“Noi siamo pretaroli”, l'”esplorazione” del libro di Lidia Montauti su Pietracamela,1. I luoghi della memoria, le case e la vita familiare, il lavoro

di  Romano Maria Levante

E’ straordinario il libro di Lidia Montauti –  promosso dall’Amministrazione comunale e dalla Asbuc di Pietracamela – presentato il 13 agosto scorso nel borgo montano alle falde del Gran Sasso d’Italia, dal 2005 nel Club dell’Anci “I borghi più belli d’Italia, nel 2007 “Borgo dell’anno” tra quelli con meno di mille abitanti. La presentazione si è svolta nella Sala consiliare del Municipio con oltre due ore di intensa discussione tra i relatori, di sfondo la continua proiezione di foto d’epoca – riportate nel libro – sulla vita nel paese in anni molto lontani. rimasti vivi nella memoria dei tanti paesani convenuti all’incontro. Pubblico la mia “esplorazione” – scritta nei quattro giorni successivi, soltanto dopo un mese, non avendo potuto inserirla nel sito della Word Press nel mio soggiorno in paese per problemi di connessione con Internet – esprimendomi in via eccezionale, come poche volte, in prima persona e non al plurale che uso come forma di partecipazione della Rivista culturale. Questo perché sono “pretarolo”, del paese a cui si riferisce il libro, paesano e molto vicino da una vita all’autrice Lidia, tanto immersa nelle tradizioni locali da lei studiate e valorizzate fino ad essere considerata un’”icona pretarola”.

“Pietracamela, scrigno nascosto tra i monti. Il paese e il territorio””

Noi parliamo pretarolo”  cui accosto virtualmente “Noi siamo pretaroli”

La mia, però,  non è piaggeria, tanto che da giornalista non accomodante inizio con una osservazione molto personale. Non è una critica al libro che considero straordinario – unico nel suo contenuto e nel modo in cui viene espresso dall’autrice – ma è un dubbio che può derivare dal suo titolo. Recando in carattere vistoso “Noi Parliamo pretarolo” seguito dalla “traduzione” in dialetto “Ne parlime le pretaruale” può sembrare un testo di linguistica sull’antico idioma molto caratteristico e identitario, e in quanto tale interessante per gli specialisti, meno per i nomali lettori. Il sottotitolo“Voci, luoghi e memorie di Pietracamela “ si avvicina al contenuto, ma è in caratteri molto piccoli e sembra siano visti come aspetti che riflettono l’analisi linguistica, quindi in secondo piano, e non l’inverso.  Questo dubbio mi fa pensare che se invece di“Noi parliamo pretarolo” con successiva traduzione nell’idioma, il titolo fosse  stato“Noi siamo pretaroli”, seguito da “E parliamo pretarolo”, magari scritto nell’idioma, con lo stesso sottotitolo,  sarebbe apparso più aderente dell’attuale al contenuto. Del resto, i tre testi introduttivi sono di esperti linguisti –  tra cui l’autorevole docente di linguistica di due celebri Università già impegnato con un libro su questo idioma – che sembrarebbero confermare il contenuto limitativo del titolo concentrato sul dialetto “pretarolo”, ma è poca cosa, ci tornerò nelle conclusioni dell’articolo finale, il terzo.

“La Porta di Valle, oggi scomparsa, formata da un semplice fornice, …
in secondo piano la chiesa di San Leucio”

L’idioma “pretarolo”, prima dei 2 capitoli linguisti fimali che gli sono riservati, negli altri 5 capitoli sembra compreso nelle “voci” allo stesso livello di “luoghi e memorie”, accompagnando la rievocazione della vita di allora soltanto come componente, non certo in prevalenza sulle altre come potrebbe sembrare sembrare dal titolo e dalla presentazione linguistica. E’ una mia considerazione che può sembarre banale, forse spinta dal fatto che oltre a non essere esperto linguista non sono neppure interessato agli idiomi, tanto che sono vissuto stabilmente in cinque località – Pietracamela, luogo di nascita e delle vacanze estive, Colonnella ai confini con le Marche fino alla  1^ media, Teramo fino al 1° liceo, Bologna fino alla laurea, Roma dai 24 anni ad oggi , tanti anni essendo nato nel 1936 – e non ho mai detto qualche parola dei rispettivi dialetti, nè ho mai cercato di farlo.

E questo sebbene il dialetto “pretarolo” fosse parlato in casa dai miei genitori e dalle mie zie, spesso con noi; ma essendo  maestri elementari dissuadevano dal farlo parlare a me e a mio fratello, per non “rovinare” l’italiano, come si credeva allora. Io  non cercavo di parlarlo di nascosto, non mi interessava anche se lo capivo, mentre i quattro dialetti successivi quando avevo molti più anni e maggiore libertà ugualmente non mi hanno interessato. L’ho detto nell’intervento al termine della presentazione del libro confessando la mia incompetenza linguistica perché, non conoscendone affatto il contenuto, pensavo non fosse a me accessibile o di mio interesse, invece ero sviato dal titolo per gli esperti linguisti, mentre il contenuto è accessibile e interessante, eccome. Per tutti !

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“Il paese arroccato sotto Vena Grande (Vina Ronna) visto dalla strada che saliva da Ponte Arno….
in primo paiano la Porta di Valle accanto alla chiesa di San Leucio”

Dico subito quella che mi è sembrata la struttura espositiva, organizzata in modo da rendere appieno la nascita e la vita di una comunità arroccata nella montagna, in un “nido d’aquile” isolato ma autosufficiente. Una narrazione non facile, frutto di una ricerca approfondita che ha scavato fino in fondo nei particolari più reconditi, per  esporli con una precisione e un dettaglio sfuggito a chi come me  ha vissuto alcune delle situazioni evocate con i continui ritorni annuali nelle vacanze estive fin da piccolo limitandomi a quanto appariva evidente. Le descrizioni di ambienti e strumenti  di allora non potrò renderle nella loro interezza, tanto sono minuziose, dovrò fermami a come mi apparivano, semplici in  una realtà che vedevo in modo superficiale, invece nel libro viene vista in modo approfondito. Ed è il primo modo di renderne il contenuto che considero straordinario.

Il secondo modo si manifesta attraverso la serie di immagini che chiude le varie parti del libro con ampie didascalie riferite ai contenuti descritti a parole nella prima parte. Sono 86 in tutto, fotografie d’epoca tratte da archivi personali e dall’Archivio storico del paesano specializzato e appassionato, Aligi Bonaduce, giustamente nel tavolo dei relatori alla presentazione del libro. Ha consentito una  narrazione visiva che appoggia quella precedente scritta. E siamo giunti al terzo modo di rendere un contenuto così vasto e complesso, la consistenza assunta dal “nido d’aquile”, la vita personale e sociale, ricorrenze e riti religiosi, ricette antiche: è l’idioma “pretarolo” altrettanto antico perché esprime il linguaggio che accompagnava l’intero svolgimento di quanto sopra, e lo troviamo nel libro riemergere di continuo. Ma senza prevalere,  con la sua presenza costante mediante “vocaboli”  identificativi o “dialoghi”, sempre con le “traduzioni” italiano-idioma o viceversa. Tre modi contemporanei che compongono un “tris d’assi” equilibrato, senza che l’idioma prevalga, nel libro come nella realtà diventa evocativo di un qualcosa provvisto di ben altra forza, come sono i fatti, le circostanze, gli eventi. – 

“Donna di Pietracamela che trasporta l’acqua nella tipica càunca (conca di rame)”

I  “Luoghi della memoria” del “nido delle aquile”

Dopo questa spontanea e comprensibile interpretazione –  da non considerare presuntuosa, anche se è discutibile  –  mi immergo  nel contenuto del libro, superate per i motivi che ho detto le presentazioni prevalentemente linguistiche poste all’inizio, ma ci tornerò nel terzo articolo. E subito, nel capitolo 1°, trovo descritta la parte abitativa di Pietracamela “scrigno nascosto tra i monti”. Cerco di renderne il contenuto negli elementi essenziali, vicini alla semplicità dei miei ricordi, senza la meticolosità incredibilmente penetrante dell’autrice del  libro – uno degli aspetti che lo rendono straordinario –  aggiungendo anche il secondo modo, quello delle immagini, con la necessaria semplificazione, questa volta del loro numero riportando meno fotografie d’epoca, ma sufficienti. Invece non posso dar conto adeguataente del terzo modo – “vocaboli” e “dialoghi” in “pretarolo” –  per la mia ammessa incompetenza in materia linguistica sull’idioma che il libro presenta giustamente nelle sue espressioni.

Si apre con quasi due pagine nell’idioma “pretarolo”, 35 righe fitte che rappresentano l’”ouverture” delle brevi successive citazioni della “lingua degna” nel racconto di fatti e situazioni per rafforzarli con la visione paesana, unendo la necessaria traduzione in italiano: il titolo tradotto è “Pietracamela, il mio paese!” E in effetti c’è la descrizione di come ci si arriva, “inerpicandosi, tornante dopo tornante,  su per la salita”, dopo aver lasciato la Strada Statale 80 dove il Rio d’Arno, che scende dal paese posto molto in alto, si immette nel fiume Vomano che attraversa il vicino centro urbano di Montorio, di qualche rilevanza prima del capoluogo provinciale Teramo.

“La piazza del paese quando la strada provinciale 43 non era stata ancora realizzata
e il paese era raggiungibile da Ponte Arno solo attraverso un viottolo in terra battuta… “

Nell’antica pagina “pretarola” dopo le parole “ed ecco, all’improvviso, quasi per magia, appare lui, il Gigante d’Abruzzo, imponente e maestoso: è il Corno Piccolo”, se ne leggono altre ancora più estasiate: “E lì, sotto alla montagna, quasi abbracciata a lui e da lui protetta, si scorge Pietracamela, solida, solitaria, schiva e fiera, come un nido di aquile posto  fra le rocce per difendere i suoi nati”. Leggendola nell’idioma non riuscirei a capirla fono in fondo, certo sono come le espressioni di un innamorato per la sua amata, peccato che “la Bella addormentata “ è un’altra visione del Gran Sasso, altrimenti….

E non finisce qui, si legge: “Se siete alla ricerca di un ‘paradiso naturale’ questo angolo di Abruzzo ve lo offre!” Ma non  basta, aggiunge: “Se vi troverete a percorrere il labirinto di viuzze e vien fatto d’incontrare due nativi, due donne che parlano fra di loro, non credereste ai vostri orecchi: una parlata mai sentita, con cadenza e suoni  particolarissimi, vi farà dubitare di trovarvi in Italia!”. Mi sento di aggiungere ciò che pensavo prima di leggere queste espressioni, sentivo di essere in un paradiso terrestre di favola, nell’abbraccio della natura – e l’ho anche scritto da parecchio tempo – con un idioma diverso da tutti gli altri, come è diverso dagli altri il borgo fatato.

“Il gafio, ancora oggi visibile lungo i vicoli del paese, in via delle Coste,
è un caratteristico balcone interamente in legno”

Ed ecco  i “Luoghi della memoria” del borgo fatato, con un centro storico, “La Terra”,  nel quale l’intreccio di vicoli e di scalinate che separava le costruzioni rivela arcate e  portali, scorci e ballatoi con la pavimentazione nella  dura pietra locale. I vicoli e le scalinate separavano le case in pietra nei lati non addossati alla roccia oppure ad altri muri, come avveniva per risparmiare materiale o avere protezione. Nulla di disordinato, erano i nuclei più antichi raggruppati in Rioni, con  Porte di ingresso che segnavano i punti di accesso difesi dalle minacce esterne.

Non c’era soltanto la dura pietra locale come  materiale per i muri delle costruzioni e della pavimentazione; anche le rocce prese come fondamenta o come parte dei muri delle abitazioni per renderle più solide. Il nome Pietracamela con la sua abbreviazione dialettale “La Prota” si spiega così.  La parte del centro storico  più interna e raggomitolata, era collegata – mediante il ponte della piazza principale –  alla zona più aperta che diventerà il rione “la Villa”  e scendendo verso Ponte Arno alla Valle del Vomano.  All’esterno c’erano terreni coltivati a legumi e patate, quelli più ampi  a grano, aree più vste si estendevano a prato per il pascolo degli animali, il tutto per l’utilizzo finale nell’alimentazione, con annesse fontane per l’acqua e abbeveratoi per gli animali.  

“La piazza del paese negli anni ’50”

L’autrice del libro Lidia Montauti da questo momento la chiamo semplicemente Lidia, nella confidenza di una vita che ho con lei, anche per instaurare un vero dialogo, non come quelli in “pretarolo”contenuti nel libro, idioma  che non parlo anche se lo capisco nel sentirlo ma non nel leggerlo, nessuno è perfetto, tanto meno io….  Ebbene, Lidia  non si limita ad  indicazioni pur molto precise lasciandole per altri versi generiche, al contrario fornisce tutti i nomi di allora,  affermando che “non si ricostruisce soltanto una mappa fisica del paese, ma anche una geografia affettiva  e culturale, cioè il modo in cui gli abitanti di Pietracamela hanno nominato, abitato e riconosciuto il proprio mondo rendendolo per tutti noi un luogo delle radici, del ricordo e dell’anima”. 

Ho riportato testualmente l’intera motivazione perché vale per tutte le altre ricognizioni, anche per le attività di ogni tipo per le quali addirittura vengono indicati i nomi e cognomi dei nostri avi  che le hanno svolte nel lontano passato. Quindi ecco ben 11  pagine con i nomi di Rioni e Porte, Archi ed Edicole votive, Località e Rocce, Massi e Pietre, Grotte e Boschi, Corsi d’acqua e Fonti naturali,  Cascate e La leggenda del Calderone, Fontane e Abbeveratoi. Sono pagine in cui nel sistema descrittivo di evocare entra il modo linguistico – il terzo –  con i nomi anche nell’idioma “pretarolo”, che entra così nella struttura espositiva nella posizione secondaria di “vocabolo”. E seguono 23 immagini che esprimono il secondo modo, quello visivo. Il cerchio è chiuso per l’inizio evocativo dei “Luoghi della memoria”, sarà così per il resto, strutturato con analoga minuziosa precisione.

“La chiesa di San Giovanni Battista, risalente al 1432, si colloca al culmine di un vicolo in lieve salita. prima di riprendere l’ascesa verso il quartiere San Rocco”

I  luoghi della vita familiare, “le case”

Dall’esterno all’interno del borgo rincantucciato sotto la grande montagna, il capitolo 2° presenta le case. Si è già visto come nella parte più antica fossero addossate le une alle altre quasi per difendersi dai rigori del freddo e non solo, con muri comuni anche per risparmiare i materiali e ridurre lo spazio occupato, le stanze una sopra l’altra per non allargarsi troppo.  Le volte erano basse data la statura di allora dei nostri avi, le finestre piccole per far entrare meno freddo, il tetto fatto di tavole e travi di legno con sopra coppi di terracotta.

Ma quello che interessa di più sono gli ambienti della vita quotidiana, la “Cucina” e la “Camera”, la “Stalla” e il “Pagliaio”. Proprio per ricordare meglio la vita di allora, Lidia  riporta nel libro frequenti dialoghi nell’idioma “pretarolo”  con  la relativa “traduzione”, in ogni situazione, oltre ai “vocaboli” tutti tradotti in italiano. Però  il modo linguistico resta  una aggiunta rispetto alla evocazione dei fatti, che a mio avviso restano sempre prevalenti rispetto alle voci le quali mostrano l’umanità di allora, efficaci ma non decisive della sua espressione completa-

“Fine anni ’30 del secolo scorso; un pullman per il trasporto delle persone
da Pietracamela a Teramo, dopo la realizzazione della strada bianca carrabile”

La Cucina era “il luogo di incontro e convivenza”, le caratteristiche costruttive sono state già indicate, ma ci sono alcune componenti importanti per come si svolgeva la vita quotidiana. La prima componente è il  “Camino”, con il focolare, utilizzato non solo per cucinare, e riscaldare gli ambienti nei mesi freddi, ma per trascorrere le lunghe serate. Le donne di casa facevano la maglia o ricamavano alla luce del fuoco  e con lumi a olio o a petrolio fino all’arrivo della corrente elettrica; qualche volta i corteggiatori andavano “a sedere” come faceva mio padre Gino con la futura sposa Argene, “sorvegliati” dalla sorella maggiore Laura che andava a dormire mandandolo via…

In questo ambiente, fondamentale anche per alimentarsi c’era l’”Acquaio” per l’acqua da bere, con le conche portate dalle donne sulla testa protetta dal morbido “torcinello” circolare, in modo quasi elegante, spesso seguite dai corteggiatori; vicino alla conca veniva messo un grosso mestolo per prendere l’acqua necessaria anche a dissetarsi. Non si poteva utilizzare per lavare i panni, le donne andavano al lavatoio pubblico vicino alla chiesetta di Collemolino, nel sentiero pianeggiante fuori dal paese dopo Porta Fontana, d’inverno era  molto gravoso andarci per il grande freddo. Ricordo benissimo il lavatoio, anche d’estate dentro si sentiva freddo.

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“Un vicolo del paese che scende verso l’arco di Sbarronetto. …”

Poi arrivò l’acqua nelle case, in tempi più vicini, tra il 1950 e il 1960,  prima al rione più antico e in basso “La Terra” e  solo dopo al rione più moderno e in alto “La Villa”: le donne che vi abitavano  andavano a lavare i panni nel torrente “Fosso Piccolo” o al “Rio della Porta”  vicino Capo le Vene, non al lavatoio troppo lontano. Con la mia famiglia tornavamo ogni estate nella casa paterna alla “Terra” perché  nella casa materna alla “Villa” non arrivava l’acqua; quando l’acquedotto riuscì a fornirla in tutto il paese ci spostammo  alla “Villa” , perché a noi ragazzi piacevano i campi delle vicinissime “Paschiere rosa” e il Monte Calvario accessibile a due passi.

Ma torniamo nella Cucina, dopo la rievocazione delle difficoltà di allora per l’acqua e altro ancora. Si è ricordato il Camino  e l’Acquaio, c’erano anche dei mobili che contenevano il necessario per cucinare, la “Madia” e l’”Arcuccia” di dimensioni più piccole, poi il “Tavolo”. Lidia li descrive minuziosamente – sempre con la sua acuta osservazione e la sua memoria dei particolari più minuti – e fa intervenire i “dialoghi” in “pretarolo” con la traduzione, oltre ai “vocaboli” in tale idioma; è come se il modo “linguistico” la stimolasse sempre di più, del resto è stato questo, come detto all’inizio, il tema del titolo del libro.

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“La chiesa della Madonna di Collemolino,, … oggi diruta, in una cartolina…”

Dopo la Cucina, con i suoi contenuti basilari per la vita quotidiana, la Camera da letto, con il letto matrimoniale e a volte anche lettini rimediati,  le “Rapazzole”, le ricordo anch’io, e come nella cucina c’era la Madia, qui la “Cassapanca”, che conteneva gli abiti.  Lidia dà libero spazio ai ricordi e alla memoria con due pagine che li descrivono in modo minuzioso, presentando l’abito tradizionale delle donne: una Gonna ampia con pieghe e un Grembiale con grandi tasche, le Camicie, fino alla Collana di corallo  con grossi grani rossi,  portata per ornamento e per proteggere dal malocchio, ricordo abiti e collana di nonna, come nella descrizione dell’autrice.

Passa poi agli abiti dei bambini e delle bambine con pari precisione e minuzia. Lidia è talmente presa da questi ricordi che non ci sono le irruzioni dei “dialoghi” in “pretarolo” tradotti, prima molto frequenti, soltanto qualche “vocabolo”, buon per me! Ma passa allaStalla e il Pagliaio” dove tornano subito i “dialoghi” , erano luoghi di impegno quotidiano, con il “Porcile”, l’”Ovile”,  il “Pollaio”, per le diverse specie di animali allevati, alcuni portati al pascolo. Descrive  l’assetto della “Trasanna”, una sorta di terrazza aperta con un ampio finestrone dove le donne portavano il fieno sulla testa con il solito “torcinello”, lo raccoglievano nei prati lontani per alimentare gli animali nel  lungo inverno, salivano su una scala a pioli e vi rovesciavano il loro carico. Ma spesso vi salivano per riscaldarsi e delle volte prendevano il sole nel clima divenuto tiepoido, contente se serviva per abbronzarsi .

“La Madonna del Collemolino… alla fine del ‘900”

Il “Lavoro”, scandiva le stagioni e le giornate

Ma Lidia  dopo questo interessante diversivo entra nella parte più qualificante non solo per i singoli ma per l’intera comunità, cioè il “Lavoro”, e non lascia alcuno spazio ai “dialoghi” linguistici, solo a qualche vocabolo “pretarolo”. Passa ad evocare l’organizzazione della vita del borgo nelle varie  ore della giornata e nelle diverse stagioni, ed era tale da superare le difficoltà dell’isolamento facendone un punto di forza: Venivano svolte tutte le attività necessarie in modo da avere una totale autonomia che lo preservava da crisi dovute a carenze esterne, e gli abitanti erano impegnati nei rispettivi compiti assegnati ad ognuno. 

Alla festa di Sant’Antonio, dopo Natale, l’uccisione del maiale, allevato e ingrassato da mesi nel porcile. Dopo la festa di San Giovanni la “Fienagione”,  poi la “Mietitura” e la “Trebbiatura”  del poco grano comunque sufficiente per fare il pane l’inverno. Sciolte le nevi, il lavoro nei campi degli uomini, anche se la terra di montagna era molto magra per i raccolti, impegnava pure le donne  che trasportavano il letame per concimare.  A fianco di queste attività contadine, l’allevamento di ovini, pecore e capre per produrre latte e formaggio, carne e lana per la cardatura, filatura  e tessitura.

“Veduta panoramica del paese contornato da una moltitudine ordinata di terreni coltivatii… “

“In questo ciclo continuo – scrive Lidia – uomini, donne, bambini e anziani avevano ciascuno il proprio compito. La fatèija era dura, ma dava ordine all’anno, sicurezza alla casa e senso alla comunità: era insieme necessità, rito, memoria e identità  e generava altresì una profonda e condivisa forma di appartenenza”. Fatica scritta in  “pretarolo” ma il resto in italiano!

Erano lavori la cui successione nel tempo scandiva le stagioni, tanto era regolare e ripetitiva. Mentre anche le giornate erano scandite da un qualcosa che avveniva ad ore fisse. Veri momenti di devozione segnati dal suono delle campane quattro volte al giorno: i lavoratori si fermavano alzando gli occhi al cielo, rivolgendo alla Madonna la  preghiera dell’Angelus. Avveniva al mattino presto, a mezzogiorno, alle ore 15 e, scrive Lidia, “poi l’ultimo richiamo prima dell’imbrunire: il più  atteso, il più profondo, il più intimo ‘Ave Maria’”. E cita il Carducci con il suo “Quando sull’aure corre l’umil saluto…”.  Dei singoli lavori e del resto  parlerò nel prossimo articolo fra tre giorni, vi si troveranno  i Mestieri, le Ricorrenze e i Riti religiosi. Non è poco, poi seguirà il terzo articolo con le conclusioni di un'”esplorazione” compiuta con molta attenzione e anche con tanta passione.

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“Una tipica cucina, fulcro della casa pretarola. Il camino,
che assumeva spesso dimensioni monumentali … La Gina e la suocera…”

Info

Lidia Montauti, “Noi parliamo pretarolo. Ne parlime pretaruale- Voci, luoghi e memorie di Pietracamela” . Ricerche & Redazioni, Teramo, agosto 2026, pagg. 290, di cui 66 pagine con 84 immagini, euro 25. I prossimi 2 articoli sul libro in questo sito il 16 e 19 settembre 2026.

Photo

Ho inserito immagini scelte tra quelle contenute nel libro senza sostituzione alcuna, essendo la documentazione fotografica il secondo strumento utilizzato dall’autrice nella sua ricerca, il  primo la ricostruzione storica dei fatti avvenuti, il terzo la rievocazione linguistica con l’idioma “pretarolo”. Nei tre articoli dell’”esplorazione” sono riportate 43 immagini, la metà del libro che ne reca  85, per evidenziare anche il secondo metodo; l’ultima immagine nei 3 articoli è la stessa che chiude i Cap. 1, 2 e 5 del libro (nel 1° articolo è la penultima, essendo l’ultima la Copertina del libro). Le didascalie delle immagini riportano testualmente le didascalie del libro, escluse con dei puntini precisazioni troppo lunghe per l’articolo. Delle 43 immagini ne sono state scansionate dal libro 4 – tutte nel 3° articolo – le altre sono state rese disponibili dai detentori i quali le avevano fornite per il libro, quindi sono le stesse. Ne sono state messe a mia disposizione 27 da Aligi Bonaduce, paesano, dal suo Fondo fotografico, un Archivio storico, 2 ciascuno da Vittorio Giardetti, paesano, Salvatore Levante fratello e Zaira Montauti parente, si ringraziano tutti; 6 a me disponibili essendo inserite in miei precedenti articoli. In ognuno dei 3 articoli vengono indicate le immagini fornite. In questo 1° articolo le n. 6, 8, 11, 14 erano a me disponibili, la foto di apertura – in orizzontale per esigenze tecniche e non in verticale come nel libro – è stata tratta dal sito Abruzzo Turismo, che si ringrazia; l’immagine di chiusura è la foto della copertina; le altre 9 immagini sono state fornite da Aligi Bonaduce, che si ringrazia. In apertura, “Pietracamela, scrigno nascosto tra i monti. Il paese e il territorio”; seguono, ’”La Porta di Valle, oggi scomparsa, formata da un semplice fornice, in secondo piano la chiesa di San Leucio”, e “Il paese arroccato sotto Vena Grande (Vina Ronna) visto dalla strada che saliva da Ponte Arno….; poi, “Donna di Pietracamela che trasporta l’acqua nella tipica càunca (conca di rame)”, e “La piazza del paese quando la strada provinciale 43 non era stata ancora realizzata e il paese era raggiungibile da Ponte Arno solo attraverso un viottolo in terra battuta…”; quindi, “Il gafio, ancora oggi visibile lungo i vicoli del paese, in via delle Coste, è un caratteristico balcone interamente in legno”, e “La piazza del paese negli anni ’50”; inoltre, “La chiesa di San Giovanni Battista, risalente al 1432, si colloca al culmine di un vicolo in lieve salita. prima di riprendere l’ascesa verso il quartiere San Rocco”, e “Fine anni ’30 del secolo scorso; un pullman per il trasporto delle persone da Pietracamela a Teramo,, dopo la realizzazione della strada bianca carrabile”; ancora, “Un vicolo del paese che scende verso l’arco di Sbarronetto…. “, e “La chiesa della Madonna di Collemolino,, … oggi diruta, in una cartolina…”, continua, “La Madonna del Collemolino… alla fine del ‘900”, e “Veduta panoramica del paese contornato da una moltitudine ordinata di terreni coltivatii… “; infine, “Una tipica cucina, fulcro della casa pretarola. Il camino, che assumeva spesso dimensioni monumentali … La Gina e la suocera…” e, in chiusura, La Copertina del libro: Lidia Montauti, “Noi parliamo pretarolo, Ne parlime le pretaruale. Voci, luoghi e memorie di Pietracamela”, Ricerche & Redazioni, agosto 2026.

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Lidia Montauti, “Noi parliamo pretarolo, Ne parlime le pretaruale. Voci, luoghi e memorie di Pietracamela”,
Ricerche & Redazioni, agosto 2026

“Noi siamo pretaroli”, l”esplorazione” del libro di Lidia Montauti su Pietracamela, 2. I singoli lavori e i mestieri, le Ricorrenze religiose e i riti

di  Romano Maria Levante

Prosegue l'”esplorazione” del libro di Lidia Montauti dal titolo “Noi Parliamo pretarolo” – seguito dalla versione nell’idioma locale “Ne parlime le pretaruale” – che non ho citato, nell’intitolare i miei articoli di commento, mettendo “Noi siamo pretaroli”, perchè non parlo “pretarolo”, pur essendo tale da generazioni, e sono molto legato al “natìo borgo selvaggio”. Così penso di interessare al corposo e importante libro –  più che ai miei modesti articoli – i tanti che dinanzi all’affermazione linguistica del titolo del libro potrebbero sentirsi meno interessati, rispetto alla diversa intitolazione dei miei articoli sul libro che sento realistica ed identitaria.

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“La pastorizia era affidata prevalentemente alle donne riunite in gruppi di due o più,
esse si recavano a condurre greggi di più proprietari al pascolo, fuori del paese”

Nel 1° articolo, dopo aver motivato questa osservazione, viene sottolineato il grande valore dell’analisi storica dei fatti e delle situazioni operata dall’autrice con una precisione pari alla passione, oltre al rilevante ed efficace approfondimento linguistico dell’idioma “pretarolo”, giustamente definito “lingua degna” dal grande linguista che ha presentato il libro attuale, in una sua opera precedente del 2023 così intitolata, molto apprezzata e premiata. E si è entrati nei contenuti rievocando all’inizio la descrizione di come si arriva a quello che il testo in “pretarolo” intitola “Pietracamela, il mio paese”, “inerpicandosi, tornante dopo tornante,  su per la salita”. Alle due pagine inizili in “pretarolo”non è seguita l’immersione nei problemi linguistici, ma 190 pagine di ricerca appassionata sulla vita della Comunità isolata tra i monti, spostando all’ultima parte del libro le 65 pagine linguistiche. Mi ha fatto ripensare all’ espressione di Orazio “Graecia capta ferum victorem cepit”, l’approfondimento storico che sembrava sovrastaato da quello linguistico, ha invece prevalso per la sua forte carica umana sentita con profonda intensità dall’autrice. Sono stati  considerati i  Luoghi della memoria, le Case e la Vita familiare, il Lavoro per come incideva nelle stagioni e nelle giornate. Il 2° articolo completa la parte iniziale dei Lavori con i Mestieri, le Ricorrenze religiose, i Riti seguendo l’ordine scrupoloso del libro.

Dall’uccisione del maiale, alla mietitura e trebbiatura, dall’allevamento degli animali ai relativi frutti

L’autrice Lidia – che chiamo per nome nella confidenza di una vita – torna sui singoli lavori per rievocare le attività che erano svolte e  il modo in cui questo avveniva.  C’erano i lavori domestici, senz’altro pesanti per i fornelli, la pulizia della casa e tutto il resto. Ma erano la normalità quotidiana che non colpiva, come invece gli eventi che si verificavano in circistanze particolari, nelle attività essenziali che si svolgevano nell’anno. L’uccisione del Maiale terrorizzava soprattutto i bambini che avevano scherzato ogni giorno con l’animale divertendosi e si erano affezionati, anche Lidia da piccola. Ma era necessaria la provvista di cibo per l’intera annata fornita dalla sua carne e non solo, richiedeva molto lavoro nel selezionare le varie parti, affumicarle e appenderle magari al soffitto della cucina, e sempre Lidia conclude:  “La vista di quell’abbondanza ripagava dalla fatica e tranquillizzava l’animo”,  dopo che “il grido straziato del povero animale ci faceva correre alla finestra per assistere impotenti ed esterrefatti all’esecuzione”.

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“I lavori delle donne. Liundina serrezzoija (pulisce), la callareccia (piccola pentola)”

Con la Mietitura e la Trebbiatura si metteva  a frutto il lavoro svolto perché il terreno zappato e concimato desse i suoi frutti, anche se con la magra produzione di montagna. Perciò “l’inizio della mietitura era una piccola festa”, ricorda Lidia e ne rievoca i particolari, soprattutto quelli della trebbiatura prima dell’avvento delle macchine, quando  due asini passeggiavano per l’intera giornata sopra le spighe della mietitura per separare i chicchi di grano formando un mare di paglia dove si tuffavano i bambini per divertimento. Ma non finiva qui, seguiva la macina nel mulino posto sul Rio d’Arno la cui corrente d’acqua cadendo dall’alto faceva girare la turbina trasformando i chicchi di grano in bianca farina impalpabile, ricordo anch’io di averlo visto da piccolo. .

Non era tutto, occorreva tagliare l’erba nei prati per avere il fieno necessario a nutrire  gli animali d’inverno: era la “Fienagione”, avveniva in vaste zone, dai Prati di Intermesoli fino ai Prati di Tivo , falciavano gli uomini iniziando all’alba e all’ora di pranzo le donne arrivavano con il cibo come delle vivandiere. Al termine l’erba falciata veniva sparsa per qualche giorno e,  divenuta secca,  era immagazzinata nel fienile dopo averla composta in carichi portati dalle donne in testa, come facevano per le conche e la legna.

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“La lavorazione della lana: la cardatura”

Per le Pecore da allevare, nelle buone stagioni si formavano 4 gruppi di 60 ovini, 4-5 per famiglia, che all’alba venivano condotti nei pascoli lontani dove l’erba era “abbondante e profumata”, da due donne che potevano mangiare, chiacchierare e usare l’uncinetto quando le pecore sazie ruminavano. Producevano latte che serviva per far crescere gli agnellini da vendere poi ai macellai nelle festività pasquali. Il latte che avanzava si trasformava in formaggio in quantità sufficiente per l’intero anno, lo facevano le donne seguendo un metodo che Lidia descrive con la sua solita infallibile precisione in tutte le fasi successive.

Come ricorda, nei particolari più minuziosi, la lavorazione della lana, nella quale gli uomini tosavano le pecore, poi la “Cardatura” della lana tagliata trasformandola in lunghi “budelli”, pronti per la “Filatura”,  questo era il lavoro delle donne fino alla “Tessitura”. Gli uomini si specializzarono talmente nella cardatura che soprattutto nei mesi invernali, quando non potevano lavorare nei campi, andavano  nei paesi tosco-emiliani e marchigiani per compiere tale lavoro. Le donne con la tessitura producevano anche panni infeltriti detti “Carfagni”, i cui teli arrotolati – richiesti da paesi dell’aquilano –  venivano fatti rotolare sul ghiaccio nel versante del Gran Sasso opposto a quello “pretarolo”, come ricorda nel 1573 De Marchi, citato da Lidia.

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“La lavorazione della lana in casa: la cardatura e la filatura”

La parte del libro sul “Lavoro” si conclude ricordando l’effetto delle abbondanti nevicate. Prima la gioia nel vedere “un chiarore improvviso, un brillio incantevole che rallegrava il cuore”, poi  le grandi difficoltà: si doveva uscire dalle finestre del primo piano essendo le porte bloccate, e  quando si scaricava a terra la neve eccessiva che rischiava di sfondare i tetti,  i vicoli si bloccavano e si restava chiusi nella propria zona. Un lavoro faticoso per spalare tanta neve, che diventava anche fonte di tragedie, come quando la bufera fece vittime gli alpinisti Cambi e Cichetti e molti anni dopo le due paesane Annina e Rubina, con  tanto dolore ed emozione  in paese.

Lidia ricorda tali tragedie e i pericoli della neve, ma esclama: “La neve incantava quando illuminava le notti e rendeva fiabesco ogni angolo del paese; faceva la gioia dei bambini quando diventava il gioco preferito nelle mattinate azzurre dall’aria rarefatta e cristallina”. E ci sembrano belle parole per chiudere  questa prima parte della “esplorazione” del libro di Lidia trasformata in un dialogo con lei. Anche perché nelle 18 pagine del libro dedicate al “Lavoro”, una sola è riservata a 4 brevi “dialoghi” tradotti, con parecchi “vocaboli” resi anche nell’idioma, ma senza la pressione “linguistica “ di altre parti. Il ricordo dei fatti, più che le parole pur utili !

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“La lavorazione della lana: il filarello”

Segue in forma pressante come il modo precedente, il secondo modo di evocare il passato, quello per immagini, ce ne sono 22 , anche qui con ampie didascalie espositive. Ancora una volta il terzo modo, quello dell’idioma “pretarolo” è aggiuntivo ma non prevalente, ora appena accennato nei “dialoghi”, di più nei “vocaboli”, ma contano meno. Il “pretarolo” si rifarà alla fine,  ne parlerò nel 3° articolo  concludendo la mia visione dei  ricordi di Lidia contenuti nel suo libro, non prima di aver completato la ricognizione  sulle Ricorrenze religiose e i Riti domestici, le Preghiere e le Feste, le Consuetudini familiari, fino alle Ricette antiche del tutto “pretarole”.

Ho definito “unico” il libro per i tre modi paralleli di evocare gli eventi del passato. E il confronto che ho fatto – e continuerà nel prossimo articolo – in un dialogo virtuale con Lidia, con i miei ricordi  molto meno nitidi e precisi, lo rende ai miei occhi, come ho scritto all’inizio, un libro straordinario che onora il paese. E bene hanno  fatto l’Amministrazione comunale e l’Asbuc di Pietracamela a sostenerlo e a promuoverlo in modo  efficace.

“Una coppia di coniugi di Pietracamela con il loro cane e con l’asino….
utilizzato sia nel lavoro dei campi che per il trasporto della legna”

Ribadito questo, vado avanti nell'”esplorazione” del libro con le parti che seguono i primi 2 capitoli commentati nell’articolo precedente e nel primo paragrafo di questo articolo, che erano concentrati sui  “Luoghi della memoria”, le Case e la Vita familiare, i Lavori e i loro frutti. Ora riporto quanto l’autrice  ha rievocato nel capitolo 3° sulle Attività economiche e commerciali, sociali e culturali, con importanti considerazioni sullo svolgimento della vita della Comunità “pretarola” nel “nido di aquile” alle falde delle rocce dolomitiche del Gran Sasso d’Italia, soprattutto nei lunghi inverni trascorsi dai suoi eroici abitanti tra neve  e gelo.

Mestieri e professioni per l’autosufficienza nell’isolamento

Ed ecco  come venivano svolte tali attività  in un paese isolato in un territorio montuoso quanto mai impervio. Riuscirono a rendere l’isolamento geografico – pericoloso per la vita degli abitanti – un punto di forza invece che di debolezza raggiungendo una assoluta autonomia rispetto ai  centri circostanti difficilmente raggiungibili, con una gestione “autarchica” da parte di “una comunità capace di provvedere in larga misura a se stessa , sviluppando al proprio interno tutte quelle attività necessarie alla vita quotidiana e alla sussistenza collettiva”, scrive Lidia nel ricordare questa capacità dei nostri avi che suscita orgoglio e una sincera ammirazione.

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“Il lavoro nei campi: la mietitura, Nelle aie pretarole si svolgeva la trebbiatura, la trasca

In questo modo,  oltre ad assicurare il loro corretto svolgimento, si creavano relazioni umane personali e collettive, fonti di identità e di saperi. Rispondeva a pressanti esigenze individuali e generali il lavoro svolto, che oltre a dare apporto economico creava un tessuto sociale protettivo.   Poi, con l’emigrazione e la fine di tanti mestieri sostituiti da servizi moderni, questo è scomparso, ma il libro nel citarli espressamente fa rivivere quel mondo negli aspetti che animavano la vita della comunità isolata tra i monti, però del tutto autosufficiente.

I mestieri evocati sono il falegname e il fabbro, il calzolaio e il sarto, il muratore e il macellaio, il mugnaio e il fornaio,  il pastore e il contadino, il cardatore e il tessitore, il carbonaio e il boscaiolo, il maniscalco e  l’arrotino, l’elettricista  e il norcino. Ecco le altre attività e professioni:  negozi alimentari e fruttivendoli, alberghi e locande, osterie e imprese edili, tassisti e orologiai, bidelli e perpetue, barbieri e stagnini, sagrestani e postini, impiegati comunali e organisti, suonatori di tamburi e spazzini, ostetriche e medici, fotografi e cuochi, magliaie e materassai, fattucchieri e preti, sindaci e imprenditori alberghieri, donne per il rosario e insegnanti fissi o solo per periodi determinati,  musicisti e carabinieri, autisti della corriera e fattorino,  guardie municipali e forestali, geometri e ragionieri, laureati e scrittori,  pittori e scultori, fino agli  sportivi, dai tanti sciatori ed alpinisti alle scalatrici e guide di montagna.

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“Lavoro e devozione: al ritorno dal lavoro nei campi le donne si fermavano spesso in preghiera presso le numerose ‘madonnelle’ preenti in paese”

Nel libro sono dedicate 12 pagine ai nomi dei paesani impegnati in questi mestieri e professioni, ricordati da Lidia “fino all’inizio della seconda guerra mondiale”. Vi ho trovato, tra gli insegnanti,  i nomi dei miei genitori Luigi Levante e Argene Paglialonga e di quattro mie zie, Laurina Paglialonga, Luigia, Maria e Isabella Levante. E tanti nomi nei vari mestieri e professioni di paesani che ho frequentato nei miei ritorni estivi. Le 26 fotografie d’epoca sono il secondo modo di evocare quei tempi; il terzo modo, l’idioma “pretarolo”, appare nei soprannomi in dialetto di alcuni di loro.

Dalle Ricorrenze religiose e Riti domestici alle antiche Ricette ”pretarole”

“Come in molti piccoli paesi di montagna, a Pietracamela le ricorrenze religiose non erano soltanto momenti di devozione, ma tappe fondamentali della vita comunitaria”. Così Lidia inizia il capitolo 4° della sua attenta ricognizione sul “natìo borgo selvaggio” del quale nei tre capitoli precedenti ha considerato in modo molto attento e preciso prima il paese e il territorio, poi la casa e il lavoro, fino ai mestieri e le professioni che coprivano le esigenze del borgo isolato rendendolo autosufficiente. E aggiunge  che “il calendario liturgico scandiva i periodi fondamentali dell’anno, accompagnava il ritmo delle stagioni, i lavori dei campi, la cura degli animali, la vita delle famiglie e il ricordo dei defunti”.

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“I pascoli intorno a Pietracamela in una cartolina d’epoca”

Il raccoglimento religioso era allietato dalle feste con riti e canti, cibi e gesti antichi, “occasioni in cui fede, natura e vita quotidiana si intrecciavano profondamente”. La narrazione di Lidia si protrae per 26 pagine, nelle quali non pensa affatto al “pretarolo”, a parte la traduzione nell’idioma soltanto dei nomi dei Santi o dei termini sacri delle Ricorrenze e dei Riti. Del resto, scrive che “nelle usanze correlate alla fede religiosa si riconosceva l’anima più autentica del paese: una comunità raccolta  e solidale, capace di trasformare anche il freddo dell’inverno, la fatica dei campi, le difficoltà e la percezione della morte, in momenti di incontro, dono, condivisione  e devozione a Dio”. E lo si vede nelle descrizioni che fa delle singole Ricorrenze, rievocando i diversi momenti e situazioni e penetrando nell’anima dei fedeli con grande sensibilità e delicatezza. Cercherò di trasmettere soltanto qualcuna delle sue suggestive rievocazioni, sono 20, delle quali 18 per le feste e 2 per le Preghiere “pretarole” e le Ricette antiche. Troppa grazia sant’Antonio… i miei lo dicevano quando ero piccolo, nel bell’idioma “pretarolo” che capivo, ma non parlavo allora e non parlo oggi.

Nelle feste di inizio anno –  il 6 gennaio l’Epifania e il 17 Sant’Antonio abate –  si scatenavano soprattutto i bambini. La sera della vigilia dell’Epifania, pur nella neve e nel gelo,  giravano riuniti e cantando “la Pasquarella” con la richiesta di due uova bussavano alle porte e ricevevano oltre alle uova salsicce e farina, castagne e mele, Lidia ricorda tutto. Mentre a Sant’Antonio abate, sempre nella sera della vigilia, costituivano gruppi organizzati in cortei  guidati da uno di loro come fosse il santo con barba bianca, bastone e campanella, si facevano concorrenza nel chiedere i doni nelle case. E questo li consolava della sofferenza non solo per il freddo pungente, ma per i lamenti strazianti dei maiali con cui scherzavano tutto l’anno mentre li macellavano per le vitali provviste di carne.

“Il lavoro nei campi: il pascolo”

Mentre  la festa di San Gabriele, patrono  d’Abruzzo e protettore dei giovani, il 27 febbraio mobilitava le donne che andavano in pellegrinaggio partendo all’alba e dal bosco della “Canala” dopo il passo della “Forchetta” scendevano verso Fano a Corno, in tempo per la prima Santa Messa che seguivano con devozione nella speranza che il Santo accogliesse le loro suppliche. Poi l’acquisto, nelle tante bancarelle, di ricordini e di doni da portare in paese ritornando nello stesso pomeriggio o l’indomani cantando “Ai piedi del Gran Sasso, o pellegrino, ferma il tuo passo”, stanche ma estasiate dal Santo.

Nelle ricorrenze civili del Giovedì grasso e del Carnevale – prima dei 40 giorni di Quaresima nei quali c’era digiuno e astinenza e doveva bastare un’aringa appesa al soffitto per strofinarci due fette di pane – grande impegno nel preparare cibi speciali, soprattutto  le “crispelle in brodo”, con molti ingredienti indicati in modo minuzioso da Lidia nel ricordo della sua nonna. A Carnevale non solo i cibi speciali di tipo tradizionale, ma si scatenavano le feste, con i balli in case private  fino al veglione a Palazzo Dionisi o al Dopolavoro di Collepiano. Il “martedì grasso” era il culmine del divertimento, nei saloni festosi con le musiche tradizionali, il buffet, il ballo con la “quadriglia” coinvolgente, fino ai ravioli portati nelle terrine dalle madri accompagnatrici delle figlie e offerti mentre si avvicinava la mezzanotte, da consumare  prima che scattasse l’astinenza quaresimale con il Mercoledì delle Ceneri.

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“Le osterie di Pietrcamela lungo la via Cola di Rienzo”

Nel periodo di Pasqua, alla forte spinta religiosa con i  cicli liturgici evocativi della passione di Cristo fino alla Resurrezione, si aggiungeva l’effetto benefico del passaggio dall’inverno alla primavera, che rianimava le famiglie. Le “pulizie di Pasqua” rinnovavano le abitazioni che venivano rimbiancate e nella tavola si metteva la tovaglia bianca, si offrivano le uova sode nella benedizione pasquale del sacerdote con i chierichetti, nel momento solenne di fede e di vero  rinnovamento. Si preparavano cibi speciali dopo le restrizioni quaresimali. questa volta erano le “pastarelle pasquali” cotte nel forno che si trovava in molte case –  lo ricordo nell’antica casa dei miei  nonni – a disposizione anche di chi non lo aveva, con le “pastarelle” portate poi nelle strade e offerte con generosità e condivisione comunitaria. L’unica amarezza – a parte il raccoglimento religioso per la Passione – veniva dalla vendita degli agnelli ai macellai dei capoluoghi per ricavare i soldi necessari alle spese da fare. Come l’uccisione dei maiali, anche questo era un fatto traumatico.

Non finiva la festa il giorno di Pasqua, con la Resurrezione: il martedì successivo  ecco “il giorno delle frittate”, mentre dovunque la “Pasquetta” era il lunedì dell’Angelo. Si facevano le gite nei prati in cui spuntava la prima erbetta fresca con le viole che venivano raccolte in mazzolini, e pur essendo giorno di scuola l’insegnante non solo permetteva l’assenza  ma spesso organizzava la scampagnata nella quale si mangiava il panino con la frittata. Non solo a Pietracamela, dovunque, ma il lunedì, Lidia ricorda la propria esperienza e porta un’espressione in “pretarolo” con la traduzione. Confida quando la mattina del 3 maggio la risvegliavano le invocazioni e le litanie della processione, seguita soprattutto dalle donne,  guidata dal parroco don Andrea con i chierichetti dietro la Croce di legno, nella festa dell’Esaltazione della Croce, benediva i campi per il raccolto. Trascorsi  40 giorni dopo Pasqua, l’Ascensione, una festa così sentita che in paese sospendevano la produzione del formaggio fermandosi alla”quagliata” per non lavorare quando ricorreva la salita di Cristo in Cielo, e la regalavano a persone vicine.

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“Nel negozio della Stella (le péntéché)””

Maggio è soprattutto il mese della Madonna, nelle domeniche venivano illuminate e inghirlandate di fiori le “edicole” religiose, e non sempre era un lavoro semplice. Se nella zona l’edicola mancava, veniva sostituita da una finestra a pian terreno, nella quale si metteva l’immagine della Madonna; per i lumi si utilizzavano anche  i gusci delle grosse chiocciole riempiti di olio con uno stoppino, e sempre le giovani mettevano le ghirlande di fiori  in gara tra i vari rioni. Mentre  il risveglio della natura –  con i ruscelli copiosi di acqua e i prati punteggiati di fiori – richiamava nei campi soprattutto donne e bambini che raccoglievano fasci di fiori e riempivano i cestini di chiocciole poi cucinate per farne leccornie squisite con ricette tradizionali. La devozione religiosa si esprimeva nelle serate con il Rosario e gli inni alla Madonna, le donne tornate dai campi stanche non andavano a casa ma in chiesa, Lidia riporta questa storia in “pretarolo” con la versione in italiano.

Il 13 giugno la festa di Sant’Antonio di Padova –  ben diverso da Sant’Antonio abate di gennaio  con il maialino nell’effige – i paesani erano molto devoti al santo e gli si rivolgevano quando smarrivano qualcosa perché intercedesse. Veniva recitato il “Responsorio” dal titolo “Si queris miracula,  Prece et devotione ad S. Antonium Paduano”, 24 versetti latini che Lidia riporta  con la versione italiana. Siamo solo a metà anno, nel secondo semestre altre Ricorrenze e Riti religiosi, per i quali alla devozione si aggiungeva, come sempre, il godimento di giorni di festa con cibi speciali e sopraffini e anche balli e altri momenti di giubilo. Ne parlerò nel prossimo articolo finale, nel quale l’ “esplorazione” del libro, terminati i riferimenti a fatti e situazioni reali, si concentrerà  sull’ultimo tema, la “Lingua ritrovata”, che farà entrare in un labirinto linguistico difficilmente percorribile da chi non conosce il “pretarolo”, oppure riesce soltanto a capirlo e non a parlarlo, come nel mio caso.. Ma giungo a conclusioni molto positive, nel 3° e ultimo articolo sul libro di Lidia, un’opera veramente preziosa per come ha saputo far rivivere i tempi antichi, ricostruendo una realtà che va oltre i pur suggestivi iflessi sull’idioma parlato.

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“Donne di Pietracamela abbigliate alla maniera tradizionale”

Info

Lidia Montauti, “Noi parliamo pretarolo. Ne parlime pretaruale. Voci, luoghi e memorie di Pietracamela”. Ricerche & Redazioni, Teramo, agosto 2026, pagg. 290, di cui 66 pagine con 84 immagini, euro 25. Il 1° articolo di commnto è uscito il 13 settembre, il 3° conclusivo uscirà, dopo quello odierno, il 19 settembre 2026, su questo sito.

Photo

Come indicato in questo spazio informativo nel 1° articolo, la maggior parte delle immagini – identiche a quelle pubblicate nel libro – sono state fornite da Aligi Bonaduce, meno le foto di altri detentori: per questo articolo Vittorio Giardetti ha fornito le n. 3 e 11, quindi Aligi Bonaduce le altre 12. Grazie ad entrambi In apertura, “La pastorizia era affidata prevalentemente alle donne riunite in gruppi di due o più, esse si recavano a condurre greggi di più proprietari al pascolo, fuori del paese”; seguono, “I lavori delle donne. Liundina serrezzoija (pulisce), la callareccia (piccola pentola)”, e “La lavorazione della lana: la cardatura”; poi, “La lavorazione della lana in casa: la cardatura e la filatura”, e “La lavorazione della lana: il filarello”; quindi, “Una coppia di coniugi di Pietracamela con il loro cane e con l’asino…utilizzato sia nel lavoro dei campi che per il trasporto della legna”, e “Il lavoro nei campi: la mietitura, Nelle aie pretarole si svolgeva la trebbiatura, la trasca“; inoltre, .”Lavoro e devozione: al ritorno dal lavoro nei campi le donne si fermavano spesso in preghiera prsso le numerose ‘madonnelle’ preenti in paese”, e “I pascoli intorno a Pietracamela in una cartolina d’epoca”; ancora, “Il lavoro nei campi: il pascolo”, e “Le osterie di Pietrcamela lungo la via Cola di Rienzo”; continua, -“Nel negozio della Stella (le péntéché)”, e “Donne di Pietracamela abbigliate alla maniera tradizionale”; in chiusura, “I lavori per la casa. La raccolta dell’acqua a Porta Fontana”.

“I lavori per la casa. La raccolta dell’acqua a Porta Fontana”

I 60 anni di giornalismo, 1. Agenzie, periodici e un quotidiano in due siti professionali ben diversi

di Romano Maria Levante

In questo articolo, e nel successivo, invece del plurale – che uso di consueto per riferire le narrazioni al contesto più ampio della mia Rivista culturale “on line” – utilizzo il singolare, per il carattere personalissimo del mio racconto in due puntate. Perché riguarda le emozioni di una lunga vita dedicata al giornalismo, non come mia “professione” – la mia attività professionale è stata un’altra, come accennerò –  ma come autentica “passione”. Tanto da farmi leggere la targa celebrativa – che con altri  colleghi… coetanei mi è stata conferita il 21 marzo 2017 nella sede della Federazione Nazionale della Stampa –  con impresse le parole  “Per i 50 anni di professione”,come se vi fosse scritto “Per i 50 anni di passione”.

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Da quel giorno – che riguardava l’anniversario dell’anno precedente – andai alla sede con il caro paesano  Giardetti    sono trascorsi nove anni, e io oggi festeggio i 60 anni  di “passione” giornalistica, trascorsi dopo l’iscrizione all’Ordine Nazionale dei Giornalisti avvenuta il 13 maggio 1966. Presentai oltre 100 articoli già pubblicati fino a quella data, il mio giornalismo  iniziai 5 anni prima, nel 1961. Sento  il bisogno di scrivere e condividere non una mia …autobiografia, – non ne ho la presunzione –  ma i ricordi di tante emozioni derivanti dalla mia passione per il  giornalismo che, ripeto, ha animato  finora 65 anni della mia vita.

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Il presente articolo è ancora più identitario degli innumerevoli da me pubblicati in un tempo così lungo, in quanto per la prima volta riguarda la mia seconda “vita” giornalistica,  in parallelo con la vita professionale nel campo dell’economia e della programmazione aziendale, in larga parte in posizione dirigenziale. Mi sono sentito di illustrarlo con immagini che partono dalla consegna della targa che ho citato, con altre che rendono il clima dell’evento, in apertura e chiusura dei due articoli, in un abbraccio ideale della comunità di colleghi.

Ho inserito anche molte altre immagini, soprattutto delle testate che mi hanno ospitato, di Quotidiani, Agenzie giornalistiche, Periodici di cui sono stato Direttore responsabile, e anche  diversi Libri pubblicati, il tutto distribuito nei due articoli per far rivivere in me, e illustrare ai lettori,  la rievocazione del testo. Una galleria sulle mie vicende giornalistiche, con evocate talune situazioni critiche in momenti topici della vita nazionale in cui mi sono trovato sempre con riferimento ai miei scritti personali. Questo perché, lo ripeto, non entro nella mia vita professionale, è stata una libera attività solo…casalinga. Di qui la mia “correzione” virtuale  alla scritta della targa, mezzo secolo di “passione”, non di “professione”.

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La prima fase, il giornalismo economico, a “latere” dell’attività professionale  nell’Ufficio studi di una grande organizzazione industriale, 1960-67

Si parte  con 7 anni nell’Ufficio studi della Confindustria, dopo un concorso per l’assunzione, con un anno di formazione e specializzazione interno e poi alla Svimez, il Centro studi di sviluppo del Mezzogiorno, con docenti internazionali di grande livello. Poi tutti gli anni successivi all’ENI, nell’Ufficio studi economici, poi nella Pianificazione, strategie e sviluppo con funzioni dirigenziali, fino alla pensione . Mi fermo qui sulla parte professionale, dopo aver precisato che ai contatti funzionali dell’Ufficio studi con l’Ufficio stampa è seguita una mia partecipazione diretta con articoli, fuori dai compiti di ufficio, quindi del tutto personale.

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L’inizio avvenne nel 1961, in collaborazioni “spot”, poi stabiliti in due agenzie di stampa,  A.G.A. Associazione Giornali Associati, e I.R.E  Istituto Ricerche Economiche. E posso aggiungere una prima confidenza, che queste due agenzie – cui davo  articoli diversi, alla prima sull’attualità politico-economica, alla seconda di approfondimento sull’economia – rifornivano una moltitudine di quotidiani e periodici locali, e poi mi facevano avere il pacco di ritagli dei miei articoli, fornito dall’”Eco della stampa”: gli stessi su tanti giornali provinciali, con la mia firma, suscitando una certa emozione, forse narcisistica, nel vedere lo stesso articolo in tanti giornali, che compensava l’impegno svolto a casa con passione, non essendo lavoro di ufficio. Ne presentai tanti per l’iscrizione poi all’Ordine dei giornalisti.

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I più consistenti sono stati “L’organizzazione industriale” in cui sono stato collaboratore fisso, con 41 articoli,e “Quaderno di scienze sociali con 25 articoli. Ecco poi i nomi di una serie di giornali,  con i miei articoli, sempre dal 1961 al 1966: Cosenza industriale 1 articolo, Eco delle valli 1,Gazzetta nuova di Reggio 5 articoli, Giornale di Bergamo 1, Il Corriere marittimo 1, Il Giornale di Vicenza 2, Il Mercantile 1, Il Meridiano di Cagliari 4, Il Trentino industriale 1, Industria Meridionale 3, Industria Toscana 5, La Gazzetta di Napoli 1, La Provincia 3, L’Eco del Commercio 1, L’Eco di Biella 4, L’Economico Marittimo 1, L’Industria Lombarda 4, L’Informazione Industriale 3, L’industria Reggina 2, Scudo crociato 3, Studi sociali 2-. Poi Saggi critici su riviste specializzate: “Quaderni di scienze sociali”, 8 mesi con 24 articoli, poi “L’elasticità della domanda” e la “Ricerca operativa” in due enti, fino ai volumi sulle prospettive degli anni futuri.

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Per me –  a parte questi ultimissimi lavori –  non era lavoro di ufficio, ma attività personale fuori ufficio, la stretta collaborazione fissa con “L’Organizzazione industriale”, citato sopra, lo storico settimanale che, secondo una nota di commento recente, “era considerato “uno degli strumenti di informazione più complessi e autorevoli del panorama industriale, tanto da essere paragonato per difficoltà di scrittura al Financial Times”. In quanto tale “è considerato l’antenato ideale del moderno giornalismo economico di categoria”. E ancora, “negli anni Sessanta, il settimanale ha rappresentato la voce ufficiale degli industriali italiani in un decennio di profonde trasformazioni economiche e sociali”. La mia era una collaborazione fissa settimanale, con articoli in prima pagina, senza firma.

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Da lì il salto al prestigioso mensile della Confindustria, sempre in “privato”, la  “Rivista di Politica Economica” dove ebbi la rubrica fissa “Economia e finanza in Italia”, onorai l’impegno con piccoli saggi, anche oltre 20 pagine fittissime, sul tema del mese: “Trenta mesi di economia e finanza in Italia”, giugno 1966-   x 1969, ho intitolato gli altrettanti saggi per 500 pagine complessive.  La mentalità che acquisivo nell’Ufficio studi, di analizzare in modo approfondito con documentazioni reperite o prodotte lavorando direttamente – anche con lunghe elaborazioni personali alla macchina calcolatrice –  l’ho trasferita nell’attività giornalistica, per l’intero periodo prima della pensione in modo di gran lunga prevalente sui temi economici, trattati in modo esauriente, secondo gli spazi a disposizione nel giornale o rivista. .

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E ho acquisito la mentalità di andare alle fonti, con citazioni testuali “virgolettate”, un insegnamento dell’Ufficio stampa che trasmetteva le notizie sui fallimenti dell’URSS nella pianificazione accentrata – che poi commentavo in appositi articoli –  con una rubrica fissa intitolata “Ex ore tuo”:  cioè “dalla tua bocca”, nessuna critica né ricostruzione dall’esterno, tutto dall’interno del sistema sovietico riportato testualmente. Grazie all’avv. Guiglia, che era il responsabile dell’Ufficio, per questa sua correttezza per me così istruttiva. Anche una parte del  lavoro d’ufficio aveva aspetti giornalistici, come la revisione delle relazioni settoriali dell’attività svolta dall’organizzazione per l’annuale voluminosa Relazione di oltre 1000 pagine, integrazione con veri pezzi da stampa, che nell’Ufficio studi seguivamo fino alla tipografia. Temi economici, sindacali e politici, spesso con mie introduzioni di stampo giornalistico, anche se entro la linea dell’organizzazione. 

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E soprattutto l’effettuazione, con uno o due colleghi, ogni anno di un’indagine sulle “Prospettive di sviluppo” prima quadriennali, poi triennali, di tutti i settori e comparti industriali, un vero  e proprio lavoro minuzioso di vera inchiesta giornalistica. Si trattava di intervistare  nelle loro sedi, la maggior parte a Milano, ma non solo, i responsabili delle 100  Associazioni di categoria facenti capo alla Confindustria, in una paziente attività maieutica da cui risultavano  linee strategiche e programmi  pluriennali che, con i responsabili di settore della vastissima costellazione di attività industriali, venivano tradotti in precisi termini numerici, e in contenuti operativi. Nulla di più giornalistico e coinvolgente, lunghe missioni di oltre un mese con un complesso lavoro espositivo e di elaborazione numerica, da ultimare in tempi stretti.  

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Provavo la soddisfazione di vedere il mio nome –  con quello del collega impegnato con me nell’indagine –  come coautore dei cosiddetti “libri verdi”, chiamati così dal colore della copertina, che divennero un riferimento costante per le previsioni economiche e le relazioni sindacali. Ne ricordo  6, uno ogni anno, dell’apposita “Collana di studi e Documentazione”, con prevalenza dell’apparato numerico negli specchi previsionali della miriade di comparti produttivi. Due dei “libri verdi” più piccoli, erano di sole 200 pagine ciascuno, il primo con l’analisi delle previsioni industriali con prospetti riassuntivi e ampio commento, il secondo sull’evoluzione strutturale delle industrie tessili; erano diffusi nelle conclusioni dell’analisi, strategiche e programmatiche,  con pochi grafici e prospetti. In entrambi il mio nome con un solo coautore, e l’aggiunta del responsabile dell’Ufficio, come avviene nei giornali con il direttore responsabile….

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Nei ricordi, spicca l’incredibile accelerazione nell’anno in cui  dovevamo presentare  le annuali Prospettive di sviluppo industriale di medio termine in un importante Convegno degli Uffici studi di tutte le organizzazioni industriali a Capri, anche con  Gianni Agnelli: arrivammo trafelati da Roma, io  e il collega coautore, con il “libro verde” freschissimo di stampa, mentre la sala del Convegno si stava già affollando. La mia soddisfazione, forse era narcisistica,  come quella del mio nome nei tanti articoli personali; sentivo imbarazzo nel dire che l’avevo provata già  nel vedere le mie iniziali R: M: L. in calce a un opuscolo datato luglio 1961,  da me scritto sulla “Ricerca operativa”, una tecnica  agli inizi, come del resto lo ero anch’io….

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Era il primissimo periodo della mia attività lavorativa, e già al liceo avevo seguito la spinta giornalistica buttando giù sin da allora con la macchina da scrivere – che ho utilizzato sempre, fino a sostituirla ovviamente con il Computer – due testi che immaginavo come articoli pur senza poterli pubblicare, quindi scritti solo per il … miraggio che avevo, su Pietracamela , definito allora il “natio borgo selvaggio”, e su Giulianova, definita “encantadora”, dove ero stato nella vacanza estiva al mare.

La seconda  fase, continua il giornalismo economico,  a “latere” del lavoro dirigenziale nelle Direzioni  Studi, pianificazione e strategie di un nuovo grande gruppo energetico, 1968-1994

Il 1°  gennaio 1968 una evoluzione nella mia vita professionale, su cui mi soffermo soltanto per i riflessi sulla mia attività giornalistica. Avvenne il passaggio dalla Confindustria all’ENI, dall’organizzazione rappresentativa e simbolo del “privato” al grande gruppo energetico e non solo, simbolo delle Partecipazioni statali, il “pubblico” che operava nel mercato in forma privatistica. L’occasione fu  l’annuale incontro del nostro Ufficio studi in Confindustria con gli Uffici studi di tutte le Associazioni industriali di settore e territoriali; nel pranzo conclusivo dell’incontro nel luglio 1967 il responsabile dell’Uffico studi dell’Associazione mineraria disse che era l’ultima sua partecipazione perché sarebbe andato nell’Ufficio stampa dell’ENI il cui responsabile ne usciva, e aggiunse che il responsabile dell’Ufficio studi economici cercava esperti per rafforzarne la struttura.

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Aggiunse che era al mare al Lido dei pini, vicino a Roma, dove avrebbe ricevuto eventuali interessati. Detto e fatto, lo dissi al collega con cui lavoravo in tandem nelle  indagini annuali e andammo insieme, riferimmo al cortesissimo dirigente le nostre esperienze e ci chiese di fargli avere dei volumi delle indagini sulle prospettive industriali da noi curati. Non feci trascorrere la giornata, prima delle mezzanotte andai alla Stazione Termini, nell’unico ufficio aperto a quell’ora e feci l‘invio. Anche perché al termine della mattina successiva saremmo partiti da Civitavecchia con la nave “Enrico C”, del presidente della Confindustria Angelo Costa, nella attesissima crociera verso la Grecia per tutti i dipendenti, con il vertice della Confindustria. Fu più che distensiva, con il miraggio della prospettiva professionale, aggiungo una nota di colore, la mia partita a “ping pong” sulla nave  con il Direttore generale, – che era anche Direttore responsabile del mensile “La Rivista di Politica economica” di cui ero titolare fisso della rubrica  citata sempre fuori dall’ufficio – poi la visita in luoghi caratteristici altamente suggestivi.

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Dopo il passaggio all’ENI proseguì la mia attività giornalistica nelle linee consuete, fino a una svolta, determinata da un evento non personale ma quasi… epocale. La scalata dell’ENI alla Montedison di cui acquisì in Borsa la maggioranza  azionaria di controllo, si era nel 1980, provocò una reazione molto forte  della Confindustria che lo considerò una inammissibile aggressione  del settore pubblico al settore privato. Ci fu una ripercussione sulla mia attività giornalistica – sempre del tutto personale e fuori ufficio –   perché fu denunciata come incompatibile la titolarità  della rubrica “Economia e finanza in Italia”  nel prestigioso mensile della Confindustria da me che ero all’ENI; questo da chi era interessato a prendere il mio posto, non dal Direttore della rivista che , però, non poté resistere alle forti pressioni.

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Ma mi apprezzava a tal punto – e gli sono ancora grato – da segnalarmi come esperto economico di assoluta fiducia, al Direttore del mensile “Realtà del Mezzogiorno”, che era dirigente del settore studi del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Andai nella bella sede di Vila Lubin a Villa Borghese e passai a quella rivista con la soddisfazione, di me abruzzese, dell’orientamento meridionalistico, oltre che nazionale. Fu una intensa collaborazione giornalistica, estesa anche a temi culturali e non solo, pensare che nei mondiali di calcio del 1982 pubblicò anche un mio articolo con l’invenzione…  surreale di un Rebus di 60 parole, con 5 pagine di relative vignette, che gli mandai solo per mera correttezza informativa, avendolo destinato a un giornale sportivo, lo volle pubblicare lui stesso.  

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E’ stato un rapporto di simpatia e fiducia reciproche, con ampi articoli mensili , ovviamente del tutto al di fuori del lavoro di ufficio, scritti come sempre a casa, di consueto nei week end, a volte nelle notti….  Cito solo un contrasto… culturale gustoso. Pubblicò senza obiezioni, nel suo assoluto rispetto per la libertà giornalistica, la mia recensione su un libro elogiativo di Manodoro, un personaggio del mio paese – Pietracamela, alle falde del Gran Sasso d’Italia – considerato “brigante” mentre veniva riabilitato  come “eroe” in una visione storica  “dal basso”, bassomimetica invece che altomimetica come quella ufficiale. Il Direttore; da seguace del meridionalista Dorso non condivideva e lo espresse in un suo commento critico che pubblicò in apertura del numero successivo, in termini anche energici; replicai nel numero seguente, motivando ulteriormente e ne fummo entrambi soddisfatti. La collaborazione fissa è continuata intensa fino alla  scomparsa del Direttore con chiusura della Rivista nei primi anni ‘80. Dopo oltre dieci anni di  ia collaborazione fissa con  saggi lunghi oltre le 20 pagine, il più ampio di  ben 47  pagine.

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Ma attivai altri canali giornalistici, con la soddisfazione di collaborare con un quotidiano “Il Popolo” in stretta intesa con il suo nuovo Direttore nel 1980, un noto politico con il quale già partecipavo, gli fornii anche un contributo, da lui accolto interamente, per il suo articolo di presentazione, e iniziò la mia partecipazione. E qui si innestano altri miei ricordi, sempre del mio giornalismo del tutto personale ed extra ufficio, che si intrecciava involontariamente con l’azienda e perfino con la politica. L’evento fu l’operazione Enimont, ancora la grande Montedison sul mio piccolo percorso- Sul “Popolo” nella mia collaborazione non potevo ignorare l’evento nelle sue complicazioni, ne scrissi seguendo la procedura interna dell’ENI di comunicare alla Direzione Relazioni esterne gli eventuali interventi giornalistici su temi aziendali.

Però ci fu un incidente, tale Direttore competente non ne informò il mio Direttore che giustamente si irritò quando trovò l’articolo con la mia firma nella Rassegna stampa giornaliera, e mi contestò di non averlo preavvertito. Spiegai che avevo seguito correttamente la procedura e non avevo voluto metterlo in imbarazzo dinanzi allo scritto  mio personale – del tutto al di fuori da quelli di ufficio sempre sottoposti alla sua legittima, anzi doverosa revisione –  tanto più che faceva parte delle strutture direttive proprio di Enimont. Il Direttore delle Relazioni esterne, informato dell’incidente, mi mandò una lettera che mi dava atto di assoluta correttezza, la incorniciai. E non desistetti, ma i successivi articoli nel quotidiano sul caso Enimont, che si complicava sempre più, li pubblicai firmandolo con uno pseudonimo, nome  e cognome che coniai ispirandomi all’antico nome del mio paese natale volto al maschile.

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Ironia della sorte , questi miei nuovi articoli con lo pseudonimo furono letti nella Rassegna stampa dai colleghi del gruppo aziendale democristiano, di cui non facevo parte, e li interessò a tal punto che uno di loro –  abruzzese come me, con  il quale non avevo mai parlato neppure del tema –  mi disse sorprendentemente che avrebbero chiesto al “Popolo” di metterli in contatto con tale giornalista per invitarlo a discutere le sue tesi condivise in una loro riunione sull’Enimont, non dissi nulla, riuscii a dissimulare la mia intima reazione divertita, poi avvertii subito il giornale di mantenere l’assoluta riservatezza. Ma non fu l’unico mio coinvolgimento in una situazione così imbarazzante.

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Ero stato messo in contatto con il nuovo Ministro delle Partecipazioni statali che aveva chiesto a un collega amico suo  e mio una collaborazione sui temi del suo Ministero di cui doveva impratichirsi: dopo il primo incontro con lui scrissi di getto nella stessa serata fino a notte fonda una analisi dei problemi e di un possibile programma e lo trasmisi al Ministro la mattina dopo, l’indomani un suo messo mi recapitò in ufficio un biglietto in cui – ringraziandomi e scusandosi per quanto si era permesso di fare… scriveva che la mia nota era diventato  un articolo sul maggiore quotidiano economico “24 Ore” pubblicato con grande rilievo in prima pagina  a sua firma, controllai sul quotidiano della mattina, era proprio così. E si trattava dello stesso quotidiano che – come ho ricordato – aveva pubblicato come editoriale nel fondo di prima pagina il mio articolo “Conoscere per programmare” il 28 agosto 1964, circa 20 anni prima, quando si dice il destino…

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Ma non furono sempre rose  e fiori… come in questo caso. Nella serata del giorno  più lungo… della grave crisi dell’Enimont ero – sempre in  via riservata e personale – nella stanza del Ministro discutendone, quando gli giunse la notizia che il presidente della Montedison non aveva rilevato la propria quota come avrebbe dovuto, per cui sarebbe restato tutto a carico dell’ENI, io cercai di attenuare la sua reazione, disse con forza “lo devo bastonare”.  In quel momento l’usciere gli annunciò che stava per entrare il presidente dell’ENI, per fortuna potetti uscire dalla stanza da  una porta secondaria, il Presidente mi avrebbe di certo riconosciuto e non sapeva – come nessun altro, salvo il collega che mi aveva presentato al Ministro tempo prima –  di questi miei contatti personali.

Invece il mio Direttore venne a sapere dei miei contatti ugualmente personali con il Vice Presidente, che avevo incontrato fuori dall’ufficio nella sua residenza nella zona di Assisi mi sembra con  amici comuni in una particolare circostanza; mi chiese di assisterlo in via riservata, e anche sul caso Enimont vissi in diretta alcune sue reazioni alla conclusione inattesa. Mi dispiacque che il mio Direttore ne fu contrariato, come lo era stato per il mio articolo su Enimont nel quotidiano ma non avrei potuto sottrarmi alla richiesta personale del Vice presidente, né venir meno alla riservatezza richiestami. Concludo accennando solo ai miei timori quando la vicenda prese la via giudiziaria, con il PM Antonio di Pietro imperante, e sospettavano anche dei giornalisti, e io negli articoli su Enimont nel quotidiano,  ero passato dalla firma alla pseudonimo, poteva sembrare volessi nascondermi per gravi motivi, invece ero del tutto…  innocente.

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Ci furono gravissime conseguenze, si suicidarono il presidente della Montedison e il presidente dell’ENI, nel carcere dove si trovava con diversi presidenti delle Caposettore dell’ENI, travolti dall’inchiesta di Di Pietro, ebbero seri problemi giudiziari il Vice Presidente e il Ministro delle partecipazioni statali, che però fu colpito da infarto fulminante nei giorni natalizi del 1990, mentre era in vacanza nella sua casa di Cortina. La mia emozione fu di ricevere, con il ritardo delle poste natalizie, un suo fervido messaggio di auguri con ringraziamenti e generosi apprezzamenti su di me, fu come se me li avesse mandati dall’Al di Là. A un mese dalla morte ne celebrai il ricordo con un articolo evocativo sul “Popolo” Il mio Direttore non fu neppure sfiorato dall’inchiesta sebbene facesse parte del direttivo di Enimont, fu riconosciuto il suo estremo rigore, e fu lui  a prendere in mano le redini del Gruppo ENI.

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 Rimasto l’ENI senza guida, ne divenne Presidente e poi, dopo la riforma in senso privatistico,  Amministratore delegato, in una carriera che proseguì in una propria attività imprenditoriale, in un grande gruppo privato, poi molto oltre. . E negli apprezzamenti non posso dimenticare quelli del prof. emerito  Giuseppe Ugo Papi, di un grande banchiere che mi offrì un posto elevato nella banca a …Palermo, e soprattutto del Governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi che mo scrisse una lettera elogiativa al mio articolo “Il testamento del Governatore”, facendone anche una pubblicazione interna trasmessa a tutte le strutture della sua Banca. Alla sua scomparsa scrissi sui “Popolo” un articolo in prima pagina – sempre fuori da lavoro di ufficio –  che riconciliò con lui la Democrazia Cristiane, di cui il giornale era organo ufficiale, dopo screzi che li avevano contrapposti. Inserisco in questo testo rievocativo  immagini che  mi fanno rivivere quel lungo periodo e alcuni momenti topici.

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Non parlo di altre attività svolte non nel mio interesse personale, ma nell’interesse dell’ENI. Per  le mie attitudini giornalistiche  sono stato…  adottato anche come “ghost writer” per un importante esponente governativo influente sugli impianti petroliferi della sua circoscrizione  e per un politico ancora più in alto, per gli stessi motivi su un piano generale. Nella mia funzione aziendale curavo la Relazione programmatica per il Ministero delle Partecipazioni statali,  in base alla quale era conferito il Fondo di dotazione, capitale proprio dell’azionista Stato pur se operava nel mercato. Poi la privatizzazione, ma questa è un’altra storia.

Nel secondo e conclusivo articolo di questa mia appassionata quanto umile … autobiografia giornalistica entriamo nella terza fase della mia “seconda vita”, da giornalista “free lance” a Direttore responsabile di 2 periodici, e  “giornalista-scrittore” autore di 3 libri più un 4°,  fino alla quarta fase non più di giornalismo economico a stampa, ma di  giornalismo culturale in siti “on line”, in “social” aperti a tutto il mondo…

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Photo.

Le immagini sono state tutte fotografate nei numerosissimi articoli, scritti dal 1960 e poi presentati per l’iscrizione all’Odine di giornalisti, si inseriscono anche dichiarazioni ed elogi inviati con lettere, Ma anche volumi pubblicati Con un altro giornalista con me, per l’inDagine ogni anno sulla Previsioni di medio termune valutate in indagini conpiute direttamente. Citiamo soltanto le prime foto del premio consegnato dalla Stampa a Roma nel 50^ anno, sono le prime e foto e le ultime due che chiusoo l’articolo. Segiono foto con i primi 3 messaggi sul lavoto compiuto, seguono 2 foto con i due con tanti ampi articoli settimanali, pensare che il prio sono stati 500 pagine, il successivo anche tante; ppoi 5 o 6 foto nei diversi spazi con alcuni articoli presentati, 2 con un nome diverso per ovvi motivi. Mai ondamentali tre foto con 6 importanti volumi con il nome scritto insieme a un altro o due partecipanti, per queste scritte sono inserti al pinto giusto gli scritti del volume. Seguono altri rtcili, anche la foro di due giornali, per sottolineare i maggiori responsabili. Non scriviamo i nomi, per guardarli da lontano e su ricordo veramente ammirevole. Tra poci giotni secondo a ultimo articolo di ricordo con altre e indimenticbili immagini, sprattutto 2 grandi libri e 2 grandi giornali creato, molto belli come immagine. ,

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I 60 anni di giornalismo, 2. Direttore e autore di tre libri, poi oltre mille articoli “on line”di Internet

di Romano Maria Levante

Prosegue il mio racconto, dopo l’articolo n- 1. Si era agli inizi degli anni ‘90, mi fu richiesto di partecipare, sempre in via personale  come giornalista sperimentato, alla creazione di un periodico politico-economico e culturale, da un alto dirigente ministeriale con stretti riferimenti alla politica, per la diffusione di idee e iniziative costruttive in tale campo. Mi impegnai subito nell’ideare il nome del periodico in fieri e della testata, ne ebbi l’ispirazione ripensando alla vista di un poster di “La città ideale” nello studio di un antico compagno di scuola, visitai il museo delle Marche con il dipinto altamente significativo e ricordo che seduto dinanzi a tale quadro feci lo schizzo su un foglio che poi divenne  la testata del bel periodico che fu presentato.

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La terza fase, da giornalista “free lance” a Direttore responsabile di 2 periodici, e  “giornalista-scrittore” autore di 3 libri, 1991-2008

Ebbe il titolo “NIOVA DIMENSIONE” in cui incastonai l’immagine del dipinto, grande formato cm 27 x 40. Ne fui il Direttore responsabile, Direttore editoriale Nino Galloni, Redattore capo  Anna Manna, “Garanti del lettore” Bobba, Cocilovo, Cortesi, De Cesaris, Falleri, Peschiera, i due ultimi ai vertici del’Ordine dei giornalisti. L’iniziativa si protrasse per vari anni, sempre con miei ampi articoli e con molte collaborazioni autorevoli, veramente una bella esperienza. Nel numero  iniziale del sett.-ott. 1991, 7 pagine, , la mia presentazione in 2 ampi e articoli, “Le nostre radici, il nostro impegno” e “Nuova dimensione, il nostro programma”. Poi, Nino Galloni, “Dove può andare l’Italia e Franco Marini, “Agganciare il futuro europeo”, Luciano Radi, “La sfida della complessità”, e una mia intervista con “5 domande a Giovanni Galloni su giustizia e società”,

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In un numero avanti nel tempo, il n. 7 del mag.-ago 1993, Ermanno Gorrieri, “La famiglia oggi  e domani”, e Nino Galloni, “Quale nuovo partito, quale partito nuovo?”, Giovanna D’Alessandro, con 2 articoli, “Donne, valori e impegno civile”, e “Per una politica del lavoro attenta al cittadino”,  Bruno Lorenzo Anforossi “Italian graffiti o formazione per il 2000?” ed Enrico Furia, “La teoria dell’inflazione per la salvezza dell’economia”, a  pag. 3 nella prima metà la poesia di Anna Manna sul tema “La forza per risorgere”, titolo “Impareremo a cavalcare i cocci”, nella seconda metà il mio innovativo…  “Il rebus  politico”con 15 vignette, frase in 12 parole, miei  anche l’ampio servizio “Una nuova dimensione per Roma capitale” e la lunga intervista con “6 domande a Marianma Bucchic su dove va la poesia”. Sembrano di oggi, sono trascorsi 35 e 33 anni dopo…..

Poi venne un’altra esperienza dello stesso tipo, con molte analogie. La preparazione del mio libro -inchiesta “D’Annunzio, l’uomo dl Vittoriale” mi fece frequentare il Vittoriale e il mondo dannunziano nelle mie numerose  visite a Gardone Riviera. Dopo la pubblicazione, i responsabili dell’ “Associazione culturale L’oleandro” –  il nome della casa editrice dei libri di D’Annunzio a diffusione popolare, mentre l’Opera omnia nelle pubblicazioni di lusso era esclusiva della Mondadori – mi offrirono di divenire Direttore responsabile della Rivista che volevano creare con la testata recante il nome dell’Associazione nella speciale grafica già predisposta:  “L’oleandro” con l’immagine del viso di una donna velata, formato catalogo d’arte, cm 21 x 30. 

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Accettai con la stessa disponibilità che avevo dimostrato per la precedente rivista politico-economica, questa volta solo culturale, ben al di là del riferimento dannunziano. Direttore editoriale era Mario Paglieri, Redattore capo Elena Ledda, Comitato di redazione Bianchi, Ledda, Pinagli, Impaginazione e grafica Ezio Bellot. Dal n. 1 , aprile 2001, di 28 pagine, in apertura il mio “La caricatura segno dei tempi nel costume, nella politica, nella libertà” in 4 pagine; seguono Lucia Loi, “Tamara de Lempicka la ‘dea dagli occhi d’acciaio’”e Nevan  Ozhan, “Le figure femminili dei ‘Romanzi della rosa’ viste dall’Oriente” , Antonio Zollino, “Ricordi del ‘mondo meraviglioso’. Per una rilettura dell’Ernesto di Saba”,e Giulio Ferrari, “Luigi Rizzo conte di Grado e di Premuda” , un ampio saggio di 10 pagine, infine Franco Vincenzi, “La Gioconda di Ponchielli”e Paolo Scalvini, “Le prime ‘manifatture’ cinematografiche in Italia”. 

Anche qui devo dare conto di un numero avanti nel tempo, il n. 6  del dic. 2007- giu. 2008, di 32 pagine, l’ultimo prima del  mio passaggio, sei mesi dopo,  il 2  gennaio 2009,  al giornalismo culturale su siti giornalisti “on line”.Il web-Il “canto del cigno” sulla carta stampata si apre con il mio lungo articolo di 8 pagine, “Viaggio a Istanbul. Porta dell’Oriente, specchio dell’anima”.; poi, Carlo De Carlo, “Reportage di guerra: 8 settembre -16 dicembre 1943.

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L’inizio del Secondo Risorgimento. Ricordi e racconti del bersagliere allievo ufficiale De Carlo” ”,  e di Guido Intini, “Diario dal Lager 23 ,marzo – 31 dicembre 1944. Il trasferimento. Pensieri e sofferenze del n. 37551”, di 6 pagine ciascuno; segue il mio “La ricerca scippata”, e Maria Zannotti, “Il ‘blow up’ del DNA di Rosalind Franklin”, di 4 pagine, chiudono il numero, Marcello Mazzoni, “Il cono d’ombra sui Nobel e il caso Maestrini”, ed Elena Ledda, “Premio di narrativa ‘Maria Chiara. Lo sport: gioco, passione, lealtà”. Ripeto, un bella esperienza.   con Editore e  redattrice-capo il vertice dell’Associazione. Per alcuni anni è uscita una serie di numeri,  sempre con miei ampi articoli e collaborazioni molto autorevoli sui campi più diversi della cultura.

ll titolo di “scrittore” in senso professionale si acquisisce con 2 libri pubblicati, e se si è giornalisti si associa all’altra qualifica e si diventa … “giornalisti-scrittori”. Di libri di me unico autore ne sono stati  pubblicati 2, e molto voluminosi , a distanza di un decennio l’uno dall’altro, in mezzo un terzo libro, più leggero, con un illustre coautore.

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Tutti e 3, devo dire, con una forte impronta giornalistica, e sono stati preceduti … oltre 30 anni prima , dai 6 volumi con l’indagine annuale sulle Prospettive di sviluppo  a medio termine di tutti i settori e comparti industriali, i 2 libri più leggeri ma con maggiore contenuto di analisi economiche rispetto alle rilevazioni previsionali, nel rievocare la prima fase della mia vita anche professionale. Indagini, come quelle che fanno i giornalisti, sia pure svolte in ambito professionale, una premonizione….

La ritengo tale perché il libro di me unico autore del 1997,  “D’Annunzio l’uomo del Vittoriale”, Andromeda editrice, è un libro-inchiesta, ebbe il Premio speciale della  “Associazione chiese storiche” di Palermo – e si vedrà sotto perché – e il “Premio Fiore di roccia”  perché indaga, in modo quanto mai penetrante, sull’ultima fase della vita di Gabriele d’Annunzio negli anni inquieti del Vittoriale.

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Si parte da una testimonianza rivelatrice che ho trovato … in famiglia, il libro inizia con le dichiarazioni testuali molto ampie, riportando poi i risultati dell’apposita indagine per verificarne l’attendibilità anche  illustrando il vasto contesto in cui si collocano, per poi fare un riscontro di quanto acquisito con l’approfondimento in un colloquio finale altrettanto ampio con la testimone, fino alle conclusioni.

E questo per le 3 grandi sezioni tematiche del libro, di 530 pagine, “L’ambiente” con il fascino e il significato del Vittoriale,  “Il personaggio” nella sua vita movimentata e nel suo profilo interiore inquieto,  “Il mistero” nella sua religiosità fino alla fede cristiana nelle confidenze alla testimone e in altre d’epoca, prove rivelatrici rafforzate da immagini, di cui alcune del tutto inedite sempre tenute nascoste per motivi intuibili.

Mi riferisco al forte contrasto del potere religioso con D’Annunzio, le cui opere ebbero ’ostracismo dell’”Indice dei Libri proibiti”, come “letteratura sensuale-mistica” che poteva corrompere le giovani generazioni. In 6 articoli ne ho riassunto l’iter evidenziando quanto l’indagine svolta con la testimone rivelatrice mi aveva fatto accertare.

Mentre il secondo libro, del 2006, anch’esso a mia esclusiva firma, “Rolando e i suoi fratelli, l’America”, Andromeda editrice, è a sua volta un romanzo-verità, con un andamento parallelo investigativo, quindi giornalistico: nasce dalle confidenze di un paesano pretarolo a me molto vicino emigrato in America nei primi anni ’50, che mi raccontò la storia di successo  sua  insieme ai suoi fratelli. Non solo è una conferma che l’unione fa la forza, tanto più nell’impresa sovrumana di avere successo in una terra tanto lontana  e progredita venendo dalla miseria e dall’isolamento della montagna abruzzese.

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Soprattutto  è il rovesciamento positivo di una narrazione che descriveva gli italiani all’estero come mafiosi anche in serie televisive coinvolgenti come “La Piovra”, oltre al più celebre film tratto da un romanzo famoso, tanto che il mio libro viene a definito “la riposta al Padrino”; e in quanto tale è stato elogiato allora in una lettera del Presidente del Consiglio a favore dei connazionali all’estero che ha trovato nel mio libro un aiuto prezioso.

La storia mantiene l’impianto della vicenda reale, ma non riporta, come il libro precedente,  le dichiarazioni testuali che mi fece il protagonista, bensì è romanzata e per 370 pagine ne fa vivere le vicende, dalla partenza al successo con tutti gli ostacoli, le difficoltà e quant’altro. Una storia  simbolo positivo  dell’epopea dell’emigrazione, per questo il libro è stato vincitore assoluto di due Premi letterari, “Terra del Vesuvio” 2008 Salerno,  “Vladimir Nabokov” 2007 Lecce, e ai primi posti, nel 2007, 3° a Palermo e 5° a Roma, finalista, semifinalista e selezionato, negli altri premi  a Novara, Torino e Roma. .

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Il libro intermedio, del 2000, a doppia firma, coautore Luciano Radi politico e scrittore navigato, “La Macchina planetaria. Quali regole nella corsa alla globalizzazione” , Franco Angeli Editore, si ispira invece non al giornalismo d’inchiesta ma al giornalismo economico e politico-economico che ho praticato dall’inizio per oltre trent’anni in via esclusiva, fino alla svolta dell’ultima fase di cui dirò tra poco. Per circa 200 pagine tratta dei forti cambiamenti emergenti, cause ed effetti, possibili anzi necessari interventi per evitare gravi danni, ha il primato… giornalistico di essere stato il primo libro a recare nel titolo la parola “globalizzazione”, una rivoluzione dei mercati che allora era all’inizio.

E che ora sembra giunta al capolinea forse perché è stata incontrollata senza regole di nessun tipo;  con …  preveggenza, con il mio coautore ne avevamo colto la necessità agli inizi e ne avevamo delineato alcune, potevano essere poco fondate o non applicabili nell’incessante corsa alla  “deregulation”, ma forse si poteva prevenire in altri modi, con la percezione dei rischi dell’assenza di controlli, l’attuale sconvolgimento senza freni né limiti. Peccato!

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Ma l’essere stato Direttore responsabile di due periodici e autore di 2 libri più coautore di un terzo, a parte le indagini e gli altri libri “tecnici” che ho citato, non lo sento come la cosa più appagante della mia intensa attività sulla carta stampata. Lo è una cronaca appassionata che scrissi di getto dopo una suggestiva rimpatriata con i compagni dei due anni di liceo a Teramo

Sono 2 pagine di grande formato con 6 colonne per 400 righe in un foglio inserito come supplemento speciale al giornale parrocchiale teramano “La Tenda” del maggio 2001, direttore responsabile don Giovanni Saverioni, che partecipò alla nostra serata di sabato 12 maggio a Paterno, e al nuovo incontro la mattina successiva domenica 13 a Campli. Ebbene, dopo un quarto di secolo diversi compagni e  tutti i professori non ci sono più, rileggere il testo e vedere le due foto inserite fa rivivere con emozione quei momenti scolpiti in me, che condivido in questa rievocazione. 

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La quarta  fase, con la pensione il giornalismo diventa a tempo pieno, e si sposta dalla carta stampata a siti culturali “on line” di Internet

Supero l’emozione passando alla quarta  fase del mio giornalismo appassionato. Anche in questo caso alla base della “svolta” c’è stata una richiesta, motivata come per la direzione di “L’Oleandro” prima ricordata, in aggiunta alla nuova situazione personale da pensionato dopo il decennio dedicato alla scrittura e pubblicazione dei tre libri citati. 

Il libro “galeotto” questa volta è stato “Rolando e i suoi fratelli. L’America!”. Lo avevo dato solo per cortesia a un noto giornalista teramano che aveva presentato la riedizione del libro “Storia di Cristo” di Papini alla “Banca di Teramo”, dicendogli che non gli chiedevo nel modo più assoluto una recezione, la temevo avendo letto sue stroncature a noti autori nella rubrica nel periodico abruzzese “La Città”; mi chiese l’indirizzo e  mail, anche lui solo per cortesia. Era l’ottobre 2008, tutto sembrava finito lì.

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La mattina del 31 dicembre ricevo una sua e mail in cui mi scrive di aver molto apprezzato il mio libro, averne parlato positivamente in una televisione locale, e volerne scrivere una recensione molto favorevole in “La Città”. Ma il suo messaggio andava oltre, allegava 22 domande sul mio libro invitandomi a rispondere, se volevo, avrebbe pubblicato l’intervista sulla rivista giornalistica “on line”  www. cultura.inabruzzo. It, di cui era Vice-direttore.

Non ebbi la minima esitazione, il resto della giornata dell’ultimo dell’anno lo impegnai nella risposta, cenone  a parte, ultimata prima della… mezzanotte. Lo  trasmisi per e mail l’indomani, il giorno di  Capodanno, arrivò la risposta il 2 gennaio con la comunicazione che l’intervista era stata subito pubblicata nel sito. Ma non solo questo, il Vice-direttore mi fece l’offerta di una collaborazione fissa da Roma, purché non estesa ad eventuali poesie.

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Accettai subito con entusiasmo, il mio giornalismo trovava un nuovo canale innovativo, per di più nella mia regione, l’Abruzzo del mio paese e della città dei miei studi medi e ginnasiali. Fu un impegno a tempo pieno, iniziai con l’omaggio al mio “natio borgo selvaggio”, “Il cielo sopra Pietracamela”, del gennaio 2009 poi, dopo una prima fase di ricerca di temi, come corrispondente da Roma, lo diventai per le mostre d’arte.

Etano eventi culturali, presente alle frequenti inaugurazioni nelle varie sedi espositive romane e non solo, con servizi che furono definiti “piccoli saggi”. Sono stati sempre illustrati da fotografie da me stesso scattate, ero uno del giro di cronisti sempre attivo, un ben noto presidente organizzatore  nel vedermi esclamò scherzando  “rieccolo”, ricordo anche questo divertito come allora. https://www.arteculturaoggi.it/wp-content/uploads/2026/05/immagine-unita-definitiva577-935×1024.jpg

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Inviavo i miei servizi  al ritmo di 2 a settimana, al termine del primo anno, il 2009, erano stati pubblicati sul sito un centinaio di miei servizi, il direttore pensava di farne un volume da pubblicare, l’idea non si tradusse nella pubblicazione ipotizzata. Poi sorse un problema, mi disse che i miei servizi erano talmente più seguiti dai lettori di quelli degli altri collaboratori che, riguardando mostre ed eventi romani, quindi non abruzzesi, la rivista rischiava di essere spostata tra quelle a livello nazionale ed  esclusa dall’ambito regionale in cui il titolare era interessato a mantenerla per i rapporti con la Regione Abruzzo.

Pensai di  rimediare  mettendo nel titolo sempre  riferimenti abruzzesi, pur se forzati, ma nell’arte si trovavano, lo feci, problema superato.   Il secondo anno si aggiunsero altre  due riviste “on line” , prima “archeorivista.it” per archeologia e arte antica, poi  “fotografia,guida consumatore.com”. per le mostre fotografiche, pur se meno  frequenti delle altre mostre.

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Il mio impegno era  a tempo pieno, visitavo le  mostre all’apertura assistendo alla presentazione, in seguito mi immergevo nella scrittura del relativo servizio, con ampia narrazione e illustrazioni, da “cronista d’arte” appassionato, e non da “critico d’arte” che non sono mi stato e non sono. La vita, però divenne movimentata quando il titolare, per motivi immaginabili,  chiuse cultura.inabruzzo.it e apri un altro simile collegamento.

Aprì cultura.delle marche.it, mi spostai  ovviamente anch’io sul nuovo sito; fino a ulteriori turbolenze: l’uscita del vice-direttore, nuovi cambiamenti del nome delle testate anche per gli altri due siti, fino alla chiusura definitiva di tutti  e tre i siti nella primavera 2012, dopo tre anni  e mezzo quanto mai intensi. Per di più in questi trasferimenti saltarono le immagini originarie in molti articoli, le ho poi ripristinate in un “hard disk” esterno, non tutte ancora inserite nel sito attuale. 

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A questo punto, poiché i siti di cui ero corrispondente da Roma erano stati chiusi,  divenni editore di me stesso aprendo un mio sito giornalistico  con aruba.it, dal nome www. arteculturaoggi.com che ho alimentato con servizi di pari ampiezze e  immagini nella stessa frequenza in una attività “on line”, sempre a tempo pieno.

Anche qui venne un cambiamento dopo 8 anni molto intensi, il provider “aruba” chiudeva tutti quei siti per un accordo con la Word Press, nella quale ero invitato a spostarmi, lo feci e il mio sito ha dovuto cambiare il suffisso, è divenuto con www. arteculturaoggi.it, il sito attuale. Anche qui, problemi con gli articoli trasferiti senza immagini, sono ancora incompleti, ma il resto è andato liscio, tutto è continuato allo stesso ritmo intenso a tempo pieno, con mia presenza continua alle inaugurazioni delle mostre d’arte .

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Ma non finisce qui, l’irruzione dei “social” nel web ha aperto la possibilità di condividere su una scala ben più ampia del solo  proprio sito “on line”, pur se accessibile anch’esso da qualunque parte del mondo: diversi anni fa, mi giunsero  commenti dal North Caroline di Miriam, che mi ricordava di essere “pretarola”,  vicina alla  casa  materna del miei soggiorni estivi al paese natale 

Pietracamela e aver giocato con me nell’infanzia, aveva messo un “alarm”  che le segnalava l’uscita dei miei articoli sul sito; e da Toronto di Piero Sivitilli,  secondo cugino che finché  fu in paese abitava nella stessa mia piazzetta.  Il “social” Facebook era aperto ai “follower” più attenti, anche  a me sconosciuti, che potevano mettere commenti o soltanto i loro “like”, come tuttora.

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Era il 2020, ho creato  la mia pagina “Romano Maria Levante”, e nelle ricorrenze più importanti vi ho condiviso articoli  pubblicati al momento dell’evento, e sono  stati tanti: dagli anniversari della caduta del Muro di Berlino, e della tragedia delle Torri Gemelle -più di un articolo per ciascun evento –  alla giornata contro la violenza sulle donne e il 25 aprile, alla scomparsa dello scopritore del DNA e di altri personaggi.

Più articoli nuovi su fatti di attualità  e situazione politico-economica, come per le polemiche sul Manifesto di Ventotene e il caso Almasri, Gaza e il salario minimo,  per non citare gli articoli sulle manifestazioni nel mio paese, le mostre e le feste , le sue tradizioni e i suoi personaggi . fino ai 4 articoli sugli interrogativi in merito al quadro politico-economico del 2025 condivisi dal 27 al 31 dicembre 2025.  Sempre molto ampi, con vere narrazioni accompagnate da molte immagini evocative. . .

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Con il dicembre 2025 sembrerebbe finita la mia rievocazione dei cambiamenti nel mio giornalismo, ripeto sempre appassionato. Ebbene, l’ultimo cambiamento, credo rilevante, dal 1° febbraio 2026: non mi limito più a condividere, in via sporadica, i miei articoli che tornano attuali in ricorrenze speciali o nuovi articoli scritti suscitati dall’attualità; ma inserisco apposite serie tematiche con frequenza molto ravvicinata, un articolo ogni 3 giorni, presentato da un ampio Post introduttivo che ne riassume il contesto e il contenuto, con l’immagine di apertura dell’articolo che appare subito appena si accede alla pagina. E si possono scorrere all’indietro le immagini di apertura dei tanti articoli precedenti un una galleria che arriva al 2020 e anche prima, ne ho contati ben 150-

Le serie di articoli finora inserite: dal 2 febbraio 10 articoli sul tema evocato da “L’Aquila capitale italiana della cultura 2026”, con la ripresa dopo il sisma distruttivo del 6 aprile 2009; dal 2 marzo 11 articoli su Gabriele d’Annunzio nel suo mese di nascita e morte, con l’intermezzo del 20 e 23 marzo con due ampi articoli relativi al Referendum sulla riforma costituzionale; dal 3 aprile, giorno di un mio compleanno “speciale”, al 9 maggio, una nuova serie di 13 articoli per me fortemente identitari;  dal 13 maggio, giorno di una mia ricorrenza giornalistica anch’essa “speciale”, una serie di articoli identitari per altri versi, i primi due dei quali, inseriti iil 13 e il  15, recano questa…  autobiografia della mia vita per e con il giornalismo, sempre con passione e assoluta dedizione.

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Un solo riferimento alla seconda fase della mia vita giornalistica, nella doverosa citazione del mio Direttore all’ENI con cui ci furono i due… incidenti di percorso, il mio articolo firmato su Enimont, uscito su “Il Popolo”, e i miei rapporti con il Vice presidente, entrambi a sua insaputa ma non per colpa mia.

Ebbene, dopo l’ENI, ha  raggiunto il vertice del maggior gruppo italiano di telecomunicazioni, la Telecom Italia, in due successive nomine a distanza di pochi anni, ma mi fermo qui; e non cito sue incursioni di alto livello in altri settori imprenditoriali e finanziari, con un gruppo intitolato al suo nome. . Citerò invece le sue successive posizioni di vertice nel campo del tutto diverso ma tanto nobile del settore artistico.

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Siamo in un mondo del tutto diverso e in anni molto successivi, quando ci incontrammo di nuovo, in posizioni molto differenti, la mia di assoluta autonomia, nel mio giornalismo passato dal campo economico a quello culturale, con al primo posto le mostre d’arte che le grandi sedi espositive e  l’importante organizzazione, da lui presiedute in successione, organizzavano a Roma: prima come presidente dell’Azienda speciale Expo, cui facevano capo il Palazzo delle Esposizioni e le Scuderie del Quirinale, poi della Quadriennale di Roma. Ma non voglio ricordare che gli trasmettevo i miei articoli sulle mostre da lui organizzate, dopo pubblicati, non come dovevo fare all’ENI per il lavoro di ufficio per sottoporre i testi alla sua verifica, ero giornalista, non dipendente sia pure in posizione dirigenziale.

Invece mi soffermo su quando lui, il prestigioso Bernabè, mi fece avere il suo libro ”A conti fatti. Quarant’anni di capitalismo italiano”, 2020.  Ripercorreva un lungo percorso, in parte  vissuto anche da me in posizione diversa, ma vicina, ne approfondii il contenuto. E  pubblicai una recensione, anzi una “narrazione”  molto accurata in 4 ampi articoli con tante immagini, poi gliela trasmisi. La  apprezzò e mi rispose complimentandosi e scrivendo “Hai scritto un nuovo libro…”. Negli anni dell’ENI un giorno esclamò: “Non dico che tu sai scrivere, dico che sai pensare”. Non l’ho dimenticato.

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E voglio concludere la mia appassionata… autobiografia giornalistica presentando i 3 articoli successivi, per me identitari perché in omaggio a un grande personaggio scomparso il 15 aprile, un mese esatto da oggi, il prof. Emmanuele F. M. Emanuele, una eccellenza in tanti campi prestigiosi, dallo sport alla finanza, dall’impresa all’assistenza benefica, dalla  poesia alla promozione dell’arte. Iniziò in gioventù nello sport, olimpionico di scherma e pallanuoto, docente universitario e autore di testi di Scienza delle finanze, persino di premiati libri di poesie, ideatore e organizzatore del’annuale “maratona “ poetica “Ritratti di poesia” al Tempio di Adriano e poi all’Auditorium della Conciliazione, una giornata intera con i maggiori poeti, nel CdA di grandi imprese e nella direzione di Associazioni.

Soprattutto presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Roma la più grande del paese, e in quanto tale impegnato nel promuovere e organizzare mostre d’arte nelle due sedi romane al Corso, anche presidente per anni del Palexpo con incessanti grandi mostre nelle due primarie sedi espositive del Palazzo delle Esposizioni e delle Scuderie del Quirinale, mi fermo qui e non è tutto.

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Ne ho seguito l’incessante attività raccontando le moltissime mostre d’arte e le annuali “maratone” poetiche in ogni anno èer 16 anni dei “Ritratti di poesia”. I tre articoli che intendo condividere su Facebook, come primi della mia serie identitaria dopo questi due della mia … autobiografia giornalistica riguardano non tali “maratone” – che rievocherò in apposite serie pià avanti – ma uno spettacolo al Quirino, con la sua poesia divenuta teatro, e il Premio Montale che gli fu conferito, ricordato in 2 articoli.

E non posso non concludere con una sua espressione di apprezzamento nei mie riguardi, quanto mai generosa: Dopo aver presentato una mostra, rivolto agli invitati che si accalcavano intorno a lui – io mi ero avvicinato per salutarlo –  esclamò ad alta voce indicandomi: “Ecco il più grande giornalista d’arte! ”. Una iperbole da me del  tutto immeritata, ovviamente, una battuta scherzosa, ma come dimenticarla? Mi sembra di dover chiudere così la mia … autobiografia giornalistica grato al grande personaggio da me tanto seguìto e ammirato, e a coloro che hanno potuto rileggerla. Grazie veramente-

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Le 25 immagini, tutte personali, sono inserite perchè rappresentano sia i 2 grandi volumi, sia i 2 Periodici craati sempre in un lavoro giornalistico compiuto per lo più al di fuoti del lavoro cui sono stato reponsabile come dieigente prima in Confindustria, poi dopo alcuni anni all’ENI fino alla definitiva, in qualche anticipo, della Pensione. Dopo la quale il lavoro giornalistico fu nelle intere giornate in modo continuo con una serie infinita di mostre d’arte viste e fotografate con una attività intensissima. Le 25 immagini, che non commentiamo essendo ricordi di tati anni da considerare semza commetarle. Nelle prime 2 e nelle ultime due si riportano foto del conferimento a me dei 50 anni di giornalismo, come ho fatto nelle identiche foto nel 1° articolo già inserito giorni fa: soltanto che qui liimmagine è la targa in primissimo piano, la seconda i presenti seduto, in seconda fila sono seduto io con il paesano pretarolo che mi ha accompagnato, le ultime due altre immagini, così nei due articoli sono in tutto otto. In queste immagini seguono, dopo le 2 citate, 5 immagini sui miei libri “D’Annunzio, l’uomo del Vittoriale” e “Rolando e i suoi fratelli, l’America”, seguite da 2 immagini sui nuovi Periodici “L’oleandro” e “Nuiva dimensione” forografate nel mucchio cui si riferiscono. Seguono il mio articolo sul “Popolo” in ricordo del Presidente morto, che già abbiamo ricordato nel 1° articolo con la sua gratitudine per l’ultimo mio articolo in omaggio alla sua Banca d’Italia. Poi la lettera sul mio articolo, anni prima che diventassi giornalista su “24 Ore” , di cui si parla nel 1° articolo, e 5 lettere a me con i ringraziamenti di vari presidenti , Poi 6 lettere a me di grandi presidenti, le prime due del Ministro che aiutai in poche ore e mi salutò dopo essere morto nell’estate in cui scomparve. Seguono 6 articoli miei, anche su nome diverso ma mio, fino al “Reportage sulle ‘virtù'” che in 2 pagine lunghissime unite a un giornale di una chiesa teramana considera tutto con una citazione completa di serate ammirevoli. La chiusura delle due foro, come già detto, riguarda i 50 anni.

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Referendum sulla riforma, le contestazioni e gli argomenti a favore, premessa e conclusione

di Romano Maria Levante

A differenza dei miei tanti articoli sulle mostre di arte, su eventi culturali  e, alle volte, anche sulla situazione economica e politica, oggi mi esprimo in prima persona singolare, e non plurale come sempre. Il plurale è una condivisione della Rivista culturale, la prima persona è la mia posizione individuale. Riguarda il  Referendum di domenica e lunedì prossimi, 22 e 23 marzo 2026, sulla riforma di alcune norme della Costituzione nell’importante tema dell’ordine giudiziario. Inizio subito con alcuni precisi riferimenti agli articoli della Costituzione rimasti immutati nei commi fondamentali, che fanno praricamente cadere la materia del contendere, in quanto fanno venre meno i motivi per le contestazioni. Non sono considerati non solo dai contestatori della riforma, ma spesso neppure da taluni difensori pur autorevoli, con parole in libertà facilmente strumentalizzate in un processo alle intenzioni dissennato, e se ci fossero non sarebbero attuabili. Anche perchè le pur giuste affermazioni, come quella sull’efficienza, vanno motivate, altrimenti cadono. Chi non ha tempo basta che legga il ptimo paragrafo di questa nota – necessariamente lunghissima perchè argomantata in dettaglio – omettendo di andare avanti nei 12 paragrafi successivi dedicati ai singoli aspetti della riforma. Potrà solo scorrerli per dilettarsi nelle tante immagini, sulle ragioni rispettive del NO e del SI. .

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In effetti, l’unica modifica della riforma, o se si vuole il cuore della riforma, è questa: la separazione delle carriere tra PM e Giudici con la conseguente scissione del Consiglio Nazionale della Magistratura in due organismi paralleli; in relazione a ciò, una nuova Alta Corte disciplinare in sostituzione dell’attuale Sezione disciplinare interna al CSM; inoltre, sorteggio e non più elezione interna per rompere l’assoggettamento attuale del CSM – nelle sue valutazioni interne e nell’azione disciplinare – alle correnti cui è iscritto 1/5 dei magistrati, che oggi prevale sugli altri 4/5 con la loro professionalità mortificata a favore dei primi in tutte le funzioni del CSM, da quelle sulle carriere personali a quelle disciplinari. E questo nuoce anche all’efficacia della Giustizia. E sono correnti legate storicamente quanto strettamente ai partiti politici, cosa innegabile. .

Gli articoli della Costituzione immutati, che smentiscono le irragionevoli contestazioni alla riforma

Ciò premesso, basta leggere i commi degli articoli della Costituzione rimasti immutati, per smontare le pur debolissime e pretestuose argomentazioni contro la riforma: ne sono stati mutati sostanzialmente soltanto 2, il 102 e 105, negli altri 5 solo ritocchi conseguenti, altro che “stravolgimento della Costituzione”, si vede chiaramente se non si è oscurati da faziosità e posizioni di parte, che si tratta al contrario della sua attuazioe. . Si inizia con l’art. 101: “La giustizia è amministrata in nome del popolo. .I giudici sono soggetti soltanto alla legge”. E soprattutto l’art. 104: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere…. Il Consiglio elegge un vicepresidente fra i componenti designati dal Parlamento”.

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Anche l’art. 105: “Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”. Poi l’art. 107: “I magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del Consiglo superiore della magistratura [modificato nei due Consigli], adottata o per i motivi e con le garanzie di difesa stabilite dall’ordinamento giudiziario o con il loro consenso…. I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni. Il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario”. Ed ora l’art. 108: “Le norme sull’ordinamento giudiziario e su ogni magistratura sono stabilite con legge”. L’ignorato del tutto art.109: “L’.’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria” , seguito dall’art. 110: “Ferme le competenze del Consiglio superiore della magistratura, spettano al Ministro della giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia”. Infine i due articoli calati nell’Ordinamento con la riforma: art. 111: “La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge.. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale..”. Fino all’art. 112: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale” . Tutti articoli immutati, salvo i commi sul CSM e il suo raddoppio, con la divisione delle carriere. .

E come attuare il “giusto processo” definito dall’art. 111? Non era quello allora vigente, come si vede nella VII delle “Disposizioni transitorie e finali” della stessa Costituzione: “Fino a quando non sia emanata la nuova legge sull’ordinamento giudiziario in conformità con la Costituzione, continuano ad osservarsi le norme dell’ordinamento vigente.”. L’adeguamento alla Costituzione fu alla base della riforma del Codice di procedura penale del 1989 fatta dall’allora Ministro della giustizia, Giuliano Vassalli:: al procedimento inquisitorio del residuo fascista sostituì quello accusatorio, ma non potà attuare la separazione delle carriere per il “giudice terzo e imparziale” per la forte ostilità dell’Associazione Nazionale Magistrati, dominata dalle correnti, analoga a quella attuale, che ha prodotto scioperi, manifestazioni e il Comitato per il No alla riforma. Per questo l’attuazione rimase incompleta, con tutte le dsfunzioni che seguirono, perchè la recente riforma della Ministra della giustizia Cartabia sulla parziale separazione delle funzioni non riguarda la carriere che invece restano unite ma sono decisive.

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Ognuno può verificare la rispondenza della riforma rispetto a tutti gli articoli sopra riportati lasciati immutati, che bloccherebbeo i tanti tentativi vaneggiati nel “processo alle intenzioni” – sventolato per motivi politici – per l’azione pronta e decisiva della Corte Costituzionale. E rispetto alla maggiore, ossessiva contestazione, di voler assoggettare con la riforma il sistema giudiziario e l’esercizio della Giustizia alla politica per avere impunità, basta dire che avviene invece l’inverso: la riforma libera il sistema dalla politica”tout cout” dei partiti e non solo giudiziaria nelle correnti che dominano il CSM assoggettando – con favoritismi e lottizzazioni in assunzioni e assegnazioni, trasferimenti e promozionin che sono le sue funzioni – i 4/5 dei magistrati a 1/5 iscritto alle correnti, mortificandone i meriti per bravura e impegno; e coprendo nella Sezione disciplinare gli errori e gli abusi dei propri elettori protetti , cosa che si traduce in inefficienze e danni ai cittadini paer la sensazione di impunità, in una giustizia”domestica” fortemente corporativa.

Potrei finirla qui, ma aggiungo qualche scampolo, “fior da fiore” in questo confronto quanto mai semplice., senza citare il testo degli articoli di riferimento, sopra riportato, soltanto il numero.. Art. 111, soltanto la funzione disciplinare viene eliminata dalla competenza del CSM e assegnata alla nuova Alta corte disciplinare, non le precedenti che sono funzioni analoghe e appaiono normali adempimenti. Ma il modo con cui vengono minate anch’esse da lottizzazioni di comodo porta alla conseguente modifica del meccanismo di nomina dei membri del CSM, con il passaggio dall’elezione interna – su liste delle correnti – al sorteggio introdotto dalla riforma . Questo perchè i candidati votati, tutti appartenenti a correnti politicizzate e collegate a partiti politici, una volta eletti sottostanno alla loro appartenenza, favoriscono i loro compagni di corrente in lottizzazioni e scambi con gli altri eletti in una diversa corrente, sia nelle assunzioni e assegnazioni, trasferimenti e promozioni,. sia nei prcedimenti disciplinari come dimostrato ampiamente dai fatti.

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La quota dei laici, sorteggiati in un “canestro” prediposto e votato dal Parlamento in seduta comune resta, anche nella riforma, di 1/3 rispetto ai 2/3 dei magistrati, e nell’Alta corte diciplinare scende addirittura da 1/3 della Sezione attuale, a 1/5. La composizione del “paniere”per i laici da cui estrarre i 10 membri dei 2 nuovi CSM spetta ancora al Parlamento, con il voto in seduta comune dei 3/5, come avviene oggi quando, però, si vota su un pacchetto bloccato di nomi precisi scelti dai diversi partiti in quote, non dalla sola maggioranza; mentre per i 2 nuovi CSM , saranno sempre estratti a sorte, sia pure su un”paniere” concordato che potrà essere anche vasto per evitare forti aderenze politiche, è comunque necessaria una limitata selezione. E il ruolo del CSM, qundi anche dei membri togati, non riguarda diffcili azioni organizzative dell’Ordinamento, che spettano al Ministro della Giuistizia, nè di difficile “autogoverno”, parola non contenuta nella Costituzione.. Le analoghe capacità professionali dei magistrati, “mutatis mutandis”, che legittimano il sorteggio, riflettono la loro differenza solo per le funzioni, di cui all’art. 107. Per finire con le insensate accuse di voler togliere la polizia giudiziaria dalla disponibiltà della magiostratura e far sottrarre i “colletti bianchi” e i politici dall’azione del PM, vietate rispettivamente dagli artt. 109 e 112. E la Corte cotituzionalòe interverrebbe immdiatamente blocando ogni iniziativa in contrasto con tali principi, va ribadito ancora.

Non sono le mie, opinioni personali, pur senza prevenzioni né schieramenti, ma mere constatazioni. Ho atteso la giornata odierna, vigilia della tregua elettorale, per cogliere le rispettive ragioni fino all’ultimo in modo da presentare un quadro completo di valutazioni ragionate, e dare un aiuto almeno gli indecisi. Ma nel leggere proprio ieri sera interamente gli articoli della Costituzione ho visto che non sarebbe servito farlo, tanto è tutto inequivocabile. L’analisi in dettaglio però, l’avevo già effettuata, ed essendo nettamente separati i vari temi e le relative valutazioni, per di più in un’ampia esposizione ruiferita alle specifiche contestazioni, può servire ugalmente di ausilio, come mi è venuta prima della verifica costituzionale finale che ha tagliato al testa al toro, e ho premsso al testo dell’articolo già pronto. Ovviamente quelle seguite con particolare attenzione sono le ragioni del NO, dato che quelle del SI sono alla base del lungo iter parlamentare, quindi ben note. Data la lunghezza, avrei scisso l’articolo in 3 puntate… come faccio sempre, ma ho voluto metterlo intero alla vigilia del silenzio elettorale per essere aggiornato fino all’ultimo, né il giorno dopo che sarebbe proprio la vigilia da rispettare. E ho fatto la “scoperta” risolutiva. Sege l’analisi dettagliata e accurata fatta in precedenza, in 12 paragrafi, sui singoli temi, in parte ripetitiva e pleonastica, data la mia “scoperta”, ma attinente in modo specifico alle singole contestazioni, quindi resta di qualche utilità. .

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Il contenuto della riforma costituzionale del CSM e le motivazioni

In sintesi, si parte dalla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti – PM e giudici – per completare l’attuazione del processo accusatorio, e quindi, per conseguenza, sdoppiare il Consiglio Superiore della Magistratura, ora unitario, in due organismi di pari livello costituzionale, entrambi presieduti dal Capo dello Stato, come quello attuale, mantenendo le stesse proporzioni di rappresentanza tra i membri togati, i magistrati, e i membri laici: 2 terzi per i primi, un terzo per i secondi, 20 togati e 10 laici. Nella  riforma –  considerata “dovuta” per completare la revisione del sistema passato da inquirente ad accusatorio con la lontanissima riforma Vassalli – viene mutato il procedimento per la scelta dei membri: non più elezione diretta con votazione da parte dei magistrati per i 20 membri togati, né del Parlamento in seduta comune per i 10 membri laici, ma sorteggio tra  i magistrati per i togati e sorteggio da un “paniere” di professionisti, avvocati, ecc. qualificati, composto da un voto del Parlamento con i 3 quinti, come finora, in seduta comune , ma con la scelta finale anche qui per sorteggio. Il motivo, porre termine al dominio, sul Consiglio Superiore della Magistratura, delle correnti politicizzate che, con favoritismi e lottizzazioni, toglierebbe la dovuta imparzialità all’esercizio delle funzioni del CSM, relative ad assunzioni e assegnazioni, trasferimenti e promuzioni.

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Ultimo intervento di riforma,  l’istituzione di un’Alta corte disciplinare per i relativi procedimenti di sanzione o proscioglimento dei magistrati cui si attribuiscono mancanze gravi, funzione finora attribuita ad una Sezione speciale interna al CSM, mentre l’Alta corte che verrebbe istituita dalla riforma è del tutto esterna, formata da  magistrati di Cassazione per 3 quinti, membri scelti dal Capo dello Stato per un quinto, e membri laici per un quinto, tutti scelti per sorteggio, tranne quelli lasciati alla scelta autonoma del Capo dello Stato: su 15 membri, 9 magistrati, 3 scelti dal Presidente, 3 estratti a sorte, come i magistrati, in forme analoghe al sorteggio del CSM, “mutatis mutandis”. L’incidenza dei membri laici scenderebbe a un quinto rispetto ad un terzo, che è la proporzione attuale nel CSM, riflessa naturalmente sulla composizione della Sezione disciplinare..  Con l’Alta corte esterna l’azione disciplinare sarebbe imparziale e autonoma, non più “domestica”, il giudizio sui sottoposti ai suoi procedimenti, finora è stato affidato a coloro dai quali sono stati eletti, con evidente rischio di favoritismo; tanto più che alle elezioni concorrono le correnti ovviamente protettive dei loro associati, 2100 su 9600 magistrati totali, poco più di un quinto. . Questo il contenuto essenziale della riforma, salvo errori od omissioni, con le ragioni del SI presentate all’inizio di voler rompere questo dominio di correnti anche legate alla politica, spesso tendenti alla lottizzazione contro il merito, e attuare appieno la Costituzione .

Si è accesa la campagna elettorale, le ragioni del NO hanno avuto un tono sempre più concitato, con una crescente politicizzazione del dibattito che dalle contrapposizioni sul contenuto della riforma è divenuto quanto mai fazioso. Di seguito riassumo le mie considerazioni, prima sui temi di natura tecnica, poi su quelli di natura politica, in una contesa tra fautori del SI alla riforma e fautori del NO, sempre più scomposta.

La separazione della carriere, la “cultura della giurisdizione”

Sulla separazione delle carriere, i fautori del NO motivano la loro contrarietà  denunciando che in questo modo –  allontanandolo dai giudici finora contigui –  il PM verrebbe meno al “principio della giurisdizione”, che lo obbliga a ricercare anche le prove a favore  dell’indagato, e si trasformerebbe in uno spietato  “prosecutor” di tipo americano rivolto soltanto ad accusare anche se ha prove a favore, come il difensore che non considera le eventuali prove contro il proprio assistito. Tanto più avendo un proprio CSM, che  accrescerebbe la potenza del PM a danno dei cittadini indagati, si dovrebbe per questo respingere la riforma.

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Ma mi sembra che in questo modo non si tiene conto della realtà, cioè che nei fatti il PM non cerca le prove a favore, o non le considera, altrimenti non si spiegherebbe il 50-60% di assoluzioni degli imputati, dopo una via Crucis giudiziaria  di anni e i risarcimenti da parte dello Stato per l’indebita detenzione, che non riparano i gravi danni subiti. E non si tiene conto neppure del fatto che la ricerca delle prove  a favore resterebbe comunque con la riforma, perché non è stata abolita con l’intervento sulla Costituzione, dato che l’apposita norma del Codice di procedura penale resta intatta. Ma l’argomento fondamentale a favore della separazione è il completamento del processo accusatorio introdotto intorno dallla riforma dell’allora ministro della Giustizia Giuliano Vassalli per dare maggiore protezione agli imputati che nel processo inquisitorio erano senza difesa nella fase iniziale dominata dal giudice istruttore strettamente collegato al PM.: la prova contraria si sarebbe dovuta formare nel dibattimento, dove si sarebbe andati in assoluta parità tra PM e difensore, nel modo più rapido per garantire maggiormente l’accusato.  

La separazione delle carriere, che doveva completare la riforma, a cui la Magistratura si è opposta fin da allora, non c’è stata, e la commistione tra accusatori e giudici -uniti dalla stessa carriera e formazione – ha lasciato il  GIP  e GUP – che decidono sulla richiesta di rinvio a giudizio del PM –  fortemente influenzati dal PM, come dimostra l’altissima percentuale di accettazione delle richieste del PM  con rinvio a giudizio, smentita poi  dall’ampia maggioranza di assoluzioni, il 50-60% in Italia, il 7% in Germania, a stare ai dati disponbili. . A questa “malagiustizia” diffusa a danno dei cittadini concorre, oltre alla contiguità tra accusatori e giudici nella stessa carriera, soprattutto il predominio delle correnti con i suoi favoritismi che premiano anche i magistrati negligenti – e causa di errori non scusabili, non di valutazioni pur discutibili ma legittime-  che producono danni, risarciti dallo Stato;  mentre loro non vengono sanzionati se non in una percentuale infima da censure, ammonizioni senza effetto, con eccezioni veramente  insignificanti con rare incidenze sulla anzianità fino alla radiazione, quasi sconosciuta. 

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Il sorteggio dei membri del CSM, la “rappresentatività”

Le ragioni del NO su questo piano sembrano del tutto inconsistenti, ma toccano anche la scelta dei membri del CSM, non più con votazione dei Magistrati che- come di è detto, sono pur se in parte minore organizzati in correnti che perà presentano i propri candidati tra gli iscritti – ma con sorteggio. Ne viene anzitutto negata la legittimità, in quanto minerebbe il principio democratico della “rappresentanza”, che non può essere negato ai Magistrati, quindi sarebbe anticostituzionale. Ma non si considera che con la riforma non vengono sciolte affatto le correnti, restano come legittime aggregazioni secondo orientamenti culturali, come dicono, o soprattutto di natura politica come avviene oggi, le principali sono Magistratura Democratica di sinistra, Magistratura indipendente di centro destra.  Però le correnti politicizzate non possono essere fatte valere per un organo di amministrazione che non può venire dominato da schieramenti politici, anche portati nel piano giudiziario, tanto più che determinano favoritismi nelle carriere, promozioni e spostamenti, a protezioni disciplinari con la conseguenti mortificazioni del merito dei non iscritti alle correnti, e sono la maggioranza –  7500 magistrati non iscritti rispetto ai 2100 iscritti  – che attualmente vengono ingiustamente penalizzati. E non ha senso osservare in modo beffardo che potrebbero essre sorteggiati anche gli apprtenenti a una sola corrente, e addirittura a organizzarsi in correnti nuove o aderire a quelle esistenti dei sorteggiati; Giudicherebbero sempre in “scienza e coscienza” in quanto nom sarebbero debitori alle correnti della loro elezione e quindi non ne subirebbero la minima influenza, anche se fossero tra gli aderenti vecchi o nuovi

 Le correnti verrebbero escluse soltanto nella scelta dei membri del CSM, senza alcun vincolo o limitazione della loro attività  associativa nell’ambito della Associazione Nazionale Magistrati, che si manifesta in Convegni e altre legittime attività.  E le forti critiche dei fautori del NO al sorteggio non sono condivisibili, non  essendo stati presentati sistemi migliori  per ottenere lo stesso risultato. Obiettano che verrebbe squalificato,  quindi indebolito il CSM, nei membri togati, scelti a caso e non per le loro qualità, come avviene nelle elezioni; senza considerare che tutti i 9600 magistrati del corpo elettorale sono qualificati per l’altissima funzione giudiziaria.: Quindi del tutto adeguati per valutare l’attività, analoga alla propria, dei loro colleghi in promozioni, spostamenti e simili, e nella Costituzione viene sancito che si differenziano soltanto per le funzioni, per cui si potrebbe al massimo creare anche qui, nella legge attuativa,  un paniere da cui estrarre, escludendo i Magistrati nuovi entrati ancira senza esperienza  e nelle funzioni iniziali.

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D’altra parte, come contestarne le capacità personali, se il 98,5% e oltre, ha valutazioni “eccellenti” dall’attuale CSM? . Appare senza senso il riferimento che i fautori del NO fanno sull’amministratore del Condominio fino al Sindaco che sarebbe irrazionale estrarre a sorte. Ma nel Condominio possono esserci tanti incapaci per tale ruolo, tanto più tra tutti i cittadini  del Comune, non lo sono i magistrati che svolgono tutti un ruolo ben più elevato e complesso, selezionati nel concorso per disporre di libertà individuale e fortune dei cittadini.

Ma non si considera neppure che, proprio nel campo della Giustizia, il sorteggio viene utilizzato addirittura per scegliere i giudici chiamati per gli eventuali procedimenti a carico del Capo dello stato e dei Ministri, nonché per le Commissioni esaminatrici al fine di garantirne l’imparzialità, fino ai componenti popolari delle Corti d’Assise, questo senza selezioni dovendo esprimere solo la volontà comune, nel campo delle libertà individuali, dove la parte tecnica è completamente affidata ai giudici togati. Né sembra pertinente la forte critica che i fautori del NO fanno con particolare enfasi e una insistenza martellante: osservano  che nel sorteggio per il CSM ci sono due pesi e  due misure, dato che mentre per i membri togati avviene tra tutti i magistrati, per i membri laici soltanto su un “paniere” formato con un voto in Parlamento, tra professionisti con particolari requisiti e non tra tutti quelli che li posseggono, in una scelta politicizzata. In tal modo i politici avrebbero una formazione compatta, ben qualificata a politicizzata, i magistrati sarebbero cani sciolti soggetti alla loro influenza.

A parte che non è ipotizzabile nessuna formazione compatta –  in quanto come avviene ora con l’elezione in Parlamento includerebbe anche soggetti dell’opposizione – i Magistrati non sono sprovveduti e non si tratta di una battaglia politica ma di valutazioni sui meriti individuali, in base a considerazioni tecniche, per le quali la politica non serve e soprattutto non deve entrare, e nemmeno capacità organizzative, devono valutare l’azione svolta dai colleghi nei procedimenti, in base alla propria esperienza personale proprio in quel campo.

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L’Alta corte disciplinare, “l’inappellabilità”

Per l’altro fondamentale contenuto della riforma, l’istituzione di un’Alta corte disciplinare per le misure da prendere verso i magistrati che possono aver violato le norme professionali arrecando anche gravi danni ai cittadini, l’opposizione dei fautori del NO si collega a quella sulla separazione della carriere: si vuole, anche sul piano disciplinare, mantenere un sistema che, con l’apposita Sezione interna al CSM, favorisce i protetti dalle correnti con l’impunità dimostrata dai fatti, in una visione comunque corporativa che incide anche sull’efficienza del sistema giudiziario. Infatti, i magistrati  si sentono protetti e quindi, non stimolati all’impegno se non ne hanno la passione e la corretteza come tanti, sanno che non rischiano penalizzazioni o sanzioni anche se deviano dalla diritta via, non per le libere valutazioni anche se corrette nelle fasi ulteriori. 

Si comportano in modo negativo, come è stato detto da un magistrato dalla lunga esperienza che “c’è chi lavora 12 ore al giorno e chi 12 ore al mese” senza che vi sia alcuna differenza nel trattamento, magari viene premiato il secondo se favorito dall’appartenenza alle correnti. Né sono pertinenti le critiche al sorteggio, qui riservato ai giudici di Cassazione più esperti per la scelta dei 9 membri togati, al Capo dello Stato per altri 3 membri e a un “paniere” qualificato per i 3 membri laici, che scendono da 1/3 del CSM attuale, riflesso sulla Sezione disciplinare, a 1/5 quinto. E si è avuto il coraggio di affermare in TV, da un autorevole fautore del NO; che l’Alta corte disciplinare sarebbe dominata dai membri politici: 1/5 rispetto ai 4/5! Assurdo!.

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L’Alta corte disciplinare è esterna al sistema che deve controllare per dare garanzie di “imparzialità”, come ogni giudice deve essere terzo e non interno allo stesso gruppo o corporazione soggetta al sui esame, la “terzietà”  testualmente citata nel relativo articolo della Cotituzione come protezione dei cittadini nel processo. Per ultimo, su questo punto, si contesta anche da parte dei fautori del NO, l’inappellabilità delle sue sentenze dinanzi alla Corte di Cassazione, come avviene invece per le sentenze della magistratura ordinaria. Ma che senso avrebbe sottoporre alla Cassazione i provvedimenti se i giudici togati dell’Alta Corte sono tutti della Cassazione, anzi in livelli elevati,   e sorteggiati, per garanzia di imparzialità, come per gli altri giudizi delicati che ho prima citato? Ripeto che i membri cassazionisti dell’Alta corte sono ben 9 su 15, più 3 scelti dal Capo dello Stato, e soltanto 3 sono laici, quindi con una presenza molto inferiore a quella  dei giudici popolari nelle Corti d’assise, saranno 1/5 del collegio.  Si osserva anche che in modo paradossale l’Alta corte avrebbe competenza  solo per irrogare le sanzioni inferiori, mentre per quelle superiori, le uniche efficaci, resterebbe al CSM. Ma l’apparente “antinomia” tra due articoli della Costituzione, 105 e 107, il secondo corretto solo nei 2 CSM, potrebbe essere superata dalla prevalenza del primo articolo, che nelle modifica introdotta elimina la funzione disciplinare dalla nuova competenza dei 2 CSM, oltre che dalla “ratio” inequivocabile di tale radicale modifica. Potrebbe venire superata l’apparente “antinomia” con la notifica dell’Alta corte delle  sue conclusioni, con le sanzioni maggiori, da ratificare dai 2 CSM, per non porre all’esterno radiazioni e sospensioni da formalizzare soltanto. Altrimenti dirimerebbe il conflitto di attribuzioni la Corte costituzionale e, se necessario verrebbe fatta la correzione all’art. 197 – attivando la procedura di revisione costituzionale – per elimnare del tutto quella attribuzione che svuoterebbe la funzione della nuova Alta corte disciplinare. Tanto spazio per i cavilli, dopo le beffarde allusioni, ma l’eventuale problema sarebbe facilmente risovibile.

Il “processo alle intenzioni”, il presunto controllo del governo sulla magistratura

Qui termina la parte “razionale” delle obiezioni del NO alla riforma che per le motivazioni che ho riportato – ora non ne ricordo altre sul piano tecnico – viste in modo neutrale mi sembrano del tutto infondate. E questa mia valutazione trova una involontaria conferma da parte dei fautori del NO che nell’ultima fase  della campagna… elettorale –  almeno nei confronti e interventi pubblici a me noti – si sono spostati completamente dal contenuto della riforma a due aspetti, per loro decisivi.

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Il primo aspetto da loro sostenuto con insistenza, divenuto ormai l’unico motivo,  va oltre i contenuti effettivi della riforma, che vengono ignorati, forse perché considerano poco efficaci e fondate le obiezioni su questo piano. Passano a un vero e proprio “processo alle intenzioni” sostenendo che – sebbene la riforma  mantenga intatta la parte dell’art, 104 della Costituzione che garantisce “l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario rispetto agli atri poteri” –  vi è un disegno di sopraffazione della Magistratura da parte del potere politico, anzi del governo, per assicurarsi impunità dinanzi alle proprie violazioni delle leggi che i Magistrati non potrebbero più far rispettare perché impediti dalla politica. E quando vengono invitati a indicare quale modifica della riforma porterebbe a questo, replicano che è soltanto un primo passo in tale deprecabile direzione contro al quale si devono mobilitare i cittadini minacciati, bocciando la riforma con il loro voto.

Mentre, come abbiano visto nell’analisi delle obiezioni di natura tecnica, la riforma sembra perseguire l’orientamento opposto: con la neutralizzazioni delle correnti politicizzate nell’attività dell’organo chiamato di “autogoverno” – parola non contenuta nella Costituzione – il CSM, attraverso il sorteggio dei suoi membri,  oltre allo sdoppiamento in due organismi entrambi costituzionali e presieduti dal Capo dello Stato. Perché la politicizzazione delle correnti non è limitata all’aspetto giudiziario, ma attiene alla politica partitica, come hanno mostrato gli incontri spartitori con parlamentari di partito venuti alla luce nel “caso Palamara”, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati all’epoca dello scandalo.  E per quanto riguarda la realizzazione del disegno di sopraffazione della Magistratura da parte non più della politica in generale, ma dal governo citato espressamente, vengono citate autorevoli dichiarazioni di alti membri del Governo, che possono farlo prevedere inevitabile, per cui ne dirò in conclusione dopo aver riportato tali dichiarazioni.

Denunciano che per realizzare questo disegno nascosto, viene fortemente “indebolito” il CSM dividedolo in 2 in una logica di “divide ed impera” da combattere fermamente. Potrebbe essere così se ne venissero dimezzti i membri, ma restano di 30 in entrambi, inoltre presieduti dal Capo dello Stato. Quindi semmai ne viene raddoppiata, quindi rafforzata la presenza, oltretutto di due “legioni” distinte, PM e Giudici, che possono fare manovre di accerchiamento come nelle strategie militari più avanzate rispetto alle “quadrate lgioni”. Dunque, “raddoppia e fa imperare” il CSM con i 2 nuovi CSM, pensre l’inverso è palesemente irragionevole.

Tornando al merito, i fautori del NO, non trovando argomenti validi di critica ai contenuti  della riforma, anzi argomenti in senso opposto, presentano quelle che per loro sono le prove di queste intenzioni oblique, inconfessabili ma per loro esistenti, senza il minimo dubbio.  E sarebbero le dichiarazioni di alti esponenti soprattutto governativi, dal Ministro della Giustizia Nordio, confermate da parlamentari, anche da parte della sua potente capo di Gabinetto, al Ministro degli esteri, fino alla presidente del Consiglio.

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Le “prove” del disegno, le parole del Ministro della giustizia e della Presidente del Consiglio  

Consideriamo queste presentate come “prove” ad una ad una, frenando lo sconcerto per le vere  e proprie manipolazioni, fino alle volute mistificazioni e vere falsificazioni operate, anche da giornalisti che dovrebbero avere, pur se schierati, la correttezza professionale di non alterare i fatti. Iniziamo con il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il quale disse, nella fase iniziale della campagna, di non capire come mai la leader del maggiore partito di opposizione contrastasse la riforma, che la avvantaggerebbe se andasse al governo, tanto più, aggiungiamo noi, che le elezioni del 2027 sono vicine, e l’opposizione sembra sicura di vincere. E qui il “processo alle intenzioni” mostra la sua manipolazione. La riforma viene presentata come positiva per il Paese, eliminando le degenerazioni politiche, anche afavore della maggioranza, con le distorsioni  e storture che danneggiano i cittadini, e in certi casi anche il governo nell’attuazione del suo programma. Questo per il venir meno del CSM lottizzato politicamente dalle correnti al compito di svolgere la sua attività fondamentale, in modo corretto e responsabile, al posto di favorire pronunce illegittime e gravemente dannose.

Ad  ulteriore prova viene presentata un’affermazione della parlamentare Mantone, della Lega, già magistrato, la quale non sapendo di essere in onda, disse che era d’accordo con Nordio, ma certe cose non si dovevano dire, pur pensandole. E’ ovvio ritenere che si riferiva alla possibile manipolazione, del resto è stata fatta dando alle parole di Nordio un significato opposto al contenuto, come invano ha precisato pià volte invano. Non se ne tiene conto, continua ossessiva tale accusa in TV senza che giornalisti compiacenti la correggano.

E passiamo alle insistenti affermazioni, ripetute in TV e anche nell’ultimo comizio sul Referendum, secondo cui con la vittoria del SI non si avrebbe più la liberazione di emigrati irregolari, sebbene riconosciuti stupratori e delinquenti di ogni risma, né situazioni deprecabili come il caso Garlasco e quello della famiglia nel bosco dovuti all’azione deplorevole di alcuni magistrati, a cui la riforma impedirebbe tali abusi. E’ evidente che si tratta di situazioni che fanno leva sull’opinione pubblica  e la propaganda del SI tende a sfruttare, anche se sembra inappropriato che lo faccia il presidente del Consiglio nel suo ruolo istituzionale. Con la riforma non vi è alcuna incidenza diretta sui singoli procedimenti, non cambia nulla in tal senso. Un effetto indiretto, però, si potrebbe avere nella maggiore attenzione dei magistrati, consapevoli che l’Alta corte disciplinare li potrebbe sanzionare per irregolarità, non pronunce discutibili come avviene oggi con i favoritismi corporativi. Ma andava precisato, e comunque non si doveva insistere su un effetto indiretto su un tema così sentito.

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A tale proposito un altro “cavallo di battaglia” dei fautori del NO, collegato a questo, è l’affermazione della stessa Presidente del Consiglio, sia pure “en passant”, che la riforma migliorerebbe l’efficienza della Giustizia, osservazione contraddetta dallo stesso Ministro e dalla  presidente della Commissione giustizia, con dichiarazioni ripetute ossessivamente in filmati alla TV comparativi con i video  della Presidente.  Anche qui, è evidente che l’efficienza in sé  e per sé non viene migliorata dalla riforma – occorrono leggi ordinarie e non modifiche costituzionali, ed è stato annunciato che si faranno – ma , come ho detto per il tema precedente, un miglioramento nell’accelerazione dei tempo di processi si potrebbe avere, sempre per il timore che il magistrato il quale lavora solo “12 ore al mese”, considerando che l’attuale impunità assicurata, nei fatti, dalla giustizia “domestica” della Sezione disciplinare corporativa, cesserebbe con l’Alta corte esterna.

La cosiddetta “prova regina”, le parole della capo di Gabinetto del ministro della Giustizia

Ma andiamo avanti nell’evocare le ultime “prove” dell’intento innominabile ma ritenuto effettivo  di sottomettere  la magistratura al potere politico, anzi governativo. Nella penultima settimana, la “prova regina” sarebbe stata data dalla capo di Gabinetto del ministro della Giustizia con una affermazione, a dire dei fautori del NOI inequivocabile, alla TV siciliana Telecolor, che suona così: “Faccio appello  a votare Sì, così ci togliamo di mezzo la magistratura, che è un pilot… sono  plotoni di esecuzione”. Era verso il termine di un dibattito di un’ora e mezza con un membro del CSM della corrente Unicost,  e la senatrice Ilaria Cucchi che le chiede perché il governo “ha tutto questo interesse per il processo penale”, quando le maggiori criticità sono nel civile. Lei risponde, tra l’altro, che “il penale uccide le persone, rovina la reputazione, uccide le famiglie. Poi può essere che dopo 15 anni una parte si sente dire che il fatto non sussiste. Ma nel frattempo il penale tocca la vita delle persone”. A questo punto è andata sul personale, esclamando “io ho un’inchiesta in corso, scapperò da questo paese. Diciamo la verità, finché le cose non ci capitano sulla pelle, voi non avete idea di che cosa vuol dire, chiaro?” In un crescendo esagitato, è andata in escandescenze gridando ancora e con tono alterato per due volte cosa vuol dire “provarlo sulla propria pelle”, l’espressione stravolta..

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Fino all’ultima frase quanto mai deprecabile, ma da non considerare come affermazione razionale, anche perché prima aveva detto che “quando la magistratura avrà riacquisito la sua credibilità le aziende si fideranno del nostro paese e torneranno a investire, i giovani che vanno via perché non credono nel nostro paese ritorneranno perché la magistratura sarà una parte di quei tre ordini dello stato che fanno andare bene l’Italia”. E soprattutto aveva affermato: “La maggior parte dei magistrati lavora seriamente e in silenzio. Purtroppo ci sono altri che orientano, e di quelli ci dobbiamo liberare”, riferendosi logicamente  alla liberazione del CSM dal dominio delle correnti, oggetto della riforma. Tanto che sin dall’inizio e nel corso della lunga trasmissione ha sostenuto che la riforma è fatta in favore della magistratura per recuperare la credibilità, che purtroppo ormai è persa per una piccola parte, quella correntizia,  che la governa L’alterazione finale –  l’unica presentata, a cui viene data strumentalmente una intenzione di per sé irrazionale, anzi addirittura … suicida data la sua appartenenza alla magistratura che vorrebbe … togliere di mezzo –  è provocata dal fatto personale dell’indagine cui è stata sottoposta – per il caso Alasri nella sua attività interna del Gabinetto del Ministro Nordio – con l’addebito di dichiarazioni false da perseguire;  l’ha esasperata facendole perdere il  controllo per un attimo che viene amplificato enormemente.  Si può deplorare, ma non c’entra nulla con la riforma, magari contestandone la permanenza in un ruolo delicato, per inadeguatezza caratteriale, non per inconfessabili quando deliranti intenti del tutto irragionevoli che sarebbero… autolesionisti, oltre che senza senso.

E qui non posso non denunciare, con l’indignazione che mi ha suscitato, l’ associazione del quotidiano maggiormente schierato per il NO – il “Fatto quotidiano “. in un articolo del 13 marzo ampiamente diffuso -sui sociel –  a tale delirio del capo di Gabimetto, ai nomi dei magistrati assassinati come vittime, loro sì, del “plotone” di esecuzione del terrorismo politico e mafioso. Fino ad allinearne 7 fotografie affiancate con una scritta sotto ciascuna foto, che non reca il rispettivo nome o una prece, ma una delle 7 indegne parole del delirante sfogo finale,  con l’ultima immagine della scena di Capaci del devastante attentato all’illustre  magistrato  Falcone, vittima insieme alla consorte magistrato,  e ai 5 della scorta, con le parole “plotone di esecuzione”. Uno sciacallaggio, la profanazione degli eroi la cui immagine è stata sporcata da un simile accostamento, con l’invito a votare NO del giornale pur sostenendo di non essere contrario alla separazione delle carriere, ma la riforma viola la “separazione dei poteri”; senza motivare come, non potrebbe farlo perché verrebbe sbugiardato  dall’esistenza del dettato costituzionale dell’art. 104, con la Corte costituzionale che bloccherebbe ogni violazione in tal senso. Eppure ha citato Spinoza e Montesquieu! Senza parole! .

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L’ultima presunta “prova”, l’intento del Ministro degli Esteri e vice presidente del Consiglio

 Ed ecco l’ultima “prova”, questa volta non generica, ma specifica come viene presentata. Si tratta della dichiarazione del leader di un partito di governo, che ha l’elevata carica di Ministro degli esteri e Vice presidente del Consiglio, secondo cui si sta valutando l’opportunità di “sottrarre la Polizia giudiziaria al controllo e alla disponibilità dei Pubblici ministeri”. I fautori del NO, baldanzosi per questa scoperta, la considerano la“pistola fumante” che rivelerebbe la volontà governativa di rendere inoffensivo, verso le proprie illegalità, il Pubblico Ministero privato dei poteri investigativi perché la Polizia giudiziaria verrebbe ricondotta sotto l’egida dei Ministeri interessati, Interno per la Polizia, Carabinieri per la Difesa, Economia per la Guardia di finanza, che naturalmente proteggerebbero il Governo impedendo indagini e altro.

Questa “prova” viene ritenuta decisiva per votare NO, essendo un atto concreto prospettato, che va oltre il “processo alle intenzioni” legato soltanto alle dichiarazioni, pur scomposte e manipolate, che ho fin qui commentato. Ma viene a proposito al termine delle mie valutazioni perché mi fa pensare alla vera “prova regina” che smonta tutte le insinuazioni sulla volontà non espressa nella riforma ma che verrebbe concretizzata in  atti effettivi. Ebbene, anche se ci fossero queste bieche intenzioni –  al limite dell’eversione del dettato costituzionale che continua a garantire, in apertura dell’art. 104, “l’autonomia  e l’indipendenza della magistratura da ogni altro potere”  – e venissero poste in essere con leggi ordinarie, o altri atti, queste sarebbero subito dichiarate incostituzionali e quindi annullate dal semplice ricorso al magistrato che trasmetterebbe gli atti alla Corte Costituzionale per la sua conseguente pronuncia. E’ avvenuto per  leggi molto meno … invasive di quelle che potrebbero ledere tale principio basilare, e questo fa cadere ogni speculazione in merito, in particolare tutte quelle sopra commentate basate su dichiarazioni, “voci dal sen fuggite” o attacchi alle sentenze, che indicherebbero gli intenti reconditi. Ripeto, anche se ci fossero, la Corte costituzionale sarebbe un baluardo invalicabile perché verrebbe chiamata a pronunciarsi proprio dai magistrati di merito che verrebbero minacciata la propria indipendenza ed autonomia. Fatti, non parole, tanto più le tante insopportabili parole in libertà di un campagna strumentale contro la riforma che evita i contenuti.

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Il coinvolgimento ingannevole e contrario al vero del Presidente della Repubblica

Restano due ulteriori argomenti dei fautori del NO, il primo che coinvolge addirittura il Presidente della Repubblica, interpretando in modo distorto il suo solenne intervento al CSM, presieduto per la circostanza in via eccezionale, come ebbe a  sottolineare per accrescerne il peso. Ha giustamente chiesto il dovuto rispetto del  CSM, organo che ha un alto ruolo costituzionale, dopo lo scomposto riferimento ai “metodi para-mafiosi”, con il quale il Ministro della Giustizia ripeteva il termine usato da un precedente membro del CSM di orientamento opposto al suo, però senza citarlo, reiterando un giudizio inammissibile, mentre si riferiva ai maneggi clientelari delle correnti. I fautori del NO hanno sostenuto che il Capo dello Stato in tal modo ha inteso difendere l’intoccabilità del CSM, ignorando la frase precedente in cui invece aveva chiaramente indicato “i difetti, gli errori e le lacune”del CSM come di altre istituzioni. Semmai le sue espressioni legittimavano una riforma, a prescindere dsi contenuti opinabili, ma non vogliamo entrare minimamente nelle intenzioni del Presidente. 

Lo “stravolgimento della Costituzione in  7 articoli, ma  solo 2 cambiati,  in 5 solo le… virgole

Il secondo argomento riguarda quello che i fautori del NO denunciano come “stravolgimento della Costituzione” della quale verrebbero manomessi “ben 7 articoli”, i cui numeri vengono ossessivamente riproposti nei talk show schierati, messi in verticale al video per accrescerne l’entità. Ebbene, vengono modificati in modo evidente soltanto 2 articoli, gli altri 5 – come è stato detto in TV da Paolo Mieli come giornalista non schierato – “solo nelle virgole”, basta verificare. D’altro canto si modifica il CSM sdoppiandolo in due, con i membri eletti a sorteggio ed eliminata la Sezione disciplinare interna creando l’Alta corte disciplinare esterna, tutto qui, in 2 articoli; negli altri 5 il CSM è corretto al plurale e poco più. Questo dimostra la mancanza di elementi non solo validi, ma per lo meno proponibili sul piano dei contenuti dai fautori del NO, che ripiegano su specchietti per le allodole del tutto risibili per chi conosce bene la riforma.

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L’ultimo argomento, non va toccata la Costituzione, presidio di libertà e giustizia

Come è vano l’ultimo argomento, utilizzato anche dagli artisti per il NO, come risulta dalle dichiarazioni di una cinquantina di loro riportate sul “Fatto quotidiano” di fine settimana scorsa in bell’evidenza. Cioè l’esigenza di difendere la nostra Costituzione  presidio di libertà e di giustizia- che i Padri costituenti hanno costruito  dopo la sconfitta del nazi-fascismo – da cambiamenti che ne alterano il mirabile equilibrio. Si va fino alla profanazione di qualcosa sacro e intoccabile, che ci ha protetto per 80 anni di pace e benessere.

Si dimentica o si ignora, forse volutamente, che-modifiche ne sono state fatte ben 18 nel tempo, come quella che ha ribaltato le posizioni tra Stato e Regioni in sue funzioni fondamentali  o ha introdotto i vincoli di bilancio alla spesa pubblica, ed altre come la drastica riduzione del numero di deputati da 650 a 400, e dei senatori da 450 a 300, non certo poca cosa per la rappresentatività. E soprattutto le radicali modifiche nella riforma  di Renzi, allora presidente del Consiglio, che cambiava ben 53 articoli con l’abolizione addirittura del Senato e di un organo costituzionale, il Consiglio Nazionale dell’Economia e  del Lavoro, non approvata nel Referendum. Ma nel merito, senza accuse di “stravolgere” un libro “sacro”, come si fa ora per i 7 articoli,on sostanza soltanto 2.

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Ma c’è di più, molto di più. Nel legittimare la proposta di riforma, liberandola dalle accuse di “profanazione”,  oltre all’indicazione nella Carta della precisa procedura  per le modifiche da parte dei previdenti Padri costituenti, va ricordato che nel passato lontano furono istituite in 15 anni,  per l’esigenza di raggiungere  un accordo delle parti politiche, addirittura tre Commissioni parlamentari per arrivare ad una larga  riforma considerata da gran tempo essenziale:  la prima presieduta dal liberale Bozzi (1983-84), la seconda da De Mita- Iotti (1993-94)  di due partiti opposti, la terza dal comunista d’Alema (1997-98) , tutte hanno fallito.

D’ Alema addirittura voleva fare l’elezione popolare del Capo dello Stato e soprattutto la separazione delle carriere e il doppio CSM, essendo l’assetto unificato un residuato di marca fascista -unico tra i apesi democratici – unificato da Mussolini nel 1941 per dominarlo meglio; l’intento di D’Alema non riuscì perché si sfilò il leader del centro-destra Berlusconi per motivi politici, non per i contenuti. Ed è evidente la realizzazione del completamento del passaggio al processo accusatorio –  da quello inquisitorio introdotto nel 1941 dal fascismo –  opera di un governo di centro-sinistra per l’impegno  dell’allora  Ministro della Giustizia Giuliano Vassalli, socialista medaglia d’argento della Resistenza,  assolutamente convinto del vantaggio per i cittadini di quanto aveva iniziato perché fosse completato., ma fu ostacolato dall’Associazione Nazionale Mgistrati. Tanto che i programmi dei partiti di sinistra hanno contemplato sempre la separazione delle carriere, mai realizzata. fino all’attuale riforma, sottoposta all’approvazione del popolo italiano.

Né la riforma del già ministro della Giustizia Cartabia –  tanto strombazzata come attuazione di tale proposito – può essere ritenuta tale, non conta il ridottissimo numero del passaggio dei singoli magistrati da PM a giudici e viceversa, con la separazione si vuole eliminare la stretta contiguità di carriera, posizione e collocazione tra i titolari di due parti del processo che dovrebbero essere tenute nettamente distinte per impedire collusioni ecc. e garantire la “terzietà” del giudice rispetto al PM – decretata dalla Costituzione – con la stessa “distanza” dell’avvocato difensore. E se il PM deve anche cercare prove a favore,  questo è nelle norme al riguardo che restano. Anzi, ciò che manca al PM ora è un’adeguata formazione sul piano investigativo, che nei più giovani compromette la direzione della polizia giudiziaria in una accusa spesso non motivata, e fallace, anche se avallata da GIP e GUP per la loro contiguità delle carriere ora non separate, lo sono quasi solo le funzioni.  

Alcune evidenti contraddizioni in prestigiosi attivisti schierati…

Al sorteggio, come alla separazione delle carriere sono stati favorevoli in tempi recenti anche il procuratore di Napoli Gratteri, per entrambi, e  il direttore del “Fatto quotidiano” forse solo per il sorteggio, giustificandosi con la forma considerata iniqua del sorteggio previsto dalla riforma che avvantaggerebbe la politica per costruire in Parlamento il “paniere” da cui estrarre i nomi, mentre i laici estratti fra tutti i magistrati. Ne ho già parlato prima, ma  a proposito del dott. Gratteri non posso non ricordare che il suo massimo argomento contro la riforma  è stato che verrebbe meno l’obbligo del PM di cercare anche le prove a favore che avvantaggia gli indagati nel sistema attuale. Quando aveva dichiarato pochi giorni prima che “gli indagati, gli imputati, gli associati massonici  votano SI perché favoriti da una magistratura indebolita dalla riforma”. Ma come, non dovrebbero votare NO pr mantenere il sistema attuale in cui, secondo lui, il PM cerca le prove a loro favore, mentre con la riforma diventerebbe spietato “prosecutor” che addirittura le ignorerebbe, anche conoscendole, come l’avvocato difensore ignora le prove a carico dell’assistito? Ha premesso a questa affermazione riferita ai calabresi, che”votano NO le persone perbene”, senza fare riferimento esplicito a chi vota SI, ma facendo capire come la pensa in generale, e che pensi così il PM potrebbe essere preoccupante per chi si espone nel  SI e potrebbe essere tra i suoi indagati.

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Tra l’altro, non sembra che da valido procuratore a Catanzaro abbia trovato prove a favore dei suoi indagati nel maxi processo contro la ndrangheta calabrese, dato che  dei circa 300 rinviati a giudizio su sua imputazione, ben 100 sono stati assolti dopo anni di sofferenze e detenzioni. D’altra parte, era  critico verso l’attuale assetto del CSM che, dominato dalle correnti ne aveva penalizzato la carriera non essendo mai stato iscritto ad alcuna corrente, per cui è sembrato favorevole alla separazione delle carriere e anche al sorteggio anche se, direbbe sulla riforma attuale, “il modo ancor m’offende”. Poi il suo valore nella lotta alla ndrangheta gli ha fatto superare le ingiuste bocciature precedenti a maggiori incarichi per avere quello di Napoli, la più grande procura, a livello non solo nazionale, ma europeo. “Labor omnia vincit….”, è ii caso di dire.

Con questo riconoscimento dovuto termina la mia cavalcata sull’arena del Referendum. Non prima di ricordare, dopo aver citato l’autorevole Procuratore di Napoli, quello che mi semto di definire con una iporbole “autorevolissimo”, il prof Augusto Barbera, presidente del Comitato per il SI che difende la riforma da par suo. Come può fare chi è stato giudice costituzionale e poi presidente della Corte Costituzionale, è professore emerito all’università di Diritto costituzionale, con una lunga milizia politica nella sinistra di cui è stato parlamentare in più legislature. Quella sinistra che vede non pochi eminenti esponenti per il SI, dopo che una riforma simile è stata nei programmi non solo nel PD, ma prima dei precedenti partiti così orientati. Ota viene disconosciuta soltanto per una avversità politica al governo e alla maggioranza proponente. Di qui l’assenza di motivazioni non solo valide, ma almeno prsentabili, cosa che non avviene, pur in una aggressività nei dibattiti che squalifica ulteriormente chi si accanisce senza alcun vero argomento, solo alterazioni. E anche nella magistratura, molti sostengono la riforma, come il PM di “Mani pulite” Antonio Di Pietro, non certo di destra, che se ne intende eccome! Fino alla PM del dibattito di giovedì 19 marzo su “Dritto e Rivescio”, messa a tacere dall’insensata aggressione dei contraddittori fautori del No, mentre cercava di spiegare con la sua esperienza sul campo. Ma a loro si applicano le ultime parole del celebre libro di Sartre, “Mani sporche”, che mi viene in mente per una mera associazione di idee con “Mani pulite”, appena citato: “Non recuperabili”.

Ed ora concludo veramente, riferendomi all’immagine sottostante, la penultina delle molte che illustrano questo lunghissimo articolo, ma Marco Travaglio ha pubblicato un libro su “Perchè votare NO..”, quindi sono in buona compagnia…. Vi è ritratto Enzo Tortora nella sua odissea giudiziaria: arrresto in manette, carcere, condanna a 10 anni di reclusione fino alla sospirata assoluzione in appello. Errori macroscopici, un nome su una agendina non verificato preso come prova decisiva, le farneticazioni contro di lui di un mafioso in carcere, e altro ancora, compresi 80 arresti solo per omonimia in una maxi-retata di centinaia di persone poi imputate, tantissime ingiustamente. Ebbene, furono premiati i responsabili di questo che è stato definito “orrore giudiziario” e non semplice “errore”, con due di loro promossi dal CSM a Presidenti di sezione della Corte di Cassaione, e uno addirittura eletto dalle correnti a membro del CSM; mentre il magistrato di Appello che lo assolse fu penalizzato. Proprio come avvenuto in. tanti altri casi, meno clamorosi perché a personaggi non noti. Con la riforma, che elimina le correnti e la giustizia “domestica” a loro assoggettata, tali degenerazioni a danno dei cittadini potranno essere evitate, anche perchè sarebbero sanzionate.

Ho ripercorso l’itinerario della riforma con tanti elementi e argomenti, senza prevenzioni o schieramento di parte, d’altro canto  è stato affermato sia dalla maggioranza che dall’opposizione che non è in discussione il governo, sul quale il giudizio sarà dato nell’autunno del 2027, nelle elezioni politiche. Allora valgono le verifiche dei contenuti della riforma rispetto alla obiezioni avanzate dai fautori del NO. Ho considerato tutte quelle a mia conoscenza, e mi sono apparse infondate e pretestuose, persino ingannevoli e fuorvianti, anche se espresse in buona fede, magari per superficialità. Per questo la scelta del NO mi sembrerebbe derivi dai malefici effetti di troppe manipolazioni  e falsità.  E mi sembra di aver motivato ampiamente la mia valutazione di giornalista di lungo corso non schierato ma documentato, almeno lo spero. Ed ora, buon voto a tutti, comunque la pensiate e comunque vorrete esprimervi. Grazie della pazienre attenzione alla mia lunga condivisione di quanto ho maturato seguendo attentamente la lunga maratona referendaria.

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Le 22 immagini illustrano sia l’evento referendario in generale, sia i manifesti e Post propagandistici del NO e del SI, in 4 gruppi con le immagini alternate, precisamente all”immagine generale, ne seguono 4 alternate per il NO e per il SI, salvo l’ultimo gruppo di 7 immagini, 6 alternate del NO e del SI, e l’immagine di chiusura con un elettore in cabina .Il tutto a titolo meramente illustrativo, senza intenti propagandistici o di altro tipo, tanto meno economico. nè con preferenze di orientamento, ma in una assoluta “par condicio” illustrativa. Sono tratte dai siti di seguito indicati, dove sono di pubblico dominio, comunque se non fosse gradita la pubblicazione di qualche immagine dal titolare del rispettivo sito, verrebbe subito eliminata su semplice richiesta nella parte riservata ai Commenti in fondo all’articolo; si ringraziano i titolari. Ecco i siti in ordine di inserimento delle rispettive immagini, nei gruppi di 5 (una generale, le 4 successive alternate per il NO e il SI, salvo l’ultimo gruppo con 7 immagini). x, instagram, forza italia, instagram, facebook alessandro ? zizzi; x, instagram forza italia?, cgil modena, il sussidiario?; x, partito democratico, x, x, x, x, x, facbook andrea gentile?, settimana news, x. Ancora grazie a tutti. I nomi dei siti mancanti, sostituiti per ora dalla x, saranno inseriti al più presto, ma non ho voluto tardare nella pubblicazione per lasciare anche l’intera giornata prima della vigilia elettorale per la lettura, e magari Commenti che si possono inserire nello spazio riservato in fondo all’articolo. Grazie.-

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Mangasia, 2. Diffusione e influenza dei fumetti asiatici, al Palazzo Esposizioni

di  Romano Maria Levante

Introduciamo questo 2° articolo, con cui termina la nostra narrazione della mostra   sul “manga”, il fumetto asiatico, con un rapido “aggiornamento”, per presentare le immagini di apertura e quella di chiusura che la rendono attuale per la circostanza indicata nel 1° articolo. Cioè la fotografia delle premier di Italia e Giappone, che si sono incontrate nel bilaterale a Tokio di metà gennaio 2026: nell’immediata intesa trovata – anche come le prime due donne a capo del governo dei loro paesi – hanno avvicinato i loro visi sorridenti in una immagine convertita poi nello stile “maga”, quello della mostra di nove anni fa che abbiamo commentato allora nei due articoli. Questa immagine “maga” e la fotografia originaria sono state l’apertura e la chiusura del 1° articolo; mentre questo 2° articolo si apre con due immagini – quella in stile “maga” e una foto con le due premier messe a confronto sovrapposte, e si chiude con una fotografia ufficiale delle due premier.. il 1° articolo tratta del “manga” nella tradizione giapponese, dalle favole alla religione, dagli esseri fantastici agli eroi, dal filone storico all’attualità, fino agli autori delle opere “manga”.Questo 2° articolo descrive il  rapporto tra “manga” e libertà di espressione, poi la diffusione  del “manga” per fasce di lettori e contenuti, con particolare attenzione ai “manga” nei mass media, dai cartoni animati e il cinema alla Radio e televisione, fino ai Tv e videogiochi, e conclude sulla  sinfonia di civiltà. Null’altro da dire in questo rapido “aggiornamento”, si conclude la “narrazione” della mostra, con i contenuti appena indicati, che offrono ulteriori sorprese rispetto a quelle del 1° articolo, nella scoperta di un mondo lontano quanto affascinante.

Le immagini sovrapposte, una diversa con le due premier e quella in stile “maga” ” messe a confronto

Articolo da www.arteculturaoggi.com del 4 novembre 1917 ripubblicato oggi 19 gennaio 2026 in www.arteculturaoggi.it

Si conclude la nostra visita alla mostra “Mangascia, wonderlands of Asian Comics” , al Palazzo Esposizioni di Roma dal 7 ottobre 2017 al 21 gennaio 2018. In precedenza, dopo aver ricordato le precedenti mostre del Palazzo Esposizioni su temi di attualità, dal “DNA”  ad “Astri e paricelle”, abbiamo inquadrato i “manga” nella tradizione giapponese e abbiamo accennato alla varietà di contenuti, ispirati non solo a temi quali le favole e la religione, gli esseri fantastici  e gli eroi, ma anche a temi storici nei quali vengono rievocate vicende cruciali nell’esistenza dei popoli dagli angoli di visuale propri di questa forma espressiva, in stretto collegamento con l’attualità. Abbiamo inoltre  accennato a come nascono i “manga”, e a qual è la condizione degli autori. Tutto questo in rapporto alle strisce e ai libri di fumetti esposti nelle prime sezioni della mostra.

Ora passiamo ai temi restanti, anche qui in collegamento con le ultime sezioni, in particolare sulla libertà di espressione e sulla diffusione per fasce di lettori dei contenuti per loro più adatti, fino alle trasposizioni dei personaggi resi famosi dai fumetti negli altri media, come il cinema e i “cartoons”, la televisione e  gli ultimi mezzi telematici

I “manga”  e la libertà di espressione

La forza dei fumetti è andata crescendo, anche in regimi  come quello cinese, al riguardo si citano i due gruppi, “Special Comics” a Nanchino e “Cult Youth” a Pechino, che pubblicano quasi clandestinamente antologie  di “manga” realizzati da autori indipendenti, di critica non solo al capitalismo ma anche al comunismo. In un paese che sul piano economico pratica il capitalismo di mercato e sul piano politico il comunismo autoritario, ciò vuol dire mettersi dichiaratamente contro il regime.

Fumettisti “alternativi”  sono diffusi anche in altri paesi asiatici, dove soprattutto i giovani vengono incoraggiati a impegnarsi senza conformismo nella realizzazione dei “manga”, anche ricorrendo alla tradizione per recuperare i valori e l’identità.

Si possono evitare interferenze limitatrici della libertà di espressione se non si  dipende da un editore tradizionale e si  ricorre ad altri canali, e soprattutto se si ha successo di vendita nel qual caso anche opere innovative e “non ortodosse” passano senza problemi al vaglio della pubblicazione, vengono citati gli esempi di Jirò Taniguchi, con il suo inusuale  “camminatore solitario”  e Taiyò Matsumoto, con il suo “Sunny” fortemente autobiografico.

Proprio per la loro destinazione a un  pubblico molto vasto, soprattutto giovanile, ma comunque diffuso, i fumetti si trovano sempre sottoposti all’osservazione attenta delle autorità e dei moralisti, come dell’industria editrice nel timore di alienarsi simpatie e benevolenze, perciò anche autori ed editori sono propensi ad autocensurarsi prima di subire eventuali censure.

Naturalmente gli atteggiamenti variano da paese a paese in funzione dei rispettivi regimi politici e dei leader, dei costumi e dei sistemi giuridici, dei poteri religiosi e degli stili di vita, comunque in generale si può dire che dal dopoguerra è stato sempre più difficile controllare i “manga”  nonostante i temi  scomodi affrontati sia nella politica sia nella morale come quelli sessuali, e i toni spesso violenti, secondo l’antica tradizione delle stampe giapponesi.

Gli editori alla ricerca di nuovi talenti organizzano concorsi come il “Manga Open” dell’editore Kodansha per il settimanale “Morning”, che ha dato il successo al vincitore del 2011 Miki Yamamoto, creatore  di un’eroina determinata e indipendente;  oppure li assumono su segnalazione di un autore affermato come è stato per Ken Njimura, “raccomandato”  all’editore dall’affermato Taiyo Matsumoto; un altro giovane, Siu Hak, su “Touch Magazine”, dal 2004 al 2016 si è imposto con temi quali i grattacieli di Tokyo trasformati in robot, gli “Harbour Heroes”,  e la celebrazione del  leader studentesco Joshua Wong protagonista della “rivolta degli ombrelli” del 2014.

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Sui rapporti con l’arte, possiamo dire che che la Pop Art si è molto avvicinata al fumetto,  tanto che l’americano Roy Lichtenstein ha preso il fumetto americano come modello per le sue celebri raffigurazioni. In Asia abbiamo lo stile postmoderno del  “superflat giapponese”, naturalmente contiguo del fumetto, in comune c’è sempre una narrazione. Detto questo,  c’è stata nel tempo un’evoluzione che ne ha esteso sempre più la destinazione e aumentato quindi la diffusione.

lLa diffusione dei “manga” per fasce di lettori e relativi contenuti

Per restare nell’epoca più recente si nota che mentre nel dopoguerra i “manga” erano rivolti soprattutto ai giovani, già con gli anni ’50 hanno cominciato ad interessare un pubblico più adulto, con immagini realistiche ispirate ai film “noir” e dell’orrore, noti come “gekiga” che sta per “immagini drammatiche”, tra i più noti autori Yoshiro Tatsumi e Tadeo Tsuga

Il genere  si è esteso sempre più negli anni ’70  con i fumetti definiti “seinen”, tra quelli di maggior successo la serie “Dokudami Tenement”, con un giovane disadattato rispetto alla vita che conduce, riflesso  delle frustrazioni dell’autore,      Takashi Fukutami.

Nel 1980 abbiamo il fumetto “underground” come quello di Takoshi Nemoto,  provocatorio, si definisce “ottimista-pessimista”,  il personaggio  ricorrente è un derelitto  in stile punk  definito “capace-incapace”. Trasgressivo il fumetto per adulti di  Gengoroh Tegane,  sul dramma familiare dei rapporti gay in una società omofobica come quella giapponese, in “My Brother’s Husband”,  titolo quanto mai eloquente. 

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 Come ci sono i fumetti “noir”, ci sono quelli  “rosé” e “lady comics”,  opera delle fumettiste, molto ricercate dagli editori  negli anni ’80 per  interessare di più il pubblico femminile, rispettivamente le adolescenti per i “rosè” e le adulte per i “lady comics”.  In questo ambito, Mariko Kusumoto dal 2009 è la più coraggiosa nello sfidare  molte convenzioni  tradizionali radicate nella società giapponese, in particolare sul sesso e sull’emancipazione femminile.

Ma ci sono anche i “boys’ love” creati “dalle donne per le donne”, si tratta del genere omoerotico detto dello “yagi” che si diffuse dalla fine degli anni ‘’80, definito “senza climax, senza conclusione, senza significato”, ad opera di epigone delle donne che all’inizio del decennio avevano introdotto nei fumetti l’amore tra ragazzi, lo “scenen”, come Keiko Takemya e Moto Hagio.

Si tratta di opere, spesso autopubblicate nelle riviste commerciali, su amori omosessuali femminili, storie antiche  e moderne, dalla mitologia alla quotidianità,  in vari stile e generi, che hanno conquistato un mercato vastissimo (2,2 miliardi di yen nel 2010), e sono penetrate anche in paesi mussulmani, quindi di grande rigore su questi temi, come Indonesia e Malesia.   

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Nell’apposita sezione della mostra c’è un “separè” per isolare i fumetti più “osè”, ma possiamo dire che non sono vistosi; molto più espliciti, pur nella loro raffinatezza,  certi dipinti di Hokusai ed Eisen del genere “shunga”, che vuol dire “pittura della primavera” ma anche atto sessuale.

Erano xilografie per uso privato pubblicate in fogli singoli o libretti di 12 pagine,  diffuse prima del 1868 allorché con l’apertura verso l’esterno del Giappone, cui abbiamo già accennato, nei contatti con l’Occidente furono acquisite anche riserve morali e tabù, come quello sessuale, tanto che fu inserito nel codice il reato di “oscenità”, prima assente; poi, con la Costituzione del 1947 fu vietata espressamente la raffigurazione esplicita di tutto ciò che aveva diretta attinenza con l’atto sessuale. I “manga” per adulti succedono dunque ai più antichi “shunga”, xilografie senza veli per così dire.

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Altre xilografie “estreme” sono  le “muzan-e”, “stampe insanguinate”, diffuse soprattutto dopo il 1860, con scene di omicidi ispirati alla vita reale oppure a storie narrate dalla letteratura; tra gli esponenti antichi del genere spicca Tsukioka Yoshitoshi, il cui stile violento lo ritroviamo, tra gli altri,  nei moderni Suahiro Maruo e Kazuichi Hanawa

Tra la violenza e l’orrore la serie “Asura” di George Akiyama con scene di un cannibalismo materno ben più orripilante di quello del dantesco conte Ugolino, che portarono a proibire la rivista. Sono i “manga” amorali e traumatici , pubblicati dalla rivista Garo, viene commentato, “ci  mostrano gli aspetti più  oscuri dell’animo umano senza offrirci alcuna morale consolatoria né possibilità di redenzione”.

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I “manga” e i “mass media”, cartoni animati e cinema, radio-Tv e video giochi,

La mostra termina con un excursus spettacolare sui “mass media” collegati ai fumetti,  o che ne subiscono l’influenza, anche con una serie di  video che trasmettono in continuazioni immagini e altre visualizzazioni spettacolari, fino a una gigantesca bambola gonfiabile che arriva al soffitto.  

Viene documentato come i “manga” con i loro personaggi siano stati fonte di ispirazione per i cartoni animati e il cinema, la radio e la televisione, fino ai video giochi e gli smartphone; non solo, anche la musica e la moda ne sono state influenzate.

Sui cartoni animati viene ricordato che furono i fumettisti un secolo fa a compiere in Asia i primi esperimenti di animazione con cui diedero movimento, suono e colore ai “manga” statici, muti e per lo più in bianco e nero. I primi esperimenti risalgono  al 1916-17 quando la casa cinematografica Tanksatu fece realizzare cinque cartoni animati basati sui fumetti a Oten Shimokawa, il “cartoon” iniziale intitolato “Il Portinaio”, la striscia era uscita su “Tokyo Puck”.  Lo seguirono nel passaggio all’animazione altri noti “mangaka”, come Osamu Tezuka, Hayao Miyazaki e Katsuro Osaka.

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Per le altre forme di spettacolo il passaggio dei fumetti alla “live action” avviene naturalmente nei film, nei programmi radiofonici e televisivi, e anche nelle rappresentazioni teatrali, basta che il personaggio sia diventato popolare perché si trasmetta dal media in cui si è affermato agli altri canali di diffusione.

Sul cinema va sottolineata la frequenza con cui vi sono state trasposizioni dei fumetti, per storie dinamiche e movimentate; vengono citati i “manga” dello scrittore Kazuko Kasulka divenuti film solo tre mesi dopo la fine della serie su “Weekly Playboy”. Rapido anche il passaggio ai cartoni animati, come per le opere fantascientifiche di Laila Matismoto. L’autore di fumetti Jiro Taniguchi ha collaborato alla trasposizione in film delle due serie, disegnate con molta precisione,  “La vetta degli dei”, sulla scomparsa dello scalatore Mallory in una spedizione sull’Everest del 1934  e “Quartieri lontani”, dove compare anche in un “cammeo”.

Uno dei maggiori registi indiani vissuto fino al 1992, Satyajit Ray, il cui linguaggio cinematografico è coerente con quello  da illustratore, ha realizzato  il suo primo film “Il lamento sul sentiero” del 1955 basandosi su un blocco di schizzi di 58 pagine – vere “strisce di fumetti” ha detto lui stesso – che aveva utilizzato per le illustrazioni e poi ha usato di nuovo  per il film; è tornato ai fumetti nel 1970-71 con 4 copertine.

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Non si tratta di iniziative sporadiche, e anche i tempi della trasposizione sono significativi. Viene citato il caso degli anni ’50 nelle Filippine, dove molte serie di fumetti divenute popolari venivano adattate a film di azione; ebbene, si giunse a tradurre le sceneggiature dei film in fumetti da pubblicare prima di ultimare il film in modo che alla sua uscita, al termine delle serie oppure appena aveva successo,  il film potesse contare su un pubblico fidelizzato alla storia o al personaggio,  Ciò è avvenuto anche con le “graphic novel” di Carlo Vergara,  in cui la protagonista gay si trasforma in un’eroina tutte curve: nel 2005 diviene un film, nel 2006 un musical.  

Un’ultima osservazione, con la tecnologia digitale i fumetti più avanzati non sono compresi nella pagina ma si muovono in verticale e cade così il vincolo dell’impaginazione, quindi si superano anche i problemi di compatibilità tra il fumetto asiatico che si legge da destra a sinistra e quello occidentale che va da sinistra a destra, con i conseguenti problemi in sede di traduzione. Fin dal 2003 i  sud coreani hanno realizzato serie digitali di fumetti impaginate come una striscia verticale. l “webcomics”  raggiungono altissime audience, come fu per i fumetti sul terremoto di Sicghuon del 2008.

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La sinfonia di civiltà

Al termine della visita alla mostra  resta negli occhi la spettacolare varietà e originalità delle rappresentazioni grafiche, lo scintillio dei colori, le immagini affascinanti di quegli occhioni spalancati come quelle tenebrose di abissi che si aprono, le gestualità brusche e movimentate come le pose delicate e graziose, l’intero campionario fumettistico nella visione orientale che ha tanto influenzato anche la vignettistica occidentale.

Le ricerche approfondite contenute nel catalogo consentono di inserire questo caleidoscopio di immagini nel contesto storico e culturale del mondo asiatico, così variegato nelle tante nazioni che lo compongono; uno spettacolo questo impresso nella mente dopo quello rimasto negli occhi.

Si pensa all’incontro di culture, lo abbiamo visto con altre mostre su diverse manifestazioni dell’arte giapponese, dai rotoli pittorici tradizionali e dalle sculture rituali sacre alle forme più moderne, spesso l’incontro diviene incrocio con le influenze e gli  apporti reciproci, dalla prospettiva occidentale all’arabesco orientale. I fumetti, con la loro diffusione così pervasiva,   fanno parte di quella che è stata chiamata “sinfonia di civiltà”, e la mostra ha saputo dimostrarlo.

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Info

Palazzo delle Esposizioni, via Nazionale 194, Roma. Tel. 06.39967500, www.palazzoesposizioni.it. Orari. da domenica a giovedì, tranne il lunedì chiuso, dalle 10,00 alle 20,00, venerdì e sabato dalle 10,00 alle 22,30, la biglietteria chiude 1 ora prima. Ingresso,  intero euro 13,50, ridotto euro 10,00.  Catalogo “Mangasia. Wonderlands of Asian Comics” , a cura di Paul Gravett,  Thames & Hudson Editore, pp. 320,  formato 21 x 27, dal catalogo sono tratte le citazioni del testo. Il primo articolo sulla mostra è uscito in questo sito il 1° novembre u. s., con altre 11 immagini  Per la citazioni nel testo di precedenti mostre su temi di  attualità cfr. i nostri articoli: in questo sito, su “DNA”  29 marzo 2017, “Caravaggio Experience”  27 maggio 2016,  “Numeri”  23, 26 aprile 2015,   “Cibo” 1° febbraio 2015, “Meteoriti” 5 ottobre 2014, il ; in cultura.inbruzzo,it su “Astri e particelle” 12 febbraio 2010 (tale sito non è più raggiungibile, gli articoli saranno trasferiti su altro sito).Inoltre cfr. i nostri articoli in questo sito sull’arte giapponese: per la scultura sacra antica 24 agosto 2016, la pittura contemporanea 27 maggio 2016, 70 anni pittura “nionga” 25 aprile2013, la pittura moderna “oltre la  tradizione”  15 aprile 2013; sull’arte cinese, le tombe di Awangui 17 gennaio 2015, la pittura di Visual China 17 settembre 2013,  lo scultore moderno  Weishan 24 novembre 2012, la “Via della Seta” 19, 21, 23 febbraio 2014; in www.antika.it, “L’Aquila e il Dragone” 4, 7 febbraio 2011, e in cultura.inabruzzo.it  la Settimana del Tibet 21 luglio 2011, l’anno culturale della Cina in Italia 26 ottobre 2010  (questi ultimi due siti non sono più raggiungibili, gli articoli saranno trasferiti su altro sito).  

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Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante alla presentazione della mostra nel Palazzo Esposizioni, si ringrazia l’Azienda Speciale Palaexpo, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. Forniscono soltanto un’idea quanto mai parziale e sommaria della sterminata esposizione della mostra, resa integralmente nel monumentale catalogo, e dato il loro carettere non cerchiamo di identificarle per corredarle del titolo, come eccezione motivata alla nostra regola. Aggiornamento: in apertura, Le immagini sovrapposte, una diversa con le due premier e quella in stile “maga” ” messe a confronto; –in chiusura, Una foto ufficiale delle due premier, nella conferenza stmpa che ha chiuso l’incontro bilaterale Le due immagini sono state tratte rispettivamente dai siti web la stampa e toscana risparmio, si ringraziano i titolari di tali siti.

Una foto ufficiale delle due premier, nella conferenza stmpa che ha chiuso l’incontro bilaterale

Mangasia, 1. La meraviglia dei fumetti asiatici, al Palazzo Esposizioni

di  Romano Maria Levante

In un originale “giornalismo culturale retrospettivo” ripubblichiamo – oggi domenica 18 gennaio 2026, e domani, e condividiamo sulla nostra pagina di Facebook intitolata al nome dell’autore – il nostro ampio servizio in 2 articoli su “Mangasia, wonderlands of Asian Comics”, la prima mostra svoltasi al Palazzo Esposizioni di Roma  tra ottobre 2017 e gennaio 2018, sul fumetto asiatico , il “manga”, diffuso in 20 paesi, ma sopratutto in Giappone, al quale si riferisce la nostra evocazione per le storie narrate con tale mezzo espressivo.. Perchè questa iniziativa che potrebbe apparire inusitata? E’ presto detto, vogliamo corrispondere all’interesse sorto alla vista della fotografia delle premier donne, per la prima volta, dei loro paesi, Giorgia Meloni per l’Italia e Sanae Takaichi per il Giappone, nel bilaterale a Tokyo – tappa centrale del viaggio asiatico di inizio 2026 della Meloni – subito unite da una stretta intesa non solo sul piano commerciale e strategico ma soprattutto su quello umano, intesa espressa dai loro volti sorridenti ravvicinati. E che c’entra il “manga”? si chiederanno in molti. La risposta è evidente nell’immagine con cui apriamo questa rapida introduzione del primo articolo del novembre 2017, riprodotto integralmente senza alcuna modifica nel testo e nelle numerose mmagini che vi sono inserite. Con l’aggiunta dell’immagine di apertura, in cui la fotografia delle due premier è stata trasformata in “manga”, e il sorriso contagioso è divenuto “virale”; e dell’immagine di chiusura, con la fotografia originaria, poi trasformata nella versione “manga” dell’immagine di apertura.

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Le due donne, entrambe per la prima volta premier, dell’Italia, Giogia Meloni, e del Giappone, Sanae Takaichi,
nell’immagine che trasforma i loro volti sorridenti nella versione coinvolgente in stile “manga”,
cui è dedicato questo servizio sulla mostra dedicata a tale fumetto giapponese

Articolo da www.arteculturaoggi.com del 1° novembre 1917 ripubblicato oggi 18 gennaio 2026 in www.arteculturaoggi.it 

“Mangasia, wonderlands of Asian Comics” , al Palazzo Esposizioni di Roma  dal  7 ottobre 2017 al 21 gennaio 2018,  è la prima mostra dedicata al fumetto asiatico, il “manga”, esteso a una vasta area che comprende più di 20 paesi, dal Giappone alla Cina, dall’India alla Corea, dalle Filippine  all’Indonesia, dal Nepal alla Thailandia, con l’esposizione di  una miriade di strisce organizzate in sezioni che consentono di analizzarne i diversi aspetti, componenti e destinazioni, il tutto il relazione alle diverse fasi storiche e al costume della vastissima area considerata. La mostra, organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo, è a cura di Paul Gravett, che ha curato anche il catalogo  edito da “Thames & Hudson”. con grande ricchezza iconografica, nel quale è approfondita in modo particolare una materia quanto mai vasta.

Uma mostra insolita, quella del Palazzo Esposizioni, che conferma di essere,come dice il Commissario Cipolletta, “la casa dell’attualità”, citando le mostre sul “DNA”, “Caravaggio Experience” e W”orld Press Photo”, ma  si potrebbero  aggiungere quelle sul ” Cibo” e sui “Numeri”, sui “Meteoriti” e la meno recente su “Astri e particelle”, dedicate alla contemporaneità più  viva.

Quali sono i motivi di interesse di questa mostra sui “manga”, i fumetti  che nascono in Giappone per estendersi a macchia d’olio sull’intera Asia e poi nel mondo?  Almeno tre,  di natura storica, di costume e artistica. Il primo perché  fa passare in rassegna  le vicende movimentate di paesi  scossi da regimi e guerre,  il secondo per l’esotismo di sistemi di vita peculiari, il terzo per la maestria rappresentativa.

La varietà dei paesi considerati, i quali anche per il fumetto hanno radici che affondano nelle tradizioni, nelle storie e nei costumi di ciascuno, compone un affresco spettacolare e istruttivo.

I manga nella tradizione giapponese

Per dare un’idea di come si manifesti questa forma di arte particolarmente comunicativa, diciamo che le storie in Giappone sono pubblicate ad episodi in serie rivolte alle diverse fasce di età e a un pubblico selezionato: si consideri che la rivista di maggiore successo vende tuttora quasi due  milioni di copie a settimana.  Poiché le riviste non vengono conservate, sin dagli anni ’20 si  pubblicano anche libretti per bambini e adulti diffusi nelle biblioteche circolanti. Stupefacente il dato sull’entità delle vendite di “Manga” in Giappone: 3,5 miliardi di  dollari.

Apposite sezioni della mostra consentono di analizzarne i singoli aspetti con esempi  spettacolari per l’evidenza grafica e cromatica delle riviste e  i libri di fumetti esposti in grande numero.

Le riviste per ragazzi (“shonen”) e ragazze (“shojo”) sono molto diffuse anche per il boom demografico del dopoguerra,  le storie sono volte ad esprimere sentimenti e suscitare simpatie: le vicende ricordano quelle di Mark Twain e degli altri scrittori che hanno raccontato il mondo del  lavoro infantile, duro e spietato, ma con l’itinerario educativo che porta al successo dopo aver affrontato e superato gli ostacoli. Il linguaggio simbolico per esprimere i sentimenti si avvale dei fiori e di una forma grafica con occhi grandi e scintillanti soprattutto nei fumetti per ragazze.

Di particolare importanza  i fumetti legati alle xilografie dell’ “ukiyoe”, le stampe d’autore pubblicate in multipli, in cui al disegnatore artistico si affiancava l’intagliatore e lo stampatore che dava l’apporto del colore, tecnica che ha dato opere d’arte di grande valore con artisti quali Hiroshige, Hokusai ed Eisen  ai due ultimi viene dedicata una grande mostra all’Ara Pacis, del resto sono stati anche autori di “manga”di tipo particolare. E’ stato Hokusai a introdurre nel 1814 il termine “manga” di origine cinese per definire i suoi schizzi  estemporanei, come sfuggiti al suo controllo e prodotti dal “pennello impazzito”, e ad unire testi a disegni dai colori brillanti. Ne produsse migliaia, pubblicati in 15 volumi.

Nello stile “ukiyoe” eccelleva  Utagawa Kuniyoshi (1798-1861), i cui fumetti rappresentano leggendari guerrieri impegnati in lotte titaniche, resta un punto di riferimento tuttora. Ci sono immagini  a piena pagina per sottolineare momenti particolari, e la lettura di questi fumetti avviene da destra a sinistra, cosa che ne ha complicato la diffusione fuori dal Giappone per la difficoltà della trasposizione in aggiunta  a quella della traduzione.  

Il  grande sviluppo dei “manga” avvenne quando, apertosi nel 1868 il Giappone agli scambi commerciali con il resto del mondo  dopo due secoli di completo isolamento  imposto dal regime assolutista, i fumettisti  si ispirarono ai modelli occidentali nelle sequenze narrative e nel tono realistico o umoristico che portava anche a  deformazioni caricaturali. Quindi, con le influenze internazionali dovute anche allo studio all’estero di fumettisti giapponesi, innestate sulle tradizioni nazionali si è avuta  una fusione tra le due culture che naturalmente troviamo ancora oggi.

Abbiamo accennato al tono umoristico, ebbene questo si accentuò nel ‘900 allorché la rivoluzione industriale segnò l’irruzione del lavoro in fabbrica nella vita dei giapponesi, con tutte le situazioni che si prestavano alla satira, come nelle riviste  satiriche “Punch” e “Puck” diffuse in Inghilterra e America.  Veniva preso lo spunto anche dai fumetti a colori delle tavole  a tutta pagina dei giornali americani della domenica e delle strisce in bianco e nero dei quotidiani, ma rivisitandoli in modo personale creando così personaggi che  diventavano beniamini del pubblico di lettori.

Dalle favole alla religione, dagli esseri fantastici agli eroi

In effetti, le tradizioni del  paese hanno dato luogo a storie tramandate per generazioni, che ritroviamo oggi non solo nei fumetti ma anche in forme d’arte come i rotoli dipinti con testi e immagini. Vi sono favole e racconti popolari, con figure di eroi leggendari, come nel  “Viaggio in Occidente” che ha dato luogo in passato al maggior numero di trasposizioni in fumetti e continua a farlo tuttora.  E’ basato sul viaggio in India  alla ricerca di testi sacri buddhisti di un monaco cinese  cui il proprio imperatore conferì  il titolo di Tripitaka, che evoca i tre canestri con i canoni della religione; ebbene, nei secoli il monaco diventa un eroe dei fumetti, con due animali dai poteri eccezionali, il maiale Zhu Bajie e lo Scimmiotto Sun Wukong, il Re scimmia, eterna leggenda,  che diventa  protagonista di un viaggio spirituale in cui l’impeto si può mitigare  padroneggiando  i poteri interiori fino alla sublimazione nella compassione del buddhismo.  

Non solo, anche per la religione i fumetti sono stati un veicolo di  principi e figure  mistiche, su ispirazione dei due maggiori poemi epici dell’induismo imperniati su Krisha e Rama. Con l’apertura al mondo e l’influsso occidentale, pur perdendo attrattiva, questi temi sono rimasti acquisendo un valore identitario, come per gli spiriti “yokai”.  L’elemento soprannaturale resta una presenza importante nel fumetto moderno come parte della spiritualità asiatica.

Per darne un’idea citiamo i fumetti di Osamu Tezuka  imperniati su Buddha, sebbene non fosse buddhista, con Siddharta che viene illuminato, sono 1800 pagine in 9 volumi. E i fumetti ispirati al Ramayana e l’altro poema epico in sanscrito su Krishna e Rama, “aviatar” del dio celebrato per secoli dagli artisti indiani, storia resa più moderna da un artista formatosi in Europa  che ne fece un’immagine luminosa entrata nella  vita quotidiana degli indiani per adattamenti successivi, come quelli delle  “Storie immortali per immagini” divenuta la collana di fumetti più venduta nel paese.

Divinità e spiriti maligni, ai quali si rivolge una nuora angariata dalla suocera  in “Casa dei demoni”  di Ida Chikae fa pensare alle barzellette sul tema  in voga anche da noi. Ed esseri fantastici, draghi, tritoni e sirene emersi dalle profondità marine,  evocati da  tradizioni e leggende popolari.

Gli esseri fantastici vengono immessi in un “bestiario”, diffuso anche in Filippine e Tailandia,  nato  in Giappone nel 1776 con l’inventario delle creature ultraterrene di Toriyama Sekien, ancora attuale perché tali leggende derivano dal timore dell’ignoto –  persino della gravidanza e dell’aborto –  dinanzi al quale non serve la razionalità ma si fa appello alla fede e al soprannaturale. I fumetti diventano così  uno strumento di diffusione di messaggi rassicuranti con sfondo mistico e morale.

Ma sono gli eroi le figure più celebrate dai fumetti,  personaggi di fantasia oppure esistiti veramente a capo di lotte  contro lo sfruttamento dei contadini o contro il colonialismo, i quali hanno ispirato narrazioni romanzate  che ne hanno reso attuale la vicenda trasformandoli in eroi nazionali di tutti i tempi- Nelle due Coree  spicca la figura di Hong Gil Dong, ispirato a un bandito benefattore realmente esistito, una sorta di Robin Hood  celebrato oltre che nei fumetti  in romanzi e nei film.

Il filone storico e l’attualità

Fin qui abbiamo citato le ispirazioni fiabesche e mitiche, religiose ed eroiche, ma c’è anche il filone di ispirazione più importante, quello storico.  I fumetti hanno rappresentato nei popoli asiatici un canale di comunicazione per raggiungere strati di popolazione che altrimenti non avrebbero potuto conoscere la visione degli eventi  del passato e dei mutamenti in atto nella società dei vari paesi. Per lo più sono tinte forzate, nei personaggi e nell’enfasi patriottica, e le visioni sono contrastanti da paese a paese anche per le medesime vicende storiche.

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Proprio per questo costituiscono una fonte preziosa per ripercorrere la storia tormentata dell’area asiatica in cui molti paesi hanno subito nelle alterne fasi storiche prima l’imperialismo nipponico, poi  il predominio occidentale con lunghe fasi di occupazione, e la conseguente compressione dello spirito di indipendenza e del senso di libertà dei popoli. Si pensi all’espansione giapponese della fine del XIX secolo con la sconfitta della Cina e alla sconfitta del Giappone nella seconda guerra mondiale con il dominio americano sul paese. 

Anche quando trattano della storia passata, i fumetti  lo fanno con una narrazione che fa rivivere l’atmosfera di allora mediante immagini coinvolgenti di vita quotidiana.  Anche correndo dei rischi, come il coreano Park Kun-Woong che solo  nel 2002 è riuscito a pubblicare nella Corea del Sud 1000 pagine di fumetti nei quali denunciava le pesanti conseguenze della guerra di Corea degli anni  ’50,  impiegò 5 anni per realizzare l’opera intitolata “Flower”, dato che nei due anni di servizio militare iniziato nel 1997 gli era vietato disegnare e doveva nascondersi per farlo.  Si tratta di  una “graphic novel”, che più del fumetto in senso stretto si presta al racconto di lunghe storie. Va precisato che in Corea del  Nord nel 1991 le autorità avevano fatto un appello per lo “sviluppo del fumetto” ma sottoponendolo  a rigidi controlli per cui diventava uno strumento di regime. 

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Se si allarga l’orizzonte a tutta l’Asia si può constatare che i fumettisti sono stati critici del regime comunista cinese, come è avvenuto rispetto all’esilio del Dalai Lama e  all’eccidio della piazza di Tienammen, e così per i Khmer rossi in Cambogia.

L’attualità è di grande interesse per i fumetti asiatici, la vediamo descritta tra gli altri dal cinese Sean Chuang e dal sudcoreano Shin Dong Wu.   E questo anche sotto il profilo politico, dato che rompendo  il silenzio su vicende scomode ignorate  volutamente dalla stampa più autorevole,  gli autori  del “manga” agiscono da giornalisti spesso basandosi su storie inedite  che pescano nella vita reale delle persone. Si battono anche per i diritti civili e per le questioni sociali comprese quelle ambientali – come è avvenuto per Bhopal, la maggiore catastrofe industriale – contro i pregiudizi e la discriminazione, facendosi portatori dei timori e delle insoddisfazioni del pubblico di lettori.

Molte storie, per accrescerne l’efficacia, sono  narrate in modo sereno dal punto di vista di bambini, come l’occupazione ds parte del  Giappone  delle Filippine e di Singapore che fa da sfondo alle avventure infantili di una ragazza filippina e di un monello di Singapore.  In altre, le esperienze di vita o portano a una visione pessimistica, come perTadao Tsuge che nell’adolescenza subì il trauma del bombardamento di Osaka, oppure a una visione dura ma tesa ad esorcizzare il passato per aprirsi al futuro.

Gli autori dei “manga”

Se queste sono le storie narrate dai fumetti,  quali storie vivono i narratori del “manga”?  Sono vicende personali molto diverse, considerando che i “mangaka” detengono i diritti e quindi ottengono  cospicui guadagni anche milionari, mentre gli altri come “free lance” sono pagati male e non hanno i diritti  d’autore.  Li aiutano assistenti che devono farsi le ossa e operano in condizioni molto precarie. E’ un  lavoro a ritmi forsennati per il rispetto dei tempi di consegna, che può portare alla collaborazione tra  autori, come per Fujimoto e Abiko uniti per oltre trent’anni, dal 1954 al 1987, con lo pseudonimo di Fujiko Fujo  Altri, non reggendo più il ritmo, si sono spostati dalla grafica alla sceneggiatura.

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Il  fumetto viene realizzato su una sceneggiatura iniziale, costituita o da schizzi grafici o da un testo, e spesso il risultato si discosta molto dall’idea  originaria, anche perché solo con i disegni finali si trovano le espressioni più adatte ad esprimere i sentimenti con particolari posizioni, oltre all’inchiostratura che richiede a sua volta speciali accortezze per cercare le sfumature giuste.

A questo punto ci si deve chiedere se il fumetto si può considerare arte, o meglio quando diventa arte, e gli autori artisti. La risposta è che non c’è una frontiera netta. Viene ricordata la mostra del 2013 in cui sono stati esposti insieme i fumetti di una “graphic novel” di 120 pagine e i dipinti astratti a questi ispirati di un artista che da adolescente aveva pubblicato dei  fumetti ispirati ad altri scritti dello stesso autore della “graphic novel”.  Mentre anche il celebre scultore giapponese Eldo Yoshimizu è passato ai  “manga”  d’azione, che hanno avuto tale successo da essere  esposti all’uscita nella Galleria di Tokyo.

Ma c’è di più di questi fenomeni individuali. La carica innovativa mostrata dai fumetti “manga” nel rinnovarsi e nel trasformarsi ha contagiato alcuni artisti, pittori o scultori, come il cinese Xu Bing che ha ideato un linguaggio universale fatto di immagini, simboli e logo che sono l’equivalente contemporaneo  dell’elemento pittorico alla base dei caratteri cinesi.

La storia dei fumetti asiatici documentata dalla mostra è ancora molto lunga, giunge fino alle attuali trasposizioni con altri media, dal cinema alla TV,  continueremo a parlarne prossimamente.

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Info

Palazzo delle Esposizioni, via Nazionale 194, Roma. Tel. 06.39967500, www.palazzoesposizioni.it. Orari. da domenica a giovedì, tranne il lunedì chiuso, dalle 10,00 alle 20,00, venerdì e sabato dalle 10,00 alle 22,30, la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso,  intero euro 13,50, ridotto euro 10,00.  Catalogo “Mangasia. Wonderlands of Asian Comics” , a cura di Paul Gravett,  Thames & Hudson Editore, pp. 320,  formato 21 x 27, dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo. L’articolo conclusivo sulla mostra uscirà in questo sito il 6 novembre p. v., con altre 11 immagini. Per la citazioni nel testo di precedenti mostre su temi di  attualità cfr. i nostri articoli: in questo sito, su “DNA”  29 marzo 2017, “Caravaggio Experience”  27 maggio 2016,  “Numeri”  23, 26 aprile 2015,   “Cibo” 1° febbraio 2015, “Meteoriti” 5 ottobre 2014, il ; in cultura.inbruzzo.it su “Astri e particelle” 12 febbraio 2010 (tale sito non è più raggiungibile, gli articoli saranno trasferiti su altro sito). Inoltre cfr. i nostri articoli in questo sito sull’arte giapponese: per l’antica scultura sacra 24 agosto 2016, la pittura contemporanea 27 maggio 2016, 70 anni pittura “nionga” 25 aprile2013, la pittura moderna “oltre la  tradizione”  15 aprile 2013; sull’arte cinese, le tombe di Awangui 17 gennaio 2015, la pittura di Visual China 17 settembre 2013,  lo scultore moderno  Weishan 24 novembre 2012, la “Via della Seta” 19, 21, 23 febbraio 2014; in www.antika.it, “L’Aquila e il Dragone” 4, 7 febbraio 2011, e in cultura.inabruzzo.it  la Settimana del Tibet 21 luglio 2011, l’anno culturale della Cina in Italia 26 ottobre 2010  (questi ultimi due siti non sono più raggiungibili, gli articoli saranno trasferiti su altro sito).  

Photo

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante alla presentazione nella mostra nel Palazzo Esposizioni, si ringrazia l’Azienda Speciale Palaexpo, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. Forniscono soltanto un’idea quanto mai parziale e sommaria della sterminata esposizione della mostra, resa integralmente nel monumentale catalogo, e dato il loro carettere non cerchiamo di identificarle per corredarle del titolo, come eccezione motivata alla nostra regola. Aggiornamento: in apertura, Le due donne, entrambe per la prima volta premier, dell’Italia, Giogia Meloni, e del Giappone, Sanae Takaichi, nell’immagine che trasforma i loro volti sorridenti nella versione coinvolgente in stile “manga”, cui è dedicato questo servizio sulla mostra dedicata a tale fumetto giapponese; in chiusura, La fotografia delle due premier di Italia e Giappone, Meloni e Takaichi, che è stata trasformata nell’immagine di apertura in stile “manga”. Le due immagini sono state tratte rispettivamente da unione sarda e agenzia dire, si ringraziano i titolari di tali siti.

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La fotografia delle due premier di Italia e Giappone, Meloni e Takaichi,
che è stata trasformata nell’immagine di apertura in stile “manga”.

Pietracamela, un romanzo-verità sull’Emigrazione, intervista di Simone Pietro Gambacorta all’autore

Pubblicato in www.abruzzocultura.it il 2 gen. 2009. Ripubblicato in www.arteculturaoggi.it il 20 gen. 2026

di Romano Maria Levante

Una premessa per inquadrare, nel contesto di allora, l’intervista che segue, pubblicata il 2 gennaio 2009 nel sito giornalistico www.cultura.inabruzzo.it. che ripubblichiamo oggi in questo nostro sito. La facciamo seguire all’articolo ” Il cielo sopra Pietracamela. I gruppi di faggi e i lucchetti dell’amore,” ripubblicato anch’esso una settimana fa, l’8 gennaio 2026, diciassette anni dopo la prima pubblicazione l’8 gennaio 2009 nel sito appena citato. Abbiamo voluto sottolineare tale ricorrenza per noi speciale, perché quell’articolo fu l’inizio del nostro giornalismo culturale ” on line” su siti Internet, giunto a 1300 ampi servizi su mostre ed altri eventi culturali – dopo decenni di giornalismo economico su carta stampata, collaborazioni a diverse Riviste e a un quotidiano, e con la Direzione responsabile del periodico politico-economico “Nuova Dimensione”, e poi del priodico culturale “L’ oleandro”, sempre a stampa.

La Copertina del romanzo-verità oggetto dell’intervista di Simone Pietro Gambacorta all’Autore

Questa intervista, uscita sei giorni prima dell’articolo appena citato, fece da battistrada, perché interessò l’intervistatore al punto che chiese all’autore del libro, subito dopo aver pubblicato l’intervista, una collaborazione fissa da Roma al sito web prima indicato e ai due siti paralleli – archeorivista.it per l’arte antica e fotografia.guida consunatore.it per l’arte fotografica – di cui era vice-direttore. L’ intervista la chiese dopo aver letto il romanzo-verità dell’autore, di cui parlò anche in una televisione locale e poi recensì nel periodico abruzzese “La Città'” . Per completare la cronaca, precisiamo che gli era stato dato il libro, nell’ottobre 2008, in sede di presentazione alla Banca di Teramo della ristampa del libro di Papini ” Storia di Cristo” , con il presidente della Banca Antonio Tancredi, il direttore del Tg2 Mauro Mazza e il giornalista Simone Pietro Gambacorta. E’ Gambacorta l’intervistatore vice-direttore del sito che trasmise, inaspettato, per e mail, 20 domande scritte la mattina del 31 dicembre 2008: le risposte furono completate prima della mezzanotte dopo una pazza giornata di fine anno al Computer, inviate per e mail il giorno di Capodanno, immediata integrale pubblicazione sul sito il 2 gennaio 2009, sei giorni dopo l’inizio effettivo della collaborazione con l’articolo citato l”8 gennaio 2009.

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Protagonista è sempre Pietracamela, il “nido delle aquile” alle falde del Gran Sasso, “natio borgo selvaggio” dell’autore del romanzo-verità ispirato liberamente a una storia di emigrazione vissuta da vicino. Le risposte all’intervista ne evocano i momenti, i contenuti, e soprattutto l’autentica e appassionata immedesimazione dell’autore. Nella ripubblicazione odierna abbiamo illustrato l’intervista con immagini – non inserite nella iniziale pubblicazione – per le quali l’Autore ha volutamente rinunciato alle proprie fotografie, ma le ha tratte dalla “chat pretaroli”, peruna condivisione corale della Comunità di paesani nell’evocare visivamente l’ambiente di allora da cui partivano gli emigranti, con qualche immagine finale della destinazione nelle lontane Americhe. Simone Pietro Gambacorta, ripetiamo, é l’esperto giornalista che ha intervistato Romano Maria Levante, autore del romanzo “”Rolando e i suoi fratelli. L’America!”, Editrice Andromeda, dicembre 2006. pp. 366. Alle sintetiche domande in grassetto-corsivo seguono in tondo le risposte.

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La “stazione di posta” di allora a Ponte Arno, sulla Statale 80, a dx si sale per Pietracamela a 9 Km

Le domande di Simone Pietro Gambacorta e le risposte dell’autore del libro Romano Maria Levante

“Rolando e i suoi fratelli…” è una storia d’emigrazione. Dall’Abruzzo allì’America… come mai ha scelto di affrontare questo tema?

La mia non è stata una scelta, o meglio non è stata consapevole, bensì istintiva. Perchè è il tema dell’emigrazione ad avermi scelto, mi premeva dentro da decenni, dall’adolescenza allorchè, torando al mio paese Pietracamela, vivevo da spettatore queste storie. E dopo la presentazione del mio libro-inchiesta “D’Annunzio l’uomo del Vittoriale” alla Fiera internazionale del libro di Torino del 2001, l’ambiente che pullulava di autori, con la sopravveniente astinenza dalla scrittura, mi ha fatto sentire l’irrefrenabile impulso a dare corso alla sroria più emblematica, se posso usare un termine abusato, tra quelle vissute di riflesso. Una storia che conoscevo bene, condividendo con i protagonisti la piazzetta davanti alle nostre abitazioni in paese, conoscendone la vita e le vicende, ed essendo legato loro da una parentela neppure troppo lontana. Ecco come è nato Rolando, trasposizione criptica del nome del personaggio reale, ma anche evocatore di un antico protagonista del Concilio di Trento del 1128 con i suoi fratelli dell’Ordine dei Templari.

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Da Pietracamela verso Ponte Arno, in un’auto simile è partito Rolando per imbarcarsi a Napoli ,

Cosa ha rappresentato, a suo avviso, l’emigrazione per l’Abruzzo e, più in generale, per l’Italia?

L’emigrazione è stato il cammino della speranza, il sogno che aiutava ad andare avanti, in una realtà senza uscite, non solo i singoli ma anche intere comunità. E’ stato lo strumento per la promozione personale, per l’emancipazione femminile, mio nonno materno Salvatore Paglialonga con le sue rimesse dagli Stati Un potè far studiare le quattro figlie tra cui mia madre; partì sulla “Sicilian Prince” l’8 giugno 1906, pochi mesi prima della della nascita di mamma il 1° ottobre dello stesso anno, e sbarcò a Ellis Island il 25 giugno, nel centenario ho fatto celebrare una Messa in suffragio ; poi tornò alla morte della moglie per l’epidemia di “spagnola” nel 1918 e quindi si imbarcò nuovamnte per l’America. Quanti sacrifici, quali rinunce dietro queste date, nel libro non mancano riferimenti alla vicenda che mi ha toccato di persona. Perciò il romanzo è dedicato a mio nonno come simbolo dell’esodo biblico verso “la Merica” ch ha svuotato il mio paese, come tanti altri dell’Abruzzo e dell’Italia intera, per ricostituore le stesse comunutò all’estero mantenen do costumi e consuetudini, memorie e affetti.

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L’ingresso a Pietracamela, la Chiesa-madre intitolata al patromo San Leucio

Basti pensare che a Toronto c’è tuttora il “Teramum Cultural Club”! Ciò ch è stato per le singole comunità lo è stato anche per tutta la Nazione, ne è prova il contributo risolutivo dato dall’esodo non solom in negativo, per l’alleggerimento della pressione demografica ma, in positivo, per l’apporo decisivo delle rimesse degli emigtrati all’equilibrio della bilancia dei pagamenti; si pensi che che già nel 1910 la loro entità era pari agli importi annuali del debito pubblico nel Regno e all’estero. “Non esportando merci esportiamo uomini”, ebbe a dire Nitti con crudo ma efficace realismo. E Luzzatti li chiamò “il fiore di nostra gente infelice”. Io preferisco definirla nel libro “una storia non scritta, la ‘Schlinder list’ di un intero popolo”, se mi è consenti. “Sono tante le pietre da allineare in onore di quesri eroici connazionali. Non hanno minori meiti di quanti ne ebbe il mitico ‘Cimarron’ nell’epopea americana”.

E l’emigrazione negli Stati Uniti?

L’emigrazione negli Stati Unuti è stata fondamentale, nel quadro sopra delineato. I percorsi erano tracciti con precisione, per Poetracamela c’era New Castle in Pennsylvania, terra di miniere e di fabbtiche; mio nonno andò ad abitare dal fratello Giovannoi al n. 159 di Jefferson Street, così è scritto nel foglio d’ombarco. Basta cercare sul sito di Ellis Island i nomi degli emigrati e rilevarne i paesi di provenienza e le località di destinazione per disegnare una mappa del cammino della speranza. E dobbiamo darne atto agli americani che hanno censito meticolosamnte gli sbatchi al porto di Nrw York, per cui fi ognuno si puà avere scheda, foglio d’imbarco e fotografia della nave, elementi che ho rilevato con commozione diventando un frequentatore del sito e venendo poi contattato di continuo.

IL centro di Pietracemela, “Piazale degli erori” con i veicoli, nella foto d’epoca

Così Ellis Island per me non ha più l’immagine del terrificante “check point” con annessa disinfestazione e quarantena degli sbarcati, ma quella di un sacrario della memoria che noi italianio dovremmo onorare non essendo stati capaci di realizzarlo. La destinazione Stati Uniti fa parte del periodo eroico dell’emigrazione, l’Ottocento e il primo Novecento. Nel secondo dopoguerra negli USA si chiuserole porte ma si aprirono quelle del Canada, con il meccanismo del richiamo dei parenti entro il terzo grado, è qui che si svolge la storia riportata dal mio romanzo, la partenza del protagonista avvenne nel 1953.

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Le donne con le conche per il quotidiano prelievo del’acqua alla fontana

Possiamo riassumerne, per chi ci legge, la trama?

E’ una saga che attraversa tre generazioni, ma non in modo didascalico, tutt’altro, è imperniata su Rolando che parte con i suoi fratelli da un piccolo paese della montagna teramana dove coltivava un sogno riassunto in una parola, l’America! Giunto a Toronto dopo un viaggio pieno di scoperte e di sorprese passa dal lavoro alle dipendenze all’attività in proprio con i fratelli all’insegna del “tutti per uno, uno per tutti”, vanno , vanno di successo in successo, dal giardinaggio all’edilizia, poi alla progettazione nel nome della “Città ideale”, simbolo dell'”Italian Style” fatto di equilibrio, armonia e, in definitiva, di cultura vera, innata, non frutto di erudizion. Le vicende della vita separano i fratelli, il protagonista trova l’amore prima in un incontro improvviso dove cadono i tabù, poi in un sentimento vero dove riemergono i valori. Le tragedie personali, come la morte dei genitori e di due fratelli, le tragedie collettive, come l’attentato alle Torri Gemelle, attraversano la vicenda, impreziosita dalle festività dei matrimoni e delle ricorrenze tra le quali spicca il Natale con i favolosi Presepi della memoria.

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L’arrivo del “postale”, sempre molto atteso nella piazza principale del paese, all’epoca di Rolando

Ma quello che più conta è la meticolosa ricostruzione del successo degli “Italian Brothers” in un percorso che svela tanti segreti delle inizitive vittoriose del lavoto e del genio italiano nel mondo. C’è anche il “nuovo inizio in tutti i sensi, dal percorso dei figli nell’alta finanza di Wall Street e nella grande editoria canadese, al trasferimento a Palm Beach con un’ultima iniziativa imprenditoriale di suceesso, questa volta in cmpo culturale, il culmine sognato dal giovane che leggeva la “Divina Commedia” nei parti e nei boschi del Gran Sasso. E alla fine il colpo d’ala alla corte di Palm Beach nel nome dei diritti degli americani. Una trama percorsa da memorie cinematografiche, ben quarantacinque film sono citati nei momenti topici, ad evocare le emozioni e il carattere formativo delle immagini che ci affascinavano scorrendo sullo schermo nelle sale buie di allora…

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I paesani con un camion, dinanzi ai locale commerciale nella piazza principale

Lei si è ispirato a una storia realmente accaduta, da chi l’ha appresa?

Ho già risposto all’inizio allorchè ho ricordato come è nato questo romanzo. Aggiungo che la storia l’ho vissuta anno per anno nei miei ritorni estivi a Pietracamela, seguendone gli sviluppi attraverso i racconti dei genitori dei protagonisti della vicenda vera, finchè sono rimasti in paese prima di ricongiungersi ai figli in Canada; poi ho avuto delle conferme dalla voce del prncipale protagonista dopo la decisione di scriverne la narrazione. M non si tratta della storia di una famiglia, anche se si ispira alle sue vicende, riflette la storia di un paese e, non sembri presuntuoso, di una Nazione, dell'”altra Italia”, di sessanta milion di discendenti che i nostri connazionali hanno saputo costruire all’estero.

Uno scorcio tra il ponte di accesso alla Piazza principale, e la cutva verso i Prati di Tivo

Immagino però che lei abbia reinventato un po’ il tutto

Sì, in realtà sono stato costretto a “reinventare” perchè il racconto del protagonista si è presto interrotto. Ed è stato meglio, perchè così ha potuto assumere un respiro più ampio, mi sono sentito libero di seguire i passi del “mio” personaggio, non le orme della persona reale cui mi ero ispirato. E nella reinvenzione l’ispirazione è venuta anche da tante altre storie, come quella del principale personaggio di contorno, anch’egli rale ma operante in altro contesto, l’architetto italiano che sta in Canada e ho messo in contatto, nella “fition” narrativa, con Rolando per progettare insieme soluzioni d’avanguardia all’insegna dell'”Italian Style”. E qui ha fatto incursione anche la “Città Ideale” di Urbino, con la sua immagine di equilibrio, di armonia, componente della felicità, che diventa una icona ricorrente nella narrazione , un riferimento costante del protagonista. Lo è anche per me, che all’inizio degli anni ’90 scelsi il logo del famoso, misterioso dipinto di autore incerto per la testata della rivista che avevo fondato e dirigevo, “Nuova Dimensione”, la delineai su un foglio, dinanzi alla tela esposta nella galleria.

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Cos’è che aveva più a cuore mentre scriveva questo libro? Cosa voleva dire?

Non mi sono ripromesso di dire cose particolari, ma di esprimere quello che sentivo dentro, sedimentato com’era nei decenni in cui ero stato a contatto con le famiglie degli emigrati nel mio paese. E provavo poena partecipazione per i loro sacrifici, ammirazione per i loro successi, curiosità e sorpresa per come erano riusciti a farsi strada in un mondo lontano e difficile, pur senza esperienze, competenze, istruzione. Questa è stata la chiave dl libro, ripercorrere il loro itonrario di persona e scoprire i segreti della loro affermazione, e spero di esserci riuscito. Ho trovto in me quelle risposte che avevo sempre cercato invano nei racconti parziali e indire

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Si anima la piazza, dinanzi alla Cappella ai Caduti, ,in una festa religiosa

Cosa ha significato per lei scrivere questo libro?

E’ stato come fare una seduta psicanalitica prolungata, un’aènea interminabile che non potevo interrompere, al punto di suscitare preoccupazioni in famiglia per la mia “total immersion”. Ma non avevo a che fare solo con l’amata gente della mia terra, avevo a che fare anche e sopratutto con me stesso, con le mie domande e le mie ansie, le mie aspirazioni e i miei sogni trasferiti nel personaggio. Ciè la proiezione della mia vita a Toronto, nelle spetatcolari cascate del Niagara, nel remoto paradiso bianco di Roberval nel profondo nord del Quebec; ma c’è anche l’espressione della mia vita a Pietracamela e sul Gran Sasso, poi soprattutto a Teramo, percorsa in lungo e in largo, e a Roma dove avviene una svolta nella vicenda, nonchè nelle città d’arte, da Firenze a Bologna, da Assisi a Urbino, riferimenti evocativi per il protagonista e l’autore.

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Un’altra scena animata isul ponte di ingresso alla Piazza principale, in una festività

Come si è regolato per i personaggi e per i dialoghi?

Non ho scelto un’impostazione particolare, l’ho scritto con il cuore, ho detto, ma per riscriverlo con la mente ma senza cambiare l’impianto venuto di getto. I personaggi si ispirano a persone conosciute, hanno il loro carattere, le loro reazioni, e mi sono mosso come si dice facciano gli scrittori, carpiscono quanto più possibile dalla realtà, rielaborando con la fantasia. E, per quanto mi riguarda, con il sentimento. I dialoghi sono riflessioni ad alta voce, le “mie” riflessioni, come se fossi in “trance” immedesimativo.

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La Processione si snoda dalla piazza principale verso la Chiesa-madre

Che tipo di italiano ha usato?

Il mio linguaggio ha voluto essere piano, come si addice alla gente sempliceche ho raccontato, anche se il protagonista nella vicenda reale leggeva la Divina Commedia nei prati e nei boschi di Pietracamela, e la sera attorno al focolare, lo scrivo nel romanzo, fino ad assopirsi come nel “Sogno d’estate” carducciano. Da qui è nata la trama culturale intessuta nella storia, ispirata alla “Città Ideale”: dall'”Italian Style Ideal City – Projects” di Toronto al “Reading Ideal Coty” di Palm Beach, alcune delle iniziative imprenditoriali in una escalation di successo.

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Una panoramica dall’alto, a dx la strada che porta ai Prati di Tivo dopo 6 Km

Quanto tempo ha lavorato a questo romanzo?

Ho iniziato a scriverlo ai primi di settembre del 2001, dopo aver ascoltato il racconto del protagonista della vienda reale, dalla partenza al primo lavoro a Toronto; il giorno dell’attentato alle Torri Gemelle ero così immerso nella sctrittura che seguii l’evento, però senza interrompere la narrazione. Anche di questo vi è chiaro riflesso nel romanzo con un intenso capitolo dedicato alla tragedia e all’ansia del padre per il possibile coinvolgimento del figlio tra le vittime, avendo l’ufficio nei grattacieli di Wall Street. Ma per rispondere alla domanda devo ripetere che l’ho scritto con il cuore e riscritto con la mente, nel senso che sono andato avanti rapidamente d’impulso nelal prima stesura (che ha preso pochi mesi) ma poi sono stato meticoloso nella revisione ( che ha preso quasi tre anni), comportamento inconsueto per me, nel giornalismo da quarant’anni come pubblicista, qundi abituato a una scrittura rapida e senza ripensamenti. La revisione è stata così accurata, quasi maniacale, che il libro è a prova di computer per le ripetizioni, e praticamente nessun capoverso inizia con lo stesso fonema. . Estrema pignoleria? No, è stata una forma di rispetto per il lettore, scattata inopinatamete in un publicista incallito… Con una grande fatica, e mi ha c che Aldo Busi abbia parlato in quel periodo, con molta serietà, del grande lavoro di limatura del suo ultimo libro, protrattosi per tre anni se non ricordo male, e della fatica della limatura maggiore che lo scendere in miniera…..

La prima Trebbiatrice in paese, inizio aani ’50, “Rolando” non è ancora partito

Quali sono state le difficoltà maggiori che ha incontrato?

Non posso dire di aver incontrato difficoltà particolari, perchè non l’ho costruito con accorgimenti intellettuali. A posteriori mi sono accorto che l’inizio – con il protagonista ormai anziano che fa il “flash back” della sua vita e solo nella parte finale torna ad agire in diretta vivendo la tragedia delle Torri Gemelle e le fasi successive fino al processo davanti alla corte di Palm Beach – richiama l’impianto dei ilm di Tornatore, in particolare di “Nuovo cinema Paradiso” e “La leggenda del pianista sull’oceano”. Quest’ultimo film ha dato la copertina al mio libro, mediante un emozionante contatto con il famoso regista, che ha “sentito” la mia passione e si è impegnato con grande generosità e squisita sensibilità per darmi la preziosa immagine cult, il piroscafo che sfila dinanzi alla Statua della Libertà mentre si leva il grido “L’America!”… Come emozionante è stato il contatto con la famiglia dell’indimenticabile pittore Guido Montauti, e dell’artista internazionale Diego Esposito, legati a Pietracamela e tra loro nell’antico gruppo pittorico del “Pastore bianco”, che hanno fornito con pari generosità disegni artistici inediti sul paese e sull’America (questi ultimi ispirati a Diego Esposito dalle pagine delle bozze del libro) che danno al romanzo la cornice preziosa di un magico appuntamento fuori dal tempo.

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Il suo è anche un romanzo pieno di atmosfere, di caratteri, di voci, di emozioni, di sentimenti… come ha orchestrato tutto questo?

Laringrazio della domanda, la mia sembra un’espresione politichese, ma lo dico seriamente. Perchè lkei affermando che il mio romanzo é “pieno di atmosfere, di caratteri, di voci, di emozioni, di sentimenti…” mi dà il maggiore riconoscimento che potessi desiderare, cioè la consapevolezza che tutto questo è stato percepito. Ho riprodotto il percorso di vita come l’ho compiuto anch’io con il personaggio, prima seguendo le orme di quello reale, poi affrancandomi da esso e immedesimandomi nel “mio” Rolando, soffrendo con lui, gioendo con lui, insomma vivendo con lui, E’ questa simbiosi che ha creato l’amalgama, nulla è stato orchestrato a tavolino.

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Una stornellata di paesani “storici”ai Prati di Tivo;

Che tipo di approfondimenti ha docuto realizz riguardo lo studio dgli aspetti storici relativi all’emigrazione ?

Non so se questa mia risposta deluderà, ma voglio essere sincero. on ho fatto alcun approfondimento per l’occasione, nel lontano passato mi aveva colpito la lettura di un presioso volumetto edito nel 1906, l’anno di partenza di mio nonno, con il racconto del medico provinciale del porto di Napoli, il prof. Giardina, delle sue esperienze visitando gli emigrani da imbarcare, con le patologie, i respingimenti a New York nonostante fossero stati dichiarati abili a Napoli, spesso dovuti alla povertà e non alle malattie, lo denuncio nell’Introduzione. E dico do più, non ho voluto neppurefare un’indagine fra i paesani rimpatriati oppure raggiungibili all’estero, mi sarebbe stato facile per l’esperienza non solo giornalistica ma manageriale di ricerche di mercato. Ma il mio libro non è un saggio sull’emigrazione, è un romanzo-verità, di una vita vissurta realmente e virtualmentem che ho percorso di persona immedesimandomi nel personaggio di cui ho assorbito da sempre la vicenda esaltante.

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Le 4 splendide “nonnine”, negli abiti tradizionali sempre indossati

Il libro la quasi quattrocento pagine, tutte piene e fitte: un romanzo fluviale, aveva molto da raccontare

Che una saga attraverso tre generazioni metta molta carne al fuoco credo sia evidente. C’è l vita in tutte le sue età e le sue manifestazioni, ci sono le ansie e le attese, le incertezze e le decisioni, i rischi e i successi, le gioie e i dolori, c’è anche l’amore nella riscoperta che ne fa il giovane venuto dalla montagna e calato in una metropoli dove cadono i tabù ma restano fermi i valori. E poi, ripeto, ho rivissuto io stesso l’intero percorso, dai lunghi silenzi della montagna natia agli spazi di lavoro nel nuovo mondo con le loro difficoltà e le loro promesse, i risultati sempre in bilico da rafforzare e sviluppare, passando da un’attività all’altra, da un’iniziativa all’altra con una sempre maggiore complessità fino al tarsferimento dal Canada negli USA e un “nuovo inizio”, del protagonista e dei suoi discendenti. Ricordato tutto quesro, devo precisare che non è un romanzo “omnibus” , se il percorso a volte può sembrare lungo e per certi versi faticoso è perchè questa è la realtà della vita anche nella trasfigurazione della fantasia; e non ci sono scorciatoie di comodo per comprendere il miracolo del sogno americano, la “ricerca della felicità” perseguita con successo.

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Ma cosa significa, per lei, raccontare?

Per me raccontare significa compiere il opercorso narrato in prima persona camminando, dormendo, mangiando, vivendo “con” il protagonista e “nel” protagonista. C’è un prezzo da pagare se si ha una famiglia, se si hanno problemi da curare che vengono trascurati perchè si vive altrove, si ha la mente e il cuore da tutt’altra parte. Ma c’è anche tanta soddisfazione, è una “second life” non elettronica ma telematica ma fatta di respiri, di carne, di sangue, di vita, non in un “avatar” firrizio ma in una autentica reincarnazione nella quale si chiamano a raccolta sentimenti, valori e memoria, in un caleidoscopio di vita vissuta.

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Lo “storico” parroco del paese in quegli anni, l’indimenticabile Don Andrea

Il suo romanzo è un po’ anti “Padrino”…

E’ piuttosto la “risposta al ‘Padrino'”, come è stato definito. Ma non per un intento precostituito, tutt’altro, ho già dtto come il romanzo è nato e si è sviluppato di getto con l’unico fine di esprimere quanto si era sedimentato in decnni dentro di me avendolo assorbito dalla gente della mia terra. La storia esemplare che ne è scaturita sposta i riflettori dal clichè abusaro dell’italiano mafioso che si fa strada con la delinquenza e le sopraffazioni, alla realtà dell’italiano laborioso che raggiunge il successo con il lavoro duro, onesto e i sacrifici, lo spirito d’inizitiva e la coesione.

Una bella istantanea di Don Andrea nella sua storica visita in America ai paesani emigrati

Il romanzo di Mario Puzo, e il film che lo ha avuto anche come sceneggiatore, non salva nessun italiano dall’immagine mafiosa , viene tolto anche l’orgoglio di “italians do it better”, pure il sesso nel suo libro è fatto di malformazioni, neppure questo si salva, c’è solo un personaggio positivo, l’americanina Key, dolce incolpevole vittima di tanto malaffare di pura marca italica. Ebbene sì, in questo il mio romazo è anti “Padrino”, gli italiani, i miei personaggi , dimostrano di saper fare “better” anche cose complesse come imprese di successo, oltre che l’amore vero spinto dal sentimento, alimentato dalla passione senza tabù ma senza sporche trasgressioni.

Toronto, anni ’50, l’approdo di Rolando e is suoi fratelli, un grande salto rispetto al loro paese

Quindi è anche un romanzo contro gli stereotipi?

Sì, è contro i luoghi comuni dilaganti che vanno combattuti contrapponendo la forza delle cose, l’evidenza della realtà. Tra questi il più pernicioso è quello che fa calare l’ombra mefitica della delinquenza mafiosa sui nostri emigrati onesti e laboriosi. Quest’ombra il mio libro può contribuire a dissiparla, illuminando le realtà edificanti, di gran lunga maggioritarie sulle deviazioni mafiose pur esistenti purtroppo, e sarebbe sciocco negarlo o volerlo attenuare. Perchè è un romanzo-verità che può avere un effetto collaterale di segno positivo. Anche se la storia non persegue questa finalità , guarda solo a se stessa come si sviluppa sul campo e non ai possibili effetti su altri livelli. Nessun “cui prodest” dunque, almeno consapevole. Ma ora mi piacerebbe “giovare” volutamente e veramente all’immagine dei miei conterranei sbarcando in America con il mio libro. E’ un sogno ancora irrealizzato e chissà se potrà realizzarsi….

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Toronto, City Hall, il grande edificio pubblico reaizzato negli anni ’50

Quale grande metafora racchiude il sui libro ?

La metafora, se la si vuol ricercare, la si può ricavare alla fine della lettura, non fa parte della storia, e comunque non è consapevole. Ogni lettore può trovare quella che sente di percepire attraverso l’impianto che la storia ha sulla sua sensibilità, le sue memorie. Nell’Introduzione riporto, senza citarne il nome, le parole che disse Oriana Fallaci in un’intervista rilasciata, mi sembra, sul suo libro “Un uomo”: “Ma è così difficile definire una fatica che ci appartiene.Il fatto è che come ogni altra fatica, ogni altro lavoro, quando un libro è concliso vive di vita propria. . E diventa ciò che vi vedono gli altri. Non è più ciò che l’autore voleva che fosse”. Per questo, poco importa quale metafora abbia potuto ricavarne io, autore, al termine della scrittura e delle innumerevoli riletture che ne ho fatto nel lungo lavoro di limatura.

Le spettacolari Cascate del Niagara, un paesano ivi emigrato accompagna “Rolando” nella sua visita

Ma a chi interssa posso dire che mi sembra istruttivo quanto educativo un percorso di vita che parte dalla miseria di una famiglia di dieci persone su una montagna povera e arretrata ed approda al trionfo imprenditoriale di Toronto e civile di Palm Beach nella difesa vittoriosa dei diritti degli americani , passando per vicende di successo sul lavoro e nell’amore, attraversate da tragedie personali e collettive. E’ una metafora di speranza, quando tutto sembra perduto, come dicono sia anche il momento attuale. “Spes contra spem” , dunque. Rolando docet, anche per difficili tempi che stiamo vivendo, o almeno per quelli che sembrano essere alla porte, come sentenziano i messaggi che ci piovono addosso sulla crisi economica epocale.

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Una immagine del distruttivo attentato alle Torri Gemelle, rivissuto in un intenso capitolo del romanzo

Le propongo un gioco: se dovesse convincere qualcuno a leggere il suo libro, cosa direbbe ?

Gli direi: “Vuoi fare un viaggio fantastico, fino all’altro capo del mondo, alla conquista del vello d’oro che è ‘la ricerca della felicità’, immedesimandoti in una storia in parte vissuta realmente dal protagonista, in parte rivissuta virtualmente dall’autore, miracolosa come la ‘storia infinita’ ma vera perchè è la storia della tua gente. delle tue radici? E vuoi conquistarlo, il vello d’oro, trovando l’equilibrio e l’armonia che portano alla felicità attraverso i sogni e le ansie, le speranze e le attese coronate dal successo all’insegna del lavoro illuminato dalla cultura e, perchè no, allietato dall’amore senza trasgressioni ma anche senza inibizioni ? Rolando e i suoi fratelli ti attendono per farti partecipe dei loro segreti. E ricordati che Rolando il vello d’oro lo ha conquistato e ha dimostrato di saperlo difendere con la propria forza interiore !” Mi sembra di aver detto tutto a chi si chiede se vale la pena di leggere il libro, ma conta soltanto ciò che penserà e dirà il lettore, sentendosi lui partecipe alla storia del protagonista, come mi sono sentito io nello scriverla, con la stessa spontanea immedesimazione..

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L’approdo finale di “Rolando” a Palm Beach, dove crea una prestigiosa istituzione culturale

Info

Sul grande tema dell’emigrazione in generale, cfr. i nostri articoli seguenti, pubblicati su questo sito con riferimento a un Convegno, una mostra e un libro: “Emigrazione, Meo Carbone, ‘The Dream’ il sogno dell’emigrante , al Vittoriano”, 11 novembre 2013; “Emigrazione, il suo ruolo nell’Unità nazionale e la memoria, nel Convegno e nel Museo, al Vittoriano”, 27 luglio 2013; “Emigrazione, la fotografia interprete e rvelatric, in un libro di Paolo Corti “, 14 aprile 2011. Sono stati condivisi su Facebook nella pagina “Romano Maria Levante”. Su Pietracamela cfr. i nostri 34 articoli, dal 2009, titoli abbreviati e, nei 6 articoli sul pittore Guido Montauti, omessi per brevità: 2026: “Il cielo sopra Pietracamela…” 8 genn.; 2024: “Il saluto a Rosemary nella chiesa-madre” 8 ott. , “I ricordi di un ‘pretarolo’ turista estivo...” 25 ago, “Festa dell’arrampicata, e omaggio a Marta Iannetti” 10 ago, “Riapertura chiesa di San Leucio...” 7 ago, “I versi della poetessa Gina,..” 17 giugno, “Il pretarolo, la ‘lingua’ nei versi della Gina, …”; 2023:“‘La farfalla di Andrea.’ di Gelasio Giardetti..” 18 ago”; 2019: “2. Il Borgo in Arte, pittura e musica, …” 31 ago, “I. A Ponte Arno, ricordo della mitica Luigina,…” 15 ago, 2018: “Il Borgo in Arte e gli Aquilotti…” 31 ago; 2018 e, nel centenario di Guido Montauti, 3, 11, 19 agosto, 13, 22, 20 luglio; 2017: “Il Borgo in Arte, tra memiria e modernità…1 ott., “Omaggio ai vigili del fuoco di Bellinzona….” 25.9; 2016: “Clorindo Narducci, Pietracamela tra storia e leggenda” 5 lugl.,“Clorindo Narducci, il suo Gran Sasso….“3 lugl.; 2014: “2. La pittura rupestre di Jotg Gunert,...” 9 sett., “Il libro di Adina Riga, ..”. 4 sett., “1. A Jorg Gunert il Premio Montauti…” 2 sett. , “Mostra sui banbini di una volta...” 14 ago, “Mostra sullo sposalizio di una volta,...” 17 lugl., “Il premio ‘Pittura rupestre’ e l’estate…” 14 lugl.; 2013: “Mostra pittura e fotografia…” 9 sett., “Mostra d’arte e libro su ‘Corno piccolo’ di Ernesto Sivitilli…” 2 agosto; 2012: “Parte la messa in sicurezza del Grottone” 15 sett., “Fotografie epitture rupestri,…” 3 sett., “Mostra fotografica su Guido Montauti,…” 29 agosto; 2009: Il rilancio di Pietracamela dopo il terremoto” 22 giu, “Terremoto, un requiem di Gabriele d’Annunzio” 9 aprile .

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Nell’illustrazione visiva, dopo l’apertura con la Copertina del romanzo-verità oggetto dell’intervista, si inizia con 22 immagini in bianco e nero di Pietracamela,.per lo più le panoramiche dei luoghi – anche di alcune cartoline dell’epoca – con le istantanee di quei luoghi animati dagli abitanti. Seguono 5immagini sulla terra di destinazione di Rolando e i suoi fratelli, l’America con la prima sede di Toronto negli anni del loro arrivo e poi nella City Hall che fu realizzata alcuni anni dopo, le Cascate del Niagara e le Torri Gemelle distrutte dall’attentato dell’11 settembre 2001. fino a Palm Beach, sede del trasferimento di Rolando.; in chiusura, 2 ulteriori immagini del paese di origine, la prima con l’agglomerato abitativo del centro storico nel quale le case strette in modo quasi inscindibile esprimono l’unità solidale nella difesa dalla natura inclemente dell’alta montagna; l’ultima con la visione suggestiva del borgo indorato dalle luci dell’alba, il saluto dato ai lettori.

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‘Pietracamela, il compatto agglomerato di abitazioni del centro storico, del paese di “Rolando

Ripetiamo che le immagini su Pietracamela, il paese natìo dal quale sono partiti Rolando e i suoi fratelli, e tanti altri emigrati, sono tratte dalla “chat pretaroli” (denominata “Ne parlime Le Pretaruale”) per un coinvolgimento corale della Comunità locale, dato che le hanno immesse, per lo più molto di recente, paesani molto attivi per il proprio paese: dopo l’immagine con la copertina del libto (n, 1) le 11 immagini iniziali (n. 3, 4, 7, 8, 9, 10, 11, 13, 14, 15, 20) sono di Aligi Bonaduce, realizzatore e gestore della “chat” e soprattutto di un Archivio fotografico prezioso che alimenta con foto pittoriche di incantevoli scorci ambientali; 8 immagini (n. 2, 5, 6, 12, 16, 18, 21, 29) sono di Denise Trentini sempre presente sulla “chat” rispetto a problemi attuali e anche a usi e tradizioni; 2 immagini (n. 19, 22) sono di Salvatore Levante, fratello dell’autore del romanzo, che fotografò nel 1954 il parroco Don Andrea, e una stornellata di paesani “storici”ai Prati di Tivo; 1 immagine (n. 17) di Lidia Montauti, custode competente e molto attiva delle tradizioni e della storia paesana che ha valorizzato con mostre e iniziative, oltre ad una presenza continua sulla “chat”, sua la foto della prima trebbiatrice, 1 immagine (n. 23) di Sandra Browley, l'”americana” molro legata alle origini “pretarole” che ha messo nella “chat” una bella istantanea di Don Andrea nella sua storica visita in America ai paesani emigrati, non poteva mancare la presenza americana, che rientra in tante storie familiari, compresa quella dell”’autore del romanzo. Le 5 immagini successive (n. 24, 25, 26, 27, 28) evocano, in un contrasto significativo, i luoghi americani dove si svolgono le intense iniziative e la vita di Rolando e i suoi fratelli, 2 su Toronto, poi le Cascate del Niagara e le Torri Gemelle nei giorni terribili dell’attentato, fino a Palm Beach; sono state tratte dai siti web seguenti, di cui si ringraziano i titolari, in ordine di inserimento: you tube blog to, ficker, viator, panotama.it, palm beach club. La galleria si conclude con 2 immagini che riportano al paese di origine, la prima (n. 29) della già citata Denise Trentini, con l’agglomerato di abitazioni del centro storico, la seconda (n. 30), in chiusura, evoca una visione di sogno del paese fatato all’alba, indorato dai primi raggi di sole, “postata” il 20 settembre 2024 sulla “chat” da Corrado Adriani, il quale rappresenta molro per il paese e per l’autore del romanzo, che ha condiviso con lui infiniti momenti in una vita di simpatici incontri durante le tante estati felici nel loro “natio borgo selvaggio”.

Pietracamela si sveeglia baciata dalla prime luci dell’alba, in alto il Gran Sasso

Il cielo sopra Pietracamela, i gruppi di faggi e i lucchetti dell’amore

di Romano Maria Levante

 Pubblicato in .cultura.inabruzzo.it, l’ 8 genn. 2009. Ripubblicato in www.arteculturaoggi.it l’8 genn. 2025

Chi ha avuto la ventura di trascorrere le festività nel “borgo più bello d’Italia per il 2007” si è sentito almeno per qualche attimo “tre metri sopra il cielo”, o anche “sotto il cielo” che fa lo stesso. Quello che conta è la straordinaria vicinanza del “cielo sopra Pietracamela”

E’ stato bello concludere così il 2008 e iniziare il 2009. Gli astri luminosi perforano la volta celeste e disegnano costellazioni sfavillanti che si confondono con le isole di luce dei paesi nella vallata.

Pietracamela,. “nido delle aquile”, il borgo incastonato nel verde
tra il Gran Sasso d’Italia e la Montagna di Intermesoli

Si sente l’infinito, quello siderale dei miliardi di anni luce, quello leopardiano dove la mente si proietta verso “interminati spazi”, e “in questa immensità s’annega il pensier mio”. Il firmamento è lì, sembra di toccarlo, e quando si è “tre metri sopra il cielo” i pensieri corrono inarrestabili, la mente fatica a tenerne il passo. E anche se sembrano banali sono sempre ispirati.

A noi la vicinanza del cielo evoca il titolo del primo romanzo di Federico Moccia e poi, a cascata, il libro successivo che ha dato l’avvio al contagio endemico dei “lucchetti dell’amore”. Così da un’associazione di idee all’altra si naviga in un mondo ancora più dilatato del già sterminato web, quello dell’immaginazione.

Il borgo fatato “veglia”, sul sonno, in alto,
della “Bella addormentata”, o del “Gigante che dorme”

Si vedono materializzarsi questi lucchetti su un Ponte Milvio virtuale, si sente la dolcezza del richiamo sentimentale, la fermezza dell’impegno assoluto ed esclusivo per la vita, la forza di un legame indissolubile. I giovanissimi che ne sono stati presi sembrano tornare ai valori adamantini di un’epoca passata, alle scelte dell’anima gemella “senza se e senza ma”.

Ma ora siamo noi – che abbiamo superato da diversi decenni quell’età, l’altro ieri dell’innocenza, ieri della trasgressione, oggi dell’ostentata dedizione – a porre a noi stessi delle domande, in un sogno alla rovescia dove le parti si invertono.

Il cuore religioso del borgo, la chiesa-madre intitolata al Santo protettore,
San Leucio, sullo sfondo il centro storico, le montagne, il cielo…

I giovani diventano rispettosi dei valori della fedeltà e della responsabilità, gli anziani sentono con sgomento il tintinnare dei lucchetti che si rinserrano, il tonfo delle chiavi gettate nel fiume dall’alto del ponte in un atto irreversibile dove la dolcezza del sentimento si perde nell’inesorabilità di un gesto definitivo.

Si avverte l’eco lontana di una pratica medioevale aborrita, la “cintura di castità”, anch’essa a base di lucchetti, si avverte lo stridore dei chiavistelli che chiudono le porte delle carceri, valori negativi su un substrato positivo.

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Il cuore civico del borgo, Piazzale degli Eroi,
con il monumento agli “Aquilotti del Gran Sasso”

E’ il trionfo dell’ossimoro di una fantasia malata, di un’immaginazione sfrenata? O è solo pura e semplice associazione di idee, favorita dall’aria tersa, dall’ossigeno rarefatto della montagna che fa provare ebbrezze dimenticate?

Di idea in idea, in questa vigilia del Festival di San Remo, torna alla mente “L’edera”, la canzone cult di mezzo secolo fa, che ci ammaliò con il suo messaggio di attaccamento, di fedeltà, di scelta irreversibile.

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I “Prati di Tivo”, declivio erboso che sale fino alla roccia dolomitica del Gran Sasso

Una malia che fu spazzata via con la forza di uno tsumani, prima a livello canoro, poi nel costume. Il sessantotto ha travolto mentalità e consuetudini con la rapidità di una folgore, rendendo superato un intero sistema di valori.

Ci siamo quasi vergognati di quei sentimenti, abbiamo rinnegato la malìa che ci dava il sentirci “avvinti come l’edera”… Ora sono i giovani a volerlo, hanno sorpassato all’indietro gli anziani, vogliono essere serrati dall’acciaio, e non avvinti dal vegetale come ci sentivamo noi.

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I faggi in basso ai “Prati di Tivo”, in gruppi di alberi uniti e distinti

Ma allora la coppia, la famiglia dei tempi che viviamo, è serrata o avvinta, oppure disgregata come nel mito sessantottino? Sentiamo che né l’edera né i lucchetti sono una risposta e non lo è neppure il disimpegno libertario senza punti di riferimento, senza costruire il futuro.

Ci guardiamo intorno, siamo sempre a Pietracamela, ai “Prati di Tivo” – il declivio erboso attaccato alla montagna dolomitica, in basso zone alberate – in questo magico inizio del Nuovo Anno. Vediamo stagliarsi verso il cielo grappoli arborei, separati e distanti, composti da fusti che si innalzano vicinissimi gli uni agli altri.

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I faggi svettano verso il cielo,
in una spinta solidale nella libertà senza costrizioni

Sono i faggi, sembrano uniti in una spinta solidale ma non soffocante verso l’alto alla ricerca della libertà senza costrizioni e senza desolanti solitudini. E’ forse la terza via che attende la coppia e la famiglia, scevra di egoismi e prevaricazioni, per una vita libera e insieme solidale, protesa “più alto e più oltre”, per usare il motto dannunziano.

Questo il primo messaggio dell’Anno Nuovo che ci regala il “borgo più bello d’Italia”. La trasparenza dell’aria ci fa vedere il futuro oppure l’ebbrezza dell’altitudine ci fa delirare? Certo è ardito collegare lucchetti ed edera, faggi e famiglia, ma siamo “tre metri sopra il cielo”…

Il borgo fatato si risveglia alle prime luci do un’alba dorata

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Le prime 4 immagini e l’8^ sono su Pietracamela: tratte dalla chat “Ne Parlime Le Pretaruale”, della comunità “pretarola”. In apertura, foto di Aligi Bonaduce, seguono foto di Paolo Trentini, di Marco Giardetti, e di Giancarlo Trinetti. Le successive 3 immagini sono sui Prati di Tivo, la prima di Romano Maria Levante, le 2 successive di Alberto Levante, la 8* messa da Corrado Adriani sulla “chat pretaroli”, da dove è stata tratta. In chiusura, l’immagine di Ponte Milvio, Roma, tratta dal sito “web” Pinterest. Si ringraziano gli autori delle foto.

I “lucchetti dell’amore” a Roma, Ponte Milvio, dal 2007, poi rimossi (foto Pinterest)

 

I tanti “perchè?” del 2025, 4. Giorgia Meloni, il sindacato Cgil e il “Poker d’assi” finale

di Romano Maria Levante

Si conclude la nostra carrellata di fine anno sui tanti perchè? emersi nei principali eventi del 2025, soprattutto per come sono stati commentati nelle diverse sedi, spesso con alterazioni faziose e omissioni inammissibili che hanno distorto le polemiche nelle quali non sempre si sono rispettate le regole di un confonto corretto di opinioni e concezioni sempre rispettabili se non mistificatorie. Per sottolineare questi rischi abbiamo dedicato il 2° dei quattro articoli ai “talk show” politici sulle principali Reti televisive , alcuni al limite dell’ammissibilità in una corretta comunicazione giornalistica. Gli altri due articoli sono stati dedicati agli interrogativi rimasti aperti su importanti temi, il 1° sul “Manifesto di Ventotene” e il “Caso Almasri” – che hanno animato la prima parte dell’anno – il 3* su ” Gaza” e la “Manovra economica per il 2026” della seconda parte del 2025.

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Giorgia Meloni saluta i partecipanti alla giornata conclusiva della kermesse di “Atreju”,
al termine del suo atteso intervento di chiusura, domenica 14 dicembre 2025

Questo 4° articolo conclusivo contiene l’ultima serie di interrogativi, ci sembrano leggeri perché attengono, più che alla sostanza dei contenuti, agli atteggiamenti e alle alterazioni che la polemica politica spesso compie. E ci riferiamo  in primo luogo alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Cominciamo subito con l’accusa  ormai unanime di oppositori, non solo politici ma anche presunti indipendenti, come giornalisti e opinionisti. Si tratta dell’accusa di reagire agli attacchi per vittimismo, divenuta ossessiva, lanciata ad ogni sua risposta, pur con l’accusa concomitante di non accettare il confronto perché non tiene conferenze stampa. E non dovrebbe replicare agli attacchi in quanto rappresenta il Paese, quindi tutti.

Ma perché non considerano, invece, che deve replicare, proprio per questa sua posizione istituzionale, alle accuse lanciate anche in qualificate sedi internazionali, come quella che il suo governo è una minaccia per la democrazia e la libertà, collegandolo perfino all’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci  da parte della leader dell’opposizione nel Congresso  del suo partito europeo all’estero? Ancora: perché non dovrebbe replicare all’accusa al governo italiano di “complicità in genocidio” presentata  dai due leader “italiani” del secondo  partito della sinistra e resa pubblica a Montecitorio, e non ci si rende conto che la foto “celebrativa”, addirittura con i cartelli accusatori, è agghiacciante perchè volta a discreditare le nostre massime istituzioni Passando a un altro grave episodio dello stesos segno, perché non doveva replicare all’insensato deferimento al Tribunale dei ministri per un atto politico come la soluzione del caso Almasri in cui il governo ha agito nell’interesse del Paese, come abbiamo cercato di documentare nei perchè del 1° articolo oltre che nall’articolo apposito?

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Gli on. Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, leaders del partito AVS, Alleanza Verdi e Sinistre,
nella Camera dei Deputati esibisccno il cartello con la denuncia del governo italiano
alla Corte Penale Internazionale, per “complicità nel genocidio”a Gaza

Andando più indietro nel tempo, perché non doveva rispondere a tono al noto scritore autore del monologo celebrativo di un recente 25 aprile da trasmettere sul Servizio pubblico, poi non andato in onda forse per motivi economici, ma da lei pubblicato perchè veniva considerata censura? E perchè non si è tenuto conto della estrema gravità dell’accusa rivoltale dallo scrittore, dopo aver evocato non la Liberazione ma le nequizie del fascismo, di “proiettare un’ombra  fosca sulla democrazia del nostro Paese”? Aggiungiamo un altro interrogativo: perché non è stato contestata la successiva accusa dello stesso di farne un bersaglio con la sua replica, quando era stato lui  a fare di lei  un bersaglio per qualche individuo debole che volesse ergersi a difensore della democrazia con atti di violenza contro chi la minaccia?  E perché gli oppositori usano contro di lei termini disgustosamente offensivi, quali “vile”, “codarda”, “menzognera”, “coniglio”, “asservita”, lo fanno gli stessi leader dell’opposizione in Parlamento, altri “zerbino” e simili, e anche  peggiori -“ complice di genocidio” tra questi – mai usati verso altri Presidenti del Consiglio, forse perché è una giovane donna, tanto che si è giunti a chiamarla addrittura “cortigiana”?

Ma passiamo alla sottovalutazione, che diventa  demonizzazione,  degli aspetti ritenuti più vantaggiosi per il Paese della sua presenza spesso prestigiosa. Perché la predilezione per lei di Trump, il Presidente degli Stati Uniti, il più importante alleato dell’Occidente, viene svilita con termini quali “asservimento”,“subordinazione”, “vassallaggio”, fino – lo ripetiamo – a “cortigiana”? E soprattutto, perché è stata alterata in modo  intollerabile la sua presenza alla solenne cerimonia per la firma dell’Accordo di pace per Gaza, dove era l’unica donna  tra i 20 rappresentanti dei maggiori paesi del mondo  seduti  dietro ai  firmatari, citando soltanto il complimento “sei bellissima” di Trump per di più degradato come “sessista”? E, collegati a questa domanda due  interrogativi ancora più incisivi- Il primo: perché è stato riportato  solo il complimento estetico espresso nella fase  informale e terminale dell’incontro, per di più senza l’apprezzamento politico ad esso collegato, con le parole “L’Italia. Abbiamo una donna giovane e bellissima, non ti dispiace se dico che sei bellissima.? ……. Grazie davvero di essere qui. Lo apprezziamo molto, voleva essere qui, è una politica veramente rispettata e di successo”. Si è ironizzato considerandolo “sessista”, quindi l’interessata è stata addirittura criticata perchè avrebbe dovuto respingerlo!; non tenendo conto neppure che Trump, in quella fase del tutto informale, si è complimentato usando toni scherzosi con tutti.

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La foto finale dei partecipanti alla cerimonia della firma dell’Accordo di Pace per Gaza
a Sharm El Sheick il 13 ottobre 2025, in 1^ fila i 4 firmatari, in 2^ fila i 20 capi di governo invitati

E ora il secondo interrogativo  ancora più rilevante dato che l’alterazione è ben più grave: perché è stato totalmente ignorato, anzi cancellato  il riconoscimento fatto da Trump soltanto alla Meloni –  anzi all’Italia, fatto ben più rilevante – tra i 20 capi di stato e di governo invitati per contribuire alle fasi successive dell’Accordo di pace. nel momento culminante, appena prima della firma, della solenne cerimonia quando ha detto solo a lei  come rappresentante dell’Italia, esplicitamente citata: “Ecco l’Italia. Una forte leader sta facendo un ottimo lavoro. Stai facendo un ottimo lavoro. Grazie”. Perchè oscurarla, anzi ometterla, anche nella meditata e documentata ricostruzione dell’anno di Trump da parte del bravo co-conduttore di “Taganà”, che ha riportato soltanto il complimento come “bellissima”, nulla dell’apprezzamento a lei e all’Italia, anche se su “La 7” non sorprende di certo?

E, a seguire, perché non poteva replicare alla scomposta accusa cui si è già accennato, che collegava l’attentato al giornalista d’inchiesta Sigfrido Ranucci al suo governo “delle destre”?   Ancora, perché è  stata demonizzata per la sua replica alla mancata approvazione in Parlamento da parte della sinistra del Patto di Pace per Gaza, con l’espressione che si è dimostrata “più fondamentalista di Hamas”, sottolineandone  la pervicacia nell’errore ma non parificandola ai terroristi come insstentemente si è ripetuto alterando la realtà?   E infine, ma si potrebbe continuare a lungo dopo questi pochi esempi, perché la si rimprovera di comportarsi da capopartito mentre essendo Presidente del Consiglio  dovrebbe rappresentare tutti, quando proprio per questo deve difendere l’immagine del ?aese macchiata dalle accuse di antidemocrazia, limiti alla libertà, inesistenti, con i “talk show” politici in Tv, oltre alla grande stampa, sono quasi tutti, come dinostrato nel 2° articolo, ostili a lei e al suo governo?.

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Il momento della firma a Sharm El Sheick dell’Accordo di pace per Gaza, da parte dei 4 in prima fila, dietro i 20 rappresentanti dei maggiori paesi, tra cui la Meloni al centro, invitati a partecipare

La CGIL del Segretario generale Maurizio Landini

Ci avviciniamo alla conclusione di questa lunga telenovela di interrogativi, che esprimono, mediante i perchè? evidenziati in corsivo, lo stupore dinanzi a posizioni di cui non si comprende la razionalità, ma soltanto la legittima motivazione politica legata a una prevenzione senza rapporto con la realtà. E’ il turno di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil – il maggiore sindacato di sinistra – che nella sua opposizione politica ha isolato l’organizzazione dalle altre due, la Uil ex socialista, e la Cisl, ex democristiana su posizioni centriste.

Non torniamo sull’epiteto di  “cortigiana” rivoltole da Landini, da lui ridimensionato, si fa per dire, a “componente la Corte di Trump” con le conseguenti accuse di asservimento,  né vogliamo ricordare  l’appello dal sapore eversivo alla ”rivolta sociale” dei suoi comizi. Neppure vogliamo entrare nella sua attività  sindacale contro la “Manovra economica” quasi fosse una forza politica, mentre latita l’azione sindacale nel rinnovo di contratti. O sono ritardatari o non vengono sottoscritti dalla sola Cgil anche se congrui nella situazione data, come dimostrano quelli di importanti comparti del settore pubblico, come la Sanità rinnovati senza la Cgil. E nella scomposta accusa al governo di opporsi al Salario mimimo, anche da parte della Cgil, perchè non si considera che ha firmato contratti perfino a poco più della metà dei 9 euro l’ora richiesti, addirittura a 5 euto; e che nel voto al Cnel i rappresentanti di altri sindacati, in particolare la Cisl, hanno votato contro il Salario minimo per una riconsiderazione generale dell’assetto contrattule proposta dallo stesso Cnel, l’organo costotuzionale a ciò destinato?

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Giorgia Meloni tra il presidente della Turchia Erdogan e l’Emiro del Qatar El Thani

Ci riferiamo ora alla imposta patrimoniale, evocata da Landini, con questa domanda: perché il limite di 2,5 milioni da lui indicato come quello oltre il quale scatterebbe un “contributo” dell’1,3%  viene fatto passare come reddito annuale, quindi molto elevato, mentre pur nei termini equivoci usati riguarda l’intero patrimonio, con immobili già tassati con la “patrimoniale” IMU, salvo la prima casa, depositi, ecc. ecc., quindi il ceto medio benestante e non i super ricchi, come sarebbe  se fosse reddito annuale e non viene sottolineato neppure da chi lo contesta? Aggiungiamo un solo episodio, la sua replica stizzita all’ironia della Meloni che, dinanzi all’annuncio dello sciopero generale del 12 dicembre, si è chiesta con ironia “chissà che giorno sarà?’, riferendosi al “venerdì” consueto negli scioperi sindacali, quasi per fare il “long week end”. Ha risposto piccato: “Ci vuole rispetto per i lavoratori, con lo sciopero perdono il corrispettivo di una giornata di lavoro”; anzi, completiamo noi, ancora di più, perdono 1/26 e non 1/30  della retribuzione mensile, perché si trattengono anche i ratei di ferie,  ecc. Il primo interrogativo riguarda lo sciopero generale contro la Manovra economica per il 2026, del 12 dicembre, periodo quasi prenatalizio, a manovra in stato molto avanzato. La Uil ha anticipato la propria iniziativa al 29 novembre, senza indire alcuno sciopero. .

Il nostro perchè? nasce dalla perdita di una giornata di retribuzione, che, ha detto Landini, pesa sulle finanze dei lavoratori. E allora, perché fare lo sciopero generale venerdì 12  e non una manifestazione con le stesse richieste  e proteste il giorno dopo 13  sabato, senza alcuna perdita di retribuzione per i lavoratori e senza danno per il Paese? La Uil ha tenuto la propria manifestazione il 29 novembre perchè è sabato, quindi non è stata dannosa nè per i lavoratori, che non perdono la retribuzione, e neppure per il Paese che non si vede bloccato nei principali settori. E al riguardo ci si chiede ancora:  perché ritenere più efficace lo sciopero quando non si tratta di colpire l’interesse del datore di lavoro, che deve cedere se prolungato per non rimetterci, ma l’interesse generale del Paese per il fermo della produzione e, nel venerdì, anche il flusso turistico per il week end scoraggiato dal blocco  delle  attività dovuto allo sciopero generale?. Cui prodest?

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Giorgia Meloni tra i ministri dell’Agricoltura e Sovranità alimentare Lollobrigida e della Cultura Giuli, mentre spingono il pulsante che accende le luci al Colosseo con la scritta che celebra il riconoscimento
dato il 10 dicembre 2025
dall’Unesco alla Cucina italiana, come Patrimonio dell’umanità

Ma l’interrogativo ulteriore ci sembra vada oltre, perché uno dei motivi dello sciopero generale è lo scarso aumento delle retribuzioni nella manovra, quasi fossimo nell’URSS di decenni fa quando i salari dipendevano dal governo, che in questo caso ha utilizzato la leva fiscale per quanto possibile date le scarse risorse. Allora, perché far rimettere, con la detrazione per lo sciopero.  ai lavoratori a più basso reddito fino a 30.000 euro lordi annui   l’intero aumento annuale  della manovra, circa 40 euro,  e per il ceto medio a 50.000 euro lordi annui. che sono nell’ambito dei 2500 eiuro mensili, almeno 3 mesi di aumento,  una specie di tassa sindacale di tipo politico, senza risultati per .. i tassati?

Riguardo allo sciopero generale della Cgil, un interrogativo irriverente lo riportiamo senza alcuu intento provocatorio, per proseguire con un sorriso questa maratona forse pedante, ma che nei quattro articoli ha evidenziato fior da fiore, si fa per dire, le più varie questioni politico- economiche nazionali e internazionali. E non poniamo nuovi “perché?”, ma ci permettiamo di chiedere rispettosamente, non a Landini – che non ha presieduto i cortei dello sciopero nella capitale ma a Firenze –  bensì ai  partecipanti al grande corteo romano con cui è culminato lo sciopero generale, le loro impressioni nel manifestare qyel giorno contro il governo.

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Il Colosseo con l’illuminazione tricolore e sopra la scritta celebrativa del riconoscimento dell’Unesco

Come si sono sentiti passando davanti al Colosseo che due sere prima era inondato da una festosa luce tricolore con sopra al monumento una grande scritta luminosa inneggiante al grande riconoscimento conferito dall’Unesco nell’antivigilia dello sciopero generale, alla “Cucina italiana prima nel mondo”, come Patrimonio dell’umanità? . Il riconoscimento è stato assegnato all’unanimità – con 60 voti su 60 – a Nuova Delhi, la capitale della lontana India, dopo che il nostro governo ha lanciato la candidatura nel marzo 2023, pochi mesi dopo il suo insediamento, e ha fatto “squadra”. Perchè non riconoscere l’impegno vincente dei due ministri forse più bistrattati, Lollobrigida per l’Agricoltura e la Sovranità alimentare, Giuli per la Cultura, in un campo così importante ottenendo un rilevo mondiale molto positivo per lo sviluppo del settore e per il turismo? E nel corteo, come si sentivano nel porsi in controtendenza rispetto all’importante riconoscimento internazionale all’azione del governo, attaccandolo aspramente per la Manovra economica pur se ha dedicato parte delle risorse ai lavoratori?

Il corteo non è giunto nella zona dei giardini di Castel Sant’Angelo, dove domenica 14 dicembre, due giorni dopo lo sciopero generale, si è conclusa la grande kermesse annuale del partito di maggioranza, “Fratelli d’Italia”, iniziata dieci giorni prima. Altrimenti avremmo chiesto: “Cosa avreste ‘sentito’,  se vi foste passati vicino, nel leggere i grandi caratteri dei cartelli con il titolo della Kermesse: “Sei diventata FORTE, Italia  a testa alta” ?  E, chiediamo ancora, come vi sentite anche senza esserci passati, essendo riferito proprio a Giorgia Meloni. la presidente del Consiglio che avete demonizzato in ogni modo – fino alla qualifica di “cortigiana” datale proprio da Landini – mentre riceveva tanti riconoscimenti internazionali per l’Italia, l’ultimo quello stesso giorno, nel nome della statista britannica Margaret Thatcher”?

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Immagine-simbolo del riconoscimento dell’Unesco alla Cucina italiana

Ma c’è dell’altro. Il discorso di chiusura della Meloni è stato giudicato “un comiziaccio” non istituzionale, perchè non aveva l’aplomb da Presidente del Consiglio, giudizio ovviamente rispettabile. Ma perchè queste presuntuose “lezioni” a una libera manifestazione verso i propri militanti in una festa così “inclusiva” e perchè demonizzare una modestissime reaziono dialettica a quelli che invece non vengono mai criticati quando le riversano addosso, anche in Parlamento, ,gli epiteti che vale la pena citare ancora, come “vile, coniglio, cosarda, falsa, menzgnera, zerbino, scendooletto, fino a cortigiana”?

E, nei confronti dell’opposizione, perchè non criticare l’offesa disfattista al nostro Paese della leader del maggior partito della sinistra nel descriverlo con “il frigo degli italiani vuoto” e gli abitanti “in miseria” per colpa della Meloni, quando la Confecommecio stima in 10 miliardi di euro le spese natalizie, di cui 200 a persona per regali, pur nella riduzione rispetto allo scorso anno? Non solo, ma perchè non criticare neppure la surreale affermazione della stessa che “la Manovra economica è la peggiore della storia”, mentre mtte a posto i conti, forse rimpiange le manovre che hanno portato nel passato all’indebitamento record, fino quasi al tracollo, facendo capire che se vincesse le elezioni e andasse al governo ripeterebbe tale dissipazione? E non va definita la Manovra economica per il 2026 “seria e responsabile” come ha detto la Meloni, e costruita con “prudenza e non austerità” affontando “questioni impossibili”, come ha detto in uno sfogo spontaneo il suo maggiore artefice Giorgetti?

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La manifestazione del sindacato UIL a Roma, Teatro Brancaccio, sulla Manovra economica per il 2026, sabato 29 novembre 2025

I “perchè?” sui fatti recentissimi, e il “Poker d’asso” finale

I più recenti sono due fatti di portata diversa, come rilevanza, entità e significato, svoltisi quasi in contemporanea, lontanissimi in ogni senso: a Torino il primo, da considerare negativo per i disordini persistenti, positivo per l’eliminazione di una sede da dove sembra partissero i facinorosi che facevano degenerare ogni manifestazione; a Bruxelles il secondo, veramente provvidenziale oltre che inatteso.

A Torino si è svolto lo sgombero del centro sociale Askatasuma che da quasi trent’anni occupava un grande edificio pubblico, dal quale sembra partissero i facinorosi che nelle manifestazioni provocavano scontri con le forze dell’ordine e danneggiamenti, culminati nell’invasione della sede del quotidiano “La Stampa”, mettendo a soqquadro la redazione, con scritte e atteggiamenti eversivi il giorno dello sciopero dei giornalisti. E’ stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e anche il sindaco di Torino – che cercava di inserire il centro in un progetto civico di socialità e aggregazione conndivisa – ha posto fine a tale intento gneroso e c’è stato lo sgombero disposto dal Ministro dell’Interno.

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Un momento della manifestazione del sindacato Cisl sulla Manovra economica per il 2026,
svoltasi sabato 13 dicembre 2025, il giorno dopo lo sciopero generale indetto dalla Cgil

Nei giorni successivi accesi disordini, e la polizia ha fronteggiato i manifeatnti violenti, con cariche e idranti. Ed ecco due interrogativi. Perchè gli oppositori al governo dinanzi a questi comportamenti eversivi verso la sicurezza dei cittadini continuano nell’affermazione che condannano ogni forma di violenza, ma… occorre capire le ragioni del disagio e intervenire su quelle piuttoto che sulla repressione, quindi dando loro una giusificazione, e lo fanno utiizzando l’artificio dialettico che toglie ogni valore alla premessa scontata, annullata dalla conclusione? E ancora: perchè, invece, dinazi a tali violenze intollerabii e ai Centro sociali affini indifedibili, non creano una unione nazionale che li isoli del tutto e tolga loro il supporto dal quale si sentono sostenuti, e soltanto dopo, e a parte, affrontare insieme le spesso presunte cause dei disagio e così via?

Ma passiamo al secondo fatto, un evento altamente positivo, che ha preservato il nostro Paese da effetti terribilmente negativi se si fosse deciso di utilizzare gli oltre 200 miliardi di euro di “assets” russi, di cui 180 depositati in Belgio, per l’aiuto dell’Unione Europea all’Ucraina. Le istituzioni finanziarie dell’UE rischiavano di perdere la necessaria affidabilità – allarme lanciato con la sua autorevoezza anche dalla Banca Centrale Europea – con ripercussioni negative sulle banche per la fuga dei depositi esteri, e sull’euro. E ne avrebbe sofferto soprattutto l’Italia, esposta più degli altri Srati membri per il suo alto indebitameno; ma soprattutto avrebbe rischiato la pressochè sicura ritorsione della Russia, che aveva preannunciato, nel caso di esproprio dei sui “assets”, di confiscare, con una apposita legge, i beni europei, e vi operano oltre 300 imprese italiane.

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Il corteo dei partecipanti allo sciopero generale indetto dal sindacato CGil venerdì 12 dicembre 2025,
mentre passa davanti al Colosseo dove due sere prima c’era la scritta luminosa del premio Unesco

La presidente della Commissione UE e il presidente del Consiglio UE erano per l’uso degli “assets” russi, sospinti dalla Germania, dalla Polonia e dagli altri paesi soprattutto del Nord Eutopa, l’Italia è stata capofila , con le sole Francia e Ungheria – e naturalmente il Belgio detentore degli “assets” – della scelta opposta, che ha prevalso: finanziare l’aiuto all’Ucraina con 90 miliardi di debito comune, gli eurobond, vincendo la cinsueta avversione dei tedeschi, polacchi e dei “paesi frugali” al debito europeo che ci favorisce non accrescendo il nostro indebitamento. E chi ha rappresentato l’Italia riuscendo in tale “miracolo” che non solo preserva il nostro Paese, oltre all’Unione Europea, da danni inenarrabili? Perchè dagli esponenti e simpatizzanti del maggiore partito di opposizione si è insistito che dovevano essere utilizzati gli “assets” russi, come prova di forza dei paesi europei, e anche dopo che si è scelta la via opposta, è stata ritenuta una prova di debolezza, ignorando il grave rischio corso dal nostro Paese?

E, comunque, dinanzi al risultato ottenuto, perchè non riconoscere, invece – come hanno fatto operatori e opinionisti avveduti – il grande merito alla presidente Meloni, che ha prevalso operando con determinazione ed efficacia nell’interminabile giornata di trattative dalle 8 del mattino alle 3 di notte? Senza clamore nè orgogliose rivendicazioni, ha detto “Ha prevalso il buon senso”. Con il combinato disposto dell’uscita anticipata di un anno dalla procedura di infrazione, perchè non riconoscere che consente all’Italia di accedere al prestito europeo da rimbiorsre in 45 anni senza accrecere l’alto indebitamento, sia per questi aiuti all’Ucraina, sia per l’impegno nell’aumentare le spese della difesa per il quale sono previsti anche gli eurobond a noi divenuti accessibili per l’equilibrio dei conti ottenuti con la tanto criticata Manovra conomica?

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Il segretario generale di Cgil Maurizio Landini parla ai partecipanti al corteo nello sciopero generale

A questo punto non possiamo non evidenziare l’addensamento, nelle tre ultime settinane del 2025, di quattro fatti rilevanti. Di solito ci sono i fatti negativi, questa volta una congiunzione astrale ci presenta dei fatti positivi, due che incidono notevolmente sulla nostra economia, due circoscritti. Li citiamo partendo dai due principali: il 18 dicembre il risultato insperato a livello internazionale europeo degli Eurobondc che saranno utilizzati per aiuti all’Ucraina e spese per la difesa, con gli effetti largamente positivi ora citati, e il 30 dicembre la definitiva approvazione della Manovra economica per il 2026 con il risultato altrettanto insperato di aver messo i conti in ordine, l’indebitamento sotto la soglia della procedura di infrazione e l’accesso agli eurobond, in più la ciliegina sulla torta odierna del conferimento dell’8^ rata del Pmrr dell’Unione Europea. Gli altri due che si inseriscono in modo significativo in un “en plein” così positivo: il conferimento il 10 dicembre da parte dell’Unesco alla Cucina italiana nel suo insieme del riconoscimento di “patrimonio dell’umanità”, e, dulcis in fundo, il 12 dicembre, giorno dello sciopero generale della Cgil contro il governo, il Premio “Margaret Thatcher” conferito alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni., per la sua “leadership e forza dei valori: coerenza e visione, coraggio politico, leadership europea, difesa dell’identità“. Un “Poker d’assi” vincente, nell’interesse del Paese, anzi della Nazione, per usare il suo linguaggio, Se aggiungiamo altri risultati del 2025, anch’essi tuttora validi, lo “spread” ai minimi storici, e l’upgrading del “rating”, e il “botto fiinale” del 2025, il Premio dato a Giorgia Meloni dao lettori del 1giorbnale britannico “The Telepdaph”, fa8aoper il maggior partito di governo il. successo della sua kermesse “Atreju”, divenuto quest’anno sede, da tutti riconosciuta, di confronto libero e inclusivo, il “Poker d’assi” diventa “Settebello” vincente. Non possiamo che darne pieno merito alla nostra Presidente del Consiglio, e in omaggio a lei, protagonista di tale esaltante sequenza, abbiamo aperto e chiuso questo 4° articolo conclusivo del 2025 con due immagini-simbolo su di lei: la sua esaltazione ad “Atreju” il giorno conclusivo e, due giorni prima, mentre le viene conferito il Premio Thatcher che stringe tra le mani..

Qui terminano, con il botto finale dei fuochi d’artifico nelle feste popolari,  i nostri “perché?”, relativi al 2025, anche se ce ne sono tanti altri. Per la prima volta nella nostra lunga attività giornalistica abbiamo evidenziato una parte molto ampia del testo in corsivo, per mostrare la vastità degli interrogativi, che possono sembrare fastidiosi come lo è il corsivo così ripetuto.  Il corsivo resta nelle componenti del “Poker d’assi” e nel “Settebello” finale, ma in grassetto per evidenziarlo questa volta in positivo. A chi ha avuto la pazienza di leggere la nostra esposizione – forse pedante ma evocativa di tante sollecitazioni anche dialettiche dell’anno che sta per terminare – lasciamo la risposta agli interrogativi che potrà scegliere tra i tantissimi perchè?evidenziati nei due articoli.  E noi ne daremo riscontro e risposta in una palestra di vera  democrazia.

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Giorgia Meloni con i presidenti dell’Ungheria, Orban e, dietro, della Francia, Macron,
con loro, insieme al presidente del Belgio, ha ottenuto che per gli aiuti all’Ucraina del prossimo biennio, si userà il Prestito europeo invece della rischiosa utilizzazione dgli “asset” russi

Gli ultimissimi dati di inizio 2026, dal “Poker d’assi” al “Pokerissimo”!

Un aggiornamento benaugurante per il nostro Paese all’inizio dell’Anno Nuovo, il Capodanno 2026 prosegue la congiunzione astrale del dicembre 2025. Dopo la telefonata di fine anno della nostra Meloni a Trump, due regali di Capodanno del presidente americano, pur super impegnato nei due collequi della vigilia con Zelensky e con Netanhyau, nonchè nella complessa preparazione dell’operazione del 3 gennaio in Venezuela. Oltre agli auguri hanno parlato degli impegni internazionali e delle questioni bilaterali, ebbene, a sopresa – e che bella sorpresa ! – il 1° gennaio 2026 non sono entrati in vigore i dazi americani per i Mobili, settore importante, rinviati di un anno, e poi chissà…. Non solo ma – secondo regalo ! – i dazi applicati sempre dal 1° gennaio sulla nostra Pasta, sono solo del 2,5% , max 14% a seconda del tipo di pasta, invece che oltre il100% fissato, Il terzo “fatto” positivo a chiusura dell’anno, il 31 dicembre, la nostra presidente del Consiglio è stata prescelta dai lettori del quotidiano “The Telegraph” – lettori brtannici e non giuria…- superando anche Trump, come “la leader globale più importante del 2025” per “identità, pragmatismo e leadership europea”. Aggiungendo questi tre nuovi successi, il “Poker d’assi” di dicembre, diventa “Settebello vincente” . Poi, con i risultati dell’intero 2025 – lo spread sceso a meno di 70 punti, dai 236 punti all’ inizio del governo, la promozione delle agenzie di rating dopo tanti anni- arriva la Tombola vittoriosa” del Paese al Capodanno 2026. La Cgil di Landini sembra abbia indetto 1600 giornate di sciopero, a livello settoriale e non solo, per il solo gennaio. Mentre il nostro Paese è tenuto “a testa alta” da chi lo rappresenta, c’è chi contesta attaccando “a testa bassa”. Legittimamente, si intende. Ma viene da esclamare “de gustibus”….

Non basta, ecco  gli ultimissimi risultati comunicati dall’Istat, non certo benevola con il governo, nei primissimi giorni di gennaio 2026, una vera Befana per gli italiani  Eccone alcuni. Da settembre 2024 a settembre 2025, il potere d’acquisto delle famiglie è cresciuto dell’1,7%, con 20 miliardi di euro in più,  dal 2022 il reddito disponibile per abitante è  aumentato di 687 euro al netto dell’inflazione. La pressione fiscale è scesa dal 40,8 al 40% nell’ultimo anno, e non riflette i vantaggi ottenuti dalle misure fiscali e contributive perché queste incidono sul netto e non sul lordo.  In particolare, nel periodo luglio-settembre 2025 reddito disponibile +2%, quello per acquisti + 1,8%. Mentre la propensione al risparmio all’11,4%, +1,55% rispetto al periodo precedente, il maggiore livello dal 2009. Consumi aumentati solo dello 0,3%, ma se fosse il “frigorifero degli italiani vuoto”, come ha sparlato molto di recente – lo ripetiamo – la leader del maggior partito di opposizione, avrebbero speso di più per consumi e risparmiato di meno. Oppure si sono messi a dieta? E se la “manovra economica” per il 2026 fosse “la peggiore della storia” come nell’altra ineffabile dichiarazione della stessa leader, vorrebbe dire che si preferisce il dissesto del nostro Paese, ma vorremmo sperare, anzi ne siamo certi, che non è così. Infine, la ciliegina sulla torta del tasso di disoccupazione al di sotto del 6%, precisamente 5,7%, ancora più vicino al tasso detto “frizionale” del 5%, che si ritiene non eliminabile in qualunque sistema economico. Al “Poker d’assi” della Meloni, divenuto “Settebello vincente” e poi “Tombola vittoriosa”, si aggiunge il “Pokerissimo” dopo questi ultimissimi dati Istat. L’Italia –  proprio perché la Manovra economica ha messo i conti in ordine –  uscirà subito dalla procedura di infrazione dell’Unione europea, potendo accedere, altrimenti non sarebbe stata ammessa, al debito comune da rimborsare in 45 anni, per le ingenti, e immediate spese aggiuntive necessarie agli impegni Nato per la difesa e agli aiuti decisi per l’Ucraina Almeno questa – che ribadiamo ancora per la sua importanza decisiva – è una buona notizia, dopo la tragedia della notte di Capodanno, nella località sciistica della vicina Svizzera, che ci ha sconvolto . Tutti gli italiani e i cittadini del mondo sono vicini alle famiglie colpite da un evento così terribile dagli effetti inenarrabili. Ma occorre andare avanti, con tanti problemi e anche migliori prospettive per l’economia del Paese. .

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Giorgia Meloni, mentre riceve il Premio
Margaret Thatcher che stringe tra le mani, il 12 dicembre 2025

Ultimo aggiornamento rassicurante a metà gennaio 2026 dalle fonti più autorevoli

Non finiscono qui le sorprese e i  “regali” di questo gennaio 2026 non tanto al governo e alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni ma al Paese, a noi tutti, pur nel fragore “disfattistico” delle opposizioni e non solo. Dopo le nostre pur naturali iperboli elogiative dei primi giorni dell’anno ci mancano  parole altrettanto adeguate per l’aggiornamento a metà gennaio, abbiamo esaurito i meritati riferimenti. O meglio, mancano le parole a noi, ma non sono mancate al governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta – non certo acquiescente al  governo – il quale,  intervenendo all’inaugurazione dell’anno accademico all’Università di Messina il 15 gennaio scorso, a metà del primo mese del 2026 ha dichiarato nel discorso ufficiale:”… La politica fiscale e l’aumento dell’occupazione hanno compensato la perdita del potere d’acquisto delle famiglie, dal 2021 gli sgravi fiscali, soprattutto a favore dei redditi medio-bassi hanno aumentato le retribuzioni nette di 5 punti percentuali, riducendo la perdita in termini reali a 3 punti”, dagli 8 punti di perdita per l’inflazione dal 2019 che invece sono stati riassorbiti negli altri paesi. “Ma anche questi si possono considerare recuperati, almeno per le famiglie più fragili,  considerando l’aumento di occupazione e altri interventi”. Pertanto, “il reddito reale delle famiglie è tornato sui livelli precedenti lo shock inflazionistico  compensando il potere d’acquisto e il drenaggio fiscale”. Proprio quel “drenaggio fiscale” alla base del forsennato attacco al governo del segretario della Cgil Landini che sull’accusa infondata di aver “sottratto” ai lavoratori i 25 miliardi di euro pagati in più al fisco, “senza restituirli” – come invece è avvenuto – ha basato il suo accesissimo appello alla “rivolta sociale”. Il governatore Panetta ha affermato, a tale riguardo, che “dal 2000 i salari  orari in Italia sono fermi in termini reali, mentre sono cresciuti del  21% in Germania e del 14% in Francia” che però, aggiungiamo noi, sono ora entrate in una grave crisi economica – espressa anche nello spread –  mentre i conti dell’Italia vengono risanati. Ma ha subito ammonito che “la  crescita dei redditi non potrà, però,  poggiare in modo permanente  sulla politica fiscale”, date le limitate risorse disponibili, ma si richiede che “la produttività torni a crescere  a ritmi sostenuti e che i suoi benefici siano adeguatamente  ripartiti tra capitale e lavoro”.

Non finisce qui. Sulle infondate accuse di Landini ha messo il “carico  da undici” – come si dice al nostro paese – il Consiglio di vigilanza e indirizzo dell’Inps sulla “dinamica retributiva”, organo designato dai sindacati  che, riprendendo i dati del Rapporto annuale dell’Ente previdenziale, ha fornito questi dati veramente risolutivi: mentre dal 2019 al 2924 le retribuzioni lorde hanno perduto circa il 9% rispetto all’inflazione, nelle retribuzioni nette non si è avuta questa perdita. Precisamente in media sono aumentate del 16,9%,  più del doppio delle retribuzioni lorde  cresciute solo del 7,4%, mentre l’inflazione è aumentata del 17,4%: poco più del 16,9 % delle retribuzioni nette, ma oltre il doppio di quelle lorde, rimaste, come si è appena visto, al 7,4%. Il  divario  a favore delle retribuzioni nette ”riflette l’impatto differenziato degli interventi fiscali a sostegno dei salari in funzione del loro livello”, soprattutto “sui redditi medio bassi”.Mentre il reddito delle famiglie più povere è aumentato dell’8,5% a quello delle famiglie a maggiore reddito si è ridotto del 4%  per effetto dell’aumento dell’occupazione, così bistrattato dalla Cgil e non solo. Ma perché si registra questo netto divario tra salari netti e salari lordi,  però a favore dei lavoratori? Così torniamo ai nostri “perché?”con questa risposta: perché la politica fiscale del governo ha rimediato all’inefficacia della contrattazione collettiva che non ha prodotto l’aumento dei salari  lordi di sua assoluta competenza. Del resto,  il massimo sindacato, la Cgilm  è apparso impegnato più negli scioperi politici e manifestazioni contro il governo,  fino ai più recenti Pro Pal e Pro Maduro, che nelle più appropriate rivendicazioni salariali  Che dire a questo punto? Sono chiamati in causa non solo il suo segretario Landini, ma anche la leader del maggior partito di opposizionem che ha accusato il governo dei “frigoriferi degli italiani vuoti” e della “peggiore Manovra economica della storia”, e ne avevamo già dimostrato l’infondatezza, prima degli interventi autorevoli sopra riportati, con i dati del maggiore reddito disponibile delle famiglie e della spesa pro-capite per i regali natalizi, Nonchè il codazzo non solo dei politici di opposizione, che devono fare propaganda, ma dei giornalisti, in particolare nei “talk show” su “La 7”, in testa il settimanale  del martedìì… con Landini ospite fisso sena contraddittorio nel propalare con una aggressività sconvolgente, accuse infondate. Tanto più gravi perché legate all’appello alla “rivolta sociale” contro il governo che invece, a stare ai dati ufficiali citati, dovrebbe semmai avvenire contro la Cgil, mentre la Uil e la Cisl, con atteggiamenti differenziati ma moderati, non hanno seguito il maggiore sindacato lasciandolo solo negli attacchi forsennati e negli scioperi generali di natura politica senza un fondamento accettabile.

Termina il nostro nuovo aggiornamento a metà del primo mese del 2026 – anche questo provvidenzialmente in positivo – al quale uniamo una nuova immagine di Landini, ripreso questa volta nel “martedì” di “La 7”. E soprattutto un”evviva!” , al quale pensiamo si uniscano gli italiani rassicurati da istituzioni basilari come la Banca d’Italia e l’Inps,  che danno “a Cesare quel ch’è di Cesare”, da lodare per gli interventi quanto mai difficili ma provvidenziali a copertura di mancanze di chi è venuto meno ai suoi compiti a favore dei lavoratori, e invece di fare ammenda accusa il governo con toni così accesi Ma non fa nulla, ne ha facoltà… conta la stabilità economica e il recupero reddituale ritrovato, e questo non può che rassicurare tutti in questo inizio di 2026 con tanti problemi a livello internazionale, ma con tanti dati positivi per l’economia del Paese.

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Il Premio a Giotgia Meloni dai lettori del quotidiano britannico“The Telegraph”

Info

Gli interrogativi sono desunti dai nostri ampi articoli pubblicati in questo sito nel 2025, di seguito indicati. Su Gaza e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “La guerra di Israele con Gaza, . 1. L’accanimento contro Israele, alterando la realtà;“. 24 ottobre, .2. “L’accanimento contro Israele e contro la Meloni”, 27 ottobre. Sui livelli salariali e l’economia: “‘The economy, stupid!’, dal salario minimo alla crisi salariale e oltre, con le polemiche politiche”, 7 maggio, e “Capitalismo , ne discutono ‘tre amici al bar’, … di Facebook”, 6 agosto. Tutti sono stati condivisi, con ampi Post introduttivi, nella pagina di Facebook intitolata all’autore, “Romano Maria Levante”, nei giorni della loro pubblicazione su questo sito, alcuni seguiti da commenti e repliche dell’autore.

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Le Immagini forniscono una rapidissima sintesi degli eventi, molte altre illustrazioni sugli stessi, diverse da queste, sono inserite nel testo dei relativi articoli sopra indicati, ai quali si rinvia Sono state tratte dai siti web di pubblico dominio di seguito citati, e inserite a puro scopo illustrativo senza intenti di natura commerciale o pubblicitaria, si ringraziano i titolari per l’opportunità offerta; qualora il titolare di qualche sito non approvasse l’inserimento di talune immagini, saranno subito eliminate su semplice richiesta nello spazio dei Commenti. Ecco i siti, in ordine di inserimento nel testo delle immagini: casa radio; il manifesto; giorgia meloni, giorgia meloni, il giornale; you tube il sole 24 ore, roma to day, il denaro; instagram, first cisl, corriere roma corriere della sera, nuove cronache; eunews; istagram, instagram; libero quotidiano. Di nuovo grazie a tutti. In apertura, Giorgia Meloni saluta i partecipanti alla giornata conclusiva della kermesse di “Atreju”, al termine del suo atteso intervento di chiusura, domenica 14 dicembre 2025. Segue, gli on. Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, leaders del partito AVS, Alleanza Verdi e Sinistre, nella Camera dei Deputati esibisccno il cartello con la denuncia del governo italiano alla Corte Penale Internazionale, per “complicità nel genocidio” a Gaza. Poi, Accordo di pace per Gaza: La foto finale dei partecipanti alla cerimonia della firma dell’Accordo di Pace per Gaza a Sharm El Sheik il 13 ottobre 2025, in 1^ fila i 4 firmatari, in 2^ fila i 20 capi di governo invitati, segue Il momento della firma a Sharm El Sheik dell’Accordo di pace per Gaza, da parte dei 4 in prima fila, dietro i 20 rappresentanti dei maggiori paesi, tra cui la Meloni al centro, invitati a partecipare, e Giorgia Meloni tra il presidente della Turchia Erdogan e l’Emiro del Qatar El Thani. Quindi, Premio Unesco: Giorgia Meloni tra i ministri dell’Agricoltura e Sovranità alimentare Lollobrigida e della Cultura Giuli, mentre spingono il pulsante che accende le luci al Colosseo con la scritta che celebra il riconoscimento dato il 10 dicembre 2025 dall’Unesco alla Cucina italiana, come Patrimonio dell’umanità, segue Il Colosseo con l’illuminazione tricolore e sopra la scritta celebrativa del riconoscimento dell’Unesco, e Immagine-simbolo del riconoscimento dell’Unesco alla Cucina italiana. Manifestazioni sindacali: La manifestazione del sindacato UIL a Roma, Teatro Brancaccio, sulla Manovra economica per il 2026, sabato 29 novembre 2025, segue Un momento della manifestazione del sindacato Cisl sulla Manovra economica per il 2026, svoltasi sabato 13 dicembre 2025, il giorno dopo lo sciopero generale indetto dalla Cgil, e Il corteo dei partecipanti allo sciopero generale indetto dal sindacato Cgil venerdì 12 dicembre 2025, mentre passa davanti al Colosseo dove due sere prima c’era la scritta luminosa del premio Unescsco, conclude Il segretario generale di Cgil Maurizio Landini parla ai partecipanti al corteo nello sciopero generale. Quindi, Giorgia Meloni con i presidenti dell’Ungheria, Orban e, dietro, della Francia, Macron, con loro insieme al presidente del Belgio, ha ottenuto che per gli aiuti all’Ucraina del prossimo biennio, si userà il Prestito europeo invece della rischiosa utilizzazione dgli “asset” russi. Infine, Giorgia Meloni, mentre riceve il Premio Margaret Thatcher che stringe nelle mani, il 12 dicembre 2025, e Il Premio a Giotgia Meloni dai lettori del quotidiano britannico “The Telegraph”.; in chiusura, Maurizio Landini a “di martedì” su “La 7”, a dx il conduttore Giovanni Floris.

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Maurizio Landini a “di martedì” su “La 7”, a dx il conduttore Giovanni Floris.