Anna Manna, il viaggio dell’anima di una scrittrice neoromantica

di Romano Maria Levante

A Roma, nella sede della Società Umanitaria in via Aldrovandi, la mattina del 3 febbraio 2013 si è concluso l’intenso week end letterario “Viaggio tra le Vie dell’Arte”, con il motto “Regala una parola”, di “amore, fiducia, tolleranza, empatia, rispetto”. Sabato 2 febbraio, interventi sul valore dei libri, come semina e bellezza, sfogo e verità, chiusura di Anna Manna su “Un viaggio nel mondo della poesia, dei sentimenti e della solidarietà”; domenica 3 febbraio, incontro con gli autori di Akkauria, presentati dal presidente dell’associazione Vera Ambra, e Reading poetico, Premiazione al Concorso nazionale Fantasy Way e conclusione con il libro appena uscito di Anna Manna, Una città, un racconto, presentato da Daniela Fabrizi e Gilberto Mazzoleni, un racconto è stato letto dall’attrice Maria Concetta Liotta. Poi Anna Manna e Daniela Fabrizi hanno lanciato il Manifesto dei Neoromantici per un Nuovo Umanesimo, ideato con Elio Pecora ed Elisa Manna. E’ intervenuta Neria Di Giovanni, Presidente dell’Associazione Internazionale di Critici Letterari.

Anna Manna presenta il Manifesto,sedute Vera Ambra e Daniela Fabrizi

Il fitto programma del week end ci limitiamo a ricordarlo, mentre intendiamo segnalare il Manifesto dei Neoromantici per un Nuovo Umanesimo lanciato al termine e parlare diffusamente del nuovo libro di Anna Manna cui è stata dedicata la parte conclusiva della manifestazione. La stessa Anna Manna ha rivelato che l’idea del Manifesto è nata da una sua intervista un anno fa ad Elio Pecora, che le parlava della “poesia come educazione  al sentimento”. Di lì considerazioni sconfortate sul divario tra “la freschezza delle sensazioni ed emozioni che poeti, artisti e studiosi possono comunicarsi con uno sguardo; e la tristezza per un mondo che scivola verso il basso, l’umanità senza emozioni umane, senza racconti dell’animo, solo numeri, solo sofferenza, solo ferite”.

Come comporre questo divario? Elio Pecora all’inizio era pessimista: “Anna, ma non puoi parlare di neoromanticismo in un mondo che va a rotoli. Non ti sentiranno, non hanno orecchie per sentire”. Poi l’idea è andata avanti negli incontri poetici e culturali con Daniela Fabrizi ed Elisa Manna, è trascorso un anno di maturazione in cui ha trovato conferme e incoraggiamenti da parte di “tutti i poeti che si sentono trapassati dal dolore per questa società che ha dimenticato l’anima”.

Anna Manna lo ha lanciato, Daniela Fabrizi lo ha illustrato, l’indomani  è stato annunciato che nel primo giorno il Manifesto ha avuto adesioni significative, oltre che di Elio Pecora, di Corrado Calabrò e Silvia Costa, Iole Chessa Olivares e il pittore Fabio Piscopo. L’ideatrice ha dichiarato:  “Quel movimento è stato compresso per circa un anno, poi è esploso domenica mattina”. Una  mattinata di sole con il clima propizio alla spinta decisiva, a coronamento dell’intenso week end culturale.

Una fase della Premiazione con Vera Ambra

“Una città, un racconto”, il libro di Anna Manna

Parliamo ora del libro che è stato presentato con un’ampia analisi di Daniela Fabrizi, entrata nei dettagli, diremmo nelle viscere dei racconti, e una sintesi colta di Gilberto Mazzoleni. Da parte nostra racconteremo le impressioni, o meglio le emozioni suscitate da una lettura particolare, nelle circostanze che diremo al termine e ci hanno fatto sentire in viaggio anche noi come l’autrice.

Anna Manna è poetessa, scrittrice e attivissima operatrice culturale: è presente in molte antologie poetiche, ha pubblicato  7 libri di poesia, un romanzo e un libro di racconti, libri di interviste e antologie, saggi ed articoli; ha fondato e presiede premi letterari, “Fiore di roccia” sin dal 1995, e “Rosse pergamene”. Premiata ripetutamente per le poesie e i racconti, le antologie e la saggistica.

Il libro appena uscito contiene 12  racconti, ambientati in altrettante città, di qui il titolo “Una città un racconto”. Formano una storia unica, il libro potrebbe intitolarsi “una donna, una storia” che si dispiega nei tanti luoghi dove manifesta la sua inquietudine, alla ricerca di se stessa in un fluire di sentimenti alimentati dagli stimoli suscitati dagli ambienti che ne sono lo sfondo. Tante sono le corde che fanno vibrare, ma tutte rimandano ad una sensibilità che si rivela a poco  a poco.

Sorpresa e “suspence” suscitano questi racconti. I bozzetti di vita e di ambiente si aprono a soluzioni inattese e inconsuete degli intrecci che nascono sul piano psicologico e nella realtà: di qui la sorpresa. C’è anche l’ansia di conoscere il finale delle storie, mai semplice né scontato: di qui la “suspence”. Per questo ci si trova avvinti dalla lettura senza potersi staccare prima di essere giunti all’ultima pagina. Eppure sono racconti distinti, ogni volta si apre uno scenario diverso con un nuovo protagonista, e questo dovrebbe dare un certo distacco. Sarebbe così se non ci fosse la sorpresa delle sorprese accennata all’inizio, tante città e tanti racconti per un’unica vera storia: l’anima errante alla ricerca di se stessa di città in città, di luogo in luogo, di scoperta in scoperta.

Nei luoghi più diversi incontra persone reali e spesso evoca figure immaginarie che entrano in sintonia con la sua sensibilità: dal pittoresco basso di Napoli all’austero Archivio di Stato, dal dolce litorale di Gaeta a quello  ardente di San Felice Circeo, dall’Urbino di Raffaello alla Spoleto teatrale, dalla silenziosa Mantova alla Varenna lacustre, fino alle colline serene di Spineto e alla tragica concitazione dell’Aquila, non manca il ritorno alla terra d’origine a Tocco Casauria.

Quessto “viaggio in Italia” è soprattutto un itinerario interiore del quale le sollecitazioni esteriori accrescono la profondità e l’autenticità. C’è identificazione e mimetismo, il reale e l’immaginario si sovrappongono confondendosi fino a diventare indistinguibili: ma non è questa la sostanza della vita quando il sogno arriva a sembrare realtà e la realtà delle volte è tale da non sembrare vera? Non è nella forza dei sentimenti una delle chiavi per interpretare eventi altrimenti inspiegabili quando i loro esiti risultano sovrumani? Su tutto questo si riflette durante la lettura, mentre scorrendo le righe fino a divorarle si è presi dalle storie narrate, ansiosi di passare alla successiva e gustarla fino in fondo, e poi ancora e ancora. L’ansia di andare avanti risiede nel fatto che la storia in definitiva è unica, e ci si immedesima nell’anima errante in cerca di un approdo.

Un’anima femminile, a stare alla protagonista che quasi sempre è una donna, nella quale spesso l’autrice appare in prima persona; e a stare al pulsare dei sentimenti con la dolcezza e insieme la forza incontenibile della femminilità. Ma la loro profondità è tale da superare i confini di genere, è l’umanità più autentica che si presenta senza veli e pudori nella sua intrinseca essenza.

Ci sono anche le città, scenario di un’Odissea sentimentale alla ricerca di se stessi che favorisce l’emergere delle pulsioni più riposte, con i valori sottesi dalla loro storia e dai loro ambienti.

Una spontamea osmosi con i sentimenti della protagonista, che resta se stessa anche quando si incarna in sembianze maschili, è un’altra peculiarità rimarchevole di un’opera che non cade nel folklore e nel pittoresco nel descrivere i luoghi, ma vi scava nello stesso modo in cui penetra nell’anima; e trova in ognuno di essi una corrispondenza con quel lato dell’anima più vulnerabile, che la apre a sbocchi imprevisti e inattesi. Sono queste le sorprese che tengono aperta la “suspence” in ogni storia.

La “suspence” resta tesa nell’intero percorso che si snoda tra i tanti “travestimenti”, apparenti e temporanei, della protagonista che sembra nascondersi dietro personaggi diversi, tutti alla ricerca di un qualcosa che è se stessa, la risposta alle inquietudini dell’anima, l’approdo alla sua Itaca. Per scoprire che forse quest’Itaca non c’è, la vita è inquietudine tra i tanti sussulti che le circostanze, e le tappe del viaggio regalano, neppure la bellezza può garantire l’amore se rimane chiusa l’anima.

Anna Manna con il suo libro, “Una città, un racconto”

Le singole tappe del viaggio dell’anima

Si può restare sconosciuti anche se non c’è stato il bisturi chirurgico dell’ultimo racconto, è sempre possibile una cesura nell’anima. “La sconosciuta” non è la protagonista, che la studia da lontano; ma in quel “come faccio ad amarti se io sono … nessuna” si sente anche la sua angoscia, l’angoscia di un’umanità esposta all’alienazione e allo straniamento. E’ la sensibilità femminile sollecitata dalla dolcezza delle colline senesi di Spineto a far emergere l’atavico timore che la bellezza del corpo soverchi la profondità dell’anima: “L’anima di una donna è uno scrigno”  dentro l’involucro del corpo, “che rimane chiuso”  tanto più quanto questo è attraente. “La mia bellezza? E’ un sortilegio… cosa ami di me?”. La Maga Circe aleggia in queste parole e per ora si ferma la ricerca di Itaca. Ma fino a quando? Il viaggio continua, altre città, altre pulsioni attendono di venire alla luce in una ricerca di se stessi che in ogni tappa riserva delle sorprese come avviene nella vita.

Quando la realtà è sospesa in un clima assorto irrompe il sogno e la fantasia, che è la valvola attraverso cui le pulsioni hanno modo di esprimersi liberamente, superando remore e tabù; e nel viaggio della protagonista vi sono tante occasioni di disvelare quanto l’inconscio protegge e non verrebbe fuori senza l’immersione in una dimensione irreale e magica.

“La Famelica di Napoli” – il racconto insignito del Premio Teramo con Michele Prisco presidente della giuria – dà inizio al viaggio abbinando due opposti, in una trasposizione di immagini e sensazioni così immediate da investire il tatto e l’olfatto e confondersi con i sapori e gli odori dei bassi napoletani. Ripugnanza e bellezza nella stessa persona, o meglio nella stessa immagine che tende a sdoppiarsi: “Enorme… In realtà era una bestia che occupava una stalla di olezzi, sudori, madidi affanni”; e poi “il corpo fresco sotto le lenzuola candide. Era bellissima. Ma come era possibile?” Enigmatico, pur nella sua natura schiettamente popolare, con la fuga nella fantasia così spontanea da confondere il sogno irrealizzabile con la realtà ossessionante, indica una via d’uscita dai labirinti impossibili. Ci è tornato in mente un vecchissimo film, “Sogno di prigioniero”, Gary Cooper nella fetida cella immaginava di incontrare la sua donna su un poggio fatato, vestiti da principi, e questo sogno ad occhi aperti si confondeva con la realtà, la superava fino a sublimarla.

Il sogno interviene anche nell’austero Archivio di Stato,“L’inquietante profumo della polvere”, o piuttosto degli effluvi culturali di vecchi manoscritti, stordisce con la scoperta di in un’antica storia che assume i contorni di un giallo con il finale a sorpresa, anzi con una successione di sorprese dalle quali l’anima femminile ne esce con un alone di eroismo. “Quando si legge un libro, una storia, si conoscono i fatti, ma la trama sottile del cuore dove si nasconde, come stanare la verità dell’animo dietro le carte e i certificati della vita?”. Vale per questo moderno libro di racconti come per l’antico manoscritto su “Donna Vittoria”. C’è la “suspence” del giallo,  in una complicità tutta femminile che coinvolge in un’atmosfera alla Dan Brown: “Era un fantasma, un’allucinazione, era la droga della ricerca. Era una sensazione bellissima e me la tenevo anche se fosse stato il sortilegio di un implacabile illusionista”. Il racconto ha meritato l’inserimento nel saggio di Di Rienzo-Marchi, dal titolo su misura “Olfatto e profumo tra storia, scienza ed arte”. Il finale è una delle tante sorprese che spuntano come dei funghi succulenti quanto improvvisi nei boschi delle storie narrate.

L’irrealtà assume contorni reali anche in “Ninetta”, la leggendaria figura che aleggia a Gaeta animando la fantasia con la sua immagine di bellezza e felicità; l’atmosfera del litorale, “dolce e morbido”, favorisce questa trasposizione delle speranze nell’evocare le proprie memorie. Perché nella fanciulla incontrata in treno che stravede per Ninetta si incarna la nonna nell’accogliere la protagonista che torna nei luoghi dell’infanzia, e nel darle lezioni di vita, fino a provocarne l’immersione nel lavacro del mare; per salire nella nave del re e poi di nuovo sulla spiaggia nell’incontro virtuale con la mitica figura ma in effetti con se stessa. Dove “niente diventa reale. Sarà per sempre quell’attimo meraviglioso dell’intuizione della felicità, quell’illusione che tutto possa avvenire senza cambiare nulla”. Ma anche l’illusione da gattopardesca può diventare “una cosa che non è più illusione o sogno ma una realtà indistruttibile”, diventare roccia. E’ l’Itaca della protagonista? No, “sembra di roccia ma potrebbe sciogliersi come un cuore di neve al sole”.

Abbiamo citato, oltre Itaca, la maga Circe, si incontra veramente nei “Miraggi estivi” a San Felice Circeo: la protagonista è turbata dalla sua storia, la vede povera e indifesa rispetto al re potente, preso dalle sue grazie e non dalle sue inesistenti magie, anche se sono l’arma usata contro chi come lei aveva solo una colpa: “Aver stordito Ulisse il re del mare”. Anche qui sogno e immaginazione sono confusi con la realtà, fatta della solitudine, il suo “uomo importante” è rimasto a Roma lasciandola sola, poi si materializza vicino a lei. O si tratta di Ulisse? E’ un’altra la sorpresa da lei non voluta, è stata svegliata in spiaggia da una persona e le si era appoggiata un attimo, ora c’è chi ne vuole approfittare come il re del mare con la maga, il tutto in sedicesimo. Non sveliamo il finale, diciamo solo che nella dura realtà l’uomo è cacciatore.

Gilberto Mazzoleni interviene sul libro di Anna MannaUn altro cacciatore con finale shock a Mantova, dove la storia mitica di Federico e Isabella dà anima e corpo, si direbbe, al dilemma tra le incomprensioni con Giovanni e il fascino del violino di Giancesare: nell’abbandono notturno finiscono per confondersi fino a non poter distinguere gli “occhi di allora di Giovanni” dagli “occhi nuovi di oggi” di Giancesare. Gli uni e gli altri sono “gli occhi di un cacciatore innamorato della sua preda”, come nella storia del Circeo. “Il lupo di Mantova” si materializza sulla porta della stanza, “senza nome, senza ruolo. Senza senso e senza motivo. Il desiderio è come un lupo nella notte incantata”. Anche qui la sorpresa ma anche la morale finale: “Dopo sei la preda del lupo. E nient’altro. E ne sei felice, almeno fino all’alba. Quando la luce ti riveste di domande, di dubbi, di storia”. Itaca si allontana ancora di più.

Ritroviamo un “Suonatore di violino” a Spoleto, dove l’incontro di una notte con la protagonista sembra preludere a una storia; intanto è l’occasione di un sfogo sulla vita familiare e le sue delusioni ma finisce tutto lì, non sa se fare “la ninna nanna o la serenata” a chi non vede ancora la vita ma “soltanto un incontro ieri sera, poi questa notte e poi cosa pretendi?”.  Passano i mesi nel silenzio, poi gli anni, la magia della musica tornerà con una serenata, questa volta vera, e non di un musicista errante e deluso: “La mia vita l’ho trovata… me l’ha insegnata intera il mio violino. Alla fine ho seguito lui, l’ho ascoltato e lui mi ha regalato l’armonia”.  Nella famiglia e nel ricordo sereno di una notte. Per trovare poi un nuovo inizio.

Dalla musica alla pittura, due quadri alimentano l’immaginazione e scuotono i sentimenti della protagonista. Il primo quadro è “La Muta”, al centro del viaggio a Urbino, iniziato con sentimenti alterni: “Nell’animo di Eleonora c’è come uno scollamento pericoloso tra la terra ed il cielo. Un momento di evanescente assenza che la gente chiama tristezza. Ma il giorno dopo, il mattino pieno di luce porta di nuovo l’allegria per tutti”. Per tutti la spensieratezza, mentre lei si isola, “cammina nel mondo sola ma in compagnia di un segreto. Custodisce quel silenzioso segreto nel cuore”.  Nella città ducale “lei sola e distante da tutti, vuole dialogare con l’arte. Un dialogo col silenzio dell’arte”. E’ catturata dalla “Muta”  di Raffaello, “un incredibile miraggio”, che si anima:  “La fanciulla non è più dipinta, sembra una presenza vera, il suo silenzio è fruscio di parole pensate, ma  non svelate”. Per Eleonora “la Muta vive”. E allora cade la “barriera insopportabile” del silenzio, che “demolisce ma ricostruisce anche”. Le parole tanto pensate vengono svelate, il “silenzioso segreto” esce dal cuore, lo grida dinanzi al ritratto che sente come un giudice muto quanto severo. Non lo riveliamo, diciamo solo che un poeta la fa riflettere, “se parli, se sveli, è forse un atto d’egoismo” che può rovinare più di una vita. L’arte come l’ha spinta a rompere il silenzio e confessare, le saprà “regalare la soluzione, un altro silenzio”. E’ la vocazione di Urbino, “silenziosa e sacra cristallizzata nell’eternità dell’arte a custodire inviolabili segreti messaggi, con le nuvole come vele verso il divino”.

Il secondo quadro raffigura una nobildonna o una madre superiora, “Dominia Reverenda Eleonora”, ha una capacità magnetica da sconvolgere il conte:”Ne era affascinato. Ore ed ore a contemplarla”, fino ad esserne ossessionato e a doversi rifugiare in un matrimonio forzato, con “una disgraziata senz’anima” e senza qualità, “altro che il rigore di Dominia Reverenda Eleonora”.  Poi la doppia vita, “un gioco squallido” dal quale cerca di uscire appellandosi ai ricordi, li trova nei libriccini della comunione in soffitta, divenuta “l’angolo del mondo che somigliava alla sua infanzia”, dove fa portare il quadro di Dominia, con cui torna a confidarsi “accarezzando i messalini”. Alla prima comunione di Giovannina, la figlia della domestica Manuela, trova la saldatura tra le memorie e il presente, “quando quel quadro divenne realtà la follia si cangiò in ammirazione”. Ed ecco la sorpresa, c’è un enigma risolto che non sveliamo, diciamo solo che riguarda Giovannina: “I miracoli dei messalini a volte avvengono”.

L’infanzia riemerge ancora più direttamente nel ricordo di Torre Casuria, nel ritorno al paese di origine si sente anche il “vento di Tremonti che raccontava favole e sortilegi”, c’è la “piazza della cultura” intitolata a Gennaro Manna – lo scrittore e poeta di cui l’autrice è figlia d’arte – c’è “un mondo sotterraneo” di ricordi. E poi c’è Pinuccio, “Il pastorello del vento”, con le  sue nuove pecore, le pale dell’eolico “che girano lucide, pulite, simpatiche. Sembrano girandole festose quando il cielo è azzurro e anche quando è nuvoloso”. A noi non sono mai sembrate così, quelle che abbiamo visto finora non sono a Tocco Casauria e feriscono l’ambiente come tante spine nel corpo vivo della natura. Ma chi non si intenerirebbe dinanzi al pastorello che “studia, prepara il suo futuro felice in mezzo alle pale che ama già come fossero il suo gregge”? Il racconto è dedicato al figlio Alessandro, che “da grande voleva fare il pastorello del presepe”. Non certo delle pale, ma questa licenza poetica ci può stare benissimo, di invettive contro l’eolico, motivate dai danni all’ambiente  per non parlare di abusi e peggio ancora, ce ne sono, e tante, ben venga anche questa visione liliale.

Anche perché l’Abruzzo è evocato dai toni drammatici di “Il bacio” che scuote l’anima con le immagini shock del terremoto dell’Aquila: due studenti reduci da una “duplice disfatta” nella loro ricerca di lavoro, il concorso andato male per entrambi, che somatizzano la delusione in incomprensioni e frustrazioni reciproche, fino al momento in cui l’improvvisa “agnitio” dei sentimenti li unisce in un bacio mentre si scatena l’inferno del terremoto. Prima di rileggerlo, lo avevamo ascoltato  nell’intensa lettura di Maria Concetta Liotta con la percussione onomatopeica delle parole divenute scosse telluriche e crolli, grida e trambusto nella sala della presentazione; l’attrice si è così immedesimata nella drammaturgia del racconto da riportare ai momenti tragici del 6 aprile 2009. Per i due giovani la riscoperta di se stessi e del mondo: “Possiamo ricominciare perché siamo diversi… indietro non si torna mai… Se la vita riprende è perché sono morti i nostri fantasmi, i nostri bagagli, le nostre corazze le ha portate via il terremoto”. Tutto è distrutto, anche “la vecchia quercia squarciata”.  Ma timida come il loro bacio, “una piccola inerme pratolina” torna a fiorire: “La natura aveva scelto l’angolo più buio e più stupido del prato per risorgere”.  E’ il solo finale che citiamo, come auspicio che i timidi fiori sbocciati possano dare frutti sempre più copiosi. 

La Copertina del libro di Anna Manna

L’ispirazione dello scrittore nell’autenticità del racconto

Sentimenti e ricordi, sogni e realtà, il “viaggio in Italia” si è dipanato di sorpresa in sorpresa, e non manca neppure un incontro, misterioso e suggestivo come tanti, ma dove più che in altri troviamo la fusione tra l’ambiente e i pensieri che suscita. Nell’“Inseguimento a Varenna” vediamo come “la baldanza del sogno cede il posto ad uno sguardo sulla realtà. Le mie prigioni di parole si spaccano all’improvviso alla dolcezza di questo tramonto sul lago”. E c’è l’apparizione: “Ma eccola… eccola… eccola! E’ lei!”.  Una visione bellissima, poi svanisce, resta il suo profumo, non si lascia raggiungere, eppure tra le immagini e i sogni se ne sente la presenza trasfigurata: “E’ una volpe bianchissima, argentata, che mi guarda di sbieco, no, ecco è una farfalla che mi svolazza intorno, oppure, mio dio, è una lupa famelica che mi scruta benigna ma è pronta a divorarmi”. Il lupo di Mantova riappare al femminile, ma qui non si tratta del desiderio. E’ il tormento e l’estasi dell’ispirazione dello scrittore: “E’ lei il mio personaggio”.

Un personaggio in cerca di autore che lo ha trovato, come gli altri, nella protagonista alla ricerca di se stessa per le vie d’Italia dove sente gli stimoli per rivelare pulsioni recondite. Abbiamo compiuto il suo percorso immersi in queste storie in un itinerario romano tutto particolare, andata e ritorno dalla Montagnola alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna per la mostra sulle “nature morte” apertasi il 18 febbraio. Dieci mezzi pubblici per una lettura avvincente che ci ha fatto apprezzare le attese di bus e metro, tanto più quanto sono state lunghe, perché ci hanno permesso di restare legati ai personaggi, alle loro vicende e soprattutto a quel sottile filo conduttore che è l’anima dell’autrice. In mezzo alle tante storie della natura umana, le “nature morte” pittoriche ci sono apparse ancora di più senza vita, del resto non c’erano quelle di De Chirico che le vedeva come espressione della “natura silente”, e Achille Bonito Oliva ha ribattezzato in “natura viva”,

Abbiamo letto il libro in movimento, accompagnando idealmente la protagonista nel suo viaggio appassionato, che riesce a far rivivere con una prosa suggestiva, nelle descrizioni degli ambienti come degli stati d’animo, ravvivate dal tocco del mistero e dalla “suspence” fino alla sorpresa finale. Pregi letterari che non sta a noi sottolineare nei racconti di una scrittrice superpremiata nei quali l’ispirazione raggiunge accenti così autentici da assurgere alla confessione personale.

Una confessione della scrittrice, ma forse più propriamente dell’animo umano che trova nella sua prosa le parole giuste e i toni appropriati per sprigionare il suo caleidoscopio di umori e sentimenti.-

Info

Anna Manna, Una città, un racconto, Prefazione di Neria De Giovanni, Edizioni Nemapress, novembre 2012, pp. 104, euro 18.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante presso la Società Umanitaria, in Via Aldrovandi 16 a Roma, alla presentazione del libro di Anna Manna e alle Premiazioni, si ringrazia l’organizzazione per l’opportunità offerta. In apertura Anna Manna presenta il Manifesto,sedute Vera Ambra e Daniela Fabrizi; seguono una fase della Premiazione con Vera Ambra, poi Anna Manna con il suo libro,  l”intervento di Gilberto Mazzoleni sullo stesso libroe la suacopertina; in chiusura i Premiati del Concorso nazionale Fantasy Way sulla terrazza della sede.

I Premiati del Concorso nazionale Fantasy Way sulla terrazza della sede

Via della Seta, 2. Le prime tappe, al Palazzo Esposizioni

di Romano Maria Levante

Dopo aver fatto conoscere la Via della Seta nella sua genesi, anche attraverso le testimonianze dei viaggiatori veneziani e genovesi, con le merci che la attraversavano tra Oriente ed Occidente nei due sensi, la mostra “La Via della Seta. Antichi sentieri tra Oriente ed Occidente”, al Palazzo Esposizioni di Roma dal 27 ottobre al 10 marzo 2013, fa compiere un viaggio virtuale nelle principali località dell’Oriente dove approdavano gli occidentali in uno scambio fecondo di prodotti e tecniche, fedi e conoscenze: sono Xi’an e Turfan, Samarcanda e Baghdad fino ad Istambul.

Pittura d’epoca di Cavaliere

Il viaggio virtuale si svolge nelle gallerie che fanno corona alla grande rotonda centrale del Palazzo Esposizioni, è il cuore della mostra che all’inizio e alla fine presenta le testimonianze e le evidenze sui traffici tra Oriente ed Occidente di cui abbiamo già dato conto nella presentazione.

Xi’an, città della pace

La prima tappa è Xi’an, “la città della pace”, con il massimo splendore sotto la dinastia Tang, dal 618 al 907 d. C., meta di mercanti con un milione di abitanti, un’urbanistica di palazzi imperiali, templi e mercati. Risalgono all’XI secolo a. C. le prime notizie come centro culturale e politico, all’epoca della dinastia Zhou, 1045-256 a. C. Dalla dinastia Sui, dal 581 al 618 d. C., divenne la capitale, estesa su 84 chilometri quadrati circondati da mura. Alla fine della dinastia Tang fu distrutta e gli abitanti emigrarono, finché nel XIV secolo con la dinastia Ming fu ricostituito un abitato molto più ristretto, 12 chilometri quadrati, di cui ci sono pervenuti i resti. Oggi ha 8 milioni di abitanti, moderno centro di produzione di petrolio e carbone, oggetto di attenzione degli archeologi di tutto il mondo e di flussi turistici.

Vi è tuttora una fiorente sericoltura dall’epoca del fulgore della Via della Seta. La produzione di seta prende l’avvio dal ciclo vitale del baco che si conclude con l’intervento umano per interrompere il processo prima che si schiuda il bozzolo in modo da poter raccogliere i preziosi filamenti con i quali viene prodotto un tessuto dalle straordinarie caratteristiche: resistente  e robusto, nel contempo morbido ed elegante, fresco d’estate e caldo d’inverno, sembrava “magico”.

Ma, a parte l’importantissima seta, Xi’an con l’afflusso di viaggiatori e mercanti che influenzavano ogni aspetto della vita, era un crocevia di tradizioni e culture, e anche di fedi religiose. Vediamo un catino d’argento del ‘700 proveniente dalla Persia, una coppa a forma di corno, il “rhyton”, realizzata in Asia orientale e portata in Cina dai viaggiatori; facciamo la conoscenza anche del mercante di vino,  una figuretta ugualmente originaria dell’Asia centrale.

Di particolare interesse le religioni che si incrociavano nella  capitale, portate dai mercanti e viaggiatori insieme alle proprie merci e tradizioni; lungo la Via della Seta venivano costruiti templi religiosi oltre ai luoghi di sosta e ristoro che si trasformavano in vasti abitati. Erano rappresentate le principali fedi dell’epoca, favorite dalla tolleranza religiosa di alcune dinastie cinesi,  come quella dei Tang: buddhismo e  zoroastrismo, taoismo e  confucianesimo,  cristianesimo nestoriano ed ebraismo, islamismo e manicheismo. Il buddhismo, nato in India con Siddhartha  Gautama nel 450 a. C., all’insegna del raggiungimento del “nirvana”  con la libertà dalla sofferenza, si sviluppò attraverso il proselitismo dei suoi monaci che nella Via della Seta promettevano la protezione divina ai viaggiatori:  nel 500 d. C. in Cina vi erano 2 milioni di buddhisti.

Di Xi’an viene ricordato che era un approdo anche dal punto di vista musicale per chi percorreva la Via della Seta: la musica era utilizzata nelle cerimonie religiose e delle comunità, inoltre era un linguaggio comprensibile alle varie lingue ed etnie e uno strumento di diffusione della fede e dei valori della tradizione. I primi strumenti avevano fili di seta intrecciati con bacchette di  bambù.

Resta un’immagine cosmopolita in cui i commerci si intrecciano alle fedi, le merci alle culture, le melodie lamentose della tradizione ai profumi esotici. Da qui la Via della Seta attraversava il deserto di Taklimakan per giungere alla seconda tappa, l’oasi lussureggiante di Turfan.

Pannello di marmo che raffigura  danzatori sogdiani

L’oasi di Turfan

Per entrare nello spirito dei viaggiatori di allora basta considerare che l’oasi dista 2500 chilometri da Xi’an, un deserto arido tra dune altissime fino alle Montagne Fiammeggianti, chiamate così perché infuocate dal sole. Il viaggio a dorso di cammello richiedeva mesi e l’arrivo alla vegetazione e all’acqua dell’oasi, in un’area posta al centro del bacino montuoso, doveva essere una liberazione, Veniva coltivata frutta e verdura in grande varietà con sistemi di irrigazione che convogliano l’acqua raccolta dalle piogge e dai rilievi montuosi, attraverso i canali sotterranei del cosiddetto “karez”, portandola per chilometri sui campi, come avviene tuttora.  La mostra “fa entrare” nell’oasi con un pergolato che rende in modo tangibile quell’ambiente fresco e accogliente.

Queste caratteristiche veramente preziose nella terra desertica sono alla base della storia tormentata della località, presa di  mira dai popoli limitrofi e dalle tribù turche, fino alla riconquista da parte della dinastia Tang, tra il 618 e il 907 d. C.; poi tra il VII e il IX secolo ripresero gli scontri tra cinesi, tibetani e turchi per il dominio sull’oasi e la città di Turfan.  Anche i mongoli, dei quali abbiamo ricordato la forza espansionistica, dominarono su Turfan dal 1209 al 1389. Poi ci fu il dominio di piccoli stati  nei loro rapporti complessi e agitati con la dinastia cinesi dei Ming, dal 1384 al 1644, verso cui il sovrano locale Yunus Khan arrivò a dichiarare guerra, dopo il 1465,  allorché furono introdotti forti limiti all’invio di delegazioni, ma ne fu sconfitto. Seguì la dinastia dei  Qing, dal 1644 al 1912, con la quale ci avviciniamo ai giorni nostri. Oggi Turfan è una “città giardino” di mezzo milione di abitanti, meta di turisti,  per i suoi vigneti è detta  “valle dell’uva”.

Ma tornando ai traffici sulla Via della Seta, l’oasi oltre a luogo di sosta e ristoro diventava un mercato fiorente e affollato, anche con prodotti di lusso come pelli pregiate e pietre preziose.

Spiccavano le pellicce, e anche le code di animali e le piume d’uccello a scopo ornamentale, nelle cerimonie imperiali venivano usate centinaia di ventagli con penne di pavone. E c’erano i tessuti non solo di seta, ma anche di lana, presa da cammelli, yak e pecore; e cotone, che cominciò a essere prodotto a Turfan nel 700 d. C, con lino, canapa e altre fibre tessili.

Le pietre preziose venivano dall’Afghanistan e dal Vietnam, arrivavano in Cina e in Persia, spesso venivano donate dagli ambasciatori ai regnanti; tra loro i lapislazzuli, di cui anche oggi sono i maggiori fornitori, con il loro colore blu che evocava l’acqua così preziosa nel deserto.

A Turfan si produceva  soprattutto frutta, con particolare riguardo all’uva  che cominciò ad essere trasformata in vino con la dinastia di Tangn, che lo conobbe nel VII secolo espandendosi verso Occidente; prima c’erano bevande ottenute dalla fermentazione di orzo e riso.  Il primo assaggio di vino fu dell’imperatore Mu Zong, che regnò solo tre anni, tra l’821 e l’824, e definì la bevanda “principe della grande tranquillità”, fu profetico, doveva trovarla poco dopo con la morte.

Non solo piante per l’alimentazione, anche piante aromatiche, sostanze medicinali  e pigmenti a Turfan: si citano il “sale inglese” e l’incenso, precisando che vi era un confine molto sottile tra la cura del corpo e il godimento dei sensi, per cui la stessa sostanza veniva usata come farmaco o come fonte di sensazioni piacevoli indipendentemente dalla cura dei malanni.

Le sostanze di origine vegetale erano  la corteccia della cassia e le alghe marine, i semi di ricino e lo zafferano, la menta e il rabarbaro; quelle di altra origine i capelli umani e le corna di rinoceronte. C’erano poi sostanze come il “bezoario”, cibo non digerito di certi animali, usato per curare dei disturbi ma con proprietà descritte così da un medico cinese: “Rappacifica l’anima celeste e rafforza quella terrena. Libera dagli spiriti maligni e libera dal male interiore”. Le fragranze più in uso erano il legno di sandalo e la canfora, l’ambra e l’incenso, l'”agarwood” e la corteccia di storace.

Si lascia l’oasi con le sue fragranze per inoltrarsi nel deserto seguito dai monti del Tian, la meta è affascinante, addirittura la mitica Samarcanda.

Ciotola, ottone ageminato  in argento e oro, Fars (Iran), XIV sec.

La mitica Samarcanda

Si arriva a Samarcanda dopo altri 2500 chilometri, attraversando la catena del Tian e scendendo nella profonda valle di Fergana. E’ una città antichissima, con più di 2500 anni di vita, ora fa parte dell’Uzbekistan, il nome viene dall’unione della parola persiana “asmara” cioè pietra o roccia, e “quando”, città,  fu occupata da Alessandro Magno che  rimase impressionato dalla sua bellezza di capitale di una satrapia dell’impero persiano, Sogdiana,  chiamata Marakanda dai greci.

Era in una posizione strategica sulla Via della Seta, a metà strada tra Xi’an e l’allora Costantinopoli, a ovest della città c’è Baghdad. Nell’VIII secolo fu presa dagli arabi e nei due secoli successivi divenne un centro di civiltà islamica; nel Medioevo  era una metropoli che attirava i mercanti e quindi centro di  commerci, vi si produceva seta e carta di elevata qualità, oltre ai metalli.

Nel 1220  fu occupata e distrutta da Gengis Kahn, e nel 1270 subì una nuova distruzione dal sovrano mongolo Khan Baraq. Ma non finì così, al termine del XIII secolo tornò a fiorire, tanto che Marco Polo la descrisse come “una città enorme e splendida”.  A farla rinascere fu il conquistatore mussulmano Tamerlano, vissuto tra il 1336 e il 1405, fu la capitale del suo impero dall’India alla Turchia; fece costruire palazzi,  moschee e giardini, e la popolazione raggiunse 150.000 abitanti.ù

Ma con i successori, i Timuridi, ci fu la disgregazione dell’impero e la città decadde, finché cessata questa dinastia, fu annessa all’emirato di Bukhara; nel 1886, dopo essere entrata vent’anni prima nell’orbita della Russia, divenne la capitale del Turkestan, e due anni dopo dell’Uzbekistan, fino al 1930 quando le subentrò Tashkent.  La sua posizione sulla Via della Seta si riflette tuttora nella sua produzione serica  e cotoniera,  e in quella dei metalli secondo le antiche tradizioni, nonché nei prodotti alimentari dal grano al vino e al tè. Tra i metalli c’era anche oro e argento, che venivano plasmati per produrre oggetti ornamentali, anche combinandoli e decorandoli; l’argento di Samarcanda veniva usato per coniare monete dei regni arabi ne persiani, oltre che del sogdiano.

All’epoca della Via della Seta vi si trovavano tutte le merci con le quali i mercanti trafficavano sulle direttrici dei commerci che avevano come fulcro quell’itinerario, si pensi che nella zona intorno a Samarcanda ogni località aveva locande per i viaggiatori: il geografo arabo Ibn Hawqal parla di “duemila caravanserragli e locande dove chiunque arrivi può trovare cibo sufficiente per sé e foraggio per gli animali”. I  mercanti usavano tutti i mezzi, anche presentandosi come cammellieri e guide per le carovane, che erano composte di pellegrini, viaggiatori e mendicanti.  Come bestie da soma nella Via della Seta erano impiegati i cammelli, capaci di portare carichi fino a 350 chili, in grado di cibarsi di piante desertiche e di restare diversi giorni senza bere. Le abitazioni dei commercianti erano lussuose, perfino con dipinti murali all’esterno

A Samarcanda, in particolare, si sviluppò la produzione di carta: la leggenda tramanda che il segreto fu carpito alla Cina dagli islamici nel 751 dopo la vittoriosa battaglia di Talas, nell’Asia centrale, in cui furono fatti prigionieri molti artigiani cinesi.  “Di tutti i tesori che percorsero la Via della Seta nessuno fu più potente della carta”, scrivono nel Catalogo della mostra Norel, Leidy e Ross.

In effetti dalla carta alla scrittura con inchiostro il passo fu breve: fu utilizzata  subito per lettere di credito e simili in modo da non portare denaro, in documenti ufficiali e poi nella letteratura; favorì molto lo sviluppo della cultura e delle scienze. Gli islamici a lungo furono diffidenti, tanto che il Corano fu scritto su pergamena e non su carta fino al X secolo, allorché nel 971-72  fu copiato su  carta dal calligrafo Al Razi, e fu avviato un nuovo stile di scrittura, il corsivo dopo i caratteri cufici. Si fa osservare che sin dall’848 a. C. vi fossero libri completamente realizzati con la carta.

Per raggiungere Baghdad, la quarta tappa sulla Via della Seta, si attraversa il fiume Amu Darya, tra i più lunghi dell’Asia centrale, poi si costeggia il Grande deserto salato iraniano,  per passare nei valichi dei monti Zagros, fino a raggiungere le pianure irachene. L’avventura continua, racconteremo prossimamente le ultime due tappe: Baghdad, la città della sapienza,  e Istanbul,  la porta dell’Oriente.

Info

Palazzo Esposizioni, Via Nazionale 194, Roma. Martedì e mercoledì, giovedì e domenica ore 10,00-20,00, venerdì e sabato fino alle 22,30, lunedì chiuso;  accesso fino a un’ora prima della chiusura. Ingresso intero euro 10,50, ridotto 7,50, scuole 4 euro a studente, gruppi tra 10 e 25, martedì e venerdì- Con il biglietto si vedono tutte le mostre del Palazzo Esposizioni.  Tel . 06.39967500, mailto:info.pde@palaexpo.it.  Catalogo: “Via della Seta. Antichi sentieri tra Oriente e Occidente”, Palazzo Esposizioni e Codice Edizioni, ottobre 2012, pp. 296, formato 20 x 24, euro 26; dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo. Il primo articolo è uscito, in questo sito, il 19 febbraio, il terzo e ultimo uscirà il 23 febbraio 2013. con 4 immagini ciascuno. 

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante alla presentazione della mostra al Palazzo Esposizioni, e in parte dal Catalogo, si ringrazia l’Ufficio stampa del Palaexpo con gli organizzatori e i titolari dei diritti per l’opportunità offerta.  In apertura una pittura d’epoca di Cavaliere, seguono Pannello di marmo che raffigura  danzatori sogdiani e Ciotola, ottone ageminato  in argento e oro, Fars (Iran), XIV secolo; in chiusura Produzione del vetro rappresentata in un manoscritto d’epoca.

“Produzione del vetro” , in un manoscritto d’epoca

Inferno di Dante, Rodin all’Accademia di Spagna, Roberta Coni alla Galleria Russo

di Romano Maria Levante

Una grande mostra su “L’Inferno di Dante”del celebre scultore Auguste Rodin alla Real Accademia di Spagna a Roma, che espone dal 29 gennaio al 10 marzo 2013 ben 129 “disegni neri”  dell’opera grafica “album Fenaille”, definita “monumento alla bibliofilia”, stampata dalla Casa Goupil, innovatrice nelle tecniche di riproduzione e diffusione delle opere artistiche. Presentiamo anche l’opera del tutto diversa sul tema “Inferno”, di Roberta Coni, alla Galleria Russo a Roma, dal 16 novembre al 7 dicembre 2012, 25 grandi pitture con il titolo “Tentar la carne – Inferno I”.

Stampa di disegno di Auguste Rodin

L’abbinamento non vuole accostare né i due “corpus” di opere, i cui generi sono diversissimi, dalla resa spettacolare non comparabile; né gli autori, ovviamente lontanissimi nel tempo e nella caratura artistica, che nel grande Rodin è incommensurabile. Intendiamo solo far seguire all’interpretazione di fine ‘800 di Auguste Rodin, che si dedicò per decenni al tema dell’Inferno dantesco, quella attuale della pittrice Roberta Comi che si è accostata al I canto con ammirevole slancio e costanza.

I disegni del grande Auguste Rodin

Le stampe dei disegni sono chiamate “album Fenaille”, dal nome del mecenate, oppure “album Goupil” dal nome dell’editore, la Casa Goupil fondata nel 1850 a Parigi da Adolphe Goupil, che si estese in Europa con sedi a Londra e Berlino, Bruxelles e Vienna, in America a New York e anche in Australia. Ora la “Collezione Goupil” – cioè le opere grafiche prodotte dalla casa – si trova nel Museo d’Aquitaine di Bordaux, al quale si deve la mostra.

Rodin realizzò i suoi disegni nel 1897, mentre era impegnato nella famosa opera scultorea ” Le Porte dell’Inferno”, alla quale lavorò senza concluderla tra il 1880 e il 1917, anno della morte; le vicissitudini della committenza – prima per le porte del Museo delle Arti Decorative, poi trasferita alle porte del Louvre quando tale museo non venne più realizzato e sembrava volessero insediarlo nella grande sede parigina, infine annullata – non dissuasero l’autore, che si impegnò per decenni  realizzando una vasta serie di singole sculture riunite in composizioni. Il calco in gesso fu esposto in una mostra francese dell’epoca, e solo dopo la sua morte ci furono alcune fusioni in bronzo.

Questo per l’opera scultorea, mentre i disegni furono regolarmente stampati e l’album che li raccoglieva divenne celebre. Le prove di stampa, “Bon a tirer” – cioè i suoi “Visto si stampi” – hanno il pregio aggiuntivo di recare le preziose annotazioni correttive per migliorarne la resa, apportate dall’artista che seguì personalmente la stampa. Il procedimento seguito era della “fotoincisione”, creato dal direttore artistico della stessa casa Goupil, impressa ad incavo su fogli di rame, il colore veniva dato “a tampone” con diversi inchiostri sulle singole tavole.

I disegni hanno la stessa ispirazione delle sculture sul tema, l’Inferno dantesco, ma vennero concepiti in assoluta autonomia, non sono studi preliminari; e come nei disegni di Michelangelo, le forme impresse hanno una plasticità scultorea impressionante.

La spiegazione si trova nelle parole di Octave Mirbeau, lo scrittore e critico morto nel 1917, pochi mesi prima di Rodin al quale dedicò l’appassionato omaggio da cui le abbiamo tratte: “Basterebbero questi disegni per la gloria di un artista, perché hanno tutto ciò che costituisce la  bellezza: l’invenzione e la forma. Eppure, la maggior parte sono soltanto il germe dell’opera futura, e il sogno dell’opera futura, che la mano riporta sulla carta, con la punta di una matita o di una penna, prima di fissarli nella materia dura dove s’incarneranno, rendendoli immortali”. E ancora più direttamente: “Con questi disegni, assistiamo giorno dopo giorno e per così dire, disegno dopo disegno, alla creazione di questi innumerevoli poemi che compongono la Porta dell’inferno”. Non si poteva esprimere meglio il rapporto tra disegno e scultura, tra ispirazione ed espressione artistica. 

Stampa di disegno di Auguste Rodin

Le 129 stampe esposte sono divise in tre gruppi: 82 sull’Inferno, 31 sul Limbo, e 16 su soggetti biblici e su opere di Michelangelo; alcune vengono collegate ad opere su temi analoghi di Goya e Rembrandt, come ai disegni di Victor Hugo, che Rodin conosceva dalla mostra di Parigi del 1888.

Nei cosiddetti “disegni neri” l’inchiostro è usato con abbondanza e intensità, per raffigurare una vasta serie di personaggi della cantica dantesca, con particolare attenzione per le furie, gli spettri, i demoni. Dell’Inferno ricordiamo la Barca di Caronte e Cerbero, Minosse e Maometto, Paolo e Francesca, il Conte Ugolino in più disegni, gli Eretici e i Gruppi di condannati; del Limbo Dante e Virgilio oltre a molti disegni di Bambini e di Anime in attesa; dei temi mitologici il Centauro che rapisce due donne, Castore e Polluce, Icaro e Fetonte, è ritratto anche Michelangelo.

Le prove di stampa dei disegni sono nette, di piccole dimensioni; riflettono inquietudini e speranze, passioni e sensualità, senso della vita e paura della morte nella visione di un sommo artista che, sempre nelle parole di Mirbeau, si esprime “meglio di un poeta, meglio che con le parole, con le forme. Con lui nasce uno stile, è stato il grande riformatore della statuaria che gli deve un certo modellato, un movimento, una passione, e cioè una comunione più intima dell’arte con la natura o, se preferiamo, con l’amore umano che possiede la natura in modo più completo, più virile”.

Proprio questo esprimono i suoi disegni, forme scultoree ispessite dal segno forte e dall’uso di un inchiostro pesante e invasivo, ma raffinato nelle linee, sono “un’opera gloriosa e rara e nel contempo toccante”.

E’ come una mostra teatrale – aggiungiamo noi – bozzetti di scenografie espressivi e coinvolgenti.

Stampa di disegno di Auguste Rodin


I dipinti di Roberta Coni

Nessun contemporaneo  si potrebbe accostare a un artista che lo stesso Mirbeau definisce “la più alta coscienza e la gloria più pura dei nostri tempi”, motivando così il suo giudizio: “L’anima, che dall’antico Egitto e dalla Grecia può attraversare i secoli per fecondarli, la ritrovo in lui, in tutta la giovinezza della sua eternità”. Perciò quello con Roberta Conti è un accostamento riferito essenzialmente al tema dantesco e all’impegno appassionato, esulando ogni parallelo artistico improponibile per quanto si è detto. Anche l’approccio all’opera è diverso e ne parleremo presto.

Prima, però, qualche notizia sulla pittrice, diplomata in pittura all’Accademia delle Belle Arti di Roma nel 1999, con un cursus honorum fitto di mostre personali e collettive e di riconoscimenti.  La sua ricerca pittorica – scrive Beatrice Buscaroli – è un’introspezione “raccontandosi nel profondo, mettendo a nudo le sue debolezze e le sue ossessioni, dichiarandosi allo specchio senza alcun filtro, senza alcuna protezione”. Lo abbiamo visto in altre sue opere dal 2009 al 2012, l’Autoritratto e intensi volti soprattutto femminili e di altre etnie, come La Vergine di ferro e Ragazza indiana con corona tradizionale, Ragazza dello Sri Lanka e la serie dedicata a Osas,un trittico e più di 20 ritratti alla ragazza con turbante. C’è tanta Intensità e introspezione.

Con le pitture sull’Inferno dantesco si ha un salto di qualità, ben più dell’apertura di un’altra pagina. Lei stessa ci ha detto di persona che intende continuare su questa strada, esplorando i singoli canti della Commedia, come ha fatto per il I Canto cui era dedicata la mostra. Alla Galleria Russo veniva distribuito ai visitatori un foglio recante le 45 terzine del canto , con i 136 versi complessivi.

I titoli delle singole pitture rimandano ai rispettivi versi, si va dai 7 dipinti  della serie Le disperate strida ai 3 con La perduta gente eai 2 di La seconda morte ciascun grida; dai dittici di La lonza, La lupa, Il leone alle opere singole, La caduta e Le genti dolorose, Eran dannati i peccator carnali e Le fangose genti, Le segrete cose e Dentro le segrete cose, fino al più tragico, La belletta negra.

Dipinto di Roberta Comi

Tutte le pitture esprimono una intensa carnalità, nella forma e nel colore, accentuata dalle grandi dimensioni, alcune anche lunghe 3 metri; i dittici sono 2 metri per 2 con figure corpose che nella “Lupa” diventano aggressive, in “Le tre fiere”, 2 metri per 1,40,  visi allucinati; nelle altre, in varie misure, masse di corpi avvinghiati o travolti dal turbine infernale con evidenti i  visi disperati.

L’osservatore ha la sensazione, nelle parole della Buscaroli, di essere “risucchiato all’interno della scena dipinta in tutte le sue sfumature, in tutta la sua forza evocatrice”. E più in particolare: “Le urla, gli stridii, gli arti contratti, le proporzioni enfiate come in scolpiti ruderi trecenteschi, le smorfie, i ghigni, le costole, il sangue, il sangue, il sangue”; e ancora: “Gorghi tondi di forme attorte e contratte, ritagliate spesso in forme tonde da anamorfosi allucinate , senz’aria e senza speranza”.

E’ una perfetta riproduzione a parole delle immagini dipinte, che la Buscaroli legge al femminile, ma che incarnano l’umanità senza distinzioni di genere: questa è stata la nostra sensazione.

Del resto l’artista interpreta la sua opera come “un viaggio di speranza e riaffermazione dell’umano e del divino”, rivolto all’oggi e al domani, allorché si ripropongono con forza crescente le paure per le incertezze e le precarietà del futuro, e con esse gli interrogativi sul “bene e il male, il giusto e l’ingiusto, la salvezza e la dannazione”. 

Commenta così la Buscaroli: “Quella che interessa l’artista è l’‘alta speranza’, il messaggio salvifico insito nel racconto della pittura e nella sua possibilità evocatrice, all’interno di una presa di coscienza della reale portata della pittura, in grado di accompagnare e redimere”. Mentre la poesia è stata vista come eternatrice, qui la pittura diventa un mezzo di conforto e salvezza. Tanto più se riferita alla Divina Commedia di Dante , che dopo l’Inferno ha il Purgatorio e il Paradiso.

Dipinto di Roberta Comi


Info

La mostra di Auguste Rodin è aperta fino al 4 marzo 2013 presso la Reale Accademia di Spagna al Gianicolo, piazza San Pietro in Montorio 3, tutti i giorni tranne il martedì dalle ore 10,30 alle 19,30,  ingresso gratuito. Tel. 06.5812806. Per la mostra di Roberta Coni, che si è chiusa il 7 dicembre 2012 alla Galleria Russo di Roma, via Alibert 20, il Catalogo: Roberta Coni, Tentar la carne, a cura di Beatrice Buscaroli, ottobre 2012, Palombi Editori, pp. 80, formato 22 x 22.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante, per la mostra di Rodin alla Reale Accademia di Spagna il giorno dell’inaugurazione; per la mostra della Coni alla Galleria Russo il giorno della chiusura. Si ringraziano gli organizzatori e i titolari dei diritti delle due mostre per l’opportunità offerta.

Dipinto di Roberta Comi
 

Via della Seta, 1. L’Oriente di Marco Polo, al Palazzo Esposizioni

di Romano Maria Levante

Al Palazzo Esposizioni, a Roma, dal 27 ottobre 2012 al 10 marzo 2013 la mostra “La Via della Seta. Antichi sentieri tra Oriente ed Occidente” espone oltre 150 documenti e reperti, oggetti e prodotti sui traffici che fiorirono su un itinerario di migliaia di chilometri  con meta la Cina sviluppando i commerci ma anche la comunicazione tra tradizioni e tecniche, etnie e civiltà. Genova e Venezia sono le città italiane protagoniste, la mostra ne documenta il ruolo  e l’importanza.  In collaborazione con la Fondazione Roma Arte Musei, con Codice. Idee per la Cultura, e Civita.  

La prima galleria della mostra

Nella vasta rotonda intorno alla quale si aprono le 7 gallerie corrispondenti alle sezioni della mostra si è accolti dalle sagome imponenti di tre cammelli, poi si entra nell’atmosfera della Via della Seta a poco  a poco, iniziando con le prove  documentali e visive  fino ai prodotti dell’artigianato e dell’arte. Il tutto con la conoscenza delle principali località in cui lo sviluppo dei commerci ha accompagnato la crescita economica e gli scambi culturali: sono Xian e Turfan, Samarcando e Bagdhad,  fino a Istanbul. I nomi delle località evocano un mondo in cui è affascinante immergersi.

Ma prima la mostra ci fa conoscere la Via della Seta, nome con cui si identifica l’insieme di itinerari che attraversavano l’Asia e in particolare la Cina, verso l’Europa, non era quindi una strada, ma un percorso su cui transitavano viaggiatori e mercanti, e tra i primi i missionari, e con loro non solo merci e prodotti, ma anche conoscenze e credi religiosi. 

Questo avveniva in terre spesso tormentate da conflitti mentre dominavano l’Oriente e l’Occidente tra grandi imperi, gli Han in Cina, l’impero  Kusana in Afghanistan e l’impero romano; il periodo di massimo fulgore è stato sotto la dinastia cinese dei Tang, tra il 600 e il 900 d.C..

La Via della Seta

Innumerevoli le storie che si intrecciano nel periodo in cui comincia a prendere corpo la Via della Seta, e diversi i motivi che portarono ad andare sempre più avanti, inizialmente più  strategici e militari che commerciali e culturali; già prima della dinastia degli Han, tra il 206 a.C. e il  220 d. C., si cominciò a costruire la Muraglia cinese a scopi difensivi, mentre ci si spingeva verso ovest per fare nuove alleanze.  Gli emissari mandati  in avanscoperta riferivano sui mondi che avevano incontrato suscitando l’interesse a conoscerli direttamente, precursore fu il primo di loro, Zhang Qian considerato il “padre” della Via della Seta, il cui primo ritorno nella capitale cinese, Xi’an, avvenne nel 125 a. C.. Ma già prima di questa epoca remota piccole quantità di merce dall’Oriente raggiunsero le terre occidentali, portate da viaggiatori solitari e coraggiosi. Le terre attraversate erano inquiete e tormentate, non solo per i conflitti, ma anche per l’inaridirsi delle fonti d’acqua che costringevano le popolazioni a spostarsi abbandonando gli insediamenti.

Viene fatto rilevare che anche quando le merci si spostavano dall’Oriente all’Occidente non venivano portate direttamente a destinazione ma passavano di mano in mano, previo pagamento di dazi e provvigioni, spesso affidate alle tribù nomadi che si spostavano facilmente; nelle soste che avvenivano nelle locande e nei “caravanserragli” c’era anche lo scambio di notizie. Erano i missionari a percorrere l’intero itinerario, quindi le loro relazioni sono state una fonte preziosa.

Il nome della via, coniato nel 1877 da un barone esploratore tedesco, si riferisce al prodotto più appariscente che veniva dall’oriente. I romani lo conoscevano  dal I secolo a. C., avendolo trovato presso i Parti; ma non erano questi a produrlo bensì popoli molto più a Oriente, che i romani chiamarono “seres”, di qui il nome rimasto fino ad oggi.  Erano gli intermediari, oltre ai missionari, a rendere possibile il traffico verso Occidente  oltre alla seta, di pellicce e ceramiche , giade e legni laccati; e verso Oriente di oro e avorio, pietre preziose e vetro.

Le difficoltà di spostarsi in zone desertiche o montuose e impervie portavano a irradiarsi in un ampio ventaglio di percorsi, per cui il termine Via della Seta va considerato in senso lato, come una direttrice di marcia su migliaia di chilometri. Anche nelle oasi si potevano trovare temperature da 40 sotto zero d’inverno a 50 gradi all’ombra d’estate, con tanta polvere e pochissima acqua.

Quando i traffici si svilupparono,  la Via della Seta fu infestata dai banditi che depredavano  le carovane,  costrette ad avere scorte armate, pertanto sorsero lungo l’itinerario postazioni difensive.  Lungo il tragitto nacquero templi religiosi, soprattutto buddhisti, ma anche il cristianesimo, nella dottrina nestoriana,  e il manicheismo furono portati da missionari e viaggiatori; la prima chiesa nestoriana fu costruita nella capitale Xi’an nel 638.

Sotto la dinastia Tang vi fu un periodo di pace in Cina che, dopo secoli di guerre e occupazioni, favorì lo sviluppo:  la capitale raggiunse 2 milioni di abitanti  nel 740 con molti immigrati persiani e indiani, giapponesi e coreani, nell’integrazione tra culture e tradizioni diverse. Lo stesso avvenne per i popoli dei paesi attraversati dalla Via della Seta che non dovendo più combattere potettero comunicare. Terminata questa dinastia ripresero i conflitti con gli stati confinanti, nell’epoca delle Cinque Dinastie, tra il 900 e il 960, e il traffico sulla via della Seta diminuì, sia per i pericoli di attacchi, sia per lo sviluppo dei collegamenti marittimi più sicuri per le merci, soprattutto quelle fragili e deperibili. Anche gli scontri di matrice religiosa contribuirono a questo decadimento, le Crociate fecero scontrare i Cristiani e i Mussulmani fino alla conquista da parte dei primi di Gerusalemme con la Quinta Crociata nel 1202-04.

I conquistatori mongoli  e la “pax mongolica”

A questo punto entrano in scena i mongoli che con Gengis Khan invasero la Via della Seta dalla Cina al’Asia centrale fino al Mediterraneo; l’impero mongolo si estese anche dopo la morte di Khan fino a comprendere interamente la Cina con la dinastia Yuan, protrattasi per un secolo dal 1270 al 1370. Con i mongoli la Via della Seta riprese la sua funzione di collegamento  e integrazione di culture e religioni, per la tolleranza verso le diverse fedi, con la convivenza di taoismo e buddhismo, cristianesimo romano e nestoriano, ebraismo e islamismo. 

E’ il momento di Marco Polo, vissuto dal 1254 al 1324, che percorse la Via della Seta già con il padre a 17 anni fino alla corte di Kublai Khan, il discendente illuminato di Gengis Khan; tornò in Occidente nel 1295 e scrisse “Il Milione”, con la descrizione pittoresca dei luoghi visitati, degli usi e costumi dei popoli conosciuti.

La Via della Seta non torna agli splendori della dinastia Tang con lo sviluppo del trasporto marittimo rivelatosi più vantaggioso per determinate merci nelle rotte più lunghe. Il traffico addirittura si interrompe  con la dinastia Han che ostacolava il commercio con l’Occidente, al punto che scomparvero anche gli abitati sorti lungo il percorso, e rimasero le oasi per i viaggiatori isolati.

Tornò l’interesse alla fine del XIX secolo, nell’ottica coloniale rivolta soprattutto all’India da parte degli inglesi e soprattutto sotto il profilo storico e culturale: ai commercianti si sostituiscono archeologi, geografi e cartografi. Dopo l’esplorazione della Via della Seta da parte del cartografo svedese Sven Hedin, nel 1885, che attraversò la catena del Pamir  fino a Kashgar e giunse a Taklimakan, fu una gara di archeologi di ogni paese per recuperare e asportare gli antichi reperti.  Finché la Cina nel 1925 per ostilità verso gli stranieri bloccò le uscite di reperti archeologici.

Oggi la Via della Seta è meta di iniziative turistiche “sulle tracce di Marco Polo”,  mentre i cinesi hanno ripreso le campagne archeologiche portando alla luce reperti ben conservati.  Resta una direttrice di grande valore storico e culturale per l’incontro di civiltà che si è avuto su basi commerciali e religiose e per quanto ha lasciato nelle tradizioni e nell’arte: Lo vediamo nei reperti esposti nella mostra che fanno viaggiare nel tempo e nello spazio sulle tracce delle antiche civiltà.

“Marco Polo, Il Milione”, manoscritto del XIV sec.

Oriente e Occidente uniti dalla Via della Seta

In questo quadro, di grande interesse per noi sono i rapporti tra Oriente ed Occidente, e in particolare il ruolo che hanno avuto gli itinerari della Via della Seta sulla nostra civiltà, attraverso la comunicazione di saperi, tecniche e conoscenze, in un rapporto di arricchimento reciproco. 

Viene attribuito un ruolo fondamentale all’azione dei mongoli, inizialmente improntata a guerre di conquista particolarmente feroci che portarono al più grande impero nella storia dell’umanità; ma poi la loro apertura alle religioni e alle scienze, alle tecniche e alle arti, nell’epoca della “pax mongolica”, tra il XIII e il XIV secolo, diede luogo a un’era molto fruttuosa di scambi di conoscenze oltre che di prodotti, tra le varie aree del continente euroasiatico, compresa l’Italia.

I contatti cominciarono con i frati ei predicatori, poi dopo il Concilio di Lione del 1245 furono mandate delegazioni papali agli eserciti mongoli, per scongiurarne le scorrerie sanguinose e per avere maggiori notizie su questo popolo. Nello stesso tempo si ponevano le basi per l’evangelizzazione al punto che Montecorvino, un legato papale a Tabriz, nel 1294 costituì una comunità cristiana nella capitale, l’odierna Pechino, costruendovi anche una chiesa. Seguì l’istituzione di vescovi nella Cina, la cui cura pastorale fu affidata ai frati francescani, mentre ai domenicani quella dei territori occidentali, l’ikhanato e l’orda d’oro. 

La penetrazione religiosa proseguì con fasi alterne: nel 1318 un altro francescano, Odorico da Pordenone, partito da Venezia, in 12 anni arrivò a Pechino e nel nord e sud della Cina, in India , Tibet e Asia centrale, ma fece pochi proseliti; mentre dopo la morte di Montecorvino, nel 1328,  il popolo degli Alani chiese di avere un nuovo vescovo, però la comunità locale non si sviluppò.

I mercanti italiani, da Genova e Venezia, si aggiunsero ai religiosi, dalla metà del 1200 per tutto il 1300, con Marco Polo il più famoso, alimentando i traffici sulla Via della Seta e sviluppando  le vie di commercio marittime, utilizzando la bussola, le carte nautiche e i portolani.  La “pax mongolica” favorì gli uomini d’affari genovesi e veneziani, e in parte anche da Pisa, alla ricerca di prodotti esotici e di lusso da Cina, India e Persia per scambiarli con i propri prodotti.

Questa intensa attività commerciale portò anche allo scambio di tecniche e conoscenze, quindi ad una crescita culturale. Ma fu temporanea, perché la Via della Seta era destinata a richiudersi alla fine della dinastia Yuan e con l’instaurarsi della dinastia Ming, nel 1368: con la fine della “pax mongolica” l’ostilità verso gli europei coinvolse mercanti e missionari, e portò all’espulsione dei cristiani presenti in Cina, compromettendo scambi commerciali ed evangelizzazione dell’Asia. 

Ma non furono cancellate le acquisizioni derivate dalla lunga epoca di scambi e contatti, e dalle relazioni scritte di missionari e mercanti, rimaste a testimonianza di un mondo di enorme fascino perché ha fatto scoprire usi e tradizioni, costumi e civiltà tanto diverse quanto ricche di elementi di valore che sono stati assorbiti contribuendo all’avanzamento della nostra cultura.

Pratica di mercatura’ di Francesco Balducci Pegolotti”, XV sec., frontespizio

Veneziani e Genovesi sulla Via della Seta

I nomi dei mercanti veneziani e genovesi sono legati a storie affascinanti, nella mostra sono esposti documenti dell’epoca, pergamene, cartigli e altri scritti che ne fanno rivivere lepoca. Il primo con cui si fa la conoscenza è Pietro Viglioni, in un testamento a Tabriz del 1263, è il primo documento sulla presenza di mercanti italiani sulla Via della Seta, negli anni in cui Marco Polo compie il primo viaggio con il padre alla corte di Khubilai Khan a Pechino. E’ significativo che Venezia e Genova entrarono in contrasto e si ostacolarono nella ricerca del dominio commerciale.  

Un altro personaggio che si incontra nelle testimonianze sulla Via della Seta è il nobile veneziano Giovanni Loredan: nel 1338, superando la contrarietà dei familiari e i tanti ostacoli, dopo un viaggio in Cina, parte per l’India con altri cinque nobili della sua città, raggiunge l’Afghanistan tra vicissitudini inenarrabili, e muore per malattia.  Così altri viaggiatori, tra cui i fratelli genovesi Ugolino e Vadino Vivaldi,  scomparsi in mare e diventati una leggenda per la loro fine misteriosa; seguì il loro esempio un altro membro della famiglia, Benedetto Vivaldi, partito nel 1315 e morto anche lui nel viaggio in Oriente. C’è anche una donna italiana in queste storie, Caterina del fu Domenico de Bonis, la prima di cui si ha notizia in Oriente, muore nel 1342. I genovesi sono maggiormente attivi in Cina, molto più dei veneziani, a parte Marco Polo; tra i veneziani andò in Cina, e ne tornò, Franceschino Loredan, rampollo del personaggio che abbiamo già incontrato.

Nei documenti disponibili su questi viaggi, che la mostra esibisce, sono indicate anche le merci che venivano portate in Oriente, nel testamento di Viglione su pergamena, del 1263, ce n’è un elenco, corredato dal prezzo e dal mittente: notiamo i cristalli di roccia e le pietre dure, le perle e i diaspri, tavole da gioco e cammei, coppe e candelieri; con gli oggetti preziosi in argento anche pelli di castoro  e zucchero, telerie lombarde e tedesche, forse di lino, e tessuti di lana, ricercati in Oriente.

Si vendevano i tessuti lungo il tragitto e in Cina l’argento si scambiava con la moneta per fare gli acquisti e non i baratti. Naturalmente l’acquisto obbligato era la seta, grezza o i filati, inoltre c’erano le spezie per uso alimentare, considerando che avevano anche poteri curativi.  Ci sono il testamento di Maffeo (Matteo) Polo del 1310, e il testamento di Marco Polo, del 1324, entrambi su pergamena. Di Marco Polo è esposto anche il manoscritto cartaceo di “Il Milione”, oltre a un incunabolo rilegato in pergamena del 1496. Altri documenti la “pratica di mercatura” di Francesco Pegolotti, un manoscritto del XV secolo cartaceo, e delle carte del Codice Cocarelli, stessa epoca.

Sui rapporti tra l’Italia  e l’Oriente sono esposte opere d’arte e articoli ecclesiastici dove si trovano spunti orientali: così le Madonne a tempera su fondo oro di Paolo Veneziano, Taddeo Gaddi, Jacopo di Cione, fra il 1335 e il 1365; la Mitria del vescovo Oddone da Colonna, il manto di San Secondo e i calzari in panno tartarico  e diaspro di Benedetto XI della fine del secolo XIV;  è esposto anche un paliotto d’altare in velluto con il motivo dei “camini” della metà del secolo XV.

Spettacolari alcuni grandi tessuti e teli, insieme ai quali è presentato un vasto assortimento di frammenti di tessuti con motivi ornamentali diversi sempre di foggia e ispirazione orientale.

Dopo questo primo contatto che ci ha fatto ambientare nella Via della Seta, la visita alla mostra continua, in un viaggio attraverso le celebri località di Xi’an, l’antica capitale e la grande oasi di Turfan, la mitica Samarcanda e Baghdad città della sapienza fino a Istanbul, la porta dell’Oriente. Racconteremo prossimamente le scoperte fatte e le emozioni provate in tale affascinante percorso. 

Info

Palazzo Esposizioni, Via Nazionale 194, Roma. Martedì e mercoledì, giovedì e domenica ore 10,00-20,00, venerdì e sabato fino alle 22,30, lunedì chiuso;  accesso fino a un’ora prima della chiusura. Ingresso intero euro 10,50, ridotto 7,50, scuole 4 euro a studente, gruppi tra 10 e 25, martedì e venerdì; con il biglietto si visitano tutte le mostre del Palazzo Esposizioni.  Tel . 06.39967500, mailto:info.pde@palaexpo.it.  Catalogo: “Via della Seta. Antichi sentieri tra Oriente e Occidente”, Palazzo Esposizioni e Codice Edizioni, ottobre 2012, pp. 296, formato 20 x 24, euro 26; dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo. I due articoli successivi sulla mostrra usciranno, in questo sito, il 21 e 23 febbraio 2013.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante alla presentazione della mostra al Palazzo Esposizioni, e in parte dal Catalogo, si ringrazia l’Ufficio stampa del Palaexpo con gli organizzatori e i titolari dei diritti per l’opportunità offerta.  In apertura uno scorcio della prima galleria della mostra; seguono ” Marco Polo, Il Milione”, manoscritto del XIV secolo, e il frontespizio della “Pratica di mercatura’ di Francesco Balducci Pegolotti”, XV secolo; in chiusura, l’immagine delle  sagome di tre cammelli bardati, a grandezza naturale, che accolgono i visitatori all’ingresso della mostra.

 Le sagome di tre cammelli bardati, a grandezza naturale, all’ingresso della mostra

Mario Praz, Primoli e Gendel con 17 foto, al Museo Praz

di Romano Maria Levante

A cura della Galleria Nazionale d’Arte Moderna la mostra di 17 scatti fotografici di Milton Gendel, dal23 novembre 2012 al 24 marzo 2013, nellacasa-museo di Mario Praz a Palazzo Primoli a Roma. Un appuntamento del destino ne è alla base: il fotografo vi si è trasferito nel 2011, e ha donato l’Archivio alla Fondazione Primoli, Mario Praz vi era andato nel 1968  donando alla Fondazione la Biblioteca. La selezione fra le innumerevoli foto disponibili,è  accompagnata da lettere, articoli ed altre testimonianze di un’epoca e di uno studioso. La mostra e il Catalogo edito da Peliti Associati sono stati curati da Barbara Drudi e Patrizia Rosazza-Ferraris.

Gendel, “Ritratto di Mario Praz!, Roma, Palazzo Primoli, casa Praz, 17 febbraio 1983, l’ultimo

Mario Praz e Giuseppe Primoli sono i “padroni di casa” virtuali, protagonisti di quella sorta di set teatrale di alta qualità intellettuale che è la residenza i cui “visitors” sono stati ripresi dall’obiettivo di Milton Gendel, l’altro protagonista di una sorta di podio d’eccellenza creato dalle circostanze.

Su questo set sono sfilati personaggi che hanno firmato il celebre “visitors book”, un piccolo volume con il titolo in oro su fondo colorato, azzurro dal 1949 al 1953, rosso dal 1954 al 1965, verde dal 1965 al 1982: sono tre album successivi fino al 17 febbraio 1982, quando il terzo si chiude con la firma di Milton Gendel, che scattò l’ultima fotografia a Mario Praz, il quale si spegnerà poco più di un mese dopo, il 23 marzo. Il “visitors book” dai bordi dorati fu acquistato in Inghilterra e rientrava nell’abitudine delle dimore inglesi adottata da un anglicista come Praz.

La mostra con le 17 fotografie– il numero celebra il giorno dell’ultima firma con l’ultimo scatto di Gendel a Praz, ci siamo associati pubblicando il 17 febbraio, nel 31°anniversario – si svolge nella storica residenza in cui la storia culturale e umana dei protagonisti è connaturata all’edificio e ai suoi arredi che fanno da cornice alle dotazioni d’epoca, in primo luogo la Biblioteca e l’Archivio.

Sono le fonti a cui si è attinto per l’esposizione di lettere, minute e dediche, biglietti da visita e cartoline, con altra documentazione di vario tipo, come libri e recensioni giornalistiche, selezionata tra quella relativa ai personaggi fotografati, in modo da far emergere il loro rapporto con Mario Praz, autore di scritti riguardanti proprio loro opportunamente presentati in mostra.

I protagonisti, Praz e Gendel con Giuseppe Primoli

L’edificio dov’è il Museo Mario Praz che ospita la mostra non ha un ruolo secondario, perché riconduce al conte Giuseppe Primoli, nato nel 1850, creatore della preziosa Biblioteca in cui, nelle parole di Pietro Paolo Trompeo, c’è il “sacrario stendhaliano”, con edizioni originali recanti autografi dell’autore di “Il rosso e nero” per annotazioni e correzioni e con libri di altri autori con postille di Stendhal; inoltre c’è un’ampia presenza di libri sul primo e secondo impero di Napoleone, nel suo palazzo al lungotevere oltre alla Fondazione Primoli c’è il Museo Napoleonico.

Giuseppe Primoli – a lungo in Francia dove si formò da adolescente e divenne frequentatore di circoli letterari – ebbe rapporti di amicizia con i più celebri scrittori francesi dell’epoca, come Thèofile Gautier e Dumas figlio, Flaubert e Anatole France, Daudet e Zola, Maupassant e i Goncourt, Bourget e Valery; e italiani come De Amicis e Matilde Serao, Fogazzaro e Verga, fino a Gabriele d’Annunzio, che lo chiamava “delizioso e adorabile amico”, “ottimo Italiano e Romano” e “custode di tesori occulti”. Lo esortava a istituire nella residenza un’accademia come quella dei Goncourt, fino a definirsi “futuro Academico dell’Academia dell’Orso”, la via adiacente, e “Academico della Primola”; l’accademia non nacque, ma la Fondazione Primoli con il Museo Napoleonico sì.

La Fondazione, Ente morale nel 1928, ha lo scopo di “promuovere relazioni di cultura letteraria fra l’Italia e la Francia, con speciale riguardo agli studi moderni”, dall’inizio fu proiettata verso il futuro; nel 1957 aveva”circa ventottomila volumi, tra cui cinquanta incunaboli, centocinquanta elzeviri, libri con dedica autografa e una bella collezione di rilegature romantiche”. Lo scrisse Trompeo, che descriveva così Giuseppe Primoli: “Eminenza grigia di un cenacolo letterario che accademia ufficialmente non nera e che per parecchi decenni visse di una sua vita sempre fedele all’impronta datagli da chi ne era stato l’iniziatore, ma rinnovantesi via via secondo lo svolgersi della letteratura in Italia e in Francia, letterato e scrittore, sia pure occasionalmente, non poteva non essere egli stesso. Lo stile del conte Primoli rende bene il colore di un’età e di una società”. 

Non si può apprezzare appieno il set della cultura che costituisce il fondale teatrale della mostra senza immedesimarsi in questo stile, come premessa alla conoscenza di Mario Praz.

Praz è stato un intellettuale e uomo di cultura, critico d’arte e studioso di letteratura di vari paesi, oltre all’Italia, in particolare Francia e Spagna, Germania e Russia, ma soprattutto Inghilterra. Vi si recò nel 1923, dopo aver avuto nel 1920, a 24 anni, la rubrica “Letters from Italy” su un periodico inglese; gli fu dato subito un incarico all’Università fino al 1931 quando pubblicherà saggi sulla letteratura inglese, apprezzati tra gli altri da T. S. Eliot, con cui ebbe intensi rapporti; nel 1932 divenne docente di letteratura italiana a Manchester. Era stato pubblicato nel 1930 “La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica”, criticato in Italia ma apprezzato nella traduzione del 1933 in Inghilterra e Usa, un testo veramente suggestivo per forma e contenuto.

Tornò in Italia nel 1934 e fino al 1966 insegnò lingua e letteratura inglese all’Università, e istituì la prima scuola di anglistica in Italia; pubblicò nello stesso 1934 gli “Studi sul concettismo”, e nel 1936 la “Storia della letteratura inglese”, che aggiornò nel 1960 e nel 1979. Il suo impegno culturale lo portò a fondare nel 1949 la rivista “English Miscellany. A Symposium of History, Literature and the Arts”, poi dal 1952 veniva chiamato per conferenze nelle università degli USA. Ebbe la passione per il collezionismo di antiquariato che coltivò con assiduità e costanza, ed ereditò una parte dei mobili stile impero del patrigno. Scrisse il racconto autobiografico “La casa della vita” nel quale descriveva il “cimitero di memorie” costituito dagli arredi e dagli oggetti della sua abitazione in via Giulia che trasferì, con la fornitissima biblioteca, a Palazzo Primoli dove spostò la sua residenza, come inquilino della Fondazione. Cessato l’insegnamento, si ritirò nella sua casa-museo ispirando la figura del protagonista del “Gruppo di famiglia in un interno” di Luchino Visconti, cosa che sembra non gradisse; non viveva da isolato, ma continuavano i contatti per gli studi.

Dopo la sua morte, nel 1986 lo Stato acquistò il tutto dagli eredi e dopo il restauro e la sistemazione da parte della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, ne fece il Museo Mario Praz al 3° piano del Palazzo Primoli, dov’era l’abitazione conservata con tutti i libri, le suppellettili, gli oggetti.

La sua casa divenuta museo sale dunque alla ribalta, e così i suoi visitatori, i “visitors” del nostro protagonista legato all’Inghilterra come l’altro personaggio, Giuseppe Primoli, era legato alla Francia: entrambi tramiti attivi delle rispettive culture letterarie poi celebrate nello stesso edificio.

Il destino fa incontrare l’anglicista Praz con il fotografo americano Milton Gendel nella residenza dell’ambasciatore britannico a Roma Ashley Clark, a Villa Wolkonsky, nel 1958: una sede ottocentesca come piaceva a Praz, ma che univa classicismo a modernità, come piaceva a Gendel. Insieme fecero parte del Byron Committee per la collocazione della statua del poeta romantico inglese a Villa Borghese; decisero di abbinarle una borsa di studio per una giovane poetessa.

Gendel –  con cui abbiamo parlato all’inaugurazione della mostra dei suoi scatti e ci ha autografato il Catalogo – è una persona colta, scrittore e fotografo, di vent’anni più giovane di Praz, essendo del 1918 mentre Praz era del 1896. I suoi interessi culturali vanno dall’antichità all’arte contemporanea, come si vede nei saggi che ha scritto per “Art News”, in particolare sull’arte astratta.

Dall’arte è passato alla fotografia naturalmente, seguendo il percorso che portò a far inserire effetti pittorici dai fotografi definiti per questo pittorialisti. Il nostro sembra appartenere alla “straight photography”, la fotografia documentaria alla Cartier Bresson attenta ai dettagli, ma il suo occhio è rivolto a taluni effetti pittorici e richiami all’arte; anche con il ricorso all’ironia.

Il suo modello di vita dinamico, tra continui cambiamenti, è molto diverso da quello di Praz, che dopo il soggiorno londinese si stabilì a Roma cambiando abitazione solo una volta mentre Gendel è stato nomade anche in questo. In comune la passione per le residenze storiche, oltre all’approdo a Palazzo Primoli, per Praz avvenuto nel lontano 1969, per il fotografo americano solo nel 2011, dopo altri luoghi prestigiosi: vi andò da Villa Doria-Pamphili, prima era stato a palazzo Costaguti in piazza Mattei, prima ancora in Palazzo Pierloni Caetani all’Isola Tiberina; a New York aveva avuto l’abitazione a Washington Square, in una tipica casa inglese in mattoni rossi del 1835.

Milton Gendel, “Mario Praz con Margaret d’Inghilterra” , Roma, Palazzo Primoli, casa Praz, 10 giugno 1973

La casa-museo di Mario Praz

Trovarsi nello stesso palazzo non è l’unico abbinamento, la sede ospita in altra ubicazione l’esaltazione dell’impero napoleonico, amato da Primoli e da entrambi aborrito. Inoltre avevano in comune il gusto del collezionismo, anche se con un diverso atteggiamento, così descritto da Barbara Drudi, curatrice della mostra e del Catalogo con Patrizia Rosazza-Ferraris: “Mentre Gendel non ha un particolare attaccamento agli oggetti che acquista, anzi delle volte li rivende per acquistarne di nuovi, magari più adatti per gli spazi di un nuovo appartamento, per Praz ogni oggetto ha una sua storia, e trova la sua idonea collocazione all’interno della grande ‘mise en scène’ della sua casa”. Inoltre Gendel ha dimenticato luoghi e tempi degli acquisti di mobili e oggetti, e si definisce “accumulatore”, segnando un certo distacco anche con elementi grotteschi in linea con la sua origine surrealista; mentre Praz ne ha descritto la genesi ricordando nomi di antiquari, prezzi e circostanze, l’opposto della “casualità” di Gendel, comportandosi da autentico collezionista.

Per quanto riguarda l’arredamento nel suo insieme, le differenze sono altrettanto marcate pur nella  comune attenzione per l’interno delle rispettive abitazioni. In Gendel c’è un’eterogeneità che lo fa definire “a tutti gli effetti un uomo del suo tempo”, affianca reperti etruschi ad opere di astrattisti, i quadri, le sculture, gli oggetti presi dagli antiquari e a Porta Portese sono delle più diverse epoche.

Mentre, sempre secondola Drudi, “nell’arredare il suo appartamento, Praz sembra voler creare una grande scenografia ‘neoclassica’. La casa si trasforma in un palcoscenico, nel quale gli spazi dei dipinti ottocenteschi, gli interni borghesi o aristocratici, si animano e diventano praticabili, proprio come a teatro”. E ancora: “Mobili, oggetti, dipinti e stoffe prendono vita e ricostruiscono perfettamente le opere sei.-settecentesche appese alle pareti. Un vero e proprio tentativo di dare corpo e luogo a uno spazio immaginario, o immaginato, perché forse, quella purezza dello stile Impero, inseguita da Praz, non è mai esistita”.

C’è “una tale quantità di mobili, dipinti, sculture e oggetti da far girare la testa”, la stessa constatazione che viene fatta, pur con le radicali differenze di contenuto, rispetto al Vittoriale: due “case degli Italiani”  che sono lo specchio dei personaggi che le hanno create a loro immagine. Mario Praz, poco benevolo con D’Annunzio, lo fu invece nel giudicare la sua residenza, che chiamò “Pantheon enorme del Vittoriale”, scrivendo: “Il D’Annunzio, si direbbe, ha cercato di dar corpo e forma precisa ai suoi ricordi e alle sue nostalgie, col secernere intorno a sé un vero e proprio museo di cimeli e di oggetti preziosi, col cristallizzare in emblemi, imprese e geroglifici quella diversità del mondo che egli un tempo possedeva in parole sonanti”. E’ l’insieme di reperti che costituiva il suo “poema di pietre, di metalli, di stoffe, onde Narciso potesse vedere la sua immagine esaltata e moltiplicata, e s’illudesse di sentir nei suoi polsi il calor della vita, come ne’ suoi giovani anni”.

Nel visitare gli ambienti di casa Praz, abbiamo ripensato a queste parole, come se ci trovassimo in un altro Pantheon, molto diverso come lo sono stati i due personaggi, ma ugualmente evocativo.

 Milton Gendel, “Mario Praz con Viviana della Porta”, Lucca, Villa Torrigiani, settembre 1974

Le 17 fotografie della mostra

E così siamo arrivati alle 17 fotografie della mostra dopo aver fatto la conoscenza del padrone di casa Praz, del primo proprietario del palazzo, Primoli, e del fotografo scrittore Gendel, e averne percepito le differenze anche rispetto alle collezioni e agli arredamenti degli ambienti. Sappiamo che mobili e quadri, oggetti e cere sono stati ricollocati nello stesso posto dalla direttrice del museo, che è una delle due curatrici della mostra, Patrizia Rosazza-Ferraris. Lei stessa spiega i criteri in base ai quali è stata allestita la mostra: sono stati selezionati i testi delle recensioni scritte da Praz o di lettere e altri cimeli relativi ai personaggi ritratti nelle fotografie di Gendel, pescando in modo coordinato nei due vastissimi archivi, per la corrispondenza ci sono oltre un migliaio di nomi.  Ricordiamo che la sua Bibliografia è sconfinata, oltre 2300 voci allorchè aveva 80 anni, a fine ’76, e oltre 300 in più  alla sua morte nell”82, nei sei anni si erano aggiunti  anche due nuovi libri “Perseo e la Medusa”  e “Voce dietro la scena”. 

Sulle 17 fotografie si regge quello che la curatrice definisce un “castello di carte”, aggiungendo che è “solo un assaggio di quel vastissimo patrimonio di carte e immagini che i nostri comuni archivi conservano e vogliono proporre a quanti – coraggiosamente – vi si vogliano inoltrare”. Un assaggio che poteva essere più consistente, ma l’esiguità delle fotografie e dei documenti esposti in mostra accresce l’interesse ad approfondire. E’ un invito allettante che gli studiosi potranno raccogliere.

Nelle immagini di Gendel emerge lo spirito documentario unito alla ricerca pittorica favorita dagli interni con le loro ombre e le sapienti angolazioni. E, nota Peter Benson Miller, si avverte “la sua inclinazione a sottolineare le interazioni casuali tra amici. Sono l’equivalente fotografico delle ‘Conversation Pieces’ che Praz aveva studiato come storico dell’arte e acquisito come collezionista”: si tratta di gruppi ritratti nell’Inghilterra del ‘700, mentre conversano familiari, amici o soci, spesso all’aperto in momenti di svago o mentre contemplano opere d’arte.

A questa categoria appartengono le fotografie alla Biennale di Venezia del 1962, con Soavi, Musatti e Betty di Robilant, davanti a una scultura di Giacometti, e con Palma Bucarelli e Argan che commentano le opere; poi due foto “storiche” che ritraggono la visita di Margaret d’Inghilterra il 10 giugno 1973 con Praz ed altri; nello stesso giorno altra immagine romana di Margaret con Desideria Pasolini dall’Onda ed Enrico d’Assia a Villa Polissena. Intima e distensiva, dagli effetti pittorici, la fotografia di Praz con Viviana della Porta nel settembre 1974, seduti su un’antica cassapanca con un fondale di riflessi luminosi. Un primo piano di Alberto Arbasino con Camilla Pecci Blunt dell’ottobre 1980, ultima foto con più soggetti.

Le altre immagini riprendono un solo soggetto, iniziando dall’autoritratto allo specchio di Gendel del 1965, con effetti sfumati di luce e ombra; pittorica anche la foto a Iris Origo, del settembre 1979, un altro interno dall’effetto chiaroscurale più forte, la lampada proietta la luce sullo scaffale di libri, rischiara la figura al centro e lascia in ombra il resto.

Una vera istantanea, forse l’unica, ci è sembrata la foto ad Harold Acton, ripreso nel settembre 1978 mentre colloca un libro sulla scrivania, nelle altre i soggetti sono in posa, per questo sono definiti “ritratti fotografici”. E’ seduto davanti a un tavolino con dei fiori André Chastel nel settembre 1972, e in poltrona Gore Vidal sotto un quadro con a lato una pianta nell’agosto 1977,  in piedi impettito in un giardino con fontana e pergolato Giulio Carlo Argan nel 1974, davanti a una scalinata liberty Luigi Magnani nel marzo 1977. Un primo piano di Hugh Honour in maniche di camicia nell’agosto 1977 e un mezzo busto di John Pope Hennessy nel maggio 1983 davanti a una Madonna col Bambino completano la galleria di personaggi cui corrispondono i documenti esposti.

Così vediamo un testo di Soavi sul “professore di inglese” e tre lettere di Praz a Magnani sull’antiquariato, una sua recensione ai libri di Acton e della Origo, di Vidal, Arbasino e Palma Bucarelli, un articolo in “Le Monde” di Chastel su Praz, poi lettere a Praz di Honour e di Hennessy, nonché scritti di Argan, un fior da fiore che dà un’idea del collegamento tra fotografie e documenti.

Le foto esposte sono state scattate nei luoghi più diversi, da Venezia a Lucca, da Firenze a Roma. Solo due foto a Margaret d’Inghilterra, tra quelle che abbiamo citato, sono a casa Praz nel Palazzo Primoli, perché fu Gendel ad accompagnarvi la principessa di cui era amico; ed è esposta la pagina del “Visitors book” firmata con gli speciali fregi reali studiati per l’occasione. Ma c’è l’ultima foto, che corrisponde alla firma di chiusura del terzo “Visitors book”, di cui abbiamo parlato all’inizio: è quella del 17 febbraio 1982, scattata a Mario Praz seduto su un divano, poco più di un mese prima della morte. Negli ultimi anni, ricorda Antonella Barina, la sua è “una solitudine che si contrasta con continui invaghimenti”, e cita la giovane commessa di un negozio, una bella sconosciuta, la segretaria di un giornale, che lui definisce “amori senili grotteschi e tragici”. “Ma ormai l’anima di Praz è stanca. E lo grida in versi”.

Così Gendel descrive l’ultima sua visita a Mario Praz: “Rispetto al nostro ultimo incontro, era in sfacelo. Vecchio, smunto e, in una vestaglia trasandata, tutt’altro che al suo meglio, con il collo nudo cadente e gli occhi che vagavano qua e là. Si sono acquietati quando ci siamo sistemati anche lui ed io, nel cuore del salone Impero. Non sono più venuto qui dal giorno della mia visita con la principessa Margaret, ho detto. Firmerebbe il Visitors Book? Ha chiesto lui. Quindi mi ha offerto un bicchiere di Cento Erbe. Io non bevo, ha aggiunto. Con la vecchiaia devo stare attento ai reni”. In effetti Gendel firmò il “Visitors Book”, e fu l’ultimo, erano passati 9 anni dalla precedente visita.

Di quest’ultimo incontro è rimasta la fotografia che scattò, così commentata dalla Barina: “Un volto così cereo da spiccare perfino nella pellicola in bianco e nero. Uno sguardo inerme, tra disperazione e sgomento. Attonito come lo può essere, di fronte al gran passo, un uomo profondamente laico, senza appigli di fede. Un’ombra colta nell’attimo in cui prende le distanze, esausta, da quello che era stato il suo coraggio di pioniere, la sua voracità di studioso, il prestigio di anglicista, la bizzarria di storico del gusto, l’eccentricità di collezionista, il rigore di filologo, l’incanto di erudito, la curiosità di viaggiatore, la genialità di moderno umanista. Nonché il fascino di un’inossidabile ironia”.

Non si potevano evocare meglio le luci della vita mentre si avvicina il buio della morte, avvenuta il 23 marzo, la foto è del 17 febbraio. Si spense in clinica mentre un allievo di un tempo, Vittorio Gabrielli, gli leggeva un suo articolo appena uscito, lo ha raccontato il suo successore alla cattedra universitaria a La Sapienza, Agostino Lombardo, anch’egli vicino a lui. Il seme della cultura, da Praz largamente diffuso, riempiva il vuoto degli affetti familiari. Anche questo è stato un bell’insegnamento.

Guardiamo ancora l’ultima fotografia, “l’immagine straziante di un crepuscolo”, nelle parole della Barina,  e lasciamo la sala della mostra. Attraversiamo la grande biblioteca, lo studio e le altre sale della residenza divenuta museo, dalle finestre si vedono le loggette dello storico edificio. La vita, anche di Praz, continua.

Info

Museo Mario Praz, Via Zanardelli, 1, Roma. Da martedì a domenica ore 9,00-14,00 e 14,30-19,30, chiuso il lunedì. Ingresso gratuito, ultima entrata 45 minuti prima della chiusura. Ogni ora visite accompagnate di 45 minuti, max 10 persone. Tel./fax 06.6861089. museopraz@museopraz191.it, http://www.museomariopraz.beniculturali.it/. Catalogo: “Visitor Book. Ospiti a casa Praz”- Ritratti fotografici di Milton Gendel, lettere, dediche e recensioni”, a cura di Barbara Drudi e Patrizia Rosazza-Ferraris, Peliti Associati, 2012, pp. 88, formato 25 x 23.Dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo.

Foto

Le immagini sono state riprese all’inaugurazione della mostra da Romano Maria Levante al Museo Mario Praz, si ringrazia l’organizzazione, il Museo e la Galleria Nazionale di Arte Moderna, con i titolari dei diritti, in particolare Milton Gendel, per l’opportunità offerta. In apertura, l’ultima foto di Gendel a Mario Praz, Roma, Palazzo Primoli, casa Praz, 17 febbraio 1983; seguono le sue foto a Mario Praz con Margaret d’Inghilterra, Roma, Palazzo Primoli, casa Praz, 10 giugno 1973, e a Mario Praz con Viviana della Porta, Lucca, Villa Torrigiani, settembre 1974. In chiusura una sala del Museo Mario Praz fotografata da Romano Maria Levante.

 Una sala del Museo Mario Praz 

Rinascimento, 3. A Roma da Michelangelo ai manieristi, a Palazzo Sciarra

di Romano Maria Levante

La rievocazione, a un anno dalla visita, della mostra “Il Rinascimento a Roma, nel segno di Michelangelo e Raffaello”, aperta dal 25 ottobre 2011 al 12 febbraio 2012, organizzata  dalla Fondazione Roma Arte-Musei con Arthemisia al Palazzo Sciarra al Corso, si conclude con le ultime 3 sezioni delle 7 per le 200 opere esposte: dopo le sezioni sui papi Giulio II e Leone X nel 1° articolo e quelle sul Rinascimento e il rapporto con l’antico, la Riforma di Lutero e il Sacco di Roma fino ai fasti farnesiani nel 2°, terminiamo con San Pietro,i manieristi e gli arredi. Nell’avvicinarci alla quinta sezione della mostra dedicata alla Basilica di san Pietro, completiamo il racconto dei “fasti farnesiani” con la parte della galleria espositiva dove l’intreccio tra vicende della vita ed espressione artistica si incentra in Vittoria Colonna, e nelle opere pittoriche  create per lei da Michelangelo su temi sacri come la “Pietà” e il “Crocifisso”, collocate in modo suggestivo.

Marcello Venusti, “Copia del Giudizio Universale di Michelangelo”, 1549

Le pitture di Michelangelo

Prima di parlarne vogliamo ricordare la presenza virtuale in mostra della volta della “Cappella Sistina” attraverso l’avanzato sistema multimediale che ne consentiva la visione ravvicinata ad altissima risoluzione e in tre dimensioni. Ma c’era anche una presenza reale, pur se traslata, con la tempera su tavola di due metri per uno e mezzo circa, “Copia del Giudizio Universale di Michelangelo”, 1649, di Marcello Venusi, che ne documenta l’aspetto originale prima degli interventi sulle nudità. Ne fa un’accurata ricostruzione Marco Bussagli,  curatore della mostra con Maria Grazia Bernardini, riportando il passo di Vasari nel quale si afferma come coprire con i “panni sottili” disegnati da Daniele da Volterra fu la soluzione provvidenziale che evitò la distruzione “per gli ignudi che li pareva mostrassero le parti vergognose troppo disonestamente”; e così “rifar la santa Caterina et il san Biagio, pensando che non istessero con onestà”, quindi anche atteggiamenti, non solo nudità.  Daniele da Volterra fu chiamato dai romani in modo irridente il “braghettone, per questo suo intervento censorio;  era un valido pittore che sentì molto l’influenza di Michelangelo, come si vede dalle due opere esposte con figure plastiche e monumentali di un rosso intenso: “Madonna col Bambino e i santi Giovannino e Barbara”, 1548, ed “Elia profeta”.

Bussagli va ancora oltre sostenendo che l’ostilità verso quest’opera  fu dovuta  soprattutto ad elementi simbolici, di cui quelli ricordati erano soltanto una parte. Aretino scriveva che “quel Michelagnolo stupendo in fama, quel Michelagnolo notabile in la prudentia, quel Michelagnolo ammirando, ha voluto mostrare a le genti non meno empietà di irreligione che perfezzion di pittura”, e lo studioso  vi vede “il riflesso di un’insofferenza strettamente legata alla sfera religiosa e teologica che, esaminando l’affresco, non accusa disagio solo nella figura del Cristo glabro. Altri punti ugualmente fastidiosi, in senso iconografico e teologico, riguardano i diffusi atteggiamenti d’amorosi abbracci  e, soprattutto, l’immagine degli angeli senza ali”. 

Ma non si tratta di una manifestazione irriverente del suo spirito libero, aveva una base teologica  condivisa da Paolo III, il “Iudicium Dei Supremunm de vivs et mortuis” di  Giovanni Supplizio, detto il Verolano, un poema composto da due libri di 700 versi ognuno che, secondo lo studioso, “per le coincidenze teologiche e descrittive, nonché per  ragioni storiche di amicizia e discepolato fra il Sulpizio e Paolo III Farnese, va considerato la principale fonte letteraria del Giudizio Universale di Michelangelo, a parte le Sacre Scritture e la Divina Commedia”. Il primo libro parla di Cristo mandato da Dio che raduna gli angeli nella via Lattea, il secondo del giorno del Giudizio  con la Vergine e Cristo attorniati dagli angeli e santi  che dividono i beati dai reprobi. Con una certa emozione, conoscendone il valore, guardammo le due paginette esposte in mostra di un’opera di così alto valore che è stata restaurata per ripristinarne le funzioni legate alla “lettura di sicurezza”.

Dopo aver ricordato il grande affresco presente in modo virtuale ma in una forma ugualmente incisiva, passiamo ai due dipinti di grande livello esposti, per entrambi c’è anche una pregevole copia di Marcello Venusti, che ritroveremo presto.  Ebbene, dietro questi dipinti c’è una storia tutta particolare, che attiene all’abitudine di Michelangelo di fare disegni e dipinti per farne omaggio, ed entra in scena un nuovo personaggio, Vittoria Colonna: 3 delle 7 lettere rimaste scritte a lei da Michelangelo  parlano di un “Crocifisso” e questo, insieme agli aspetti stilistici, ha incoraggiato l’attribuzione a lui della “Crocifissione”, anteriore al 1547,  superando le incertezze dovute alla presenza anche di disegni. Lo stesso  per la “Pietà di Ragusa”, 1545, nella cui composizione – scrive  Antonio Forcellino – si può riconoscere la Pietà di proprietà di Reginald Pole menzionata in una lettera ” del maggio 1546, dipinto “evocato anche da un carteggio Colonna-Michelangelo databile agli stessi anni oltre che nel sonetto CCV delle Rime spirituali di Vittoria”; e a parte i ripensamenti tipici del Maestro, ritiene indiscutibile la “scrittura pittorica come una grafia che non può essere contraffatta”.  In effetti “la grafia pittorica di Michelangelo consiste in una tessitura perfettamente regolare di pennellate che rendono le sue superfici cromatiche quasi una versione colorata delle sue superfici scultoree gradinate”, come si riscontra in questo dipinto.

Vittoria Colonna e Reginald Pole avevano costituito un circolo nel quale Michelangelo si era inserito: abbiamo visto le fisionomie dei due personaggi nei due dipinti di metà del XVI secolo esposti,  “Ritratto di Vittoria Colonna”, di Anonimo, con copricapo giallo e “Ritratto del cardinale Reginald Pole”,  di Sebastiano del Piombo, seduto con una lunga barba scura; a quest’ultimo viene attribuito anche il “Ritratto di Michelangelo che indica i suoi disegni”.  La fisionomia del grande papa che ha segnato il “nuovo inizio” dopo il Sacco di Roma era data, oltre che dalla scultura in marmo di Guglielmo Della Porta”, “Ritratto di Paolo III“, 1546,  dal dipinto “Ritratto di Paolo III Farnese con il cardinale Ercole Gonzaga”, 1545, una figura  bonaria  ripresa seduta, pensiamo alla gratitudine a lui dovuta per aver rilanciato Roma dopo la distruzione.

Francesco Salviati, “Annunciazione della Vergine Maria”, 1533-34 

La Basilica di San Pietro

Dalla pittura all’architettura di Michelangelo la mostra passava presentando una sua scultura, alta quasi un metro e mezzo, “Apollo-Davide”, 1930, che spiccava nel biancore del marmo: Christoph Frommel  ha scritto al riguardo che “nessun’altra immagine è così enigmatica come l’Apollo che sembra riflettere lo stato disperato e chiuso dello stesso Michelangelo” con la testa reclinata.

Il grande tempio della cristianità era presentato innanzitutto da una “Pianta in pergamena della Basilica di san Pietro”, e  dal “Progetto per il presbiterio”, 1505, del Bramante, seguiti dalla “Medaglia per la posa della prima pietra di San Pietro in Vaticano”, .1506, del Caradosso, al secolo Cristoforo Foppa, che reca il busto di Giulio II e nell’altra facciata il prospetto del tempio secondo il progetto del Bramante non realizzato. C’era anche un’incisione con l’“Alzato della facciata del modello ligneo di Antonio di Sangallo il giovane per San Pietro”, 1549, di Antonio da Salamanca,  un esterno su quattro ordini con una cupola a due tamburi, e la “Medaglia di Paolo III con il modello della nuova Basilica di San Pietro di Antonio da Sangallo“, 1547, di Alessandro Cesati eGian Giacomo Bonzagni con il busto di Paolo III e il prospetto di Sangallo.

E Michelangelo? Nel 1547 riceve l’incarico di primo architetto di San Pietro e modifica radicalmente il progetto di Sangallo intervenendo anche sulla parte già realizzata. L’incisione di Etienne Dupérac con la “Sezione del progetto di Michelangelo per San Pietro”, 1569, dà una visione frontale dalla quale si vede come oltre alla grande cupola centrale di Michelangelo ne sono disegnate due laterali molto più piccole del Vignola.  Per l’interno era esposto anche il disegno a inchiostro di un Anonimo, “Veduta della crociera di San Pietro  dalla parte occidentale della navata”, 1570, una bella inquadratura laterale e della volta con la sagoma  di una persona che ne fa risaltare le dimensioni vastissime. Era in mostra anche una “Medaglia di Gregorio XIII con prospetto orientale di San Pietro, 1584, la  facciata e la cupola secondo il progetto di Michelangelo

Oltre ai documenti sul piano progettuale, anche quelli sull’impegno realizzativo,  precisamente due  lettere, una di Michelangelo e Giovanni Battista Casnedo, 1561, l’altra del solo Casnedo: la prima riguardava gli scalpellini “per il modello a tamburo della cupola”, l’altra l'”intaglio di cinque gruppi di capitelli degli speroni del tamburo di San Pietro”. E finalmente, su disegno di Michelangelo, il “Modello ligneo della calotta dell’abside meridionale della basilica di San Pietro”, 1556-57, versione peraltro non realizzata, modello citato in un lettera al Vasari.

La storia della basilica in un grande volume di 32 tavole in stampa a inchiostro, “Architettura della basilica di San Pietro in Vaticano. Opera di Bramante, Lazzari Michel Angelo Bonaroti ed altri celebri architetti”.  di Martino Ferrabosco, anche con incisioni che mostrano l’antica costruzione.

Michelangelo Buonarroti, “Pietà di Ragusa”, 1545

La “maniera romana” alla metà del ‘500 e gli arredi

Torniamo alla pittura per ricollegarci all’influenza esercitata dai due “numi tutelari” sul mondo artistico della città eterna, di cui abbiamo parlato all’inizio. Ritenendoli irraggiungibili, i giovani artisti si ispirano all’uno o all’altro, o ad entrambi, nello stile e nei temi raffigurati, aggiungendo i modelli dell’arte classica: nasce così la “maniera romana”, di cui la sesta sezione della mostra  presentava  opere di particolare interesse per la ricerca dei rispettivi influssi.

La Bernardini descrive “la ‘bella maniera’ nella sua declinazione romana ricca di ricordi del lessici michelangioleschi e raffaelleschi, sostanziata di riferimenti classici, ma inseriti in un contesto di elementi decorativi di grande ed eccentrica fantasia, in uno stile elegante e ricercato”.  Nascono i “manieristi”, di quali  indica come esponente particolarmente significativo e prestigioso Francesco Salviati, che abbiamo già incontrato come primo artista rientrato a Roma dopo il “Sacco” nel 1531, ma anche pronto a lasciarla nel 1539, due anni dopo l’arrivo di Perin del Vaga, sentendosi spiazzato dal rilievo preminente che questo aveva assunto come pittore ufficiale del Papa. Ebbene, alla morte di Perin, nel 1548, torna a Roma e sostituisce il rivale presso i Farnese che gli diedero importanti commissioni, in particolare il cardinale Alessandro.

“Così diventa presto – scrive la Bernardini ricostruendone con cura l'”escalation” –  l’artista più ricercato e realizza, nel giro di pochissimi anni, dal 1548 al 1563 (anno della sua morte) una serie veramente considerevole di cicli ad affresco per i personaggi più influenti di Roma”. La curatrice riporta questo  giudizio del Vasari  sugli affreschi  di palazzo Ricci-Sacchetti: “E per dirlo brevemente, l’opera di questa sala è tutta piena di grazia, di bellissime fantasie, e di molte e capricciose ed ingegnose invenzioni. Lo spartimento è fatto con molte considerazioni, e il contenuto è vaghissimo”. L’esperienza fatta nelle città in cui si era fermato a dipingere – Venezia, Bologna  e soprattutto Firenze, dove aveva lavorato nel Salone di Palazzo Vecchio – concorre a formare la sua “maniera romana”: “Aveva arricchito il proprio bagaglio culturale  con nuovi contatti con l’arte emiliana e in particolare con il Parmigianino e l’arte toscana. A Roma  rimeditò sull’arte dei grandi maestri e anche su Perin del Vaga”.

L’artista va visto come esempio eloquente di quanto stiamo indicando sulla “maniera romana” che recepiva gli influssi per rielaborarli con altri elementi frutto della propria inventiva e fantasia: “Al di là delle evidenti citazioni – è sempre la Bernardini –  Salviati aveva assimilato dai due grandi artisti la monumentalità e la maestosità della composizione, la libertà di ‘invenzione'”. Era esposto in questa sezione “Il Peccato originale (Adamo ed Eva)”, 1564, anno in cui muore Michelangelo;  si vede chiaramente come la composizione sia arricchita da  elementi decorativi  di fantasia.

Per tutto il decennio e nel successivo, la “maniera” continua a riferirsi ai due sommi artisti. Di Girolamo da Sermoneta, al secolo Girolamo Siciolante, era esposto il trittico “Madonna col Bambino e San Giovannino Sant’Andrea Santa Caterina d’Alessandria”, 1565;  Patrizia Piergiovanni scrive che “l’artista è partito da una matrice raffaellesca e michelangiolesca, mutuandola attraverso le influenze manieriste, fino a giungere  a uno stile del tutto personale, dal gusto conservatore, ‘senza tempo’”.

Sono di chiara derivazione michelangiolesca le due “Pietà” di Jacopino del Conte e Taddeo Zuccari, stesso periodo del precedente, il secondo con la monumentalità di un gruppo scultoreo. Questo artista è stato raffigurato da Federico Zuccari  in due dipinti su cuoio, “Taddeo disegna alla luce della luna” e “Taddeo copia il Giudizio Universale di Michelangelo”, tonalità pastello sfumate, che fanno parte di 7 su episodi della vita giovanile ai quali era collegata  una terzina dello stesso autore come didascalia poetica. Anche Girolamo Muziano, di cui era esposto un austero ed essenziale “San Francesco in adorazione davanti al Crocifisso”, 1575, sente molto l’influenza di Michelangelo, e mostra inventiva nella propria “maniera” romana: nel dipinto spicca l’originale inquadratura che inserisce la vita del paesaggio di sfondo da uno squarcio della parete rocciosa.

Altrettanto originale, pur in una composizione spettacolare di tipo fortemente celebrativo, il dipinto di Marco Pino, “Cristo in gloria e il torchio mistico”, si badi bene “torchio”, non corpo mistico. Si trova nella parte inferiore del dipinto soverchiata dal Cristo trionfante sulla nuvola scortato da due file di angeli: effettivamente è un torchio con la grande vite e la pressa lignea perché –  ricorda Andrea Donati – secondo Sant’Agostino “il primo grappolo d’uva schiacciato nel torchio è Cristo”.

Citati i due dipinti “Annunciazione”, 1550,  e “Il Silenzio”, 1560, attribuiti a Marcello Venusti, di cui ricordiamo il “Ritratto di Michelangelo”,  ci piace chiudere la parte sulla “maniera romana” con i due pannelli di Federico Zuccari, “Ritratto di Raffaello come Isaia”, e “Ritratto di Michelangelo come Mosè”, 1593, che oltre ad essere gli ultimi in senso cronologico, rappresentavano con fantasia manieristica i due numi tutelari: è bello che chiudano il XVI secolo.

La rievocazione della visita alla mostra sta per terminare;  l’allestimento, lo ricordiamo ancora, era suggestivo, aveva valorizzato le possibilità offerte da spazi molto particolari che, ben utilizzati, disegnavano un percorso con corridoi, angoli raccolti e vaste sale, idoneo ai variegati contenuti espositivi. E le 7 sezioni  trovavano collocazioni adatte per le quasi 200 opere esposte, che disegnavano un secolo cruciale come il ‘500 romano, per le incalzanti vicende storiche e artistiche.

Ma non è finita, la settima sezione regalava sprazzi di una vita quotidiana all’altezza della temperie artistica vissuta, a parte il cataclisma del “Sacco” della città, al quale dopo qualche anno è seguita la travolgente ripresa con il recupero del decoro perduto. Erano esposte delle “Mattonelle con mosaico a treccia”, 1518, tipico disegno mediceo, rese preziose dagli autori,  Raffaello Sanzioche le aveva disegnate e Luca della Robbia che le aveva realizzate; negli anni del “Sacco”  un “Centro di piatto con Enea e Anchise che fuggono da Troia”, 1525-30, maiolica dipinta con le due figure intrecciate chiare sul verde dell’ambiente; poi, nel 1565-70, dei “Piatti” di maiolica,  con “Scena di “Trionfi”  al centro e  grottesche su fondo bianco intorno, “Scena allegorica” per l’intera superficie e “Passaggio del Mar Rosso” al centro con scene intorno. La serie di preziosi oggetti domestici si concludeva con il “Calamaio con Pietà”, della Bottega dei Patanazzi, il sacro unito al profano.

Tra le opere d’argento cesellato e inciso, c’erano la “Grande coppa da parata su alto piede”,con figure a sbalzo di imperatori, e quattro “Reliquari” dedicati due a “Santa Cecilia”,  uno al “Sudario del Salvatore”  e l’ultimo alla “Sacra spina”contenuta al centro di una cuspide.

All’uscita dalla mostra il “Tavolo ottogonale” di Porfirio da Leccio, 1550, in ebano intarsiato di avorio e pietre dure, ne rappresentava quasi un sigillo. Ed è bene che fosse così, perché è su disegno di Giorgio Vasari, le cui cronache dell’epoca ci hanno accompagnato lungo il nostro viaggio affascinante nel Rinascimento romano. Nella rievocazione speriamo di essere riusciti a trasmettere in parte il godimento per gli occhi e la mente; e soprattutto l’emozione regalataci dalla visita.

Info

Catalogo:“Il Rinascimento a Roma nel segno di Michelangelo e Raffaello”, a cura di Maria Grazia Bernardini e Marco Bussagli, Electa, 2011, pp.360, formato 24 x 28, euro 45; dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo.  I due articoli precedenti sono usciti, in questo sito,  il 12 e il 14 febbraio 2013, con 4 immagini ciascuno.  

Foto

Le immagini sono state fornite cortesemente da “Arthemisia” che si ringrazia, con la Fondazione Roma Arte-Musei e i titolari dei diritti. In apertura  Marcello Venusti, “Copia del Giudizio Universale di Michelangelo”, 1549: seguono Francesco Salviati, “Annunciazione della Vergine Maria”, 1533-34,  e Michelangelo Buonarroti, “Pietà di Ragusa”, 1545; in chiusura Girolamo Muziano, “San Francesco in orazione davanti al Crocifisso”, 1575.

Girolamo Muziano, “San Francesco in orazione davanti al Crocifisso”; 1575

Ritratti di Poesia, la maratona poetica di Emanuele, al Tempio di Adriano

di Romano Maria Levante

“Ritratti di Poesia”, un’intera giornata, dalle 9,30 alle 21,30, dedicata alla poesia con gli incontri e confronti, idee e versi, letture e voci, preannunciati dalla locandina. E’ stata promossa dalla Fondazione Roma che, con la “total immersion” nella cultura, ha presentato un volto delle Fondazioni bancarie ben diverso da quello sfregiato dalle azioni dissennate, e altro ancora, venute alla luce in questo periodo. Il Presidente Emmanuele F. M. Emanuele lo ha rivendicato con legittimo orgoglio parlando alla sala al completo a fine giornata e l’istituto delle Fondazioni deve essergliene grato: “La Fondazione Roma, a differenza di come fanno altri, non si occupa di banche – ha affermato –  non si occupa di consigli di amministrazione, non si occupa di potere, ma di poesia, di cultura, si occupa di voi!”.

Il  presidente Emmanuele F. M. Emanuele nell’intervento iniziale

All’inizio della giornata dedicata alla poesia aveva ricordato come il sostegno della Fondazione alla cultura si aggiunge al sostegno nei settori legati all’economia e alla società: ricerca scientifica e istruzione, sanità e solidarietà, meridione in ottica mediterranea, e si estende nei diversi campi, con l’arte al centro di una promozione diretta attraverso gli spazi espositivi romani di Palazzo Sciarra e Palazzo Cipolla con grandi mostre dedicate alla storia artistica che fa capo a Roma e al multiculturalismo dell’arte senza confini geografici e continentali;  poi con la musica e il teatro, anche aperto ad emarginati e disabili.  Sulla poesia ha sottolineato che “è rasserenatrice e se ne ha molto bisogno in periodi tormentati come quello attuale”.

L’arte non ammette steccati, e ben ha fatto a ribadirlo Vincenzo Mascolo, curatore da sempre della manifestazione giunta al settimo anno senza la crisi fatidica, tutt’altro, citando le parole di Pasolini:  “Il vero pittore è anche un poeta”. Concetto ribadito dall’allestimento del palco con leggere installazioni tra musica, pittura e poesia. Non solo nell’allestimento aleggiava la leggerezza, ma nell’intera giornata, in cui pure la solennità della poesia era evidenziata dalle imponenti colonne all’interno e all’esterno del Tempio di Adriano e dai versi che si rincorrevano in un ambiente così austero ed evocativo. Mascolo è stato un regista magistrale, brevi le interviste, più ampie le letture, pause appropriate nei momenti giusti: la giornata si è dipanata come una rappresentazione teatrale con un ritmo incalzante e un equilibrio tra i diversi “quadri”.

Dieci minuti per ogni poeta italiano, tra presentazione, breve intervista e lettura di poesie, quindici per gli stranieri, il tutto scandito da un preciso temporizzatore visibile ma discreto. Breve la pausa a metà giornata, frequenti quanto brevissime le soste intervallate ad alleggerire l’ascolto, le letture poetiche hanno dato ragione a quanto dirà al termine Fiorella Mannoia, la “star” del concerto di chiusura che ha completato il poker d’assi degli ultimi anni in cui si sono succeduti Roberto Vecchioni, Lucio Dalla e Francesco De Gregori: “E’ difficile per chiunque recitare le poesie di altri, devono leggerle gli autori per rileggersi dentro”, ed è stato così con le loro letture ispirate  e partecipate, i poeti stranieri nella loro lingua mentre sullo schermo scorreva la versione italiana.

Pier Paolo Pascali, nipote della premiata Giovanna Bemporad, ricorda la poetessa  scomparsa (seduti, da sin., Mascolo, Emanuele, Diamanti)

Il premio “Ritratti di poesia”, il prologo e l’intermezzo

Al centro della mattinata la poetessa – anzi “il poeta” come ha voluto precisare il presidente Emanuele –  Giovanna Bemporad, cui è stato conferito il premio “Ritratti di poesia”, al quarto anno dopo Andrea Zanotto, Maria Luisa Spaziani e Pier Luigi Bacchini; è scomparsa il 6 gennaio scorso, in tempo per sapere di essere la premiata, lo ha confidato il presidente parlando della “grande gioia” che la notizia le aveva arrecato; gli ultimi momenti di vita della poetessa – lo ha rivelato il nipote Pier Paolo Pascali  nel ricevere  il premio insieme a Maria Pia Diamanti, definita il suo’ “angelo custode” – sono stati segnati dalla lettura dinanzi al capezzale di alcune sue poesie. Al Tempio di Adriano  le ha lette Cosimo  Cinieri, con intensità e trasporto.

Alla  Bemporad  si devono anche versioni poetiche di grandi classici, dal Cantico dei cantici all’Eneide e all’Odissea, di cui è stato letto il brano in cui Penelope riconosce Ulisse. Noi siamo stati  colpiti in modo particolare dalla poesia “Alla Primavera”, da una raccolta del 2011: un equilibrio delicato tra “il dolore  già considerato incurabile” di chi “non vuole più se non amare la cecità del pianto” e la “dolcezza di memorie” che “distende il mio dolore in un riso”.  Ed è il “risveglio di primavera” che “accende il sentimento”, finché la notte “accoglie e fonde l’anima  curva sotto il suo destino questo fluire in lei di tante vite”. Solo una delle sue vite si è spenta il 6 gennaio 2013, viene fatto di pensare, le altre vite sono presenti, illuminate dalla poesia.

Un bel prologo alle vette poetiche della premiata sono state le poesie dei primi a salire sul palco e rispondere all’interrogativo  “A che serve la poesia?” Una risposta si trova nel buio nella poesia di Maria Grazia Calandrone“Roma, all’improvviso, notte”, nel cielo in quella di Marco Zulian (Camro Nuzali)“Un dialogo dalle stelle”, mentre Roberto Cescon con “Le donne dei poeti”, che “sono sante” e per questo  “i poeti sono molto fortunati”, dà la risposta che “poeta è la ciliegina su qualcosa che all’inizio era perfetto”.

Ancora un intermezzo, le “Idee di carta”, incontri con le case editrici e le riviste di poesia, sfilano i titolari delle edizioni “L’obliquo” e “Pulcinoelefante” per i libri, “Capoverso” e “Semicerchio” per le riviste, sono “capitani coraggiosi” che sfidano per amore della cultura le difficoltà di un’editoria  poco remunerativa.

Dopo un simile prologo e intermezzo, con la cerimonia triste e dolce insieme della premiazione alla poetessa scomparsa tutto potrebbe finire, invece è solo l’inizio della maratona poetica: tutti i poeti sono stati insigniti in passato di premi, ci sono dei super premiati, le loro poesie sono state pubblicate in raccolte spesso multiple, ne viene di volta in volta riassunta la storia.

I quadri della rappresentazione sulla poesia si sono succeduti con leggerezza, gli incontri con i poeti  “Di penna in penna” intervallati da siparietti innovativi come “In altra forma” e “Sinfoniette poetiche”; per culminare nelle escursioni sui poeti esteri in “Confluenze” e “Poesia sconfinata“.

Cosimo Cimieri legge le poesie di Giovanna Bemporad ((seduti, da sin., Pascali, Mascolo, Emanuele, Diamanti)

Le innovazioni, dai video al quartetto poetico

L’edizione di quest’anno ha portato alla ribalta la contaminazione della poesia con espressioni diverse, soprattutto in video e in musica, innovazione da promuovere e incoraggiare per l’apertura ai giovani e alle forme contemporanee che pongono al servizio dell’arte le nuove tecnologie e forme di manifestazione. In questo spirito va tuttavia preservata la peculiarità della poesia, che Emanuele ha sottolineato ancora una volta essere “la prima forma d’arte, ha preceduto anche il canto e la musica, perché immediatamente legata alla parola, e non richiede, a differenza delle altre, alcun apparato o strumento per esprimersi”. Poi, nella serata, Fiorenza Mannoia ha dato una grande prova di come si possa coniugare l’arte della parola con quella della musica nel canto.

Ma torniamo alle innovazioni “In altra forma”:  con il video di Caterina Davinio e la “video-poesia” dal titolo “Amore mio” di Daniela Perego  e Carmine Sorrentino, la voce sussurrata mentre una mano scrive prima in blu poi in rosso i versi sulla schiena nuda, fino alla dissolvenza allorché torna solo la voce. Fa parte di una “trilogia”, i due autori parlano entusiasti del loro programma in  corso, ci saranno degli sviluppi.

Poi la “Sinfonietta poetica”, quattro leggii con altrettanti giovani poeti che recitano in successione le loro poesie, ma la continuità è solo nella musicalità delle parole, Mascolo dice che l’idea è venuta dalla “Sinfonietta”  op. 60 del compositore cecoslovacco Leos Janècek, una sorta di sottofondo del romanzo della Einaudi di Haruki Murakani, “1Q84”, due vite separate che si muovono in parallelo nel labirinto spazio-temporale accompagnate dalla sinfonietta: un inno alla libertà, con l’imprevedibilità e l’utopia. Una sorta di quartetto, anzi “due più due”, questa volta poetico, che dovrebbe piacere ai giovani come quelli canori: si passa da una poesia all’altra,  da un poeta all’altro, in una sequenza continua di temi e stili accomunati in un ritmo incalzante  e una musicalità unica. I nomi: Maria Borio e Tommaso Di Dio, Serena Maffia e Domenico Arturo Ingenito. 

Innovativa anche la “poesia performance” di Tomaso Bingo, che nella sua vulcanica presentazione passa dalla carta da parati alle lettere dell’alfabeto fino ad approdare alla lettura alla rovescia delle parole. I suoi suoni onomatopeici sono accentuati da una recita molto espressiva di filastrocche dove “porci” da verbo diviene sostantivo plurale, poi isola gli “orci”, come le tre lettere finali di  “oplà” servono ad evocare “Platone”: un gustoso siparietto  sull’imprevedibilità della poesia.

Torna la meditazione con Flavio Ermini, il suo “Il cristallo appena visibile” parla della nascita che “implica più della morte una mancanza”,  del “compimento dell’arco”, dell'”inerzia di esserci come voce”, fino a concludere che “alla stagione in atto si sovrappone il fuoco divorante dell’esistenza”.

Di penna in penna, 10 poeti italiani

E’ quella ora citata la seconda parte di “Di penna in penna”, che abbiamo anticipato rispetto alla prima per collegare la poesia performativa  che vi era compresa alle innovazioni “In altra forma”. Nella prima parte tre poeti le cui poesie-simbolo sembrano muoversi tra la memoria e l’attesa: Laura Canciani con “La ringhiera” parla di “angoscia contemplativa” e di “parole indipanabili” da “dirottare sui canali”; in “Ultimo canto” Gilberto Mazzoleni “ospite assente in muto sentiero, senza esiti guardo… medito” fino al “solidale conforto agli umani fratelli domando e attendo”; mentre Maurizia Spinelli in “XVIII” evoca il ricordo come “sete di questi versi”, le parole sono il “solo viatico del cuore chiuso nel silenzio dove frastuona la memoria”.

Altre sezioni sono state intervallate, in un’alternanza di contenuti e orizzonti poetici che ha dato ritmo alla giornata e, lo ripetiamo, un’inattesa leggerezza alle nove ore di poesia. Ma qui vogliamo completare la rassegna “Di penna in penna”  per poi varcare i confini geografici restando all’interno di quelli poetici. Nella terza parte, con Nino De Vita ascoltiamo la poesia dialettale, è siciliano di Marsala, il dialetto è come una sua seconda pelle, ricorda le origini, la vita grama ma piena di stimoli e di sentimenti. Come  quelli espressi in “0 friddu (Il freddo)”  un folgorante quadretto  dove Fedele, infreddolito perché ha solo i guanti e non il cappotto, compiange Diego con il pastrano ma non i guanti, forse impietosito se li toglierà per darglieli. E poi poesie alla Luna, alla Terra, ai Libri, recitate dall’autore in siciliano e in italiano, un vero spettacolo!

Delle stagioni dell’esistenza e della natura parlano i versi delle poesie più intense di Umberto Piersanti: “Sulle mura dell’adolescenza”  vede “quella primavera remota della vita”, ma lo attira soprattutto la natura, vuole “buttare la testa a terra per sentirne i sapori e gli odori”, e ci dà una bella immagine della donna, una “fata”: “Ti tremano gli occhi se l’aspetti, ti treman le mani se la spogli”.

Ida Travi s’immedesima nella crescita di Sasa fino ad esclamare: “Mentre cresco  sollevo il bambino alla mia altezza, lo  illumino”, due stagioni dell’esistenza che si riuniscono nell’amore materno. Nelle altre poesie la sua interpretazione è sofferta, un’immagine forte che rimbalzava sullo schermo ed è rimasta impressa.

Quattro poeti, questa volta non uniti in un quartetto, compongono il quarto e ultimo  gruppo selezionato “Di penna in penna”.  Franco Buffoni predilige la poesia perché “va all’essenziale” e lo dimostra con quella da lui scritta sulla Costituzione, che elogia perché “promette il perseguibile,  e non l’imperseguibile, la felicità” come fa, aggiungiamo noi, almeno nel citarla quale finalità ultima, la Costituzione americana.  Mentre l’inedito “Cimiteri”  vi vede “una comunità, un piccolo paese”, fino al “vaso delle ceneri in tinello”.

Vivian Remarque  s’ispira molto alla madre, “cucivi così bene”, la rivede con il “cappello di paglia”, anche le “nevi dell’Himalaya” riportano a lei. E con la  “Poesia d’invidia perla luna” passa dalla contemplazione leopardiana  alla voglia di identificazione: “Oh essere anche noi la luna di qualcuno! Noi che guardiamo, essere guardate, luccicare . Sembrare da lontano la candida luna che non siamo”.

Dalla luna all’acqua con Antonio Riccardi che riesce a creare atmosfere mitiche astraendosi dal suo punto di osservazione in una grande casa editrice per ricercare l’ispirazione autentica. Aleggia il mito nelle poesie della sua raccolta “Acquamara”, ce n’è una in cui scrive delle “Bambine rimaste molto da sole” che “così sono le sirene. Si vedono la sera a certe latitudini nuotare nell’acqua fluorescente la pelle dolce, d’incanto e sotto di rame”, poi si materializzano “all’ombra sotto i portici e sentono rifiorire il rimpianto”.

Valentino  Zwichen  chiude la rassegna dei poeti italiani con un’ondata poetica su Roma, “Piazza del Popolo” e l’acqua della città, che viene “accecata nel buio acquedotto”,  “Bruto e Cesare” e  la “Ragazza romana”. C’è persino il “Tempio di Adriano”, la sede dei “Ritratti di poesia” evocata con l’appello allo straniero a meditare “sull’ulteriore rovina che alberga tra le rovine, dalle “mazzate del barbaro ”  a quelle del “capomastro rinascimentale”  fino alle “persiane di abitazioni che si annidano fra le colonne” per concludere: “Compiangi lo spazio che le distanziava, un’antimateria ideale”.  Metafora dell’antipolitica ?

Una delle interviste di Mascolo ai poeti, nell’immagine Ida Trani

La poesia senza confini, gli 8 poeti stranieri

La poesia oltre confine fa la parte del leone nel pomeriggio, con 8 poeti europei e americani intervallati dai 7 poeti italiani degli ultimi due gruppi  “Di penna in penna” di cui abbiamo già dato conto.

Si inizia con le “Confluenze”, in cui si ha il primo incontro con le poetiche straniere. Dagli Stati Uniti Moira Egan con “Cuori e sassi” parla di “un cuore pietrificato”, e della labilità della memoria mentre in “Note di una pozione”  coniuga poeticamente i fiori e le ombre, il sale e l’acqua in un incontro intimo che termina con “le sue braccia calde intorno a me, la lunga migrazione verso casa”.

Dopo una simile visione quasi onirica Gezim Haidari ha riportato ad una realtà impietosa: “Scrivo questi versi in italiano e mi tormento in albanese”, ha detto nell’intervista come premessa all’evocazione delle sofferenze degli esuli immigrati, dai viaggi della speranza alle condizioni di vita degradate alla disoccupazione; le parole dette sono le ultime parole scritte della sua poesia segnata dal ritorno martellante di “per voi”: si rivolge agli “uomini d’Europa che vi arrangiate ogni giorno”, descrivendone la vita grama da badanti e prostitute, contadini e disoccupati; parla ai barboni che non rinunciano alla libertà e ai missionari “che portate consolazione ai deboli”, si unisce a loro nell’esclamare “per voi che siete soli e fuggite con me”.

Dall’Albania alla Francia e alla Russia, si torna alla poesia di sentimenti personali che trovano gli spunti più diversi. Tra le composizioni lette da Jaqueline Risset, pensiamo a quella sulle “Cicale”, descritte pure nel suono che emettono con lo “sfregamento di elitre il primo rumore: accensione del fuoco nella notte dei tempi”.  Mentre di Natalia Stepanova  ricordiamo un’introspezione aperta alla natura, quando “finito il giorno e non ho voglia di pensare  a domani” vede “integri i fiumi” nelle “ombre che prevengono la notte” e immagina le “ali di penne lunghe, appuntite”, come quelle degli “angeli giovani” che “vendicandosi, sulle schiene curve dormiranno. Con la coscienza limpida”.

Dalle “Confluenze” alla “Poesia sconfinata”, in due parti, ciascuna con due grossi calibri, il primo dei quali, Faek Hwajek dalla Siria, ha fatto tornare nel mondo della realtà sofferta, in una forma ancora più dura di quella dell’albanese Haidari. Qui si tratta del carcere in cui è stato rinchiuso, dove oltre alle sofferenze per le condizioni inumane c’è la mancanza di libertà e l’anelito a riconquistarla. Ci è rimasta impressa la poesia “Dieci compagni”, dove il vuoto lasciato dai carcerati usciti dalla cella non viene occupato subito da quelli stipati nel dormitorio per una sorta di rispetto e pudore; e “Il caffè”, dove l’impossibile sogno della donna desiderata, condiviso dai compagni di cella, li porta a prepararle il caffè nell’alternanza dell’invocazione “ti aspetto” e “vieni”  seguita dalla constatazione “non viene”; finché, se ricordiamo bene, si ottiene il miracolo, la forza del sogno sembra farsi realtà. Come in “Cella 53” dove si rivolge questa volta da solo alla donna dicendole “questo è il giaciglio, Amore. Ti amo”. “L’isolante vicino alla porta” è il solo spazio per far vivere il sogno: “Io sull’isolante e tu vicino a me e dormi così dormo anch’io”. La raccolta è “Sezione interrogatori” del 1982.

L’introspezione riemerge con la spagnola Olvido Garcìa Valdés: ricordiamo che in una delle poesie lette sente “questo conosciuto tremolio delle foglie nella brezza e questo verde di aprile come un vomito nella luce”, una descrizione che si conclude con “l’ossessivo tubare di colombe”. Tra queste due immagini della natura una visione altrettanto sconsolata: “Non sente il cadavere dolcezza né calore, ma sì, invece, il silenzio e il freddo perché si sente ciò che si è”. E poi “nulla perde chi muore, nulla vince nemmeno”. Leopardiana?

Questo nostro interrogativo ci introduce negli ultimi poeti stranieri presentati, due grandi in assoluto. Perché Michael Kruger, dalla Germania, intitola “Leopardi e la lumaca” una sua poesia, dove la lumaca viene vista “come Sisifo”, e il poeta esclama: “Ora penso al tempo, non alla felicità, perché soltanto come infelici siamo immortali”, e aggiunge: “A che saremmo nati, dice Leopardi, se non per riconoscere come saremmo felici a non essere nati?”. Sconsolata anche la conclusione di un’altra poesia allorché esclama: “Più niente da vedere sotto questa pioggia a dirotto. Adesso ce ne andiamo”.  Il poeta alza ancora il tiro: “Il creatore dell’universo si può vederlo come un giocoliere, tutto un maledetto gioco”, poi cede al fascino della notte: “Per lo stupore restiamo senza parola, lui per fregarci ci dà prove del suo grande talento”. Immagini forti fino alla poesia intitolata con un icastico “Undicesimo comandamento”: “Undicesimo, non morire, ti prego”.

Molto diversa la poetica di C. K. Williams, uno dei massimi poeti degli Stati Uniti, che trascorre metà dell’anno a Parigi. Le sue poesie abbinano la profondità del ragionamento all’intensità dell’emozione. Così lo ha spiegato: “La mia poesia parte da un’emozione e si sviluppa nella riflessione. Mentre si pensa si sente sempre di più ciò che si sta pensando, così il pensiero si trasforma in emozione”. I suoi versi sono prosa incalzante, ricordiamo che cita le parole irridenti di Colombo in “Grandi scimmie”, quelle pacifiche “non sono neanche capaci di ammazzarsi a vicenda”. Delle rivoluzionarie poesie che l’autore ha letto, “Aspetta” lascia il segno con l’inizio shock: “Taglia, squarta. Sventra; taglia, squarta, sventra; mannaia, coltello, accetta”, è rivolto al tempo, che da vittima quando si è giovani ora diventa carnefice, al quale si dice sempre “aspetta, però, aspetta”. Ma il tempo sa farsi amare per “il modo in cui ogni mattina ruoti la languida terra, perché altrimenti come saprebbe fare alba, fare crepuscolo, quando dalle sue creature parlanti  non sente altro che ‘Aspetta!”?. Per concludere: “Noi, il cui ultimo angosciato desiderio è che la nostra ultima parola non sia ‘Aspetta’”.

E’ una poesia inedita in Italia, chiude con una riflessione “alta” la nostra rassegna con cui abbiamo cercato, riportando alcuni degli innumerevoli spunti colti fior da fiore, occasionalmente e senza pretesa alcuna,  di rendere il senso dell’intera giornata poetica tra le letture degli autori e le loro confessioni agli intervistatori.

Ida Trani recita le proprie poesie, seduto Mascolo

Con “Maledetti” di Frankie Hi e “Siamo così” di Fiorella Mannoia il gran finale

Terminata la parte poetica, ecco quella musicale, il tradizionale concerto della serata introdotto da un’intervista sulla poesia, e abbiamo già detto chi è stata la “star” quest’anno. Ma con una novità, la presenza di Frankie Hi-NRG MC, prima in un dialogo con Stas Gawronski sulla “potenza della parola” nel tardo pomeriggio, poi in una esibizione ripetuta al termine della serata dopo un duetto con la “star”. E’ lui stesso una “star”, la via italiana al Pop. Secondo Frankie il potere della parola sta “nell’assunzione di responsabilità della scelta di far proprie quelle determinate parole. Deve generare energia per produrne altre. La parola detta è capace di volare, mentre quella scritta resta bloccata”, un rovesciamento dei valori rispetto al “verba volant scripta manent”: le prime si diffondono nella libertà senza vincoli, perciò sono superiori alle seconde, e “il momento creativo attraverso la parola detta può innescare il cambiamento”. E ne ha dato subito  prova.

Ma prima di parlarne ecco la “star” della serata, abbiamo già detto che è Fiorella Mannoia accompagnata da un duo musicale, con un cantante brasiliano. Nell’intervista ha detto che “nella vita ci s’imbatte sempre nella poesia”, con cui lei ha un buon rapporto, cita Pasolini e Saramago che “anche quando scrivono in prosa fanno poesia”. E’d’accordo con De Gregori nel ritenere poesia e canzone “due mondi in movimento su binari paralleli che difficilmente si incontrano”. La canzone è “come una piccola sceneggiata con premessa, svolgimento e conclusione, la poesia invece può restare sospesa”. Non c’è una sequenza temporale fissa tra versi e note, “l’ispirazione può venire dalle parole scritte e poi musicate o dalla musica su cui viene creato un testo”. Le grandi canzoni nascono di getto, musica e parole insieme, com’è stato per “Caruso” di Lucio Dalla.

Ha anche risposto alla domanda su come vengono scelte le canzoni da una interprete come lei. “Io parto dal testo, da quello che dice, devo misurarmi con le cose che leggo. Non posso sopperire alle lacune con virtuosismi vocali che non mi appartengono, mi immedesimo in ciò che canto, vi entro  come in una seconda pelle, la storia contenuta nel testo mi scorre davanti come un  film, la vedo prima di cantarla, mi sento un attore che interpreta il ruolo e vi si identifica. Questo avviene anche su temi maschili, ma se il testo mi riguarda personalmente c’è qualcosa in più”; per il resto nell’interpretazione non c’è differenza, “la sensibilità non ha sesso”.

Consigli da dare non ci sono, se non di prestare attenzione “a ciò che si dice, non a come si dice, la forma espressiva viene da sé quando il contenuto è sentito”. L’esperienza delle collaborazioni è stata molto fruttuosa per lei, “ci si arricchisce, è sbagliato isolarsi”.  Su un tema che l’ha particolarmente toccata, quello dell’emigrazione, è diventata cantautrice, si è immedesimata in una mamma anche se lei non lo è, “ma tutte noi donne siamo mamme”; la canterà con trasporto.

Tra le 10 canzoni che ha cantato, oltre all’intenso “Che sarà che sarà” e a quella da cantautrice, c’è stato quel “Siamo così”, divenuto un inno delle donne che, nel Tempio di Adriano,  lo hanno intonato tutte in coro con lei considerata un simbolo dell’identità e dell’orgoglio femminile.

Ha anche cantato un Rap con Frankie, il quale ha riproposto il suo “Maledetti”, già martellato con la potenza della sua parola esplosiva nel pomeriggio. Con l’onomatopeica ripetizione in un fiume di parole – dai colletti alle mazzette – delle tre lettere finali, l’invettiva contro i colpevoli degli innumerevoli scandali che investono la politica e l’economia è stata lancinante. Un “Je accuse” violento e disperato come fu dolente e accorato il “Povera patria” di Franco Battiato nel 1991.

E allora ci è parsa molto appropriata la conclusione del presidente Emanuele  con cui abbiamo iniziato il nostro resoconto. Nel clima creato dal martellante “Maledetti” di Frankie – che a noi è venuto spontaneo riferire al caso dell’MPS agli onori, anzi ai disonori della cronaca – ha tenuto a ricordare i meriti della Fondazione Roma nella cultura e nella società senza le altrui degenerazioni.

Dopo l’orgoglioso e solidale “Siamo così” della Mannoia verso le donne, la rivendicazione del Presidente dell’abisso che lo separa da chi ha tradito lo spirito delle Fondazioni, è suonata come una rivolta. Diversi i destinatari, uguale la spinta morale. E’ stato un alto e forte: “Non siamo così”.

Info

A cura della “Fondazione Roma Arte-Musei” un agile compendio: “Ritratti di Poesia”, settima edizione, 1° febbraio 2013, pp. 44, con una poesia per ogni poeta intervenuto alla manifestazione al Tempio di Adriano.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante al Tempio di Adriano nella giornata dei “Ritratti di Poesia”, si ringrazia la Fondazione Roma per l’opportunità offerta. In apertura, il presidente Emanuele nell’intervento iniziale; seguono,Pier Paolo Pascali, nipote della premiata Giovanna Bemporad, ricorda la poetessa  scomparsa (seduti da sin., Mascolo, Emanuele, Diamanti), e Cosimo Cimieri mentre legge le poesie di Giovanna Bemporad,   (seduti da sin., Pascali, Mascolo, Emanuele, Diamanti); poi una delle interviste di Mascolo ai poeti, nell’immagine con Ida Trani, che in quella successiva legge le proprie poesie; in chiusura il quartetto della “Sinfonietta poetica” (sta leggendo Maria Borio, alla sua destra Tommaso Di Dio e Serena Maffia, alla sua sinistra Domenico Arturo Ingenito).

Il quartetto della “Sinfonietta poetica” (sta leggendo Maria Borio, alla sua dx Tommaso Di Dio e Serena Maffia, alla sua sin. Domenico Arturo Ingenito

Rinascimento, 2. L’antico e il Sacco di Roma fino ai fasti farnesiani, al Palazzo Sciarra

di Romano Maria Levante

Ricordiamo ancora dopo un anno la visita alla grande mostra “Il Rinascimento a Roma, nel segno di Michelangelo e Raffaello”, aperta dal 25 ottobre 2011 al 12 febbraio 2012,promossa  dalla Fondazione Roma e organizzata con Arthemisia” al Palazzo Sciarra al Corso. 200 opere in 7 sezioni: dopo aver descritto le opere nei pontificati di Giulio II e Leone X  con il primo articolo,passiamo alle sezioni dal Rinascimento e il rapporto con l’antico alla Riforma di Lutero e il Sacco di Roma, fino ai fasti farnesiani. Presto seguiranno le sezioni su San Pietro, la maniera e gli arredi. Abbiamo già visto il forte influsso dei due “numi tutelari”  Raffaello e Michelangelo, il primo con una propria bottega a Roma e il fascino del suo stile delicato, il secondo con l’attrazione del vigore e della forza spirituale di opere eccelse come la “Cappella Sistina”. E abbiamo riscontrato nelle opere esposte degli artisti dell’epoca i segni dei singoli influssi, sia ricorrendo alle valutazioni dei critici, sia con una ricerca personale che ciascuno può fare, ed era un ulteriore motivo di interesse della mostra. Il primo periodo, con Giulio II e Leone X,  rivissuto nella prima sezione, era ricco di opere alcune delle quali mozzafiato, come quelle esposte di Raffaello, mentre per Michelangelo si restava senza fiato dinanzi alla Cappella Sistina “portata”  nella mostra con un sistema multimediale che dava immagini ravvicinate ad alta risoluzione e in tre dimensioni.

Pierin del Valga, “Sacra Famiglia”, 1540

Il Rinascimento e l’antico, prima della tempesta

La seconda sezione dedicata ai “Rapporti con l’antico”  era un tuffo a ritroso nel tempo per scoprire motivi di ispirazione ancora attuali nel ‘500, quando il classicismo era molto considerato; del resto lo è stato sempre, ricordiamo quanto documentato nella mostra sul ‘700, con cui è stato inaugurato, nello stesso 2011, lo spazio espositivo di Palazzo Sciarra  per l’arte antica. 

Nel secolo cui era dedicata questa mostra, il fascino dell’antico è accresciuto dal concetto stesso di Rinascimento secondo cui – ripetiamo le parole di Vittorio Sgarbi – “morta Roma antica, rinasceva nella Roma moderna, in cui convivevano a pari livello il nuovo e l’antico”.  Si crea un rapporto stretto tra Roma, gli artisti e l’ideale rinascimentale di far “rinascere” l’antico in veste moderna; sia nello stile, sia nei soggetti e nei contenuti. Ci si ispira ai modelli romani delle terme per l’armonia e la simmetria nelle costruzioni,  la Domus Aurea  diviene un riferimento costante, viene alla luce il gruppo del Laocoonte, si diffondono restauri e copie dell’antico.

L’esposizione ha creato il clima giusto anche questa volta, come era stato per la mostra precedente sul ‘700, si aveva la sensazione di entrare nel Parnaso quando dai corridoi con archetti che segnavano il percorso pittorico si passava alle sale con le grandi sculture  marmoree.

Prima una serie di stampe, lo “Speculum Romanae magnificentiae”  di Dupérac e “Il cortile di Palazzo della Valle con le raccolte di antichità“, copia di Cock  di una delicata incisione di Van Heemskerek, del quale era esposto “Paesaggio con San Girolamo”, dipinto che rigurgita di antichità, dalla grande fontana alle colonne, ruderi e statue sparse ovunque. E soprattutto si ammirava un inatteso disegno di Raffaello, “Veduta (da Bramante?) dell’interno del Pantheon”, prospetto frontale dei due livelli inferiori, con un segno sottile e delicato molto calligrafico.

Ma ecco poi il grande “Gruppo di Dioniso ed Enea”, statua marmorea che si stagliava imponente, due figure di statura molto diversa con i grappoli d’uva e la coppa; e la “Statua di Afrodite”, un nudo reso dinamico dalla posizione accosciata con la mano destra sui capelli e la sinistra  che regge un panno; entrambi del II secolo dopo Cristo.

Le ripetizioni dell’antico nell’ultima parte del ‘500  si trovavano nel piccolo “Laocoonte” in bronzo di Pietro Simoni da Barga, nella “Testa di Laocoonte” di un seguace di Michelangelo e nello “Spinario” di Guglielmo della Porta, un giovane seduto che guarda il piede tenuto con le mani per togliere la spina. Di questo autore, alcuni rilievi a forma di dischi ovali con scene mitologiche, avevano forma circolare quelli più piccoli di Valerio Belli, con scene classiche simboliche.

Sembravano bassorilievi romani antichi “I pugilatori Entello e Darete detti Lottatori Aldobrandini”, 1520; e ricordavano le pitture antiche  tre spettacolari dipinti della cerchia di Perin del Vaga, “Battaglia tra Centauri e Lapiti”, “Due sfingi” e “Danza di putti”, 1542-43.

In questo ispirarsi all’antico non  sorprendeva  un disegno quasi pompeiano,  non nel colore, un beige molto sfumato, quanto nel soggetto, la posa di “Amanti”, 1530,  di Giulio Romano, non “casti”, in un erotismo peraltro limitato all’atteggiamento senza esplicite esibizioni; insieme al disegno era esposto il frontespizio di un libello dal titolo eloquente: “Dubbi amorosi, altri dubbi, e sonetti lussuriosi di Pietro Aretino dedicati al Clero”, edito  nel 1792, presumibilmente con quel disegno,  “nella stamperia vaticana con privilegio di Sua Santità”, e questo era più sorprendente.

Non erano le uniche raffigurazioni di questo tipo, c’era una serie di disegni dal segno sottile e in chiaroscuro che sembravano incisioni, pervenuti nella copia di Gian Giacomo Caraglio, l’originale era di Perin del Vaga, che abbiamo già incontrato nel primo periodo del secolo e ritroveremo.  Sono 7 scene amorose, a partire da “Amore e Psiche”,poi “Parla Cupido”; “Giove e Mnemosine” e “Giove e Antiope”. “Giove  e Io” e “Marte e Venere”, “Mercurio ed Erse” e “Venere e Amore”, tutti accompagnati da otto versetti: sono baci dolci o appassionati, e languidi abbandoni. 

“Statua di Afrodite”, età adrianea, 117-138 d. C.  

Lo scisma di Lutero e il Sacco di Roma

L’arcadia di un’età gaudente della città? Siamo nel 1527, il 6 maggio tutto precipita con la tragica vicenda del Sacco di Roma, una tempesta che “sopraggiunse quasi improvvisa e troncò ogni ulteriore sviluppo di questo crogiuolo di spiriti liberi e geniali, che abbandonarono la città per altri luoghi”, scrive la Bernardini. E si chiede “quali esiti avrebbero potuto raggiungere le ricerche di questi artisti, alimentate dal continuo confronto fra loro e da quello con la grande arte del passato remoto e prossimo, se avessero potuto rimanere a Roma”. Rispondendo così: “La tragedia del Sacco non operò una frattura nella cultura artistica romana, ma certamente ne modificò il percorso”. Una modifica evidente è la scomparsa del fervore artistico, che neppure il ritorno a Roma di Clemente VII riuscì a riattivare, d’altra parte la città aveva dimezzato il numero di abitanti.

Dieci anni prima del “Sacco”  c’era stato un altro trauma, relativo alla sfera religiosa, lo scisma di Lutero dopo l’affissione alle porte della cattedrale di Wittemberg delle sue  enunciazioni. In mostra era evocato dal “Ritratto di Martin Lutero e di Katharina von Bora”, la moglie, di Lucas Cranach, 1529, un abbinamento come manifesto contro il celibato cattolico; l’artista tedesco gli fu amico e seguace diffondendone l’immagine con i dipinti nei quali spicca la semplicità rispetto allo sfarzo papale; e rendendone visibile la dottrina con le illustrazioni nella Bibbia tedesca di Wittenberg. Cranach fu esponente di un algido Rinascimento nordico come si è potuto vedere nella mostra a lui dedicata nel 2010 alla “Galleria Borghese”. Eloquenti nell’irrisione del papato le due illustrazioni dello stesso artista: “La discesa del Papa agli inferi“, 1521, dal libro “Passional Christi und Antichristi”, in cui emula Dante che vi mandò Bonifacio VIII; e “La grande prostituta Babilonia con la tiara pontificia”. 1522, dal “Nuovo Testamento” di Wittenberg.

La terza sezione della mostra, dedicata alla“Riforma di Lutero e il Sacco di Roma”  iniziava con questi esempi significativi, dopo due preziose bolle pontificie di Giulio II, “Liquet omnibus” del 1509 che precede lo scisma, e di Clemente VII,  “Dudum Admonente”, che precede il “Sacco”.  Questo papa, succeduto a Leone X, era il fulcro della sezione, con due grandi dipinti, entrambi di Sebastiano del Piombo (al secolo Salvatore Luciani): “Ritratto di Clemente VII”, 1926, prima del “Sacco”, con mantellina e copricapo rosso sulla veste bianca, giovanile e imponente; e “Ritratto di Clemente VII con la barba”, 1531-32,  sembrano trascorsi ben più dei cinque anni della datazione, mantella e copricapo scuri e soprattutto un velo di depressione nel volto, e non perchè è barbuto; d’altra parte la barba è un ricordo della tragica vicenda del “Sacco”, cominciò a farsela crescere quando era prigioniero all’interno di Castel Sant’Angelo..

Dell’anno successivo una “Coppa con Cesare che parte da Roma”, 1533, attribuito a Nicola da Urbino, con la città stilizzata in alcuni monumenti. E’ la trasposizione simbolica dell’esodo per il “Sacco”? In realtà è vicino il ritorno degli artisti e dei fuorusciti,  sta per salire al soglio Paolo III.

Erano di Martin Van Heemskeerk due drammatiche rappresentazioni del “Sacco”, peraltro datate 1555, quasi trent’anni dopo: La prima “I lanzichenecchi davanti a Castel Sant’Angelo”,  il disegno originale a penna da cui fu tratta l’incisione per la stampa (per cui è al rovescio) che riassume il momento culminante del tragico evento: la scena è altamente drammatica con gli assedianti i cui cannoni sono puntati sul castello intorno alle statue di santi con Papa Clemente VII che si intravede affacciato nell’alto della loggia centrale; la didascalia latina che vi fu apposta  a stampa riassume la conclusione con le parole “Presa la città, papa Clemente fu tenuto in ostaggio nella imponente Mole di Adriano, tuttavia fu liberato con un ingente riscatto”. La seconda – questa volta una stampa a bulino (incisa da Cock che abbiamo visto autore di copie dell’artista definito “inventor”) – “La morte di Borbone”, per una raccolta dedicata all’imperatore  Carlo V. La scena è drammatica, in primo piano il guerriero che cade all’indietro da una scala colpito a morte, in secondo piano i monumenti e i templi della città nel fuoco degli incendi. Anche qui la scritta latina è quanto mai eloquente, nel descrivere la conclusione così: “Dopo l’uccisione di Borbone, l’esercito imperiale travolse le mura di Roma e mise a sacco l’urbe miseranda”.

Papa Clemente VII, che avevamo visto nei due ritratti a olio di Sebastiano del Piombo  era anche in una moneta e in una medaglia di Benvenuto Cellini, anch’esse in mostra, emesse per celebrare l’epilogo della tragica vicenda del “Sacco di Roma” in una forma edificante: la moneta “Due ducati d’oro di Clemente VII”, 1529-30 presenta il papa Clemente VII e l’imperatore Carlo V, non più nemici mentre inginocchiati sollevano insieme la croce; la “Medaglia di Clemente VII con la Pace che brucia le armi”, 1534,  è altrettanto eloquente nei suoi simboli laici, l’allegoria della pace avvolta nella tunica e la cornucopia  che dispensa abbondanza, ma c’è anche il tempio di Giano distrutto al quale è incatenato il simbolo del furore bellico. Nel “recto” il busto di Clemente VII, con la barba come nel secondo dipinto di Del Piombo, ma a capo scoperto. E’ esemplare come tra quadri  e disegni, monete e medaglie, si sia ricostruita in sintesi una fase drammatica e complessa. 

Raffaello Giulio Romano, “Madonna  col Bambino” (“Madonna Hertz”), 1517-18  

Il nuovo inizio con i fasti farnesiani

L’anno della medaglia di Benvenuto Cellini è lo stesso della salita al soglio pontificio di Paolo III della famiglia Farnese, che segnò un nuovo inizio, per cui non ci fu una frattura irreparabile, ma la modifica del percorso artistico di Roma, come ha scritto la Bernardini, la qualesovrintende al Museo di Castel Sant’Angelo dove ci fu l’epicentro del sisma del “Sacco di Roma” e la conclusione; quindi tratta con molta sensibilità questo periodo nei suoi risvolti storici e artistici.

La volontà di recuperare lo splendore perduto, insieme alla celebrazione del nuovo pontefice alimentò  una campagna di ricostruzione urbanistica con realizzazioni di valore nell’architettura e nell’arte che riuscirono a restituire a Roma l’antico decoro. Siamo nel 1934, sono trascorsi solo sette anni dal “Sacco di Roma”, torna il fervore e rientrano gli artisti. La studiosa ne indica la successione: Francesco Salviati è già  arrivato nel 1931 con Clemente VII,  nel 1933 torna Baldassarre Peruzzi, poco dopo Jacopino del Conte, Daniele da Volterra e Pirro Lagorio.

Subito dopo il 1934 torna addirittura Michelangelo, chiamato per riprendere i lavori nella Cappella Sistina con il “Giudizio Universale”, rientra nel 1937 Perin del Vaga, seguito da giovani pittori della sua cerchia. A parte Raffaello, morto nel 1520,  è come se si ravvolgesse la pellicola e ripartisse il film dove si era interrotto, in un crescendo.

Perin del Vaga diventa addirittura pittore ufficiale di Paolo III, che vedeva in lui l’erede di Raffaello e lo affiancò a Michelangelo, che lui già seguiva, pur venendo dalla scuola di Raffaello, avendo fatto anche delle copie del celebre cartone sulla “Battaglia di Cascina”. Furono impegnati dalla committenza papale negli stessi ambienti vaticani, nella  “Cappella Sistina”  e “Cappella Paolina” e nella “Sala Regia”, mentre ad Antonio da Sangallo fu affidata la parte architettonica: precisamente mentre Michelangelo lavorava nel “Giudizio Universale”, dal 1934 al 1941, e negli affreschi della “Cappella Sistina”, tra il 1542 e il 1549, Perin del Vaga era impegnato nella volta della “Cappella Paolina” che non ci è giunta perché distrutta, nella decorazione della “Sala Regia”, dal 1541 al 1547, interrotta dalla morte ancora giovane, e del Basamento del “Giudizio”, nel 1542.

La sezione quarta documentava questa temperie artistica cominciando proprio da Perin Del Vaga,  del quale era esposto il “Disegno preparatorio per la spalliera del Giudizio della Sistina”. 1542, per l’opera di cui abbiamo appena parlato. Poi due dipinti intitolati alla “Sacra Famiglia”,  tra il 1540 e il 1546, con  i tre soggetti Madonna, Bambino e San Giuseppe; torna il tema da lui svolto nel dipinto del 1940 esposto nella prima sezione, che abbiamo già commentato e rispetto ai due di cui parleremo ora aveva in più le antiche rovine e San Giovannino  “presentato” al Bambino.

Riguardo al dipinto del 1540-45,  Costanza Barbieri osserva che “la rotazione dinamica delle teste in opposte direzioni, mutuata da Raffaello, conferisce movimento alla composizione”,  con il Bambino che protende il braccio destro verso il collo della Madonna. Nel dipinto del 1945-46 è l’intero corpo a protendersi: secondo le  parole della stessa studiosa, colpisce soprattutto “per l’intensità emotiva provocata dal movimento del Bambino che, come impaurito, si precipita nelle braccia della Madre che lo accoglie con un’espressione preoccupata e sollecita”; c’è una grazia dei volti  di stampo raffaellesco, in una composizione dal cromatismo contrastato ma su toni delicati.

Subito dopo Francesco Salviati, la cui rivalità nei riguardi del pittore appena citato era tale che  il ruolo preminente a lui conferito dal papa al suo arrivo a Roma nel 1537 –  come pittore ufficiale affiancato a  Michelangelo – lo indusse a lasciare la città due anni dopo, nel 1539. Di Salviati erano esposti tre dipinti: uno, “Annunciazione della Vergine Maria”, 1533.34,  prima dell’arrivo di Perin del Vaga,  e due dopo aver lasciato Roma, “Adorazione dei Pastori”, 1541, “Resurrezione di Lazzaro”, 1547-48, oltre al disegno a matita e acquerello “Cristo e San Tommaso”, 1544. Del primo Gianfrancesco Solferino  scrive che “la potenza cromatica emanata dall’opera si espande oltre il nitore delle membrature architettoniche”; per il  secondo Susanna Mastrofini sottolinea il primo piano della Madonna  e lo sfondo “con antiche rovine e un paesaggio idealizzato dominato sia da toni scuri sia da colori particolarmente accesi che rimandano ancora una volta al Parmigianino”; il terzo, per Paolo Castellani “appare fortemente impregnato della cultura figurativa romana raffaellesca, arrivando a citazioni quasi letterali tratte dall’urbinate”.

Erano esposti anche una “Sacra Famiglia”, 1546, di Marco Pino, e una “Madonna col Bambino e i santi Giovannino e Barbara, 1548, diDaniele da Volterra, ma a questo punto ci sembra di poter concludere la seconda parte della rievocazione della mostra  citando le opere sulla  ricostruzione urbanistica con i prodigi architettonici farnesiani nel “Progetto assonometrico per il completamento di Palazzo Farnese”, 1546, un acquerello attribuito a Jacopo Meleghino, con una vista prospettica molto dettagliata e rifinita, e gli “Orti farnesiani sul Monte Palatino”,  1561, un’acquaforte pittorica  con uno scorcio della parte monumentale con alberi e arredi.

Ci immergiamo ancora di più nell’ambiente di grande fervore realizzativo, che vedrà il “clou” nella sezione successiva  con la Basilica di San Pietro. La ricorderemo prossimamente insieme alle altre opere pittoriche di Michelangelo contenute nella quarta sezione; per poi passare alle due restanti, , la Maniera a Roma a metà secolo e gli arredi. C’è ancora tanto da rievocare per non dimenticare.  

Info

Catalogo: “Il Rinascimento a Roma. Nel segno di Michelangelo e Raffaello”, a cura di Maria Grazia Bernardini e Marco Bussagli, Electa, 2011, pp. 360, formato  24  x 28, euro 45; dal Catalogo sono  tratte le citazioni del testo. Il primo articolo sulla mostra è uscito, in questo sito,  il 12 febbraio u. s., con 4 immagini, il terzo e ultimo uscirà il 16 febbraio 2013, con altre 4 immagini. 

Foto

Le immagini sono state fornite da “Arthemisia” che si ringrazia, con la Fondazione Roma Arte-Musei e i titolari dei diritti.  In apertura  Pierin del Valga, “Sacra Famiglia”, 1540; seguono Età Adrianea, “Statua di Afrodite”, 117-138 d. C. e Raffaello-Giulio Romano, “Madonna  col Bambino (Madonna Hertz), 1517-18; in chiusura Sebastiano del Piombo, “Ritratto di Clemente VII con la barba”, 1531-32. 

Sebastiano del Piombo, “Ritratto di Clemente VII con la barba”, 1531-32

Alberto Sordi, nel decennale il ricordo di Roma, in Campidoglio

di Romano Maria Levante

Molto affollata la conferenza stampa dell’11 febbraio 2013 alla Sala delle Bandiere in Campidoglio per presentare le iniziative che nel decimo anniversario della scomparsa ricorderanno Alberto Sordi. L’affetto per la qualità umana dell’indimenticabile personaggio oltre che per le sue doti di grande attore è stato alla base degli interventi che ne hanno rievocato la figura nei suoi vari risvolti, e sono tanti. In tutti il denominatore comune è l’amore per Roma nell’identificazione con la città e i suoi abitanti. La Fondazione Alberto Sordi da lui voluta è una prova  permanente della sua volontà di essere vicino ai concittadini con atti concreti e non solo con le sue interpretazioni indimenticabili.

Limmagine-logo della mostra 

Nel segno della commozione e del sorriso, la presentazione delle iniziative celebrative ha fatto ripercorrere alcuni dei molti aspetti della sua attività artistica e del suo percorso umano, perché su questi sono state modellate le manifestazioni che lo ricorderanno nel mese di febbraio e poi anche nella prossima estate, in un anno che si potrà definire“l’anno di Alberto Sordi”.

Le iniziative celebrative del febbraio 2013

L’Assessore alla cultura di Roma Capitale, Dino Gasperini, ha illustrato le manifestazioni in programma con riferimenti precisi, sempre in varia misura divertiti e commossi, all’aspetto del personaggio celebrato nella singola iniziativa: attore e regista, speaker radiofonico e doppiatore, una persona di grande umanità che nell’80°  compleanno fu per una giornata Sindaco della sua città, la Roma tanto amata. Si va dalla mostra  celebrativa ai film, dai concerti alle sue evocazioni dal vivo.

Il programma si apre con la mostra“Alberto Sordi e la sua Roma”,che verrà inaugurata il 14 febbraio alle ore 18 al Vittoriano,  e sarà aperta al pubblico dal 15 febbraio al 31marzo 2013, realizzata da “Comunicare Organizzando” e curata dal suo presidente Alessandro Nicosia e da Gloria Satta e Vincenzo Mollica. La mostra farà compiere un’immersione nella sua vita personale e nelle interpretazioni  cinematografiche più legate alla capitale, si vedranno esposte cose facenti parte della sua quotidianità domestica e dell’attività di attore, come oggetti della sua abitazione e costumi di scena, suoi articoli nei giornali e lettere personali,  manifesti e filmati: tutto  materiale messo a disposizione dalla sorella Aurelia. Saranno rievocate le espressioni rimaste famose dei suoi film più noti su Roma, presenti in mostra, da “Un americano a Roma” a “Nestore l’ultima corsa”.

Chi vorrà vedere o rivedere alcuni suoi Film famosi potrà farlo in serate e luoghi diversi. “Amore mio aiutami”, con Monica Vitti,  del 1969, di cui è stato anche regista, restaurato di recente con il contributo dell’assessorato retto da Gasperini, sarà proiettato al Teatro Tor Bella Monaca il 23 febbraio (ore 17 e 21) e al Teatro Biblioteca Quarticciolo il 24 febbraio (ore 17).  E’ la storia patetica e divertente, dal finale amaro, di un tradimento coniugale con fasi alterne di perdono e abbandono: celebre la scena in cui da marito tradito schiaffeggia all’infinito sulla sabbia del litorale la moglie che persiste nel proclamare l’amore per l’altro: Lo stesso 24 febbraio, alle 11 di mattina, alla Casa del Cinema, “Bravissimo”,regia di D’Amico, in cui interpreta la figura molto umana di un maestro elementare che protegge, da nuovo padre, un ragazzo prodigio dalla famiglia sfruttatrice.

L’indomani, 25 febbraio, ultimo giorno del ciclo di celebrazioni,  alle 20,30 alla Galleria Alberto Sordi,  la storica Galleria Colonna, il film forse più legato alla sua città, “Un americano a Roma”: un trasteverino innamorato dell’America di cui cerca di adottarne le abitudini con risultati di grande comicità, ma non sa resistere alla “provocazione” della pastasciutta e ne divora un grande piatto nella scena forse più famosa, fino a salire al culmine del Colosseo inseguendo il sogno americano.

Nel cinema, oltre che attore e regista, è stato anche doppiatore, di attori famosi stranieri  come Antony Quinn e Robert Mitchum, Bruce Bennet e Pedro Armendariz, e italiani come Franco Fabrizi e perfino Marcello Mastroianni. Questa sua attività sarà ricordata con la proiezione, il 23 febbraio alle ore 16, al Macro Testaccio, nello spazio della Pelanda, di un film della serie di Stanlio e Olio, lui dava la voce a Ollio, interpretato da Oliver Hardy: “I diavoli volanti”, regia di Sutherland,  con le esilaranti avventure nella Legione straniera, la diserzione con successiva cattura e condanna alla fucilazione e il finale stravagante: la voce di Sordi si è perfettamente incarnata nel grassone Ollio.

Il cinema di Sordi verrà celebrato anche dal lato della musica, nella grande serata del 23 febbraio alle ore 21 all’Auditorium del Parco della Musica, “Sala Sinopoli”, con l’esecuzione da parte della Gerardo Di Lella Grand’Orchestra delle partiture originali dei film  e delle musiche già eseguite dall’orchestra nel concerto trasmesso dalla Rai nel 2004 a un anno dalla morte dell’attore.

Ma non ci sarà soltanto la possibilità di rivedere suoi film celebri o riascoltarne le musiche in questi giorni di celebrazione. La sua presenza, già evocata dalla mostra al Vittoriano, si sentirà in modo quanto mai suggestivo con la sua voce nelle stazioni della Metropolitana e nella Galleria Sordi il 23-24-25 febbraio: si tratta dei suoi interventi alla radio, e Gasperini ha ricordato che fu il primo vero personaggio radiofonico nella storia della Rai, volle  avere una sua trasmissione e ci riuscì: almeno una  quindicina di brani esilaranti dai più antichi con Mario Pio  e il Conte Claro.  La sua immagine sarà proiettata la sera del 24 febbraio sul Colosseo mentre si sentirà la sua voce che racconta le sue interpretazioni nei film più famosi, nel cuore della romanità più famoso al mondo,

Diana Gissi, costumista, Bozzetti dei costumi per “Il Marchese del Grillo”  

Con due momenti particolarmente solenni si apre e si chiude virtualmente il programma celebrativo.

L’inaugurazione del “Viale Alberto Sordi: Attore (1920-2003)” il 16 febbraio alle ore 11 a Villa Borgese, “il cuore verde di Roma”, una strada simbolica per l’ubicazione,  dirimpetto alla casa del Cinema, tra le vie dedicate ad Anna Magnani e Marcello Mastroianni, e per le caratteristiche, una strada nel parco dove si può passeggiare e meditare senza l’oppressione del traffico da lui detestato. Le cerimonia sarà accompagnata dalla Banda della Polizia municipale, con i vigili e “pizzardoni” romani da lui celebrati e resi familiari al grande pubblico.

Infine la Santa Messa in sua memoria nella Chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo il 24 febbraio alle ore 11 (ingresso 10,45), per ricordare anche la sua religiosità che le parole da lui dette in un’intervista esprimono in modo istintivo e intenso: “E’ bello credere, e non si crede facendo tanti ragionamenti: io sono cristiano, la vita mi ha sempre più convinto che il cristianesimo è vero. Che bisogno c’è di ragionarci su?”. Un’altra espressione di semplicità e di umanità profonda. 

L’assessore Gasperini ha concluso anticipando iniziative successive ai dodici giorni di febbraio: il 21 aprile nel Natale di Roma il suo cinema verrà proiettato in Piazza del Campidoglio; il 15 giugno ci sarà una celebrazione della sua nascita presso la Fondazione Alberto Sordi; anche l’Estate romana vedrà molte altre iniziative di celebrazione nell’“anno di Alberto Sordi”.

Diana Gissi, costumista, Un altro bozzetti dei costumi per “Il Marchese del Grillo” 

Gli altri interventi di presentazione

Dopo la presentazione del  programma da parte dell’assessore Gasperini, la rappresentante della Fondazione Alberto Sordi, Stefania Binetti, ha portato la sua testimonianza, rivelando che lui ne controllava di persona la crescita a cui teneva tanto. “La Fondazione rappresenta l’ultima sua volontà che resta viva come manifestazione concreta della sua grande generosità”, è la “custodia storica della memoria dell’artista”. Il 12 febbraio alle ore 11 nell’Auditorium dell’Ara  Pacis sarà presentato in anteprima il filmato che fa conoscere i campi in cui opera con la partecipazione del Preside della facoltà di Medicina e del Responsabile UOC Neurologia del Campus Bio Medico.

L’obiettivo primario è l’assistenza agli anziani, e a tal fine dal 2002, su un terreno a sud di Roma da lui donato alla Fondazione, è stata realizzata una struttura d’avanguardia con un Centro polivalente per la salute dell’anziano e un Centro diurno per anziani fragili. Questo obiettivo viene perseguito anche mediante il sostegno all’Università del Campus citato, che sullo stesso terreno nel 2007  ha realizzato un polo di Ricerca avanzata in Biomedicina e Bioingegneria  concentrato sulla ricerca geriatrica e la fisiopatologia dell’invecchiamento, fino all’edificio del 2012 per la didattica   Il meritorio sostegno alla popolazione anziana, sempre più numerosa ma sempre più trascurata, viene esercitato anche attraverso altre forme a difesa della dignità della persona e del suo diritto alla qualità della vita, oltre che alla salute, per cui la Fondazione è stata riconosciuta come Ente Morale dall’ottobre del 1995, in campo scientifico, sanitario e sociale. Nei suoi locali c’è anche un Museo Alberto Sordi con cimeli e documenti, fotografie e altri ricordi donati dalla sorella Aurelia.

La serata del 15 giugno prossimo nell’anniversario della nascita vedrà  la testimonianza di tanti che lo hanno frequentato e hanno molti episodi da ricordare.

Alessandro Nicosia, il Presidente di “Comunicare Organizzando”, che lo ha conosciuto e frequentato, ha parlato dell’emozione provata quando, per realizzare la mostra al Vittoriano, ha consultato le carte private dell’attore, insieme alla persona a lui più vicina che le custodisce, e ha capito che il miglior modo per onorarlo era ricordare il suo rapporto con la città, l’amore “per la sua  Roma”, di qui è nato il contenuto dell’esposizione con il relativo titolo.  E’ stato un rapporto di identificazione che va ben oltre i 56 film in cui c’è Roma sui 189  interpretati. Il percorso della mostra, esteso alla città, parte da una dimensione privata e personale, anzi intima: la sua vita quotidiana nella villa immersa nel verde, espressa attraverso oggetti di uso comune, dalla poltrona al pianoforte, dai quadri ai trofei dei tanti premi avuti, fino alle lettere. “In questa casa sono felice, diceva, il panorama che vedo mi fa sentire proprio a Roma, come se fossi nel cuore della città, ma senza l’inquinamento”. Come la sentiva si vede, anzi si legge nei suoi articoli per il “Messaggero”,  in tanti anni di notazioni serene e divertenti, da profondo conoscitore della città di cui era innamorato e che seguiva in ogni espressione e cambiamento. Una città che lo ha ricambiato con la manifestazione di affetto che vide mezzo milione di persone ai suoi funerali in piazza San Giovanni.

Gloria Satta, che ha curato la mostra con Vincenzo Mollica,  ha parlato della persona, piuttosto che del personaggio, dicendo che si è voluto rievocare il suo mondo allegro, divertente e festoso. “Ha interpretato molti vizi degli italiani, caratteri anche deteriori, mentre lui era esattamente l’opposto, molto mite, simpaticissimo, non si astraeva mai all’affetto degli ammiratori, non voleva deludere nessuno”. Il carattere e la visione della vita e della città emergono dai suoi articoli su Roma -ha detto tornando su un aspetto della mostra – dove esprime le sue opinioni in tono bonario e scanzonato:  ha criticato molto l’avvento dei ‘fast food’, era affezionato alle vecchie osterie, e anche all’avanspettacolo all’Ambra Jovinelli,  sul quale notava:  “Il vero spettacolo era in platea”. Non riusciva a capire come i romani  nel fine settimana si sobbarcassero a file interminabili inscatolati nelle auto verso Ostia e le altre spiagge vicine per il miraggio del mare pagato a caro prezzo.  Detestava questo come il traffico cittadino,  per il resto amava tutto di Roma, anche una certa indolenza dei romani, “E’ segno della saggezza di Roma”, diceva.

Il personaggio radiofonico è stato rievocato da Angelo Melloni della Rai, che ha lavorato per il recupero delle sue trasmissioni e delle sue presenze alla radio  inserite nelle iniziative celebrative.  Preziose le considerazioni di Sordi alla radio su se stesso come attore cinematografico, “nel tempo si possono notare i cambiamenti della voce da quella più squillante giovanile a quella pastosa della maturità”. Nella sala echeggia la sua voce, è il celebre saluto ai “compagnucci della parrocchietta”.

Ha chiuso la presentazione il sindaco Gianni Alemanno, che dopo aver sottolineato anche lui gli aspetti salienti del suo rapporto con Roma, ha tenuto a sottolineare che “nelle sue interpretazioni cinematografiche anche alcuni personaggi negativi  hanno uno scatto d’orgoglio, si va dal finale patriottico di ‘La grande guerra’, in cui si immola con Gassman, alla resipiscenza dell’ufficiale che muta atteggiamento dicendo un sofferto ‘non si può sempre scappare’: è il pieno  riscatto anche da comportamenti negativi, che può essere di insegnamento ai giovani d’oggi”.

Le considerazioni del sindaco riportano alla filmografia di Sordi, vastissima ma con un filo conduttore che è stato valorizzato da lui stesso nella composizione,  per una  indimenticabile serie televisiva, di spezzoni dei suoi film uniti nella “Storia di un italiano”. E’ stato stupefacente notare come pur se composti con diecine di storie diverse, formavano un omogeneo lungometraggio, anzi un lunghissimo metraggio, nel quale si dipanava come in un avvincente romanzo d’appendice, il carattere dell’italiano, spesso pronto a compromessi non commendevoli ma con dei valori di fondo che quando si superano certi limiti vengono fuori con forza: il riscatto di cui ha parlato Alemanno.

Non resta che partecipare alle manifestazioni presentate dall’assessore Gasperini , che non sempre richiedono  appuntamenti precisi. Sarà la vita quotidiana a mescolarsi al ricordo dell’attore, attraverso la sua voce nel sistema di trasporto romano, in particolare nelle stazioni della Metropolitana; inoltre la sua immagine, che verrà proiettata sul Colosseo mentre si sente la sua voce che ricorda l’attore del cinema, lo farà essere  presente nel cuore della sua Roma.  Come è  rimasto sempre nel cuore dei romani e di tutti gli italiani dei quali è stato l’espressione autentica.

Info

Le iniziative dal 14 al 25 febbraio – delle quali sono indicate nel testo ubicazione, date e orari – sono promosse da Roma Capitale, – Assessorato alle politiche Culturali e Centro storico e dalla Fondazione Alberto Sordi con il supporto organizzativo di Zètema Progetto Cultura, la mostra al Vittoriano è realizzata da “Comunicare Organizzando”.

Foto

Le immagini sono state fornite  da Zètema che si ringrazia, con i titolari dei diritti.  In apertura l’immagine-logo; seguono due bozzetti dei costumi per “Il Marchese del Grillo” della costumista del film Diana Gissi; in chiusura un bozzetto dello scenografo del film Lorenzo Baraldi,  i bozzetti sono esposti nella mostra al Vittoriano “Alberto Sordi e la sua Roma” dal 15  febbraio al 31 marzo 2013.  

Lorenzo Baraldi,  scenografo,  Bozzetto di scenografia per “Il Marchese del Grillo”

Rinascimento, 1. Michelangelo e Raffaello a Roma, al Palazzo Sciarra

di Romano Maria Levante

Il tema del Rinascimento romano è di tale interesse da richiedere che non vada dimenticata la grande mostra promossa dalla Fondazione Roma e realizzata con  “Arthemisia”,“Il Rinascimento a Roma, nel segno di Michelangelo e Raffaello”, svoltasi al Palazzo Sciarra al Corso, dal 25 ottobre 2011 al 12 febbraio 2012. Le  200 opere in 7 sezioni hanno consentito  un’immersione nella  storia dei pontificati da Giulio II e Leone X a Paolo III, attraverso Clemente VII, in un’epoca di grande fervore artistico per la presenza dei due sommi artisti e poi dei seguaci  La rievochiamo a un anno esatto dal giorno fissato per la chiusura, poi prorogato per la sua importanza e il suo successo, rivivendo un periodo tanto significativo e fissando così le impressioni di quell’evento.

Raffaello Sanzio, “Autoritratto”, 1509 

Dopo l’inaugurazione con “Roma e l’Antico nella visione del ‘700”, a Palazzo Sciarra è tornata, a fine ottobre 2011,  ‘esplorazione storico-artistica frutto di un’accurata ricerca sul ‘500 romano: un’irripetibile temperie artistica stimolata dalla  presenza contemporanea di  Michelangelo e Raffaello e sviluppatasi nei seguaci ed epigoni lungo il corso del secolo.

Alla base di queste iniziative c’è la strategia espositiva della Fondazione Roma così delineata dal presidente Emmanuele F. M. Emanuele: “Dipanare  con una serie di mostre un percorso quasi pedagogico che consenta ai visitatori di comprendere la magnificenza dello sviluppo della produzione artistica della Città Eterna a partire dal Quattrocento, momento in cui essa rinasce con il ritorno dei Papi dall’esilio di Avignone per avviarsi, secolo dopo secolo, con uno splendore crescente, a diventare il punto di riferimento nuovamente, e questa volta non solo per motivi politici e militari, ma squisitamente artistici del mondo intero”. Di questo percorso il bellissimo Catalogo di Electa, coordinato dai curatori della mostra Maria Grazia Bernardini e Marco Bussagli con i preziosi saggi di insigni studiosi, offre un’inedita ricostruzione sul piano storico-artistico; il suo interesse si accresce con la mostra chiusa perché ne rappresenta una testimonianza  insostituibile.

Il ‘500, in cui si manifesta il Rinascimento a Roma, è per la Città Eterna l’anello centrale tra il ‘400 e il ‘700 già presentati nelle precedenti mostre della Fondazione: un faro luminoso oscurato solo momentaneamente dal Sacco di Roma del 1527, allorché  fu devastata dai Lanzichenecchi, la popolazione dimezzata fino a 25.000 abitanti, gli artisti costretti ad abbandonare la città.

La mostra ha avuto il merito di ricostruirne i diversi momenti nel “percorso quasi pedagogico” di cui ha parlato il presidente Emanuele articolato in 7 sezioni  corrispondenti allo sviluppo sul piano artistico e non solo cronologico. Ha avuto anche il merito di aver accompagnato la sua complessa preparazione con una campagna di restauri  – non limitati alle tele esposte ma estesi ad affreschi, codici e reliquari – che ha riportato all’antico splendore opere di Raffaello e Francesco Salviati, Muziano e Garofano, e la  “Pietà di Buffalo”  attribuita a Michelangelo.

Secondo  Vittorio Sgarbi, in un commento colto al volo all’inaugurazione, con Rinascimento si esprime il sentimento di allora, “che l’antico non era morto ma lo si vedeva rimodellarsi e rinascere”, o in altri termini che “morta Roma antica, rinasceva nella Roma moderna, in cui convivevano a pari livello il nuovo e l’antico”. Lo si vede anche nell’architettura dove – secondo il saggio nel Catalogo di Marcello Fagiolo e Maria Luisa Madonna – “la Roma del Rinascimento è anzitutto un ponte lanciato tra l’antico e il moderno nel duplice segno della Roma instaurata e della Roma sancta, per realizzare il sogno umanistico del restauro della maestà imperiale trasmessa al nuovo ruolo di capitale dello stato pontificio e di rappresentante della ecclesia militans”.

Entriamo così nel vivo delle vicende storiche strettamente legate a quelle artistiche perché i Papi dell’epoca sono stati i grandi mecenati che hanno dato l’avvio al Rinascimento romano. Siamo nel “secondo Rinascimento”, dopo “Il Quattrocento a Roma. La Rinascita delle arti da Donatello a Perugino”,  scrivono  Bernardini e  Bussagli ricollegandosi alla mostra della Fondazione Roma che ha preceduto quella su “Roma e l’Antico nella visione del ‘700”.

E’ un periodo che si conclude con il pontificato di Paolo III della famiglia Farnese il quale, nelle parole dei curatori, “fu non solo l’austero riformatore della Chiesa e il fiero oppositore di Carlo V  ma fu pure il collezionista d’arte, il mecenate munifico, il committente per eccellenza, il latinista raffinato. In una parola fu di nuovo uomo del Rinascimento”. La mostra,  “nel segno di Michelangelo e Raffaello”, è iniziata con la loro presenza contemporanea fino al 1520, allorché muore Raffaello e Michelangelo lascia Roma, per tornarci fino alla morte nel 1564, era  papa Paolo IV. Il primo pontefice mecenate del ‘500 è Giulio II della Rovere, che chiamò Michelangelo per la  “Cappella Sistina”  evocata  in mostra  con le “Stanze di Raffaello” mediante un sistema molto avanzato in grado di esplorarla in modo ravvicinato ad alta definizione addirittura  in 3D.

Raffaello Sanzio, “Ritratto di Tommaso Inghirani detto ‘Fedra’”, 1513 

Michelangelo e Raffaello nella Roma di Giulio II e Leone X

Perché il Rinascimento romano è “nel segno di Michelangelo e Raffaello”?  Lo dice chiaramente la curatrice Bernardini dopo aver citato il passo in cui  Giorgio Vasari parla dell’interesse degli artisti fiorentini “per vedere che differenza fusse fra gli artefici di Roma e quelli di Fiorenza nella pratica”: interesse dovuto alla rinomanza delle opere romane dei due sommi maestri, culminate nella “Cappella Sistina” di Michelangelo e nelle “Stanze” di Raffaello.

“Roma si presentava come il centro assoluto del laboratorio artistico, raggiungendo vette di straordinaria potenza figurativa”, afferma la studiosa, e ne spiega il motivo: “Michelangelo e Raffaello erano i due numi tutelari, i maestri da cui apprendere, cosicché la Maniera che si venne delineando a Roma nel corso dei decenni successivi ebbe un carattere molto peculiare, dovendosi confrontare continuamente con i due giganti dell’arte”. Con questi effetti peculiari: “L’influenza dei due maestri si diffuse ovviamente anche fuori Roma, ma fu nella città eterna che condizionò in modo sostanziale i fatti artistici. I giovani che qui giungevano, studiavano e assimilavano l’arte di Michelangelo e di Raffaello, oltre allo studio dell’arte classica, e queste tre componenti saranno costantemente presenti nelle loro opere, pur con esiti diversissimi”.

Era diversa anche la loro presenza a Roma: Raffaello aveva aperto una bottega vera e propria, Michelangelo lavorava in modo isolato. I giovani trovavano in Raffaello la possibilità di lavorare con lui e il suo  stile delicato e seducente, in Michelangelo uno stile possente con forti contenuti spirituali che esercitava una attrazione anche verso coloro che si erano accostati a Raffaello.

Gli influssi dei due maestri e in più le reminiscenze dell’antico fanno sì che le opere di quel periodo presentino evidenti differenze stilistiche, a seconda dell’influsso prevalente. Si può dire che la tendenza fosse raffaellesca, tenendo conto della bottega e del numero e livello di opere realizzate a Roma, dove Raffaello era stato chiamato nel 1508 da Giulio II per decorare le Stanze Vaticane.

Le opere di Raffaello le descrive il saggio di Alessandro Zuccari, dalla “Disputa del Sacramento” alla “Scuola d’Atene”, dalla “Cacciata di Eliodoro” alla “Liberazione di san Pietro dal carcere”; dal “Trionfo di Galatea” alla “Loggia di psiche” aVilla Farnesina, fino alla “Trasfigurazione” nella Pinacoteca Vaticana. Sulla “Scuola d’Atene”, in particolare, lo studioso scrive: “E’ la più grandiosa architettura che fino a quel momento fosse stata dipinta, e solo a Roma poteva  essere concepita, avendo davanti agli occhi le immense volte della Basilica di Massenzio, gli archi onorari e le altre vestigia dell’età imperiale.

Ma non si tratta di semplici emulazioni, perché Raffaello volle creare ‘un antico nuovo, mai visto eppure sempre più latino, imperiale e cristiano, e universale'”,  citazione da Camesasca. Nella “Cacciata” e nella “Liberazione”, continua  Zuccari, “queste composizioni rispondono ancora a equilibrati schemi simmetrici, ma esprimono un’inedita unità che concilia visivamente le divergenti tensioni; vibrano inoltre di una più teatrale animazione, anche perché ‘non è più lo spazio, ma la luce il principio divino, che ora si identifica nella vita stessa che suscita’”, brano citato dal Condivi. “Inoltre l’intensità del colore, arricchita dagli effetti crepuscolari e dal baluginare delle lampade o degli incendi, contribuisce a creare un senso di ‘vivace saturazione'”.

A questa batteria di capolavori risponde Michelangelo con la potenza delle sue sculture, a partire dalla “Pietà vaticana” che Cristina Acidini definisce “culmine del secolo uscente e viatico per la trionfale apertura del nuovo”, commissionata nel 1497 per il Giubileo del 1500; degli stessi anni il dipinto “Andata al sepolcro”.  Dal 1501 al 1508 lavorò in prevalenza a Firenze, ma a Roma fu impegnato nella “titanica e irrisolta impresa della tomba papale”, e realizzò capolavori scultorei come  il “Mosè” e “I Prigioni”, “Lia” e “Rachele”; nell’ultima parte della vita le due altre “Pietà”, “Bandini” e “Rondinini”  

E la pittura? Nientemeno che la “Cappella Sistina”, ultimata nel 1512, con la quale “impresse una svolta nell’arte dell’Occidente”, nelle parole della studiosa  che aggiunge: “Il vasto affresco immise nella pittura novità sconvolgenti: una visione illuministica multipla, un’umanità di proporzioni eroiche sforzate in pose e torsioni sfidanti, un naturalismo fantastico di luoghi  e di dettagli, una gamma cromatica audace per fulgori, contrasti, cangiamenti”. Silvia Danesi Squarzina aggiunge: “L’attenzione maggiore è rivolta all’anatomia del corpo umano, sia come momento di sereno abbandono e di contemplazione della perfezione di proporzioni del creato, sia come tensione e sofferenza indicibile” nel Cristo in croce.

La stessa studiosa  definisce Michelangelo e Raffaello”le due figure che giganteggiano, nel mirabile panorama artistico della Roma del Rinascimento. La profonda diversità fra  i due artisti si può ben comprendere e apprezzare … analizzando due iter completamente opposti. Se al Sanzio va il merito di rappresentare l’armonia, l’equilibrio e la bellezza, di una stagione felice e anche finanziariamente ricca, che si apre col pontificato di Sisto IV Della Rovere  e si chiude con quello di Leone X Medici, al Buonarroti tocca il ruolo di precorrere, con la sua personalità inquieta, turbata dalla predicazione di Savonarola, la crisi gravissima che si determina nella città e nelle coscienze dopo le tesi di Lutero (1517) e il Sacco di Roma (1527)”. E non è poco, come si può ben capire.

Sebastiano del Piombo (attr.), “Ritratto di Michelangelo che indica i suoi disegni”, 1520 

La prima sezione con i due numi tutelari e i loro primi seguaci

Nella prima sezione della mostra  si trovava quello che sarebbe il “clou” se si fosse trattato solo di una rassegna di capolavori: la mostra è stata anche questo, ma soprattutto il “percorso quasi pedagogico”  di cui ha parlato Emanuele, pertanto  i loro influssi sugli altri artisti qui interessano forse più della loro presenza diretta testimoniata da alcune opere molto pregevoli.

Per Raffaello dal famoso “Autoritratto”, 1509,  al “Putto”, 1911, un affresco su intonaco staccato alto oltre un metro, dal “Ritratto del Cardinal Alessandro Farnese”, 1509-13,  al “Ritratto  di Tommaso Inghirami detto Fedra”. 1513 circa: accomunati dal rosso porpora del mantello, il primo è in piedi e statuario, il secondo raffigurato seduto mentre scrive, lo sguardo al cielo. Erano esposte  anche tre copie da Raffaello, “Ritratto di papa Giulio II Della Rovere”, “Madonna dei garofani” e, di Bugiardini, “Ritratto di Leone X con i cardinali Giuliano de’ Medici e Innocenzo Cybo”, 1519-20. Presenti  dei suoi disegni raffinati, come il “Progetto per la Cappella Chigi” 1511,  e il “Progetto per le terrazze dei giardini di Villa Madama”, 1518.; ma soprattutto lo “Studio per il santo della Disputa”, 1509, notevole nelle forme e nelle linee di volto e panneggio.

Michelangelo era  rappresentato nel dipinto di Sebastiano Del Piombo, “Ritratto di Michelangelo che indica i suoi disegni”, 1520, il ben noto viso dalla lunga barba e un album con fogli disegnati; c’era pure una copia del “Mosè”   attribuita ad Ammannati. Per il resto soltanto uno “Studio per una figura maschile nuda seduta” e, nello stesso foglio, lo “Schema della costruzione della centina per l’impalcatura della volta della Cappella Sistina” . La sua arte era testimoniata inoltre dalla possibilità di vedere  i minimi particolari sulla volta della “Cappella Sistina”e su una parte del “Giudizio Universale” nella riproduzione virtuale dell’apposita sala multimediale, a cura dell’ENEA, insieme alla “Loggia di Amore e Psiche”  di Raffaello; e da michelangioleschi disegni di architetture, come quello del Vignola, che  ritroveremo per la cupola di San Pietro.

C’era un dipinto di Lorenzo Lotto, l‘artista impegnato con altri nelle Stanze Vaticane prima che fossero monopolizzate da Raffaello per cui lasciò Roma: si tratta  di “San Girolamo in meditazione”, 1909, il santo con i suoi libri coperto dalla cintola in giù da un mantello rosso, in un ambiente naturale composito nel primo piano e nel panorama dello sfondo.  Gli autori su cui ci soffermiamo sono, però, quelli nei quali si possono riconoscere accostamenti con l’uno o l’altro o con entrambi i “numi tutelari”: anche quelli della bottega di Raffaello, pur restando fedeli allo stile del loro maestro, erano attratti dal vigore plastico e dalla forza spirituale di Michelangelo.

Di Giulio Romano erano esposti “Cristo in gloria con quattro santi”, 1520, e “Madonna con Bambino e san Giovannino”. 1523,  in lui la Bernardini sente il linguaggio “più eroico e monumentale”; mentre  in altri della stessa scuola lo trova “più ornamentale e decorativo”. Il primo di questi era Perin del Vaga (al secolo Pietro Buonaccorsi) di cui erano esposti “Tarquinio Prisco e l’augure Atto Navio” , 1517-19, e “Sacra Famiglia”, 1540, a lui attribuito. Su questo artista che ritroveremo più avanti, quando succederà a Raffaello alla sua morte, la Bernardini  si esprime così: “Riesce ad operare una sintesi tra i due opposti linguaggi, rielaborando la composizione michelangiolesca  con un lessico raffaellesco”; e indica un ulteriore motivo di interesse della mostra, il ricercare  gli elementi più caratteristici dei due influssi. Un altro è Baldassarre Peruzzi, ritroveremo anche lui, con esposte tre opere: una “Sacra Famiglia”, 1515, dove alla dolce Madonna raffaellesca si accosta un vigoroso San Giuseppe che ricorda il Mosè; “Cerere”, 1520, viso di Madonna, “Luna e Eudimione”, 1530, con una certa forza compositiva .

Una coppia altrettanto interessante era costituita da  Sebastiano Del Piombo (al secolo SebastianoLuciani) e dal Parmigianino (al secolo Francesco Mazzola). Del primo il michelangiolesco “Cristo alla colonna”, 1537, ci torneremo più avanti,  quando diventerà protagonista. Del Parmigianino una delicata “Visitazione”, 1527, quasi un’incisione, con le due figure femminili in piedi che si abbracciano avvolte nei loro panneggi. La Bernardini sottolinea come nella sua “Visione di San Girolamo”, 1526,  per la chiesa di San Salvatore in Lauro, “rende omaggio a Michelangelo nella monumentalità delle figure, ricorda Leonardo in particolare nell’atteggiamento della mano, e riflette il messaggio di Raffaello nella grazia e nell’eleganza delle  sue forme e nella chiarezza dell’impostazione”.  Ecco  come trasformare le influenze in propri  pregi stilistici e compositivi.

Abbiamo ancora due coppie di artisti, Girolamo Genga,  di cui era esposto “Lo sposalizio mistico di santa Caterina”, terzo decennio, e Domenico Beccafumi, con “Testa di giovane”,1530-35; poi Alonso Berruguete, con la “Madonna col Bambino, san Giovannino e santa Elisabetta”, 1508-14 e  Pedro Machuca, con la “Sacra Famiglia”, 1518:  nelle due ultime opere,  arrischiando la ricerca degli influssi, ci è parso di trovare raffaellesca la Madonna e michelangiolesco il Bambino.

La prima sezione si concludeva con tre dipinti del Garofalo (al secolo Benvenuto Tisi), due di tipo religioso,  “Madonna col Bambino in gloria e i santi Francesco d’Assisi e Antonio di Padova”, 1528-29, e “Cristo e la Samaritana al pozzo”, 1550; uno di tipo cavalleresco “Pico trasformato in picchio”, 1535, un impianto complesso su più piani del tipo di quello già visto in “Luna e Endimione” di Baldassarre Peruzzi. La ricerca  degli influssi e delle analogie continua.  

Termina così la prima parte della rievocazione della visita, dopo aver accennato ai caratteri salienti della fase storica dove l’arte a Roma era dominata dai due “numi tutelari”. Nel 1527 ci fu il Sacco di Roma, poi il ritorno degli artisti allontanatisi dalla città devastata. Le sezioni successive erano dedicate al Rinascimento e il rapporto con l’antico, la Riforma di Lutero e il Sacco di Roma, i fasti farnesiani e la Basilica di San Pietro, la maniera di Roma a metà secolo e gli arredi. Ci torneremo presto, per ricordare come si dispiega la storia cittadina intrecciata all’arte di un secolo irripetibile.

Info

Catalogo: “Il Rinascimento a Roma. Nel segno di Michelangelo e Raffaello”, a cura di Maria Grazia Bernardini e Marco Bussagli, Electa, 2011, pp. 360, formato  24  x 28, euro 45; dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo.I successivi due articoli sulla mostra usciranno, in questo sito, il 14 e 16 febbraio 2013, ciascuno con altre 4 immagini.

Foto

Le immagini sono state fornite da “Arthemisia” che si ringrazia, con la Fondazione Roma Arte-Musei e i titolari dei diritti.  In apertura  Raffaello Sanzio, “Autoritratto”, 1509; seguono Raffaello Sanzio, “Ritratto di Tommaso Inghirani detto ‘Fedra’”, 1513 e  Sebastiano del Piombo (attr.), “Ritratto di Michelangelo che indica i suoi disegni”, 1520; in chiusura  Michelangelo Buonarroti, “Apollo-Davide”, fine 1530.

Michelangelo Buonarroti, “Apollo-Davide”, fine 1530