L’Aquila, due dipinti restaurati e una proposta finale, a Palazzo Barberini

di Romano Maria Levante

Folla delle grandi occasioni il 23 ottobre 2012  alla Sala dei Marmi di Palazzo Barberini. Viene presentato  il restauro di due dipinti di Giacinto Brandi del Museo Nazionale d’Abruzzo, gravemente danneggiati dal sisma dell’Aquila e recuperati con un lungo lavoro per iniziativa  dell’associazione Civita, e il concorso delle istituzioni: la Direzione regionale  per i beni culturali e paesaggistici d’Abruzzo, il Comune dell’Aquila e la locale Fondazione della Cassa di Risparmio,.i cui esponenti sono intervenuti, con la direttrice di Palazzo Barberini. Tra loro  il sottosegretario ai Beni Culturali Roberto Cecchi e, per Civita, il presidente Antonio Maccanico e il presidente onorario Gianni Letta. Per il Comune dell’Aquila l’Assessore alla Cultura Stefania Pezzopane.

La presentazione a Palazzo Barberini, al microfono Stefania Pezzopane, Assessore alla Cultura del Comune dell’Aquila  

Si accede alla Sala dei Marmi, al piano nobile del Palazzo, dopo i settantacinque bassi gradini della scalinata del Bernini, monumentale e avvolgente.  La maestosità dell’edificio e la consapevolezza di essere nel Museo dell’Arte Antica con il labirinto senza fine di sale cariche di capolavori emoziona. I marmi danno il nome alla sala perché è contornata da busti e statue, alle pareti vi sono una quindicina di grandi quadri. Per la circostanza ne sono stati aggiunti due, su cavalletti, in carattere come stile e dimensioni con quelli delle pareti: sono i due restaurati,  “La nascita della Vergine” e “Il transito della Vergine” di Giacinto Brandi, del XVII secolo, i cui dipinti e affreschi si trovano in diverse chiese barocche a Roma.

Il restauro è stato un complesso e delicato, date le condizioni in cui si trovavano – ci vengono mostrate alcune fotografie impressionanti “prima della cura” –  che ha richiesto un lavoro conservativo articolato e difficile, il risultato è d’eccellenza. Vengono restituiti alla città dell’Aquila il giorno dell’omaggio annuale al ricordo di Gianfranco Imperatori, operatore economico e  culturale sempre con un’attenzione particolare per l’Abruzzo e il patrimonio artistico aquilano.

L’omaggio a Gianfranco Imperatori

E’ stato tra i fondatori e per più di venti anni segretario generale dell’associazione promotrice del restauro, che si aggiunge ai tanti recuperi di opere d’arte operati nel corso della meritoria attività  svolta in campo culturale. Alla sua memoria il presidente Antonio Maccanico in apertura ha rivolto parole commosse, il presidente onorario Gianni Letta in chiusura ha dedicato una vera  e propria orazione. Gli altri intervenuti non hanno mancato di sottolineare i meriti e la visione lungimirante e illuminata della persona e dell’operatore culturale.

Ricordiamone con pochi tratti la figura di banchiere e imprenditore illuminato, docente e scrittore, dal raro pregio di tradurre le intuizioni e le idee in progetti e iniziative a carattere innovativo. Per dieci anni, da presidente del Mediocredito centrale lo ha trasformato in una banca d’investimenti risultata vero strumento di sviluppo del territorio anche con l’introduzione del “project financing”. Non si contano i ruoli di vertice in altre banche e istituti finanziari e non solo, al riguardo ci interessa sottolineare che nelle funzioni svolte ha cercato sempre di promuovere la cultura come parte integrante di un modello di sviluppo basato sulla valorizzazione in termini economici, oltre che culturali, dei beni di interesse storico e artistico coinvolgendo anche il mondo delle imprese.

Il suo impegno, oltre che da banchiere, operatore economico e promotore di iniziative assistenziali, si é espresso in campo culturale nella presidenza dell’Accademia Belle Arti di Roma e nella creazione e gestione dell’associazione Civita, risultato di un incontro, che ebbe la lungimiranza di organizzare nel 1987 a Civita di Bagnoregio,  con i due attuali presidenti Maccanico e Letta, oltre a Portoghesi, Mostacci e Pompei. L’associazione è stata in grado di svolgere un meritorio lavoro di promozione e recupero di beni culturali, del quale il restauro dei due dipinti presentato in suo omaggio è solo l’ultima espressione, particolarmente significativa per il valore che assume.

Giacinto Brandi, “La nascita della Vergine”, XVII sec. 

Il significato del restauro per L’Aquila

Nelle due opere  che vengono restituite all’Aquila restaurate è stato visto il segno di una svolta. Citiamo  per tutti le parole di Stefania Pezzopane: l’Assessore alla Cultura  del Comune ha definito la riconsegna dei dipinti recuperati  “dono preziosissimo per la rinascita della nostra città”. E ha aggiunto che la tragedia del sisma ha interrotto tante iniziative, ma è tempo di “riprendere il cammino nella visione di una città e di un territorio che nella cultura e nell’arte, nella storia e nell’identità trovano la loro forza, per cui vanno recuperati tali valori in modo da aprire le strade del futuro”.

Per questo il restauro dei due dipinti, oltre ad evocare il restauro che ancora si fa attendere del centro storico da ricostruire, ha un significato simbolico: i due momenti estremi della vita della Vergine, la nascita e il trapasso, racchiudono l’intero ciclo vitale, riportarli all’Aquila è  come riportarvi la vita.  L’assessore ha annunciato che saranno esposti al Palazzetto dei Nobili come primo atto di un percorso che vi prevede altre mostre e la sede delle iniziative per la candidatura dell’Aquila a Capitale Europea della Cultura per il 2019. Alle istituzioni e alle forze economiche è richiesto il solidale sostegno.

L’autore Giacinto Brandi

Ed ecco le due opere – commissionate da Filippo Carli per la cappella della chiesa di San Filippo Neri – dal forte chiaroscuro e dalle espressioni intense, i critici vi trovano influenze di Lanfranco e più in generale notano come l’artista contemperi la formazione bolognese con i modelli napoletana.

Intanto un cenno alla sua vita artistica: nato a Poli nel 1621, dopo un apprendistato nelle botteghe di Algardi e di Sementi passò  in quelle di Magni e di Lanfranco, dove rimase fino al 1646. Lavorò a Napoli,  a Roma dal 1647 dove  fece parte dell’Accademia dei Virtuosi al Pantheon  e frequentò l’Accademia di san Luca fino a diventarne “principe” nel 1668.  Morì nella città eterna nel 1691.

Le sue opere si trovano in diverse chiese barocche romane: sono suoi gli affreschi nella volta della basilica dei santi Ambrogio e Carlo al Corso e di San Silvestro in Capite, le pale d’altare nella basilica di Santa Maria in Lata e nella chiesa di Gesù e Maria, la “Trinità” nella basilica di santa Francesca Romana. Suo anche il ciclo di affreschi nel Palazzo Pamphili a Piazza Navona.

Nel Museo Nazionale d’Abruzzo, oltre ai due dipinti ora restaurati  provenienti dalla chiesa di San Filippo, di questo pittore – tra  i  150 presenti nel Museo – c’è anche il dipinto sul “Beato Bernardo Tolomei”, proveniente dalla chiesa  di Santa Maria del Soccorso, una bianca figura su fondo blu.

Giacinto  Brandi, “Il trapasso della Vergine”, XVII sec.

I due dipinti restaurati

Ma osserviamo i due dipinti esposti di fronte a noi ai lati del tavolo degli oratori, sono delle stesse vistose dimensioni: due superfici pittoriche che misurano 176 cm di altezza per 243 di larghezza.

“La nascita della Vergine”  concentra l’attenzione sull’angolo destro della scena, anche se parte della composizione è nell’angolo sinistro, ma le due ancelle che preparano la culla guardano alla loro destra, dove sant’Anna dal giaciglio accarezza l’infante Maria che è tenuta dalla nutrice con san Gioacchino. I due angoli animati, separati dalla diagonale centrale vuota e scura, sono ravvivati oltre che dal biancore delle tuniche, dal rosso della veste di una delle due ancelle e delle fasce della neonata.  Il gruppo a destra, anche per l’atteggiamento delle ancelle assorte, sembra un’apparizione.

L’altro dipinto, “Il transito della Vergine”, è di impianto più tradizionale, nella composizione e nella scena anche se, con l’altro della nascita, l’artista raffigura due momenti poco rappresentati dagli artisti, interessati  soprattutto alla Madonna  in gloria, quasi sempre  con il Bambino. Qui è distesa sul letto bianco, nella sua veste rosa e celeste, con intorno gli apostoli. Tra gli altri si notano san Giovanni al capezzale con le mani giunte, san Tommaso in ginocchio in fondo al letto, san Paolo seduto alla sinistra chino nella lettura di un libro. La  luminosità dell’immagine al centro la fa risplendere,  contornata  dal cromatismo scuro degli apostoli che vegliano tutt’intorno.

I valori artistici delle due opere sono riconosciuti, ci sono  anche valori simbolici evidenti. Il ciclo di vita cristiano termina in gloria, il transito, nel segno della fede, è verso una vita migliore.

Il bambino felice in volo sull’aquila simbolo della rinascita

Da quanto si è detto nell’incontro sulla ricostruzione dell’Aquila  è emersa la spinta verso un rilancio che possa far decollare la città sulle ali della cultura  in un nuovo inizio per una nuova vita.

Per questo abbiamo voluto avvicinare al termine l’assessore Stefania Pezzopane e ricordarle l’idea da noi lanciata il 3 settembre 2009 in un articolo su “cultura.inabruzzo.it” dedicato alla Perdonanza a cinque mesi dal terremoto: prendere a simbolo della rinascita una scultura che rende visivamente questo slancio, si tratta di “Vivere insieme”,  rappresenta un bambino felice che spicca il volo a braccia  aperte in groppa a una grande aquila. Ha rappresentato l’Italia all’Expo di Siviglia del 1992, è stata  apprezzata al punto che l’allora presidente della Repubblica francese,  Mitterand,  insignì l’autrice della  Legion d’Onore e la definì “artista di valore”.  Si tratta di Gina Lollobrigida, l’attrice che con tenacia ha saputo risorgere dal declino come diva per affermarsi nel mondo dell’arte –  come fotografa prima, scultrice poi –  è un tocco in più che non guasta, tra l’altro le sue origini ciociare e la sua genuina vena popolare la accostarono al suo esordio alla gente abruzzese.

A distanza di tre anni ci sembra che la proposta sia sempre attuale, tanto più nel momento in cui le immagini della Vergine in fasce e nel trapasso vengono restituite all’Aquila ancora sfigurata dal sisma. Dopo vent’anni dalla sua realizzazione la composizione scultorea con le ali spiegate e il nobile profilo del bambino felice potrebbe essere adottata come segno di crescita e di speranza.

In fondo è la profetica traduzione visiva della volontà e della forza  che è nella città e attende solo di potersi esprimere in tutta la sua energia, nella dignità e nella fierezza della propria natura. Del resto, i ritardi sono stati tali che impongono di ripartire da zero, lasciando cadere i fardelli e appellandosi all’innocenza primigenia.  Soltanto così si potranno superare remore e incertezze, e decollare.  

Con questa e con le altre opere scultoree, più di 60, la Gina nazionale degli anni ’50 è risorta a una nuova vita nell’arte, testimoniando come sia possibile rinascere se lo si vuole. Per l’Aquila la sua scultura può diventare un simbolo  per moltiplicare le energie verso la sospirata ricostruzione .

Soccorre anche il mito della bellezza, che l’Arcivescovo Molinari evocò nella Perdonanza del 2009 dicendo: “E la bellezza che non morirà mai. Ricordalo sempre, amatissimo popolo dell’Aquila. E con l’aiuto di questo Dio, Signore del tempo e della storia, riprendi subito il tuo cammino, per una storia nuova, piena di Bellezza e di Speranza”. Il simbolo che proponiamo evoca tutto questo.

La fatina di Pinocchio dopo la madre  di Cristo dei due dipinti? La rinascita della città ferita ha bisogno di miracoli  e anche di sortilegi, come  quello del bambino che spicca il volo felice in groppa  all’aquila. Ci piace riscriverlo con la  maiuscola:  il bambino felice in volo in groppa all’Aquila, per superare di slancio le troppe delusioni e poter riprendere il cammino della storia.

Foto

Le immagini della sala  e dei due dipinti  sono state riprese da Romano Maria Levante alla presentazione del restauro nella Sala dei Marmi di Palazzo Barberini, si ringrazia l’associazione Civita con i titolari dei diritti per l’opportunità offerta.  Sta parlando dal podio Stefania Pezzopane, nel tavolo alla sua sinistra siedono tra gli altri  Antonio Maccanico e Gianni Letta.  Per la raffigurazione della scultura “Vivere insieme”  si è fatto ricorso al sito ufficiale di Gina Lollobrigida che ringraziamo per  averci consentito di illustrare visivamente la nostra proposta.

Gina Lollobrigida, “Vivere insieme”, 1992 

Guercino, capolavori da Cento a Roma, a Palazzo Barberini

di Romano Maria Levante

E’ stata un evento la prima mostra monografica “Guercino 1591-1666. Capolavori da Cento e da Roma”, nei nuovi spazi espositivi di Palazzo Barberini. Nello storico edificio di Roma dal 16 dicembre 2011 al 29 aprile 2012 sono state esposte 40 opere dell’artista, al secolo Francesco Barbieri, metà delle quali provenienti daCento, la città natale che è una mostra permanente dei suoi dipinti nelle chiese e nel museo; da giovane addirittura vi affrescava i muri delle abitazioni

Guercino, “Ritratto del cardinale Bernardino Spada”, 1631

Ma prima di parlare della mostra non possiamo ignorare la straordinaria collocazione, al piano terra del grande palazzo nobiliare che nei due piani superiori ospita il “Museo nazionale d’arte antica”, in ben 34 sale che nelle pareti recano opere di alto livello fino al culmine della “Fornarina” di Raffaello, di fronte alla quale è stata esposta, sia pure temporaneamente, un’“Immagine di Ragazzo” del periodo giovanile con un incrocio di sguardi suggestivo dal quale era difficile liberarsi fino a quando “Giuditta e Oloferne”  di Caravaggio rompeva l’incantesimo con la sua drammaticità, temperata dal vicino “Narciso”, dello stesso “pittore maledetto”.

I dipinti di Giovanni Baglione, il biografo-rivale, ci hanno riportato a quel periodo ma poi siamo stati presi dalle visoni paesistiche, dalla Venezia del Canaletto alla provincia romana cara a Van Wittel; le visioni religiose sono una costante dell’arte antica, e nelle sale ce n’è un’overdose da “sindrome di Stendhal”. Aiuta a superarla l’enorme “Sala Pietro da Cortona”,con il gigantesco affresco della volta il cui autore le ha dato il nome. Ma il motivo della visita è stata la mostra del Guercino, del quale si sono altri quadri nel Museo, quindi siamo scesi alla “Sala dei marmi” per la presentazione percorrendo la scalinata del Borromini; eravamo saliti dalla scalinata del Bernini,  una “ronde” da capogiro sui gradini di questi grandi maestri.

La presentazione del Guercino

Nella “Sala dei marmi” impreziosita da 16 grandi dipinti di soggetto religioso, l’ideatrice e curatrice della mostra, Rossella Vodret, soprintendente museale e non solo, di Roma, ha sottolineato come questa fosse la prima di una serie di mostre temporanee monografiche nella sede del Museo permanente dell’arte antica. E’ stata dedicata a Denis Mahon, che ha studiato il Guercino nella sua vita terminata di recente dopo il compimento dei 100 anni.  

Alla mostra sono state associate visite guidate a un palazzo romano con dipinti del Guercino, altrimenti non aperto al pubblico, oltre che alla Pinacoteca Capitolina dov’è stabilmente una sala con i suoi dipinti dominati dalla gigantesca pala della “Sepoltura di santa Petronilla”, della quale è stato esposto un bozzetto. Il soprannome dell’artista viene dall’affezione a un occhio derivata da uno spavento avuto da piccolo, e la Vodret ha invitato ad indagare su tracce della visione “monoculare” nelle prospettive dei dipinti, “chissà se il fascino della sua pittura non dipenda da questo!” Una battuta più che un vero dilemma.

Il sindaco di Cento, la città del Guercino fornitrice di metà delle opere esposte, ha portato la voce dell’istituzione cittadina: “Per noi il Guercino è un ambasciatore nel mondo di una piccola città di 37 mila abitanti che è permeata dalle sue opere e mantiene viva la memoria del concittadino illustre che la lasciò solo per brevi periodi”. Ruberti di Civita, ha sottolineato la collaborazione tra istituzioni, il sindaco di Cento e la soprintendenza museale romana, “una strada che va percorsa con sempre maggiore impegno e convinzione”.  

La Direttrice della Galleria nazionale d’arte antica Lo Bianco, ha parlato del nuovo spazio per le mostre temporanee: “Così si conclude un recupero che sembrava impossibile, anche per merito della stampa e dell’opinione pubblica, per avere qui un museo per la città”, e ha citato i nomi di Settis e Gianni Letta. “E’ una  Galleria monumentale con 34 sale, all’offerta così vasta si aggiungono ora i capolavori del Guercino”.

Il curatore, con la Vodret, della mostra, Bruno Gozzi, ha parlato a lungo del protagonista, il Guercino. Ha ricordato l’origine del soprannome divenuto molto più noto del nome Francesco Barbieri. Sin dai 13-14 anni si cimentò negli affreschi sui muri delle case centesi. La sua qualità artistica fu riconosciuta anche da maestri come Ludovico Carracci, che nel 1617 in una lettera scrisse di lui “che dipinge con tanta felicità di invenzione, è gran disegnatore e felicissimo coloritore, e mostro di natura e miracolo da far stupire…”. Insieme a Carracci, Caravaggio e Guido Reni, il Guercino è ritenuto uno dei giganti del barocco europeo.

Talento innato, assorbì l’influenza della scuola ferrarese fino a quella della classicità romana; a Roma medita di cambiare stile preso dal fascino dell’antico. Visse 75 anni, fu pittore molto prolifico e lasciò un’accurata documentazione della sua vita quotidiana e del lavoro di artista nel “libro dei conti” con registrati i ricavi, le spese e in particolare le commissioni per i quadri con indicati caparra e saldo. Riguardavano 12-13 quadri per volta, si faceva pagare 100 ducatoni per la figura intera, 50 per la mezza figura e 25 per altre scene. I nipoti eredi delle case di Cento e Bologna con 5000 disegni e 200 quadri non li vendettero, lo fece il figlio di Cesare.

La mostra ha rievocato questi aspetti ma soprattutto ne ha rivelato l’arte: piaceva ai romani per il linguaggio con un chiaroscuro che sfumava i toni: recepiva le caratteristiche tonali del classicismo romano e dei Carracci in un stile che è molto personale. Il soggiorno a Roma fu un periodo magico per lui e per la sua arte.

Guercino, “Madonna con il Bambino benedicente”, 1629

I dipinti esposti

Arriva il momento della visita, i dipinti si succedono nelle sale in una sequenza cronologica  che isola i due momenti fondamentali, Cento e Roma. Ne diamo conto con l’immediatezza con cui abbiamo scritto il resoconto subito dopo. 

Si inizia con opere di Cento, in primis il suo Ritratto di Benedetto Gennari che lo raffigura a lato di un dipinto, poi gli affreschi staccati con “Il Padre Eterno” e “L’Annunciazione”, del 1613-14, come  i due su “San Carlo Borromeo”, il santo che ritroviamo nelle “Nozze mistiche di santa Caterina”, del 1614-15; degli stessi anni, fino al 1614-16, due dipinti religiosi sui “Misteri del Rosario” e la “Madonna col Bambino” e uno mitologico con “Prometeo”.

Del 1518  sono esposte 5 opere di soggetto religioso, due “Madonne con Bambino” e tre santi, “San Bernardino da Siena”, “San Pietro” e “San Girolamo” in due versioni molto simili. Poi, fino al 1622, l’anno dell’andata a Roma, “Erminia e Tancredi”  e “Sibilla”, “Et in Arcadia Ego”una “memento mori”, fino a “San Luca” e “San Matteo e l’Angelo” dipinti con altri.

Il Guercino a Roma si presenta con il bozzetto o copia della grande pala della “Sepoltura di Santa Petronilla,dipinta nel 1622-23 per la basilica di San Pietro da cui fu rimossa nel 1730. cui si è accennato.

Negli anni successivi temi come “Sansone porta il favo di miele” e “Il ritorno del figliol prodigo” si alternano ai temi religiosi di “Cristo risorto” e “Madonna con il Bambino benedicente”. Per gli anni ’30 del XVII secolo sono esposti “Ritratto del cardinale Spada” e “Allegoria di Pittura e Scultura”, “Santissima Trinità” e “San Pietro piangente”. Gli anni ’40 iniziano con il sensuale “Cleopatra davanti a Ottaviano”, seguito dai  mistici “Estasi di san Filippo Neri” ed “Ecce Homo”,  patetico e idealizzato secondo lo stile di Guido Reni che Guercino assorbiva trovandosi a Bologna, ma con una vibrante umanità.

L’alternanza di temi religiosi e profani continua con “Santa Margherita di Antochia” ancora a Bologna, e “Saul contro David”, la languida “Sibilla Persica” e lo statuario “San Giovanni Battista nel deserto”, siamo nel 1650, artista  è a Cento. Siamo giunti alle ultime due opere esposte che si trovano entrambe a Roma: “Flagellazione”, due figure statuarie e nel contempo vibranti,  e “Diana cacciatrice”, un’immagine arcadica dalle delicate tinte pastello.

Siamo nel 1658, morirà dopo otto anni, nel 1666, era nato nel 1591. Il Catalogo del’editore Giunti curato da Rossella Vodret e Fausto Gozzi oltre ai 40 dipinti in mostra contiene la riproduzione e il commento di ulteriori 30 sue opere visibili a Roma e a Cento.

Alimentare un turismo dell’arte seguendo i percorsi delle opere dei grandi artisti è quanto di più meritevole. Rossella Vodret si sta adoperando in  questo senso anche con Guercino, dopo averlo fatto con Caravaggio, mediante visite guidate. Confidiamo che abbia un seguito anche per altre mostre l’iniziativa che alla selezione esposta in mostra unisce, quando ciò è possibile,  la visita “in loco”  alle opere nel loro habitat in cui esprimono tutta la vitalità e la suggestione originaria. 

Info

Palazzo Barberini,via Quattro Fontane, 13, Roma. Da martedì a domenica ore 9,00-19,00, la bilglietteria chiude un’ora prima, lunedì chiuso. Ingresso:  intero euro 10, ridotto 8, scuole 4. Tel. 06.32810. Catalogo: “Guercino 1591-1666. Capolavori da Cento e da Roma”, a cura di Rossella Vodret e di Fausto Gozzi, Giunti Editore, dicembre 2011, pp. 192, formato 26 x 28,5, euro 35,00; dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo. 

Foto

Le immagini delle opere del Guercino sono state riprese da Romano Maria Levante il giorno della presentazione della  mostra a Palazzo Barberini, si ringraziano gli organizzatori con i titolari dei diritti per l’opportunità offerta. In apertura, “Ritratto del cardinale Bernardino Spada”, 1631; segue, “Madonna con il Bambino benedicente”, 1629; in chiusura, “Sibilla Persica”, 1647. 

Guercino, “Sibilla Persica”, 1647
 

Quirino, 2. Il Grande Teatro nel cartellone 2012-13

di Romano Maria Levante

Al centro del “teatro globale” al “Quirino-Vitttorio Gassman” diRomala stagione di spettacoli nel cartellone principale 2012-13, cui nella gestione di Geppy Gleijeses si aggiungono quelli del “Quirinetta” e altri, dall'”Autogestito” al “Teatro ragazzi”, da “In scena diversamente insieme” alla “Mad Revolution.. Titolo della nuova stagione: “Il Grande Teatro”, dopo “La stagione del sorriso” e “”La grande stagione”, nel cartellone tale nome trova un preciso riscontro.

“Miseria e nobiltà”,  con Lorenzo Gleijeses, Lello Arena e Marianella Bargilli

A prima vista il titolo sembra riferirsi al prestigio del “Quirino”,  la dedica a Gassman ne ha voluto segnalare la costante presenza: lo ricordiamo in uno spettacolo nel quale recitava  una ragazza bionda  che l’anno precedente avevano notato quando ci accompagnò al posto come mascherina del teatro, miracolo della sua “bottega”, laboratorio di giovani da sconosciuti trasformati in attori. Ma  a ben guardare gli spettacoli in cartellone emerge che si è attinto al meglio del teatro nelle sue espressioni più elevate ben più che in  precedenza. “La stagione del sorriso” dello scorso anno rendeva onore al titolo, era uno scacciapensieri di qualità in un periodo difficile, mentre “La grande stagione” dell’anno precedente, sempre della gestione Geppy era un inizio scoppiettante.

Il “Quirino” partiva alla grande e si è mantenuto su quei livelli raddoppiando spettatori, incassi e abbonamenti, finché la crisi  non lo ha risparmiato anche se la sua vitalità è espressa dal 3° posto in assoluto tra i teatri italiani, con una percentuale di utilizzo del 92% dei circa 1000 posti al 31 dicembre 2011, poi come abbiamo ricordato, l’escalation dello spread  ha inciso fortemente. Come fare per reagire, indurre gli amanti del teatro a rinunciare ad altre spese e non a questa?  Portando in cartellone il meglio degli spettacoli, far leva sull’importanza e la solennità dei testi e degli attori.

Lo si vedrà quando scorreranno ad uno ad uno i titoli, un vero “parterre de roi” , un appello, quasi una chiamata alle armi della passione teatrale al quale non si può che rispondere “presente”.  Alla presentazione al “Quirino” con molti dei protagonisti si è evocata l’immagine di una ridotta, quasi un fortino nel quale gli attori hanno voluto essere presenti con la loro capacità di resistenza. Hanno parlato dei propri spettacoli dai propri posti sparsi in platea, mentre sul palco dietro un piccolo tavolino c’erano Geppy Gleijeses, Marianella Bargilli e il direttore organizzativo Shapour Yazdani.

Di titoli così famosi non serve riassumere i contenuti, nel cartellone evidenzieremo il filo rosso che li unisce, oltre alla qualità e notorietà dei testi e dei protagonisti: la penetrazione all’interno dell’animo umano nelle sue più diverse espressioni e manifestazioni, quasi un’autoanalisi a puntate in un momento così difficile per il teatro e per gli spettatori, che fa vacillare consolidate certezze.

Gli 8 spettacoli dell’autunno-inverno 2012-13

Il “”Grande teatro” inizia alla grande, è il caso di dirlo,  con Michele Placidonel “Re Lear” di Shakespeare, dal 16 al 28 ottobre 2012, di cui è anche il regista insieme a Francesco Manetti.  Tanti sono gli aspetti dell’animo umano evocati da questa “tragedia da fine del mondo”, come viene definita, ma il “il motore fondamentale è l’amore, un amore abnorme che porta distruzione e morte, crea mostri”. L’amore espresso nelle sue varie forme muove i diversi personaggi , misterioso, tenero e spietato; forte e virile; erotico o disperato; devoto fino al sacrificio in chi riesce a emergere dalle macerie: “Sta a lui costruire il futuro dell’umanità e le sue ultime parole ci danno speranza nel genere umano: bisogna dire ciò che sentiamo, non ciò che dobbiamo”.

Si scava ancora nell’animo umano con un’altra tragedia shakespeariana, “Otello”, protagonista Massimo Dapporto per la regia di Nanni Garella, dal 30 ottobre all’11 novembre. Due visioni contrapposte, quella di Otello  fondata sulla lealtà e l’amore, quella di Iago sull’abiezione e la volgarità. “Da un lato – secondo il regista – un’idea del mondo e della natura umana che volge lo sguardo alla convivenza, alla bellezza e all’armonia, dall’altro la totale assenza, machiavellica, di ideologia, il pragmatismo empirico più spregiudicato”.  Tutto viene espresso nel linguaggio e nella corporeità del teatro, anche “la notte buia, il cupo abisso in cui precipita a volte la mente umana. E la dissoluzione di un mondo di valori, come famiglia, patria, amore, lealtà, coerenza morale”.

Con “Il discorso del re”, di David Seidler, interpretato da Luca Barbareschi e Filippo Dini, dal 13 novembre al 2 dicembre, si passa dai grandi drammi catartici shakespeariani al filone che pone al centro del teatro la voce e l’importanza delle parole. Ancora la monarchia inglese al centro, ma nel XX secolo, allorché i progressi nelle comunicazioni acuiscono la,necessità di adoperare le giuste parole e farlo nel modo giusto da parte del potere. La “disarticolazione verbale” del Re è all’origine del suo dramma  esistenziale per la  responsabilità e la dignità del ruolo, e della sfida alla sua forza di volontà e ai valori della solidarietà familiare, per Barbareschi “una commedia umana, sempre in perfetto equilibrio tra toni drammatici e leggerezze, ricca di ironia ma soffusa di malinconia”.

“Rain man” , con Luca  Lazzareschi 

Un altro dramma esistenziale vissuto inconsapevolmente in “Rain man”, un adattamento di Dan Gordon dal celebre film, regia di Saverio Marconi, con Luca Lazzareschi  nel panni di Raymond dal cui nome viene il titolo e Luca Bastianello in quelli di Charlie, nel film rispettivamente Dustin Hoffman e Tom Cruise, un confronto da far tremare le vene e i polsi. Ma Lazzareschi si è mostrato sicuro, ha parlato di come si è calato nella mente degli autistici, dalla memoria prodigiosa che trae dagli oggetti squarci onirici, ha sottolineato “i 90 sì” pronunciati senza alcun colore e  significato; c’è anche il sentimento che si scontra con l’interesse, l’amore incondizionato torna in primo piano.

Il passaggio all’anno nuovo vede dal 26 dicembre 2012 al 20 gennaio 2013  “Miseria e nobiltà”, di Eduardo Scarpetta, interpretI Geppy Gleijeses, Lello Arena, Mariannella Bargilli, regista Geppy Gleijeses, trio collaudato con i recenti successi di “Lo scarfalletto” dello stesso Scarpetta e “A Santa Lucia”  di Raffaele Viviani.  Nell’operare la riduzione  Geppy si è riferito al testo originale e agli adattamenti di Eduardo De Filippo e di Mario Mattioli per il film con Totò.  Torna l’amore, in lotta contro gli ostacoli posti dallo scontro tra miseria e nobiltà intese nelle varie accezioni, mentre esplodono i contrasti tra falsità e verità, in una commedia che scava anch’essa nella natura umana.

L’amore è al centro dello spettacolo dal 22 gennaio al 10 febbraio, con  “Cyrano de Bergerac”, di Edmund Rostand  interprete e regista Alessandro Preziosi, che dai travolgenti successi sul grande e piccolo schermo passa di nuovo al palcoscenico, sua grande passione, la si sente nel suo intervento alla presentazione. Ma non c’è solo l’amore nel personaggio da lui interpretato con la sua passione, c’è “la sua geniale temerarietà, la drammaticità della sua fiera esistenza, vissuta pericolosamente all’insegna del non piegarsi mai alla mediocrità ed alle convenienze, costi quel che costi”; ciò che ne fa  “un autentico eroe romantico e un personaggio straordinariamente moderno”.

I contrasti si acuiscono in “Il principe di Honburg”, di Heinrich von Kleist, traduzione e regia di Cesare Lievi, dal 12 al 17 febbraio, tra gli interpreti  Lorenzo Gleijeses nel ruolo del principe, Stefano Santospago e Ludovica Modugno. A 200 anni dalla morte dell’autore, una voce poetica intrisa di una “sconvolgente, contraddittoria umanità”,  si parla allo spettatore d’oggi, come dice Luigi Reitani, assessore alla cultura di Udine il cui “Teatro Nuovo Giovanni da Udine” lo mette in scena: non c’è solo “il contrasto tra sentimento elegge, libertà e obbedienza, inconscio e norma”, ma la proposta dell’autore, assolutamente moderna, di una soluzione: “Da ogni conflitto si esce grazie a un sogno. Non importa se è destinato a cedere e crollare sotto il principio di realtà, anzi”.

Dal 19 febbraio al 10 marzo irrompe lo spirito napoletano  con “La grande magia”, di Eduardo De Filippo, interprete e regista Luca De Filippo, una commedia rappresentata soltanto da Eduardo e poi da Gorgio Strehler dal 1985. Scritto nel primo dopoguerra  con la disillusione verso un mondo che non guarda in faccia la realtà, mette in scena il rapporto tra realtà e illusione attraverso una  vicenda di tradimenti e pentimenti imperniata su una scatola magica.

 “La vita è un gioco – sono parole di Eduardo su “Il Dramma” del marzo 1950 – e questo gioco ha bisogno di essere sorretto dall’illusione, la quale a sua volta deve essere alimentata dalla fede… Ogni destino è legato ad altri destini in un gran gioco eterno del quale non ci è dato scorgere se non particolari irrilevanti”.

“Otello, con Massimo Dapporto

I 5 spettacoli della primavera 2013

Il “grande teatro”  non allenta la presa con l’arrivo della primavera, gli spettacoli  in cartellone sono nella fascia della grande offerta teatrale, quasi una chiamata a raccolta dei maggiori protagonisti per riportare  nella platea e nei palchi del Quirino chi ha tagliato un “superfluo” da rendere necessario.

Solo l’inizio è “leggero”, quasi un siparietto di vita familiare quanto mai attuale. Dal 12 al 24 marzo “Due di noi”, di Michael Frayn, con Lunetta  Savino ed Emilio Silfrizzi, regia di Leo Muscato, prodotto da Roberto Toni.  Tre atti unici, con paradossali ma emblematiche “scene da un matrimonio”: “Black and Silver“,  il confronto, tenero e amaro tra passato e presente; “Mr. Foot”, dialogo surreale con il piede del marito; “Chinamen”, il virtuosismo di cinque ruoli diversi degli stessi attori, in un meccanismo al limite della farsa con entrate e uscite fino al paradosso conclusivo.

Dalla commedia sulla coppia si passa al dramma sulla crisi dell’uomo dal 2 al 14 aprile con “La coscienza di Zeno”, adattamento di Tullio Kezich dal romanzo di Italo Svevo, interprete Giuseppe Pambieri, regia di Maurizio Scaparro. Si celebrano i 90 anni dalla pubblicazione del  romanzo, avvenuta nel 1923, sul tema eterno della vita come lotta e come “malattia”. E’ fonte di inquietudine e angoscia esistenziale che considera “la nostra coscienza un gioco comico e assurdo di autoinganni più o meno consapevoli”; ed è proprio l’autoconsapevolezza  a rendere più acuta la crisi  dell’uomo. Il romanzo fu portato sulle scene nell’adattamento di Kezich già nel 1964, interprete Alberto Lionello, seguito da Giulio Bosetti nel 1987 e Massimo Dapporto nel 2002. Sempre grandi successi.

Maurizio Scaparro è  regista anche del successivo spettacolo, dal 16 al 29 aprile, “La governante” di Vitaliano Brancati, con Pippo Pattavina e Giovanna di Rauso, anche qui una celebrazione, i 60 anni di un’opera, pubblicata nel 1952. la cui rappresentazione fu all’inizio vietata dalla censura perché “contraria alla morale. Ha detto  Scaparro, intervenendo alla presentazione, che “Zeno e la Governante sono  due facce della stessa medaglia”; e ha scritto che  “accese una querelle non solo letteraria e teatrale, ma civile e politica, nella quale è inevitabile cogliere nodi tuttora irrisolti in termini di intolleranza, negazione della libertà di espressione, perbenismo, mali cronici di una società che annega  nell’ipocrisia e si dibatte in un insanabile conflitto tra morale e pregiudizio”.  Anna Proclemer, moglie di Brancati e prima interprete, nel sottolineare come “sia morale rappresentare il caso di coscienza di un essere che si dibatte nelle spire di un vizio che non vuole accettare”, aggiunge in termini più generali: “O il teatro diventa specchio della nostra vita personale e segreta, ci rappresenta cioè a tutti i livelli, non soltanto a quelli intellettuali e ideologici, o saremo ridotti all’alienazione e alla nevrosi”. Non può ridursi soltanto ad “esercitazioni di stile”.

Resta altissimo il livello con l’opera in scena dal 2 al 12 maggio, “Il fu Mattia Pascal”, versione teatrale di Tato Russo, che è anche il regista, del romanzo di Luigi Pirandello, dieci attori  con in testa Katia Terlizzi. Il tema è ancora il rapporto con se stessi e con il mondo circostante, il protagonista risponde alle domande con le parole “Mi chiamo Mattia Pascal”. Si afferma nella presentazione che “così inizia il suo viaggio attraverso i vari modi d’apparire di se stesso a se stesso e agli altri, il viaggio tra gli intrighi di una vita moltiplicata forse all’infinito che ci impedisce  tra convenzioni e compromessi di capire chi siamo veramente. Alla ricerca dell’ES, dell’altra parte di sé, o della propria vera identità”. Per  ritrovare “la propria unica ragione d’esistere”.

Il “grande teatro”  si congeda dal 14 al 19 maggio con il passaggio del testimone da Pirandello ad Oscar Wilde, autore di “Un marito ideale”, con Valentina Sperti, Pietro Bontempo e Roberto Valerio che è anche regista. E’ una commedia che affronta con leggerezza un tema molto serio e quanto mai attuale, la corruzione politica e l’integrità dei governanti, e pone domande  anch’esse all’ordine del giorno quali: “E’ possibile una politica senza compromessi? La questione morale è un fatto privato o pubblico? Esiste ancora un limite, oltrepassato il quale, si prova vergogna delle proprie azioni?” Dal pubblico si passa al privato con le domande sull’amore: è rivolto a un’immagine di perfezione  oppure se questa viene meno è capace anche di comprensione?

Il viaggio intorno all’uomo nel cartellone 2012-13 del “Grande teatro” termina  così, coinvolgendo entrambe le dimensioni, quella pubblica e quella privata, nella realtà e nell’apparenza. “Iucunda oblivio vitae” e “Castigat ridendo mores” sono definizioni teatrali impresse  in noi dall’infanzia, erano iscrizioni sul cinemateatro “Apollo” a Teramo che ci facevano riflettere sin da allora. Torneranno valide in tempi migliori, come sembravano quelli della “Stagione del sorriso”, per ora la crisi ha chiamato a raccolta opere con le quali non si ride né si dimentica, ma si riflette.

E qui interviene l’effetto catartico con la sua azione rasserenante, in fondo lo stesso risultato. Per questo siamo grati a Geppy Gleijeses e alla nuova magia del suo Quirino-Vittorio Gassman.

Info

Biglietti interi comprensivi prevendita: platea euro 32, I balconata 26, II balconata 21, galleria 19: Abbonamenti in vendita dal 18 maggio (rinnovo da confermare entro l’8 settembre): 12 spettacoli a posto fisso  da galleria euro 125 a platea euro 290; 10 spettacoli a posto fisso da g. 110 a p. 270; 11 spettacoli sabato pomeriggio posto fisso da g. 110 a p. 250; card 7 spettacoli, data e posto liberi da g.  70 a p. 165; card 4 a data e posto libero da 95 a 110; card Giovani 6 spettacoli data e posto libero mar-mer-gio II balc. e gall. euro 50. Over 65 e under 26 prezzi ridotti del 15% ca. Tel. 06.6794585 – info 800.013.616; http://www.teatroquirino.it/   L’articolo precedente è stato pubblicato su questo sito, nella stessa data del presente articolo, con 4 immagini di protagonisti della stagione: Michele Placido Luca Barbareschi, Luca Lazzareschi e Luca De Filippo. .. 

Foto

Le immagini sono state fornite cortesemente dall’ufficio stampa del teatro “Quirino-Vittorio Gassman”, che si ringrazia con i titolari dei diritti. In  apertura “Miseria e nobiltà”,  con Lorenzo Gleijeses, Lello Arena e Marianella Bargilli, seguono  “Rain men”  con Luca  Lazzareschi e “Otello, con Massimo Dapporto;  in chiusura “Cyrano di Bergerac” con Alessandro Preziosi. 

“Cyrano di Bergerac”,  con Alessandro Preziosi

Quirino, 1. Il teatro globale di Geppy Gleijeses

di Romano Maria Levante

Al Teatro Quirino-Vittorio Gassman di Roma, il 14 maggio 2012  si è svolta l’annuale presentazione della nuova stagione da parte del poliedrico Geppy Gleijeses, imprenditore teatrale, regista, attore, animatore impareggiabile. La platea del teatro rinnovato con la sua gestione dopo quella del disciolto ETI, affollata di giornalisti e soprattutto gente del teatro: presenti quasi tutti i protagonisti della nuova stagione, che hanno presentato al microfono i loro spettacoli. Ma prima  Geppy ha parlato del suo “teatro globale” che non lascia ma raddoppia pur in un periodo difficile.

Michele Placido in “Re Lear” 

Anche al Teatro Quirino di Geppy Gleijeses si è sentito il morso della crisi. A differenza dello scorso anno, nel quale la nuova stagione fu presentata all’insegna degli spettacolari risultati conseguiti nella gestione – raddoppio di spettatori, abbonamenti e incassi – di quest’anno è  stato dato solo un fotogramma, il dato del dicembre 2011 con lo straordinario 92% di utilizzazione dei  1000 posti disponibili. Ma, ha aggiunto Geppy,  l’escalation dello “spread” ha determinato il blocco degli abbonamenti, la gente ha tagliato legittimamente ciò che veniva ritenuto non indispensabile.

Cita l’ammonimento di Oscar Wilde: “Puoi fare a meno di tutto, tranne del superfluo”. E se molti spettatori non se la sono sentiti di seguirlo, la direzione del  Teatro Quirino lo ha fatto proprio. Soprattutto quando il “superfluo” ha nome “Quirinetta” e “Accademia Internazionale di Arte Drammatica”, “Autogestito” e “Teatro per i ragazzi”, fino a “Diversamente insieme” per il recupero degli emarginati attraverso il teatro praticato come attori e non solo frequentato come spettatori.

Per questo ci voleva la lampada di Aladino, il gigante buono nei panni di Willer Bordon per il ritorno del “Quirinetta” alla sua vocazione teatrale e soprattutto di Emmanuele F. M. Emanuele  per il contributo della Fondazione Roma alle iniziative culturali, estese così anche al teatro oltre che all’arte e letteratura, poesia e musica, in una collaborazione e sinergia nella quale la finanza si sposa allo spettacolo attraverso forme di partecipazione nel terzo settore ad onlus filantropiche.

Come abbia fatto Geppy a calarsi anche in questa parte, dopo quella di attore e regista, produttore e imprenditore teatrale è un mistero solo per chi non ne conosce le straordinarie capacità interpretative: è un modo di fare teatro nella vita impersonando personaggi sempre nuovi, come avviene sulla scena, con risultati tangibili sul piano culturale economico, sociale e umano.

Il suo “teatro globale” è anche questo, una continua trasposizione arte-vita proiettata nel concreto, con l’apertura agli altri nella promozione del suo grande amore per il teatro: un amore totale, che lo ha preso interamente, coinvolgendo altrettanto moglie, figlio e figlia, attori affermati o emergenti.

Non manca la quotidianità in tale concezione “globale” del teatro che tende a trasmettere  a tutti, spettatori e non. Per questo il suo non è un teatro che apre la sera per lo spettacolo per poi chiudere i battenti: resta aperto 18 ore su 24 per 330 giorni l’anno,  e offre adiacente alla storica gloriosa sala  un “bistrot”  con 250 posti sempre gremiti anche per i modici prezzi, e per essere diventato un luogo di incontro in cui darsi appuntamento. Fornito di una biblioteca con oltre 3000 titoli, allietato da una videoteca di film a soggetto teatrale, tutto a disposizione degli avventori che possono incontrare attori e gente del teatro, e magari gettare lo sguardo oltre i pesanti tendaggi dietro i quali si fanno le prove dello spettacolo serale. Un’immersione naturale nel mondo del teatro che lo fa sentire familiare, allontanando ogni forma di soggezione per un’arte aderente all’umanità più genuina.

Luca Barbareschi in “Il discorso del Re” 

L’Accademia internazionale di arte drammatica

Ci siamo resi conto ancora di più di questa caratteristica del teatro scorrendo il programma della “Scuola Internazionale di Arte Drammatica del Teatro Quirino-Vittorio Gassman”, che il contributo della Fondazione Roma ha fatto divenire realtà nel vicino Quirinetta. La dirige Alvaro Piccardi, storico collaboratore di Vittorio Gassman nella Bottega Teatrale di Firenze, vi insegnano stabilmente o partecipano a stage di approfondimento maestri della scena, citiamo solo i più noti al grande pubblico, da Ugo Pagliai a Michele Placido, dai fratelli Taviani a Francesco Pannolino, da Lello Arena a Geppy Gleijeses che non poteva mancare, viene dallo scuola di Eduardo! Si attinge a  maestri stranieri già docenti nel teatro Stabile di Calabria, che con Geppy gestisce il Quirino: anche qui solo alcuni nomi, Marilyn Fried, che partecipò alla fondazione dell’Actor’s Studio di New York, e Nikolaj Karpov, direttore del Gitis di Mosca, Lindsay Kemp e Yves Lebreton, Eimuntas Nekrosius e, per le nuove tendenze, l’Odin Teatret protagonista fisso della Mad Revolution.

Cosa ci ha colpito del programma, oltre a questi nomi? Dei tre anni di corso accademico tenuto al Quirinetta, cui possono accedere per concorso i minori di 40 anni, le 20 discipline nelle quali viene vivisezionata la materia teatrale nel primo anno sono concentrate sulla “conoscenza di sé intesa come conoscenza del proprio strumento di lavoro (il corpo) attraverso il rapporto con lo spazio e con la relazione con gli altri”. Da qui nasce una riflessione sulla profonda  “umanità”  del teatro: l’attore inizia a studiare “la padronanza dell’io” come opportunità espressiva, poi entra “in rapporto profondo con il proprio vissuto attraverso l’improvvisazione”; la scoperta dello spazio scenico passa attraverso “il rapporto con altri corpi nello spazio”,  ne deriva l’espressività e la “creatività come necessità scenica”, la dizione e l’espressione corporea, la voce naturale e la sua drammatizzazione. Il tutto  sfocerà quest’anno in un evento spettacolare, “La ballata del corpo incandescente”, in scena al Quirinetta il 16 e 17 giugno: gli allievi mostreranno i risultati del processo creativo vissuto; tra le dimostrazioni del lavoro compiuto si citano anche “Motiv-azioni” e “E’ un brusio la vita”.

Acquisita coscienza di sé e del proprio strumento di lavoro nel 1°anno propedeutico, l’allievo la mette al servizio del personaggio e della scena nel 2° anno di qualificazione, con lo studio dei linguaggi teatrali nella storia e con la recitazione e costruzione dei personaggi Al termine il saggio-spettacolo “Aspettando il futuro” curato da Rosa Masciopinto il 27-28 giugno 2012 al “Quirinetta”.

Nel 3° anno, di perfezionamento e  alta specializzazione, dopo la qualificazione, si approfondisce la storia del teatro e la drammaturgia anche in laboratori diretti da maestri della scena europea. Il risultato, oltre al diploma teatrale agli allievi, è stato un vero spettacolo per il teatro “Quirino” il 22 giugno: “La pazzia di Orlando”, a cura del direttore del corso Alvaro Piccardi, frutto di un laboratorio intensivo, spettacolo destinato anche a una breve tournée. C’è ancora dell’altro: è stato messo in scena ai teatri “Quirino” e “Quirinetta” a fine luglio, dai tre corsi unificati, un capolavoro di Giovan Battista Marino “poco conosciuto e mai rappresentato”, “Adone”,  con un evento curato da Sergio Basile, , “la maratona di Adone” dal tramonto all’alba del 14- 15 luglio tra i luoghi canonici  di questo “teatro globale”, il “Quirino”, il “Quirinetta”, la “Fondazione Roma”.

Luca Lazzareschi inRain Man” 

L’Autogestito, il Teatro ragazzi e non solo

Oltre al “superfluo” nell’accezione di Oscar Wilde che lo ritiene più necessario dell’indispensabile, il “teatro globale” di Gleijeses comprende l’“Autogestito” a cura di Mariannella Bargilli, dal 22 al 30  maggio 2012.  E’ stata una “Rassegna di teatro indipendente giovane curioso civile”,  dieci spettacoli, di cui 7 al Quirino e 3 al Quirinetta, offerti da compagnie di tutta Italia previa selezione: praticanti  di teatro per passione messi a contatto con i professionisti nella cornice d’eccezione di teatri storici, e con i tanti giovani spettatori che come nelle prime edizioni hanno affollato con entusiasmo gli “spalti”. Aperto il 22 maggio con “Suicidi? Tangentopoli in commedia”, di e con Bebo Storti e Fabrizio Coniglio. Bebo Storti ne ha parlato, lo scorso anno rappresentò l’uccisione di Calipari su cui si svolse un dibattito, questa volta protagonisti della discussione Antonio Di Pietro e Camillo Davigo. Degli altri  titoli, tra “Idoli” e “Rottami”,  colpisce “Come fu che in Italia scoppiò la rivoluzione ma nessuno se ne accorse”,  di Davide Carnevali, 28 maggio al “Quirinetta” e “La signora Baba e il suo servo Ruba”, 28 maggio al “Quirino”, dei  “Nim, Neutroni in movimento

Il “Teatro ragazzi”  è all’insegna del programma “Dire Fare Vedere Teatro”, per le fasce di età dalla scuola dell’obbligo alle superiori e per le loro famiglie: un’immersione nel mondo teatrale con laboratori e visite guidate, concorsi e incontri con i protagonisti.  Le scelte produttive vanno dalla letteratura per ragazzi ai classici del teatro fino a temi di attualità; l’intento è di unire al divertimento l’insegnamento dei valori fondamentali, lealtà e non violenza, integrazione e giustizia sociale, democrazia e uguaglianza, libertà e onestà; contro il bullismo e la discriminazione. Un titolo che abbiamo colto?  “I Promessi sposi”, non poteva mancare, è una summa di valori.

Ci sarà anche “In scena diversamente insieme”, il teatro praticato dagli emarginati per etnia, diversità, situazione personale con un posto di rilievo ai carcerati, anche con lunghe degenze di 30 anni e “fine pena mai”, vincitori dell’Orso d’Oro di Berlino con il film dei fratelli Taviani. C’è stato intanto un accenno, poi se n’è riparlato per l’importanza dell’iniziativa con la “Fondazione Roma”.

Invece non si è neppure accennato alla “Mad Revolution”, il festival delle avanguardie teatrali degli ultimi due anni. Alla presentazione era “lo spettacolo che non c’è”, abbiamo chiesto notizie al suo animatore e direttore dell’Area Sperimentale Lorenzo Gleijeses. Il programma è allo studio, ci ha detto, si prevede di trasferirlo al “Quirinetta”. Lorenzo era in camicia bianca da attore, non più nella canottiera di tendenza dello scorso anno quando presentò la “Mad Revolution”. Nella nuova stagione è il principe di Homburg nell’omonimo dramma di Heinrich von Kleist; e con questa citazione entriamo nel cartellone del quale parleremo prossimamente. Aggiungiamo che Lorenzo è protagonista anche in 2 degli 8 spettacoli prodotti o coprodotti, altro aspetto del “teatro globale”;  in 3 dei restanti 6 c’è Geppy  con Mariannella Bargilli, che è protagonista da sola in un altro spettacolo. Un pizzico di orgoglio anche per questo exploit familiare quando Geppy ha ringraziato, citando tutti coloro che rendono vivo e vincente il suo coraggioso e sorprendente “teatro globale”.

Info:

Per gli spettacoli al “Quirino”: Biglietti interi comprensivi prevendita: platea euro 32, I balconata 26, II balconata 21, galleria 19: Abbonamenti in vendita dal 18 maggio (rinnovo da confermare entro l’8 settembre): 12 spettacoli a posto fisso da galleria euro 125 a platea euro 290; 10 spettacoli a posto fisso da g. 110 a p. 270; 11 spettacoli sabato pomeriggio posto fisso da g. 110 a p. 250; card 7 spettacoli, data e posto liberi da g. 70 a p. 165; card 4 a data e posto libero da 95 a 110; card Giovani 6 spettacoli data e posto libero mar-mer-gio II balc. e gall. euro 50. Over 65 e under 26 prezzi ridotti del 15% ca. Tel. 06.6794585 – info 800.013.616; www.teatroquirino.it.  Il secondo e ultimo articolo del servizio in questo sito, nella stessa data, è dedicato al cartellone del teatro Quirino dal titolo “Il Grande Teatro”.

Foto

Le immagini degli spettacoli della stagione 2012-13 sono state fornite cortesemente dall’ufficio stampa del teatro “Quirino-Vittorio Gassman”, che si ringrazia con i titolari dei diritti. In apertura, Michele Placido in“Re Lear”; seguono, Luca Barbareschi in“Il discorso del Re“, poi, Luca Lazzareschi inRain man”; in chiusura, Luca De Filippo in  “La grande magia”.

Luca De Filippo in  “La grande magia”

Tagore, l'”ultimo raccolto” del poeta pittore, alla Gnam

di Romano Maria Levante

“The Last Harvest”, la mostra di pittura di Tagore, tenuta a Roma,  alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna dal 29 marzo al 27 maggio 2012, curata da R. Siva Kumar della Visva Bharati University, ha presentato per la prima volta in Italia 100 dipinti provenienti dall’archivio Rabindra Bhavana e dal Kala Bhavan Museum. E’ l'”ultimo raccolto” artistico del grande poeta e scrittore indiano, uomo di teatro e musicista, divenuto pittore dopo i 60 anni con straordinaria creatività. La mostra era  in 4 sezioni con immagini suggestive di animali e paesaggi, personaggi e ritratti.

Parlare subito delle opere come si fa per i pittori senza soffermarsi sulla loro vita sarebbe lacunoso perché Rabindranath Tagore cominciò ad esprimersi in forma pittorica solo nel 1924, a 64 anni, mentre nell’arte letteraria era stato precoce, le prime poesie uscirono a soli 14 anni, mezzo secolo  prima, a 20 anni la raccolta “Canti del mattino” seguita da un’altra “Canti della sera”. Nel 1913 il Premio Nobel per la letteratura grazie ai suoi poemi religiosi “Gitanjali” che lo resero famoso in Usa e in Europa. Fondò la scuola di “Santiniketan”, trasformandola nel 1921 nell'”Università internazionale Visna Barati”, fu presidente del Congresso filosofico delle Indie e con i suoi scritti  anticonvenzionali incise sulla letteratura e la lingua della sua terra, il Bengala, e dell’India. Nato in una famiglia di antica nobiltà, i fratelli scrittori e musicisti, la sorella autrice di romanzi e racconti; lui poeta  e romanziere, scrittore di racconti e opere teatrali, saggista e compositore  e infine pittore.

Alla presentazione della mostra, nel quadro delle celebrazioni per il 150° anno dalla sua nascita nel 1861 che ha coinciso con il 150° dell’Unità d’Italia, ha fatto gli onori di casa la soprintendente della Galleria Maria Vittoria Marini Clarelli ed è intervenuto, oltre al curatore Siva Kumar in abito tradizionale indiano, l’ambasciatore dell’India in Italia, Shri Debabrata Saha. Ci siamo sentiti di  collegare il riconoscimento a Tagore al momento particolare dei rapporti tra i nostri paesi per la vicenda dei marò arrestati, apprezzando la presenza dell’ambasciatore con l’auspicio di una pronta riconciliazione: ha risposto che questo era nello spirito del grande Tagore, del resto sappiamo che ha ricercato sempre la sintesi, anche tra Oriente e d Occidente, per raggiungere verità universali.

Ci limitiamo a questi pochi tratti, il solo accennare ai suoi temi filosofici e alle sue opere di poeta, scrittore e autore di teatro porterebbe molto lontano, ne parla diffusamente il numero speciale del 2010 della rivista “India – Perspectives” a lui dedicato con  24 articoli sui singoli temi illustrati da fotografie e riproduzioni dei suoi dipinti, sintesi efficace di un autore dalla bibliografia sconfinata.

Alcuni tratti sull’opera pittorica

Sulla sua pittura va premesso che, oltre ad iniziare in tarda età, si pose al di fuori degli schemi della produzione artistica indiana per cui non fu apprezzato subito nel suo paese, tutt’altro. Ma nel 1930  ci fu la prima mostra a Parigi, poi itinerante tra l’Europa e l’America, e i suoi dipinti furono esposti a Londra e Berlino, Monaco e New York, nel 1931 a Philadelphia. Una lunga serie di viaggi in questi paesi lo mette a contatto in modo sempre più stretto con l’arte occidentale, l’espressionismo e il fauvismo erano le correnti più avanzate, se ne sentono gli influssi nelle sue composizioni.

Era molto legato alla sua terra da cui traeva l’ispirazione, e lo dichiarava; tuttavia il suo pensiero ha avuto diffusione in tutto il mondo forse per la continua ricerca di un tema unificante, una verità universale attraverso le varie forme d’arte letteraria e musicale, infine visiva da lui praticate.

Un’impostazione la sua che va molto oltre la scelta stilistica e di contenuto nell’opera pittorica, a stare a quanto scriveva nel 1917 in “My Reminiscenses”, sette anni prima delle sue iniziali opere grafiche. C’è la compresenza e insieme il contrasto tra la parte esteriore e quella interiore, anche la Chiesa parla di “foro esterno” e “foro interno”. All’esterno gli eventi, all’interno le immagini che vi si riflettono: “I due aspetti corrispondono ma non sono la stessa cosa. Non abbiamo la possibilità di vedere con chiarezza questo mondo di immagini all’interno di noi. Una piccola porzione, di quando in quando, attrae la nostra attenzione, ma la maggior parte rimane in ombra, fuori dalla nostra vita”. E a proposito di chi dipinge  “le immagini sulle tele della memoria” scrive:  “Non sta lì con il suo pennello semplicemente  a replicare ciò che accade. Prende e toglie a seconda del suo gusto e, ingigantendo e rimpicciolendo a suo piacimento, non ha imbarazzi a mettere nello sfondo ciò che  era in primo piano. In altre parole, dipinge immagini, non scrive la storia”.

Due anni dopo, per il “Centre of Indian Culture”, scriveva: “E’ bene ricordare che le grandi epoche della rinascita nella storia furono quelle in cui l’uomo scoprì all’improvviso i semi del pensiero nel granaio del passato. Coloro che, sfortunati, hanno perduto il raccolto del passato, hanno perso il loro presente”. Crediamo che sia nata da queste sue parole  l’intitolazione  della mostra “The Last Harvest”, cioè  l’ultimo raccolto: la sua espressione pittorica ha coperto i 17 anni conclusivi di vita, il periodo appunto del raccolto finale del suo passato come dei precursori nel granaio della storia. Per questo la visita alle opere, guidata dal curatore R. Siva Kumar della “Visva Barati University” creata da Tagore, è stata una retrospettiva della sua ispirazione e un vero compendio spirituale.

Le 4 sezioni: animali  e paesaggi, figure e volti

Per chi, come noi, si poneva il problema del rapporto tra scrittura letteraria e rappresentazione pittorica, il curatore ha rivelato che i suoi primi dipinti derivano dagli scarabocchi sui manoscritti per dare un senso estetico alle cancellature in un a sorta di “giocosa inventiva”.  Comincia con gli animali, veri o immaginari,  poi il paesaggio con la solitudine e quindi, in progressione, l’essere umano come corpo e gestualità, fino a concentrarsi sui visi  alternando le maschere ai ritratti.

I suoi dipinti, per lo più a inchiostro colorato e acquarello di piccolo-medio formato, sono senza riferimenti espliciti, né date né titoli: è un narrazione che lascia libero l’interprete, cosa che ne accresce il valore universale, sganciato dalle contingenze locali e temporali. La selezione presentata, del tutto inedita nel nostro paese, è una piccola parte del vasto “corpus” pittorico di 1600 opere nel Rabindra Bhavana e di un centinaio al Kala Bhavan Museum, entrambi prestatori della mostra. I fondi sono per lo più scuri, i colori densi e pastosi, le immagini dai contorni netti e precisi.

Ecco la prima sezione, con 20 pitture ispirate ad animali rappresentati in forme primitive quasi  totemiche, alcune richiamano figure reali, altre esseri fantastici. Linee continue e curve o spezzate bruscamente, posizioni erette o forme stilizzate; espressioni  fiere o meste, gioiose o imploranti. Colpiscono gli occhi spalancati del pappagallo e l’atteggiamento tenero del piccolo rispetto alla madre accigliata. Un bestiario particolare, dunque, con dei sentimenti che avvicinano il mondo animale all’umanità, nel sincretismo universale di Tagore, uomo di pensiero..

Dagli animali ai paesaggi nella seconda sezione, con 13 dipinti accomunati dalla severità dell’ambiente, non riconoscibile sebbene nel giallo del cielo dietro gli alberi di alcuni quadri siano stati visti fenomeni naturali a Santiniketan. Gli alberi dalla chioma folta hanno un colore molto scuro che ispira protezione mista ad oppressione. In alcuni dipinti alla staticità subentrano altri motivi: il senso del ritmo, come nei due alberi, questa volta dal fogliame rado,  piegati dal vento; il senso dell’equilibrio che manca nel tempietto con colonne e scalinata visibilmente sbilanciato.

La terza sezione, dedicata alle figure umane, ha occupato un corridoio con 15 dipinti e la sala successiva con altri 16 dipinti.  Anche qui, come negli animali, qualcosa di totemico, di grande fascino nelle tinte scure e intense anche con rossi e blu molto carichi, e nelle forme arcaiche nette e decise. C’è molta attenzione alla gestualità, di tipo quasi teatrale. Le figuresi stagliano per i contrasti coloristici, non si intravedono riferimenti ad opere letterarie  e neppure ad eventi riconoscibili; assumono un valore simbolico di ricerca spirituale, dalla riflessione interiore alla meditazione. Si vedono divinità, figure singole e gruppi  che sembrano immersi in preghiera.

Nella quarta sezione, come in un “blow up” cinematografico, dopo gli animali, l’ambiente e le figure, l’obiettivo dell’artista si posa sui volti, ne vediamo ben 30, i chiaroscuri e i contrasti cromatici sono ancora più intensi;  ritratti molto particolari che diventano in alcuni casi maschere quasi teatrali. Anche qui, tuttavia,  nessun riferimento esplicito, come per le figure della sezione precedente: sono studi di personaggi piuttosto che tratti colti sul momento. Le espressioni sempre intense, siano cupe e aggrottate oppure calme e distese,  rimandano alla personalità del soggetto ma lasciano un senso di mistero come se la personalità più profonda non fosse raggiungibile.

In fondo, il sentimento che resta dopo l’immersione nel mondo pittorico di Tagore è il senso del mistero; a ciò concorre una certa cupezza espressiva e l’aspetto  primitivo e totemico che dà a tante immagini l’aspetto di vere e proprie icone. Ma questa non è l’espressione di una mentalità contemplativa, Tagore aeva un atteggiamento orientato all’azione alimentata dalla sua fede nell’umanesimo universale; e neppure di una visione pessimistica, diceva “ho sviluppato una mia idea personale dell’ottimismo”, nel senso di non accanirsi ma cercare la “porta” giusta o costruirla.

E allora qual è la logica complessiva? Forse la si trova nel suo concetto di “raccolto”, nell’esigenza di  attingere sempre al “granaio del passato”, al quale ci riportano le sue forme arcaiche e totemiche:  “Qualcosa di straordinario avverrà, indipendentemente da quanto sia oscuro il presente”, ha detto una volta con l’ottimismo della volontà che deve prevalere sul pessimismo della ragione. Riferendo le sue immagini dal cromatismo scuro e dalle espressioni  tese e nervose  al “granaio del passato” si può conciliare l’espressione pittorica all’ottimismo di base.  Che lo ha portato a dire: “Ho dormito e sognato che la vita è gioia. Mi sono risvegliato ed ho visto che la vita è servizio. Ho servito ed ecco, il servizio è gioia”. Una grande insegnamento per tutti, una vera lezione del professor Tagore.

Info

Visite alle mostre permanenti e temporanee della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Viale delle Belle Arti 131: da martedì a domenica ore 8,30-19,30, lunedì chiuso, biglietteria aperta fino alle ore 18,45. Ingresso: intero euro 10,00, ridotto 8,00. Tel. 06.32298221; http://www.gnam.beniculturali.it/

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Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante alla Gnam alla presentazione della mostra, si ringrazia la Galleria e l’organizzazione, con i titolari dei diritti per l’opportunità offerta.

di Romano Maria Levante

“The Last Harvest”, la mostra di pittura di Tagore, tenuta a Roma,  alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna dal 29 marzo al 27 maggio 2012, curata da R. Siva Kumar della Visva Bharati University, ha presentato per la prima volta in Italia 100 dipinti provenienti dall’archivio Rabindra Bhavana e dal Kala Bhavan Museum. E’ l'”ultimo raccolto” artistico del grande poeta e scrittore indiano, uomo di teatro e musicista, divenuto pittore dopo i 60 anni con straordinaria creatività. La mostra era  in 4 sezioni con immagini suggestive di animali e paesaggi, personaggi e ritratti.

Parlare subito delle opere come si fa per i pittori senza soffermarsi sulla loro vita sarebbe lacunoso perché Rabindranath Tagore cominciò ad esprimersi in forma pittorica solo nel 1924, a 64 anni, mentre nell’arte letteraria era stato precoce, le prime poesie uscirono a soli 14 anni, mezzo secolo  prima, a 20 anni la raccolta “Canti del mattino” seguita da un’altra “Canti della sera”. Nel 1913 il Premio Nobel per la letteratura grazie ai suoi poemi religiosi “Gitanjali” che lo resero famoso in Usa e in Europa. Fondò la scuola di “Santiniketan”, trasformandola nel 1921 nell'”Università internazionale Visna Barati”, fu presidente del Congresso filosofico delle Indie e con i suoi scritti  anticonvenzionali incise sulla letteratura e la lingua della sua terra, il Bengala, e dell’India. Nato in una famiglia di antica nobiltà, i fratelli scrittori e musicisti, la sorella autrice di romanzi e racconti; lui poeta  e romanziere, scrittore di racconti e opere teatrali, saggista e compositore  e infine pittore.

Alla presentazione della mostra, nel quadro delle celebrazioni per il 150° anno dalla sua nascita nel 1861 che ha coinciso con il 150° dell’Unità d’Italia, ha fatto gli onori di casa la soprintendente della Galleria Maria Vittoria Marini Clarelli ed è intervenuto, oltre al curatore Siva Kumar in abito tradizionale indiano, l’ambasciatore dell’India in Italia, Shri Debabrata Saha. Ci siamo sentiti di  collegare il riconoscimento a Tagore al momento particolare dei rapporti tra i nostri paesi per la vicenda dei marò arrestati, apprezzando la presenza dell’ambasciatore con l’auspicio di una pronta riconciliazione: ha risposto che questo era nello spirito del grande Tagore, del resto sappiamo che ha ricercato sempre la sintesi, anche tra Oriente e d Occidente, per raggiungere verità universali.

Ci limitiamo a questi pochi tratti, il solo accennare ai suoi temi filosofici e alle sue opere di poeta, scrittore e autore di teatro porterebbe molto lontano, ne parla diffusamente il numero speciale del 2010 della rivista “India – Perspectives” a lui dedicato con  24 articoli sui singoli temi illustrati da fotografie e riproduzioni dei suoi dipinti, sintesi efficace di un autore dalla bibliografia sconfinata.

Alcuni tratti sull’opera pittorica

Sulla sua pittura va premesso che, oltre ad iniziare in tarda età, si pose al di fuori degli schemi della produzione artistica indiana per cui non fu apprezzato subito nel suo paese, tutt’altro. Ma nel 1930  ci fu la prima mostra a Parigi, poi itinerante tra l’Europa e l’America, e i suoi dipinti furono esposti a Londra e Berlino, Monaco e New York, nel 1931 a Philadelphia. Una lunga serie di viaggi in questi paesi lo mette a contatto in modo sempre più stretto con l’arte occidentale, l’espressionismo e il fauvismo erano le correnti più avanzate, se ne sentono gli influssi nelle sue composizioni.

Era molto legato alla sua terra da cui traeva l’ispirazione, e lo dichiarava; tuttavia il suo pensiero ha avuto diffusione in tutto il mondo forse per la continua ricerca di un tema unificante, una verità universale attraverso le varie forme d’arte letteraria e musicale, infine visiva da lui praticate.

Un’impostazione la sua che va molto oltre la scelta stilistica e di contenuto nell’opera pittorica, a stare a quanto scriveva nel 1917 in “My Reminiscenses”, sette anni prima delle sue iniziali opere grafiche. C’è la compresenza e insieme il contrasto tra la parte esteriore e quella interiore, anche la Chiesa parla di “foro esterno” e “foro interno”. All’esterno gli eventi, all’interno le immagini che vi si riflettono: “I due aspetti corrispondono ma non sono la stessa cosa. Non abbiamo la possibilità di vedere con chiarezza questo mondo di immagini all’interno di noi. Una piccola porzione, di quando in quando, attrae la nostra attenzione, ma la maggior parte rimane in ombra, fuori dalla nostra vita”. E a proposito di chi dipinge  “le immagini sulle tele della memoria” scrive:  “Non sta lì con il suo pennello semplicemente  a replicare ciò che accade. Prende e toglie a seconda del suo gusto e, ingigantendo e rimpicciolendo a suo piacimento, non ha imbarazzi a mettere nello sfondo ciò che  era in primo piano. In altre parole, dipinge immagini, non scrive la storia”.

Due anni dopo, per il “Centre of Indian Culture”, scriveva: “E’ bene ricordare che le grandi epoche della rinascita nella storia furono quelle in cui l’uomo scoprì all’improvviso i semi del pensiero nel granaio del passato. Coloro che, sfortunati, hanno perduto il raccolto del passato, hanno perso il loro presente”. Crediamo che sia nata da queste sue parole  l’intitolazione  della mostra “The Last Harvest”, cioè  l’ultimo raccolto: la sua espressione pittorica ha coperto i 17 anni conclusivi di vita, il periodo appunto del raccolto finale del suo passato come dei precursori nel granaio della storia. Per questo la visita alle opere, guidata dal curatore R. Siva Kumar della “Visva Barati University” creata da Tagore, è stata una retrospettiva della sua ispirazione e un vero compendio spirituale.

Le 4 sezioni: animali  e paesaggi, figure e volti

Per chi, come noi, si poneva il problema del rapporto tra scrittura letteraria e rappresentazione pittorica, il curatore ha rivelato che i suoi primi dipinti derivano dagli scarabocchi sui manoscritti per dare un senso estetico alle cancellature in un a sorta di “giocosa inventiva”.  Comincia con gli animali, veri o immaginari,  poi il paesaggio con la solitudine e quindi, in progressione, l’essere umano come corpo e gestualità, fino a concentrarsi sui visi  alternando le maschere ai ritratti.

I suoi dipinti, per lo più a inchiostro colorato e acquarello di piccolo-medio formato, sono senza riferimenti espliciti, né date né titoli: è un narrazione che lascia libero l’interprete, cosa che ne accresce il valore universale, sganciato dalle contingenze locali e temporali. La selezione presentata, del tutto inedita nel nostro paese, è una piccola parte del vasto “corpus” pittorico di 1600 opere nel Rabindra Bhavana e di un centinaio al Kala Bhavan Museum, entrambi prestatori della mostra. I fondi sono per lo più scuri, i colori densi e pastosi, le immagini dai contorni netti e precisi.

Ecco la prima sezione, con 20 pitture ispirate ad animali rappresentati in forme primitive quasi  totemiche, alcune richiamano figure reali, altre esseri fantastici. Linee continue e curve o spezzate bruscamente, posizioni erette o forme stilizzate; espressioni  fiere o meste, gioiose o imploranti. Colpiscono gli occhi spalancati del pappagallo e l’atteggiamento tenero del piccolo rispetto alla madre accigliata. Un bestiario particolare, dunque, con dei sentimenti che avvicinano il mondo animale all’umanità, nel sincretismo universale di Tagore, uomo di pensiero..

Dagli animali ai paesaggi nella seconda sezione, con 13 dipinti accomunati dalla severità dell’ambiente, non riconoscibile sebbene nel giallo del cielo dietro gli alberi di alcuni quadri siano stati visti fenomeni naturali a Santiniketan. Gli alberi dalla chioma folta hanno un colore molto scuro che ispira protezione mista ad oppressione. In alcuni dipinti alla staticità subentrano altri motivi: il senso del ritmo, come nei due alberi, questa volta dal fogliame rado,  piegati dal vento; il senso dell’equilibrio che manca nel tempietto con colonne e scalinata visibilmente sbilanciato.

La terza sezione, dedicata alle figure umane, ha occupato un corridoio con 15 dipinti e la sala successiva con altri 16 dipinti.  Anche qui, come negli animali, qualcosa di totemico, di grande fascino nelle tinte scure e intense anche con rossi e blu molto carichi, e nelle forme arcaiche nette e decise. C’è molta attenzione alla gestualità, di tipo quasi teatrale. Le figuresi stagliano per i contrasti coloristici, non si intravedono riferimenti ad opere letterarie  e neppure ad eventi riconoscibili; assumono un valore simbolico di ricerca spirituale, dalla riflessione interiore alla meditazione. Si vedono divinità, figure singole e gruppi  che sembrano immersi in preghiera.

Nella quarta sezione, come in un “blow up” cinematografico, dopo gli animali, l’ambiente e le figure, l’obiettivo dell’artista si posa sui volti, ne vediamo ben 30, i chiaroscuri e i contrasti cromatici sono ancora più intensi;  ritratti molto particolari che diventano in alcuni casi maschere quasi teatrali. Anche qui, tuttavia,  nessun riferimento esplicito, come per le figure della sezione precedente: sono studi di personaggi piuttosto che tratti colti sul momento. Le espressioni sempre intense, siano cupe e aggrottate oppure calme e distese,  rimandano alla personalità del soggetto ma lasciano un senso di mistero come se la personalità più profonda non fosse raggiungibile.

In fondo, il sentimento che resta dopo l’immersione nel mondo pittorico di Tagore è il senso del mistero; a ciò concorre una certa cupezza espressiva e l’aspetto  primitivo e totemico che dà a tante immagini l’aspetto di vere e proprie icone. Ma questa non è l’espressione di una mentalità contemplativa, Tagore aeva un atteggiamento orientato all’azione alimentata dalla sua fede nell’umanesimo universale; e neppure di una visione pessimistica, diceva “ho sviluppato una mia idea personale dell’ottimismo”, nel senso di non accanirsi ma cercare la “porta” giusta o costruirla.

E allora qual è la logica complessiva? Forse la si trova nel suo concetto di “raccolto”, nell’esigenza di  attingere sempre al “granaio del passato”, al quale ci riportano le sue forme arcaiche e totemiche:  “Qualcosa di straordinario avverrà, indipendentemente da quanto sia oscuro il presente”, ha detto una volta con l’ottimismo della volontà che deve prevalere sul pessimismo della ragione. Riferendo le sue immagini dal cromatismo scuro e dalle espressioni  tese e nervose  al “granaio del passato” si può conciliare l’espressione pittorica all’ottimismo di base.  Che lo ha portato a dire: “Ho dormito e sognato che la vita è gioia. Mi sono risvegliato ed ho visto che la vita è servizio. Ho servito ed ecco, il servizio è gioia”. Una grande insegnamento per tutti, una vera lezione del professor Tagore.

Info

Visite alle mostre permanenti e temporanee della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Viale delle Belle Arti 131: da martedì a domenica ore 8,30-19,30, lunedì chiuso, biglietteria aperta fino alle ore 18,45. Ingresso: intero euro 10,00, ridotto 8,00. Tel. 06.32298221; http://www.gnam.beniculturali.it/

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Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante alla Gnam alla presentazione della mostra, si ringrazia la Galleria e l’organizzazione, con i titolari dei diritti per l’opportunità offerta.

Papi della memoria, arte e papato, a Castel Sant’Angelo

di Romano Maria Levante

A Roma, Castel Sant’Angelo,  dal 28 giugno all’8 dicembre 2012 la mostra “I Papi della memoria” illustra la storia di alcuni grandi Pontefici della Chiesa come guide spirituali della Cristianità e promotori culturali attraverso un centinaio di documenti storici e opere d’arte provenienti dalle raccolte vaticane e da principali musei italiani. La mostra, organizzata dal Centro europeo per il Turismo di Giuseppe Lepore e dalla Soprintendenza museale di Roma di Rossella Vodret,  si avvale di un Comitato scientifico presieduto da Antonio Paolucci ed è curata da Mario Lolli Ghetti. E’ articolata in 8 sezioni in senso diacronico, dal 1° Anno santo del 1300 all’ultimo del 2000. Sono esposte, come avviene ogni anno, anche opere recuperate dalle forze dell’Ordine.

La carrellata artistico-culturale sui grandi Pontefici ha qualcosa di più del respiro storico, entra nel campo spirituale evocando il messaggio universale della chiesa “urbi et orbi”  che  investe la fede e l’arte, la cultura e la politica. Dalla sede romana il messaggio si è irradiato nello spazio e nel tempo con alcuni momenti fondamentali costituiti dai Giubilei e dai Concili, testimoniati dai documenti esibiti e dalle opere d’arte esposte,  nel segno di un mecenatismo raffinato e lungimirante.

Due elementi emergono in tutta evidenza: il ruolo centrale di Roma come centro di dottrina e fonte dell’arte; la forza della cultura come linguaggio utilizzato nella  missione universale della Chiesa e nel suo progetto politico: di qui gli interventi nell’urbanistica e la passione per l’antico, il collezionismo e la committenza di eccelse opere d’arte ai più grandi artisti succedutisi nel tempo.

Il ruolo dominante di Roma, iniziato con l’impero romano, assume una diversa fisionomia con la Roma cristiana  da Costantino ai giorni nostri. Questo è avvenuto  nel corso dei secoli – come ha detto  mons. Lorenzo Baldisseri, segretario della Congregazione dei Vescovi del Collegio cardinalizio e del Conclave  – “attraverso un’istituzione imponente, quella del Papato, che è divenuto l’asse portante della fede cristiana, della cultura, della politica e dell’arte, caratterizzante la civilizzazione occidentale”.

Per rendere questo cammino di 700 anni riproponendo il linguaggio dell’arte e il respiro della storia nei limiti di una mostra, pur vasta e rappresentativa, si è dovuto procedere alla drastica selezione dell’immenso materiale disponibile nel campo dell’arte e della letteratura, dell’architettura e dell’urbanistica, della religione e della politica. Il risultato è accompagnare il visitatore nel viaggio di fede e di vita, d’arte e di cultura nell’itinerario segnato dai grandi Pontefici. Le tappe di questo viaggio corrispondono alle 8 sezioni della mostra. L’esposizione è nell’incomparabile cornice di Castel Sant’Angelo, il museo è  nei locali che confinano con la terrazza superiore dalla vista mozzafiato, la collocazione aggiunge un fascino incomparabile alla suggestione di arte e storia.

700 anni di papato nelle 8 sezioni della mostra

Le 8 sezioni sono ricche di opere d’arte e di documenti e reperti preziosi, ma invece di inoltrarci in una velleitaria descrizione di un materiale tanto vasto, preferiamo dare un quadro sia pur sommario delle fasi che evocano, tutte percorse da eventi storici o artistici che lasciano il segno.

Un inizio di grande effetto, “Il primo Giubileo del 1300”, del quale mons. Baldisseri dice allusivamente “indetto proprio da lui, Papa Caetani, ben noto tra l’altro e in altro senso, sin dai nostri studi liceali della Divina Commedia”; nella quale, aggiungiamo, il sommo poeta, oltre a mettere all’inferno Bonifacio VIII ancora in vita, dà un marchio infamante a a papa  Celestino V,  l’eremita Pietro da Morrone strappato dal suo eremo tra i monti d’Abruzzo per le mene ecclesiastiche,  il cui “gran rifiuto” non fu “per viltade” ma per coerenza, e ciononostante lasciò il segno, tra l’altro ideando lui il Giubileo. Il grande afflusso di pellegrini per l’Anno Santo mise Roma al centro della cristianità e pose le basi per riaffermare il primato assoluto del papa.

Nella 2^ sezione, dedicata alla “Roma rinascimentale e umanista”,  questo primato si riflette nelle opere esposte, con Martino V dei Colonna, Paolo II Barbo e Sisto V della Rovere  che donò alla cittadinanza romana i bronzi della Lupa, dello Spinario  e del Camillo. Dopo la fine dell’esilio avignonese e dello scisma di Occidente la forza del papato si manifestò anche in campo artistico e culturale, papa Niccolò V fondò la Biblioteca Apostolica Vaticana e promosse il collezionismo e l’arte giubilare, siamo al 1450, Paolo II promosse il collezionismo antiquario, e sul nucleo della donazione di Sisto V nacquero i Musei Capitolini. 

La Roma rinascimentale è celebrata nella 3^ sezione, che pone l’accento sulla “Roma universale. Restauratio Urbis”: vi sono impegnati i più grandi artisti del Rinascimento, da Michelangelo a Raffaello, nelle  grandi iniziative  attivate dal mecenatismo dei papi Giulio II e Leone X Medici. E’ una Roma definita “fastosa e pagana”, che cerca collegamenti sempre più stretti con la Roma antica; finché il sacco del 1527  segna una drammatica cesura nella vita civile e artistica della città, diventata un deserto per l’abbandono della popolazione e degli artisti. Ma fu una parentesi, con Clemente VII Medici  che soffrì direttamente l’oltraggio dei Lanzichenecchi alla città eterna, ci fu anche la rinascita,  la città si ripopola, tornano gli artisti.

Alla crisi politica si aggiunge quella religiosa, con Lutero e la Riforma, cui il papato reagisce. Ne dà conto la 4^ sezione su “Roma della Controriforma”, con il Concilio di Trento indetto da Paolo III Farnese, grande collezionista. Le iniziative vanno dalla sistemazione urbanistica  alla riforma del calendario giuliano, e soprattutto ai grandi cicli decorativi. Basta per tutti il Giudizio Universale di Michelangelo.  L’esposizione presenta una carrellata evocativa di grande fascino e interesse.

“Roma triunphans. Il trionfo del barocco”  si intitola la 5^ sezione. Spicca l’opera di grandi architetti come Bernini e Borromini nella trasformazione urbanistica e monumentale mirata a renderla sempre più attraente e accogliente per i pellegrini e sempre più degna del suo ruolo universale di centro della cristianità, rispondente alla definizione di Giovanni Paolo II “Roma ospitale, madre e compagna di viaggio”.  L’arte e la fede appaiono in simbiosi sempre più stretta, mentre i problemi nascono nel progresso della scienza, dalla difficile convivenza tra fede e ragione.

Con la valorizzazione dell’antico si sviluppano le Accademie e con esse il “Classicismo arcadico” al quale è dedicata le 6^ sezione. Roma attrae i visitatori colti, non più solo i pellegrini, si diffonde lo studio della classicità in quel grande museo all’aperto che è la città eterna, Cristina di Svezia si segnala come animatrice dei circoli culturali e promotrice dello sviluppo dell’arte in contatto con i più grandi talenti. Viene illustrata anche l’opera dei papi nella tutela del patrimonio archeologico messo in luce dagli scavi, che con le donazioni viene fatto affluire ai Musei Capitolini.

Il tempo scorre, siamo nell”800, la 7^ sezione, intitolata “La Restaurazion e pontificia” dà l’illustrazione di come i papi hanno affrontato i complessi problemi dell’epoca in campo politico-sociale oltre che religioso. Dopo la Rivoluzione francese, Napoleone e la pace di Vienna, Pio IX  è alle prese con la fine del potere temporale segnata dalla breccia di Porta Pia; viene proclamato il dogma dell’Immacolata Concezione, ma anche i temi sociali sono in primo  piano, Leone XIII dedicherà loro l’enciclica “Rerum novarum” che rappresenterà una pietra miliare in materia; la dottrina sociale della Chiesa si consolida con l’azione di Giuseppe Toniolo, da poco beatificato, che animò l’Opera dei Congressi,le Settimane sociali e apposite fondazioni e istituti per il sociale.

“Verso il Giubileo del 2000. All’approssimarsi del Terzo Millennio” è il titolo dell’8^ ed ultima sezione della mostra. Si comincia da Pio XI, cui si devono  i Patti lateranensi  e il Concordato con cui si chiuse la “questione romana” e la Chiesa poté  dedicarsi interamente alla sua missione religiosa. In campo culturale fu fondato il Museo Etnografico Missionario, successivamente Pio XII promosse gli scavi archeologici sotto la basilica di San Pietro. Con Giovanni XXIII, che ne fu l’ispirato promotore  e  Paolo VI  che lo portò a conclusione, Roma è protagonista del Concilio Vaticano II, la “rivoluzione copernicana”  che segna “la fine del Medioevo nella liturgia” e non solo,  rendendo la Chiesa più aderente alla sua vocazione missionaria. Sarà Giovanni Paolo II, dopo la fugace parentesi di papa Giovanni Paolo I, a portare la chiesa nel “novo millennio ineunte” – così il relativo documento programmatico – con il Giubileo del 2000  aperto al mondo dei giovani. Gli ultimi papi sono stati vicini agli artisti in modo diverso dal mecenatismo rinascimentale ma con efficacia e convinzione. Paolo VI, oltre a promuovere opere come l’Aula delle udienze, che ha il suo nome, dove spicca la “Resurrezione” di Fazzini, e il Museo d’arte Moderna ai Musei Vaticani, rivolse agli artisti in Cappella Sistina il 7 maggio 1964 una memorabile allocuzione; altrettanto hanno fatto Giovanni Paolo II  nel 1999 con la “Lettera agli artisti” e Benedetto XVI nel decennale della lettera il 21 novembre 2009 nella Cappella Sistina che ha ricollegato a Paolo VI.

Tutto questo è evocato dalla mostra in un percorso non didascalico ma artistico e storico, con un impegno  considerevole di presentare la storia e la fede attraverso l’arte e la memoria. Il visitatore nel passare da una sala all’altra è come se viaggiasse nella macchina del tempo, fino a ritrovarsi nella nostra epoca con i grandi papi divenuti familiari nella vita di tutti anche se il loro carisma li pone in un’altra dimensione. Il titolo della mostra “I papi della memoria” esprime questa  vicinanza che per gli ultimi papi è tangibile, per i più antichi viene dai ricordi di scuola e, comunque, agisce sul tasto della cultura;  per i credenti che sono la grande maggioranza, anche su quello della fede.

Info

Castel Sant’Angelo, Lungotevere Castello, 50. Da  martedì a domenica ore 9,00-19,30,  lunedì chiuso;  la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso euro 8,50 intero; euro 6,00 ridotto (cittadini europei 18-25 anni; insegnanti di ruolo scuole statali); gratuito per età e categorie (minori 18 anni e maggiori 65 anni, studenti e docenti facoltà letterarie-artistiche, beni culturali, guide e giornalisti, ecc.), . Tel. 06.6896003 (prevendita); 06,6819111 (informazioni).

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Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante a Castel Sant’Angelo all’inaugurazione della mostra, si ringraziano gli organizzatori, in particolare il Centro Europeo del Turismo e la soprintendenza museale di Roma con i titolari dei diritti per l’opportunità offerta.

Larraz, la pittura della libertà, al Vittoriano

di Romano Maria Levante

A Roma, al Vittoriano, dal 12 luglio al 30 settembre 2012,  sono esposte 100 opere di Julio Larraz, quadri pittorici a olio o acquerello, disegni e alcune sculture,  in una mostra curata, con il Catalogo Skirà, da Luca Beatrice,  e realizzata da “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia: responsabile della mostra Maria Cristina Bettini in collaborazione con la Galleria d’Arte Contini, Cortina-Venezia. E’ la più completa mostra antologica realizzata in Italia,dalle iniziali opere caricaturali per i grandi giornali americani – aggiunte all’esposizione in una seconda fase – alle pitture grottesche,  parodistiche e allegoriche, fino alle più varie espressioni di una artista libero, solare.

“Prime Minister”, 2010

Tra le 21 voci dell‘”alfabeto di Larraz”, nelle quali il curatore Luca Beatrice  articola il proprio giudizio critico, ci sembra che “L come libertà”  rappresenti oltre a una sintesi colta, l’impressione che il visitatore ricava dalla mostra, almeno quella avuta da noi. Libertà nella forma espressiva che ricorre alle figurazioni più varie, come sottolinea Beatrice; ma soprattutto nell’emozione  trasmessa: la cui origine e natura si trova nel contagioso senso di liberazione che pervade i quadri esposti.

Il respiro della libertà si sente nelle diverse sezioni della mostra, che corrispondono ad altrettanti temi cari al pittore. Prima tra tutti i ritratti, la libertà di scandagliarne le parti più misteriose, andare dietro quelle lenti di occhiali neri di cui sentiamo non avere bisogno non avendo nulla da nascondere a differenza dei soggetti rappresentati, e questo ci fa sentire liberi, o almeno più liberi di loro. Sensazione che si rafforza dinanzi alla raffigurazione della politica, nella sua grottesca manifestazione quasi in caricatura: sono figure di generali e dittatori – che pur nell’ottusa rigidità  ricordano le deformazioni caricaturali di Baj – intorno ai quali c’è il nudo femminile, come vero “dominus”  rispetto a un potere tanto brutale quanto imbelle. La donna non è vista solo come “domina”  o complemento decadente del potere, ma anche come tentatrice e oggetto di desiderio nella sua intimità. Mentre l’isola ci dà la libertà esteriore, la voglia di mare e di azzurro, accentuata dal bianco delle grandi barche e delle ali degli aeroplani; un bianco da isole greche e, qui, da nostalgie cubane. Quanto mai libero il mondo del circo, con le sue metafore e allegorie oniriche.

Le sezioni della mostra all’insegna della libertà

Nei due piani dell’Ala Brasini dov’è ospitata la mostra, la narrazione del pittore si dipana  con una forza scenografica non comune in una sostanziale unitarietà di stile figurativo che supera la realtà per portarsi nell’irrealtà. Secondo Luca Beatrice  “nonostante il suo tratto e il suo stile siano immediatamente riconoscibili, Larraz non è tra quegli artisti seriali che impongono un marchio di fabbrica, anzi nella sua pittura rincorre la varietà di soggetti, situazioni e storie, intendendola come una palestra di sperimentazioni e soluzioni formali sorprendenti”. Per Alessandro Nicosia  è  “un linguaggio singolare, visionario e fantastico  che prende ispirazione dal surrealismo e dalla metafisica, dal muralismo messicano e dal Quattrocento italiano. Larraz traspone nelle sue opere i suoi ampi riferimenti culturali, sociali e politici ricorrendo ai miti greci e alla storia contemporanea dell’America Latina”. Infatti la sua  biografia ci porta a Cuba, poi in Florida a Miami, con lunghe presenze a New York, nel Nuovo Messico e in Europa, due anni vissuti a Parigi e tre anni a Firenze prima del definitivo ritorno a Miami dove vive tuttora  insieme alla famiglia.

La visita comincia con i “ritratti” non solo in pittura ma anche in scultura. Non indulge alla psicologia essendo un artista di atmosfera, ma quando si sofferma sui volti vi scava dentro, inoltre sottolinea i contrasti tra personaggi diversi che vengono accostati. I busti in bronzo degli “Imperatori” sono fortemente colorati in verde o  rosso, viola o giallo, appartengono alla serie “SPQR”, 2007,ispirata alla romanità con il piglio del potere assoluto, che trova un precedente pittorico nella serie “Peana”,  2000, busti dipinti con i volti appena abbozzati e resi deformi.  

I dipinti spesso sono accompagnati da titoli molto espressivi, caratteristica positiva che consente di conoscere l’interpretazione data dall’autore. Così “The North Wind”, 1994, un dittatore dell’est in un controluce blu reso grottesco dall’uccello sulla spalla, e “Life, Liberty and the Pursuit of Happiness”, 2002, paradossale  titolo alla matrona ingioiellata dentro l’automobile nera; mentre in “Farewell” 2005, in un’auto simile una figura diversa, una donna impellicciata con occhiali neri .

Ma andiamo alla sezione sulla “politica”, vista nelle sue degenerazioni, con una forza espressiva cui Luca Beatrice attribuisce una capacità di narrazione cinematografica richiamando “L’orgia del potere ” di Costa Gravas:”Parla di potere, corruzione, finanza, militarismo, ricchezza, povertà, multinazionali e di tanto altro ancora scegliendo immagini che non lasciano molto all’immaginazione eppure non scivolano nella didascalia dell’enunciato teorico. Ciò che lo rafforza è l’utilizzo sapiente della metafora”. In senso allegorico più che simbolico “perchè affida l’espressione di un concetto alle immagini non sempre attraverso la consequenzialità diretta e immediata”. Immagini grottesche di generali carichi di medaglie, raffigurati immobili con intorno la donna spesso nuda in pose seducenti che in definitiva  è la vera detentrice di un potere posticcio.

Vediamo figure grevi che rendono direttamente l’ottusità del potere – come “Study for ‘President a vie’” 1985, e “Study for ‘Cunctatum’ for You Anaxagoras”,  2008; e anche figure dignitose come “The Heir”, 2011,  con la geografia del mondo sullo sfondo. Il “Prime Minster”, 2010,  lo rappresenta in smoking bianco sotto l’ombrello, davanti a lui i microfoni  che in “De facto”, 1988,    facevano tutt’uno con la figura di spalle del generale circondato dai berretti dei propri militari.  Altre immagini, questa volta enigmatiche, nelle figure erette di “The Oracle”, 2005, e  “The Chairman and His Advisors”, 2009, nonché nell’uomo in poltrona immerso nel bianco di “The Memory of Ithaca”, 2009: esplicite nella limousine nera del recentissimo “”Et tu Brute?”, .2012.

La metafora del potere più cara all’artista la troviamo nelle immagini in cui, come si è detto, all’uomo potente si affianca in senso allegorico un nudo femminile.. Molto espressivi i due quadri su “El Supremo en casa de Julia, Campamento”, del 2001 e 2004; e, con personaggi diversi, “Senator for Life”, 2001  e  “A video show in the War Room”, 2009, “Bourbon and Branch Water”  e “Critical Mass at the War Room”, 2010. Il nudo femminile affianca una donna anziana con stivali  nel recentissimo “Ice and Fire. Portrait of Juana Campamento y Madrigales”, 2012.

Night Watch”, 2011

Non è soltanto questa la presenza femminile, alla “donna”è dedicata una sezione intimistica, con immagini  languide percorse da un dolce erotismo: tra le altre il nudo disteso di schiena di “Meeting in Alexandria”, 2009, e “Them Legs”, 2010, tra i veli del letto due gambe e un corpo invitante; in “Socialista”, 2012, è la schiena nuda della donna elegantemente vestita a ispirare l’artista;  a dispetto del titolo di impronta politica è il gioco della seduzione a coinvolgere il visitatore. La donna è vista ora nella sua intimità con occhi maschili presi del desiderio, simbolo di bellezza e musa ispiratrice; mentre come cortigiana del potere era l’anima nera fonte di tante degenerazioni.

Dall’universo femminile  alla terra natia, nella sezione“l’isola”, dove l’artista manifesta  sentimenti radicati nelle proprie radici – è stato a Cuba dal 1944 al 1961 – con una solarità che si esprime nei colori azzurro e bianco, in una trasparenza che rende l’atmosfera luminosa di ambienti toccati dalla magia della natura; l’acqua è l’elemento nel quale gli piace immergere le sue figure. Anche per un cittadino del mondo come lui il fascino dell’isola è inestinguibile, torna con forza nelle immagini di libertà. Citiamo  “The Big Fish”, 2000, con la barchetta nell’acqua blu e “Medea Sing a Sing for Me”, 2012,  ambiente analogo ma la barchetta è diventata un grande yacht, l’atmosfera non cambia, domina la natura. Mentre “Paiano”, 1994, e “Icarus”, ,2006,  sono visioni acrobatiche e vertiginose di promontori nel fondale blu intenso, fanno pensare a “come profondo è il mar!”.

L’azzurro  irrompe anche in altre immagini, come  “Sea of Storms”, 1978 e “A Visit to Villa Anatolia”, 2010, “One Day in the Life of Monsieur Vincent”, 2009 e “La escolta de un poeta”, 2010,  “The Last Dream , 29 July”, 2010,  e “The Artist and His Model”, 2011. E non manca nelle immagini dominate dal bianco delle ali d’aeroplano, “Ala”, 1995,  e “The Left Wing”.

Ci sono anche tinte diverse, chiare o pastello, come nell’immagine di un interno con una scimmia sul trampolo “The Governor’s House”, 1981, e “Encuentro es Serto des Antunes”, 2002 ,una sorta di pascià sotto un baldacchino con fiere in primo piano; e poche tinte forti  sul rosso violento in“Romanesca“, 2008, a dispetto del titolo sembra uno scorcio di Plaza de Toros con l’ombra minacciosa del toro in primo piano,  e una figura di damerino sovrastata da un gigantesco polipo rosso dal grande occhio,  “Confesiones del Marques de Sade”, 2112, che rievoca nel diverso cromatismo lo squalo di “His Last Dream,  29 July”, 2010; l’azzurro domina nell’altra immagine che sembra di grande pesce sullo sfondo di “One Day in the Life of Monsieur Vincent”, 2009, sovrasta la figura umana in vestito bianco e occhiali neri.

Altre immagini pienamente figurative sono in “Finsterre”, 1976, un canestro quasi caravaggesco e “Space Station”, 1995, un’acrobatica  colonna di tazzine con sopra la caffettiera, che sconfina nel surrealismo; una caffettiera bianca, insieme ad altri oggetti su un piatto volante la troviamo nel recentissimo  “Concepto espacial”, 2012; ricorda il volo del veliero e altri elementi anche mitologici del remoto  “Lost at Sea“, 1986, e del recente “Twenty Minutes  in Sunset”, 2011,  due grandi labbra rosse alla Man Ray che stringono una barchetta, surrealismo puro; la barchetta è in volo su un cielo nero stellato in “Night Journey, Study for ‘Nimrod. La Fuga”, 2011.

Il volo è anche in un’immagine più consueta per l’artista, la donna in primo piano su un letto con occhiali neri e il cocchio di Fetonte nel cielo, è “La Gracielona in the Venetian Room”, 2009; la stessa protagonista in un quadro molto diverso di tre anni dopo, la testa immersa tra i petali , “La Gracielona Swimming in the Sea of Flowers”, 2012.

Le immagini surreali le colleghiamo a quel mondo, di per sé surreale per molti versi, che è “il circo”, cui è dedicata la sezione finale della mostra. Con i clown e gli equilibristi, le fiere e i domatori, i giocolieri e gli uomini volanti che si lanciano dal trapezio, il riso e il pianto, è una metafora della vita fuori dalla realtà che deforma in una sorta di fantasia onirica. Ricordiamo 4 dipinti: il cannone che lancia l’acrobata  di “Circo Miguelito”  e “Carnival”, 1997; il domatore di elefanti di “Bonsoir Monsieur & Dames”, 2000, e il mangiatore di fuoco di “Tragalbadas”, 2006.

C’è tanto, e forse tutto, nelle tematiche dell’artista. Ma soprattutto il suo stile inconfondibile  trasparente e luminoso che ha un effetto liberatorio per il visitatore. Un sentimento contagioso e indefinibile che si può riassumere, lo ripetiamo, nell’idea di libertà.  Lo spirito isolano, con l’isolamento e il ripiegamento interiore, tanto più in realtà politicamente tormentate e oppresse, può portare a questo; lode a Julio Larraz per averlo tradotto in immagini che non si dimenticano.

Info

Vittoriano, Ala Brasini, via San Pietro in Carcere, lato Fori Imperiali, Tutti i giorni ore 9,30-19,30, accesso consentito fino a 60 minuti prima della chiusura. Ingresso gratuito. Tel. 06.6780664  e 041.5230357; galleria venezia2@continiarte.com e http://www.continiarte.com/. “Julio Larraz”, catalogo a cura di Luca Beatrice, Ed. Skirà, Milano 2012, pp. 120, formato 24 x 27.

Foto

Le immagini sono state riprese al Vittoriano all’inaugurazione della mostra da Romano Maria Levante, si ringrazia “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia, con la Galleria d’arte Contini, l’artista  e i titolari dei diritti per l’opportunità concessa.In apertura, “Prime Minister”, 2010; segue, “Night Watch”, 2011; in chiusura, “Circo  Miguelito”, 1988.

 “Circo  Miguelito”, 1988
 

Mirò, Poesia e Luce, da Roma a Genova

di Romano Maria Levante

A Genova, nel Palazzo Ducale, Appartamento del Doge, la mostra “Mirò! Poesia e Luce”, dal5 ottobre 2012 al 7 aprile 2013 con 80 opere:50 oli, molti di grandi dimensioni, disegni e acquerelli, bronzi e  terracotte,  provenienti dalla Fundaciò Pilar i Joan Mirò, che ha collaborato attivamente all’organizzazione con Arthemisia, Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, 24 OreCultura.

La mostra è la prosecuzione ideale di quella svolta a Roma, dal 16 marzo al 10 giugno 2012 al Chiostro del Bramante, per il quale il Dart partecipò all’organizzazione come ora Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura. Curatrice sempre la grande esperta di Mirò Maria Luisa Lax Cacho. Il bel Catalogo rilegato, edito da “24 OreCultura” riporta, oltre alla splendida galleria delle opere, saggi della direttrice della Fondazione Mirò, Elvira Càmara Lòpez  e della curatrice Maria Luisa Lax, uno scritto dell’artista e tre interviste nelle quali rivela i segreti della sua arte.

Due “location” prestigiose quanto diverse quelle prescelte per lo sbarco di Mirò in Italia: dopo il Chiostro del Bramante a Roma nella prima metà del 2012, il Palazzo Ducale a Genova nell’ultimo trimestre dell’anno fino al primo del 2013. Mirò, che cercava poesia e luce al sole abbagliante di Palma di Maiorca, ritrova la luce nell’Appartamento del Doge; come aveva ritrovato la poesia nelle nove salette del Chiostro del Bramante dove erano esposte le sue opere piuttosto in penombra. Ma la luceera riflessa nell’atelier ricostruito al secondo piano con gli oggetti e le suppellettili che usava, e alcune tele sul cavalletto in una composizione essa stessa opera d’arte; e c’era poesia nella cornice rinascimentale del Chiostro nella quale veniva incorporato il suo linguaggio multiforme nei materiali e nelle espressioni con la costante di un sicuro equilibrio compositivo.

L’atelier era il culmine della mostra, seguito dalla vasta sala finale: ci ha ricordato lo studio di Georgia O’ Keeffe  in un ambiente luminoso come era quello nel New Mexico, ricostruito nella mostra della Fondazione Roma insieme ad alcuni luoghi della vita della pittrice. Per Mirò l’ambiente era reso anche da un filmato nell’apposita saletta all’ingresso, che lo faceva vedere intervistato tra i suoi dipinti, prodigo di spiegazioni sulla propria arte: non solo offriva una chiave di lettura preziosa per capire le sue opere, ma faceva entrare il visitatore nel clima e nello spirito in cui erano state create, e accostava alla sua disarmante semplicità nell’ispirazione e nella realizzazione.

Anche nella mostra di Genova ci sarà questa “total immersion” nell’arte di Mirò. La prepariamo parlando dell’artista e raccontando la nostra visita all’esposizione romana che di emozioni ne ha date tante dinanzi alle opere collocate in un ambiente particolare. Si ripetono di certo a Palazzo Ducale in un altro scenario, anch’esso incomparabile, che non cancella la memoria dell’evento apripista di Mirò in Italia, anzi ne valorizza il significato come guida e premessa a quello genovese.

L’arte di Mirò

La ricerca dell’essenziale si nota sin dall’intitolazione, la maggior parte delle opere sono “Senza titolo”, parecchie anche senza data. Pura espressione visiva, dunque, “poesia e luce” sono i soggetti; la forma e il colore vengono creati quando l’artista ha “tra le mani i pennelli e la pasta”, e se non ne dispone, “penso a nuove forme, le immagino, le creo e le ‘ricreo'”. Inizia con il nero e mette mano anche a più opere contemporaneamente, però in numero dispari, “il pari mi mette tristezza”; lascia asciugare e il giorno dopo aggiunge al nero alcuni segni, anche incisi, possono diventare un tridente o altro, poi ricorre ai colori per bilanciare  la composizione. Dice di muoversi “come un pianista”.

Niente di cerebrale, tutto all’insegna della semplicità, le sue fonti di ispirazione sono nella natura, “nulla è banale, tutto si può trasformare”, afferma; combina le forme naturali quasi da alchimista e le trasforma, una conchiglia la vede come un’architettura di Gaudi, “sarebbe bello vivere in forme simili, altro che le scatole dei grattacieli!” Anche per questo lo affascinano i graffiti, mette sul dipinto anche le impronte delle mani, nate per caso ma lasciate impresse perché ricordano pitture preistoriche,  da lui apprezzate come vere opere d’arte.  Come quella trovata in una grotta dagli speleologi, vista di recente nella mostra “I colori del buio” al Vittoriano: impronte rosse di mani.

Il suo atelier è come un giardino, lui si definisce il giardiniere che cura la crescita di  fiori, erbe e arbusti, con le potature e sradicando le erbacce. Un giardino aperto al sole e alla luce, pervaso di poesia. “Lo spettacolo del cielo mi sconvolge – esclama – Mi impressiono quando vedo la luna crescente e il sole in un cielo immenso”, come un bambino, del resto si ispira alla semplicità infantile. Ma dice anche: “Il quadro deve essere fecondo. Deve far nascere un mondo”.

Perché questo avvenga non basta essere infantili e neppure estemporanei o trasgressivi: “L’incontro di fantasia e controllo, di oculatezza e di generosità, che forse si può considerare una caratteristica della mentalità catalana – ha scritto Gillo Dorfles –  può spiegare, in parte almeno, la base fondamentale dell’arte e della personalità di Joan Mirò”: questi ossimori ne sono il sigillo.

Le sue radici le sente a Maiorca, terra della madre e della moglie, vi si trasferisce nel 1956 nell’atelier disegnato dall’amico architetto Josep Lluìs Sert, una costruzione su due livelli per meglio inserirsi nella conformazione del terreno con tetti arcuati che gli davano una forma sinuosa, colore bianco e argilla con serramenti gialli e rossi, una cromia a lui consueta; l’architettura diventa scultura, ma Mirò non lo concepì come un Museo, bensì un laboratorio creativo, per questo lo riempì di una grande quantità di oggetti, i più svariati, animali e piante, cartoline e ritagli di giornali, conchiglie e giocattoli.

Poi verranno altri due studi nello stesso luogo, ne donerà una parte alla cittadinanza e nel 1981 sarà creata la Fondazione a lui dedicata.  “Mi sento come una pianta”, dice del suo radicamento in quella terra.  A Maiorca si allontana dallo stile figurativo, al culmine di un percorso che lo ha visto nella fase iniziale –  la prima opera esposta in mostra risale al 1908 – avvicinarsi all’impressionismo e al fauvismo, al futurismo e al cubismo e dopo il viaggio a Parigi del 1920 al dadaismo e successivamente al surrealismo. Un “en plein”!

Arriva la folgorazione dagli espressionisti astratti americani, cui si aggiunge l’attrazione per il senso calligrafico dell’arte orientale, da loro prende “il vuoto e il nero”, l’essenzialità nel modellato, nel colore e nel soggetto: lascia il cavalletto e dipinge sul pavimento, cammina sui dipinti, vi spruzza il nero e poi il colore, negli ultimi anni lo stende con la pasta nelle dita e nelle mani in una “pittura materica” anche su compensato e cartone, materiali da riciclo che nobilita con il suo tocco. Non ci sono “cose morte, da museo”, vengono trasformate dall’arte: di qui  collage e “dipinti-oggetto”; e anche bronzi e terracotte: sono  sparsi nelle salette, il “clou” nell’ultima sala dove sono allineati.

Poesia e luce tra il nero, il vuoto e i forti colori

La  mostra consente di approfondire la sua forma di espressione artistica soprattutto nel periodo di Maiorca, dopo il 1956, ma non mancano opere precedenti. C’è anche il paesaggio originale del 1908 sul quale incollò ritagli di giornale dipingendovi nel retro, scoperto per caso durante un restauro: siamo nel 1960, allorché dopo il trasferimento a Maiorca distrusse molte tele e disegni precedenti, folgorato dalla nuova temperie artistica che lo aveva preso in quella luminosità.

Si inizia con gli schizzi per le pitture murali, 1946-50, da quello per il Gourmey Restaurant del Terrace Palace Hotel di Cincinnati, la prima commissione pubblica, a quello per l’Università di Harward, nonché l’ultimo per il progetto non realizzato destinato all’Aula dei delegati all’Onu, . Seguirono altrecommesse che eseguì  con schizzi preliminari a inchiostro nero o dipinti a guazzo. Di una sua “Pittura murale” era così orgoglioso da temerne il deterioramento fino  a proporne la sostituzione con una in ceramica.

Siamo ancora ai preliminari, per così dire, entriamo presto in un mondo luminoso con 4 grandi tele dove spiccano il rosso e il blu e 4 più piccole. E’ l’antipasto del primo piatto, la sala sui  maestosi “Monocromi”, 7 opere di grandi misure dove c’è solo il segno nero con tanto vuoto, in forme e composizioni di grande fascino che la maestria espositiva valorizza al massimo.  

Dirà “tre forme sono diventate un’ossessione per me: un cerchio rosso, la luna e una stella”,  aggiungendo che dai suoi mezzi espressivi si sforza di ottenere “il massimo della chiarezza, della forza e dell’aggressività plastica”: ed è questo aspetto che è stato sottolineato dalla curatrice Maria Luisa Max Cacho nella presentazione in cui sono intervenuti Iole Siena presidente di Arthemisia Antonio Scuderi, Amministratore delegato di 24 Ore Alinari, il quale ci ha tenuto a ricordare che “mentre si sollecita tanto la collaborazione tra pubblico e privato, questa mostra nasce  dall’accordo di tre strutture private”; può essere una strada nuova per fronteggiare i tagli ai fondi per la cultura.

Tornando all’artista, suo intento dichiarato è “provocare innanzitutto una sensazione fisica per poi arrivare all’anima”, lo diceva già nel 1933. Lo proviamo personalmente nel passare da una all’altra delle nove salette, siano attirati in un labirinto che si apre alla visione di opere di cui si avverte la grandezza: le dimensioni sono le più diverse, c’è anche un dipinto  molto lungo e stretto con un’immagine filiforme, per lo più segni marcati in nero e forti colori rosso e giallo, verde e blu.

Saliamo al secondo piano del Chiostro, 37 bassi scalini in pietra conducono alla ricostruzione dell’atelier di Maiorca con le suppellettili, gli strumenti di lavoro, i dipinti sui cavalletti: si sente la luminosità che doveva esserci, con i colori che l’artista maneggiava. Colori che vediamo nei 6 grandi dipinti della saletta seguente: “Adesso dipingo bagnando le dita nel colore”, diceva nel 1974.

Non ci si è ancora ripresi dall’uno-due dell’atelier e dei dipinti a forti colori successivi, che c’è il botto finale dello spettacolo pirotecnico delle opere di Mirò: la galleria si apre in una grande sala, spettacolare negli 8 dipinti grandissimi, in 4 sculture di tipo arcaico e 2 visibilmente totemiche.

E’ un approdo magistrale sul piano artistico che l’allestimento ha saputo valorizzare creando una sorta di crescendo sotto il profilo coloristico, con i due poli costituiti dalla sala delle grandi monocromie poco dopo l’ingresso e dal salone finale delle grandi policromie sempre con il nero e il vuoto che ne sono le costanti dalle quali è fortemente segnato il suo stile.

Ci vengono in mente come mera associazione di idee gli stessi colori inseriti nelle composizioni geometriche di Mondrian, viste nel gennaio 2012 al Vittoriano, dove la grafica con il segno nero aveva pari rilevanza, pur nella totale diversità: in Mondrian  era solo rettilineo, in Mirò curvilineo, i colori lì in precisi riquadri, qui  a macchie o segni senza alcuna regola, l’opposto della simmetria.

E’ l’arte allo stato puro che punta all’essenziale e lo trova in una ricerca – positiva nei due artisti- in cui gli opposti finiscono per incontrarsi nel tanto che lasciano nell’immaginario del visitatore.

Info

Genova, Palazzo Ducale, Appartamento del Doge. Tutti i giorni, martedì-domenica ore 9,00-19,00; lunedì 14,00-19,00; la biglietteria chiude un’ora prima. Biglietto con audioguida euro 13,00 intero, euro 12,00 ridotto, euro 5,00 scuole. Tel. 010.5574004; biglietteria@palazzoducale.genova.it

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante al Chiostro del Bramante alla presentazione della mostra romana, si ringrazia l’organizzazione, in particolare il Dart, Arthemisia e 24 Ore Cultura, la Fundaciò Pilar i Joan Mirò, con i titolari dei diritti per l’opportunità offerta.

Giorlandino, il percorso dell’anima, al Vittoriano

di Romano Maria Levante

Un’esposizione di 40 quadri,  tra acquerelli ed oli, a Roma, al Vittoriano nella Sala Giubileo, dal 2 al 14 ottobre 2012: “Il percorso dell’anima” di Mariastella Giorlandino, pittrice romana, studi al liceo artistico, laurea in architettura. L’itinerario evocato dal titolo si esprime attraverso ambienti neoclassici, segnati da architetture leggere ed evanescenti come i sottili alberi ed arbusti protesi verso l’alto in un clima fiabesco di arcadia nel quale la figura femminile è la protagonista assoluta con la sua fisicità prorompente che esprime in modo plastico ansie e turbamenti, sogni e speranze.

Il passato e il presente”, 2007 

E’ una galleria visiva che nella prima parte, gli acquerelli, sorprende per la leggerezza e l’armonia con cui i delicati profili femminili si accordano alle architetture ariose e agli arbusti sottili; nella seconda parte, gli oli, colpisce per la forza della figura femminile dominante non attraverso espressioni dell’anima, come il titolo farebbe pensare, ma mediante una presenza corporea quasi aggressiva, tali sono i nudi dai contorni netti e dai colori intensi, addolciti solo da pose languide.

Allora quel percorso all’insegna della leggerezza e della trasfigurazione di immagini arcadiche si tramuta in un itinerario dove prende il sopravvento la femminilità integrale, fatta di corpo oltre che di anima. Di un corpo che diventa lo specchio dell’anima nella quale si riflettono tutti i motivi di ansia e incertezza, attesa e insicurezza, come la consapevolezza di sé della condizione femminile.

Percorso e itinerario da decifrare, dunque, con una costante che ne è il filo conduttore nelle due espressioni di cui abbiamo sottolineato la diversità di forma e contenuto; la presenza costante dei motivi della classicità e della natura che accompagnano la figura femminile, appena delineata negli acquerelli, marcata con evidenza plastica negli oli. Le architetture sono più che un richiamo classico, danno rigore alla composizione, gli alberi filiformi ne allargano i confini anche sotto il profilo psicologico: non si dà all’albero  una precisa chiave interpretativa dei sogni femminili?

C’è un clima di sospensione nelle scene raffigurate, la figura umana è inserita in un ambiente spesso surreale anche se la solidità della composizione le dà una stabilità lontana dalle suggestioni  dell’effimero. C’è forse un senso di incompiuto, di non risolto pur in questa stabilità. Claudio Strinati  –  che nell’affollatissima inaugurazione ha presentato la mostra con Federica Galloni, direttore regionale per il Lazio del  MiBAC  e Alessandro Nicosia, presidente di “Comunicare Organizzando” – ha detto al riguardo: “Le donne  della Giorlandino sono simboli di un sentimento quasi impercettibile dove l’angoscia  e i turbamenti del vivere sfumano  nella quiete e nel sogno rasserenante. C’è, infatti, in lei l’esigenza di staccarsi dalla quotidianità e librarsi verso misteriose trascendenze cui le sue immagini sembrano costantemente rivolgersi, come nell’attesa di un qualcosa che resta inattingibile e lontano”.  

E’ un processo che si può analizzare collegando i dipinti alle intitolazioni, esplicite quanto evocative, e soprattutto alle riflessioni che la stessa pittrice vi collega. Il filo continuo che unisce le sue opere pur nelle peculiarità che abbiamo sottolineato attraversa uno spartito quasi musicale dove le modulazioni  e i cambi di ritmo e di tonalità sono all’interno di una composizione armoniosa.

Proviamo a individuare le note salienti di questo spartito, che è il “percorso dell’anima” della pittrice guardando i suoi dipinti e leggendo le sue riflessioni come un’interpretazione autentica.

Il percorso dell’anima nei titoli dei quadri

Si inizia con gli acquerelli, i nudi femminili sono appena delineati,  più marcati i segni delle architetture e soprattutto di alberi ed arbusti, pur se leggeri e stilizzati. I titoli vanno dai riferimenti classici, come “Una finestra su Michelangelo” e“Omaggio surreale a Michelangelo”,  a evocazioni come “Equilibri e trasparenze” e “Negli equilibri”, “Staticità” e “Tra il cielo e il mare”; poi diventano più penetranti, la staticità diventa “Staticità interiore”, agli equilibri segue “Tutto è divenire”, il colore celeste  e marino si traduce “Nell’azzurro dell’anima”.

“La strada senza spazio” sembrerebbe suggerire un’oppressione, peraltro la figura femminile è armoniosamente collocata tra l’albero e le arcate, mentre “Serenità”  è uno dei pochi acquerelli senza la donna, c’è l’arcata in primo piano con dei ruderi, gli alberi si moltiplicano, classicità e natura sono la medicina dell’anima, dunque. E la si trova anche “Nell’oblio del sonno”.

Ma non si cerca di sfuggire la realtà, “Guidare se stessi” è l’imperativo, c’è “Il cammino delle donne” in un percorso che va “Al di fuori della mente”, perché “Il sogno in noi stessi”, quindi non c’è solo ragione, c’è sentimento; di qui  “Uno sguardo alle emozioni” e “Il volo delle emozioni”.

Negli acquerelli tutto questo è collocato in uno spazio rarefatto con i due sigilli costanti di cui si è detto, l’architettura classica e l’albero stilizzato; la figura femminile, rappresentata con i contorni delle forme di nudi delicati, assume diverse posizioni e atteggiamenti, assorti o volitivi.

Il tempo è un altro elemento essenziale di questo percorso, siamo come “Testimoni e statue del tempo”; la “Testimone del tempo” è un’immagine forte in uno degli acquerelli più colorati. Qual è il tempo dell’artista? Comincia con “Omaggio al passato” e “Dentro il nostro passato” per poi fissarsi su “Il passato e il presente” fino ad andare oltre “Tra passato e futuro”: il percorso dell’anima deve interpretare un’esistenza difficile, stretta com’è “Tra il bene e il male”.

Negli oli e nei quadri con tecnica mista i titoli sono coerenti con la maggiore forza data dai segni marcati e dai  colori violenti, rispetto alle linee delicate e le tinte pastello, giallino e celeste con bianco prevalente degli acquerelli. Il percorso dell’anima si fa inquieto e appassionato, dei temi precedenti c’è solo un “Omaggio al passato”, scena arcadica che si ripete “Nel sogno mitologico”, dominato da un nudo femminile disteso davanti a un elmo e uno scudo che ne sono accessori secondari, come i rami che spuntano dietro la figura immersa nel sonno.

Incalza l’angoscia esistenziale, i nudi femminili ne scandiscono i momenti assumendo pose diverse: le mani sono sulla testa della figura eretta in “La nostra vita”, mentre prendono l’erba dal terreno in “La ricerca della felicità; l’oppressione di “La prigione dello spazio” e “Nel vuoto dell’oblio” è resa con il corpo nudo femminile sdraiato nella spossatezza, mentre è di nuovo eretto ma con gli occhi sbarrati in “I mostri della mente”, dove una scalinata sale verso una maschera da incubo;  “Nel buio della solitudine” gli occhi volitivi e il linguaggio del corpo sono in  segno di sfida.

Le mani nei capelli su un orizzonte rosso cupo che fa da sfondo alla “Disperazione” segnano il punto estremo cui può giungere l’angoscia, poi ci si apre alla riflessione, “Nella cornice di noi stessi”, come in “Lasciare alle spalle”, reso visivamente dalla figura ripresa mentre cammina in avanti, la donna è incastonata in una solida forma architettonica, quasi vi trovasse un sicuro rifugio.

Per questo non deve spaventare la “Difformità”, si chiede “Se tutto divenisse” la figura distesa in un ambiente arcadico con ruderi antichi. Seduta con la testa pensosa appoggiata alla mano sinistra, sempre sotto arcate protettive, cerca di andare “Al di là del sentire”, e finalmente trova l’approdo tanto cercato. “Nell’amore delle emozioni”, seduta ‘en plein air’ con atteggiamento volitivo tra l’albero e la colonna, fino al “Desiderio d’amore” che si vede appagato in grembo alla natura dove fioriscono per la prima volta i rami sempre spogli dell’albero, nell’abbraccio con la sola figura di uomo dei suoi dipinti, a parte quella di genere in “Difformità”, in una scena da paradiso terrestre.e

E’ una sorta di “happy end” del percorso dell’anima come lo abbiamo ricostruito in una personale interpretazione delle sequenza in cui leggere i titoli, e quindi le immagini, tale da dare alla galleria di acquerelli e soprattutto di oli il senso compiuto di una narrazione.  L’artista,  oltre che nei titoli, ha dato la propria interpretazione del suo itinerario interiore con delle riflessioni proposte in riferimento ai singoli dipinti nel Catalogo, una vera e propria confessione.

Ne riportiamo i momenti salienti rispettando, per quanto possibile, la sequenza che abbiamo dato ai titoli, cogliendo ovviamente fior da fiore, senza evidenziare le parole dell’autrice, salvo alcuni passaggi; ma teniamo  precisare che tutte le tessere del mosaico di sentimenti sono sue.

“Dfformità”, 1994

Il percorso dell’anima nelle riflessioni della pittrice

Anche nei commenti agli acquerelli irrompe la crisi esistenziale. Persino i due quadri dedicati  a Michelangelo sono commentati con parole inquiete: sente un’incertezza pavida contro il tempo che passa, sperando di averne ancora a sufficienza per dare un senso alla vita; cerca di smorzare gli affanni mai sopiti, intreccia fra le dita un pensiero e un filo d’amore. E’ consapevole che il suo stato d’animo è turbato: “Il mio cuore funziona, ma devo aver perso le istruzioni. La mia mente funziona, ma devo aver allentato gli indotti delle vibrazioni”.

Cerca nuovi stimoli, e si accorge che non mancano, la mente va alla ricerca di leggerezza e amore, c’è l’intrepida certezza che il domani sia migliore, ma tutto sfugge nei pensieri. La nostalgia e la solitudine riportano a casa, un ritorno a dove ci si trova è però un viaggio senza sentimenti. I ricordi e i sogni nel cassetto si dileguano, non sa più dove trovarli, e la giornata serve solo a nutrire l’incertezza, c’è il sollievo della sera quando il tempo grigio è passato e possono soccorrere i sogni.

La solitudine porta al vuoto nella mente, manca sempre un attimo, lo spazio che qualcuno ha sottratto, anche se non sa cosa avrebbe fatto, l’assenza rende tutto precario. Neppure i sogni bastano, “siamo come pupazzi nelle mani della notte, nella triste commedia di una dura vita che passa veloce”. Non si distinguono più le stagioni, hanno solo il colore del tempo, è l’angoscia dei giorni aridi che viviamo a renderci insensibili. Il tempo porta via volti, parole, rimpianti ed entusiasmi, le emozioni sono spente, soffocate dal grigio di un tempo ingrato che si perde nei vuoti lasciati dalla vita.

Vorrebbe riscoprire un sentimento a lungo non pensato, un’emozione da cavalcare, perché si insegue sempre il futuro, invece dobbiamo imparare a vivere nel presente. Nessuno ci ripagherà mai dell’amore che non abbiamo dato, la vita dovrebbe essere più semplice, bisognerebbe mostrare la capacità di amare. Domina l’infelicità e l’angoscia, ci chiude il cuore e la mente; dovremmo vivere di più l’amore, nutrimento dell’anima, o svaniranno anche le emozioni.

I mostri della mente sono occhi che scrutano senza vedere, ingannati da una mente prevenuta, il sentimento o si esprime o si avvizzisce se resta chiuso nella mente. Diventano occhi chiusi senza riposo quando irrompe la disperazione, il tempo non passa, il  pensiero stanco annebbia la vista, impedisce di trovare la via della felicità.

Ma nella cornice di noi stessi si trova un  po’ di conforto, un sole di ricambio per i giorni di solitudine e d’immobilità, un sole che non sorge né tramonta ma sorride nei sogni. D’altra parte la saggezza non è per tutti, non basta cercarla, è solo per chi sappia riconoscerla quando la si incontra. Anche l’emozione si può smarrire portata via dall’infinito silenzio dell’assenza, e quando si perde il treno del tempo va ritrovata. Se gli occhi sono stanchi e non si vuol vedere né sentire, solo l’immagine di ciò che si sogna e ci dà la vita  riesce a scuotere il cuore e la mente, “senza di essa neppure io sarei”, esclama l’autrice. Al di là del sentire, luci nella notte come pensieri nel vuoto della mente che parlano di noi, di quando la felicità era un gioco, di quando ripagare l’amore con l’amore, l’amicizia con l’amicizia, la sincerità con la sincerità era una cosa normale.

Dopo la ragione torna il sentimento: nell’amore delle emozioni “oggi ho contato le parole dette e ascoltate, misera la somma”; ma riesce a dire ancora “facile al mio cuore è il sentire”.

E qui esplode il desiderio d’amore: “L’emozione di tanti baci anche se ne sono stati dati pochi, quelli rubati alla timidezza, quelli dati di slancio fingendo distrazione, quelli concessi senza pensare uno prima o uno dopo. Solo per sentire il sapore delle emozioni che ci spinge all’arte e ci fa vivere”.

Queste sue parole sono la nostra conclusione, nella sequenza che abbiamo ricostruito che pone l’amore al culmine. Del resto non è un continuo atto d’amore quel corpo femminile che sotto ogni titolo e dietro ogni riflessione si mostra nudo in una profferta nella quale ci sono di volta in volta inquietudine e angoscia, attesa e speranza, un fiume di  emozioni alimentate dal sentimento?

Info

Complesso del Vittoriano, lato Fori imperiali, Sala Giubileo, tutti i giorni ore 9,30-19,30. Ingresso gratuito . Tel. 06.6780664; http://www.mariastellagiolardino.it/. Catalogo: “Il percorso dell’anima di Mariastella Giolardino”, Gangemi Editore, ottobre 2012, pp. 112, formato 22,5 x 24; dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante all’inaugurazione della mostra, si ringrazia “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia con i titolari dei diritti, in particolare Mariastella Giorlandino, per l’opportunità offerta. In apertura, “Il passato e il presente”, 2007; segue, “Dfformità”, 1994; in chiusura, “Desiderio d’amore”, 2012. 

“Desiderio d’amore”, 2012

Marotta, metacrilati e arte moderna, alla Gnam

di Romano Maria Levante

La Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma ospita dal6 ottobre 2012 al 27 gennaio 2013 la mostra molto particolare di Gino Marotta, “Relazioni pericolose”: in otto vaste sale della galleria le sue caratteristiche sculture in metacrilato, oltre ad alcune installazioni luminose, coesistono con i quadri alle pareti di grandi maestri che hanno accompagnato la vita non solo artistica dell’autore. E  come se le porte dello zoo si fossero aperte e gli animali sciamassero nel museo, insieme con alberi stilizzati; passando di sala in sala alla loro ricerca si scoprono capolavori ben noti che emozionano.

Gino Marotta, “Fenicotteri”

Una mostra innovativa 

Le “Relazioni pericolose” sono proprio queste, ma il pericolo non viene dal loro inserimento in coabitazione con le opere di tanti artisti così diversi e insieme pari tra loro nella grandezza. Maria Vittoria Marini Clarelli, soprintendente della Galleria, dice espressamente che “altererebbero completamente la percezione delle sale se non fossero così riconoscibili e trasparenti, immediatamente isolabili dal contesto e non occlusive delle opere permanentemente esposte”. Invece ne stimolano la fruizione perché sono discrete e invitanti, segnano un percorso che viene attivato andando alla loro ricerca, aiutati da una piantina che ne localizza le posizioni nel labirinto della Galleria, ma non evita deviazioni casuali verso altre sale foriere di ulteriori esaltanti scoperte.

La fauna variopinta di Marotta, accompagnata da forme arboree, costituisce una sorta di carovana sulle cui orme ci si orienta nella molteplicità di spazi espositivi, l’artista è il pifferaio che traccia il cammino da seguire attirando con la magia delle sue composizioni e la maestria della loro collocazione. Un cammino pericoloso, quello segnato dalle relazioni tra le opere di Marotta e dei tanti maestri: il pericolo è nella “sindrome di Stendhal” cui si è esposti quando si è intenti a seguire le piste del bestiario multicolore e ci si trova all’improvviso al cospetto di capolavori inattesi.

Anche perché l'”agnitio” di queste opere irrompe mentre si è presi dalle forme zoomorfe e fitomorfe con trasparenze e colori fluorescenti, bidimensionali e tridimensionali insieme,  da sagome la cui percezione muta con l’angolo di visuale, fino a perdere i contorni. “L’arte della silhouette – sono sempre parole della Clarelli – ottiene l’effetto opposto a quello delle ombre cinesi: il contorno non definisce, sfuma. Sono opere apparentemente facili, dietro le quali s’intravede l’utopia ludica della ricostruzione futurista dell’universo ma anche lo spaesamento metafisico”.

Dà conto di questa insolita collocazione il Catalogo di Maretti Editore, a cura di Laura Cherubini e Angelandreina Rorro che hanno curato la mostra: non riproduce le opere di Marotta a sé stanti, come avviene di consueto, ma riporta campi lunghi delle sale, con i metacrilati colorati che introducono alle raccolte di opere nelle pareti, in modo da renderne l’ambientazione con grande efficacia. Si è dovuto anticipare l’allestimento per riprodurlo nel Catalogo, in una sorta di prolungato anteprima della mostra che ha consentito di cogliere le reazioni  dei visitatori delle sale convinti di trovarsi di fronte a un giovane artista, mentre Marotta ha superato i 70 anni: è questo “l’anacronismo più raro – ha commentato la Clarelli – quello che scambia il passato con il presente; un  anacronismo che si può anche definire il più felice, perché è quello che tocca ai classici”.

Il percorso artistico di Gino Marotta

Marotta è un precursore di forme e materiali oggi molto diffusi, per questo appare contemporaneo ma nello stesso tempo è coevo a maestri entrati nella storia, con cui ha diviso la temperie artistica della seconda metà del 900.  Va a Roma ancora ragazzo dalla sua Campobasso per incontrare de Chirico, gli porta i suoi “quadretti”, conosce Turcato che lo ospita, entra nel giro degli artisti.

Sono gli anni ’50, si esprime già attraverso opere polimateriche come arazzi ed encausti, velatini e amalgame di sabbia; poi i “Piombi”, quadri di piombo e stagno saldati, esposti già nel 1957, a 22 anni: con lui espongono Burri e Fontana, Licini e Léger, Balthus e Capogrossi.  E’ la fine degli anni ’50, si susseguono le mostre, realizza gli “Allumini”, sottili lamine saldate del metallo, e i “Bandoni”, presi dalle baracche con le scritte e figure che vi sono state impresse dall’uso popolare.

Negli anni ’60 utilizza nuovi materiali, poliuretani e poliesteri, con i procedimenti industriali delle produzioni di serie, e fonda il gruppo “Crack” di ispirazione dadaista e futurista con Rotella e Turcato, Cascella e Dorazio, Novelli e Perilli. Nel 1966 irrompe il metacrilato in opere quali il “Bosco naturale-artificiale”,  il “Nuovo Paradiso”, l'”Eden artificiale”, esposte al Louvre e in questa mostra che presenta in gran parte lavori di questo periodo, le restanti arrivano fino al 1973, a parte due installazioni del 2010-11. Si tratta del “perspex”, da lui definito “l’unico materiale resistente che non degenera, perché è un materiale altamente tecnologico” ed ha il pregio della trasparenza, ideale per creare sagome senza fisicità nelle quali si inserisce la luce, in una sorta di “spazio fluido”.

Continua con il metacrilato nei primi anni ’70, si ricorda la partecipazione a mostre come “Amore mio” in cui su lastre di “perspex” traduce le impressioni suscitategli da artisti come Ingres e Tiziano, Cranach e Hayez. Lascia tale materiale e gli altri di tipo plastico e industriale negli anni ’80 per quelli tradizionali come marmo, bronzo e pittura ad olio; realizza una scultura di travertino alta più di tre metri, “L’Albero della vita”, metafora e “simbolo della vita nel suo differenziarsi rispetto al tempo e allo spazio – disse Paolo Portoghesi nella presentazione – simbolo della vita come differenziazione della terra, ‘asse verticale’ che si oppone alla orizzontalità dell’orizzonte”. Si dedica anche ai disegni, come quelli dedicati a Borges, definiti nel Catalogo “un inventario di simboli, spazi mentali e della memoria che ogni uomo può vedere in se stesso chiudendo gli occhi”.

Gli anni ’90 segnano il ritorno di fiamma per il metacrilato non solo con l’esposizione delle opere di vent’anni prima, ma con la presentazione di nuove opere create in quel materiale restaurando pezzi danneggiati da esporre, preso – come dice lui stesso – dal “contagioso piacere a giocare ancora una volta con quelle materie e quei mezzi”, così da “riannodare le fila di un discorso ormai lontano”.

Con gli anni 2000 il metacrilato appare sempre più in linea con l’epoca della virtualità e della comunicazione, le mostre si moltiplicano. Tra le più recenti, nel 2011 espone il “Cronotipo virtuale” al Padiglione Italia della Biennale di Venezia, tiene anche una mostra personale nella città lagunare; nel 2012 oltre alle mostre in Italia, è invitato alla 11^ Bienal de la Habama. All’inizio del decennio, nel 2001, aveva esposto al Vittoriano  nella mostra antologica “Metacrilati”, e nell’occasione aveva spiegato che tale materiale, come nelle fibre ottiche, “consente il fulmineo scorrimento della luce nello spessore dei solchi incisi nelle varie superfici, facendo apparire le immagini luminose di cui si animano queste moderne ‘icone’  che mi piace immaginare laiche e prive di retorica”.

Nelle opere più recenti in cui è protagonista la luce, che si aggiungono a quelle in metacrilato, “la luce colorata, il colore ottico, in luogo del colore materico, assume un a dimensione fisica”, afferma lui stesso. E ci sembra con queste citazioni di aver dato l’interpretazione autentica della sua arte.

Gino Marotta, “Rinoceronte”, alla parete opere di Vedova e Capogrossi

Il percorso della mostra tra i metacrilati e tanti capolavori

L’allestimento non è stato occasionale, si è svolto in un anno di incontri tra le curatrici Cherubini e Rorro, la soprintendente Clarelli e Gino Marotta con la moglie Isa Francavilla, ne danno conto gli “stralci di conversazione” riportati nel Catalogo che sono il miglior commento alla mostra in quanto ne esprimono il dinamismo e l’impostazione assolutamente originale. Non è un’antologica, che avrebbe espresso la ricchezza e varietà della produzione nel tempo dell’artista, ma dà la possibilità, come dice Marotta, “di mettere in relazione il mio lavoro con quello che la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma  ha conservato nella memoria storica della nostra cultura figurativa”; in una mostra, ha aggiunto Isa, “dove si stabiliscono dei vitalissimi corto-circuiti fra le installazioni di Gino e le opere della collezione”. Vere scosse di emozioni che scuotono positivamente il visitatore.

Il rapporto con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna inizia da ragazzo, quando comincia a frequentarla, e trova un momento magico nel 1956 allorché la storica soprintendente Palma Bucarelli acquista un suo “piombo”; poi vi espone, lui giovanissimo, tra opere degli affermati Corpora e Afro, Ceroli e Kounellis, Santomaso e Pascali.  Non è normalità, è coraggio, tanto che  quando Palma Bucarelli espose le opere polimateriche sue e di Burri ne fu chiesto il licenziamento in un’interpellanza parlamentare. E con questo ci sembra aver reso un po’ di quell’atmosfera.

All’ingresso della Galleria segna i “passi ”  il pavimento a specchi spezzati di Pirri, si entra nelle sale come passando su lastre di ghiaccio che sembrano rompersi dando la sensazione del mutamento continuo e imprevedibile, alcune statue senza basamento vi sono poggiate come testimoni muti.

La prima è l’“Area della visitazione”, c’è “il corteo dei Dromedari che vuole spiazzare più che orientare lo spettatore”, sono 8 sagome colorate di grandi dimensioni, la vastissima sala è uno spettacolo con 10 Fontana, nella sua visione dello spazio tra buchi e tagli della tela, 5 Burri in varie espressioni coloristiche oltre ai celebri sacchi, 4 Manzoni nei suoi “achrome”, e ben 10 Duchamp nei celebri “ready made”. “Fontana è stato per me un punto fermo, un padre in tutti i sensi: lui andava a vendere a Borsani i suoi piatti di ceramica per comprare i miei quadri – dice Marotta nell'”amarcord” – Lucio Fontana è stato un personaggio al di sopra di tutti gli altri, di straordinaria importanza. E’ stata una bella storia, un signore, un uomo come non se ne trovano altri”.

Proseguendo, si attraversa una sala senza i metacrilati di Marotta, ma si viene presi dalle opere alle pareti, di Campigli e Sironi, Casorati e Carrà. Dopo questo intermezzo particolarmente suggestivo ecco l’“Area dei Fenicotteri ostaggi”, si stagliano con le loro forme aggraziate e i loro colori dinanzi al pannello che copre l’intera parete con una miriade di spini infitti lungo tutta la superficie.

Siamo vicini all’“Area dell’ombra”, i metacrilati non sono più fortemente colorati ma scuri, c’è un grande Rinoceronte, con un Albero e una piccola Giraffa, alle pareti Turcato e 4 Capogrossi. Poi si prosegue con il Giaguaro e il Fenicottero scuri nella sala con Pollock ed Ernst, Moore e Giacometti del quale Marotta dice: “Giacometti è stato un maestro di vita che mi ha insegnato quanto sia importante la pazienza in questo lavoro, ha svolto un ruolo che aveva più attinenza con l’etica che con l’estetica”. Riguardo alla collocazione nella mostra aggiunge: “Giacometti spegne la luce ed è lì che si genera la zona d’ombra”. E precisamente: “Man mano che mi avvicino alla zona dove sono i miei contemporanei, i miei amici, Cy Twombly, Turcato, le mie opere perdono colore, si fanno ombra. L’idea è quella di animare la zona d’ombra, che è la zona più fredda”. Troviamo nella sala successiva il grande Fenicottero, sempre scuro, con opere di Ghia e di Mimmo Paladino.

Il “Cronotopo virtuale” si trova nella sala con Franco Angeli e Tano Festa, la “falce e martello” di Warhol e Schifano, il manifesto strappato di Rotella e “l’ultima cena” di Ceroli. Marotta ricorda la mostra “La coda della cometa” dicendo che “l’astro era De Chirico e i suoi figli io, Schifano, Tano Festa, Del Pezzo”. Il “Cronotopo” è un’installazione luminosa incorporea e solida come il tempo.

C’è anche l’“Area della lussuria”, con tre piccoli pannelli di tipo pittorico raffiguranti delle Veneri in materiale translucido diverso da quello della pittura, tra busti e teste di personaggi.

Il percorso si fa incalzante, Siamo attirati  dal “Cubo animale” al centro della sala dal titolo “Area Euclidea”, è in metacrilato arancio con figure impresse, nelle pareti c’è quanto basta per la “sindrome di Stendhal”:  2 Savinio e4 Boccioni, 3 Morandi e 2 Modigliani, Balla e Severini, Magritte e Braque. Marotta ha detto: “De Chirico e Giacometti sono due amici fondamentali per lo sviluppo della mia personalità, sono due punti fermi nella mia agiografia, ma anche affettivi.  Credo che de Chirico sia non solo importante per il mio lavoro, ma una matrice del pensiero moderno”.

L'”Area Euclidea” riserva nuove sorprese di livello analogo, prosegue in un’altra grande sala con un vero giardino botanico in metacrilato di vari colori, alberi e siepi artificiali con qualche Fenicottero e Giraffa: uno spettacolo nel pavimento dove poggiano le sagome vivacemente colorate e un altro nelle pareti con Balla e Sassu, Prampolini e Depero, Dottori e Guttuso. Di quest’ultimo c’è  “La battaglia di Ponte Ammiraglio”, che Marotta dice di aver visto dipingere dall’artista il quale cantava intanto canzoni dei carrettieri siciliani; la curatrice Cherubini osserva che il giardino botanico in metacrilato risponde all’evocazione della guerra “con l’aspetto ludico e ironico”.

Si passa all’“Area delle Ninfee” con il suo “Ninfea blu”, un metacrilato luminoso accanto a uno dei celebri Monet su questo soggetto. Ma ci sono anche Degas, pittura e scultura, e Courbet in una sala con tante teste scultoree, molte di Medardo Rosso.

Oltre a 2 Boccioni e 3 Balla, nelle pareti della sala dov’è l’“Area della luce” con il “Twister”, metacrilato a luce artificiale colorata, vediamo al centro due preziosi Van Gogh. Siamo sempre più presi da una “ronde” di immagini che si affollano con i capolavori materializzati come per incanto.

La visita è terminata, percorriamo un corridoio senza alcuna opera di Marotta cercando l’uscita, ci assalgono le immagini risorgimentali di 4 Palizzi e 2 Fattori, poi il futurismo di Dottori e Prampolini con Benedetta Marinetti. Tutt’intorno tante altre sale con il resto della storia dell’arte moderna di cui abbiamo ammirato indimenticabili capolavori, ne temiamo veramente la sindrome.

Abbiamo visto nel “Cortile Aldrovandi” anche il “Giardino all’italiana” fatto di balle di paglia, e abbiamo lasciato per ultima l’evocazione di un momento veramente magico, forse unico: quello in cui il visitatore attraversa un’installazione, la “Foresta di menta”, opera-ambiente plurisensoriale in cui, come ha detto la Clarelli, “occorre farsi largo con le mani  fra le liane di plastica profumate”; ricordiamo che oltre alla vista e al tatto vengono coinvolti altri sensi, come l’olfatto  e il gusto.

Si attraversa la “foresta” nel passare da un settore all’altro, è un’emozione in più data da una mostra inusitata colma di sorprese, che valorizza lo straordinario giacimento culturale della Galleria.

Info

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Viale delle Belle Arti 131, Roma, da martedì a domenica ore  9,30-19,00, lunedì chiuso; la biglietteria chiude alle 18,45. Biglietteria tel. 06.32298221, http://www.gnam.beniculturali.it/. Catalogo: “Gino Marotta – Relazioni pericolose”, a cura di Laura Cherubini  e Angelandreina Rorro, Maretti editore, pp. 198, euro 40,00.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante alla presentazione della mostra alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna che si ringrazia, con l’organizzazione della mostra e i titolari dei diritti, in particolare la soprintendente Clarelli e il maestro Marotta. In apertuyr, “Fenicotteri”; segue, “Rinoceronte”,alle pareti opere di Vedova e Capogrossi; in chiusra, “Albero”,  alla parete l’opera di Renato Guttuso, “La battaglia del Ponte dell’Ammiraglio”. 

Gino Marotta, “Albero”, alla parete l’opera di Renato Guttuso, “La battaglia del Ponte dell’Ammiraglio”