispirazione. E’ un miracolo e un mistero, entrambi inconoscibili”.  

Si spiegano  le parole del fedele legionario Mario Barilli: “E chi abbia anche per una sola volta la fortuna di entrare nella villa del Poeta, ne riporta un’impressione così duratura, così scolpita nella mente, che spesso, poi, può rievocare e rivivere le ore inobliabili trascorse nel Vittoriale, nei domini rosazzurri del sogno”. Immagine che ritroviamo nelle parole di Francesco Meriano, all’epoca console italiano ad Odessa, dopo una visita al Vittoriale, che poteva essere apprezzata soltanto da chi era scevro di pregiudizi: “Ma chi del dono era degno porta in sé, e porterà sempre, l’immagine di un ineffabile sogno”. Benedetti  ne ha dato la versione poetica, avendo percepito, oltre agli effluvi primaverili, gli influssi misteriosi che trasmettono la magia della casa dei poeti.

Nei  9 dipinti di Maugeri  un suggestivo”tutto D’Annunzio”

Dall’ambiente evocato da Benedetti  al personaggio raffigurato da Maugeri in 9 dipinti così presentati da Giordano Bruno Guerri: “In quei colori allegri, in quei tratti  apparentemente semplici, è rappresentata tutta la vita di D’Annunzio: i grandi amori e l’ossessione carnale, le imprese belliche senza spargimento di sangue, perché il nemico deve essere beffato, prima ancora che vinto, l’amore panico per la natura e la magia ritmica delle parole nella pioggia nel pineto; ci sono il Vate futurista e il Vate senza tempo che si è eternato nelle pietre vive del Vittoriale, c’è persino l’amore di Gabriele per le uova, intese come base per le frittate, ma che per Vincenzo Maugeri sono il simbolo dell’umanità di D’Annunzio… Infine nell’alone di quegli occhi grandi che riprende quello della falce di luna calante, leggiamo il D’Annunzio per noi irraggiungibile eppure vicino, antico e sempre contemporaneo, di una eleganza senza tempo, di una dolcezza senza fine”.

Questa la lettura che ne fa il presidente della Fondazione “Il Vittoriale degli Italiani” rievocando attraverso i dipinti  il  mondo dannunziano.  Per parte nostra, descritte le singole opere, concluderemo con una notazione finale che aggiunge alla visione suggestiva di Guerri  una componente che ci viene suggerita da uno dei dipinti, il più enigmatico.

“Vate volante” e “Posta aerea” lo mostrano sui fragili velivoli dell’epoca. Il primo  in una delle prove di arditismo più spettacolari, il volo su Vienna: una sfida  simbolica, vi furono gettati dei manifestini tricolori, visibili nel dipinto in cui si intravedono appena lui e il pilota sull’aereo che sorvola la capitale austriaca; il secondo, in cui invece sono in primo piano, ci piace riferirlo idealmente al volo su Cattaro, nella “notte di san Francesco”, quando sentì di trovarsi “nel terzo luogo”, quella “plaga oltre la vita e oltre la morte”. La sua prima missione aerea era stata  il 7 agosto 1915  sopra Trieste, e l’aereo pilotato da Miraglia fu colpito; ce ne furono poi sul Carso fino all’incidente a Grado del 16 gennaio 1916,  in cui perse l’occhio destro e fu costretto all’immobilità e al  buio da cui  nacque il “Notturno”; poi il 13 settembre volo su Parenzo e nel 1917su Pola e sulle linee nemiche della Bainsizza, fino al volo su Cattaro il 4 ottobre 1917 e su Vienna il  9 agosto 1918.  Maugeri ha raffigurato nei dipinti anche il pilota sull’aereo, con il quale D’Annunzio aveva un forte  legame.

Quando qualcuno dei piloti a lui vicini periva vittima della guerra – e ce ne furono tra quelli  più cari – non nascondeva il suo profondo cordoglio, partecipando al rito religioso si inginocchiava, come dinanzi ai caduti a Fiume, ci sono immagini eloquenti. Nel “Notturno” parla delle  “quattro croci fraterne. Giuseppe Miraglia è crocifisso alla sua ala. Luigi Bailo è crocifisso alla sua ala. Alfredo Barbieri è crocifisso alla sua ala. Luigi Bresciani è crocifisso alla sua ala”.. E di Miraglia, definito “dimidium animi”,  scrive: “Il mio compagno è nell’isola dei trapassati… Io sono vivo ma esattamente collocato nel mio buio com’egli nel suo… Gli somiglio anche nella ferita… così la sua morte e la mia vita sono la medesima cosa… Se bene io soffra, se bene egli non soffra più, per l’uno e per l’altro la carne è abolita mentre gli spiriti si ricongiungono… Io vissi con lui o morii con lui? V’è un luogo dell’anima, là dove il nero fiume e il fiume chiaro confluiscono”.

Dall’ardimento e patriottismo all’amore e alla sensualità.  In “Ragnatela” è raffigurato il legame con Eleonora Duse, le loro figure sono insieme  nel dipinto  in un’atmosfera  malinconica. Della Duse teneva al Vittoriale un busto dello scultore Minerbi  che lui coprì con un velo chiamandola “Testimone velata”. Frances Winwar ha scritto che “secondo l’umore, abbassava o sollevava il velo”; nei momenti di tristezza, ci ha detto una testimone,  invocava “Eleonora,  Eleonora”, come per chiederle un aiuto, e sul suo tavolo al momento della morte furono trovate quattro dediche in preparazione per la Duse.

L’“Ossessione carnale”  raffigura la sensualità dannunziana con l’immersione della sua figura nella donna che lo avvolge e tiene dentro di sé con un’espressione ferma e decisa, ma lui riemerge dominnate.  Il tema è complesso perché la sensualità non si può considerare fine a se stessa. D’Annunzio ha scritto:  “L’opera di carne è in me opera di spirito,  e l’una e l’altra opera concordano nell’attingere a una sola unica bellezza”. E  ne dà la spiegazione:  “La più fertile creatrice di bellezza nel mondo è la sensualità rischiarata dalla divinazione. La sensualità mi accomuna alle cose che guardo, mi fa simile alle cose che tocco ed esamino,  mi dà la veggenza di Francesco cieco che vedeva le musiche. Non vedo io le mie musiche? Ma ho ancòra da penetrare questo mistero, ho ancòra da esplorarlo impudicamente, cioè innocentemente”.

Non riuscì a scrivere i  tre romanzi di “carne senza carne” che aveva progettato, scegliendo i titoli:”Buonarrota”, ” La Violante”,” La Bocca velata” , secondo questo motivo  ispiratore: “Quando per esprimersi lo spirito si serve della materia, non si sottomette esso alla materia, ma la sottomette”. Sempre nelle sue parole, “la carne non è più carne ma l’orlo di una potenza interiore”.  Francesco Flora vi legge”una sintesi svelata degli estremi del senso come bellezza e dell’anima come coscienza di purificazione”. … Per lui lo spirito è la carne”.

L’ossessione carnale, peraltro, viene da lui considerata risalendo nel tempo alle prime emozioni, riportate nelle “Faville del maglio”: quella nella Stanza del Museo etrusco, dinanzi alla statua della  Chimera, quando la compagna gli “si serrava addosso” e a lui “pareva fosse doventata nuda, tutta nuda e bruciante… Quella carne sediziosa mi mordeva più di quel metallo irto”; e l’emozione suscitata dalla contadinella  che “avea nome Sblendore”: “E le parlai d’amore, e la pregai d’amore; e le cercai la bocca nella vendemmia intempestiva, cercai il succo dell’uva di là da’ suoi denti di lupatta, quasi avviluppando il mio desiderio con l’ombra del vespro supplicato e stimolato”.

Sempre nelle “Faville”, arriva alla confessione del “male ereditario”: “Ero invasato dal male di donna. Se fossi stato accolto dai frati del Bel Morire avrei confessato, in San Gregorio, che l’abitacolo della mia mente era tenuto dalla concupiscenza, intiero. Avrei confessato, pallido d’impudenza, avrei confessato d’essere ormai ossesso da una sola unica immagine, da una figura carnale non ancora apparita a’ miei occhi e pure evidente nel ricordo”. Che rievoca con parole inequivocabili, nelle quali Salomè e Clematide si susseguono nella sua fantasia sovreccitata.

Maugeri ha esplorato anche altri lati di D’Annunzio, ed ecco “La falce di luna”, immagine notturna con la sua figura che spicca su un cielo nero in cui si staglia  la sezione del disco che risplende, in un contrappunto luce-ombra tra il suo viso e la luna. Associamo a questo il dipinto “La pioggia nel pineto”, il suo profilo tra le grosse gocce che piovono sul verde della vegetazione, mentre si  intravede  la sagoma di Ermione, evocata nella poesia.

Tre dipinti sono enigmatici, e per questo intriganti: “Le uova di D’Annunzio” ,  un tema caro al pittore di cui Guerri ha spiegato il significato per il Poeta – la prediletta frittata e l’umanità –  mentre “Vate  nel tempo” lo raffigura stretto non più nel corpo femminile ma in una clessidra, con il volto nell’ampolla superiore, e non potrà scendere in quella inferiore attraverso lo stretto pertugio. Quindi resiste al tempo, il Vittoriale ne rappresenta la prova tangibile, e se ne ha conferma nel l’interesse sempre vivo sulla sua figura che attira centinaia di migliaia di visitatori  come anche nel fiorire di iniziative molto seguite  promosse dal Vittoriale e dalla natia Pescara dove la sua casa è diventata un museo.

C’è un altro “tempo” di D’Annunzio, quello degli anni del Vittoriale allorché era “coperto da una tristezza color di cenere” – sono le parole di una sua  lettera a Fiammetta – per il prevalere, sul suo animo volitivo e portato all’azione, delle angosce esistenziali in cui i timori della vecchiaia e della morte  erano la sua non gradita compagnia. Nel  giorno del quarantesimo compleanno, nel 1903, celebrò “le esequie della giovinezza” con queste parole: “Bisogna dunque che io imbalsami alfine il cadavere della giovinezza, che fasciato di bende io lo chiuda fra quattro assi e ch’io lo faccia passare per quella porta, ove lo spettro della vecchiaia è apparso tra i battenti socchiusi e con un cenno quasi familiare m’ha augurato il buon giorno”. E’ lo “spettro abominevole”, il “nuovo ospite” a cui però non si arrende: “Scacciarlo non potrò; ma domani forse lo dimenticherò vestendomi di quell’acciaio che ogni mattina suol fabbricarmi il mio coraggio… Ma stamani mi ha abbandonato”.

Un altro contrasto, o se si vuole contraddizione, un’altra lotta oltre quella tra lo spirito e la carne. Entrambe sono in qualche misura regolate dallo scorrere inesorabile del tempo. E concorrono, con i tanti altri motivi della sua complessa personalite del suo mondo multiforme, a lasciare un’immagine di inafferrabilità, dell’ impossibilità a circoscriverlo in confini precisi.  

Sono le contraddizioni da lui stesso alimentate a  renderlo difficile: “Più attendo quando più ho fretta, più mi contengo quando più sono impetuoso, più mi velo quando sono più lucente, più mi spengo quanto più sono ardente; soffoco le faville, non il fuoco addentro”. E più chiaramente: “Certo io non vorrò mai raccontare quel che so e che voi ignorate né conoscerete mai, io ve lo dico senza rancore e senza orgoglio, pacatamente: mai”. Il motivo? “Non voglio essere compreso. Nulla temo, ma sol temo di non essere incompreso”. Fino alla logica conseguenza: “La interpretazione di me diventa grossolana e goffa anche negli uomini più gentili”.

Nella nostra personalissima interpretazione è quanto Maugeri ci sembra visualizzi  nel “Cubo magico”, un cubo di Rubik con il volto del Poeta nelle facce,  per  essere scomposto e trasferito sulle altre mentre resta mutevole quanto inafferrabile la sua vera natura.  Del resto scrive nel “Libro segreto”: “Chi mai, oggi e nei secoli, potrà indovinare quel che di me io ho voluto nascondere?”

Crediamo che il pittore abbia colto anche questo aspetto, e se il Festival  ci ha dato spunti e scorci dannunziani di notevole interesse, di cui si deve essere grati agli organizzatori – Giordano Bruno Guerri in testa – resta aperto l’interrogativo di D’Annunzio: “Se l’Italia m’è un enigma, non sono io un enigma per l’Italia?”. 

Info

Per i riferimenti  ai motivi dannunziani e alle relative citazioni cfr. il libro-inchiesta: Romano M. Levante, “D’Annunzio l’uomo del Vittoriale”, Andromeda Editrice, Colledara (Te), 1998, pp.530. Per la celebrazione del 150° anniversario su questo sito cfr. i nostri articoli il 12, 14, 16, 18, 20, 22 marzo 2013  su “arte  e potere in D’Annunzio” – il  potere religioso e la fede – ciascuno con 6 immagini;  inoltre. l’intervista di Anna Manna a Romano Maria Levante l’11 marzo 2013 in http://www.100newslibri.it/ dal titolo: “Gabriele d’Annunzio, il poeta della perenne inquietudine a 150 anni dalla nascita”. Infine cfr. i nostri articoli su D’Annunzio in “cultura.abruzzoworld.com”  nel 2009 (27 febbraio e 10 aprile), 2010 (22 giugno e 2 ottobre) e 2011 (4 marzo e 2 maggio).  Per le altre mostre di Maugeri con il poeta Benedetti,, cfr. i nostri articoli in cultura.abruzzoworld.com  il   22 e 24 giugno 2010  sulla mostra di Roma del 2010, e  in questo sito il  30 giugno 2013 sulla mostra di Venezia del 2011. Per il collegamento con gli epigoni pittore-poeta Foglia e Barnabei cfr. il nostro articolo in questo sito il 28 agosto 2013, “Pietracamela, una mostra d’arte e un libro d’epoca”.

Foto

Le immagini sono state fornite gentilmente dall’artista Vincenzo Maugeri che si ringrazia per l’attenzione e la cortesia manifestate.   In apertura “Vate volante”, seguono “Ragnatela” e “Ossessione carnale”, poi “Falce di luna” e “Pioggia nel pineto”; in chiusura “Cubo magico” .

Pietracamela, mostra d’arte e presentazione della ristampa di “Il Corno piccolo” di Ernesto Sivitilli

di Romano Maria Levante

L’estate “pretarola” si è riscaldata, per così dire, ad agosto inoltrato con la mostra “Lo sposalizio di una volta”, che ha ricostruito attraverso cimeli e fotografie i costumi di un tempo lontano ma non remoto in tre momenti fondamentali della vita: i primi incontri, il fidanzamento, lo sposalizio. Si è svolta dal 10 al 20 agosto, poi il 16 e 17 agosto  la manifestazione “Pietracamela per l’arte”, imperniata sulla mostra di due pittori e un poeta, su fotografie e  arte varia, fino alla performance teatrale conclusiva; e il 18 agosto la presentazione della ristampa anastatica del libro del 1930 “Il Corno piccolo”, di Ernesto Sivitilli, Accademico del CAI,  fondatore del gruppo alpinistico di Pietracamela “Aquilotti del Gran Sasso”, il primo nel tempo anche rispetto ai gruppi delle Alpi. Della mostra “Lo sposalizio di una volta” daremo conto in seguito, ora  parliamo delle altre due manifestazioni.

La Copertina del libro di Ernesto Sivitilli

Il paese, colpito dal terremoto del 2009 e dalla frana che un anno dopo, nel 2010,  ha arrecato nuove ferite, attende il rilancio dopo i lavori di ripristino ambientale e logistico nell’area investita dalla frana e la ricostruzione delle abitazioni dissestate dal sisma. Lentezze burocratiche e difficoltà nell’erogazione dei fondi pur decisi o stanziati da tempo hanno impedito finora di effettuare le opere necessarie, a parte la pronta realizzazione delle casette per i residenti con le abitazioni inagibili. A questo si è aggiunta la crisi che ha colpito non solo l’Abruzzo.

Il sindaco Antonio Di Giustino ci ha detto comunque che i lavori per la frana inizieranno presto e anche per quelli relativi ai danni provocati dal sisma si sono fatti importanti passi avanti.

Nella situazione di attesa e di disagio, tuttavia, il paese ha mostrato vitalità nell’organizzare le manifestazioni sopra citate in un agosto che per questo motivo sarà ricordato come stimolante sul piano artistico e culturale. Mentre “Lo sposalizio di una volta” ha rievocato usi e costumi tradizionali, “Pietracamela per l’arte” ha presentato artisti abruzzesi immersi nella contemporaneità. E’ stata promossa dall’Amministrazione separata beni uso civico Pietracamela, il cui presidente Sergio Marchegiani ha messo la sua passione nell’affrontare i  problemi organizzativi, mentre la direzione e cura  è stata affidata alla competenza di  Paolo di Giosia. 

Alcuni dipinti di Paolo Foglia

La mostra “Pietracamela per l’arte”

Si è svolta all’aperto, nel centro storico, con le opere pittoriche appese ai muri esterni di antichi edifici ed esposte nel belvedere panoramico intitolato al pittore Guido Montauti; oppure sul selciato dei vicoli che salgono o scendono nella conformazione molto particolare del borgo, la sera con la luce dei ceri a terra.  Anche la performance teatrale finale è stata all’aperto,  l’attore ha recitato i monologhi sulla scala della chiesetta di san Giovanni.

Due pittori molto diversi: Paolo Foglia ispirato a Modigliani, e in collegamento con un poeta, Francesco Barnabei; in “Versi su tela”; con loro Ennio Marini impegnato nella contemporaneità più avanzata.

Cominciamo dal binomio pittore-poeta, che abbiamo già conosciuto dal sodalizio tra il pittore Vincenzo Maugeri e il poeta Italo Benedetti, presenti insieme in mostre nelle quali ad alcuni quadri erano abbinate le poesie che li avevano ispirati. Anche qui ad ogni quadro era affiancata una poesia, a caratteri ingranditi, quindi facilmente leggibili, in un cartiglio inserito in una originale cassetta da frutta; ma non si riscontrava alcun rapporto diretto tra le due opere.  La “location” è il Belvedere Guido Montauti, c’è il muro scrostato e soprattutto lo scorcio panoramico del paese.

L’abbinamento ci ha incuriosito, e ne abbiamo parlato con gli interessati che nel confermare l’evidente autonomia delle rispettive creazioni – pittorica e poetica – hanno sottolineato la comunanza di inquietudini e di speranze che ha scandito il loro sodalizio culturale. Come a suo tempo abbiamo cercato di esplorare il binomio Maugeri-Benedetti così abbiamo fatto nella nuova circostanza analizzando le loro opere.

Due opere di Ennio Marini

I quadri del pittore, una quindicina, presentavano due volti maschili tesi e scavati da un’inquietudine profonda; due immagini di cariatidi, tema originale coltivato dall’autore che in uno dei due quadri pone il proprio volto a confronto con la mitica figura, gli altri dipinti visi e molti nudi femminili, come si è detto alla Modigliani, quasi in attesa con un’offerta di sé.

La donna con sullo sfondo l’inquietudine, dunque, sembra essere il tema e il motivo primario dei dipinti del pittore, che si dispiega in tele dal cromatismo discreto ma netto e definito. Cerchiamo di capire i motivi degli scritti del poeta che hanno indotto a intitolare la mostra “Versi su tela”.

Dai  carrtigli esposti come altrettanti quadretti,  incorniciati da cassette per la frutta, abbiamo colto alcuni versi che ci hanno colpito per la loro intensità. Eccone un campionario fior da fiore: L’inquietudine: “Diveniamo bersagli malinconici, adottiamo lettere mai scritte” e”Possiedo parole antiche, semplici lettere dimenticate”, poi “Guardavo avanti e non vedevo niente” e”Sospeso tra il dire e un fare, resto nascosto come una goccia che tarda a venire via”. Irrompe la donna, un miraggio salvifico: “Mi giro per cercare la parte che manca di te, ma sono solo, indosso il vestito di questo andare inquieto” e “Cercavo riparo all’ombra del tuo seno, rischiavo di sbandare tra le curve della carne tentatrice, sapevo benissimo dove volevo arrivare, abbandonarmi al vizio mutando le parole”, quindi “Vorrei inseguirti,  abbracciami un momento, stancami ancora ma lasciti portare”, fino a “Poi mi diede un bacio come si svela un segreto, non avevo più un segreto da svelare ne avevo uno da custodire…”.  

Fotografie di Eleonora Mori

Dunque l’inquietudine, dunque la donna, nei versi di Barnabei; ma non erano i motivi che abbiamo colto nella  pittura di Foglia? Qui forse è l’inquietudine in primo piano, con la donna sulla sfondo.  Si potrebbe osservare che sono motivi che ricorrono nell’arte come nella vita, quindi è normale riscontrarli nella pittura e nella poesia che di arte e vita sono espressione diretta. Ci sembra, tuttavia, che la loro consonanza dia al binomio una valenza speciale, facendo intravedere reciproci influssi in grado di alimentare le rispettive ispirazioni. Non occorre che i versi siano tradotti in immagini corrispondenti, è già molto la consonanza di fondo delle ispirazioni e delle sensibilità.

Non richiede analogo approfondimento l’opera dell’altro pittore in mostra, Ennio Marini, immerso nella contemporaneità con la sua “Tecnica mista”: intesa sul piano materico, dato che si avvale di ferro, vetro e altri materiali, e sul piano pittorico con le sue composizioni volte all’astrazione. Un suo quadro è stato collocato tra quelli di Foglia, quasi come una “sentinella” in postazione avanzata, gli altri, in tutto quasi una ventina, nei vicoli del centro storico.

Esempi materici quelli con cerchietti metallici o altro e la corona di spine, mentre la parte pittorica  va da un cromatismo intenso con linee che si incrociano, a segni monocromatici e paralleli.

C’erano anche i lavori di Barbara Probo, di cui conoscevamo fini dipinti di fiori, dal titolo “Tappi”, grandi riproduzioni circolari con il marchio e i colori, in un gigantismo volto forse a sottolinearne l’invadenza ormai dominante. Vicino all’esposizione di tappi giganti, quella  dei “Gioielli” d’uncinetto di Adele Altieri, la mostra di “crochet”, come espressione di quanto la gente d’Abruzzo ha saputo e sa produrre in un  artigianato raffinato che confina con l’arte.

La  mostra fotografica, intitolata in modo significativo “Pezzi di paese”, è stata curata direttamene da Paolo di Giosa. Composizioni di cartoline fotografiche e gruppi di fotografie per evidenziare alcuni spaccati di vita paesana, come le tre fotografie dei puntelli, sostegni e transenne nei vicoli, con due persone riprese di spalle che si muovono con circospezione, l’autrice è Elenora Mori che si esprime in un bianco e nero molto contrastato; il contrario di Cristina Di Saverio, le cui fotografie sembrano incisioni antiche, tanto sono chiare. C’è il paese visto dall’alto, una madonnella e l’acqua che scende, fino a un gruppo di frecce direzionali del Parco nazionale del Gran Sasso, peccato che nella realtà all’indicatore non corrisponde il sentiero percorribile e il tempo di percorrenza dato che è inagibile perché invaso da erbacce e arbusti, il Parco dovrebbe ripristinarlo e non solo segnalarlo con la freccia. Valeria De Remigis ha esposto due maschere-di volti totemici, altre interpretazioni del tema, il paese, da parte di Maria Caldarola e Fabio Ciardelli, Angela Orsoli e Antonio Pigliacelli.

Dalle mostre al teatro, in forma di monologo, con Antonio Crocetta, autore e interprete unico, la sera del 17 agosto della “performance” teatrale dal titolo “Storie di santi, d’amore e di briganti”. Gestualità e mimica prorompente, una recitazione esilarante con passaggi da “grammelot”, i toni declamatori alternati ai confidenziali. Testo e recitazione di qualità, il tutto già presentato a Roma.

“Pietracamela per l’arte” si è chiusa così la sera del 17 agosto. Ma il pomeriggio del giorno successivo si è riaperta su un altro versante, è il caso di dirlo. Sul proscenio, questa volta al chiuso nella  Sala consiliare del Municipio il 18 agosto è stata presentata la ristampa anastatica del libro di Ernesto Sivitilli, “Corno piccolo”,  che era stato pubblicato nel 1930 per il CAI dell’Aquila.  

Una veduta di Corno piccolo

Il libro di Ernesto Sivitilli:  Corno Piccolo, 1930

E’ stato un evento, alla presentazione del prestigioso libro d’epoca si è aggiunta una celebrazione: a Lino D’Angelo, guida emerita del  paese che ha oltrepassata la soglia dei 90 anni, il sindaco di Pietracamela ha conferito un trofeo in segno di riconoscimento e gratitudine.

D’Angelo a sua volta ha trasmesso alla più giovane generazione, impersonata dalla guida Claudio Intini, un simbolico cimelio: il gagliardetto degli Aquilotti con piccozza e martello che la madre di Cambi, uno dei due alpinisti  romani sopraffatti dalla tormenta nel 1929, aveva dato in memoria del figlio e del compagno ad Ernesto Sivitilli, la cui famiglia lo aveva conservato  40 anni per poi trasmetterlo a Lino D’Angelo che a sua volta lo ha tenuto per 42 anni. Un momento di commozione  che ha fatto sentire il fascino di una nobile tradizione  a lungo protratta nel tempo.

La presentazione del libro,  introdotta dal sindaco Antonio Di Giustino –– è stata un’occasione per rivisitare le origini delle ascensioni alpinistiche dei montanari spinti dallo spirito  di conoscenza e conquista, dopo che nella fase iniziale erano gli appassionati della città a promuoverle mentre i locali praticavano la montagna solo per le attività professionali e il lavoro legato alle sue risorse.

Sono stati sottolineati dagli intervenuti, e in particolare dal presidente del CAI dell’Aquila, Salvatore Perinetti, gli stretti legami tra i due versanti, quello aquilano e quello teramano del territorio di Pietracamela, sin da epoca remota quando i pretaroli rotolavano dall’alto del  passo della Portella le balle di lana carfagna prodotta per poi lasciarsi scivolare seduti in fila indiana in numero variabile ma ben precisato, come dei bob umani fino alla frenata finale con bastoni e altro. Il presidente ha citato la testimonianza scritta del 1573 di De Marchi, il primo conquistatore del Gran Sasso, e le  pubblicazioni e iniziative anche recentissime del CAI, e ha sottolineato come con il sindaco Di Giustino i rapporti tra le rispettive istituzioni si sono ulteriormente rafforzati.

Dopo il presidente aquilano, il docente dell’Università di Teramo Federico Roggiero  ha ribadito gli stretti rapporti, soffermandosi su quelli tra il gruppo aquilano del CAI e quello pretarolo degli “Aquilotti del Gran Sasso” creato  da Sivitilli, il primo in Italia. E ha compiuto un’accurata analisi di contenuti e significato del libro del pioniere dell’alpinismo organizzato, non solo in Abruzzo: con il gruppo degli “Aquilotti”, infatti, rovesciava lo schema delle ascensioni promosse dai forestieri che aggregavano i locali, ora i montanari prendevano in modo autonomo l’iniziativa.

Il libro è una preziosa documentazione di tutti gli itinerari alpinistici “scoperti” – di scoperte per lui si trattava – sul Gran Sasso fino al 1939, accompagnata da fotografie delle pareti e da schizzi schematici dei percorsi. La bibliografia di Sivitilli collocata in apertura attesta che nulla era improvvisato,  sono elencati specificamente i suoi 50 scritti pubblicati per lo più sul Bollettino del CAI, all’inizio per la sezione di Teramo, poi per la sezione dell’Aquila dal 1927 al 1930. C’è la consapevolezza che l’alpinismo sarebbe andato ben oltre, ma proprio per questo era importante cristallizzare l’esperienza fino ad allora acquisita da non disperdere.

All’inizio sono riportati  consigli pratici, e vengono fornite notizie sulla situazione ambientale e le caratteristiche geologiche, con un excursus sulla storia alpinistica. Poi le vie d’attacco, il percorso e i tempi di percorrenza, da Pietracamela e dai rifugi alle pareti del massiccio: parete meridionale e orientale, parete settentrionale e creste; “giro del Corno Piccolo”, accesso da Isola del Gran Sasso.

I singoli itinerari vengono descritti con cura – sono solo una ventina, quelli fino ad allora praticati – illustrati con fotografie e schizzi; il percorso viene indicato in dettaglio, per fornire una guida pratica agli appassionati. Quindi il libro non è limitato alla tecnica della scalata, entra nella storia alpinistica e nel quadro ambientale con notizie anche di biologia e la geografia, in modo da fornire  una conoscenza ben più ampia dei luoghi  e del territorio, che diventa il vero protagonista.

Termina nella breve descrizione di “Corno Piccolo d’inverno” con la prima ascensione invernale per la via normale di Abbate e Accitelli, con la citazione della traversata di Cambi e Cichetti del 22 aprile 1927 seguita dalle note che i due alpinisti scrissero nel registro del Rifugio Garibaldi dalle quali emergono le condizioni metereologiche e ambientali proibitive che ne stroncarono la  resistenza nella tremenda bufera di neve del 9 febbraio del 1929 in cui perirono.

Si astiene da ogni commento sul tentativo “dei due grandi amici, troppo valenti alpinisti” che avevano di certo valutato “le difficoltà da vincere e gli ostacoli da superare”, e ne trae questo ammaestramento: “Non arrestarsi mai, ma salire  sempre, su tutte le vette, per tutte le vie, con l’audacia mai disgiunta e sempre temperata dalla prudenza. Le vie  del progresso dell’Alpinismo sono cosparse di croci, come tutte le cose grandi”; e dopo il doveroso raccoglimento occorre “riprendere la via, fatti più esperti e sicuri, verso l’alto”.  

Il Gran Sasso, Il “Gigante che dorme” o la “Bella addormentata”
Corno Piccolo il “naso” al centro, Corno grande la “bocca” a sin.

Questo perché aveva una visione che superava la stessa passione alpinistica: oltre all’attenzione per il territorio si inseriva in una concezione della vita ispirata dai valori della conquista e dell’eroismo, nella quale  “la montagna era il terreno di elezione per formare la gioventù”, e lo metteva in pratica nel gruppo degli “Aquilotti del Gran Sasso”.

Il suo era un atto d’amore per “quel meraviglioso gioiello d’architettura naturale che è il Corno Piccolo”, e un atto “di fede per lo sviluppo dell’Alpinismo su di esso”. Parla del suo”fascino speciale, stregante, che spinge a tornarci dopo esserci stati una volta”, non si dimentica  “tanto perfetta architettura di forma e così precisa e artistica conformazione di linea!”.

Non è solo ammirazione per l’aspetto esteriore del massiccio, c’è molto di più. La curatrice del volume  Lina Ranalli è entrata nel personaggio, anche attraverso le testimonianze di coloro che lo hanno conosciuto ed ha rintracciato e incontrato. Nella sua interpretazione Sivitilli si muoveva “secondo una concezione spirituale come ultima gioia di perenne bellezza”: la bellezza della natura non come fatto estetico, ma “colta nella sua essenza secondo una visione panica”.

Viene citata  dalla curatrice l'”anima del mondo”del “Timeo” di Platone per inquadrare questa visione di Sivitilli: “Nello Spirito della montagna egli rinnova il suo e si perde tuttavia dinanzi all’infinito, al mistero che, pur presente, non si identifica”. La Ranalli va oltre, attinge alle poesie del personaggio –  anche poeta, oltre che alpinista e medico generoso, considerato per questo il “medico dei poveri” – che parlano degli “spiriti del cielo”, in  “un pullulare di stelle” al quale rivolge l’invocazione di  “intonare un canto all’anima dell’uomo. Cantate alla mia anima, ansiosa di luce la musica eterna dell’universo”.

Rivolgendosi al Monte Corno Sivitilli esclama: “Tu porti sulle tue cime l’ansia degli uomini, porti il tormento della mia anima lanciata verso la più alta conquista”. E aggiunge: “Per me tu sei più augusto di un tempio. Con te appresi lo Spirito arcano della Montagna, il primo aspetto dello Spirito divino”.  Si rivolge anche allo Spirito della montagna con questi versi: “Quando cammino per i tuoi sentieri sento che esisti. Invidio le tue costruzioni solenni come templi di una religione eterna”, e sente “questo bisogno di Paradiso che grida nella nostra anima insaziata di eternità”. 

La sua è una “montagna adorabile”, rappresenta “il tempio in cui si custodisce qualcosa del segreto universale”. Ma per la sua visione poetica è ancora di più: “Tu sei la mia guida a ritrovare Dio più volte smarrito nelle strade custodite dagli uomini”.

Il finale è premonitore: “Taccio e ascolto, Montagna. Sì, tu sei la prima creatura del Signore, le tue cime mi accompagneranno verso la sua impenetrabile dimora”. Morirà a soli 38 anni l’11 aprile del 1940 a Teramo, dopo essere stato medico condotto a Colonnella, il paese in provincia di Teramo al confine con le Marche.

La sua  “spinta emotiva e ideale” non andò dispersa. Nel 1925 aveva costituito il gruppo degli “Aquilotti”, “giovanissimi arrampicatori e rocciatori che presto divennero i veri ‘padroni’ del Gran Sasso”, e a loro diede  una “smisurata fiducia” –  sono parole della Ranalli – con l’ insegnamento e l’esempio che  “l’alpinismo è arte, è scienza, è gloria, è fede… è virtù”; queste ultime sono parole di Sivitilli tratte da un inedito fornito alla curatrice dal sindaco Di Giustino.  “Di lui – scrive ancora la Ranalli – ci restano la storia, la scienza e una eredità spirituale fatta di gocce d’anima”.

Sono state lette alcune delle sue poesie e la presentazione è stata accompagnata da pezzi sinfonici interpretati da un duo musicale di flauto e chitarra, che ha creato un’atmosfera suggestiva, in carattere con l’aura poetica.

Abbiamo dato conto all’inizio della conclusione con il passaggio del gagliardetto degli Aquilotti donato dalla madre di Cambi a Sivitilli, dalla guida emerita Lino D’Angelo, premiato nella circostanza dal Sindaco, al suo successore la guida Claudio Intini.

E’ stata un’altra emozione, anzi un’altra commozione in una giornata veramente speciale che marca l’identità della gente di quel “paese nella  roccia” che è Pietracamela, dal 2005 nel Club Anci dei  “Borghi più belli d’Italia” – Borgo dell’anno 2007 –  entrato due mesi fa  tra i 400 “Borghi più belli del mondo”.  Lo Spirito della montagna evocato da Sivitilli si fa sentire ancora!

la consegna del gagliardetto degli Aquilotti da parte della guida emerita 
Lino D’Angelo (in piedi a destra) alla guida  Claudio Intini (in piedi a sinistra).  

Info

Ernesto Sivitilli, “Il Corno piccolo”, a cura di Lina Ranalli, edito da “Ricerche & Redazioni” per il Club Alpino Italiano  Sezione dell’Aquila, giugno 2013, pp. 90, euro 15. Ristampa con procedimento anastatico del libro pubblicato nel 1930, sempre dal CAI aquilano, stampato dalle Officine Grafiche Vecchioni, il cui esemplare è conservato presso la Biblioteca provinciale “Melchiorre Delfico” di Teramo.

Foto

Le immagini dei due avvenimenti sono state riprese da Romano Maria Levante, si ringraziano le rispettive organizzazioni per l’opportunità offerta; le due immagini del Gran Sasso sono di repertorio. In apertura, la Copertina del libro di Ernesto Sivitilli, seguono, alcuni dipinti di Paolo Foglia e di Ennio Marini; poi fotografie di Eleonora Mori; quindi, Una veduta di Corno piccolo e una del massiccio del Gran Sasso, il “Gigante che dorme” o la “Bella addormentata” con Corno piccolo il “naso” al centro e Corno Grande la “bocca” a sin; in chiusura, la consegna del gagliardetto degli Aquilotti da parte della guida emerita  Lino D’Angelo (in piedi a destra) alla guida  Claudio Intini (in piedi a sinistra).  

Russo, dai ritratti femminili ai fiori e alla natura, al Vittoriano

di Romano Maria Levante

Concludiamo la rievocazione della mostra di Mario Russo, svoltasi al Vittoriano dal 1° al 25 febbraio 2011,  intitolata  “La pittura e l’emblema”, che ci ha presentato una pittura carica di mistero e di significati simbolici tali da farne un emblema, anzi tanti emblemi. Delle sue raffigurazioni pittoriche, che si ispirano alla realtà ma cercano di penetrarne i motivi reconditi, abbiamo già commentato i ritratti di personaggi; terminiamo il racconto con i ritratti femminili e le altre raffigurazioni di soggetti umani, per finire con i fiori e la natura, le diverse corde dell’artista. Parliamo al presente, come se visitassimo ora la mostra, perché la carrellata abbia immediatezza.

I ritratti femminili

Un altro tipo di ritratti-cammei è quello dei dipinti con le attrici  rappresentate entro un cerchio che sembra un proscenio, con un grande cappello rotondo a larghe tese. “Diva”  ha un copricapo più elaborato, mentre “Attrice di cabaret che fuma”  al verde scuro che inquadra la prima aggiunge il colore delle guance arrossate. “La diva del cinema” il rosso lo ha nelle labbra procaci. Non c’è solo la bellezza, in “Vecchia diva allo specchio”, il cappello nero a larghe tese sovrasta un volto da mummia che contrasta con l’ermellino avvolto sul busto come una bambagia o l’ultima illusione.

C’è poi l’immagine di bellezza muliebre in “Le tre grazie”, il cappello nero a larghe tese chiude in alto uno sfondo oscuro dove spicca nel suo morbido chiarore il busto fiorente della sua nudità. Che abbiamo ritrovato nel dipinto “Nello studio”: non siamo più nei cammei né nelle istantanee, è una composizioni elaborata, lo stesso cappello a larghe tese sull’intero corpo nudo, quasi un’immagine simbolica – ripensiamo al dipinto risorgimentale di Hayez – con il tricolore formato dai colori sul letto, il velo sulle gambe e il muso del cane, a lato un guerriero chiuso nell’armatura tranne il viso.

“Donna che si veste” è una istantanea, quasi mossa per il movimento delle braccia mentre cerca di indossare la veste leggera sopra la biancheria intima in realistica esibizione; con molte analogie “La modella”, in entrambe si vedono i contorni sfumati di un’altra figura. C’è un  velo a coprire appena il corpo femminile mollemente disteso in “La bella e la bestia”, immagine quasi onirica; e in “Modella attrice”, su un divano in attesa. Attesa che cessa in “Convegno”, le figure avvinghiate, il morbido corpo femminile semicoperto da quello maschile e per questo accresce il proprio erotismo.

E’ una parentesi di erotismo in una galleria di immagini pudiche e rappresentative: una giovane Carla Fracci a braccia levate nel gesto della danza ci porta alle figure a  busto quasi intero dopo tanti cammei: cominciamo a conoscere certe “citazioni” misteriose nel busto scuro che si intravede dietro, quasi una scultura classica che sembra accompagni il suo movimento di braccia. In “Due epoche” la citazione è esplicita, sono affiancate la donna d’oggi nell’elegante abito da sera nero con il solito largo cappello e la Venere statuaria, mutila delle braccia ma non dei segni della bellezza. “Ritoccata a mano” è una figura semisdraiata, il vestito di raso bianco aperto sul seno scoperto, il solito largo cappello nero e dietro di lei un’immagine di sogno con una sorta di berretto frigio.

La galleria femminile continua con figure quasi intere sempre più vivaci e colorate, sarà perché sono ritratti di personaggi veri come “Marina Ripa di Meana”, ha un copricapo di velo nero ritto sulla testa con un fiore rosso al centro, i suoi lunghi boccoli poggiano sul peplo violaceo con due cagnolini in bianco e nero posti in primo piano. Anche “Giovanna Bellini con cane” è raffigurata avendo dinanzi il fedele amico a quattro zampe, tutta in verde, senza il solito cappello nero a larghe tese ma con dei fiocchi verdi come il vestito sui capelli. C’è anche un vero ritratto di cane, “Lillo”.

Il largo cappello nero ritorna nel “Ritratto di Daniela Soriapparella”, dolce e serena, e dopo tanti colori torna il nero nel vestito e nel soprabito; è verde scuro tendente al nero il lungo abito in “Ritratto di Adriana”, figura magrissima dallo sguardo penetrante, quasi attonito. E tornano i fiori in primo piano, colorati e festosi, nel “Ritratto della signora Sassone attrice di teatro” in camicetta bianca e nel “Ritratto di Caroline Meersseman” in nero che lascia scoperte spalle e decolleté;  nel “Ritratto di donna attrice”, anch’esso molto colorato nel rosso della casacca con il bianco piumato al collo e nella “Giovane donna romana con fiori e velo”, immagine delicata in un riquadro con abito e cappello in una trasparenza raffinatissima. E nel “Ritratto di Adriana e Maura”, dove i fiori dividono due teste accostate in modo insolito per la nuca come siamesi, però nettamente diverse.

“Ritratto di attrice romana” e “Attrice allo specchio” hanno la nota dominante verde, il primo nel divano, il secondo nella veste che lascia le spalle scoperte in un’immagine femminile in cui il solito largo cappello nero fa risaltare la delicatezza e il candore del viso.

Guardano nella stessa direzione alla loro destra le donne raffigurate in “Ritratto della signora con il cappello nero”, che sembra piuttosto un velo sui capelli mentre il vestito è bianco bordato di scuro e Ritratto della signora Rossana maestra di danza:l’abito è di un rosso intenso, l’unico tra i dipinti esposti, con l’immagine onirica appena delineata dietro il volto dallo sguardo assorto, sempre verso la sua sinistra, questa volta senza il largo copricapo nero di quasi tutti gli altri ritratti.

L’attenzione per la donna prende anche altre forme, come in “Visita al museo” dove la figura prevalente è la grande statua alla destra della visitatrice, ma anche lei si fa guardare per la sua eleganza e il viso altero; e nell’inconsueta immagine della “Nuotatrice”, quasi un’istantanea nelle corsie della verde piscina, il gesto richiama “Donna che si veste”. C’è poi “Il Pittore e la modella” dove le falde del solito cappello nero diventano larghissime e occupano metà della scena, sotto ci sono i profili paralleli delle due figure; e “Giovane modella con pittore”, una figura appoggiata forse in posa mentre dall’ombra emerge la testa del pittore che la guarda. E’ dimessa, mentre è imponente “Modella con il guanto”, un nudo di notevole efficacia nella sua morbida sensualità. Come “Nudo allo specchio”, uno squarcio su un’immagine di bellezza e sensualità prorompente.

I due dipinti “Senza nome” offrono una sequenza sensuale ed erotica pur nella loro severità di forme e di linee: un nudo in piedi che poi appare sdraiato mollemente, quindi offre prima la vista anteriore e poi quella posteriore di un corpo che si mostra nella sua esuberante forza vitale. Ci ha ricordato i due nudi dell’artista russo Aleksandr Deineka, rispettivamente “Bagnante” e “Modella”.

Altre raffigurazioni di soggetti umani

L’eleganza e la dignità, la bellezza e l’eleganza muliebre, con qualche tocco di sensualità, è forse il più cospicuo tra i motivi dell’artista, uno dei due temi perseguiti in modo sistematico e insistente; l’altro è il tema dei volti dei grandi personaggi classici e contemporanei, che abbiamo già  trattato.

Non mancano, tuttavia, i motivi più vari, dove troviamo quella curiosità ma anche quella fantasia che nei dipinti fin qui citati è limitata dalle forme convenzionali, anche se in tutte l’introspezione psicologica è evidente: basta lo sguardo, è l’espressione degli occhi a rivelare il mondo interiore.

Le figure umane dominano ancora la scena, ma sono le più inaspettate. C’è l’anima teatrale in “L’arlecchino sardo” e “Clown giocoliere”, “La maschera rossa” e “Burattinaio”; e il senso ludico della vita in “Ragazza col cerchio” e nei due “Ragazzo” e “Ragazza con l’aquilone”. Poi “Signora con cane” e “Ragazza con tube”  offrono inquadrature diverse, mentre il “Profeta con tuba” e “Vecchio pescatore” declinano in modo poetico l’immagine della terza età. “Senza nome” questa volta non intitola un nudo seducente, ma un volto allucinato dal tocco impressionistico che fa eccezione rispetto alla consueta nettezza di linee, ed esprime la confusione di una mente forse malata, se fosse di pelo rosso potrebbe essere un Van Gogh moderno. C’è anche “La Famiglia Guitti” in questa umanità, con una ringhiera in primo piano e le tre figure quasi in posa dinastica; guardano alla loro sinistra  i due anziani di “Senza nome”, circondati dai fiori e dalle erbe di un giardino luminoso e non spuntano da fondali neutri oppure oscuri come altri soggetti raffigurati.

“Ritratto di Francesco” e “Leggenda cremisi”  mostrano due mondi diversi, il primo la tranquilla serenità del giovane, anche qui nell’ambiente naturale del mare e il Vesuvio sullo sfondo; il secondo il bersagliere con elmo piumato sulla neve forse in battaglia. Il dramma esplode in “Morte di un giovane drogato”, un’istantanea alla Robert Capa, e “Omaggio alle vittime del terremoto del sud”, sembra di sentire il grido disperato della donna che alza la mano al cielo e il pianto del figlio al suo fianco, il morto che le si accascia sul seno è senza dubbio suo marito. “L”urlo nero’ delle antiche madri mediterranee” è la definizione data da Domenico Rea a queste forti espressioni di dolore.

Una certa inquietudine suscita “Paesaggio”, un veicolo su una strada sull’orlo del precipizio sotto un monte che sembra minacciarlo; e “La roccia”, dove la minaccia dei massi sospesi  incombe sulla persona fragile e indifesa che ne è inconsapevole. E chissà se dietro lo sguardo di “Uomo con macchina” si può percepire la consapevolezza di una condizione umana altrettanto minacciata!

L’arcadia della classicità, i fiori e la natura

Dopo la disperazione e l’inquietudine, si ritrova la pace nell’arcadia scultorea di “Gruppo marmoreo nel parco” e “Statua in un fresco angolo di verde”, tra i putti e la bellezza muliebre;  nella fontana e nella rigogliosa vegetazione nei due dipinti su “Villa Phanphili” e in “Villa Sciarra”, la statua classica tra alberi e verde, fino allaPalma con testa di marmo antica” e all’evasione verso l’oriente scolpito in “Bue in ghisa del fiume giallo”.  La palma la ritroviamo in “Chiostro di Fondi – S. Domenico”.

E’ l’ambiente che rasserena anche senza suggestioni classiche oppure orientali: “Il paesaggio marino e fiori”,un golfo incantato dai colori accecanti e “Mare della Sardegna”, roccioso e spumeggiante; il mare è anche in “Vela”, che viene ammainata sotto un cielo blu intenso. E’ un colore che vediamo in “Isola Bisentina” e “Capodimonte”, il blu in entrambi è del lago di Bolsena; fino all'”Albero (Porto paglia)”, il fogliame come vela nel cielo con il mare di sfondo e un sentiero nel verde per raggiungerlo; e in “Albero della Sardegna”, contorto e tormentato come l’ulivo.

E dopo la vegetazione e il verde, il mare e il lago, ecco in primo piano i “Fiori (Porto Cervo)”, bianchi striati di rosso sulle foglie verdi, in un dipinto luminoso; è invece oscuro “Balcone con fiori”,dal buio della finestra monumentale una figura misteriosa. Poi “Conchiglie sulla spiaggia” e “Conchiglie con ortaggi”; la grande conchiglia dall’eco marina con mezzo cocomero e uva nera compone “Natura morta”, colorata come il “Gruppo di pesci”, in due parti cromatiche, l’ocra della sabbia e il verde del cielo, con le macchie di colore dei pesci che fanno sentire la loro freschezza.

“L’attore e le grandi conchiglie d’argento” riassume l’amore per il mare e per questo suo simbolo, in un ritorno alle radici napoletane da cui è partita la vicenda umana di Mario Russo. E’ un’immagine luminosa come è tenebroso il suo “Autoritratto” dove solo metà del viso e dell’abito emergono dal buio, quasi in un’oscura scena del Macbeth shakesperiano. Nella luce delle due grandi conchiglie d’argento e nel buio dell’autoritratto si rachciude la figura dell’artista con i suoi contrasti e la sua versatilità: l’amore per la realtà come appare e come si disvela oltre le apparenze.

Ne abbiamo riproposto l’itinerario artistico tra temi e soggetti tratti dalla realtà e dalla vita, rivissuti nella sensibilità e nell’arte. E siamo approdati nel mondo che si può immaginare con la fantasia ma l’artista ha trovato nella realtà e trasfigurato nell’arte. E’ un mondo di classicità e di bellezza, fatto di arte e di natura; e di amore per la vita, la cifra ultima del percorso artistico di Mario Russo.

Info

Cfr., in questo sito, il primo articolo il 2 agosto 2013.

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Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante al Vittoriano, si ringrazia Comunicare Organizzando di Alessandro Nicosia, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. 

Award, winning Italy, premiati nel 2011 la Scala e Zeffirelli

di Romano Maria Levante

A due anni dalla celebrazione nel quadro delle manifestazioni per il 150° dell’Unità d’Italia,  ricordiamo il conferimento alla Scala di Milano del “Winning Italy Award” nella cornice di Villa Madama, con l’allora Ministro degli EsteriFranco Frattini e dei Beni e Attività culturali Gian Carlo Galan.Vale la pena rievocare nel clima estivo quella carrellata nella nostra storia patria segnata dall’attività a Milano e nel mondo del celebre teatro. Un premio speciale a Franco Zeffirelli, il grande regista del cinema e del teatro lirico, un’altra eccellenza del “sistema Italia”.

Valeva la pena di salire a Villa Madama in un torrido pomeriggio di metà luglio 2011. Immersa nel verde dispensa  un po’ di frescura nel giardino monumentale impreziosito di statue con le piante d’alto fusto che proiettano un’ombra riposante sulle siepi di bosso inanellate a labirinto nella parte centrale; due grandi nicchie sulla sinistra con una statua di dea e un elefante come fontana e due statue imponenti in fondo intorno all’altro ingresso con trabeazione sulle pendici di Monte Mario.

La cerimonia si è svolta all’interno di tre grandi vetrate ad arco che chiudono, o meglio aprono, verso i giardini il vasto salone dalle volte fatte a cupole affrescate con tenui colori; nella parete di fondo, di forma absidale, delle deliziose nicchie che in piccolo ripetono architetture monumentali. E’ l’ambiente ideale per quel “sistema paese” che ha trovato una cabina di regia nella nuova Direzione generale degli Affar esteri, alla cui promozione unitaria concorrono “made in Italy” e cultura, scienza e tecnologia. La rete dei 300 istituti ha avuto una “mission” con precisi obiettivi, in un lavoro capillare che dal 2002 ha innovato nell’attività diplomatica, verso la diplomazia economica. D’altra parte il ministro Frattini non ha esitato ad annoverare la cultura tra i più importanti fattori di politica estera, marcando con forza l’identità nazionale e le possibilità di promozione, appunto, del “sistema paese”.

Il premio era alla quarta edizione, i precedenti  premiati un campione dello sport, Valentino Rossi, una multinazionale italiana, la Ferrero International, un’eccellenza assoluta e identitaria come nessun’altra, le Frecce Tricolori. Nel 2011 il teatroLa Scala di Milano e  un premio speciale a Franco Zeffirelli, maestro di cultura espressa nel cinema e nel teatro, in particolare lirico.

Non sappiamo se per felice combinazione o se per accorto palinsesto, nella serata televisiva precedente, dopo la mezzanotte, Sky aveva trasmesso sulla rete satellitare il suo “Romeo e Giulietta”: casualmente ci eravamo imbattuti nelle prime immagini che ci avevano preso fino alla fine, quarant’anni dopo la prima visione. Non si poteva non restarne colpiti ancora, soprattutto le sequenze con Giulietta sono altrettanti capolavori, degni di costituire una mostra d’arte pittorica, non solo cinematografica. Vederlo premiato la sera dopo la visione è stato come se la macchina del tempo ci avesse riportati indietro, allorché fu premiato dopo la presentazione. Abbiamo avvicinato il maestro Zeffirelli nell’attesa, ci ha confidato di averlo rivisto anche lui, l’emozione dell’incontro per noi è stata intensa, abbiamo parlato con l’autore dopo aver ammirato un’opera così toccante.

La Scala di Milano

Ma torniamo alla manifestazione di Villa Madama, i due ministri Franco Frattini per gli Esteri e Gian Carlo Galan per i Beni culturali hanno reso onore a una eccellenza  prestigiosa: si è premiata  La Scala di Milano.  Il giornalista Armando Torno ne ha ripercorso “la storia, i personaggi,le esecuzioni”, dalla nascita nel 1778: da esperto in materia, con tono amabile ne ha fatto rivivere l’epopea, ha inizia dicendo che nei palchi era seduto Napoleone non ancora imperatore, ha citato Stendhal e  Paganini, Bellini e Rossini: così “giorno dopo giorno la Scala si trasforma in un mito”. 

Sullo schermo le immagini  d’epoca: 1818 Regia Accademia di ballo, 1821 il grande lampadario, poi le imponenti scenografie. Salieri  “riuscì a mettere insieme un po’ di emozioni”,  Stendhal si può definire “il più grande ufficio stampa e di relazioni esterne della Scala”, si innamorò di tutto quello che ruotava intorno al teatro, “il più bel teatro del mondo”: organizzò il dopo Scala, si innamorava delle cantanti. Il bilancio della Scala veniva fatto quadrare con una roulette, con i francesi si andava a teatro anche per giocarvi come a un casinò, fu tolta dagli austriaci bigotti. C’era anche un negozio di frutta e verdura perché gli spettatori scontenti potessero acquistare ortaggi da gettare sul palco per protesta. Poi sono sorti tanti laboratori dei molti mestieri collegati al teatro.

La parola al soprintendente e direttore artistico Stéfane Lissner. E’ l’Accademia della Scala a formare le figure professionali dello spettacolo dal vivo, musica e danza. Ogni anno ne escono mille in quattro dipartimenti, unicum nel panorama mondiale: unisce il patrimonio storico di musica, danza e spettacolo alla formazione nei mestieri del teatro. La ricchezza dell’Accademia è la prossimità al Teatro, l’osmosi costante per 200 anni tra Teatro ed Accademia. Il 50% dei giovani che la frequentano  non sono lombardi, e la maggior parte viene dall’estero: “Coltivano un sogno straordinario e noi li aiutiamo a realizzarlo. L’Accademia attinge nel passato per investire nel futuro”. L’escalation dopo la ricostruzione del Teatro nel 2005: fino ad allora 150-170 “alzate di sipario” annue, poi circa 300 giorni di sipario aperto tutto l’anno, dai primi di settembre al 15 luglio.

Il vice presidente Bruno Ermolli ha parlato di gestione e di prospettive. Il bilancio della Scala, primo teatro lirico al mondo, nel 2011 ammontava a 113 milioni di euro, di cui il 40% da enti pubblici,  comune regione, stato, più camera commercio e provincia; il 60%  da privati, sponsorizzazioni e ricavi dalla vendita dei biglietti: l’impegno è di aumentare questa quota, sempre mantenendo rigorosamente la missione pubblica, cercando l’intesa con i privati per sviluppare l’attività. Il 30% dei  mezzi disponibili viene dalla biglietteria, un altro 30%  dalle sponsorizzazioni:  500 mila spettatori a stagione danno una grande forza. Altrettanta ne viene dalle richieste pressanti per spettacoli all’estero che non si riesce a soddisfare appieno; ad Accra in Ghana per la prima volta hanno assistito a un concerto di musica classica, merito della Scala; nell’immediato  tre settimane in Cina e spettacoli in Giappone; poi l’Expo milanese del 2015 vedrà La Scala tra i protagonisti. Ha concluso che il futuro della lirica si presenta in ascesa, e potremo sempre più rappresentare il nostro paese anche all’estero, in una attiva partecipazione dei privati nel rispetto delle finalità pubbliche.

La Scala nel mondo, la sua vocazione internazionale, è passata sullo schermo con immagini di più di un secolo di spettacoli nel mondo. Oltre 300 rappresentazioni liriche, più di 200 balletti e di 150 concerti all’estero, l’elenco dei paesi è sterminato.

Il ministro Frattini ha definito il premio un’occasione di dare il meritato riconoscimento al talento italiano nel mondo, “quando si parla della Scala si cita un qualcosa che tutti ci invidiano, questo vuol sottolineare il Winning Italy Award, dopo aver premiato un campione dello sport, una grande  azienda italiana internazionale e  le ‘Frecce tricolori’. Il Ministero degli esteri premiando La Scala vuole essere accanto al talento italiano nel mondo, per esserne fieri in Italia ma anche fieri di poterlo portare lontano; questo è il genio dell’Italia, spesso non ce lo riconosciamo ma lasciatemi dire che è bello provare l’orgoglio italiano”. Galan ha parlato dell’emozione alla prima della Scala e del fatto che “essere rappresentati nel mondo dalla Scala dà la certezza di fare bella figura”.

E con le note di “All’alba vincerò” e il do di petto finale si è stappato lo spumante della premiazione con i ministri uniti ai massimi dirigenti del teatro nel brindisi augurale.

L’ultimo video storico è stato sui grandi direttori, sono sfilati Toscanini e De Sabata, Von Karajan e Abbado, Muti e il direttore attuale. Gustosi aneddoti ci hanno riportato le loro forti personalità: come quando Toscanini  pretese che le signore si togliessero i cappelli e ci fu la polemica delle “luci spente”, e l’episodio in cui gettò la bacchetta e lasciò l’orchestra dicendo “qui il maestro è morto”; a Bologna ricevette uno schiaffo per il rifiuto di far suonare “Giovinezza”, ma tornò trionfalmente alla direzione nel 1946, “l’Italia rinasceva dalla Scala”.  Von Karajan ” capace di dirigere tutto”, alla Scala perfezionò le sue tecniche e nacque il mito. Poi Abbado, direttore negli anni difficili della contestazione nei quali riuscì a creare la tifoseria; Muti il complemento di Abbado, “con Abbado e Muti, il teatroLa Scala ha avuto tutto ciò che il direttore deve avere, tutti i segreti della musica sono stati svelati dai due direttori; sono diventati celebri nel mondo, li riconoscono anche i ragazzini: La Scala li ha regalati a ogni angolo del pianeta”. Il direttore del 2011 è stato definito “un grande pianista prestato alla direzione d’orchestra, presto sarà vero anche il reciproco, un grande direttore d’orchestra che occasionalmente tornerà a fare il pianista”.

Il premio a Franco Zeffirelli e uno sguardo sull’Expo del 2015

Emozionante il momento del premio a Franco Zeffirelli, con una carrellata di cinema e musica colta, Fantasia di Walt Disney e Apocalypse Now,  Il cigno nero e Arancia meccanica, Il padrino e Pretty Woman, Gli intoccabili e L’uomo che sapeva troppo, Il gattopardo e La vita è bella. Un omaggio a un artista che lega cinema, opera lirica e musica in genere. Zeffirelli ha parlato  di esperienze memorabili, “La Scala è sinonimo di emozioni”, la sua è una grande storia d’amore con il teatro e la lirica oltre che con il cinema. Si deve iniziare dalle scuole per diffondere l’opera, “a Firenze nascono le vibrazioni musicali in teatro dopo le parole e i primi grandi compositori”.

Si è parlato della partecipazione della Scala all’Expo, della grande manifestazione del 2015 ha riferito l’amministratore delegato Giuseppe Salaintervistato da Duilio Giammaria della Rai. I lavori dei cantieri per 2,5 miliardi di euro, con inizio previsto in ottobre 2011, un’importante occasione offerta a  imprese e professionisti: L’Expo sarà incentrata sul tema dell’alimentazione, non facile ma affascinante: investe scienza e costume a livello globale, nella prospettiva della sostenibilità per una popolazione passata dai 3 miliardi del 1960 ai 6 miliardi attuali, che si prevede raggiunga nel 2050 i 9 miliardi di persone; si punta a un mondo più sostenibile e sano attraverso ricerca e tecnologia al servizio dell’alimentazione. La manifestazione, che attiverà 600 mila posti di lavoro in dieci anni, ha l’obiettivo immediato di 20 milioni di visitatori che verranno non solo per l’Expo ma per l’Italia, e in questo il ruolo della Scala sarà fondamentale, tanto che resterà aperta ed operante anche nel mese di agosto. Ci saranno “aree tematiche e percorsi personalizzati”, 7000 eventi, progetti concreti in scienza e tecnologia, innovazione e solidarietà. Un filmato con “la mia Expo” com’è immaginata dalla gente di varie categorie e classi sociali ha concluso la presentazione.

La serata, dopo tante presentazioni, è proseguita in giardino tra le statue e il labirinto di siepi di bosso: un vero palcoscenico, degna sede di incontri internazionali al più alto livello. Essere qui ha fatto toccare con mano alcune eccellenze del “sistema Italia” che è opportuno richiamare soprattutto ora che si tende a dimenticarle dinanzi alle carenze e insufficienze messe a nudo dalla crisi.

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Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante a Villa Madama, si ringraziano gli organizzatori, e i personaggi fotografati, per l’opportunità offerta. In apertura, il premiato Franco Zeffirelli, in chiusura il ministro degli esteri Franco Frattini.  

Russo, la pittura e l’emblema, i grandi personaggi, al Vittoriano

di Romano Maria Levante

La mostra di  Mario Russo, alla sala Zanardelli del Vittoriano a Roma dal 1° al 25 febbraio 2011, era intitolata  “La pittura e l’emblema” perché la sua pittura si carica di mistero e di significati simbolici tali da farne un emblema; anzi tanti emblemi per le raffigurazioni pittoriche che si nutrono della realtà per coglierne i motivi reconditi e portarli allo scoperto attraverso i particolari. Siamo rimasti sorpresi nel visitare la galleria dei suoi dipinti per l’assenza di quella luminosità che si attenderebbe da un pittore di Napoli, come dal trovare poche immagini ispirate al mare. Ma l’impressione è stata tale da rievocarla due anni e mezzo dopo l’esposizione, per i suoi contenuti.

Non è stata una mostra  povera di immagini, anzi ne era ricca, molto ricca, troppo ricca verrebbe fatto di pensare. E quando si segue un filone pensando di aver colto un motivo ispiratore, il filo di Arianna si interrompe, nuovi motivi si affollano, quasi che l’idea precedente fosse dimenticata.

Altrettanto sconcertati siamo stati per lo stile, vedendo i fondi scuri sui quali risaltano le figure; ma quando credevamo di percepire la cifra pittorica, ecco un’esplosione di colori: non più cammei che emergevano da brume lontane, ma figure vive e vitali immerse nella natura e radiose di vita.

Come spiegare tutto questo che ci spiazzava nella ricerca di un nostro percorso? Lo faremo tornando alle sensazioni di allora raccontando la visita con le impressioni avute, e aiutandoci con i giudizi della critica. Ma prima cerchiamo una risposta accessibile a tutti, sempre che esista e sia percepibile. Ebbene, per noi si riassume in una sola parola: Roma. E’ nella capitale che Mario Russoha vissuto la parte prevalente della sua vita artistica, ed è giusto che sia stato celebrato a dieci anni dalla scomparsa in una sede prestigiosa come il Vittoriano; e che alla presentazione il vicesindaco Mauro Cutrufo gli abbia rivolto parole di alta considerazione. Nella  Capitale il suo sguardo di artista ha colto una quotidianità ben più ricca di quella visibile in città meno cosmopolite, che non sono  “caput mundi” nel senso di incrocio e incontro di genti e culture; e vi ha trovato anche sollecitazioni per una fantasia che sovrasta e arricchisce il quotidiano.

L’artista ricava le sue immagini da una realtà che fornisce esemplari della più varia umanità in un mondo contemporaneo mutevole e stimolante;  e nel contempo è preso dai retaggi del passato di cui Roma è altrettanto ricca, dai quali prende avvio il volo della fantasia . E penetra in queste realtà non per un fatto solo figurativo ma – ha dettoAlessandro Nicosiache con Comunicare Organizzando ha realizzato la mostra – “per entrare in contatto umano profondo ed empatico con i soggetti e le scene che raffigura, trasformandoli e deformandoli per poterne meglio interpretare l’animo e il sentire”.

La cifra artistica di Mario Russo

“Trasformandoli e deformandoli”, dunque, e vediamo come, cominciando dai fondi oscuri dai quali balzano fuori le figure. Una chiave di lettura ce l’ha data il curatore della mostra, Duccio Trombadori: “L’artista si preoccupa di segnalare la dimensione misteriosa della realtà, quella dimensione ‘metafisica’ della vita che si rivela e ci appare sempre nella pittura degna di questo nome”. Il critico non scomoda l’inconscio, come avviene per i surrealisti, ma non si ferma neppure dinanzi alle apparenze: “L’arte di Russo miscela con effetti sorprendenti realtà e fantasia e riduce la distanza tra i due campi spirituali”. Di qui una serie di qualificazioni che cercano di catturare un mondo altrimenti inafferrabile: “planetario mondano” e “segnaletica del mistero”, termini che diventano complementari, “il migliore viatico per sciogliere l’enigma della realtà altrimenti indecifrabile”.

La suggestione di certe rappresentazioni è data dal fatto che incorporano i sentimenti in modo così percepibile da dare all’immagine raffigurata una valenza superiore a quella reale. Così, afferma ancora il curatore citato, “lo spettacolo dipinto si rivela, per l’emozione trasmessa, come ‘più vero del vero’ e l’operazione pittorica  diventa una inusitata esperienza di verità”.

Per fare questo occorre una grande capacità di osservazione e insieme di introspezione, in modo da cogliere gli aspetti reconditi della realtà con occhio indagatore e portarli a contatto con le sensibilità dell’artista che li trasfigura. E’ necessario disporre di una grande varietà di soggetti, perché solo dalla molteplicità e diversità si può cogliere la matrice, l’essenza comune e disvelare il mistero della vita e dell’arte; perciò ci troviamo dinanzi a una “iperbolica e illimitata ‘pinacoteca di Babele'” – è sempre Trombadori –  come efficace e potenziale sintesi della sua espressione” che tocca le vette della classicità in quanto “possiede il pregio degli stilemi tipicizzanti e in quanto tali riproducibili”.

Non si tratta di elucubrazioni intellettualistiche, l’alone che circonda le sue composizioni evoca la favola e il mistero, e non per una fuga dalla realtà; anzi l’artista vi aderisce tanto da indugiare nei dettagli e nei particolari, ma ciò che conta è l’atmosfera in cui i dipinti fanno entrare l’osservatore.

Torniamo a quanto detto sulla quotidianità che è il suo tema preferito, è la cifra stilistica della sua pittura a diffondere l’alone visionario e favolistico che trascende la realtà raffigurata e nel contempo la fa aprire per rivelarne i contenuti più profondi. Ed è evidente la propria partecipazione emotiva, il suo immedesimarsi  nel personaggio rappresentato e nella scena, per cui è vero che rappresenta sempre la realtà, ma non una realtà qualsiasi bensì intimamente sentita. Senza una sofisticata scelta di soggetti e senza esclusioni, ma quale espressione del “planetario mondano” di cui ha parlato Trombadori; abbiamo visto nei quadri esposti le tante “stelle” di questo planetario, che ne fanno un caleidoscopio con le luci che si muovono tra le ombre e vengono portate sul proscenio.

Spiccano i particolari analizzati come se utilizzasse una lente d’ingrandimento con uno sguardo apparentemente impietoso perché evidenzia i difetti, ma in definitiva amorevole nello scoprire  la sostanza umana e psicologica insieme alla dimensione sociale e ambientale di certi soggetti. Il fascio di luce che li investe, quasi un occhio di bue teatrale, ne fa dei protagonisti che acquistano una propria statura diversa dalle altre figure con le quali, peraltro, si può condividere estrazione realistica e stile pittorico: “Si annuncia così, e si riconferma – secondo il critico curatore – la ricorrente predilezione di Russo per la messa in scena, l’artificio teatrale e la rappresentazione spettacolare, che è sempre ‘più vera del vero’. Il pittore, dunque, si abbandona al tuffo nella realtà per riportarla subito dopo nel chiuso dell’atelier dove si elabora l’artificio finale delle immagini”.

La galleria di immagini: i grandi personaggi

La visita alle opere ci ha consentito di riferire questi giudizi alle composizioni pittoriche, iniziando da una ritrattistica tutta particolare, personaggi molto noti quasi in un’araldica nobiliare, per lo più le sole teste incorniciate in un fondale grigio come dei cammei. Balzano in rilievo i volti intensi e pensosi, con qualche sorriso, di Benedetto Croce e Giuseppe Ungaretti, Bertrand Russel e Alberto Moravia, Carlo Marxe e Ho Chi Min, Mao Tse Tung e Charles De Grulle,  Paolo VI e J. F. Kennedy; non aggiunge altri particolari, solo in J. F. Kennedy un abbozzo di immagine di Robert e una figura nera della battaglia contro la segregazione del Sud; fa eccezione de Chirico la cui testa è incapsulata nell’uovo dei manichini, sigillo inequivocabile della sua figura.

Dalle teste ai busti di un Jorge Luis Borges assorto e un Pietro Nenni combattivo, con un “Omaggio a Pirandello” dall’espressione sorridente quasi fosse sorpreso dietro il finestrino di un’autovettura, una vera istantanea questa;  una posa tranquilla è il Ritratto di Giulio Carlo Argan e il tempietto di Bramante, mentre  Donna del sud mostra la severità di un volto anonimo ma intenso, di una dignità che incute rispetto e fa pensare a valori profondi e tradizioni ancestrali. Torna il cammeo in Omaggio a Gemito, una testa circondata dalla massa di barba e capelli chiarii.

Questi i ritratti esposti, che non esauriscono certo la produzione vastissima di tali soggetti, portata fino alla contemporaneità più vicina. Per questo si è avuto un fenomeno inedito, o almeno inconsueto: il commento dei soggetti presi come modelli per i ritratti, istruttivo per approfondire il particolare realismo di Russo, nel rappresentare e insieme superare le apparenze. Riteniamo significativo riportare due di questi commenti che aggiungono  interpretazioni autentiche, si potrebbe dire, perché vengono da chi può parlarne da un osservatorio veramente privilegiato.

Federico Fellini, soggetto di una vasta serie di ritratti, ricordava: “Mario Russo mi ha preso, senza mai dirmelo, per modello, raffigurandomi in moltissimi travestimenti, attribuendomi sfondi e costumi di epoche lontane, atteggiamenti aureolati, ruoli improbabili, oppure probabilissimi come quelli del clown, del saltimbanco, del burattinaio. Forse lo hanno suggestionato il mio lavoro, le atmosfere, le figure femminili dei miei film,un certo modo di guardare la vita che ha sentito familiare, in cui avrà riconosciuto una inconsapevole appartenenza “. E Vittorio Sgarbi: “La verità della pittura sta nel rendere reale ciò che appare come tale. Noi stessi, al pari delle opere d’arte, siamo immagini, immagini di noi. Io e il ritratto di Mario Russo siamo due immagini che fanno riferimento ad una identica sostanza: Vittorio Sgarbi. Forse il ritratto di Russo è più immagine di Vittorio Sgarbi di quanto non lo sia io: questo è il miracolo dell’arte di Mario Russo, l’autentica verità delle sue apparenze”. Verità e fantasia, realtà e apparenza, vengono messe a confronto  da questi due personaggi che hanno vissuto in prima persona la trasfigurazione operata dall’artista.

Significativi anche i commenti degli uomini di cultura sulla sua espressione artistica, ne riportiamo due di particolare interesse. Domenico Rea ha osservato: “La metamorfosi è congeniale all’arte. E mai come in queste cifre, mai come nell’esatto e concettuale simbolismo di Mario Russo te la ritrovi a siglare storie e riflessioni, referenti e intrecci. Un volto di Giano che nella secolarità della sua effige sedimenta il bene e il male o quanto viene indicato come bene e quanto , invece, rappresenta il suo contrario… Mai come in questa pittura la metamorfosi ha un ruolo, un suo ruolo così preciso. La dicotomia delle due età, uno dei topoi classici dell’arte, il volto usato come  maschera e stemma del divenire, trovano qui un loro cronometrico protagonismo”.  

E Giuseppe Patroni Griffi: “Se un nato cieco acquistasse all’improvviso, miracolosamente, la vista, per fargli capire dove si trova, che cosa è questa cosa che si chiama mondo, in messo a quali impianti, oggetti, ingombri, materiali moventi e semoventi ha vissuto durante tutto il suo periodo di oscurità… ebbene io lo metterei davanti alla vasta opera pittorica di Mario Russo, la cui generosità, ampiezza, ecletticità,  riempirebbe tutti i suoi vuoti , colmerebbe le sue infelici lacune, lo appagherebbero d’un tratto, pronto a percorrere  il suo viaggio verso la cultura in una vita cosciente”.

Abbiamo considerato fin qui il primo tema dell’opera di Mario Russo, dopo aver cercato di rendere il senso della “pittura e l’emblema”  che è il sigillo della mostra. Nei ritratti di personaggi che abbiamo commentato c’è l’espressione più legata alla realtà, con le trasfigurazioni fantastiche e gli approfondimenti  psicologici. Parleremo presto dei temi restanti, soprattutto dei ritratti femminili e delle altre raffigurazioni di soggetti umani, per finire con i fiori e la natura. E non è poco.

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Il secondo articolo conclusivo è previsto in questo sito per il 5 agosto 2013.

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Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante al Vttoriano, si ringrazia Comunicare Organizzando di Alessandro Nicosia, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta.

43 artisti, la “carta oleata” e la modernità, al Vittoriano

di Romano Maria Levante

Rievochiamo una mostra molto originale, svoltasi  dal 15 dicembre 2011 al 10 gennaio 2012 al Vittoriano,“43 artisti si interrogano sulla memoria”: erano giovani emergenti messi a confronto con il passato espresso dai fogli di carta oleata che avvolgevano il burro dell’Ente Comunale di Consumo romano, rinvenuti per caso in una vecchia cantina e forniti loro come filo d’Arianna di una memoria portata nell’attualità, senza vincoli di utilizzarli, solo di riceverli come testimoni muti.

E’ un’idea nata in un comune della provincia di Roma, Genazzano, che aveva già esposto le opere dei giovani artisti prima che approdassero alla prestigiosa sede espositiva del Vittoriano inserendosi nel ciclo celebrativo dei 150 anni dell’Unità d’Italia, perché in fondo gli Enti Comunali di Consumo hanno rappresentato un presidio nelle ristrettezze e rientrano nel grande affresco storico della nostra vita quotidiana. La forma di celebrazione di questa benemerita istituzione è molto particolare, non tanto per l’utilizzo simbolico della carta oleata che avvolgeva il burro, prodotto leader nell’Ente di consumo romano, quanto per lo sbocco trovato nell’arte contemporanea.

Un’arte che non sempre può definirsi “popolare”, come lo era l’Ente Comunale di Consumo, per i problemi interpretativi che spesso pongono al grande pubblico le installazioni o le composizioni più avanzate e trasgressive; nessun imbarazzo invece per i critici che riescono con disinvoltura ad attribuire significati, siano essi reconditi o meno, con una netta distanza tra critica e senso comune.

Per questo l’operazione è stata coraggiosa, d’altra parte portare la memoria nell’attualità si poteva fare solo con l’arte contemporanea senza limiti e senza vincoli, a parte l’accettazione della carta oleata come “testimone” e  in un certo senso musa ispiratrice, pronta a farsi da parte senza apparire nell’opera d’arte. Ma abbiamo visto come il testimone sia divenuto “testimonial” nella gran parte delle opere esposte, con i fatidici fogli che avvolgevano il burro inseriti in vario modo.

D’altra parte, cos’è l’arte contemporanea? “Strumento di ricerca collettiva, opportunità di crescita materiale e immateriale, valore aggiunto e bene comune da condividere, fattore di coesione sociale”. Non lo ha detto Achille Bonitoliva, che ne fa una religione, bensì Nicola Zingaretti, l’allora presidente della Provincia di Roma nella presentazione della mostra, rivendicando  come “l’arte più recente può offrire la chiave interpretativa per rileggere eventi della nostra storia e riallacciare i fili di memorie fragili e preziose”.  Protagonisti giovani artisti rispetto a  tempi che non hanno conosciuto ma possono immaginare, nell’iniziativa che esprime “la fiducia nel linguaggio creativo e nella capacità comunicativa” che si esercita attraverso di loro e l’arte contemporanea. 

E Alessandro Nicosia – presidente di Comunicare Organizzando che ha organizzato la mostra insieme con il Centro internazionale per l’arte contemporanea di Genazzano –  ha sottolineato con soddisfazione “come questi fogli di carta oleata, che rappresentano la memoria di una realtà perduta, siano diventati opere d’arte”.

La visita alla mostra ci ha fatto capire come questo sia avvenuto nelle forme più varie, in un succedersi di diverse modalità espressive, ispirate e testimoniate da quel semplice involucro cartaceo che avvolgeva il burro e resisteva all’acqua  con la sua schermatura oleata di bianco opaco.

Dai “ready made” ai significati  resi espliciti dalle scritte

Siamo nell’arte contemporanea, di fronte a forme e contenuti in cui si esprime la libertà stilistica e compositiva ben oltre i generi tradizionali di pittura, disegno, scultura, per non parlare dell’architettura.  Il contemporaneo spazia senza limiti, e lo abbiamo visto nella mostra, dalle installazioni ai video, dalle sequenze cartacee a oggetti da “ready made”. Tra questi ci hanno colpito i vecchi frigoriferi nel cui interno si intravedevano visi scolpiti, tra cui Pasolini. Rocco Dubbiniè l’autore delle sculture e della installazione intitolata così: “Simulacri di burro plasmati dalla necessità della storia che si ripete”. Abbiamo visto anche “Controcorrente”, con cui Stanislao Di Giugnointitolava un ventilatore in funzione il cui vento manteneva in equilibrio un foglio: “Un monumento alle intenzioni, allo sforzo di sostenersi e sostenere le proprie convinzioni con qualsiasi mezzo e contro le convenzioni”. In “Sansoni Elide”, di Giovanni De Angelis, il “ready made” era il telefono e la bicicletta arrugginita, le foto evocavano il viaggio nella memoria di cui era protagonista Elide, che gestiva il chiosco dell’Ente nel quartiere popolare della Garbatella.

Non mancava un’opera che ci ha riportato all’esilarante scena di “Vacanze intelligenti” nella visita  alla mostra d’arte contemporanea con l’equivoco di scambiare per opera d’arte la moglie di Alberto Sordi che si era seduta per riposarsi. Possiamo dire di esserci cascati anche noi, per quanto disincantati, dinanzi a delle scatole di imballaggio ammucchiate in un angolo, sembravano rimaste lì per la fretta dell’inaugurazione, in attesa di essere portate via. Abbiamo detto ai colleghi vicini, tanto per fare una battuta,  “potrebbe essere anche un’opera d’arte”;  ebbene, subito dopo abbiamo visto che lo era, con la sua brava etichetta, autore Simone Canetti. Niente di dissacrante né ironico in questa osservazione, è mera cronaca, segno della vitalità e dei motivi di interesse suscitati.

E’ stata una mostra che è riuscita a sorprendere e, a parte i paradossi della percezione, ha fatto anche riflettere. Ogni opera era corredata dall’interpretazione dell’autore, ed è un fatto del tutto inconsueto, dato che molto spesso si incontrano opere “Senza titolo”, che non rivelano il significato loro attribuito. Qui c’erano invece testi ampi e impegnativi che andavano anche oltre l’opera per svelarci la sensibilità dell’autore nel mondo d’oggi, le sue ansie e i suoi timori, le sue speranze e i suoi sogni. Il foglio di carta oleata come un catalizzatore è riuscito a far reagire l’anima proiettandola nella materia, divenendo un’inedita e inusuale traccia autografa del processo creativo.

Più in generale quello che conta è il valore della memoria sollecitata in chi non ha la memoria di quei tempi. Lo ha spiegato il curatore  Claudio Libero Pisanoaffermando che “la memoria è intesa non come spazio colmabile attraverso la nostalgia e il conforto di ciò che è stato. E’ piuttosto la memoria intesa come necessità, percepita come elemento indispensabile per comprendere il presente e restituire alla circolarità della vita un suo senso compiuto”.  Così “è possibile ridisegnare una mappa delle tensioni e delle aspettative che l’oggi impone”. I giovani artisti lo dimostrano.

Immagini di povertà e di sicurezza, realtà e apparenza

C’era un’opera costituita da una fotografia di un alienante palazzo moderno in orizzontale, con una lista della spesa scritta sulla “carta oleata” sotto il titolo “Cosa manca oggi”. Al primo posto si leggeva “equità”, sembrava  scritto dopo la manovra del governo Monti, invece era ben precedente, oltre a mostrare una premonizione, rivelava un’acuta sensibilità, autrice Gea Casolaro.

Altrettanto nella sfilata di fogli di “carta oleata” incorniciati, il titolo “Mercati”, guardando bene in basso su ognuno era indicato un mercato dove si sono avute stragi nel mondo, Iraq e Afghanistan in testa, con la macabra contabilità dei morti: “Da spazio dove ci si procura il necessario per vivere è divenuto il luogo dove si procura morte e distruzione”  ammoniva l’autore Francesco Arena.

Non c’era tragedia ma miseria in “Like an Animal”, di Domenico Piccolo, immagini di povertà e di squallore mentre  in “Nessun dorma” di Matteo Sanna una vera tenda era accompagnata da parole di solidarietà: nessuno resti inattivo perché nessun bisognoso  resti solo. Ai poveri era dedicata la videoinstallazione “Working poors” di Sandro Mele, che meditava sui “nuovi poveri”: “Sembra non esistano, sono numerosi e silenziosi, hanno un lavoro ma non hanno da mangiare a sufficienza”.

Mentre la “Porta di dominio” di Roberto Timperi esprimeva con la sua intelaiatura qualcosa “che non c’è più, una porta che dava  sicurezza alle famiglie per i beni primari”; dal canto suo con gli infissi d’epoca di “Paravento”, che vibrano per il motore elettrico, Marco Fedele di Catrano sottolineava il contrasto tra una struttura mobile e la monumentalità del Vittoriano. Anche le asticelle di Nicola Gobbetto unite a forma di triangolo e quadrato con la carta oleata esprimevano una metafora basata sulle qualità del burro, si tratta della “Butter door” che purifica.

Tra i bisogni primari c’è il nutrirsi, e la carta oleata per il burro non poteva non ispirare opere sul cibo. Lo ha fatto Roberto Bentugno con “Prendimi se puoi”, una serie di  vere gabbie con un contenuto, quasi vi fossero topi destinati a cadere in trappola per prendere il cibo al loro interno. Opprime anche una fame virtuale, la mancanza di fiducia nel futuro, Marco Bernardi l’ha visualizzata con un panetto di burro nella fatidica carta oleata e la scritta “Dacci oggi il nostro ieri”.  I panetti sono diventati dieci per Arianna Carossa, ma non a fini alimentari, bensì per esprimere il divario tra realtà e apparenza, “Quel che è vero non profuma di te“.  Ce n‘erano  tanti, di piccola dimensione, in un vassoio, a disposizione dei visitatori che potevano portarli via fino a farli scomparire, come è scomparso l’Ente Comunale di Consumo, idea di Moira Ricci, denominazione “Untitled (come le caramelle di Felix)”.

Dal “Senza titolo” dell’assenza alle memorie familiari e personali

Il “Senza titolo” lo abbiamo trovato in opere molto diverse: la lunga tavola  con grafiche uncinate rossedi Mario Ricci, “croci e incroci di una città deformata, tessuti tirati a forza”; i panetti di burro tra ferri e lampadine “in totale ribaltamento di senso” di Alessandro Piangiamore, che ne ha tratto “pretesto per un’opera scultorea”; la bilancia incassata nel suolo di Silvia Gianbrone, “senza titolo e senza misura”  che invece “misura l’assenza del soggetto: un soggetto a misura di inesistenza”; tessuti ed elementi intrappolati dalla resina  posti sulla carta oleata da Barbara Salvucci che diceva: “Ho bloccato nel tempo elementi di un vissuto trasformandoli in fossili contemporanei”.

Ma c’erano anche oggetti che esprimevano memoria in modo diverso, David Casini con “Bianco Souvenir” offriva sfere di cristallo che i visitatori potevano scuotere per avere l’effetto-nevicata, dentro c’era anche il panetto di burro infilzato: “vita quotidiana, di un tempo passato” e  violenza.

C’era poi la famiglia in una visione quasi onirica di immagini di giochi  che Gioacchino Pontrelli intitolava “Non sentiamo né l’odore né il sapore”; mentre li sentiva Luca Croser, gli ricordavano il padre, “io sapevo della sua presenza per l’odore di formaggio che si portava addosso, e me ne vergognavo”, il sapore era quello della nostalgia, il titolo “Qualcuno deve gridare”. Nostalgico senza tristezza il collage di foto familiari di Akessandro Sarra, Made in Italy”, “una memoria forte, personale, ma che nell’atto del convivio racconta una storia e diventa fatto comune”.  Anche Anna, la nonna ricordata in “L’aquilone rosso” da Alice Schivardi, “custodisce memorie collettive”, cioè  “ricordi che appartengono anche alla nostra storia”: l’aquilone di carta oleata non si sollevò, tuttavia  ugualmente “tra testo e immagine fisica Anna cuce un sogno”.

Abbiamo ritrovato l’aquilone ancorato in alto sopra una corridoio e una porta in “Souffle” di Vincenzo Rulli, lo portava con sé quando aveva sette anni e “il cielo era un magnete”, allora “i poveri abitavano nel mondo per un’ora, e quella era l’ora visibile”; e abbiamo rivisto il sogno, questa volta di una generazione, evocato da Donatella Spaziani con “Cartoline d’epoca su carta oleata”, immagini  di fine anni ’60, “la famiglia, l’amore, la quiete domestica, morale ed etica”.

I video evocativi

L’arte contemporanea è anche suono e visione,  di Raffaella Crispino un’installazione sonora  dal titolo “Ecc.”  che rendeva in suoni le immagini  del logo dell’Ente Comunale di Consumo mediante il rapporto colore-suono e le diffondeva attraverso casse acustiche costruite con pochi mezzi.

Di Stefania Galegati Shines il lungo video con 230 immagini e sottofondo musicale, scattate su una spiaggia, “il ritratto di una massa nuda, animale, che vive l’illusione della modernità”, persone in costume su un lido affollato “che camminano e camminano, su e giù e ancora su e giù”, il titolo: “E’ meglio ricordare i giorni più felici che possono per sempre ritornare”. Molte persone che sfilavano nel video davano un’immagine di obesità, ma non quanto “Obesitas” di Giuseppe Petronio, con il ritratto della donna extralarge all’insegna del termine latino del grasso che intitola l’opera. Diapositive su schermo di carta oleata in “Il teatro scompare”, di Ra di Martino, l’oscuramento a tratti sottolineava la sorte infausta che rischia di accomunare il teatro all’Ente Comunale di Consumo.

In una video-animazione Ivana Spinelli  presentava la carta oleata con il logo quasi da prodotto pregiato, non da involucro, e la esponeva in “Ecc paper” come un “ready made commerciale”. Una denuncia del lusso era, di converso, il video di Iginio De Luca che documentava l’azione da “commando”  svolta in via Condotti proiettando il logo dell’ECC sulle vetrine con  i prodotti di “Brand” celebri, per marchiare i beni superflui con la presenza insopprimibile di un bene primario. Alla vita familiare era invece dedicato il video “di Marina Paris, girato con la mitica “Super 8”, anni ’60, scene  tra il nuovo benessere e i perduranti strascichi della povertà del dopoguerra.

Dalle opere su carta alla “performance” finale

Non mancavano i collage, Diego Iaiain “Estreme make up” assemblava stampe di elenco telefonico, carte d’identità e altro, e lo definiva “unico estremismo ammesso e condiviso” anche se trasgressivo. Ma c’erano anche le opere su carta più semplici, fino a quelle elementari.

Faceva appello alla tradizione popolare più genuina Domenico Mangano che utilizzava sette proverbi sul burro per una carrellata di “finti manifesti” da lotta di classe, e intitolava la sua opera con l’ultimo proverbio “Un giuramento di burro è un giuramento che si dimentica presto”. Ancora più tradizionale “Ricette di famiglia” di Eugenio Percossi, le ha scritte semplicemente sulla carta oleata  con il logo del burro, c’erano una quindicina di fogli appuntati al muro con lo spillo, un vero “uovo di Colombo”, metafora adatta restando in campo culinario. Mentre, con memore affetto, Flavio Favelli riproduceva a matita sulla carta oleata dell’ECC marchi, tra cui “Fanta”,  “ancora vivi, appartengono  a un passato che non è ancora concluso”. Perfino più semplice “Breakfasts Paintings” di Carola Spadoni, una “carta consumo”, quella oleata, in “consommè rosa”.  Mentre erano alquanto cerebrali 7 stampe a inchiostro semicancellate dall’acqua applicate alla carta oleata  che esprimevano la metafora di Luana Perilli legata alle formiche: il suo “Annapurna Messor” mostrava “quanto il sostentamento materiale sia imprescindibile dalla crescita spirituale e morale”.

La carta oleata, che ora abbiamo visto esposta quasi tal quale – formiche Annapurna a parte – è stata  usata anche per creare figure solide come sculture: “Tamburino” di Valerio Ricci Montani, riproduceva il tamburo di latta dei giochi infantili; “Nuovo paesaggio italiano” di Pietro Ruffo “ricostruiva” addirittura un vecchio edificio dell’Ente Comunale di Consumo, le erbe e gli insetti ne mostravano la vetustà archeologica, come un obeliscoantico. Da superficie piana a forma solida.

Ma l’espressione finale più sorprendente l’abbiamo vista in un “non sense” fortemente simbolico: la “performance” di Driant Zeneli intitolata “Grand Tour Italia”. Dopo la visita al Colosseo  in testa ai turisti con il vessillo recante la carta oleata e il logo dell’Ente Comunale di Consumo il giorno del Natale di Roma, ecco la visita alla mostra il giorno dell’inaugurazione guidata dal curatore Claudio Libero Pisano: “Così ho costruito un viaggio – ha scritto Zeneli – non sulla storia o sulla memoria di questo foglio ma un viaggio raccontato attraverso le opere di tutti gli artisti in mostra”.

L’arte concettuale nella sua forma estrema. Ebbene, è quello che con la parola scritta abbiamo cercato di fare anche noi perché resti una traccia meditata di una visita che ci ha dato delle emozioni. Come per il curatore Pisano, la carta oleata con il marchio dell’Ente Comunale di Consumo è per noi “un oggetto pieno di memoria”; e lo è stata anche la mostra che ad essa si è ispirata, al punto che abbiamo sentito l’impulso a rievocarla, a un anno e mezzo di distanza.

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Catalogo “43 Artisti si interrogano sulla memoria”,  dicembre 2011.

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Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante al Vittoriano alla presentazione della mostra. Si ringrzia “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta.

Franco Angeli, il sogno fotografico nella memoria, ai Mercati Traianei

di Romano Maria Levante

Ai Mercati Traianei c’è stata due anni fa la mostra “Il sogno fotografico di Franco Angeli”, dal  27 maggio al 4 settembre 2011. Ci è sembrato il seguito ideale della carrellata fotografica degli “irripetibili anni ‘60”, perché vi abbiamo trovato il clima e personaggi come Schifano, Castellano e Rotella; e insieme il riflesso della galleria di immagini di Tamara de Lempicka, al posto di Tamara c’eraMarina, anche lei protagonista di un certo mondo da “belle epoque” e icona della moda femminile, con momenti di impegno solidale e ricorrenti stravaganze. La mostra faceva immergere in mondi che si vedevano solo da lontano attraverso la lente mediatica e lì venivano portati in primo piano. Per questo vogliamo ricordarla descrivendo la visita che facemmo allora.

“Ben celata nel lavoro di Franco Angeli si nasconde una macchina del tempo. Solo così si può spiegare il miracolo della immutata freschezza delle sue fantasie colorate. La sua ancora poetica è un’infanzia che non morì mai, di cui Franco Angeli ci ha lasciato in regalo i giocattoli adulti”. Sono parole di Bernardo Bertolucci che ci danno una particolare chiave di lettura della mostra.

E’ significativo che il grande regista cinematografico parli di “fantasie colorate” per immagini in bianco e nero, e di “immutata freschezza” dopo quarant’anni. Il colore si sente nell’atmosfera, e il bianco e nero più che la patina di antico ha le stimmate della foto d’arte, anche se l’arte fotografica oggi si esprime altrettanto nel colore, e lo fa sempre più, tanto che nella mostra “I colori del mondo” al Palazzo Esposizioni veniva rivendicata questa pari dignità. L'”immutata freschezza”  era evidente, accentuata dalla prestigiosa “location” della mostra: gli antichi Mercati Traianei dove l’attualità è resa viva dal contrasto con l’ambiente romano antico costellato di reperti storici.

Si tratta di uno spazio espositivo molto particolare, dove le mostre temporanee convivono con la mostra permanente dei reperti della romanità: dalla grande aula a pianoterra, in cui si entra “scortati” da due file di grosse statue acefale ben inserite nel coevo ambiente monumentale, al piano superiore, dove si è accolti da un secondo ordine di arcate e loggiati con tanti ambienti nei quali gli antichi reperti fanno bella mostra di sé. Le fotografie erano raggruppate in blocchi compatti, collocati in sei delle tante sale e salette in un allestimento agile che le inseriva nell’ambiente nel quale erano esposti anche veri abiti “anni ‘60” su manichini, gli stessi di alcune fotografie, spiccava un vestito verde che faceva “pendant” con l’unica fotografia a colori.

Detto questo sull’ambiente, passiamo subito al contenuto: la mostra era praticamente monotematica, e il sogno fotografico di Franco Angeli si può definire un sogno d’amore vissuto in otto anni ruggenti, dal 1967 al 1975, con la sua musa, Marina; e non solo, perché all’intimità sentimentale di tante immagini si univa il carattere cameratesco di altre, dove apparivano gli amici, personaggi che  riportavano all’ambiente artistico degli  anni ’60 e ‘70. Sì, proprio gli “irripetibili anni ‘60” che abbiamo rievocato con le fotografie esposte nell’omonima mostra pittorica della Fondazione Roma Museo. Di nuovo Rotella e Castellano, Tano Festa e soprattutto Mario Schifano, con loro Franco Angeli condivideva l’amore per la pittura, la fotografia era un hobby.

Alcune immagini nel proprio studio in via dei Prefetti nel cuore di Roma. Per questo è sembrato un seguito della precedente rievocazione, diremmo un blow up, un ingrandimento: è come se dal campo lungo delle riprese da lontano nelle mostre di allora e negli atelier si fosse passati al primo piano della vita personale, con le figure e i volti, più che gli ambienti e le situazioni.

Gli ambienti erano vari, onnipresente Roma dove Franco Angeli era della “Scuola di Piazza del Popolo”, con i pittori e gli altri artisti nonché gli scrittori compagni di conversazione: la galleria “La Tartaruga” di Plinio de Martiis e il Bar Rosati, luogo degli incontri, erano vicinissimi. Tra i frequentatori i già citati Schifano e Mimmo Rotella, Enrico Castellano e Tano Festa, che abbiamo visto nelle foto; inoltre Marco Bellocchio e Laura Betti, Moravia e Pasolini, Gian Maria Volonté e Giosella Fioroni. Diverse immagini riproponevano la vita negli interni degli studi pittorici.

L’ingrandimento che penetra nella vita prendeva le sembianze di Marina, la sua figura e il suo viso riproposti nei luoghi e nelle pose più diverse, sempre affascinanti, come un’icona della bellezza e non solo;  tipo Marta Marzotto per Renato Guttuso, e non ce ne voglia chi non è d’accordo sul parallelo. Tutti conoscono Marina, è celebre per i suoi matrimoni dai cognomi nobiliari da Lante della Rovere a Ripa di Meana , e anche per le sue stravaganze, o se si vuole il suo provocatorio anticonformismo e un certo esibizionismo, nel quale rientrano i celebri cappellini, uno calzato alla sbarazzina sovrastava la sua chioma rossa alla presentazione; nella mostra ce n’era un vasto campionario, appesi in un vano oscuro in modo da sembrare un’installazione d’arte contemporanea, le sospensioni aeree non sono infrequenti, da Calder al messicano  Morales.

Erano esposti altri articoli personali di allora, grandi borse e minuscole borsette a forma di pesce, gigantesche collane, e non solo, di Marina; più oggetti di un’epoca vicina che sembra lontanissima, a ben guardare la radio Brionvega e il televisore Antares, la macchina da scrivere Olivetti “Lettera 22” e la lampada a pipistrello di Gae Aulenti più quelle molto particolari di Sapper e Magistretti. C’erano i cataloghi delle mostre di Franco Angeli, scomparso nel 1988 a 53 anni. Avena 35 anni quando è stato compagno di Marina per otto anni dopo il divorzio dal marito Lante della Rovere; lei successivamente ha sposato Carlo Ripa di Meana, il quale fu preso dall’irrequietezza e gioia di vivere e di stupire, da cui fu coinvolto senza intaccare minimamente il proprio proverbiale aplomb.

Franco Angeli non era inquadrato in apodittiche credenze, pur nelle sue convinzioni politiche,  come uomo era geniale e anticonformista, spregiudicato e sperimentatore, ma anche inquieto e riservato, silenzioso e tenebroso. Nella rivoluzione culturale e di costume degli anni ’60 fu tra i cosiddetti “pittori maledetti”, con Mario Schifano e Tano Festa nacque un trio scatenato, protagonista della “movida” romana intorno a piazza del Popolo. Si espresse nella pittura utilizzando anche garze e tele speciali, vividi smalti con soggetti ben precisi rappresentati da segni netti e forti contrasti cromatici, pensiamo all'”Aquila” e alla “Lupa“, al “Mezzo dollaro” e ad una “Marina” che non è la sua musa ma un orizzonte suggestivo su un mare blu intenso. Presente alla Biennale e nelle mostre più importanti, è stato un artista innovativo con indubbia coerenza stilistica.

Nella sua fotografia, ha detto Giosella Fioroni che faceva parte del suo gruppo, c’è “un garbo ironico e una vena direi diaristica. Sulle foto stampate (a volte molto ingrandite) interviene tracciando segni di pittura a delimitare luoghi o a rafforzare i lineamenti delle persone”.

Carlo Ripa di Meana era il curatore della mostra delle fotografie donate dall’autore a Marina, la protagonista: l’aveva divisa in sei sezioni, collocate in sei salette dei Mercati Traianei: Marina, Lucrezia, Urss, Moda, Sperimentazioni, Amici; ma, a parte l’ultima, al centro sempre Marina.

Marina vista nel fulgore della gioventù: “vitale e impunita”, la definisce Letizia Paolozzi. Non sembra inquieta, mentre ha detto di sentirsi travolta dalle trasgressioni del compagno, droga compresa; nel suo “Cocaina a colazione” del 2006 confida una dedizione fino ad accettare per lui una “proposta indecente”, in “I miei primi quarant’anni” aveva narrato la storia della loro unione.

Le sezioni Marina e Moda la mostravano ritratta a figura intera con abiti di grande eleganza e vistosi cappelli a larghe tese, in primi piani che valorizzavano l’intensità del viso e l’espressione, nei chiaroscuri discreti e misteriosi, fino ad alcuni nudi discreti e rispettosi del 1972 a Villa Hruska.

In Urss una provocazione alla gigantografia di Lenin il 1° maggio (“ma Lenin chi è?”) non fu apprezzata dai rigidi poliziotti moscoviti, dai quali fu fermata per oltraggio; nelle foto risaltava  il contrasto tra la sua immagine disinvolta e la formazione militare inquadrata nello sfondo. E dire che i tre viaggi in Russia, a Mosca e Leningrado, furono il compimento di un sogno, un traguardo per l’ideologia di un socialista come Franco Angeli, figlio di un antifascista perseguitato dal regime.

Anche la sezione Lucrezia la vedeva protagonista, pur essendo intitolata alla figlia che diventerà l’attrice Lante della Rovere, verso cui il compagno della madre mostra una speciale tenerezza nelle immagini che la ritraggono bambina.

E poi Sperimentazione, con interventi sulle fotografie, ne parlava così: “Le trasformo, le faccio diventare pitture e disegni, a volte le proietto, altre volte le faccio ingrandire e le coloro”; ne vediamo degli esempi riferiti alla galleria “Sirio”.

Amici presentava il circolo, quasi un cenacolo, che abbiamo evocato – Schifano in primo piano al centro di molte immagini –  con una diciottenne Isabella Rossellini, la figlia d’arte attrice lei stessa, una sorta di voce dell’America ed espressione dell’Italia cosmopolita, coccolata da tutti.

Dopo questo rapido excursus sui temi e sui soggetti di Franco Angeli crediamo non sia il caso di indugiare nelle descrizioni,  solo le fotografie della mostra potrebbero rendere il fascino di quegli anni “irripetibili”. Le immagini non sono più dinanzi ai nostri occhi nell’ambientazione suggestiva dei Mercati Traianei, ma anche se sono trascorsi due anni dall’esposizione non le abbiamo dimenticate.

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Sulle mostre citate nel testo cfr. i nostri servizi:   per “Gli irripetibili anni ’60”  3 articoli in “cultura.abruzzoworld.com” il 28 luglio  e 1 articolo in “guidafotografia.com” il 30 luglio 2011; “Tamara de Lempicka”  3 articoli in “cultura.abruzzoworld.com” il 30 giugno e 1 articolo in “guidafotografia.com”  il 5 luglio 2011; per “I colori del mondo” 1 articolo in “guidafotografia.com”, 12 aprile 2011.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante ai Merati Traianei all’apertura della mostra, si ringraziano gli organizzatori e i titolari dei diritti, con particolare riguardo alle famiglie Angeli e Ripa di Meana., per l’opportunità offerta.

Pertica, il giornalismo che diventa arte, al Vittoriano

di Romano Maria Levante

Dopo aver evocato “Roma dea e donna” e “I tesori di Roma”, ricordiamo la mostra che si è svolta al Vittoriano, dal 20 dicembre 2011 al 22 gennaio 2012,  realizzata da “Comunicare Organizzando”, su “Domenico Pertica. Un’idea che aleggia per Roma tra giornalismo, impegno e arte”. Un’esposizione ricca di motivi di interesse per i vari piani nei quali si è cimentato il giornalista scomparso da circa un decennio; e ricca di sorprese, come i disegni di Federico Fellini  affiancati a quelli di Pertica sui film del grande regista in cui è stato impegnato in ruoli di personaggio-caratterista; e le immagini degli insigniti della rosa di bronzo del “Premio simpatia” da lui ideato, una carrellata di quarant’anni con i personaggi più amati dal pubblico non solo romano.

Tornare su una mostra in memoria di un giornalista, strettamente legato alla sua città, sembrerebbe un omaggio corporativo, per di più campanilistico trattandosi di Roma. Non è così per l’ampiezza dei suoi interessi e delle espressioni culturali ed artistiche, e non lo è per il valore di paradigma di un riconoscimento verso chi si è prodigato per la sua città che doverosamente ne riconosce i meriti e la qualità.

Non ne ripercorriamo il prestigioso curriculum professionale in alcuni tra i più importanti quotidiani italiani, raccontiamo la mostra nella quale emergono soprattutto le sue attività diverse dal giornalismo, che veniva evocato all’inizio nelle grandi vetrine con esposte le pagine di cronaca recanti i suoi servizi e reportage di inchiesta dai quali traspare la sensibilità per i problemi sentiti sottopelle dalla città, che lui faceva emergere alla vista di tutti; e soprattutto l’amore per la sua terra e la sua gente. Era un cronista pronto a denunciare gli abusi e anche a mobilitare l’opinione pubblica per riparare i torti, assistere i bisognosi, difendere l’ambiente cittadino da speculazione e degrado. Valgano alcuni titoli che sono un florilegio di motivi e di sentimenti e un bedeker per i visitatori: parlano di Trastevere e di Villa Doria Pamphili, di Villa Borghese e in generale di “Roma perduta”; c’è soprattutto molta Roma delle borgate viste con l’occhio attento a scoprirne pecche e necessità anche nelle località limitrofe come Ostia, il mare della capitale, e le vicine Ladispoli e Nettuno.

C’è ancora Roma nel video della cerimonia con cui Walter Veltroni gli ha intitolato un giardino cittadino dedicandogli parole fuori di ogni ritualità indossando la fascia tricolore di sindaco. Altrettanto sentite le parole di altri illustri personaggi che lo hanno definito così: “Un romano trasversale perché sceglie il bene di Roma come denominatore comune dei pensieri e delle azioni”, è Rutelli che parla da sindaco; “un tardo-romantico che si aggira nel ventesimo secolo” secondo Duccio Trombadori, “Cocteau del Testaccio” per Igor Man, “un uomo incarnato nella sua Roma” per Marco Pomilio, mentre Domenico Purificato ne sottolinea “la sensibilità e la propensione all’arte”.

Da queste definizioni comincia ad emergere qualche tratto della sua personalità espressa nelle sue “altre vite” affiancate a quella principale, dedicata al giornalismo. In mostra tre dipinti di artisti, sonoritratti che riflettono la considerazione e l’affetto per lui.

Ma quelli che ci interessano sono i suoi dipinti, dato che si esprimeva con il pennello oltre che con la penna, anzi con la macchina da scrivere, la “Olivetti lettera 22” celeste esposta in mostra, sua fedele compagna come per Montanelli. E qui la prima sorpresa, le “Pouponnes”  raggruppate quasi in una composizione, dodici dipinti che circondavano il più grande centrale. Visi grandi, anzi visi grossi, per il formato e la densità della pennellata, nonché per la forte gamma cromatica in colori non brillanti ma grevi come le loro espressioni, segnate dalla vita. Sono ritratti in primissimo piano senza contorni, tali da immergere nell’atmosfera che evocano, fatta di ambienti fumosi e di tabarin in una “belle epoque” rivisitata a domicilio come eco sofferta di vite perdute ma anche nostalgica di umori e di amori.

Vicino erano esposti dipinti di tutt’altra forma e sostanza. Dai visi grevi e appesantiti come le palpebre delle donne di vita si passava a immagini leggere quasi ironiche ma non prive di significati profondi, come quelle dei gatti: “Vivo come i tempi, al ritmo dei tempi, libero e indipendente come i gatti” ebbe a dire. Ed eccolo ritrarli in varie situazioni, da “Gatto con la luna” a “Gatto nel lago”, passando per “Gatto giocoliere” e “Gatto velato”, “Gatto mammone” e addirittura “Gatto Re”.  Dai gatti allo zodiaco ispirandosi a poesie degli amici Dario Bellezza e Dante Maffia nella serie “Segni del cielo”: Ariete”  con le “orecchie del cielo”, Toro “prigionia di sesso”, Gemelli “separati per affinità”, Cancro “cercando la chimera”, Leone “la criniera del vento”, Vergine “le spighe e la loro parte d’aria”, Bilancia “la giustizia del cuore”, Scorpione “un’angoscia di fuoco”, Sagittario “scocca la freccia”, Capricorno “terra acqua cielo fuoco”, Aquario “livide gocce che volano danzando”, Pesci “girovaghi azzurrati”. Una costellazione di parole alate trasformate in immagini di sogno.

Un grande dipinto celebrava l’“Allegoria del tempo nell’agro romano”, un lumacone gigante al centro della composizione in ambiente arcadico, c’era anche “Montagne di ghiaccio” e “Il Pavone”, collocato  al culmine di una di queste montagne. Fantasia e ancora fantasia, libera e indipendente, mentre in “Sogno a Baghdad sul Tigre”  uno scorcio di cupole delle moschee con l’acqua del fiume in primo piano.

Dalla pittura di nuovo alla scrittura, ma questa volta non con servizi giornalistici bensì con libri, dalla narrativa alla storia fino alla poesia allineati in una vetrinetta. Era sodale di Palazzeschi ed Elsa Morante, Arbasino e Dario Bellezza, il suo romanzo “La Contessa di Roma” fu finalista al premio “Viareggio opera prima”; un altro suo libro, “Le voci dell’isola” è stato definito “poesia in prosa”, storie di contadini sconvolte dalla strage di Piazza Fontana; poi “Salotto in libreria”, interviste a contemporanei che culminano in un “incontro con Leopardi”. Quindi le poesie, nelle quali è stata trovata una vena dannunziana: “Madrigale Eugubino” e “Baghdad nelle rose”, fino a “Canzoniere ad Andrea”, dedicato al nipotino scomparso due anni prima. Il suo amore per la propria città si è espresso nei libri su Roma, anch’essi esposti in mostra: “Villa Borghese” e “Storia dei Rioni di Roma”, “Fatti, fattacci e personaggi della Roma umbertina” e “Roma delle meraviglie”,  a questo rimandano le mostre a livello provinciale sotto il titolo “La Provincia delle meraviglie”.

Ma la vera meraviglia viene dal lato per così dire cinematografico della sua vita. Tutto iniziò con un’intervista a Federico Fellini, che d’improvviso gli prese il viso tra le mani e disse “ho bisogno della tua faccia”, ricorda il repentino bacio del portiere Casillas della nazionale spagnola alla intervistatrice Carbonero dopo la vittoria del mondiale: l’intervistato che prende un’iniziativa estemporanea e dirompente. La sua è una faccia “metà da gatto soriano metà da elfo dei boschi con la capigliatura scomposta e arruffata”, la chioma si ridurrà alla fine a due punte argute. Parteciperà da personaggio-caratterista ai film del grande regista, da “Amarcord” in cui è il “cieco di Càntarel” che accompagna alla fisarmonica il banchetto nuziale con cui si conclude il film, a “E la nave va” e “Ginger e Fred”, Nella mostra abbiamo visto le fotografie di scena dei film, il suo è un viso che non si dimentica.

Non si dimenticano i suoi disegni, esposti anch’essi, in particolare dal set di “E la nave va”, e i tre pastelli di Federico Fellini sul “cieco di Càntarel” di “Amarcord”. Dal set anche il “Diario di bordo”, un taccuino vero reportage giornalistico su esperienze irripetibili, illustrato dai suoi disegni. La mostra si avviava alla conclusione con l’immagine simbolica della nave felliniana di un suo bel disegno.

Il botto finale era la carrellata di fotografie del “Premio Simpatia”, da lui ideato e promosso con Vittorio De Sica e Aldo Palazzeschi. Quarant’anni di premiati, illustri o gente comune, nelle immagini sfilavano i personaggi più amati del cinema e dello spettacolo, dell’arte e della società, campioni di simpatia. Ognuno con la “Rosa di bronzo” dello scultore Peikov, in tutti i volti i segni della simpatia. In molte fotografie dietro il tavolo c’era lui, Domenico Pertica, il sorriso stampato su quel viso così speciale e arguto.

Con la sua immagine si chiudeva una mostra che ha fatto ripercorrere quarant’anni della nostra vita attraverso reportage e libri, pitture e foto di scena, fino alla cavalcata finale all’insegna della simpatia. La mostra, che è stata aperta fino al 22 gennaio 2012, ha allietato le festività natalizie e l’inizio dello scorso anno con una leggerezza e un disincanto che hanno dato un dolce sapore alla memoria. Perciò abbiamo voluto ricordarla.

Info

Per la citazione iniziale cfr., in questo sito, i nostri servizi ” su  Roma dea e donna il 28 luglio e sui Tesori di Roma il 29 luglio 2013.

Foto

Le immagini sono state fornite da “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia, che si ringrazia con i titolari dei diritti, in particolare la famiglia Pertica. I dipinti sono di Domenico Pertica, ripreso in apertura e chiusura dinanzi a un suo quadro; la penultima immagine è un pastello di Federico Fellini a lui dedicato, che lo ritrae argutamente come “cieco di Cantarel” mentre dipinge.