L’8 agosto 2026 sono riprese le mie estati nel paese natale, Pietracamela, dopo sei anni di assenza dovuta dal 2020 al 2024 all’assistenza ininterrotta alla mia amata consorte, Rosemary – la cui malattia l’ha portata via il 29 settembre 2024 – e nel 2025 al grave peso lasciato nel mio cuore. Ho ritrovato il senso della vita nei tanti miei articoli pubblicati con molte immagini nei siti “on line” come giornalista di lungo corso, condividendoli sulla pagina di Facebook intestata al mio nome al ritmo sostenuto di 10 articoli ogni mese, quindi uno ogni 3 giorni. Mi sono sentito rinascere e anche la mia dolorosa solitudine è stata alleviata dai “mi piace” che mi fanno avvertire la vicinanza di tanti lettori. Questo è avvenuto dopo la notizia, avuta intorno al 20 gennaio, che L’Aquila era stata proclamata “Capitale italiana della cultura 2026”; e poiché il presidente Mattarella nel celebrare l’evento ha detto che comprendeva anche il circondario allargato, quindi la nostra Pietracamela, ho voluto onorare il Capoluogo nell’altro versante del Gran Sasso condividendo su Facebook gli articoli pubblicati negli anni sugli effetti disastrosi e la ripresa dopo il sisma del 6 aprile.2009.
Pietracamela, il borgo fatato, la parte più antica con Vena Grande, a dx verso il Centro storico
La ripercussione molto positiva sul mio stato d’animo mi ha indotto a far seguire, ai 10 articoli sull’Aquila del mese di febbraio, 10 articoli su D’Annunzio a marzo – mese di sua nascita e morte – poi 10 articoli ad aprile e più di 10 articoli a maggio e parte di giugno, identitari di me personalmente e come giornalista trattandosi delle mie ricorrenze dell’età e dell’iscrizione all’Ordine professionale, due dei quali evocativi della mia storia personale; fino agli articoli riferiti al mio paese natale, con i 10 alla gloria locale Guido Montauti fino al 20 luglio e gli altri 36 che seguono ogni 2-3 giorni, in base al contenuto, con l’interruzione dal 9 agosto al 7 settembre, assente il collegamento a Internet. Questa confidenza personale – che diventa uno sfogo liberatorio, e della quale mi scuso- è spinta dalla volontà di confessare il mio stato d’animo condividendo i miei pensieri, nel momento in cui tornato al mio paese mi sento di rievocare le dolorose Esequie della mia amata consorte
La Chiesa-madre di San Leucio a Pietracamela, riaperta il 30 luglio 2024 dopo 15 anni di chiusura
Si sono svolte proprio a Pietracamela, il 1° ottobre 2024, nella Chiesa-madre che era stata riaperta da due mesi, dopo 15 anni di chiusura per i danni del sisma, fatto questo che mi è apparso molto significativo. E’ stato l’ultimo saluto seguito dal doloroso accompagnamento con i paesani commossi, al Teatro naturale, con in alto sullo sfondo il Gran Sasso d’Italia, il Gigante che dorme con la Bella Addormentata, protettivo del Teatro naturale nel nostro borgo fatato, nel quale l’amata Rosemary riposa, anzi “vive”, nell’abbraccio della natura e delle persone che l’hanno ammirata nelle tante estati felici, molte delle quali riposano dove Lei le ha raggiunte. Viene riportato di seguito integralmente quanto scritto allora sulle Esequie a Pietracamela con l’addio del 1° ottobre 2024 e sulla “Messa di ritorno” a Roma una settimana dopo. Per poi inserire due riferimenti arcani scaglionati nel tempo, “congiunzioni astrali” miracolose, la seconda delle quali manifestatasi proprio nei giorni dei mio ritorno estivo a Pietracamela dopo sei anni di assenza. Ecco i sentimenti espressi nel doloroso saluto e l’estremo addio al culmine delle tristi Esequie del 1° ottobre 2024. .
L’abside della Chiesa-madre restaurata
“Al ringraziamento ai cari paesani che ci sono stati vicini con il loro affetto nell’ultimo saluto, sento di dover far seguire l’evocazione della sua profonda interiorità e della sua splendida figura nell’intervento fatto con nostro figlio Alberto al termine delle esequie il 1° ottobre, nella Chiesa riaperta due mesi, il giorno di domenica 29 luglio, terminato il restauro dopo i danni provocati dal terremoto del 2009, un bel segno divino. Ho pensato di farlo oggi, 8 ottobre, a una settimana dalle Esequie, quando alle ore 19 si celebra a Roma una Santa Messa di suffragio con il sacerdote don Luigi D’Errico nella chiesa dei Santi Martiri dell’Uganda, la nostra parrocchia, alla vigilia del 55° anniversario del nostro matrimonio avvenuto il 9 ottobre 1969. Grazie ancora, dal profondo del cuore, a chi ha espresso cordoglio e affettuosa partecipazione. I messaggi di cordoglio per la dolorosa scomparsa della nostra Rosemary meriterebbero una risposta ben più profonda del semplice ma intimamente sentito “grazie” che io e nostro figlio Alberto ci sentiamo di rivolgere, nella nostra angoscia indicibile, a coloro che ci sono stati vicini e ai convenuti a Pietracamela alle Esequie del 1° ottobre, officiate da padre Jacobs con una intensa partecipazione personale dinanzi ai paesani commossi. Al termine della funzione religiosa, prima della benedizione, il Parroco ci ha permesso di esprimere i nostri sentimenti rivolgendoci a tutti.
Il Teatro naturale, in alto il Gran Sasso
Oltre a condividere con la comunità presente il nostro trasporto personale, abbiamo letto le espressioni molto intense di amiche che l’hanno conosciuta volendole bene e nella loro sensibilità hanno saputo renderne il profilo interiore e l’aspetto esteriore, ugualmente mirabili. Nostro figlio Alberto, nel suo commosso ricordo, ne ha delineato la profonda interiorità anche con le parole di Simona, io coniuge da 52 anni, ne ho rievocato il legame con il paese e gli abitanti, poi per la Sua splendida figura ho letto l’ispirata descrizione che ne ha fatto Aureliana – la figlia di Lidia Montauti che incarna lo spirito “pretarolo” – con Lei sin da tempi lontani, facendola rivivere ai nostri occhi. Queste visioni ammirate seguiranno il saluto all’amata consorte e all’adorata Mamma mio e di Alberto”.
Il borgo fatato si sveglia alle prime luci dell’alba dorata
Il breve saluto di Romano e di Alberto
“Nostra amatissima,
il lacerante dolore
della tua straziante perdita
scava un vuoto incolmabile
nei nostri cuori,
un’angoscia nell’animo,
un solco profondo
nella nostra vita.
Ma ti sentiremo
sempre vicina e presente,
con il tuo grande Cuore
unito ai nostri cuori
a illuminare
le nostre giornate
nello splendore
della tua immagine,
indelebile come il ricordo
vivo e struggente
della tua dolcezza,
del tuo grande amore
per l’arte, la libertà, la vita,
la tua profonda umanità.
Ecco come descrivono,
con spontanea ammirazione,
la tua bellezza interiore
e la tua grazia esteriore,
unite in un ineffabile,
magico tocco di poesia,
persone sensibili
che ti hanno conosciuta
e ti hanno voluto bene”.
Il borgo fatato si addormenta, accese le luci notturne
Il ricordo di Alberto, con le parole di Simona
…”Credevi nella vita,
nella libertà come responsabilità di scelta,
nella solidarietà
come vicinanza alla sofferenza degli ultimi.
Una fede incrollabile
nella forza d’animo e di volontà,
nell’impegno sociale e in quello umano.
Praticante un credo
intransigente
di fronte alla prepotenza e alla meschinità delle ingiustizie
e compassionevole
dinanzi al dolore dei reietti.
Hai attraversato la vita
con la leggerezza e l’ironia
che contraddistinguono
la profondità e il coraggio
di una grande Anima.
Ora non soffri più,
ora sei di nuovo libera.
Sei tornata a casa.
Rimarrai sempre nei nostri cuori”.
Un panorama spettacolare del borgo fatato immerso nel verde, tra il Gran Sasso d’Italia e la Montagna d’Intermesoli
Il ricordo di Romano, con le parole di Aureliana
… “È stata una donna meravigliosa.
Nessuna dolorosa, sovrapposta immagine del presente
potrà mai cancellare in me il ricordo di Rosy, splendente,
con il suo luminoso diadema di capelli d’oro
che le avvolgeva la schiena come un regale mantello,
gli occhi simili agli atolli turchesi dei mari d’oriente
e il sorriso, a volte ammiccante, a volte ironico,
che si inarcava divertito e contagioso sulle labbra sottili.
Vestita di azzurro, con un’ampia gonna di veli,
le ballerine chiare, aiutava Zaira nel tinello
con l’ineffabile, elegante semplicità di una regina.
La ricordo allontanarsi leggera, sorridente, eterea,
di quella natura indefinibile, confusa fra sogno e realtà,
che solo alcune, poche, creature hanno.
Per me resta per sempre così.
Per sempre.
E basta.
Tengo come religiosa reliquia
il libro che mi regalò, nel 1983:
due volumetti delle poesie di Garcia Lorca,
che aveva amato e intensamente letto.
E mi donò di slancio perché ne facessi tesoro.
Voleva andare.
Non voleva essere più trattenuta”.
Il Gran Sasso con i Prati di Tivo, la natura da Lei tanto amata
L’elevato pensiero della poetessa Anna Manna
“Era veramente speciale.
la sua dolcezza,
la sua raffinata soavità,
sembrava uscita da un quadro,
da un romanzo,
da una favola bella.
La ricorderemo così”.
Una visione ravvicinta del Gigante che dorme/ La bella addormentata
“Ricordiamo così l’amatissima Rosemary, nella Sua profonda interiorità e nella Sua splendida figura. La Sua immagine resta viva nella nostra mente e nel nostro cuore e vi rimarrà per sempre.
Adesso il triste commiato, “Sit tibi terra levis”, sono le parole che volevi Ti accompagnassero nel riposo eterno, Rosemary carissima. Le ripetiamo con le lacrime agli occhi, nostra indimenticabile Rosemary. Addio! “
Romano e Alberto
Le “Geometrie celesti” donatele con dedica dall’artista Lina Passalacqua
Le “Geometrie celesti” nel ricordo di Rosemary
“Sabato 28 settembre 2024 è stata inaugurata a Marino, nei Castelli romani, la mostra di Lina Passalacqua, “Io… le vele e il mare”; in questo sito ho pubblicato 3 articoli sull’artista, la “futurista dei nostri tempi” lo scorso mese di marzo in occasione della sua mostra a Roma, “Io… e il mare”. Il giorno dopo, domenica 29 settembre, ci ha lasciati la mia amata consorte Rosemary, nell’Istituto San Raffaele di Rocca di Papa, vicino a Marino, dov’era ricoverata.
“Nel 2018 Lina Passalacqua Le aveva regalato la sua opera “Geometrie celesti”, con questa dedica: “ “Roma, 7 maggio 2018. A Rosemary, che le ‘Geometrie celesti’ le siano sempre vicino. Lina Passalacqua”.. E così è stato fino al doloroso 29 settembre 2024, allorché Rosemary è volata in Cielo, raggiungendo le vere Geometrie celesti, dopo quelle dell’artista a Lei dedicate. Questo ricordo con gratitudine e commozione oggi, a una settimana dalla Sua dolorosa scomparsa.”
La dedica dell’artista a Rosemary dell’opera donatale “Geometrie celesti”
La “Via Rosy”, nella “congiunzione astrale” dell’agosto 2026
Dopo aver riportato il triste saluto di due anni fa, alleviato dalla nobiltà del ricordo, riprendo le mie considerazioni attuali, tornato sei anni dopo nel mio “natio borgo selvaggio” dove riposa – anzi “vive” nell’abbraccio della natura e delle persone ammirata nelle tante estati felici – l’amata Rosemary cui desidero rendere omaggio sentendola vicina a me in questa estate così evocativa.
Pensare alle “Geometrie celesti” suscita già una consolazione, tenendo conto della mirabile “congiunzione astrale” con l’artista autrice del quadro, che va dalla dedica a Rosemary sei anni prima, alla mostra sorprendentemente inaugurata a Marino il 28 settembre, il giorno prima della Sua dolorosa scomparsa avvenuta il 29 settembre nel vicinissimo Rocca di Papa, ricevetti l’invito ma non potetti andarci per ovvi motivi. Tra l’altro, l’artista aveva tenuto a Roma poco tempo prima la mostra “Io e il mare” simile a quella di Marino e da me recensita in articoli già pubblicati. E poi la dedica del quadro reca le parole “A Rosemary, che le ‘Geometrie celesti’ ti siano sempre vicino”, le ripeto come particolarmente significative quale mirabile viatico sei anni prima – come i miei sei anni di assenza dal paese per assisterla e uscire dalla depressione per la Sua scomparsa come detto all’inizio – che fornisce un ulteriore motivo di consolazione per la vicinanza nell’Alto dei Cieli.
Schema dell’acrobatica “Via Rosy nel Monolito
Ma qui a Pietracamela un’altra “congiunzione astrale” mi ha colpito profondamente, riguarda una via alpinistica sul Gran Sasso – che domina il paese e il Teatro naturale dove Lei riposa – nella parete del Corno Piccolo, il “Monolito” dalla verticalità estrema che si eleva verso il Cielo. E’ intitolata “Via Rosy”, è stata dedicata a lei negli anni ’60, non oltre la metà, dal grande alpinista Gigi Mario molto noto in paese, studente nella sua stessa scuola a Roma, che con questa dedica espresse la sua simpatica vicinanza studentesca E’ nota poi la sua avventura giapponese come monaco buddista, fino al ritorno in Italia da sposato con l’apertura di un centro di meditazione orientale, andò a trovarlo con il fratello Rodolfo nel segno dell’antica amicizia.
Di recente ho ripensato alla “Via Rosy” e ne ho inserito l’immagine – insieme ad altre vie alpinistiche sul Gran Sasso – nell’articolo di commento che pubblicai dopo la presentazione a Pietracamela, nelle festa “Borgo in Arte” dell’agosto 2015, della ristampa del libro del 1930 “Corno Piccolo”, di Ernesto Sivitilli, che aveva fondato gli “Aquilotti del Gran Sasso” nel 1923, 15 anni prima dei celebri “Scoiattoli di Cortina”. Avevo incontrato difficoltà nel trovare la fotografia della “Via Rosy”, cui era aggiunta l’impressione in poche parole dell’alpinista che aveva ripercorso la stessa via acrobatica.
L’acrobatica “Via Rosy” al centro, in rosso non carminio, tra le tante vie del Monolito
Finché, il giorno dopo la conclusione a Pietracamela della festa di fine stagione “Borgo in Arte” del 22 e 23 agosto 2026i, scorrendo i vari “file” nella sezione “Documenti” del mio Computer – per cercare gli articoli da rimpaginare modellando le immagini e i blocchi per poterli poi stampare senza vuoti inammissibili – è venuto fuori il “file”dal nome “Via Rosy. Monolito, schema e testo” che non ricordavo di avere, come non ricordo di aver visto i due documenti del “file”: quello con la scritta a mano del nome della “Via Rosy” e di Gigi Mario senza altri compagni di cordata, sopra allo schema della parete con tutti i passaggi indicati con precisione, e l’altro con una fotografia della parete in cui sono delineate a colori tutte le via in essa aperte, al centro “Via Rosy” con un tracciato rosso verso il viola dalla totale perpendicolarità, senza deviazioni.
Mai visti prima, nonostante le mie tante ricerche su Internet, allora mi chiedo: come sono andati sul mio Computer soprattutto nella assenza del collegamento con la fibra che impedisce ogni accesso a Internet e ha reso impossibile in questo mese di agosto – da me trascorso in paese – l’inserimento da me programmato, ogni 2-3 giorni, degli articoli sulla pagina di Facebook relativi a Pietracamela ? Assoluto mistero, nella mia casa sono stato solo, nessun altro accedeva al mio PC. Può essere senz’altro una mia dimenticanza, data l’età. Ma mi piace vederci un’altra “congiunzione astrale”, proprio qui a Pietracamela, dove c’è anche Lei, nella dimensione data dalle “Geometrie celesti” con l’augurio rivoltole dall’artista di averle “sempre vicino”. E nell’immaginazione la “Via Rosy” nella sua verticalità estrema porta nell’Alto dei Cieli a ricongiungersi idealmente con le “Geometrie celesti”. E’ bello che questa “congiunzione astrale”nel corso della mia presenza a Pietracamela – dopo sei anni – come sono stati sei anni quelli della dedica anticipata delle “Geometrie celesti” – mi fa pensare all’Altra vita dell’amata Rosemary in Alto nel Cielo in una perfezione ideale. Questo borgo fatato nell’abbraccio della natura non poteva farmi un regalo migliore. Ringrazio di cuore !
L’acrobatica “Via Rosy” nel Monolito, parete verticale verso il Cielo
Dopo sei anni di assenza da Pietracamela, il mio “natìo borgo selvaggio” alla falde del Gran Sasso – dovuti a gravi problemi familiari dal 2020 – nel mio ritorno per il soggiorno dall’8 agosto al 7 settembre, ho superato la delusione del mancato collegamento con Internet che mi ha impedito di condividere ogni 2-3 giorni, sulla pagina di Facebook intestata al mio nome, gli articoli in programma dei 45 della serie su Pietracamela, dopo i 6 già condivisi, preceduti dai 10 sul grande artista locale Guido Montauti inseriti dal 25 giugno al 20 luglio. I primi articoli della serie, sui nostri cari paesani Clorindo Narducci e Brunitt, poi Ernesto Sivitilli fondatore degli “Aquilotti del Gran Sasso” festeggiati nel “Borgo in Arte” del 2018 sono stati inseriti dal 26 luglio all’8 agosto, giorno del mio arrivo alla “Prota”. Poi la forzata interruzione di un mese terminata l’8 settembre.
La presentazione del libro di Lidia Montauti “Noi parliamo pretarolo”
Il primo evento prestigioso del mese di Agosto, il libro “Noi parliamo pretarolo”
Inizio con questa pedante cronologia personale per sottolineare la delusione della connessione mancante, ma la fibra di Internet è arrivata in paese e mancano solo i collegamenti privati. Come ho superato la delusione? Immergendomi nelle manifestazioni che hanno animato l’agosto di questo borgo fatato che – non mi stanco di ripetere – dal 2005 fa parte dei “Borghi più belli d’Italia” , il Club dell’Anci, l’Associazione nazionale dei comuni d’Italia, e nel 2007 è stato “Borgo dell’Anno” per quelli fino a 1000 abitanti.
La Sala consiliare del Municipio alla presentazione del libro
Ne ha molti meno di 1000 per lo spopolamento dei comuni di montagna, ma non va considerato “abbandonato” come è avvenuto in molti altri. La Comunità “pretarola”, sparsa in Italia e anche in America – dove ci sono i discendenti dei tanti emigrati da fine ‘800 agli anni ’50 del ‘900 – si stringe intorno alle radici, tradizioni e valori espressi dal proprio paese, anche con i contatti resi possibili dalla telematica, come quelli mediante la citata“chat” “Ne parlime le pretaruale”, sulla quale il centinaio di famiglie collegate si scambia messaggi legati all’idioma “pretarolo”, ma anche a situazioni e problemi attuali seguiti intensamente.
L’autrice del libro Lidia Montauti al termine della Presemtazione
E forse sulla spinta di questa “chat”, la sua ideatrice, Lidia Montauti – che l’ha realizzata con l’architetto telematico oltre che maestro fotografico Aligi Bonaduce – ha presentato il 13 agosto il libro appena stampato, con lo stesso titolo della “chat” preceduto dalla versione italiana “Noi parliamo pretarolo” e seguito dal sottotitolo “Voci, borghi e memorie di Pietracamela” nel quale – prima delle parti linguistiche sull’idioma, la “lingua degna” – l’autrice, vera “icona pretarola”, mostra l’impegno appassionato di sempre. Lidia, con grande precisione conoscitiva pari alla passione e alla straordinaria capacità mnemonica, rievoca tanti particolari che vanno dalla conformazione dell’abitato, costruito tra le rocce e con la pietra dura locale, alla vita degli abitanti uniti in una Comunità solidale impegnata in tutte le attività necessarie alla sopravvivenza e al benessere.
Nel rinfresco finale la crostata recante il titolo del libro
Le ha ricordate in modo dettagliato anche con i nomi dei rispettivi paesani in esse mobilitati per realizzare un’autosufficienza che li ha preservati dal pericoli dell’isolamento nella posizione del paese di “nido delle aquile”, definito “scrigno nascosto tra i monti” nel titolo del primo capitolo del libro; e ha citato i singoli lavori svolti nell’unione di tutti, con “i legami stretti tra uomo e natura”, fino alle Ricorrenze religiose e ai Riti domestici. Una rievocazione colta, originale e approfondita, l’ho esplorata nei miei tre articoli usciti in questo sito il 13, 16 e 19 settembre e condivisi in tali giorni sulla mia pagina di Facebook, e sulla “chat pretaroli”.
Uno dei tre’incontri di “Voci in vetta” su storie alpinistiche, al tavolo Lidia Montauti
L’affollatissima presentazione del libro si è svolta nella vasta Sala consiliare del Municipio, con in fondo un dipinto che occupa l’intera parete, le cui sagome umane tra le rocce fissano nell’arte l’identità paesana: è opera del grande pittore locale Guido Montauti con il Pastore bianco da lui creato e lanciato nel 1964 – in una grande mostra nei sotterranei del Palazzo delle Esposizioni di Roma – per far tornare la figura umana al centro della pittura contro le deviazioni dell’Astrattismo e della Pop Art sostenuti dalla Biennale di Venezia.
16 agosto, festa di San Rocco, la statua esce dalla chiesa dedicata al Santo
Nella presentazione del libro sono emerse le radici storiche, ambientali ed economiche, sociali e umane che risalgono all’origine dell’insediamento alle falde del Gran Sasso. Per questo, al termine dell’incontro sono intervenuto ricordando mio nonno paterno Salvatore Levante che nel 1911 da sindaco di Pietracamela partecipò con i sindaci italiani nel Cinquantenario dell’Unità d’Italia in fascia tricolore all’inaugurazione dell’Altare della Patria, con il monumento al Milite ignoto nell’edificio del Vittoriano incompleto. Un modo per collegare la presentazione del libro sulle nostre radici, ai nostri avi, considerati così virtualmente presenti.
San Rocco portato in Processione, dietro in alto “Vena Geande”
Gli altri eventi prestigiosi, i 3 incontri del Festival letterario “Voci in vetta”
Il 16 agosto, tre giorni dopo, la festa di San Rocco, il santo cui i “pretaroli” sono sempre stati particolarmente devoti, con la statua del Santo nella processione partita dalla chiesa a lui dedicata, prima del sentiero che sale verso la montagna. In passato suono di tamburi per l’intera giornata con libagioni dei suonatori. Ma torno nella sala comunale, c’era già stata l’8 agosto la presentazione del libro di Stefano Ardito, grande interprete appassionato della vita montanara e dell’alpinismo che ne è al centro. Ma non solo, sono seguiti gli altri 2 dei 3 incontri delle “Voci in vetta”, I^ Edizione di un Festival letterario all’insegna di “idee, autori, libri, letture”.-
La “Street Art” del “Borgo in Arte” nella scalinata di accesso al Centro storico
Il tutto seguito da un rinfresco con cibi rustici montanari, come dopo la presentazione del libro di Lidia- Il tema “Alpinismo a Pietracamela,: territorio, genius loci, passione” ne è stato il contenuto, considerando il profondo rapporto intrattenuto da sempre dagli abitanti con la montagna, in un territorio molto particolare per la natura ineguagliabile, immerso nel verde alle falde della catena rocciosa del Gran Sasso d’Italia, con la vetta più alta degli Appennini, dove le rocce dolomitiche si elevano al termine del declivio dei Prati di Tivo che va verso l’alto ed è sempre più ripido, fino alle vette di Corno Grande e Corno Piccolo.
Festa di fine stagione “Borgo in Arte”, una delle bancarelle con artigianato tradizionale
Ma non è stato soltanto questo interesse locale che ha spinto la “Pro loco” – presidente Massimo Di Taranto – ad organizzare le manifestazioni del ciclo “Voci in Vetta” con il patrocinio del Comune di Pietracamela e la collaborazione dell’Associazione “Aquilotti del Gran Sasso”, prestigioso gruppo locale. La rassegna .è volta a valorizzare e diffondere la cultura della montagna con profonde radici nel passato ma legata anche al presente.
Parte dell’esposizione fotografica di Aligi Bonaduce con il figlio Flavio
Per il passato va sottolineato l’interesse del 3° incontro, dedicato alle Donne scalatrici, tema inconsueto ma meritevole di portare l’attenzione anche su di loro e non soltanto sui grandi scalatori di sesso maschile. Una sorta di femminismo montanaro finora sconosciuto almeno ai non specialisti, illustrato da una scalatrice d’eccezione. Germana Maiolatesi, che ha presentato il libro sulla propria storia, da scrittrice ne ha pubblicati altri ai quali si è anche riferita Aureliana Mazzarella nel dialogare con lei in modo colto e appassionato.
Fotografie moderne dell’esposizione di Aligi su un”antica porta
Come curiosità, riferisco di essere intervenuto al termine perché era stato fatto dalla presentatrice, Alessandra Mazzarella, con una certa enfasi il nome di mia zia Laura Paglialonga come grande scalatrice, ripresa anche in due fotografie proiettate con altre scalatrici del paese; ho pensato ad una omonimia perché nei decenni di contatti continui con lei e suo figlio mio cugino a Bologna, mai avevo sentito parlare di tale attività, tanto più che a 20 anni ha fatto da mamma alle due sorelle minori, la mia futura madre che aveva 12 anni e la sorella che ne aveva 6, essendo morta la loro madre nel 1918 per l’influenza spagnola, e il padre mio nonno, emigrato in America era tornato solo per le esequie della moglie, poi subito ripartito e rientrato molti anni dopo. Il libro del grande Ernesto Sivitilli, fondatore del gruppo alpinistico locale gli “Aquilotti del Gran Sasso” nel 1923 – 15 anni prima dei celebri “Scoiattoli di Cortina” – ne parla nella Prefazione del proprio libro del 1930 “Il Corno Piccolo” ringraziandola direttamente per il suo impegno anche educativo.
Nuova serie fotografica di altra provenienza in mostra
Prima del passato dedicato alle donne scalatrici, la rievocazione del Soccorso in montagna, anche questo un argomento del tutto nuovo per l’Abruzzo anche se sul Gran Sasso viene esercitato da tempi lontani, nel febbraio 1929 con grande spiegamento di forze per soccorrere gli alpinisti Cambi e Cichetti dispersi dopo una scalata e vittime della bufera di neve quando si trovavano nel bosco attraversato dal Rio d’Arno. I soccorsi giunsero anche da Roma ma furono vani, un corpo trovato dopo pochi giorni, l’altro dopo due mesi.
Altre fotografie moderne dell’esposizione di Aligi su una porta diversa
Sono stati proiettati nello schermo, oltre a immagini di vicende del passato, gli strumenti più avanzati, dagli elicotteri attrezzati per il soccorso, alle apposite barelle e al resto, con la presentazione del libro su questo tema di un grande soccorritore, Lucio De Sanctis, il testimone della serata. Anche qui al termine mi sono sentito di fare una domanda forse scomoda avendo letto il cartello proiettato sullo schermo nel quale era scritto che la gente pensa non vi siano più pericoli in montagna, mentre c’è il rischio delle valanghe non prevedibili. Nel mese di novembre dello scorso anno vittime sul Gran Sasso, proprio nel lato che scende verso i Prati di Tivo, due alpinisti esperti venuti dall’Emilia che pure conoscevano bene questa montagna.
Gli abiti da Teatro esposti lungo la scalinata di accesso al Centro storico
Uno si era infortunato e, pur arrivato in zona piana, non poteva più scendere, erano individuabili avendo l’apposito strumento e hanno telefonato fornendo la posizione, attendevano tranquilli aspettando fermi i soccorsi. Però non avevano gli indumenti invernali e le protezioni dal freddo; ebbene, sono morti assiderati perché la bufera di neve ha impedito ai soccorritori di raggiungerli, pur sapendo dove erano ed essendo una distanza modesta; ma gli elicotteri non potevano volare e le squadre di soccorso non potevano procedere.
La “Street Art” continua nella stessa scalinata
Allora mi sono permesso di dire agli esperti che il pericolo non sono soltanto le valanghe, evento eccezionale, ma pure la normale presenza del vento che trasforma la nevicata in una bufera di neve non superabile dai soccorsi pur se hanno mezzi e dispositivi avanzati ma non per questo pericolo. Allora vanno avvertiti gli scalatori e anche i semplici escursionisti, che d’inverno si rischia molto ad avventurarsi in montagna senza considerare attentamente le previsioni metereologiche sfavorevoli, con la normale bufera di neve non c’è soccorso, quindi non si possono fare scalate o escursioni.
Sempre la “Street Art”
La festa “Borgo in Arte” a fine stagione, con la sperimentata “Street Art”
Ma torniamo alla nostra montagna – che incornicia le bellezze di questo territorio considerato un paradiso terrestre nell’abbraccio della natura- con la mente allontanata dai pericoli appena ricordati nel vedere, anzi ammirare, una vasta serie fotografica in cui il Gran Sasso appare in 16 gruppi con 4 ingrandimenti colorati ciascuno, formato 40 x 60 cm, posti in muri con antiche porte, alcuni gruppi nel Belvedere Guido Montauti, con al centro una scultura che richiama le sue sagome pittoriche. Il “Gigante che dorme” o la “Bella addormentata” appaiono nella loro magnificenza nelle più diverse angolature, ma ci sono anche riprese di particolari artistici come la cornice ghiacciata intorno ad abitazioni apparse minuscole.
Ancora la “Street Art”, davanti a un vecchio fondaco
Sono di Aligi Bonaduce – con il figlio Flavio – grande esperto fotografico tanto più di questi luoghi del paese. Forse per i sei anni di assenza non li avevo mai visti; nei “Borgo in Arte” fino al 2019 spiccavano ampi cartoni con molte foto antiche e ingrandite della comunità “pretarola”, tratte dal Fondo Aligi Bonaduce” divenuto un prezioso “Archivio storico”. Non vedo ripetizioni, ma un mirabile aggiornamento . Anche produzioni artigianali in legno o tessuto di tanti tipi, antiche e attuali, vengono mostrate in apposite bancarelle con delle operatrici che ricordano i lavori di una volta, cui erano addette soprattutto le donne. .
La “Street Art” si conclude intorno a un edificio con il caratteristico balcone in legno
Né sono ripetizioni i numerosi dipinti della “Street Art”, sparsi nella scalinata che accede al Centro storico, e nei vicoli soprastanti, anche se è la componente fissa della festa, non trovo più Giorgio Foglia presente il 2018 con il suo precedente mentore poetico Baldassarre, divenuto “performer” nella festa del 2019. Ma il “Borgo in Arte” non può ignorare l’Arte, ci sono sempre dipinti, diversi da quelli delle passate feste, con i temi e gli stili più vari. Come ho ritrovato l’esposizione di oggetti tradizionali, con la novità degli Abiti per il Teatro appesi nel muro lungo la scalinata, una sfilata vicina alle foto del Gran Sasso, la persona e la natura.
La festa in paizza con coreografie di danza e musica
L’ultima serata di domenica 23 agosto è stata allietata dalla proiezione di un film su Amedeo Modigliani davanti alla chiesa di San Giovanni nel centro storico: anche il Cinema di strada come il Teatro di strada la sera precedente, del resto la “Street Art” è il cuore della festa. E il “Borgo in Arte” si è concliuso ricordando il celebre artista, in Francia a Montmartre come molti anni dopo l’artista gloria locale Guido Montauti, molto diversi ma entrambi grandi italiani lanciati dalla Nazione vicina, anzi cugina. Evocativa l’idea del presidente della Pro Loco che ha presentato il film, dopo essere stato il protagonista della serata teatrale precedente.
Graziose danzatrici si esibiscono in piazza
A parte questa lodevole conclusione, la festa di fine stagione del 2026 nel “Borgo in Arte” potrebbe sembrare – pur nella sua varietà soprattutto per come appare il Gran Sasso nella spettacolare sequenza fotografica mai vista prima – come riduttiva rispetto alle feste che ricordo fino al 2019, con un evento culturale e insieme evocativo al centro: dalla presentazione della ristampa del libro del 1930 di Ernesto Sivitilli “ll Corno Piccolo” nel 2015, e del libro di Adina Riga nel 1917. alla celebrazione degli “Aquilotti del Gran Sasso”, da lui fondati, nel 1918, e la consegna della targa con la gratitudine ai Vigili del fuoco di Bellinzona nel 2019.
Il complesso musicale che ha animato la serata
Soprattutto perché la festa viene predisposta dalla “Pro loco” e il presidente Di Taranto ha organizzato anche i tre incontri del Festival letterario “Voci in vetta” cui ha partecipato. Ed é stato il conduttore del “Gran Sasso Trail”. il “Trail del Gigante”, la maratona montanara di 40 km, ridotti a 20 e 10 per le categorie inferiori, domenica 30 agosto dopo la bella festa di fine stagione- Allora perché non inserire uno degli eventi culturali citati nella festa “Borgo in Arte” per dare ad essa maggiore prestigio, come negli anni che ho ricordato, gli ultimi fino a quest’anno in cui sono tornato?
Un angolo della piazza con i servizi per il pubblico
La sorpresa spettacolare, la storia di Cambi e Cichetti evocata e cantata nel Teatro di strada
Ebbene, proprio il presidente della Pro loco, Massimo Di Taranto, non solo ha organizzato per la festa un altro evento di prestigio, ma lo ha svolto personalmente: è stato il narratore, il cantante suonatore, e il regista del Teatro serale inserito nella “Street Art”, come i dipinti e il resto, nel punto più rappresentativo del Centro storico, davanti alla chiesa di San Giovanni con l’orologio i cui rintocchi nei tempi antichi scandivano il trascorrere della giornata e le stagioni. Gli spettatori seduti sugli scalini, lui interprete con un microfono e delle luci, un libro e delle carte, ma soprattutto con una chitarra. Ha inserito nella narrazione il canto accompagnato da un suono ritmato che saliva e scendeva sull’onda dei sentimenti evocati, suono e voce che mi hanno ricordato Fabrizio De Andrè, il ritmo e il tono con accenti profondi, umani più che folkloristici.
Il “Teatro di strada” su Cambi e Cichetti, Massimo Di Taranto, narratore con la chitarra
Non ho detto ancora il tema trattato in modo così spettacolare e suggestivo, è quello accennato nell’incontro sul soccorso in montagna, la storia di Cambi e Cichetti vittime dei pericoli nella montagna, proprio nel Gran Sasso, nel lontano 1929. Nella lontanisisma infanzia i miei genitori raccontavano spesso l’angoscia provata in paese dinanzi all’inutilità delle ricerche e alla triste fine. Al termine mi sono complimentato per la bravura mostrata come interprete del testo e degli stornelli alla chitarra, e gli ho promesso di fornirgli la novella di Gabriele d’Annunzio del 1800, poco nota, dal titolo modernissimo “Come la marchesa di Pietracamela donò le sue belle mani alla principessa di Scurcola”, perché potrebbe essere il soggetto di un Teatro di strada con modella, pittore e quadro, anche se non darebbe materiale per l’ora e mezza di spettacolo come è stato per Cambi e Cichetti. Comunque per la “Pro loco” di Pietracamela è utile sapere che il paese ha avuto una “marchesa” citata da D’Annunzio e modella involontaria per un pittore di cui era innamorata.
Una parte del pubblico sulla scalinta davanti all’antica chiesa di San Giovanni
E vi è stata anche la magica corrispondenza con le vacanze in paese dagli anni ’60 per vent’anni della modella – altrettanto involontaria come quella della novella di D’Annunzio – degli affreschi del pittore Guido Cadorin nel soffitto nella Stanza del Lebbroso al Vittoriale, per le Sante donne Elisabetta d’Ungheria e Sibilla di Fiandra, più la Mddalena nel quadro sopra l’architrave della porta. A pensarci, sembra abbia fatto rivivere “la marchesa di Pietracamela”. E sulle sue confidenze con D’Annunzio ho pubblicato 30 anni fa il libro di 650 pagine “D’Annunzio l’uomo del Vittoriale” dopo averne sposato la figlia il 9 ottobre 1969. Quante “congiunzioni astrali” riemergono, sarà per il ritorno dopo sei anni al “natìo borgo selvaggio”?
Un’altra parte del pubblico che assite alla narrazione anche canora e musicale
Le espressioni toccanti di Cambi e Cichetti nel loro ultimo scritto nel Rifugio Garibaldi
Ma ora non posso non rievocare un aspetto particolarmente impressionante della storia di Cambi e Cichetti fatta rivivere così bene da Di Taranto, che ha ampiamente citato anche “i ragazzi di Via Panisperna”, dove oltre ad Amaldi ed Enrico Fermi, tra gli scopritori dei segreti dell’atomo, c’era anche uno dei due sfortunati alpinisti vittime non dei pericoli delle scalate in roccia, ma delle terribili bufere di neve e gelo del febbraio 1929 e delle circostanze negative che le hanno accompagnate. Alla loro storia è dedicato il libro del maggio 2019, di Pasquale Iannetti, “L’ultima ascensione”,opera di una persona appassionata, innamorata del territorio, fondatore di TecnoAlpi una società che vi organizza alpinismo, escursionismo e altro ancora, e ha edito il libro, Iannetti ha svolto e svolge tali attività per passione personale.
L’autoscatto di Cichetti e Canbi sulla via Chiaraviglio. Berthlet il 9 febbraio 2029 nell’ultima ascensione
Massimo Di Taranto ha fatto rivivere nella sua appassionata “performance” la vicenda rievocata da Pasquale Iannetti nel suo libro altrettanto appassionato. Una vicenda con tante circostanze rivelatesi negative in una fase in cui, mentre si accentuava la spinta alle ascensioni sul Gran Sasso, queste erano rese diffiicili anche per le attrezzature non sempre adatte; il dato metereologico poi, riporta temperature così basse e nevicate così abbondanti, che fu chiamato “il terribile inverno del 1929”, e soprattutto fu da record negativo in Europa quel febbraio nel quale i due alpinisti volevano proseguire d’inverno ascensioni che li avevano già visti all’opera, non insieme, nell’anno immediatamente precedente. Cichetti il 22 e 23 aprile 1928 aveva tentato l’ascensione sulla vetta orientale del Corno Grande, nella parete Nord-Est innevata; Cambi la prima traversata in solitaria il 4 agosto delle 3 vette del Corno Grande, da Est a Ovet, e scese al Rifugio Garibaldi per la via normale.
Visita nei giorni successivi sul luogo del ritrovamento del corpo di Cichetti avvenuto il 18 febbraio 1929 da una squadra guidata da Ernesto Sivitilli
Detto questo per inquadrare il terribile evento, mi limito a citare l’impressionante documento nel quale vengono descritte le circostanse che hanno portato alla tremenda conclusione, è la nota sctitta da Cichetti anche a nome di Cambi nel libro del Rifugio Garibaldi da lui ben conosciuto, rifugio che lasciarono il 12 febbraio 1929 scrivenfo queste ultime parole: “Terminate le provviste ci rechiamo, o meglio speriamo di raggiungere Pietracamela”. Con questa conclusione: “I piedi nelle medesime condizioni. Tempo pessimo”. Ma la frase precedente era: “La mancanza della pala ci mette in serie difficoltà, Siamo costretti a gettare la neve dentro il rifugio per chiudere la porta. Siamo veramente dispiaciuti di questo. ma non possiamo fare altrimenti. Coloro che verranno dopo di noi ci vorranno scusare”. Il corpo di Cichetti, che scriveva queste parole, fu ritrovato a 3 chilometri da Piatracamela, il 18 febbraio , quindi 6 giorni dopo, da squadre di soccorso alla cui guida era Ernesto Sivitilli, che nel dicmebre 1923 aveva fondato il gruppo alpinistico del paese gli “Aquilotti del Gran Sasso”.
Dopo il ritrovamento del corpo di Cambi, nell’aprile 2029, sulla riva delk Rio d’Arno non molto lontano dalla radura con il corpo di Cichetti, al centro il padre
Nel Rifugio Garibaldi erano arrivati l’8 febbraio trovndolo, come inizia la loro nota in tale data, “completamente coperto dalla neve, l’interno è in grandissimo disordine. Manca la pala, cosa grave data la stagione. Mancano molte stoviglie. Manca l’ascia per spaccare la legna. Al camino della cucina è stato tolto il cappuccio, ragione per cui si è riempito di neve e di ghiaccio ed è penoso farlo funzionare…. La mancanza della pala ci impedisce di poter richiudere la porta, costringendoci così a dormire quasi all’aperto”. La mattina dopo, scrivono, “partiamo a giorno alto diretti al Corno Piccolo.”, dopo circa due ore “giungiamo,… per le orribili condizioni di neve valangosa alla Sella dei due Corni. Attacchiamo immediatamente la cresta S.E. (Chiaraviglo- Barthelet). Al tramonto giungiamo al cenzione sotto la ‘Mitria”. E qui devono rinunziare al programma: “Siamo costretti a tornare a causa della notte prossima e delle mani gelate. Il frddo è stato di una intensità straordinaria”-
Il monumento a Cichetti nella radura in cui fu ritrovato il suo corpo
Descrivono i sintomi di congelamento, il freddo faceva appiccicare la pelle qualunque cosa toccassero. Tornano al rifugio però inabitabile. ll 10 e11 febbraio nevica tiutto il giorno, restano nel rifugio con il congelamento che prende i piedi. Finchè il 12 febbraio “ci svegliamo la mattina completamente sepolti. La neve caduta durante la notte ha otturato il pertugio che ci serviva d’ingresso. La mancanza della pala ci mette in serie difficoltò. Siamo costretti a gettare la neve dentro al rifugio per chiudere la porta”. Sono parole che ho già citato all’inizio, ma le ripeto per l’umanità che esprimono nella loro conclusione incredibile: “Siamo veramente dispiaciuti di questo, ma non possiamo fare altrimenti, Coloro che verranno dopo di noi ci vorranno scusare”. Segue la decisione di lasciare il rifugio: “Terminate le provviste ci rechiamo o meglio speriamo di raggiungere Pietracamela. I piedi nelle medesime condizioni. Tempo pessimo”. Ecco la delicatezza veso gli altri e la serenità verso se stessi, una sensibilità che commuove. E bene fermarmi qui, con questo ricordo toccante. .
Il monumento a Cambi, vicino al Rio d’Arno
Molti anni dopo c’è stata la triste storia di Annina e Rubina, non scalatrici ma donne di famiglia “pretarole” andate a piedi scendendo su un lungo costone nel paese di Forca di Valle. Per tornare in famiglia la vigilia di Natale 1943 vollero muoversi nonostante il tempo inclemente ma risalito il costone, poco prima di scoprire il paese quasi alla loro vista, furono sopraffatte dalla bufera di neve. Il già citato Pasquale Iannetti ha ricostruito “in loco” il percorso del ritorno sfortunato mettendosi sulle loro tracce di allora. Nel novembre scorso, come ricordato, stessa sorte a due alpinisti fermi per un infortunio sul Gran Sasso in un prato tra le rocce.. La Pro Loco nel dedicare il 12 agosto il 2° incontro dei tre del Festival letterario alle “Storie di soccorsi in montagna”, come prima ricordato, è stata ammirevole. I complimenti alla squadra della Pro Loco, che si aggiungono a quelli personali al presidente Massimo Di Taranto, anche “performer” spettacolare nel far rivivere con la voce e la gestualità, il canto e la chitarra, la storia più amara dei soccorsi mancati; ad essa si è immedesimato da cantastorie appassionato, come Fabrizio De Andrè nei suoi celebri stornelli. Poi – ho accenanto anche a questo ma mi piace sottolinearlo – è stato anche l’instancabile conduttore il 30 agosto del “Gran Sasso Trail”, il “Trail del Gigante”, presentato dalla 7 del mattino alle 7 di sera, con il microfono negli arrivi e nelle premiazioni, fino agli ultimi arrivati acolti con il riconoscimento che “gli ultimi saranno i primi”. C’è già l’attesa per l'”agosto pretarolo” del prossimo anno, dal “Borgo in Arte” al “Gran Sasso Trail”, non sarà delusa- “Ars gratia artis”, fino allo sport al lvello massimo della maratona montanara di 40 Km !
Il sentiero nell’itinerario di “Annina e Rubia” che ne segue il percorso per tornare a Pietracamela da Forca di Valle la vigilia del Natale 1943
Photo
Le 26 fotografie dell””agosto pretarolo” sono state scattate tutte da Romano Maria Levante. Le prime 3 immagini su Cambi e Cichetti, vittime della montagna nel febbraio 1929 sono state tratte dal libro “L’ultima ascensione” di Pasquale Iannetti, quella del monumento a Cambi dal sito di Stefano Ardito, mentre quella del monumento a Cichetti da un articolo dello stesso Levante; infine, quella sul sentiero di Annina e Rubina dal sito che organizza il percorso., si ringraziano i soggetti citati. In apertura, La presentazione del libro di Lidia Montauti: “Noi parliamo pretarolo”; seguono, La Sala consiliare del Municipio alla presentazione del libro e L’autrice del libro Lidia Montauti al termine della Presemtazione; poi, Nel rinfresco finale la crostata recante il titolo del libro, e Uno dei tre incontri di “Voci in vetta” su storie alpinistiche, al tavolo Lidia Montauti; quindi, 16 agosto, Festa di San Rocco, la statua esce dalla chiesa dedicata al Santo, e San Rocco portato in Processione; dietro in alto “Vena Grande”; inoltre, La “Street Art” del “Borgo in Arte” nella scalinata di accesso al Centro storico e “Borgo in Arte”, una delle bancarelle con artigianato tradizionale; ancora, Parte dell’esposizione fotografica di Aligi Bonaduce con il figlio Flavio, e Fotografie moderne dell’esposizione di Aligi su un”antica porta; continua, Nuova serie fotografica di altra provenienza in mostra, e Altre fotografie moderne dell’esposizione di Aligi su una porta diversa; prosegue, Gli abiti da Teatro esposti lungo la scalinata di accesso al Centro storico, e La “Street Art” continua nella stessa scalinata; poi, Ancora la “Street Art”, davanti a un vecchio fondaco, e La “Street Art” si conclude intorno a un edificio con il caratteristico balcone in legno; quindi, La festa in piazza con coreografie di danza e musica, e Graziose danzatrici si esibiscono in piazza, inoltre, Il complesso musicale che ha animato la serata e Un angolo della piazza con i servizi per il pubblico; ancora, Il “Teatro di strada” su Cambi e Cichetti, Massimo di Taranto, narratore con la chitarra, Una parte del pubblico sulla scalinta davanti all’antica chiesa di San Giovanni, e Un’altra parte del pubblico che assite alla narrazione anche canora e musicale; continua, L’autoscatto di Cichetti e Canbi sulla via Chiaraviglio. Berthlet il 9 febbraio 2029 nell’ultima ascensione, Visita nei giorni successivi sul luogo del ritrovamento del corpo di Cichetti avvenuto il 18 febbraio 1929 da una squadra guidata da Ernesto Sivitilli, e Dopo il ritrovamento del corpo di Cambi, nell’aprile 2029, sulla riva delk Rio d’Arno non molto lontano dalla radura con il corpo di Cichetti, al centro il padre; prosegue, Il monumento a Cichetti nella radura in cui fu ritrovato il suo corpo, e Il monumento a Cambi, vicino al Rio d’Arno; infine, Il sentiero nell’itinerario di “Annina e Rubia” che ne segue il percorso per tornare a Pietracamela da Forca di Valle la vigilia del Natale 1943 e, in chiusura, La partenza del 2° gruppo del “Gran Sasso Trail”, il “Trail del Gigante” domwnica 30 agosto alle ore 10.
La partenza del 2° gruppo del “Gran Sasso Trail”, il “Trail del Gigante” domwnica 30 agosto alle ore 10
Nell’articolo precedente è stato ripercorso l’itinerario esistenziale di Vittorio Giardetti – che ho considerato il “paesano ritrovato”, per come ho potuto rievocare fasi della sua vita a me poco note pur nella nostra vicinanza fin dalla lontana infanzia – in quello che ho chiamto il 1° Mondo: l’Italia con il paese natìo Pietracamela, la città dei suoi studi Teramo, la sede vaticana che ha frequentato Roma, un mondo. cui è rimasto strettamente legato. Ma avendolo “ritrovato” ho potuto seguire la sua attività lavorativa – di cui avevo notizie molto scarse – in un ambiente quanto mai difficile per la sua provenienza, cui ha saputo aggiungere azioni altamente meritorie. Tutto questo nel 2° Mondo, l’America, soprattutto Niagara Falls – con una appendice temporanea a Las Vegas – dove è stato protagonista con un impegno che gli ha dato elevate posizioni lavorative e riconoscimenti, e con i suoi interventi di tipo assistenziale, culturale, e religioso. In questo articolo conclusivo viene ripercorso un itinerario esistenziale che ha assunto un valore decisivo, per poi terminare con un’altra parte vissuta da protagonista, nel 3° mondo, il Messico di Acapulco, la cui attrazione salutare gli ha fatto anticipare l’andata in pensione nel novembre 1996, che gli ha tiaperto le porte del 1° mondo, con i ritorni annuali prima impraticabili.
Anno 1903. Vittorio Giardetti nel suo ruolo religioso, nella chiesa di San Giueppe a Niagara Falls,,
Il2° Mondo, l’America: lavoro a Niagara Falls, azioni benefiche, ruoli religiosi, Las Vegas
Torno a parlare di chi gli ha aperto la strada delle lontane Americhe, dove è andato 13 anni prima di lui, e lo ha fatto per lui: l’ho ricordato, il padre Giovanni, seguito dopo 8 anni dalla madre Maria. Nel 1948 lasciò il paese per Caracas, la capitale del Venezuela, dove lavorò 3 anni, poi 1 anno in Canada a Montreal e 1 anno nell’Ohio, in una avvicinamento che nel 1953 lo ha portato a Niagara Falls, una “booming city” nello Stato di New York.
Lo chiamò alle Cascate del Niagara il compare Attilio Sabatini, l’unico “pretarolo” che vi lavorava, e c’era una forte comunità di italiani; si impiegò prima nelle costruzioni, poi nel settore chimico, nella ditta Hooker Chemical dove lavorò fino al 1968, quando andò in pensione.
Una visione panoramica della vasta area delle Cascate, con il popoloso abitato di Niagara Falls
Il figlio Vittorio era arrivato da 6 anni. L’antico compagno di scuola – del quale ho parlato nel 1° articolo – ha scritto che Niagara Falls ha un “curioso accostamento” con Teramo, chiamata “Interamnia”, tra due fiumi, il Tordino e il Vezzola, perché il Niagara è diviso in due corsi d’acqua, con nomi diversi, dall’Isola della capre. Due fiumi nella sede degli studi a in quella della vita, una sorta di destino, del resto il lavoro di Vittorio è stato soprattutto di controllare l’erosione delle Cascate, quindi legato all’acqua, e qnanta acqua!
Ed ecco i primi risultati raggiunti dopo i notevoli sacrifici dei genitori e le sue sofferenze negli anni dell’infanzia e adolescenza tracorsi lontano da loro, anche se tra le premure dei cari parenti che lo hanno ospitato ed educato. Si trasferisce in America appena ottenuto il diploma tecnico in Italia. Il padre lo aiuta a inserirsi nel nuovo mondo con le conoscenze che ha acquisito in dieci anni: lo segnala per la capacità nel disegno tecnico, e se il titolo di diploma italiano può non bastare fa corsi speciali. Tutto inizia nel 1963, il primo lavoro é stato disegnare un’autostrada, la sua capacità nel disegno geometrico gli aveva aperto la strada. Dal 1964 al 1967 fa parte del “Survey Party”, la Commissione geometri impegnata nella costruzione della “Robert Moses State Parkway”.
Anno 1964. Vittorio nella fase iniziale nel suo ufficio, il tavolo di disegno serve anche come scrivania
Nel 1967 passa allo “State Park Engineering Department di New York”, dove resta per l’intera carriera, fino alla pensione anticipata del novembre 1996, svolgendo l’attività tecnica preferita: da “Senior Draftsman” passa presto a “Principal Drafting Technician”, come se fosse“Ingegnere capo”.
Partecipa ad iniziative quali il “Niagara Reservation Development Project”, e per un trentennio è impegnato nel compito primario del Dipartimento statale: controllare e ostacolare l’erosione del letto del fiume Niagara, dove si formano le Cascate più grandi del mondo all’incrocio di due fiumi. .
Anno 1979, 27 gennaio. Con la mamma Maria e Mario Pirastru, venuto dalla Sardegna, Direttore del N. Y. State Office of Parks Recreation & Historic Preservation, di cui Vittorio faceva parte
Un notevole volume di acqua passa dal Lago Eriè al Lago Ontario, con una caduta di circa 90 metri, solo 15 metri nelle rapide prima delle Cascate e 40 metri nelle Cascate, divise in due componenti: quella americana detta “American Falls” larga 300 metri e alta 30, e la parte canadese detta “Horseshoe Falls” cioè Cascate a ferro di cavallo per la forma assunta. La portata della loro caduta è di 30 milioni di metri cubi d’acqua ogni ora, dalla grande forza di erosione che va controllata per preservarle. Il suo ufficio era il più vicino alle Cascate, ne vedeva la potenza spettacolare oltre ai tanti visitatori accorsi quotidianamente per ammirarla.
Sono 2 milioni e mezzo di litri al secondo nella zona canadese, e 285 mila litri al secondo nella zona americana, l’acqua polverizzata viene proiettata tutt’intorno. E’ impressionante la sua potenza, cade in modo così copioso da essere irrefrenabile; e lo è d’inverno vedere le Cascate gelate, l’acqua fermata dal freddo, la forza della natura che si esprime allìopposto. Nel Parco viene controllato un fronte con la grandiosità dell’Horseshoe, il ferro di cavallo nella zona canadese di 760 metri, diviso dalla Goat Island dal fronte di 335 metri in territorio americano.
Una spettacolare visione delle Cascate del Niagara
Tra le maggiori iniziative seguite da Vittorio, il “Niagara Reservation Development Project”, in contatto con le personalità italo-americane impegnate nella raccolta dei fondi fino a 15 milioni di dollari; tra loro il governatore dello Stato di New York Mario Cuomo, il responsabile del “NYS Western Distrect ” Mario Pirastru e e il “Facilities Manager” italiano Dario Violanti.
Gli italiani sono molto influenti nel territorio dei Parchi statali con i quali ha dichiarato pubblicamente che era felice di collaborare raggiungendo ottimi risultati. Appare evidente la posizione di rilievo acquisita, tanto che il quotidiano italiano “America oggi” intitolava l’articolo del 2 febbraio 2000 “L’ingegnere delle cascate” e nell’occhiello precisava “Vita, carriera e impegno sociale di Vittorio Giardetti”.
il parroco di Pietracamela, don Andrea, sulla barca in visita alle Cascate, con Mario Dionisi
L’articolo occupava l‘intera prima pagina con 3 immagini evocative: in piccolo il suo ritratto, in grande la fotografia dei genitori nel vestito delle nozze il giorno del matrimonio e l’abitato del paese natale Pietracamela con le case del centro storico addossate e le loro facciate unite le une alle altre. Ricordava i festeggiamenti della comunità italiana quando era andato in pensione a fine 1996 che esprimevano simpatia e gratitudine.
Posso aggiungere che oltre a “ingegnere della Cascate”, è stato anche “guida delle Cascate”, per le autorità italiane che le visitavano, e non c’era persona più adatta ad accompagnarle illustrandone le caratteristiche di cui era competente e i tanti tentativi degli ardimentosi. Tra le autorità italiane che ha accompagnato, Mario Mistretta, Console generale dell’Italia a New York e Primo Nebiolo, presidente del CONI. E’ stato impegnato, nel 1986, nella trasmissione televisiva “Telemike”, con 20 milioni di telespettatori, del celebre conduttore Mike Bongiorno.
Una vista ravvicinata delle Cascate, che mostra la potenza della portata dell’acqua in caduta dall’alto
Arrivò a sorpresa, insieme a Mario Dionisi, che Vittorio conosceva bene, don Andrea, il parroco di Pietracamela. Non solo lo guidò nel normale percorso dandogli tutte le informazioni, ma gli fece ammirare le Cascate in barca e sorvolandole in elicottero. Nel fare questo, era preso dei ricordi d’infanzia che riaffioravano nella sua mente, con emozione: ripensava a quando da piccolo andava a lezione di francese dal parroco, mentre lui e altri del paese lo aiutavano nelle funzioni religiose, dalla sacrestia all’altare, fino a servire la Messa da chierichetti.
Ed era un “camminatore” intorno alle Cascate, faceva ogni giorno, prima del lavoro, il giro dell’’Isola della capre, percorrendo sentieri tra prati e boschi, nel “Niagara Reservation”, il Parco statale americano più antico, con un panorama che richiama milioni di visitatori.
Vittorio, a sin., discute con il governatore dello Stato di Nrw York Mario Cuomo, di origini italiane
Altri milioni di visitatori, ma dagli schermi televisivi, nella serata in collegamento con le Cascate del Niagara, con Vittorio al centro della scena come “il personaggio misterioso”. La “troupe” di Canale 5 si era trasferita a Niagara Falls, anche per un rilancio della trasmissione. Il contatto ci fu all’esterno, in vista delle Cascate, con Dan Peterson che lo intervistò ponedogli anche le domande che faceva Mike dall’Italia. sul suo lavoro, alle quali Vittorio diede risposte precise: spiegò che si svolgeva sia all’aperto che al chiuso, sia di giorno che di notte, con molta attenzione per i rischi derivanti dalla potenza dell’acqua delle Cascate.
Venti anni dopo, nel 2006, “si parva licet comparare magnis”, è stato al centro della visita alle Cascate di Rolando – emigrato di successo dalla sua Pietracamela — ma non è un fatto reale, bensì un episodio del romanzo-verità “Rolando e i suoi fratelli. L’America!” nel quale viene riportata, in 366 pagine molto fitte, in termini romanzati, la storia esemplare di un’emigrazione dal paese, assolutamente vera nei suoi aspetti essenziali. All’intervento di Vittorio – l’unico nome non modificato, mentre erano cambiati gli altri nomi della realtà romanzata – sono dedicate 10 pagine, dalla 144 alla 154 del capitolo “L’ora dell’amore”.
Vittorio con sulp sfondo lo spettacolo quotidiano delle Cascate cui è molto vicino
Sono pagine in cui si legge quanto illustrato al paesano da Rolando, in visita con Juliette sua futura moglie, sulle caratteristiche delle Cascate, e sulle tante vicissitudini. Si ricordano molti episodi, dagli incidenti avvenuti alle imprese compiute, con le sfide ardimentose di intemerati che si sono lanciati dentro dei barili, ricordando la botte di Attilio Regolo; o hanno tentato l’attraversamento in alto in modo funambolico. Vittorio a volte ne parlava agli autorevoli visitatori italiani che accompagnava, oltre a fornire loro i dati tecnici a lui ben noti.
La prima impresa ardimentosa risale all’inizio del secolo, il 24 ottobre 1901, con la protagonista femminile, una insegnante di 63 anni, recuperata incolume 17 minuti dopo il salto vertiginoso, divenuta famosa ma morta in povertà. Passarono diieci anni, nel 1911 un inglese sopravvisse al tremendo salto dentro il barile d’acciaio, poi trascorse sei mesi in ospedale per le fratture riportate; e un canadese del Quebec nel 1928 si lanciò nelle rapide dentro una grande palla di gomma, dopo il volo nelle Cascate approdò a riva indenne, passata un’ora.
Anno 1986. Vittorio, al centro, é il “personaggio miterioso” della trasmissione TV italiana “Telemike”. di Mike Bongiorno, collegato alla zona delle Cascate con Dan Peterson che intervista Vittorio
Ma ci sono state anche tragedie, nel 1920 un altro inglese sfidò le Cascate dentro un pesante barile di quercia che si fracassò e di lui fu recuperato solo un braccio. Analoga sorte dieci anni dopo, nel 1930, di un greco che restò imprigionato nel marchingegno di legno e acciaio in una cortina d’acqua fino a soffocare in assenza di ossigeno.
E in tempi meno lontani, nel 1952, invece di un barile pesante o di un marchingegno fu usato un apparato leggero di tubi, rete e tela; ma, sbattuto da sponda a sponda e scagliato sulle rocce, si disintegrò e il corpo della vittima fu recuperato il giorno dopo, tra i rottami che galleggiavano. ”Rari nantes in gurgite vasto”.
Anno 2007, giugno, VIttorio mi ringrazia di averne fatto un personaggio nel romanzo-.verità sull’emigrazione dal nostro paese, sctivendomi dietro la visione panoramica dellì’area delle Cascate
C’è stato amche un ardimento di segno opposto: invece di lanciarsi nelle Cascate chiusi dentro barili che non li proteggevano, tentavano di attraversarle in precario equilibrio su una fune stesa in alto, liberi nell’aria.. Iniziarono ben prima del 1901, l’anno del successo della donna insegnante nel barile d’acciaio.
Dall’Europa nel 1859 venne appositamente un funambolo che non solo riuscì a fare la traversata camminando sul cavo con un’asta di equilibrio, ma fece anche un salto mortale all’indietro; e in esibizioni successive andò in bicicletta oppure bendato, con mani e piedi amnanettati, spingendo una carriola o cucinando un’omelette; due mesi dopo fece ancora la taraversata con sulle spalle il suo manager, fu un’impresa considerata storica.
Un’immagine delle Cascate con il cavo sul quale il funambolo Nick Wallenda, tenendosi in equilibrio con un’asta, ha camminato passando dal lato americano al lato canadese
Nel tempo diversi altri funamboli, sempre con esito positivo,: un canadese, un personaggio conosciuto con un nome italiano, e nel 1876 una ragazza italiana di soli 23 anni, l’unica donna funambola vittoriosa.da onorare. L’anno successivo, il 1877, una vittima: aveva attraversato sulla fune ma il corpo fu trovato sfracellato sulle rocce, l’inchiesta stabilì che aveva tentato una traversata notturna con scarpe da città.
Ho ricordato questi episodi citati da Vittorio nell’accompagnare i visitatori a lui affidati, per emtrare nel 2° Mondo oltre che con i risultati da lui ottenuti, anche con queste immagini coinvolgenti. Al termine della sua guida utile e amichevole, Rolando gli dice: “E tu, Vittorio, mi ricordi Virgilio, pregato da Beatrice nel Limbo di fare da guida a Dante. Solo che sono stato io a pregarti di accompagnarci”. Ed ora la rivelazione inattesa ….
Anno 1985, luglio. centenario della Fondazione. La “Citazione al merito” di Vittorio da parte del “Niagara Reservation Park”,
L’autore del romanzo sono proprio io, e mi scuso per la citazione omessa senza presunzione, ma per dar conto di come Vittorio sia stato prezioso per gli italiani in visita alle Cascate. Mi ha ringraziato allora di averne fatto un protagonista con una lettera che ho conservato, la riproduco tra le tante immagini, mi sono sentito gratificato.
E ora che ho cercato di far rivivere momenti divertenti della vita di Vittorio legati all’italianità, è bene rievocare le azioni concrete da lui compiute da italiano nel 2° Mondo in cui operava – così lontano dal 1° Mondo del suo paese – azioni rilevanti nei risultati e anche benefiche, alcune mosse dalla Fede. In primo piano la sua intensa partecipazione alle attività della “Cristoforo Colombo Society”, un’organizzazione italiana di mutuo soccorso basata sulla fratellanza, fondata da immigrati italiani nel 1903. In cima alla tomba che la identifica c’è una statua a grandezza naturale del navigatore italiano.
Anno 1996. ottobre. “Resolution”dello Stato di New York, per Vittorio, l’eccellenza del servizio prestato cm la competenza, dedizione disinteressata,,amore genuino per il Parco, rispetto
Sulla via segnata da Colombo molti italiani, e anche di altre nazionalità, formarono società fraterne o benevoli modellate su organizzazioni americane come gli Alci e i Massoni. Non solo erano luoghi di incontri e riunioni per sentirsi una Comunità legata alla propria origine, ma operavano a fini benefici stipulando contratti con medici e ospedali per avere accesso alle cure mediche di base; la maggior parte delle società forniva anche un luogo di sepoltura a un costo modesto.
La Cristoforo Colombo Society risulta essere una delle più attive nell’area di Niagara Falls. Vittorio ne è stato non solo il promotore ma anche il tesoriere per 23 anni. Ha lasciato questa funzione nel 1996, all’andata in pensione, ricevendo tante prove di fiducia e i più vivi ringraziamenti per l’attività svolta, da moltissime persone accorse per festeggiarlo nel giorno del commiato.
Anno 1999. ottobre. Vittorio interviene alla “Cristoforo Colombo Society”, 23 anni da Tesoriere in un’intensa attività benefica di mutua assistenza, festeggiato nella riunione dall’intera organizzazione
Il consuntivo che ha presentato è stato ragguardevole: in tanti anni aveva staccato 6000 assegni, ed effettuato 3000 versamenti, i bilanci quadravano perfettamente. Un impegno molto serio, in un continuo volontariato che faceva risaltare l’integrità degli italiani e la loro attività veramente preziosa per la terra che li aveva accolti. Oltre alle spontanee espressioni dei tanti che lo avevano conosciuto, gli sono stati conferiti dei veri riconoscimenti.
Nel 1979 è stato scelto come “Man of the Year”, con una motivazione in cui gli viene dato il merito di promuovere la cultura italiana e di preservare le tradizioni italiane, considerate tra le funzioni più importanti svolte dalla Società di cui ha fatto parte. Poi, nel 1985, ha ricevuto dal Comitato nazionale del “Columbus Day” – la più importante espressione di italianità con la grande manifestazione annuale – la prestigiosa “Citation of Merit Award”. E nel 1996, quando è andato in pensione, ha avuto la “Resolution” dello Stato di New York, in cui viene riconosciuta l’eccellenza del servizio da lui svolto per il pubblico e per i privat .
Anno 2000, febbraio L’articolo del quotidiano italiano”America oggi”, Niagara Falls, Dopo l’andata in pensione di Vittorio ne riassune vira, carriera e impegno sociale nei festeggiamenti per esprimere la riconoscenza
L’attestato lo fa in cinque paragrafi in cui parla delle sue competenze, della sua dedizione disinteressata, e dell’amore genuino per il futuro del Parco. E apprezza il suo speciale orgoglio nel compiere quanto affidato alle sue responsabilità nei processi curati, in un lavoro eccellente svolto con abilità e competenza, dedicandosi ai bisogni degli altri nel massimo rispetto. Seguono le 7 firme dei membri del Comitato, tra cui Dario Violanti, l’italiano “Capital Facilities Manager”.
Saltiamo al 29 maggio 2016, “Niagara Living” dà ai lettori un’importante notizia. Nel “Niagara Arts and Culturale Center di Pine Avenue” – situato ai margini di Little Italy, alle Cascate del Niagara – si sentirà sempre più parlare italiano. L’ufficio del Vice consolato italiano sarà aperto per assistere i cittadini italiani e coloro che richiedono la cittadinanza italiana;
Anno 2003. La scheda del saluto di Vittorio nel centenario della Società
Saranno disponibili per servizi di traduzione, segnalazioni legali e per rispondere a richieste riguardanti le normative sui visti e i requisiti del passaporto per conto del governo italiano. Ci sono solo altre 37 rappresentanze dell’Italia negli Stati Uniti, la più vicina delle quali si trova a New York o Washington DC.
La notizia è accompagnata da una fotografia nella quale la Vice Console Onoraria italiana siede alla scrivania, e a destra guardando, la sua assistente tiene in mano la bandiera italiana. Ed ecco come prosegue la didascalia della foto: “A sinistra, un patrono dell’ambasciata, Vittorio Giardetti, delle Falls del Niagara, l’uomo che suggerì al consolato di aprire un ufficio presso il Niagara Arts and Cultural Center, regge il cartello”. Aprile 2016.
Anno 2016, aprile. In primo pianoi la Vice Console Onoraria italiana, a dx la sua assistente con la Bandiera italiana, Dietro Vittorio regge il cartello del Vice Consolato, ha suggeritto lui di aprire l’ufficio presso il Niagara Arts and Cultural Center, con servizi molto utili alla locale Comunità italiana
Ma l’impegno di Vittorio, con i meritati riconoscimenti, non si è svolto soltanto nei campi che ho rievocato, in cui è diventato un protagonista molto apprezzato nel mondo che lo aveva accolto. Si è dedicato ad attività legate alla Fede, anche per rendere omaggio ai genitori che si erano sacrificati per lui, e lo ha affermato pubblicamente.
Non sono state espressioni di sentimenti momentanei, bensì manifestazioni del senso mistico della vita acquisito nell’infanzia e nell’adolescenza mentre soffriva per la lontananza prima del padre, poi anche della madre. La Fede lo compensava di quanto mancava e lo portò a svolgere mansioni religiose nella “St. Joseph’s Roman Catholic Church”, costruita dagli italiani nel 1903 a Niagara Falls, dedicata a San Giuseppe, con mons. Riccardo Amico.
Anno 2009, dicembre. Un articolo in italiano sulla donazione di Vittorio al “Center Institute” di Buffalo
Vittorio vi legge le Sacre scritture, come “lector”, e distribuisce la Comunione come “Eucharistic Minister”.nelle Messe in italiano. La forza della Fede lo ha fatto offrire come volontario in iniziative caritatevoli, in particolare con “Catholic Charities”, 2000 club con i quali si diventa “lavoratore della Fede”. Mons. Amico, che ho appena citato, ha detto di lui: “E’ sempre pronto ad aiutare chiunque ne abbia bisogno”. Forse anche per questa totale apertura non ha costituito una propria famiglia, pur avendone avuta la possibilità, e ho ricordato nel 1° articolo come senta il grande valore della libertà senza vincoli nè compromessi limitativi.
Anche nell’attività ora ricordata, in campo religioso, è stata sempre presente la sua italianità, e si è svolta soprattutto con i connazionali, con lui nella città sul Niagara; come lo è stato il suo impegno, ricordato in precedenza, nella “Cristoforo Colombo Society”, per la fratellanza, la promozione e salvaguardia della cultura e delle tradizioni italiane. E’ stato supporter della “Pine Avenue Business Association’s”, in un progetto che dedica la parte di Niagara Falls in cui c’è una strada molto frequentata, all’eredità italiana ancora viva nella città.
Anno 2010, gennaio Un articolo in inglese sulla stessa donazione di Vittorio per la ricerca suil cancro
Concludo la rievocazione di alcune sue lodevoli attività, citandone una meritevole in modo particolare: la donazione di 10.000 dollari al “Roswell Park Cancer Institute” di Buffalo, un aiuto consistente per la ricerca sul cancro femminile al seno; lo ha fatto in memoria dei genitori Giovanni e Maria, pensando anche a una persona sua amica ricoverata nell’istituto.; e lo ha ripetuto dopo un decennio, impegnandosi per sempre in questo senso.
Ha detto: “Offro tutto nel ricordo dei miei genitori, dai quali ho appreso quanto è importante avere comprensione, sensibilità e generosità, al fine di rendere la propria vita degna d’essere vissuta”; e ha aggiunto: “Questo è il giorno più grande della mia vita, essere capace di aiutare in questo modo e incoraggiare gli altri a fare lo stesso”. Il dr. Stephan Edge, presidente del Centro, lo ha ringraziato, sottolineando l’importanza di seguirne l’esempio per aiutare nell’aspra lotta contro tale malattia.
Vittorio, con mons. Amico, parroco della chiesa “San Giovanni” fonfata nel 1903 da immigrati italiani, nella parete la mappa dell’Italia, sulle Regiomi sono scritti nei cartelli i nomi dei parrocchiani italiani
La notizia fu data nella rubrica “Comunità” da un giornale in lingua italiana per i nostri emigrati il 12 dicembre 2009, con il titolo a tutta pagina “Dieci mila dollari per la ricerca sul cancro” e l’occhiello “Vittorio Giardetti ha fatto una donazione al ‘Center Institute di Buffalo’”; ripetuta dal giornale “Local News From Nearby” in lingua inglese il 7 gennaio 2010 in prima pagina, 6 colonne con il titolo, a tutta pagina, “Resident gives gift from the heart”, e l’occhiello “Vittorio Giardetti gives Roswell $ 10K to fight breast cancer”.
Ma non è l’unica sua donazione di 10.000 dollari, ha fatto lo stesso dono ad altri 2 ospedali, “Memorial Hospital” e “Mount Saint Mary’s Hospital”, e a 2 istituzioni di Niagara Falls che ho già citato, la “St- Joseph Church ” e il “Niagara Art and Culture Center”, NACC. dove si impegnava per finalità religiose e benefiche con gli italiani.
“La felicità di questi visi mi fa essere più felici di loro”. Vittorio Chateau Vaudreuil Montreal , 27 maggio 2017
Era il 2010, il giornale “Local. News Firm Nearby” del 7 gennaio ha dato la notizia con un articolo in prima pagina intitolato su 6 colonne di stampa, “Residente dà un dono dal cuore”.-Il testo riassume la vita e lo illustra con la fotografia mentre stringe la mano al Direttore del “Center Institute” di Buffalo dopo aver ricevutoil dono.
L’Istituto lo ringrazia con queste parole: “Noi siamo indebitati con Mr. Giardetti, per la sua premurosa generosità e l’investimento nella nostra missione di salvare le vite”. E aggiunge che ogni giorno fanno progressi nella lotta contro un male non più incurabile, ma non basta. C’è un’altra donazione privata, molto consistente.
Anno 1999. ottobre. Vittorio mostra a mons. Amico l’Anello avuto a riconoscimento del suo impegno
Quando ha saputo che negli Stati Uniti si possono fare donazioni fino a 5 milioni di dollari senza pagare le tasse, ha donato legalmente 300 mila dollari ai suoi parenti che vivono a Montreal in Canadà. Li andava a trovare due volte l’anno fino al 2024, mentre da poco ora vanno loro a trovarlo e li ospita nel migliore albergo del Niagara.
Una generosità che esprime sempre la devozione verso i genitori i quali – devo ripeterlo data la sua importanza – si trasferirono negli Stati Uniti, a distanza di qualche anno la madre dal padre, con l’intento di preparare per lui un futuro ben dioverso da quello che avrebbe avuto se fossero restati nel proprio paese del quale non temevano le difficoltà sul piano personale, ma quelle per il figlio. Sia loro che Vittorio hanno sofferto l’allontanamento nella sua infanzia e adolescenza, ma ne è valsa la pena, e lui manifesta sempre per loro la sua riconoscenza imperitura
Vittorio ripreo nel suo ruolo religioso nella chiesa di Saint Joseph a Niagara Falls
Ma anche in America ha trovato un altro spazio dopo essere andato in pensione, come turista, nella regolarità e metodicità con cui programma le frazioni dell’anno in diverse destinazioni. E’ stata una sua aggiunta al 2° Mondo, come Roma e la basilica di San Pietro lo sono per il 1° Mondo, e l’ho descritto. Si recava per un mese all’anno a Las Vegas, la capitale del gioco, ma non lo faceva per questo, non partecipava ai tavoli dove giocavano.
.Gli piaceva la località, per la sua animazione e forse perché c’erano celebri ambienti italiani riprodotti in scala 1 a 1, come il Canal grande e Piazza San Marco di Venezia , era quasi come un viaggio in Italia. Ha rivisto a Las Vegas, il 3 ottobre 2017, il famoso mago David Copperfield che aveva conosciuto alla Cascate del Niagara moltissimi anni pruma, nel 1990.
Anno 2017, 3 ottobre. Viittorio con il mago David Copperfield a Las Vegas
Vittorio non ci va più da qualche tempo, perchè sembrano sorti problemi di sicurezza, ma oltre questa notizia ce n’è una molto positiva.- Riguarda Hollywood, dove si trova una delle prestigiose “pietre d’inciampo” recante il suo nome, nella strada più importante, riservata ai personaggi famosi. Questo riconoscimento si aggiunge agli altri che ho ricordato, un onore che si trasmette alla sua terra.
Non è terminata la rievocazione della sua vita da protagonista nei tre Mondi, ma quella di due Mondi. Del 1° Mondo, dell’infanzia e adolescenza e del suo attaccamento, rimasto sempre nel suo cuore perché terra natale, l’Italia, in particolare Pietracamela, il “natìo borgo selvaggio” oltre a Teramo e poi Roma; ne ho parlato in modo molto ampio nell’articolo precedente
Anno 1903. Dopo la funzione religosa, in chiesa, Vittorio in testa alla Processione
E’ terminata la rievocazione del 2° Mondo, con la sua vita nell’impegno assiduo sul lavoro -fondamentale nell’esistenza – ma anche su quanto legato all’italianità; con una spinta verso le iniziative benefiche, indotta dal suo spirito religoso toccato dalla Fede, nella terra che lo ha accolto, l’America, in particolare Niagara Falls la “booming city”. Ora concludo con il 3° Mondo dove è andato – nei mesi freddi e umidi nelle Cascate – per le attrattive della sua estate perenne, in Messico, e precisamente ad Acapulco. E’ l’ultima rievocazione, la sua vita diventa riposante e divertente per quasi metà dell’anno senza gli obblighi lavorativi che aveva fino a 56 anni.
Il 3° Mondo, il Messico, ad Acapulco vacanze con “pretaroli” e connazionali, incontri con celebrità
Il 3° mondo di Vittorio non è il Terzo mondo del sottosviluppo – che delle volte assume questo termine – ma del Messico, nella località di Acapulco, che non solo entra nella sua vita nel gennaio 1997, subito dopo essere andato in pensione nel novembre 1996; ma ne è stato il principale motivo perchè gli fa anticipare, come consentito dalle norme, il pensionamento, in modo da evitare soprattutto il clima invernale gelido e unudo delle Cascate del Niagara dove era stato senza interruzione nel trentennio di lavoto a Niagara Falls.
Anno 1990. Il certificato con cui la diocesi di Buffalo lo nomina “Speciale Ministro della Sacra Comunione
E questo trascorrendo il periodo più critico dell’anno – da metà novembre a metà aprile – in quella località messicana di grande attrazione turistica; lo consigliarono così dei paesani, che lo facevano da anni, e gli dissero che c’era un buon numero di “pretaroli” contenti di accoglierlo.
Come da ragazzo decise di cambiare gli studi – passando dagli studi magistrali a quelli tecnici dei Geometri, coniderati più promettenti per il suo lavoro – così fece cambiando per cinque mesi l’anno la residenza in modo propizio per la sua salute: una decisione presa da solo, ripeto, non avendo formato una famiglia per sentirsi libero. Si trasferì nell’Hotel Calinda. sul mare, con 25 piani, a 2 stelle, con la ristrutturazione del 2024 a 5 stelle. .
Las Vegas, il “Mirage Hotel” di tanti soggiorni di Vittorio
Acapulco è una località turistica famosa, soprattutto celebre per i tuffi dalla scogliera di Quebrada, uno sperone roccioso alto 35 metri. I tuffi avvengono dalla cima della scogliera, da circa 40 metri di altezza, da parte di specialisti, i “clardistic”, sono locali con l’aggiunta di qualche esperto che vi viene fortemente attirato.
La difficoltà non è data solo dall’altezza del tuffo, ma anche e soprattutto dal fatto che avviene su uno specchio di mare molto stretto, con l’acqua profonda pochi metri, per cui bisogna attendere l’onda che entrando in una specie di fiordo, ne innalza il livello riducendo il rischio per il tuffatore.
Anno 2026, 5 settembre. Visitatori delle Cascate del Niagara
Naturalmente, ci sono tanti spettatori, e anche a prescindere da questo aspetto di indubbio interesse, negli anni ‘50 Acapulco era diventata l’icona della “jet society”, che vi si è riversata accrescendone l’attrazione turistica. Quella di Acapulco non è stata soltanto una scelta per trascorrere le vacanze in una località preferita rispetto alle altre, e lo si vede da ciò che ha scritto il suo “compagno ritrovato” facendo una rivelazione che riporto testualmente. Ecco cosa scrive a metà della seconda pagina nel suo articolo del settembre 2006.
“In questo caleidoscopio di storie e di fatti non poteva mancare il colpo di scena, che creativamente induce Vittorio ad andare anticipatamente in pensione (10 anni fa) per progettare uno stile di vita così congegnato. Cinque sei mesi li trascorre a Niagara Falls, due, tre mesi, ad Acapulco nel Messico, tra gennaio e marzo (anche per fuggire dal clima umido delle Cascate), due tre mesi a Pietracamela (tra giugno e agosto) e perché no, un mesetto lo dedica a Las Vegas”. Sono tempi oggi mutati, come ho accennato, ma non cambia la motivazione del “colpo di scena”, indicata con un’espressione che ne inquadra perfettamente il sistema di vita.
Vittorio alle Cascate il 5 settembre 2026, giorno del suo compleanno
“Non una banale vita da pensionato, con giornate tristi e burocratizzate nelle tre, quattro cose da fare ogni giorno. No per nulla, la vita di Vittorio diventa un tourbillon di amicizie, di visite, di incontri, di letture, di collegamenti con le nostre reti Tv.…”.
Questo “tourbillon” si manifesta soprattutto neilla vita a stretto contatto con i molti “pretaroli” in vacanza anch’essi, non solo quelli della comunità di Niagara Falls, ma anche altri provenienti da Toronto, Montreal e da altre località. Con loro si condivide la vita in spiaggia, si fanno incontri e riunioni, si festeggia in serate nei ristoranti italiani. L’Italia è sempre presente.
Acapulco. L””Hotel Calienda Beach” dove Vittorio risiede nei suoi lunghi periodi di vari mesi sl mare. Da 23 anni la stessa “suite” al 25° piano, si vede il suo volto un cima alla foto dell’Hotel
E poi anche eventi particolari, Vittorio mostra una fotografia con la sua partecipazione ad Acapulco, nel dicembre 2012, alla prove, il giorno prima del concerto nel Teatro “John Ruiz de Alarcòn” del celebre tenore Placido Domingo, che l’anno dopo gli firmò l’autografo sulla foto al “Teatro Forum del Mundo Imperial “.
Ha conosciuto molto bene il grande maestro Eduardo Alvarez, celebre direttore della Filarmonica di Acapulco, famosa nel mondo, ha partecipato anche alle prove addirittura sul palcoscenico dietro l’ochestra al solito Teatro John Ruiz de Alarcòn, mostra una foto del 17 novembre 2017, lo si vede in alo a destra.
Anno 2012, 27.dicembre ad Acapulco. Con il tenore Placido Domingo nnelle prove al Teatro Juan Ruiz de Alarcòn, l’autografo é del 27 dicembre 2013 alle prove del “Teatro Forum del Mundo Imperial”
In campo religioso parla della sua vicinanza con l’arcivescovo di Acapulco mons. Leopoldo Gonzales, anche qui non è mancata la spinta della Fede. E anche ad Acapulco il su spirito benefico con ispirazione religiosa si fa sentire. Nel maggio 2018, Vittorio dona 12.000 dollari alla Parrocchia del Sacro Cuore di Gesù di Acapulco per la Piazzetta di S, Padre Pio in memoria del suo papà.
Il “compagno ritrovato” aggiunge, alla sua descrizione della vita attiva di Vittorio da pensionato, una abitudine costante che lo fa definire “marciatore dei tre mondi”: “Dovunque si trovi, a meno che non ci siano turbolenze climatiche importanti, Vittorio cammina, cammina due tre ore al giorno, tutti i giorni… Ad Acapulco non si discute, la camminata quotidiana la effettua di prima mattina sulla spiaggia già affollata nella riva del Pacifico, anche qui per non meno di due ore al giorno”.
Vittorio con il maestro Gianluca Lettera solista “armonica”, nato a Roma,, al centro, e il grande maestro Eduardo Alvarez, direttore della celebre Filarmonica di Acapulco , a sin. guardando
Le “camminate” sempre di almeno due ore, a Pietracamela, Niagara Falls, e anche Ls Vegas, che ho già descritto nel 1° e 2° Mondo. Ad Acapulco risiede da 23 anni, al 25° piano dello stesso albergo sul mare, dal balcone si vede la spiaggia dove inizia la sua “camminata”, anni fa mi mandò una cartolina con la finestra e il tragitto.
Anche ad Acapulco il su spirito benefico con ispirazione religiosa si fa sentire. Nel maggio 2018, Vittorio dona 12.000 dollari alla Parrocchia del Sacro Cuore di Gesù di Acapulco per la Piazzetta di S, Padre Pio in memoria del suo papà.
2017, 17 nov.. Vittorio in alto a dx sul palcoscenico del Teatro Juan Ruiz de Alarcòn di Acapulco dietro l’orchesta Filarmonica impegnata nelle prove
Ogni anno, nel giorno di S. Valentino, il 14 febbraio, appuntamento al “Palermo Ristorante”. per festeggiarlo inseme ai paesani che hanno fatto la sua stessa scelta. Ma non solo quesro. Ha avuto modo di conoscere tanti personaggi famosi, come quelli che ho rcordato, dal tenore Placido Domingo al maestro Gianluca Littera, “solista Armonica”, nato a Roma e famoso nel mondo cone il direttore Eduardo Alvarez della Filarmonica
Ne è diventato amico e gli hanno dato la possibilità di assistere dal vivo ai loro concerti, in una cornice naturale, fantastica. Per non parlare dell’arcivescovo di Acapulco mons. Leopoldo Gonzales, anche qui non è mancata la spinta della Fede.
Vittorio ancora con il direttore della Filarmonica di Acapulco, il maestro Eduardo Alvarez, il 2° da sin. guradando, e con la soprano Rebeca Olvera
Ha conosciuto tantissimi italiani, stava spesso con loro nelle passeggiate sulla spiaggia e nelle nuotate nell’Oceano Pacifico; giocavano a carte e a bocce, si trovavano insieme nelle cene con piatti tipici della tradizione italiana, accompagnati da musiche e balli. E’ riuscito a mantenere una buona forma fisica, allenandosi in un apposito spazio, allestito a tale scopo.
Nel periodo del Covid 19, é rimasto ad Acapulco per tre anni, e considera una fortunata coincidenza l’essere stato sorpreso lì dallo scoppio della pandemia; il Messico era considerato al riparo dai contagi, per le correnti d’aria provenienti dal Pacifico.
Anno 2020, 22 febbraio, Vittorio con Sua Eccellenza l’Arcivescovo di Acapulco, mons. Leopoldo Gonzales, alla Parrocchia del Sagrado Corazòn de Jesus, Costa Azul, Acapulco
Pur non essendo cittadino messicano e non avendo la residenza ad Acapulco, vi ha ricevuto tutte le prestazioni sanitarie del caso, grazie all’assistenza fornita ai cittadini statunitensi dal Consolato americano e dai Capi del Turismo municipale e statale. E qui finisce il racconto della storia di Vittorio, ecco ora la sintesi finale.
I tre Mondi si incontrano in una vita da protagonista
Sono giunto al termine della mia rievocazione del passato e del presente della vita del caro “paesano ritrovato” ora conpletamente, anche se mai dimenticato. Una vita che ho descritto nei tre Mondi nei quali, in base alle notizie avute, l’ho immaginato agire da protagonista, deciso a seguire le proprie scelte, anche quelle più impegnative. In primo piano l’attività lavorativa dell’intera vita nel 2° Mondo, l’America, in cui si è inserito con la competenza tecnica acquisita, rafforzando il diploma italiano anche con dei corsi di apecializzazione.
Ha raggiunto posizioni con riconoscimenti prestigiosi, impegnato a Niagara Falls nel delicato controllo delle temute erosioni che possono compromettere la Cascate più celebri del mondo. Insieme c’è la sua collaborazione, anch’essa impegnativa, con organizzazioni italiane, per salvaguardare le tradizioni, e anche per interventi benefici.
Fino alla sua attiva presenza in campo religioso, nell’antica chiesa di San Giuseppe , di italiani e con il monsignore italiano, a Niagara Falls, in una Comunità di fedeli del tutto italiana.
Ho aperto la rievocazione descrivendo il collegamento molto diverso con il 1° Mondo, l’Italia del paese natale, Pietracamela alle falde del Gran Sasso, dal 2005 nel club dell’Anci “I borghi più belli d’Italia”, nel 2007 “borgo dell’anno” fino a 1000 abitanti.
Una vita sofferta nell’infanzia e adolescenza, per la lontananza dai genitori, 13 anni dal padre, 6 dalla madre, andati in America per il suo avvenire; favorita da cari parenti che lo hanno tenuto con loro e hanno permesso i suoi studi a Teramo. A 23 anni, nel 1963, ricongiungimento con i genitori in America e poi sicuro impiego nell’importante istituzione dello Stato d New York per le Cascare del Niagara.
Anno 1998-99. Acapulco.Vittorio, a sin. e un amico, a dx, con il famoso Johnny Lombardi, al centro
Quindi Niagara Falls diventa la nuova terra di Vittorio, ma la terra natale resta nella sua mente e nel suo cuore, non la lascia e quando può vi ritorna ogni anno per due mesi; ogni mattina la “camminata” gli ha fatto ripercorrere i sentieri nell’ambiente suggestivo della montagna che sente sempre sua. La mia rievocazione è terminata con l’ultimo dei tre Mondi, il Messico di Acapulco, ho brevemnte descritto la sua vita in questa ben diversa dimensione, che resta sempre unita alle altre.
Potrei terminare con una mia considerazione finale sul significato di tutto questo, ma come amico da una vita del “paesano ritrovato” preferisco una visione più distaccata, quindi obiettiva. Quella del compagno di scuola al quale Vittorio confidò tanti aspetti della sua vita nel loro incontro a Pietracamela nel 2006, 44 anni dopo essersi salutati al termine della scuola frequentata insieme per 5 anni a Teramo. Ecco la sua visione.
Anno 2019, 2 gennaio, Vittorio con Jose Luis Basilio, Segretario del turismo municipale di Acapulco, all’aeroporto della celebre località nell’accoglienza straordinaria dei primi voli charter da Montreal e Toronto prima del Covid, con in mano le Bandiere italiana e messicana
“A questi racconti interminabili di Vittorio, cosa possiamo contrapporre, come alternativa di vita? Certo ci mette in difficoltà, certo pochi di noi potranno permettersi lo stile di vita di Vittorio, però nello stesso tempo ci vengono posti dubbi sul nostro tran tran quotidiano e su come si srotola il gomitolo della vita di ognuno di noi”. Così si concludeva l’articolo su Vittorio, “compagno ritrovato”, di Vincenzo Biondi su “La Città” di Teramo del settembre 2006; e così potrebbe concludersi l’articolo finale, sempre su Vittorio, “paesano ritrovato”. di Romano Maria Levante del settembre 2026, 20 anni dopo, in questo sito.
Ma oggi, 25 settembre, sono trascorsi 20 giorni dal Compleanno di Vittorio, il 5 settembre festeggiato sulla “chat pretaroli”, un “social” di Pietracamela con circa 100 famiglie di paesani destinatarie. E ho rievocato la sua forma di vita che fa riflettere, in un itinerario comunque non comune, fonte di tanti stimoli. Pubblico oggi sul sito, e condivido nella mia pagina di Facebook e nella “chat pretaroli” la mia rievocazione, per farla conoscere.
Anno 1998, marzo. Acapulco, spiaggia “Horuos”, Vittorio, a sin., al centro Gino Ventresca e sig.a, per 55 anni in Acapulco, a dx Silvio Mastrodascxio, noto scultore di Cerqueto, cena al “Tonino ristorante”
E rinnovo gli auguri pià fervidi e sinceri già trasmessi il 5 settembre a Vittorio, il “paesano ritrovato”, compagno di infanzia e incontrato nei vari ritorni estivi, ma che soltanto ora ho potuto conoscere profondamente e considerarlo “pretarolo’ protagonista in tre Mondi. Lo ringrazio per avermi consentito di inserire, nel racconto della storia, fotogrammi espressivi del film movimentato che continua…. .
Termina il mio raconto del suo lungo percorso di vita – evocato con frasi molto sentite e documentato con immagini visive altrettanto significative – con le parole dell’immagine di copertina dalla grande potenza espressiva dell’articolo più volte citato che ora riporto testuialmente.
Anno 1997, febbraio. Acapulco. Il 14 festeggiano San Valentino, Vittorio – a dx in maglietta rosss – con i “pretaroli” che vengono da Niagara Falls, Toronto,, Montreal, a cena nel Ristorante “Palermo”
“Pietracamela – Niagara – Andata e … ritorno. La vita avventurosa e lieta di uno di noi che…”. Vincenzo Biondi le scriveva 20 anni fa al “compagno ritrivato”, ora le rivolgo anch’io al “paesano ritrovato” dopo averne rievocato “la vita avventurosa e lieta” completando i puntini di sospensione: é “uno di noi che… “-
Siamo tutti noi paesani a completarli, “uno di noi che…” è tornato anche quest’estate in Italia, da fine giugno al 24 agosto, ora èdfi nuovo alle Cascate del Niagara, e a conclusione delle immagini sul suo 2° Mondo ho messo la sua foto del 5 settembre, con il suo compleanno alle Cascate, rinnovando gli auguri con “cento di questi giorni” nei “tre Mondi” in cui si svolge la sua vita. Auguri fervidi e sinceri di tutto cuore !
Acapulco, scogliera di Quebrada, il tuffo da 40 m. con la bandiera italiana
Nel partire da Pietracamela il 24 agosto, mi ha lasciato le Bandiere dei tre Mondi della sua vita, piccole di dimensioni ma unite in un apposito accostamento, sono il simbolo che ne evoca i valori. Lo ha definito “un piccolisimo ricordo dei tre Mondi”,. io lo considero invece “un grandissimo ricordo”, perchè riassume tutta la sua vita e la mia modesta ma appassionata rievocazione. Che concludo con le parole ad maiora! Mentre Vittorio ha lasciato quest’altra sua conclusione, che rappresenta la più degna chiusura: “I ricordi non svaniscono e la vita non si cancella. Finchè potrò, ogni anno tornerò a casa mia tra i monti e lo farò con il cuore pieno di amore”. Per chi è “pretarolo” come lui, e io lo sono, .è bello immedesimarsi in un pensiero così sincero e appassionato-
ll “piccolissimo ricordo” lasciatomi da Vittorio, per me “grandissimo ricordo” , le tre Bandiere evocative !
Photo
Le 30 immagini che illustrano l’articolo sul 2° Mondo, ripercorrono la storia di Vittorio riferita all’America di Niagara Falls, dove si è svolta gran parte della sua vita, in particolare quella lavorativa. Sono dello stesso numero 30 delle immagini riprtate nel primo articolo sull’Italia, il 1° Mondo, soprattutto su Pietracamela, per sottolineare cone il legame sia ugualmente forte nei due Mondi. Le immagini inserite in questo articolo alternano fotografie con personaggi insieme a Vittorio, di diversa natura, e fotografie che documentano i riconoscimenti ottenuti, certificati e articoli di giornale, fino a certificati che attestano sue donazioni. Sono ben rappresentate le Cascate del Niagara centenario della fondazione in visioni panoramiche e riprese ravvicinate con persone come il parroco di allora di Pietracamela, e con lo stesso Vittorio: il 5 settembre scorso ripreso nel suo compleanno alle Cascate con anche l’immagine dei visitatori. Dopo le 30 immagini sul 2° Mondo, seguono 13 immagini sul 3* Mondo, ad Acapulco con illustri personaggi, anche con paesani stabiliti in America ma che hanno fatto la sua stessa scelta per le estati perenni, l’immagine del tuffo dall’alto della scogliera con la Bandiera italiana chiude questa sequenza. Ma ci sono ancora due immagini, quella delle 3 Bandiere collegate tra loro nel “ricordo piccolissimo” lasciatomi da Vittorio, che ho definito invece “ricordo grandissimo”, e l’ho unito; poi l’ultima, la copertina dell’articolo del 2006 “Pietracamela – Niagara, andata e…..ritorno. La vita avventurosa e lieta di uno di noi che….”. Una spontanea conclusione della sequenza di 45 immagini, in questo articolo, selezionate tra le molte presentate da Vittorio che ringrazio, come nel 1° articolo, mi ha fatto ripercorrere, per immagini, la storia rieevocata nel testo. Sommando le 32 immagini del 1° articolo, sono 77 immagini, un numero biblico che fa rivivere la storia “avventurosa e lieta di uno di noi..”, il “pretarolo dei tre Mondi”, il “paesano ritrovato”, l’amico Vittorio.
La copertina dell’articolo di Vincenzo Biondi, sulla vita di Vittorio, pubblicato sulla rivista di Teramo “La Ciittà”, nrl 2006, da me citato .
Un modo anche oggi diverso da quello da me usato nei tanti articoli che pubblico da 18 anni in questo sito giornalistico, esprimendomi in prima persona plurale perché mi riferisco all’intera Rivista culturale, e non soltanto a me stesso. Come nei tre ultimi articoli sul recente libro di Lidia Montauti “Noi parliamo il pretarolo” – l’idioma del mio paese natale – questa volta uso ugualmnte il singolare, non per una forma egocentrica, ma per condividere direttamente la storia del “paesano ritrovato” – come nel film “l’amico ritrovato” – del mio “natio borgo selvaggio”, Pietracamela, alle falde del Gran Sasso d’Italia, dal 2005 nel club dell’Anci “I borghi più belli d’Italia”, nel 2007 proclamato “Borgo dell’anno” fino a mille abitanti.
Vittorio Giardetti indica la sua foto da piccolo, era “Il borgo in Arte” dell’agosto 2019, quando l’ho fotografato. A sin. del suo viso da piccolo quello dell’amichetta Nivia, dietro di lui la figura della mamma Maria sorella della zia la Stella
Averlo “ritrovato” vuol dire scoprire la sua vita ben oltre le notizie che avevo. Il nuovo incontro con lui – dopo 7 anni dalla festa del 2019 a Pietraamela – c’è stato il 2 luglio a casa a Roma con mio fratello, e ci ha confidato il suo itinerario di vita che conoscevo in modo ben più ridotto, mi mancavano aspetti fondamentali. Poi sono tornato a Pietracamela l’8 agosto, non pensavo fosse possibile, lì molti incontri con lui fino alla sua partenza il 24 agosto.
La vera “scoperta” è alla base del titolo dell’articolo dove, dopo Vittorio Giardetti, si legge “il ‘pretarolo’ dei tre Mondi, passato e presente”. In queste 5 parole la sua storia, tra lo spazio sconfinato dei continenti e il tempo dilatato di alcuni decenni, la ricostruisco nei suoi sorprendenti particolari immedesimandomi nel riferimento ai tre Mondi, nei quali è riuscito ad essere protagonista nel passato, ed è rimasto tale anche nel presente. .
Pietracamela, il paese natìo, in una visiosne panoramica di tempi anichi
Il 1° dei tre Mondi è l’Italia: con il paese natio, Pietracamela, per la sua infanzia e l’attaccamento rimasto in lui anche durante l’intera vita lavorativa svolta nelle lontane Americhe, e Teramo, per i dieci anni della sua formazione nell’adolescenza, con il riferimento finale a Roma, di natura religiosa.
L’America è il 2° Mondo, con lo Stato di New York dove è vissuto a Niagara Falls, vi ha svolto con prestigio l’importante lavoro nell’ufficio del Parco delle Cascate del Niagara e ha partecipato a inizative benefiche, oltre ad attuvità in campo religioso. Il 3° Mondo è il Messico, con Acapulco, luogo prediletto per lunghi soggiorni.
La piazza principale, Piazza degli Eroi, sulla destra verso l’antica casa di Vittorio e della zia la Stella
Nell’intera vita lavorativa, iniziata nel 1963 e giunta alla pensione nel novembre 1996, Vittorio è rimasto sempre nel 2° Mondo, quello americano di Niagara Falls, ma il pensiero tornava al 1° Mondo volendolo rivedere e fermarsi nel paese natale. A questa attrazione affettiva si aggiunse il fascino del 3° Mondo, quello messicano di Acapulco, i due stimoli fecero accelerare i tempi della pensione. E non si mise a riposo nella vita personale, anzi ha potuto fare i trasferimenti intra annuali, con viaggi e spostamenti da un continente all’altro, prima impossibili.
Ma c’è stato un altro motivo di fondo che gli ha consentito tutto questo, e ne è tanto consapevole da averlo codificato nelle tre lingue dei tre Mondi, come se gli fosse stato rivelato. Eccolo: “Lui può fare tutto questo perchè è ‘Ancora singolo… mai sposato… e felice della sua inestimabile libertà !'”. Poi: “He can do all of this because he’s ‘Still sungle… Never Married… and still happy whit his princeless freedom !'”. Infine: “El poede hacer todo esto porque ‘Siguo soltero … nunca me casè, y sigo feliz con mi invaluable libertad !'”-
La prosecuzione di Largo Cola di Rienzo, verso la sua abitazione
L’anticipo della pensione mi fa pensare alla mia esperienza, con analoga durata lavorativa, accelerai per scrivere due libri e fare giornalismo a tempo pieno. Anche nel 2° e nel 3° Mondo Vittorio. pur molto distante dalla sua terra, ha sempre espresso il senso dell’italianità, in organizzazioni italo-americane e in continuo contatto con molti “pretaroli” anche di Toronto e Montreal, oltre che di Niagara Falls, anche loro legati alla patria lontana.
Nel passato, i tempi nei tre Mondi – sempre dopo la pensione del novembre 1996 – sono stati molto diversi, nel presente li precisa così: 2 mesi in Italia – a Pietracamela con 15 giorni a Teramo e 15 giorni di visita a Roma – 5 mesi in America – di cui 4 a Niagara Falls e 1 mese in Canada a Montreal – 5 mesi in Messico, – ad Acapulco nella sua estate perenne con altri paesani. Nel narrarne la storia seguo questo ordine, inizia il 1° Mondo della sua terra cui è legato, segue il 2° Mondo americano basilare, chiude il 3° Mondo, con le lunghe vacanze ad Acapulco.
L’apertura finale del largo, ultima porta a dx sua abitazione e negozio zia, dopo la mia casa paterna
Il 1° Mondo, l’Italia con la natìa Pietracamela e Teramo dei suoi studi, ritorni e visite a Roma
Potrei riferirmi ai miei ricordi lontani, al ritorno ogni anno con la mia famiglia nel nostro stesso paese natale per le vacanze estive. Nell’infanzia e adolescenza andavamo nell’abitazione paterna posta all’inizio del centro storico, con a lato il negozio di prodotti non solo alimentari della Zia di Vittorio, la Stella: da piccoli nelle tante estati giocavamo insieme, poi ci siamo frequentati nei ritorni.
Oppure potrei riferirmi all’ultimo incontro con lui a Pietracamela nell’agosto 2019, abbiamo seguito insieme la festa di fine stagione “Il borgo in arte”, l’ho fotografato mentre indicava la sua foto da piccolo con la Zia in uno dei cartelli esposti nella “Street Art” di dipinti e immagini antiche; e ho inserito tale foto tra le tante illustrazioni dell’articolo pubblicato allora, 7 anni fa..
Abitazione di Vittorio e vecchio negozio vista dalla parte opposta
Ma non ho parlato dei tempi lontani nella festa, e neppure nel recente, necessariamente breve incontro a Roma. Per iniziare il ricordo del 1° dei tre Mondi, mi riferisco al racconto di un suo antico compagno di scuola. E questo perché lo ha pubblicato 20 anni fa in un lungo articolo- che mi ha dato Vittorio – nella rivista mensile “La città”, di Teramo capoluogo della provincia – “il compagno ritrovato”, come è stato per me “il paesano ritrovato”. Vincenzo Biondi lo ha incontrato dopo decenni senza sapere che era lui, é stato Vittorio a riconoscere il compagno di scuola dell’Istituto tecnico Vincenzo Comi, a Teramo, all’inizio del Viale Bovio.
Anni ’50, fine. Un angolo del negozio di alimentari, sali e tabacchi della Stella, la zia di Vittorio, con lui
L’antico compagno di scuola era andato a Pietracamela perché interessato ai tradizionali costumi montanari, e un amico gli aveva organizzato la visita a un antico negozietto caratteristico; lo attendeva per accompagnarlo chi aveva le chiavi: ed era Vittorio, del negoxo della Zia, in uno dei suoi annuali ritorni estivi. Ho avuto la sorpresa di leggere la descrizione del negozietto immutato nel suo contenuto, come se fosse aperto e ancora in funzione.
Biondi descrive nel suo articolo il paese natale di Vittorio dove si sono incontrati, con tanti particolari, fino a citare le vacanze in un borgo così attraente, degli attori Marina Berti e Claudio Gora, che abitavano nel centro storico con i due figli ragazzini, i quali giocavano con tanti ragazzi “pretaroli”: aveva 7 anni il figlio divenuto celebre con il nome di Andrea Giordana; anch’io lo ricordo bene.
Anni ’50, fine. Vittorio nel negozio di alimentari, sali e tabacchi della zia la Stella, alla bilancia
E si è aggiunto l’imprevisto racconto di Vittorio di ciò che è seguito, l’America del Niagara, il Messico di Acapulco. Intanto ecco com’era il negozietto dell’infanzia di Vittorio e mia, con i suoi cassetti e tiretti tenuti chiusi contenenti la merce da non esporre, e soprattutto con tanti altri prodotti alla vista dei compratori.
Li descrive nel suo articolo, ripeto, di 20 anni fa, il compagno di scuola di allora come li ha trovati: dalla farina alla pasta, all’olio e ai liquori – come olio Dante, Stock 84 e Marsala – trippa Simmenthal e scatole di alluminio con la conserva di pomodoro della ditta Stella venduta sfusa e avvolta nella carta oleata. E anche brillantina Linetti e “chewing gum”, sigarette sfuse e penne biro, scatole e scatolette. Commenta così: “Tutto sta lì come la sequenza di un vecchio film che non gira più, come se il tempo si fosse fermato”.
Vittorio, il 3° in piedi a dx guardando, in divisa da squdra di calcio, nella parte bassa dei Prati di Tivo, dove giocavano prima dell’Hotel Miramonti
E’ un’impressione del momento, il tempo riprende a correre nella rievocazione di quegli anni così lontani rimasti impressi nella memoria. Nel misero ambiente paesano, isolato e con scarsi frutti dell’arida terra di montagna, gli abitanti lavoravano per la sopravvivenza. Molti emigravano nelle lontane Americhe per sostenere dall’estero i familiari che restavano nel paese, mio nonno materno addirittura partì intorno al 20 giugno 1906, non poté attendere la nascita della mia futura mamma avvenuta, dopo 3 mesi e mezzo, il 1° ottobre, era impossibile rimviare il viaggio, non si potevano spostare gli impegni fissati dalle autorità consolari.
Il padre di Vittorio, Giovanni, nel 1948 andò nelle lontane Americhe quando il figlio aveva 8 anni, nel 1956 lo raggiunse la madre Maria, alla ricerca di un futuro migliore soprattutto per lui, giunto a 16 anni. Rimase affidato ai parenti stretti, come la zia Stella, e poté fare gli studi a Teramo, il capoluogo di provincia, dove aluni di loro avevano l’abitazione, nell’Istituto tecnico Vincenzo Comi di cui ha parlato il “compagno ritrovato”, lo frequentarono insieme nei cinque anni del corso Geometri.
Teramo, l’Istituto tecnico per Geometri Vincenzo Comi, sul VIale Bovio, dove si è diplomato Vittorio
Dopo il diploma preso nel 1962, non lo ha più visto perchè Vittorio si è trasferito in America, e fino al 1997 non è potuto tornare, tutto preso dal lavoro. Ma andato in pensione, dopo i 35 anni di lontananza, ha potuto rivedere la sua terra e riviverci ogni anno per due mesi. E non ha dimenticato gli antichi compagni di scuola, nel 2002 ha partecipato alla rimpatriata nel quarantennale del diploma, culminata in una cena a Roseto della quale mi mostra una fotografia molro colorita: sono in 13, abbronzati, schierati dietro la tavola con i bicchieri in evidenza.
Tutti sorridenti, Vittorio – l’ultimo a desta nella foto dietro gli altri – mi dice che oggi sono quasi tutti scomparsi, 24 anni dopo c’è ancora lui con il solo Umberto Diodoro. Non vi figura Vincenzo Biondi, altrimenti nel 2006, 4 anni dopo la rimpatriata a Roseto, se ci fosse stato non avrebbe scritto nell’articolo che mai pensava di ritrovare il compagno di scuola in America da oltre 43 anni, e ha citato solo l’antica foto della 2^ C che gli mostrò Vittorio.
Anno 1960. La classe, 3^ B Geometri, Vittorio a dx di fronte, a lato il prof. di chimica Petiini, al centro
Torniamo all’infanzia del nostro “pretarolo”, prima che diventasse anche “americano”. Lontano dal padre per 13 anni, dei quali solo i primi 8 con la madre, gli ultimi 6 senza i due genitori ma con i parenti premurosi, oltre alla cara zia, la Stella, in paese, Maria e Antonio Conti con i figli e altri familiari a Teramo, negli studi. Senza papà e mamma vicini è stata un’infanzia sofferta, però fiduciosa e vissuta tra attenzioni amorevoli.
Rivide i genitori solo nel 1961 in America, vi rimase tre mesi e tornò in Italia per l’ultimo anno di studi; come si è già accenanto, prese il diploma nell’Istituto tecnico di Teramo, e nel 1963 li raggiunse stabilmente. Lasciò il proprio paese natale, come avevano fatto loro, ma l’Italia è restata sempre per lui il 1° Mondo, per il suo attaccamento mai venuto meno. Ricordo che trascorre ogni anno, da decenni, due mesi estivi nel “natio borgo selvaggio”, con soste a Teramo, che è stata la sede dei suoi studi, e visita a Roma.
Ammo 2002, a Roseto con i compagni a 40 anni dal diploma di Geeometri, Vittorio dietro tutti, a dx
E’ vissuto a Teramo, capoluogo di provincia prima nei 3 anni delle Scuole medie, poi nei 2 anni di Scuole magistrali, infine nei 5 anni del corso Geometri concluso con il diploma. Qiesto perchè nei paesi di montagna non c’eramo neppure le scuole medie, che non rientravano ancora nella scuole dell’obbligo; e l’orientamento più diffuso era studiare per fare i maestri delle elementari, dato che le scuole in cui insegnare esistevano dovunque. Inoltre l’Isiituto magistrale era di fronte alla casa dei parenti che lo ospitavano a Teramo, quindi molto comodo.
Ma quando la madre raggiunse il padre in America nel 1956, i genitori fecero sapere subito che la professione dell’insegnante lì non era molto richiesta, e capì che contnuando quegli studi svaniva il sogno americano. Ne furono interessati i professori, e il parente ospitante gli diede l’indicazione risolutiva, avendo visto che era molto abile nel disegno geometrico: lasciare l’Istituto magistrale e iscriversi all’Istituto tecnico per Geometri.
,Il Monte Calvario, che sovrasta la piazza di ingresso a Pietracamela, com’era una volta
La segue, lascia le magistrali frquenrate per due anni, e inizia dal 1° anno la nuova scuola. Anche qui un parallelo con la mia storia pur del tutto diversa: dopo il primo anno della facoltà di Chimica industriale – pur essendo stato uno dei 7 studenti dell’Università di Bologna ad aver superato entro la sessione di ottobre tutti gli esami con il massimo dei voti – a febbraaio del secondo anno lasciai la Chimica e passai a Giurisprudenza, perchè il Laboratorio di analisi chimiche qualitative, iniziato a ottobre, mi fece sentire inaccettabile una vita da analista, pur essendo interessato alla parte teorica; e non mi furono riconosciuti gli studi fatti perchè tecnici, ricominciai dal primo anno. Però l’anno di intensa formazione scoientifica mi è stato, comunque, senz’altro utile in seguito.
Vittorio aveva fatto due anni di magistrali, non furono riconociuti, si iscrisse al primo anno dei Geometri; la mia esperienza mi fa pensare che a livello formativo e culturale i due anni gli sono stati senza dubbio utili. avendo aggiunto alla parte tecnica quella umanistica. E gli è stata utile l’assiatenza del parente esperto che lo aveva così ben indirizzato, si tratta di Antonio Conti – talmente autorevole che lo chiamavano don Antonio – insegnante con la moglie; gli ha dato, sono sue parole attuali “un’ottima educazione, unica al mondo. Se non li avessi conosciuti, mai avrei potuto ricevere tali insegnamenti! Li ringrazierò per sempre e non li dimenticherò mai” .
La scalinata-tunnel di accesso al Centro storico, a sin del largo Cola di Rienzo verso l’antico Municipio
Quindi una diecina di anni vissuti a Teramo dal 1951 al 1962 – tranne i periodi delle scuole chiuse per le vacanze estive e invernali nei quali tornava al suo paese, e faceva anche compagnia alla zia la Stella nel negozietto – dove nei suoi ritorni annuali dal 1997 si ferma due settimane in albergo e ritrova i luoghi dello studio, del divertimento e via Carducci nel centro, dove ha abitato nella villa di proprietà di Antonio Conti, cugino della nonna materna Beatrice. Negli ultimi due anni di permanenza a Teramo, dal centro è passato alla Stazione ferroviaria, nella nuova abitazione di Conti, il primo condominio costruito nella zona decentrata in crescita. .
Naturalmente, in quegli anni, altri ragazzi di Pietracamela studiavano a Teramo. cone lui. Ricorda gli anici paesani Mauro Cosmi, che studiava da ragioniere, delle volte provava a fumare con lui di nascosto nel campo Boario; Luigino Ferrante divenuto medico, Emilio e Roberto Straffi e Domenico Panza; con loro passeggiava lungo Corso S. Giorgio, nello strascico serale, caratteristico nel Corso di Teramo., fino alla Villa comunale. Con Corrado Adriani – che ha rivisto sempre nelle estati in paese – nel 1958 andò insieme al prof. di Educazone fisuca Peblani ad Asiago, dove rappresentarono l’Abruzzo allo Slalom gigante del “Criterium studentesco della neve”, come “pretaroli” sapevano sciare molto meglio dei compagni di scuola “cittadini”, e lo confermarono ad Asiago.
Prosegue la scalinata ora scoperta di accesso al Centro storico
Va a visitare i luoghi del cuore: la Villa comunale e i Tigli, il Corso e la Stazione, Porta Madonna e la chiesa di Sant’Antonio, la chiesa parrocchiale del Cuore Immacolato di Maria e il Duomo. Gli piace rivivere le emozioni e anche ritrovare vecchie conoscenze, nella realtà o solo nel ricordo.
E non ha dimenticato che riusciva ad essere utile agli zii di Pietracamela, in particolare la Stella, che doveva rifornirsi a Teramo dei prodotti per la tabaccheria. Ricevuto l’elenco che gli mandava la zia, andava una o due volte al mese, nel punto vendita all’ingrosso, ad acquistare quelli che vi erano indicati
La scalinata si conclude nel vecchio Municipio. l’edificio bianco in fonfo
Si trovava dietro la chiesa di San’Antonio. nella seconda parte del Corso, consegnava il pacco all’autista del pullman per Pietracamela perchè lo desse alla zia all’arrivo. Anche lui ha sempre avuto cura del negozietto, fino a mantenere al suo posto l’antico contenuto, per questo il compagno ha potuto vederlo come quando era aperto e ben fornito.
Lo zio muratore lo aveva adibito a ripostiglio per gli attrezzi, alla sua scomnparsa ha voluto ripristinarlo com’era e soltanto l’interruzione del Covid ha impedito di terminare questo lavoro ma provvede senz’altro, intanto il più è stato fatto.
L’angolo del Centro storico con il caratteristico “gafio”, balcone in legno, in basso i segni della neve
Siamo di nuovo a Pietracamela, dopo i ricordi di Teramo. Nei suoi ritorni annuali nei mesi estivi, ha partecipato alla vita del borgo con i paesani, come se vi stesse in modo stabile Ha iniziato le sue giornate con l’escursione nelle zone più attraenti per le bellezze naturali, in una andata e ritorno che lo ha allietato; anche nell’età avanzata le escursioni non sono mancate, si mantiene in grado di camminare anche se per un tempo minore.
Lo fa non solo in questo 1° Mondo, ma anche negli altri due Mondi – hanno pensato di chiamarlo “il marciatore dei tre Mondi” – però al compagno di scuola descrive soprattutto le bellezze della propria terra. Nelle escursioni nel paese natale, più che “camminatore” va definito “ammiratore” della natura in un percorso con luoghi attraenti, negli anni lontani due ore e mezzo tra prati e bosco, montagna e torrente, falsopiani e salite.
L’angolo del Centro storico con la chiesa di San Giovanni l’orologio e la campana dei rintocchi
Anche nella prima adolescenza tornava a Pietracamela da Teramo solo per le festività natalizie e pasquali, e nelle vacanze estive, lo facevano i paesani che vi studiavano cone lui. I suoi ricordi di quegli anni sono molto vivi, gli balzano nella mente quando., nei ritorni dall’America, dopo due settimane di soggiorno a Teramo, torna al paese.
Ripercorre la strada piena di curve e tornanti e mentre si scopre l’abitato, ripensa ai cinque anni delle scuole elementari, dov’è il vecchio municipio, il suo maestro è stato Osvaldo Trinetti; l’ultimo anno la scuola fu trasferita a “Porta fontana”, con il nuovo maestro Giuseppe Franchi ci fu l’esame di ammissione alla scuola media, poi frequentata a Teramo, come si è già ricordato.
La Chiesa-madre dedicata al protettore San Leucio, com’era l’esterno negli anni lontani,
La memoria si sposta dalla vita normale nella scuola all’ infrazione delle regole…, ripensa quando lui e gli amici si nascondevano per fumare qualche sigaretta, allontanandosi dal paese per uno-due chilometri per non essere visti. Andavano dentro la cappellina di Sant’Antonio, prima della strada che sale a Collepiano, e delle volte arrivavano alla curva detta “la Roccia”, molto più avanti nella strada rotabile.
Qundo arrivò la televisione, fu messa soltanto nell’osteria all’inizio della scalinata verso l’edificio del Municipio, lui e gli altri ragazzi guardavano da fuori attraverso la finestra, e sbirciavano anche sulle carte da gioco nelle mani dei paesani impegnati in accese partite. Il pensiero si sposta verso immagini più piacevoli, gli torna in mente l’usanza di ballare in casa, nelle vacanze si ritrovavano nella casa di Mia e Giuseppina a “Piediterra”, nella parte bassa del paese, per ballare e divertirsi; poi iniziarono a frequentare anche la casa di Lidia e Zaira.
Vittorio con amici paesani dinanzi al Residence Gran Sasso in paese, in un recente ritorno
Il ballo era quello tradizionale, molto “lento” e la musica che si ascoltava non era quella moderna del rock o del jazz che imperversava in balli scatenati; era una musica dolce e orecchiabile, si ballava in coppia con intimità.
Tra i migliori “ballerini” cita Romolo Trentini ed Emilio Straffi, con un poco di malinconia, non ci sono più da tanti anni. Io ricordo l’unico Natale in cui sono tornato a Pietracamela, dopo l’esame di maturità, l’università appena iniziata a Bologna, ci fu la festa nell’Hotel Gran Sasso, le musiche erano solo autiche, venivano ignorate del tutto quelle in voga, era la metà degli anni ’50, ci fu anche l’elezione della Miss e di Mister Scarpone..
i,’angolo caratteristico della radura nel bosco con il monumento a Cichetti, l’alpinista vittima della bufera di neve nel febbraio del 1929, con Cambi, il cui monumento è nella riva del vicino Rio d’Arno
Ma torniamo a Vittorio, mentre arriva in paese con il cuore e la mente che si caricano di ricordi. Diventano ancora più toccanti mentre rientra nella casa della mamma Maria e della nonna Beatrice, ora la sente come casa sua; e nel negozietto della zia la Stella, che ha cercato di riportare all’assetto originario, con la merce di allora, dopo che era stato trasformato in ripostiglio, ma questo l’ho già ricordato. Alla mente e al cuore si presentano momenti della sua vita a Pietracamela nell’infanzia e nell’adolescenza anche se per lo più limitati alle vacanze.
Ripensa a quando i genitori lo portarono a cavare le patate nei loro terreni soto la chiesa, ma poichè con la zappetta tagliava quelle nascoste dalla terra, non glielo fecero più fare. Anch’io ricordo una mia esperienza simile nei terreni dei miei alle “paschiera rose”, ci riuscivo abbastanza, fu solo un breve divertimento; come l’esperienza analoga nel bagni fatti nelle caldaie d’acqua del Rio d’Arno senza costume, cioè in costume adamitico.
La Cascata del Calderone, lungo il Rio d’Arno, dopo le sorgenti, quando il torrente si è ingrossato
Vittorio ricorda quando – soprattutto nella festa di San Pietro e Paolo, il 29 giugno – andava con gli amici nella “Callara Ronna” a “Capolevene” o nella “Callara Tsalla al vecchio mulino, facevano il bagno in uno specchio d’acqua molto fredda e si asciugavano al sole; erano nudi e si nascondeno nei cespugli quando sul sentiero psssavano le donne nei loro lavori e se li vedevano nudi si arrabbiavano consideradoli indecenti.
A questo ricordo ne segue subito un altro, quando giocava a pallone ai Prati di Tivo con i suoi amici nell’area dove ora sorge l’Hotel Miramont, erano gli ultimi anni ’50, non c’erano ancora alberghi, l’Hotel Amorocchi era in costruzione, tutto era adibito a pascolo, e nelle zone più pianeggianti si poteva giocare a pallone.
il Gran Sasso,, il Gigante che dorme/ la Bella addormentata visti dai Prati di Tivo
Facevano due squadre, dopo le partite tornavano insieme a piedi in paese passando per la Casetta di Miriichgni e Sopratore. In seguito questa loro idea iniziale fu sviluppata in veri tornei con squadre delle contrade e parecchi spettatori. Ma i pensieri più dolci di Vittorio sono rivolti a quelle che chiama “le nostre fidanzatine”.
Ricorda che lui e gli altri ragzzi si divertivano ad aspettarle sulla strada quando uscivano di casa per andare a comprare il latte facendosi notare; viene in mente la canzone di Ganni Morandi “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte… “. Lui nelle vacanze estive cercava di incontrare la ragazza che lo interessava, aspettandola nei pressi della chiesa di San Rocco appena fuori dal paese, per vederla arrivare quando si recava dal lattaio proprio per prendere il latte..
La “Madonnina del Gran Sasso”, nella piccola grotta in cima alla scalnata di accesso, dietro incombe la montagna, il giorno della festa la prima domenica di agosto con tanti pellegrini
Vittorio si mantiene in condizioni fische ottime, ma di anno in anno ha ridotto le sue “camminate”. Nei primi anni dei suoi ritorni dopo l’andata in pensione del novembre 1996, abitava nella casa dello zio Ngingitto lungo il Corso, e si alzava alle cinque del mattino per fare lunghe camminate. Andava verso la cappellina di Santa Barbara, sul Canale, pià avanti raggiungeva la radura nel bosco vicina al torrente Rio dìArno e visitava i due monumenti. a Cambi e Cichetti. vittime della montagna.
I pià grandi facevano analoghe attese vicino alla fontana dove le donne andavano a prendere l’acqua da bere con la conca in testa, fino a quando non fu fatto l’acquedotto; la zona più alta, “la Villa” non ha ricevuto l’acqua per molto tempo, per questo con i miei siamo tornati d’estate per diversi anni nella casa paterna, alla “Terra”, invece che alla casa materna, alla “Villa” dove siamo passati quando vi è arrivata l’acqua.. Dai ricordi dolci Vittorio passa a quelli amari che si aggiungono di anno in anno.
Nella Festa della Madonnina, Vittorio,”ministro eucaristico”, distribuisce la Comunione, ripreso mentre la dà alla zio Nginzitto
Nei ritorni più lontani nel tempo ritrovava gran parte dei paesani, con loro faceva lunghe conversazioni nella piazza sempre piena di “pretaroli”, piaceva loro raccontare anche della vita familiare, si parlava di tutto. Di anno in anno il numero è diminuito, per lo spopolamento del paese e la scomparsa di tanti, lui ha continuato a intrattenersi con quelli rimasti, altri li ha salutati dove riposano, in una sorta di Teatro naturale all’ombra del Gran Sasso: Il numero dei paesani che tornano è diminuito, ricorda quando arrivatono in 35, poi qualcuno è scomparso, altri in età avanzata non se la sentono pù di spostarsi.
Nella radura che raggiunge nella sua camminata il monumento a Cichetti, l’alpinista vittima di una bufera di neve nel febbraio 1929 con il compagno Cambi, il cui monumento è nella riva del torrente. Vittorio arrivava alle Cascate del Calderone nel Rio Arno, poi saliva alle sorgenti, di lì ai Prati di Tivo; dopo essersi rinfrescato scendeva in paese sempre a piedi. I ricordi più lontani rivedono i pascoli e le partite a pallone che si divertiva a giocare con gli amici per tornare poi a piedi in paese; ora c’è l’Hotel Miramonti, ma non dimentica il passato.
Un incolito primo piano del paese immerso nel verde
Con lo zio Gingitto, insieme a Tatuccio, padre di Aligi e Memmo, é andato fino a Campo Imperatore, passando sia per il versante teramano che attraverso quello aquilano sulla via del ritorno. Una volta andarono a piedi in cima al Corno Grande fino alla Croce, lungo la “via normale”, rocciosa e in salita ma percorrobile dagli ecsursionisti. Fu organizzata anche una gita per visitare il Santuario di San Padre Pio e in altre occasioni, gite a Firenze, alla Repubblica di S. Marino, a Castel Sant’Angelo e a Roma, nelle sedi vaticane. Vittorio vi ha partecipato, insieme a loro e a paesani interssati, sempre inserito nella comunità “pretarola”.
Ma c’è una vera pietra miliare nei suoi ricordi e nell’attaccamento alla sua terra. Si chiama “Madonnina del Gran Sasso”, una statua posta in una piccola grotta all'”Arapietra”, dove termina il declivio erboso dei prati e inizia la parte rocciosa della catena montuosa del Gran Sasso che culmina con le vette di Corno Grande e Corno Piccolo. Viene festeggiata la prima domenica di agosto e Vittorio nei sioi ritorni dal 1997 ha partecipato sempre alle celebrazioni svolte dinanzi alla statua. Uno dei suoi ricordi più vivi risale all’anno 2015, quando fu celebrato l’80° anniversario della creazione, nel 1935, di quel sito religioso sulla montagna, fonte di autentica devozione.
L’incantevole visione che ha Vittorio quando lascia Pietracamela, per tornare in America a fine soggiorno nella sua terra, e guarda dietro di sè, nella via che scende a Ponte Arno …
Acquistò 1500 medagliette della Madonnina, le fece benedire e poi le donò a tutti i paesani a Pietracamela e ai “pretaroli” che risiedono a Chicago, Toronto e Montreal. Ed è particolarmente significativo che diverse volte si è ritrovato a distribuire la Comunione ai fedeli, lo mostra un’immagine in cui dà l’ostia consacrata allo zio Ngingitto, durante la Santa Messa alla Madonnina celebrata da Padre Archimede, parroco di Pietracamela dopo decenni di vita religiosa in America. Vittorio ha potuto farlo perchè dal 1990 é Ministro Eucaristico e Lettore, della chiesa di St. Joseph, San Giuseppe, fondata da emugrati italanu a Niagara Falls, nello Stato di New York.
E’ il 2° Mondo, in cui è protagonista nella vita lavorativa trascorsa e nel presente, come è protagonista nel 1° Mondo, dall’infanzia alla formazione, fino all’attaccamento costante e ai continui ritorni che ho rievocato. Ha detto ora queste precise patole, quanto mai significative: “Anni addietro, riuscivo a camminare in montagna per diverse ore senza accusare mai la stanchezza; ora invece, non posso più farlo. Per quanto mi riguarda, cercherò di tornare sempre, fino a che le forze me lo consentiranno. Alla mia età, per ogni anno in più vissuto in buona salute e che posso trascorrere nel mio paese, mi sento di essere la persona più fortunata al mondo.”
Anno 2015, 29 giugno. Vittorio con visita di prelati di Washingron nalla Sala Clementina del Vaticano,
Questo viene confermato dall’incantevole visione che ha Vittorio quando lascia Pietracamela, per tornare in America alla fine del soggiorno nella sua terra. Guarda dietro di sè, nella via che scende a Ponte Arno, e vede il “nido delle aquile” immerso nel verde, incastonato tra il Gran Sasso d’Italia con i Prati di Trvo, e la Montagna di Intermesoli con i Prati di Intermesoli. Emozionato, gli rivolge un saluto commosso con un arrivederci fiducioso.
Il 1° Mondo di Vittorio dovrebbe finire qui, nel paese natale impresso nella sua mente e nel suo cuore, con Teramo sede degli studi; ma c’è anche Roma, la capitale, e non per questo motivo, ma per qualcosa ben più sentita. Qundo torna in Italia, all’arrivo nell’aeroporto romano serguono due settimane nella Città eterna, che sono legate soprattutto al mondo Vaticano. Ho cercato di esplorare i contenuti di un qualcosa che mi è apparso significativo. e Vittorio non ha mancato di confidarne le origini. Le racconto brevemente, prima di passare al 2° Mondo, e nel finale al suo 3° Mondo, non di certo il Terzo mondo sottosviluppato, anzi tutto l’opposto.
Anno 2015. La stetta di mano di Papa Francesco
Tutto nasce dall’incontro, negli anni in cui lavorava nel’ufficio di Niagara Falls, con padre Alessandro, che veniva dal Vaticano. Lo accompagnò nel giro turistico delle Cascate e il religioso celebrò una Santa Messa nella chiesa di S. Giuseppe dove – come si vedrà nella seconda parte della sua storia – Vittorio aveva un ruolo ben preciso. Qando tornò in Italia, diversi anni dopo, lo chiamò al telefono da Pietracamela per salutarlo e il padre, dopo essersi risentito perché non lo aveva cercato all’arrivo a Roma, volle che lo raggiungesse subito al Vaticano. Così fece Vittorio, e così ha fatto ogni anno al suo ritorno in Italia dal 2013, padre Alessandro gli fa visitare il Vaticano e la sede pontificia di Castel Gandolfo.
Nel giugno 2015, grazie ad un gruppo di prelati americani, conosciuti nell’albergo dove alloggiava, Vittorio è andato nella Sala Clementina per conoscere il Pontefice che allora era papa Francesco. Ogni anno partecipa alla Samta Messa in onore dei Santi Pietro e Paolo il 29 giugno in Piazza S. Pietro e sempre ha avuto il biglietto per le prime tre file, in modo da godere di una visuale perfetta. Ha accompagnato comitive provenienti dalla località di sua residenza in America, nella visita alla basilica di San Pietro.
Una visita guidata di pellegrini alla Basilica di San Pietro, tra loro Vittorio a dx in camicia verde
Il 1° Mondo di Vittorio finisce qui, riguarda gli anni della formazione infantile e scolastica, fino al 1962, e quelli dopo il ritiro dal lavoro con la pensione, dopo il 1996. Sono le due fasi estreme, mentre la fase centrale, basilare nella sua esistenza, è quella dell’attività lavorativa a Niagara Falls, dal 1963 a fine 1996. Si è svolta interamente nel 2° Mondo., l’America e non solo nel lavoro. ma nell’assistenza benefica e nella religiosità. A questa parte fondamentale del suo itinerario di vita nel 2° Mondo sarà dedicato il prossimo articolo che si concluderà con il 3° Mondo, nel quale è stato anche protagonista, fino alla sintesi di un’esistenza molto speciale nel passato, la cui prosecuzione nel presente è interessante e coinvolgente, anche per me, perchè riguarda “il paesano ritrovato”.
La storia rievocata nel testo è rivissuta anche attraverso immagini in numero di 30 sia per il 1° Mondo che per il 2° Mondo, mentre per il 3° Mondo ve ne saranno 13 più 2 immagin conclusive. Al termine della storia del 1° Mondo vi sono 2 immagini che esprimono i due passaggi nei quali anche gli altri due Mondi sono presenti- Nella prima, che segna il passaggo al 2° Mondo trovandosi a Las Vegas, le foto del paese del 1° Mondo e la maglietta dell’albergo del 3° Mondo mostrano in tutta evidenza la compresenza; mentre nella seconda foto, del 3° mondo ad Acapulco, sono fotografati con Vittorio paesani “pretaroli” che vivono a Niagara Fallas, quindi anche qui 1° e 2° Mondo uniti al 3° Mondo. Tutto verificatori naturalmente, rende in modo eloquente una sintesi ideale e reale.
L’immagine che anticipa il 2° Mondo, l’America di Las Vegas, abbinato al 1° mondo dalle foto di Pietracamela ai margini e dalla maglietta bianca delll’Hotel Calinda Beach nel 3° Mondo di Acapulco
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Le 30 immagini che illustrano l’articolo sul 1° Mondo, ripercorrono la storia di Vittorio riferita all’Italia del suo paese, nell’infanzia e nei continui ritorni a Pietracamela, cui sono dedicate 24 immagini, seguono 3 immagini su Teramo sede dei dieci anni di studi, e 3 fotografie su Roma, nelle visite alla Sala Clementina in Vaticano, con la stretta di mano di papa Francesco, e alla Basilica di San Pietro con il gruppo di pellegrini; concludono la sequenza le 2 immagini finali che introducono il passaggio al 2° e 3° Mondo dell’articolo successivo, in entrambe i due nuovi Mondi sono collegati fra loro e al 1° Mondo in due modi significativi. Le immagini su Pietracamela iniziano dalle 4 con la sequenza dell’arrivo fino alla sua antica casa, poi altre 5 sulle scalinate di accesso al vicno Centro storico e su 2 punti molto espressivi, fino alla Chiesa-madre com’era negli anni lontani; poi la sequenza delle 5 località spettacolari iraggiunte normalmente nelle sue continue escusioni di valido “camminatore” e un’immagine tranquilla seduto con gli amici paesani. Dell’infanzia e adolescnza 5 immagini, nel negozio e nella scuola, con le foto di gruppo dei compagni. Le fotografie sue e dei compagni sono state fornite da Vittorio, le altre, del paese e delle località spettacolari le ho tratte dai miei articoli. Ringrazio Vittorio per avermi conentito, con le sue foto, di far rivivere aspetti della sua storia negli anni lontani rievocata nel testo.
L’immagine che anticipa il 3° Mondo, il Messico di Acapulco della serata con paesani “pretaroli” che richiamano il 1° Mondo dell’Italia essendo di Pietracamela e il 2° Mondo dell’America, risiedendo alcuni di loro a Niagara Falls
Con questo 3° articolo concludo la mia “esplorazione” del libro di Lidia Montauti,“Noi Parliamo pretarolo. Ne parlime le pretaruale”” con il sottotitolo in caratteri piccoli “Voci, luoghi e memorie di Pietracamela”. Invece del titolo del libro – come ho detto nei primi due articoli – ho scritto “Noi siamo pretaroli” nel titolo dei miei articoli, non per una svista o un refuso, ma perché io non parlo il “pretarolo” e così molti paesani, però “Io sono pretarolo”, da generazioni e ne sono orgoglioso, tanto che da giornalista appassionato ho pubblicato negli anni molti articoli sul mio paese, il “natìo borgo selvaggio”, condividendoli anche su Facebook. Del resto Kennedy esclamò “Io sono berlinese” e non parlava il berlinese, “Io sono pretarolo” e non parlo il pretarolo..
“La festa della Madonnina all’Arapietra negli anni ’50”
Nei due articoli precedenti ho “esplorato” i primi 4 capitoli del libro sottolineando diversi aspetti dell’accurata ricostruzione della nostra storia passata. Il 1° articolo considera i Luoghi della memoria, le Case e la Vita familiare, il Lavoro; mentre il 2° articolo i Singoli lavori e i Mestieri, le Ricorrenze religiose e i Riti. In questo 3° e ultimo articolo, si completa la rievocazione nel cap. 4° delle Ricorrenze religiose a partire dalla Madonnina del Gran Sasso, fino al periodo natalizio, con le “Ricette antiche” del brevissmo cap. 5°. Poi si considera l’ultima parte del libro, “La lingua ritrovata”, osservando che non parliamo tutti pretarolo, ma siamo “pretaroli” !
Le altre Ricorrenze religiose, dalla Festa della Madonnina alle Festività natalizie
Nell’estate la devozione per la Vergine si esprime nella festa della “Madonnina del Gran Sasso”, sempre nella prima domenica di agosto. La statua in bronzo che la ritrae con in braccio il Bambin Gesù, fu portata a spalle nel 1935 – dopo il Congresso eucaristico a Teramo – in una cappellina costruita come una piccola grotta dove finiscono i prati e iniziano le rocce dolomitiche del Gran Sasso; vi si arriva camminando, nel breve tratto finale, su dei gradoni come in una ascesa verso l’alto. Grande fede popolare con pellegrinaggi e salita a piedi o sul mulo nei tempi lontani per arrivare ai 2000 metri dove si trova, l’ho provato anch’io, da piccolo sul basto del mulo, da grande a piedi, poi in seggiovia. Naturalmente cibi speciali per un’occasione così speciale, crispelle condite e peperoni fritti fino al ciambellone. Lidia riporta il canto tradizionale, tutto in italiano.
“La festa del Corpus Domini negli anni ’30 a Pietracamela”
Dall’estate all’autunno, il 2 novembre, ricorrenza dei morti, ricorda i piccoli doni che riservavano ai bambini attraverso persone devote, i “panitte di miurte” a volte, noci, mandarino e castagne con qualche soldo, del resto l’anglosassone Halloween si è diffuso con lo “scherzetto” e il “dolcetto”, ma anche il “panetto” che ricorda tanto il “panitte” di allora nel nostro paese. E nell’autunno la festa di San Martino, l’11 novembre, le donne cucinavano la polenta e le castagne di Intermesoli, “ma la vera magia era per noi bambini” – ricorda Lidia – perché il dolce per loro era “un pupazzo buffo e colorato”, con tanti semini variopinti, tutti diversi; non lo mangiavano né lo mordevano, ma lo portavano a scuola per confrontarlo con quello dei compagni. “Poi, quando per caso si rompeva un braccio, una gamba o addirittura la testa … ecco la gioia: finalmente si poteva assaggiarlo”, e Lidia lo assaggiava per poi mangiarlo, si sente che le sue parole esprimono una dolce nostalgia.
A dicembre, la festa della Madonna di Loreto il giorno 10 del mese. Nella profondità della notte si accendevano grandi falò in varie parti del paese, per dare luce agli Angeli che portavano in volo, secondo la liturgia, la Santa Casa dalla Terra Santa a Loreto. I bambini nella giornata aiutavano a radunare la legna per i fuochi, li svegliavano a mezzanotte per pregare la Madonna, poi “rallegrati dallo squillo festoso delle campane, e rivolgendo gli occhi al cielo, immaginavano di vedere quel ‘divino trasloco’ tra il brillio delle fittissime stelle”; aggiunge Lidia che “nonostante il freddo correvamo alla finestra”, mai visto dai “pretaroli” che non stavano a Pietracamela.
“La festa della Madonnina all’Arapietra” , un momento di riposo
Le feste dell’anno si chiudono il 25 dicembre, non c’era il Presepio e neppure l’Albero di Natale nei tempi antichi, ma il Santo Natale si celebrava accendendo un grosso tronco di legno dalla Vigilia alla mezzanotte per riscaldare idealmente il Bambino alla nascita. Naturalmente le donne preparavano con cura il “pasto magro” della Vigilia, con tonno, baccalà e cavolfiore, e il cenone natalizio con le “sette pietanze”dette “le cucinelle della Madonna” fatte di tante zuppe. Poi, tutti alla Messa di Natale tra la neve e il gelo, ma si riscaldavano nella chiesa affollata cantando “E’ nato a Betlemme il Santo Bambino”, 21 versi in “pretarolo” riportati con la traduzione. Dopo questo inno natalizio, Lidia ricorda una serie di “Preghiere pretarole” che risalgono anche a fine ‘800, sempre con il testo nell’idioma e la traduzione: salvo la prima“”Preghiera della sera”, di 17 versi, le altre sono tutte in quartine, due “Preghiere della sera”, seguite dalla “Preghiera della ‘Crucia Santa’”e dalla “Preghiera a Sant’Antonio”. Si chiude il capitolo con la “Canzone della Madonna” in italiano, e 8 fotografie.
L’ultimo capitolo evocativo dei fatti e delle situazioni di quel mondo lontano, con le sue tradizioni e i suoi valori civili e religiosi, è il 5° molto breve, i due successivi – cui accenno in seguito – entrano nella linguistica del nostro bell’idioma, il 6° “La lingua ritrovata” e il 7° “Elementi di grammatica pretarola”. Ma forse il richiamo della “lingua degna” così forte per l’autrice – meritoriamente impegnata in questo campo perfino avendo ideato e realizzato con l’esperto e appassionato paesano Aligi Bonaduce, la “chat” dal nome identico al titolo del libro in “pretarolo” -ha abbreviato questo capitolo, dedicato a “Le ricette antiche”, giustamente non a quelle abruzzesi, dal timballo ai calcio netti, ma, come scrive, a “poche e semplici ricette, profondamente radicate nella vita quotidiana di Pietracamela, e legate agli alimenti che il territorio offriva”.
“Processione per la festa di Sande Lezzeije“
Vengono riportate queste ricette in 5 pagine, io cito soltanto gli ingredienti piuttosto poveri: patate e verze, erbe e legumi, farina e pane di granturco. Le ricette, pur nella loro semplicità, evocano l’”universo prevalentemente femminile” in cui spicca il grande contributo all’economia familiare e comunitaria delle donne impegnate non solo nel lavoro domestico, con la cura della casa e dei figli, ma anche nei campi e nell’allevamento degli animali, fino alla filatura, tessitura e ricamo. Lidia ne sottolinea giustamente il valore con queste parole che concludono – a mio avviso mirabilmente – la parte non linguistica del suo libro: “In questo senso, le ricette antiche di Pietracamela non sono soltanto indicazioni culinarie, ma frammenti di memoria domestica e collettiva: conservano il sapore dei cibi semplici, il valore del recupero, la fatica quotidiana e la sapienza silenziosa delle donne che hanno tenuto viva, anche attraverso la cucina, la continuità delle tradizioni”.
La “Lingua ritrovata”. Non parliamo tutti il “pretarolo”, ma siamo “pretaroli“
Il capitolo 6° del libro è dedicato alla “Lingua ritrovata”, dopo aver terminato la rievocazione di luoghi e situazioni dell’epoca con soltanto i riflessi idiomatici nei “vocaboli” e nei “colloqui” inseriti in modo saltuario. Inizia con 17 pagine recanti circa 80 proverbi e filastrocche, cantilene e stornelli in “pretarolo” con la relativa traduzione; seguono 10 pagine con una storia montanara e circa 60 esclamazioni, intercalari e frasi idiomatiche – sempre nell’idioma e nella traduzione, fino al “gergo della trignala” usato dai cardatori di Pietracamela nei paesi di Marche, Toscana ed Emilia.
“Don Andrea, parroco del paese, sulla strada di Scaramazza…, ancora non asfaltata, nel rione La Villa”
L’ultimo capitolo, il 7°, di 40 pagine, è dedicato agli “Elementi di grammatica pretarola”, e oltre alle indicazioni grammaticali, in 9 pagine elenca “parole in disuso e fossili linguistici”, ne ho contate 265, sempre nelle due versioni; seguono 28 pagine sulle forme grammaticali. Quindi, da pagina 191 a pagina 255 irrompe la “Lingua ritrovata” e la “grammatica pretarola”, temi nei quali Lidia manifesta la stessa precisione fino alla minuzia, l’approfondimento e la memoria infallibile che abbiamo notato nella lunga parte precedente, legata ai fatti e alle situazioni evocate nei suoi ricordi appassionati.
A questo punto non ho la competenza linguistica per seguirla in queste sue “lezioni di pretarolo”, e mi limito a segnalare le 3 Appendici di 25 pagine relative alle “Tracce sonore di Pietracamela” e a due “Mostre iconografiche e documentarie”del 2013 e 2014 sugli “Sposalizi di una volta” e sui “Bambini di una volta” che hanno precorso e preparato il libro, tanto che nel mio articolo di allora sulla seconda mostra l’ho immaginato e scritto chiaramente. E’ terminata, quindi, l'”esplorazione” della lunga parte storica del bel libro di Lidia — che ha fatto rivivere nella mia memoria e nel mio cuore tante immagini del passato da me vissuto – ma senza entrare nelle 64 pagine finali della parte linguistica torno alle mie considerazioni iniziali che la riguardano, allorchè ho “confidato” la mia estraneità ai dialetti non avendone parlato uno dei 5 luoghi in cui sono vissuto stabilmente.
“Anni ’20. Escursione al Corno Piccolo. Si riconoscono, tra gli altri, Laura Paglialonga (con camicia chiara) ed Ernesto Sivitilli, secondo in alto. Laura viene descritta nel libro di Sivitilli, dedicato al Corno Piccolo, ‘valorosa compagna di ascensioni’ e, inoltre, fu attenta e scrupolosa curatrice di quel volume, come virene ricordato nella prefazione dell’autore”
Sembro “negazionista” dell’importanza dei dialetti, gli idiomi tradizionali? Sento di non esserlo affatto, perché li rispetto come tutto ciò che viene da quel mondo lontano – tanto più che è il mondo dei miei avi e in parte anche il mio – -ma li considero riflessi pur attraenti di un mondo che chi come me non conosce i dialetti, cerca di ricostruire dai fatti, non lo identifica nelle parole e nelle espressioni dell’idioma. Come per il mondo latino l’idioma serve a leggere i tanti testi dell’epoca che tramandano i fatti e le storie, più che i “dialoghi”,, e sono i fatti e le storie a rendere grande l’antica Roma, più che la lingua studiata a scuola e usata nella Chiesa cattolica.
Il prof. Agresti – illustre docente di Linguistica nelle Università di Bordeaux e nella Federico II di Napoli – se ho capito bene, data la complessità del suo ragionamento per chi ne è estraneo – afferma nella sua Presentazione che in passato i dialetti venivano studiati dai linguisti avulsi dalla realtà in cui si erano diffusi, posizione che è stata superata perché ne vanno considerati parte integrante. Tanto che intitola la sua Presentazione con le parole “La lingua come ambiente di vita”. E sono completamente d’accordo che ne sono parte integrante, ma non penso la parte prevalente, bensì riflesso dei fatti reali che partono dall’ambiente e quindi contano più delle parole.
“Gruppo di escursionisti pretaroli sul Gran Sasso negli anni ’20 del secolo scorso”
Lo dimostra il libro di Lidia la quale – pur dedicando, e non solo nel libro, tutto il suo impegno al “pretarolo” – ha voluto immergersi nella realtà di allora, rievocando un passato del quale i “vocaboli” e i “colloqui” che inserisce sono un riflesso pur interessante, ma non il motore di una tradizione sostenuta da grandi valori- Sono riusciti a fare dell’isolamento tra le grandi rocce della montagna abruzzese – il Gigante che dorme/ la Bella addormentata del Gran Sasso d’Italia – un punto di forza e non di debolezza sviluppando una autonomia totale in ogni campo con l’impegno generoso e risolutivo della Comunità locale di allora. Anche la differenza netta del dialetto “pretarolo” rispetto a quelli dei borghi abruzzesi vicini rientra in questa vittoriosa autonomia assoluta per la sopravvivenza nell’isolamento, ma sempre come riflesso che non sembra prevalere rispetto a tutto il resto.
E lo si capisce pur sembrandp all’apparenza il libro un prodotto sopratutto linguistico, come si vede dal titolo e dalle Presentazioni. Ma anche in queste il discorso non è soltanto linguistico, sebbene l’idiopma “pretarolo” venga indicato come motivo di interesse prevalente. Lo fa dall’alto della sua cultura linguistica il prof. Agresti che conclude la sua presentazione con l’auspicio che “anche grazie a questo lavoro e all’utilizzo che se ne farà, si possa parlare presto di Pietracamela come dell’Osvava (Valle del Po) dell’Abruzzo”-.
“In alto, Ernesto Sivitilli, fondatore degli Aquilotti del Gran Sasso sulla parete settentrionale del Corno Piccolo assieme a due alpinisti”
E lo spiega: “Come di un paese, cioè, che rinasce mettendo al centro del proprio processo di sviluppo socio-economico la propria lingua, la propria identità culturale, la propria saggezza plurisecolare”. Condivido l’effetto positivo e salvifico della “propria identità culturale” e della “propria saggezza plurisecolare”, mentre la “propria lingua” – può contribuire, per una Comunità sparsa per il mondo separata dall’amato borgo fatato spopolato come gli altri borghi montani, a legami comunque assicurati dai collegamenti con i “social”, tra cui Facebook – anche dall’estero – e dalla “chat” “Ne parlime le pretaruale” che accoglie anche chi, come me, non lo parla. .
Io sono presente nei due “social”, ma sulla chat “Ne parlime le pretaruale” non dovrei esserci, dato che non ho mai parlato né parlerò il “pretarolo”. E mai sono intervenuto nelle continue, appassionate e giuste discettazioni sull’idioma e i fonemi scritti e parlati. Mentre ho trasmesso con la “chat” tanti miei articoli su personaggi e feste stagionali, tradizioni e valori del nostro paese, pubblicati sul mio sito della Word Press e condivisi sulla pagina di Facebook intestata al mio nome.“Io sono pretarolo” da generazioni, i terreni dei Levante sono nel Catasto preonciario prima dell’’800, mio nonno Salvatore Levante è stato sindaco nel 1911, andò a Roma con la fascia tricolore nel cinquantenario dell’Unità d’Italia, i miei genitori e le mie zie sono citati tutti nel libro di Lidia.
“Un gruppo di sciatori pretaroli ai Prati di Tivo”
Ma, ripeto, “Io sono pretarolo” però “Io non parlo pretarolo”, e come “pretarolo”apprezzo molto la “chat” perché è il collegamento continuo e fecondo con i “pretaroli” sparsi in Italia e all’estero, facendo della Comunità una rete molto vasta, unita non tanto dall’idioma – che molti altri come me non parlano – ma dalle tradizioni dai valori che cerco di valorizzare con tanti articoli. Non per questo la “chat” doveva chiamarsi “Noi siamo pretaroli” e non “Noi parliamo il pretarolo”,: è nata per l’idioma, non per altro, e l’idioma rivive negli scambi, continui e proficui, su fonemi e grafemi “pretaroli”, che vanno proficuamente approfonditi e valorizzati.
L’apertura del libro di Lidia da parte del Sindaco Antonio Villani inizia con le parole “E’ per me motivo di grande soddisfazione presentare questo volume dedicato al dialetto pretarolo”, e prosegue la frase scrivendo “un’opera che rappresenta un importante gesto d’amore verso la nostra comunità e la sua storia”. E questo perché “conservare il dialetto non permette soltanto di preservare delle parole belle ed antiche, ma mantenere vivo un modo di essere, una storia condivisa e un legame profondo con le nostre radici”. Il libro fa proprio questo, non solo per le citazioni dei “vocaboli” e dei “dialoghi” in “pretarolo” qua e là inserite nel suo racconto, fino all’ampio approfondimento finale della “Lingua ritrovata”; ma per come scava nelle “nostre radici” e nella “storia condivisa” anche da chi come me non è interessato ai dialetti e non si dedica al “pretarolo”.
“Gli Aquilotti Antonio Panza e Buno Marsilii in una foto degli anni ’30 che li ritrae il giorno della conquista della Parete Nord del Camicia”
Ripeto che i miei genitori e le mie zie, tutti maestri di scuola, lo parlavano sempre a casa, ma dato l’estremo spopolamento del paese, per gli estranei ai dialetti, non è tanto il “pretarolo” a mantenere vive le tradizioni e i valori dei nostri avi giunti fino a noi. Vanno fatti rivivere, e custoditi, come ha fatto Lidia, in tre modi: il primo dei quali è stato immergersi nei fatti del passato lontano con le sue minuziose conoscenze e notizie acquisite anche dai più anziani rimasti e conservate dalla sua memoria infallibile; il secondo modo la documentazione fotografica che fa rivivere visivamente quei fatti e quei valori con le didascalie esaurienti e motivate del libro; il terzo modo l’idioma “pretarolo” che va preservato, il mondo antico vi si riflette chiaramente ma non ne deriva. Non è l’unico modo questo e neppure il prevalente, altrimenti ne sarebbero esclusi coloro che, pur ammirando gli scambi continui sui fonemi “pretaroli” nella “chat” apposita, non sono mai ntervenuti in questo campo. Per quanto mi riguarda, il primo articolo pubblicato sul sito giornalitico teramano “on line” cultura.inabruzzo.it l’8 gennaio 2009, seguito da tanti articoli, era intitolato “Il cielo sopra Pietracamela,..”, quindi…-
Se anche il prof. Agresti e il Sindaco attenuano la prevalenza all’idioma invece che alla storia, il prof. Davide Boccia – insigne studioso di dialetti abruzzesi compreso il “pretarolo” – pur sottolineando giustamente che il corposo libro di Lidia “risulta essere di notevole importanza dato che fino ad oggi mancava una vera e propria raccolta di termini della lingua di Pietracamela, conclude così: “Allo stesso tempo, l’opera curata da Lidia Montauti costituisce una preziosa testimonianza di carattere antropologico sulla vita sia materiale che spirituale condotta dagli abitanti di Pietracamela fino a poco più di 50 anni fa”. Condivido parola per parola anche la precedente affermazione, pensando – nella prevalenza data ai fatti rispetto alle parole idiomatiche – che la “preziosa testimonianza” prevalga sulla raccolta linguistica svolta “allo stesso tempo”-
“”Gruppo di sciatori pretaroli”
E Aureliana Mazzarella, nel presentare “le ragioni del cuore”, nella sua colta introduzione che parte da Pascal, pur concentrandosi sull’importanza dell’impegno per conservare “un’eredità linguistica e culturale antica, unica e preziosa”, nel riassumere il contenuto del libro citando la storia e la vita di allora, e non i “fonemi” linguistici, scrive:”Il dialetto pretarolo diventa così chiave d’accesso a un mondo ormai lontano, quasi ‘formula magica’ capace di restituire con forza gesti, parole, relazione e affetti. La memoria si allarga poi alla vita di una comunità quasi ‘autarchica’ quale fu quella pretarola…” Quindi interessa il “mondo ormai lontano”, non solo i suoi fonemi linguistici, e non mi sembra che sia l’idioma a restituirci quel mondo, dato che non fa accedere a documentazioni sterminate come quelle in latino sull’antica Roma.
Anche Aureliana, dunque, sottolinea l’importanza prevalente dei fatti di quel mondo lontano, quindi sono d’accordo con lei, e li ho ritrovati nella narrazione di Lidia piuttosto che con la “formula magica” dell’idioma che non saprei adottare, e non sono il solo. Ma pur pensandola così – magari sbagliando – ringrazio l’autrice impeccabile, Lidia Montauti che con il suo libro ha reso “un sincero omaggio alla memoria del paese attraverso parole, storie , ricordi condivisi”: è la prima frase dei suoi ringraziamenti, che diventa anche mia. E per l’omaggio reso al “natìo borgo selvaggio” mi unisco al ringraziamento a chi ha concorso alla realizzazione di un libro così impegnativo, che nella prima parola della mia lunga “esplorazione” ho definito “straordinario” aggiungendo poi “unico”; anche se ho sentito di dover intitolare i miei 3 articoli “Noi siamo pretaroli” , piuttosto che “Noi parliamo il pretarolo”, perchè io non lo parlo.
“L’Aquilotto Antonio Giancola durante una scalata”
In testa il Sindaco Antonio Villani – il cui padre Nunzio lo ricordo come un grande maresciallo del Corpo Forestale in paese – con il consigliere comunale Claudio Intini, presidente degli storici “Aquilotti del Gran Sasso” – il gruppo fondato 15 anni prima degli “Scoiattoli di Cortina” – con alpinisti celebri per le acrobatiche “prime vie” Con loro Paride Tudisco, presidente dell’Asbuc di Pietracamela. . Complimenti a loro e ai bravi “pretaroli” che vi hanno contribuito condividendo i loro ricordi di tempi anche molto lontani ma non dimenticati.
E un altro ringraziamento oltre quello riportato prima, questa volta personale, va alla cara Lidia, che nonostante la mia lontananza fisica dal paese e la totale estraneità rispetto all’idioma “pretarolo”- che considero di certo “lingua degna” ma non lo parlo – mi ha citato nel gruppo da lei ringraziato tenendo conto forse non solo che sono “pretarolo” da generazioni, ma pubblico da molti anni articoli dedicati al “nostro” paese, tra cui quelli sulle due mostre da lei ideate e realizzate sugli “Sposalizi di una volta” e i “Bambini di una volta”, cui sono riferite le Appendici 2 e 3 del libro: e, in una magica “congiunzione astrale”, nel secondo articolo dell’agosto 2014 considero i risultati delle ricerche fatte su quei costumi tradizionali come i primi capitoli di un libro che sarebbe stato completato, come è avvenuto un mese fa. Grazie veramente, cara Lidia, e ancora complimenti!
Una stornellata ai Prati di Tivo, alla chitarra a sin. Francesco Bonaduce – spunta la fronte spaziosa del figlio Aligi – al centro al mandolino Berardino Giardetti, a dx canta a occhi chiusi Osvaldo Trnetti
Info
Lidia Montauti, “Noi parliamo pretarolo. Ne parlime pretaruale. Voci, luogi e memorie di Pietracamela”. Ricerche & Redazioni, Teramo, agosto 2026, pagg. 290, di cui 66 pagine con 84 immagini, euro 25. I primi 2 articoli di commento, prima di questo 3° conclusivo. sono usciti il 13 e 16 settembre 2026, su questo sito.
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Come indicato in questo spazio informativo nel 1° articolo, le immagini sono state fornite da Aligi Binaduce, meno quelle di altri detentori: per questo 3° articolo, Salvatore Levante e Zaira Montauti hanno fornito 2 imamgini ciacuno, il primo le n. 5 e 13, la seconda le n. 6 e 7, ne sono state scansionate 4, quindi 6 immagini ono state fotnite da Aligi Bonaduce., a tutti il mio ringrazianento. Sono state scnsionate dal libro le n. 8, 10, 12, 14, di cui 3 per inserire le immagini dei 3 protagonisti delle prime ascensioni dei paesani sul Gran Sasso, Ernesto Sivitilli, fondatore nel 1923 del gruppo alpinistico “Aquilotti del Gran Sasso”, Bruno Marsilii con Luigi Panza, leader ed esponente succecsivo del gruppo, poi l’ Aquilotto Antonio Giancola La penultima foto è l’unica non contenuta nel libro, inserita perchè proiettata moltssime volte nella Presentazione, e rappresenta un momento particolamente festoso negli anni ”50, con cui chiudere questa galleria rievocativa. Salvo per questa immagine, le didascalie sono state tratte dalle corrispondenti fotografie riportate nel libro. In apertura, “La festa della Madonnina all’Arapietra negli anni ’50”; seguono, “La festa del Corpus Domini negli anni ’30 a Pietracamela”, e “La festa della Madonnina all’Arapietra”, un momento di riposo; poi, “Processione per la festa di Sande Lezzeije“, e “Don Andrea, parroco del paese, sulla strada di Scaramazza…, ancora non asfaltata, nel rione La Villa”; quindi, “Anni ’20. Escursione al Corno Piccolo. Si riconoscono, tra gli altri, Laura Paglialonga (con camicia chiara) ed Ernesto Sivitilli, secondo in alto. Laura viene descritta nel libro di Sivitilli, dedicato al Corno Piccolo, ‘valorosa compagna di ascensioni’ e, inoltre, fu attenta e scrupolosa curatrice di quel volume, come virene ricordato nella prefazione dell’autore”, e “Gruppo di escursionisti pretaroli sul Gran Sasso negli anni ’20 del secolo scorso”; inoltre, “In alto, Ernesto Sivitilli, fondatore degli Aquilotti del Gran Sasso sulla parete settentrionale del Corno Piccolo assieme a due alpinisti”, e “Un gruppo di sciatori pretaroli ai Prati di Tivo”; ancora, “Gli Aquilotti Antonio Panza e Buno Marsilii in una foto degli anni ’30 che li ritrae il giorno della conquista della Parete Nord del Camicia”, e “Gruppo di sciatori pretaroli”; continua, “L’Aquilotto Antonio Giancola durante una scalata”, e Una stornellata ai Prati di Tivo, alla chitarra a sin. Francesco Bonaducce – spunta la fronte spaziosa del figlio Aligi – al centro al mandolino Berardino Giardetti, a dx canta a occhi chiusi Osvaldo Trnetti; in chiusura, “Giovannina davanti alle Fiamme di Pietra, guglie che devono il loro suggestivo nome alla felice intuizione del dottore Bruno Marsilii negli anni ’40 del secolo scorso”.
“Giovannina davanti alle Fiamme di Pietra, guglie che devono il loro suggestivo nome alla felice intuizione del dottore Bruno Marsilii negli anni ’40 del secolo scorso”
E’ straordinario il libro di Lidia Montauti – promosso dall’Amministrazione comunale e dalla Asbuc di Pietracamela – presentato il 13 agosto scorso nel borgo montano alle falde del Gran Sasso d’Italia, dal 2005 nel Club dell’Anci “I borghi più belli d’Italia, nel 2007 “Borgo dell’anno” tra quelli con meno di mille abitanti. La presentazione si è svolta nella Sala consiliare del Municipio con oltre due ore di intensa discussione tra i relatori, di sfondo la continua proiezione di foto d’epoca – riportate nel libro – sulla vita nel paese in anni molto lontani. rimasti vivi nella memoria dei tanti paesani convenuti all’incontro. Pubblico la mia “esplorazione” – scritta nei quattro giorni successivi, soltanto dopo un mese, non avendo potuto inserirla nel sito della Word Press nel mio soggiorno in paese per problemi di connessione con Internet – esprimendomi in via eccezionale, come poche volte, in prima persona e non al plurale che uso come forma di partecipazione della Rivista culturale. Questo perché sono “pretarolo”, del paese a cui si riferisce il libro, paesano e molto vicino da una vita all’autrice Lidia, tanto immersa nelle tradizioni locali da lei studiate e valorizzate fino ad essere considerata un’”icona pretarola”.
“Pietracamela, scrigno nascosto tra i monti. Il paese e il territorio””
“Noi parliamo pretarolo” cui accosto virtualmente “Noi siamo pretaroli”
La mia, però, non è piaggeria, tanto che da giornalista non accomodante inizio con una osservazione molto personale. Non è una critica al libro che considero straordinario – unico nel suo contenuto e nel modo in cui viene espresso dall’autrice – ma è un dubbio che può derivare dal suo titolo. Recando in carattere vistoso “Noi Parliamo pretarolo” seguito dalla “traduzione” in dialetto “Ne parlime le pretaruale” può sembrare un testo di linguistica sull’antico idioma molto caratteristico e identitario, e in quanto tale interessante per gli specialisti, meno per i nomali lettori. Il sottotitolo“Voci, luoghi e memorie di Pietracamela “ si avvicina al contenuto, ma è in caratteri molto piccoli e sembra siano visti come aspetti che riflettono l’analisi linguistica, quindi in secondo piano, e non l’inverso. Questo dubbio mi fa pensare che se invece di“Noi parliamo pretarolo” con successiva traduzione nell’idioma, il titolo fosse stato“Noi siamo pretaroli”, seguito da “E parliamo pretarolo”, magari scritto nell’idioma, con lo stesso sottotitolo, sarebbe apparso più aderente dell’attuale al contenuto. Del resto, i tre testi introduttivi sono di esperti linguisti – tra cui l’autorevole docente di linguistica di due celebri Università già impegnato con un libro su questo idioma – che sembrarebbero confermare il contenuto limitativo del titolo concentrato sul dialetto “pretarolo”, ma è poca cosa, ci tornerò nelle conclusioni dell’articolo finale, il terzo.
“La Porta di Valle, oggi scomparsa, formata da un semplice fornice, … in secondo piano la chiesa di San Leucio”
L’idioma “pretarolo”, prima dei 2 capitoli linguisti fimali che gli sono riservati, negli altri 5 capitoli sembra compreso nelle “voci” allo stesso livello di “luoghi e memorie”, accompagnando la rievocazione della vita di allora soltanto come componente, non certo in prevalenza sulle altre come potrebbe sembrare sembrare dal titolo e dalla presentazione linguistica. E’ una mia considerazione che può sembarre banale, forse spinta dal fatto che oltre a non essere esperto linguista non sono neppure interessato agli idiomi, tanto che sono vissuto stabilmente in cinque località – Pietracamela, luogo di nascita e delle vacanze estive, Colonnella ai confini con le Marche fino alla 1^ media, Teramo fino al 1° liceo, Bologna fino alla laurea, Roma dai 24 anni ad oggi , tanti anni essendo nato nel 1936 – e non ho mai detto qualche parola dei rispettivi dialetti, nè ho mai cercato di farlo.
E questo sebbene il dialetto “pretarolo” fosse parlato in casa dai miei genitori e dalle mie zie, spesso con noi; ma essendo maestri elementari dissuadevano dal farlo parlare a me e a mio fratello, per non “rovinare” l’italiano, come si credeva allora. Io non cercavo di parlarlo di nascosto, non mi interessava anche se lo capivo, mentre i quattro dialetti successivi quando avevo molti più anni e maggiore libertà ugualmente non mi hanno interessato. L’ho detto nell’intervento al termine della presentazione del libro confessando la mia incompetenza linguistica perché, non conoscendone affatto il contenuto, pensavo non fosse a me accessibile o di mio interesse, invece ero sviato dal titolo per gli esperti linguisti, mentre il contenuto è accessibile e interessante, eccome. Per tutti !
“Il paese arroccato sotto Vena Grande (Vina Ronna) visto dalla strada che saliva da Ponte Arno…. in primo paiano la Porta di Valle accanto alla chiesa di San Leucio”
Dico subito quella che mi è sembrata la struttura espositiva, organizzata in modo da rendere appieno la nascita e la vita di una comunità arroccata nella montagna, in un “nido d’aquile” isolato ma autosufficiente. Una narrazione non facile, frutto di una ricerca approfondita che ha scavato fino in fondo nei particolari più reconditi, per esporli con una precisione e un dettaglio sfuggito a chi come me ha vissuto alcune delle situazioni evocate con i continui ritorni annuali nelle vacanze estive fin da piccolo limitandomi a quanto appariva evidente. Le descrizioni di ambienti e strumenti di allora non potrò renderle nella loro interezza, tanto sono minuziose, dovrò fermami a come mi apparivano, semplici in una realtà che vedevo in modo superficiale, invece nel libro viene vista in modo approfondito. Ed è il primo modo di renderne il contenuto che considero straordinario.
Il secondo modo si manifesta attraverso la serie di immagini che chiude le varie parti del libro con ampie didascalie riferite ai contenuti descritti a parole nella prima parte. Sono 86 in tutto, fotografie d’epoca tratte da archivi personali e dall’Archivio storico del paesano specializzato e appassionato, Aligi Bonaduce, giustamente nel tavolo dei relatori alla presentazione del libro. Ha consentito una narrazione visiva che appoggia quella precedente scritta. E siamo giunti al terzo modo di rendere un contenuto così vasto e complesso, la consistenza assunta dal “nido d’aquile”, la vita personale e sociale, ricorrenze e riti religiosi, ricette antiche: è l’idioma “pretarolo” altrettanto antico perché esprime il linguaggio che accompagnava l’intero svolgimento di quanto sopra, e lo troviamo nel libro riemergere di continuo. Ma senza prevalere, con la sua presenza costante mediante “vocaboli” identificativi o “dialoghi”, sempre con le “traduzioni” italiano-idioma o viceversa. Tre modi contemporanei che compongono un “tris d’assi” equilibrato, senza che l’idioma prevalga, nel libro come nella realtà diventa evocativo di un qualcosa provvisto di ben altra forza, come sono i fatti, le circostanze, gli eventi. –
“Donna di Pietracamela che trasporta l’acqua nella tipica càunca (conca di rame)”
I “Luoghi della memoria” del “nido delle aquile”
Dopo questa spontanea e comprensibile interpretazione – da non considerare presuntuosa, anche se è discutibile – mi immergo nel contenuto del libro, superate per i motivi che ho detto le presentazioni prevalentemente linguistiche poste all’inizio, ma ci tornerò nel terzo articolo. E subito, nel capitolo 1°, trovo descritta la parte abitativa di Pietracamela “scrigno nascosto tra i monti”. Cerco di renderne il contenuto negli elementi essenziali, vicini alla semplicità dei miei ricordi, senza la meticolosità incredibilmente penetrante dell’autrice del libro – uno degli aspetti che lo rendono straordinario – aggiungendo anche il secondo modo, quello delle immagini, con la necessaria semplificazione, questa volta del loro numero riportando meno fotografie d’epoca, ma sufficienti. Invece non posso dar conto adeguataente del terzo modo – “vocaboli” e “dialoghi” in “pretarolo” – per la mia ammessa incompetenza in materia linguistica sull’idioma che il libro presenta giustamente nelle sue espressioni.
Si apre con quasi due pagine nell’idioma “pretarolo”, 35 righe fitte che rappresentano l’”ouverture” delle brevi successive citazioni della “lingua degna” nel racconto di fatti e situazioni per rafforzarli con la visione paesana, unendo la necessaria traduzione in italiano: il titolo tradotto è “Pietracamela, il mio paese!” E in effetti c’è la descrizione di come ci si arriva, “inerpicandosi, tornante dopo tornante, su per la salita”, dopo aver lasciato la Strada Statale 80 dove il Rio d’Arno, che scende dal paese posto molto in alto, si immette nel fiume Vomano che attraversa il vicino centro urbano di Montorio, di qualche rilevanza prima del capoluogo provinciale Teramo.
“La piazza del paese quando la strada provinciale 43 non era stata ancora realizzata e il paese era raggiungibile da Ponte Arno solo attraverso un viottolo in terra battuta… “
Nell’antica pagina “pretarola” dopo le parole “ed ecco, all’improvviso, quasi per magia, appare lui, il Gigante d’Abruzzo, imponente e maestoso: è il Corno Piccolo”, se ne leggono altre ancora più estasiate: “E lì, sotto alla montagna, quasi abbracciata a lui e da lui protetta, si scorge Pietracamela, solida, solitaria, schiva e fiera, come un nido di aquile posto fra le rocce per difendere i suoi nati”. Leggendola nell’idioma non riuscirei a capirla fono in fondo, certo sono come le espressioni di un innamorato per la sua amata, peccato che “la Bella addormentata “ è un’altra visione del Gran Sasso, altrimenti….
E non finisce qui, si legge: “Se siete alla ricerca di un ‘paradiso naturale’ questo angolo di Abruzzo ve lo offre!” Ma non basta, aggiunge: “Se vi troverete a percorrere il labirinto di viuzze e vien fatto d’incontrare due nativi, due donne che parlano fra di loro, non credereste ai vostri orecchi: una parlata mai sentita, con cadenza e suoni particolarissimi, vi farà dubitare di trovarvi in Italia!”. Mi sento di aggiungere ciò che pensavo prima di leggere queste espressioni, sentivo di essere in un paradiso terrestre di favola, nell’abbraccio della natura – e l’ho anche scritto da parecchio tempo – con un idioma diverso da tutti gli altri, come è diverso dagli altri il borgo fatato.
“Il gafio, ancora oggi visibile lungo i vicoli del paese, in via delle Coste, è un caratteristico balcone interamente in legno”
Ed ecco i “Luoghi della memoria” del borgo fatato, con un centro storico, “La Terra”, nel quale l’intreccio di vicoli e di scalinate che separava le costruzioni rivela arcate e portali, scorci e ballatoi con la pavimentazione nella dura pietra locale. I vicoli e le scalinate separavano le case in pietra nei lati non addossati alla roccia oppure ad altri muri, come avveniva per risparmiare materiale o avere protezione. Nulla di disordinato, erano i nuclei più antichi raggruppati in Rioni, con Porte di ingresso che segnavano i punti di accesso difesi dalle minacce esterne.
Non c’era soltanto la dura pietra locale come materiale per i muri delle costruzioni e della pavimentazione; anche le rocce prese come fondamenta o come parte dei muri delle abitazioni per renderle più solide. Il nome Pietracamela con la sua abbreviazione dialettale “La Prota” si spiega così. La parte del centro storico più interna e raggomitolata, era collegata – mediante il ponte della piazza principale – alla zona più aperta che diventerà il rione “la Villa” e scendendo verso Ponte Arno alla Valle del Vomano. All’esterno c’erano terreni coltivati a legumi e patate, quelli più ampi a grano, aree più vste si estendevano a prato per il pascolo degli animali, il tutto per l’utilizzo finale nell’alimentazione, con annesse fontane per l’acqua e abbeveratoi per gli animali.
“La piazza del paese negli anni ’50”
L’autrice del libro Lidia Montauti da questo momento la chiamo semplicemente Lidia, nella confidenza di una vita che ho con lei, anche per instaurare un vero dialogo, non come quelli in “pretarolo”contenuti nel libro, idioma che non parlo anche se lo capisco nel sentirlo ma non nel leggerlo, nessuno è perfetto, tanto meno io…. Ebbene, Lidia non si limita ad indicazioni pur molto precise lasciandole per altri versi generiche, al contrario fornisce tutti i nomi di allora, affermando che “non si ricostruisce soltanto una mappa fisica del paese, ma anche una geografia affettiva e culturale, cioè il modo in cui gli abitanti di Pietracamela hanno nominato, abitato e riconosciuto il proprio mondo rendendolo per tutti noi un luogo delle radici, del ricordo e dell’anima”.
Ho riportato testualmente l’intera motivazione perché vale per tutte le altre ricognizioni, anche per le attività di ogni tipo per le quali addirittura vengono indicati i nomi e cognomi dei nostri avi che le hanno svolte nel lontano passato. Quindi ecco ben 11 pagine con i nomi di Rioni e Porte, Archi ed Edicole votive, Località e Rocce, Massi e Pietre, Grotte e Boschi, Corsi d’acqua e Fonti naturali, Cascate e La leggenda del Calderone, Fontane e Abbeveratoi. Sono pagine in cui nel sistema descrittivo di evocare entra il modo linguistico – il terzo – con i nomi anche nell’idioma “pretarolo”, che entra così nella struttura espositiva nella posizione secondaria di “vocabolo”. E seguono 23 immagini che esprimono il secondo modo, quello visivo. Il cerchio è chiuso per l’inizio evocativo dei “Luoghi della memoria”, sarà così per il resto, strutturato con analoga minuziosa precisione.
“La chiesa di San Giovanni Battista, risalente al 1432, si colloca al culmine di un vicolo in lieve salita. prima di riprendere l’ascesa verso il quartiere San Rocco”
I luoghi della vita familiare, “le case”
Dall’esterno all’interno del borgo rincantucciato sotto la grande montagna, il capitolo 2° presenta le case. Si è già visto come nella parte più antica fossero addossate le une alle altre quasi per difendersi dai rigori del freddo e non solo, con muri comuni anche per risparmiare i materiali e ridurre lo spazio occupato, le stanze una sopra l’altra per non allargarsi troppo. Le volte erano basse data la statura di allora dei nostri avi, le finestre piccole per far entrare meno freddo, il tetto fatto di tavole e travi di legno con sopra coppi di terracotta.
Ma quello che interessa di più sono gli ambienti della vita quotidiana, la “Cucina” e la “Camera”, la “Stalla” e il “Pagliaio”. Proprio per ricordare meglio la vita di allora, Lidia riporta nel libro frequenti dialoghi nell’idioma “pretarolo” con la relativa “traduzione”, in ogni situazione, oltre ai “vocaboli” tutti tradotti in italiano. Però il modo linguistico resta una aggiunta rispetto alla evocazione dei fatti, che a mio avviso restano sempre prevalenti rispetto alle voci le quali mostrano l’umanità di allora, efficaci ma non decisive della sua espressione completa-
“Fine anni ’30 del secolo scorso; un pullman per il trasporto delle persone da Pietracamela a Teramo, dopo la realizzazione della strada bianca carrabile”
La Cucina era “il luogo di incontro e convivenza”, le caratteristiche costruttive sono state già indicate, ma ci sono alcune componenti importanti per come si svolgeva la vita quotidiana. La prima componente è il “Camino”, con il focolare, utilizzato non solo per cucinare, e riscaldare gli ambienti nei mesi freddi, ma per trascorrere le lunghe serate. Le donne di casa facevano la maglia o ricamavano alla luce del fuoco e con lumi a olio o a petrolio fino all’arrivo della corrente elettrica; qualche volta i corteggiatori andavano “a sedere” come faceva mio padre Gino con la futura sposa Argene, “sorvegliati” dalla sorella maggiore Laura che andava a dormire mandandolo via…
In questo ambiente, fondamentale anche per alimentarsi c’era l’”Acquaio” per l’acqua da bere, con le conche portate dalle donne sulla testa protetta dal morbido “torcinello” circolare, in modo quasi elegante, spesso seguite dai corteggiatori; vicino alla conca veniva messo un grosso mestolo per prendere l’acqua necessaria anche a dissetarsi. Non si poteva utilizzare per lavare i panni, le donne andavano al lavatoio pubblico vicino alla chiesetta di Collemolino, nel sentiero pianeggiante fuori dal paese dopo Porta Fontana, d’inverno era molto gravoso andarci per il grande freddo. Ricordo benissimo il lavatoio, anche d’estate dentro si sentiva freddo.
“Un vicolo del paese che scende verso l’arco di Sbarronetto. …”
Poi arrivò l’acqua nelle case, in tempi più vicini, tra il 1950 e il 1960, prima al rione più antico e in basso “La Terra” e solo dopo al rione più moderno e in alto “La Villa”: le donne che vi abitavano andavano a lavare i panni nel torrente “Fosso Piccolo” o al “Rio della Porta” vicino Capo le Vene, non al lavatoio troppo lontano. Con la mia famiglia tornavamo ogni estate nella casa paterna alla “Terra” perché nella casa materna alla “Villa” non arrivava l’acqua; quando l’acquedotto riuscì a fornirla in tutto il paese ci spostammo alla “Villa” , perché a noi ragazzi piacevano i campi delle vicinissime “Paschiere rosa” e il Monte Calvario accessibile a due passi.
Ma torniamo nella Cucina, dopo la rievocazione delle difficoltà di allora per l’acqua e altro ancora. Si è ricordato il Camino e l’Acquaio, c’erano anche dei mobili che contenevano il necessario per cucinare, la “Madia” e l’”Arcuccia” di dimensioni più piccole, poi il “Tavolo”. Lidia li descrive minuziosamente – sempre con la sua acuta osservazione e la sua memoria dei particolari più minuti – e fa intervenire i “dialoghi” in “pretarolo” con la traduzione, oltre ai “vocaboli” in tale idioma; è come se il modo “linguistico” la stimolasse sempre di più, del resto è stato questo, come detto all’inizio, il tema del titolo del libro.
“La chiesa della Madonna di Collemolino,, … oggi diruta, in una cartolina…”
Dopo la Cucina, con i suoi contenuti basilari per la vita quotidiana, la Camera da letto, con il letto matrimoniale e a volte anche lettini rimediati, le “Rapazzole”, le ricordo anch’io, e come nella cucina c’era la Madia, qui la “Cassapanca”, che conteneva gli abiti. Lidia dà libero spazio ai ricordi e alla memoria con due pagine che li descrivono in modo minuzioso, presentando l’abito tradizionale delle donne: una Gonna ampia con pieghe e un Grembiale con grandi tasche, le Camicie, fino alla Collana di corallo con grossi grani rossi, portata per ornamento e per proteggere dal malocchio, ricordo abiti e collana di nonna, come nella descrizione dell’autrice.
Passa poi agli abiti dei bambini e delle bambine con pari precisione e minuzia. Lidia è talmente presa da questi ricordi che non ci sono le irruzioni dei “dialoghi” in “pretarolo” tradotti, prima molto frequenti, soltanto qualche “vocabolo”, buon per me! Ma passa alla “Stalla e il Pagliaio” dove tornano subito i “dialoghi” , erano luoghi di impegno quotidiano, con il “Porcile”, l’”Ovile”, il “Pollaio”, per le diverse specie di animali allevati, alcuni portati al pascolo. Descrive l’assetto della “Trasanna”, una sorta di terrazza aperta con un ampio finestrone dove le donne portavano il fieno sulla testa con il solito “torcinello”, lo raccoglievano nei prati lontani per alimentare gli animali nel lungo inverno, salivano su una scala a pioli e vi rovesciavano il loro carico. Ma spesso vi salivano per riscaldarsi e delle volte prendevano il sole nel clima divenuto tiepoido, contente se serviva per abbronzarsi .
“La Madonna del Collemolino… alla fine del ‘900”
Il “Lavoro”, scandiva le stagioni e le giornate
Ma Lidia dopo questo interessante diversivo entra nella parte più qualificante non solo per i singoli ma per l’intera comunità, cioè il “Lavoro”, e non lascia alcuno spazio ai “dialoghi” linguistici, solo a qualche vocabolo “pretarolo”. Passa ad evocare l’organizzazione della vita del borgo nelle varie ore della giornata e nelle diverse stagioni, ed era tale da superare le difficoltà dell’isolamento facendone un punto di forza: Venivano svolte tutte le attività necessarie in modo da avere una totale autonomia che lo preservava da crisi dovute a carenze esterne, e gli abitanti erano impegnati nei rispettivi compiti assegnati ad ognuno.
Alla festa di Sant’Antonio, dopo Natale, l’uccisione del maiale, allevato e ingrassato da mesi nel porcile. Dopo la festa di San Giovanni la “Fienagione”, poi la “Mietitura” e la “Trebbiatura” del poco grano comunque sufficiente per fare il pane l’inverno. Sciolte le nevi, il lavoro nei campi degli uomini, anche se la terra di montagna era molto magra per i raccolti, impegnava pure le donne che trasportavano il letame per concimare. A fianco di queste attività contadine, l’allevamento di ovini, pecore e capre per produrre latte e formaggio, carne e lana per la cardatura, filatura e tessitura.
“Veduta panoramica del paese contornato da una moltitudine ordinata di terreni coltivatii… “
“In questo ciclo continuo – scrive Lidia – uomini, donne, bambini e anziani avevano ciascuno il proprio compito. La fatèija era dura, ma dava ordine all’anno, sicurezza alla casa e senso alla comunità: era insieme necessità, rito, memoria e identità e generava altresì una profonda e condivisa forma di appartenenza”. Fatica scritta in “pretarolo” ma il resto in italiano!
Erano lavori la cui successione nel tempo scandiva le stagioni, tanto era regolare e ripetitiva. Mentre anche le giornate erano scandite da un qualcosa che avveniva ad ore fisse. Veri momenti di devozione segnati dal suono delle campane quattro volte al giorno: i lavoratori si fermavano alzando gli occhi al cielo, rivolgendo alla Madonna la preghiera dell’Angelus. Avveniva al mattino presto, a mezzogiorno, alle ore 15 e, scrive Lidia, “poi l’ultimo richiamo prima dell’imbrunire: il più atteso, il più profondo, il più intimo ‘Ave Maria’”. E cita il Carducci con il suo “Quando sull’aure corre l’umil saluto…”. Dei singoli lavori e del resto parlerò nel prossimo articolo fra tre giorni, vi si troveranno i Mestieri, le Ricorrenze e i Riti religiosi. Non è poco, poi seguirà il terzo articolo con le conclusioni di un'”esplorazione” compiuta con molta attenzione e anche con tanta passione.
“Una tipica cucina, fulcro della casa pretarola. Il camino, che assumeva spesso dimensioni monumentali … La Gina e la suocera…”
Info
Lidia Montauti, “Noi parliamo pretarolo. Ne parlime pretaruale- Voci, luoghi e memorie di Pietracamela” . Ricerche & Redazioni, Teramo, agosto 2026, pagg. 290, di cui 66 pagine con 84 immagini, euro 25. I prossimi 2 articoli sul libro in questo sito il 16 e 19 settembre 2026.
Photo
Ho inserito immagini scelte tra quelle contenute nel libro senza sostituzione alcuna, essendo la documentazione fotografica il secondo strumento utilizzato dall’autrice nella sua ricerca, il primo la ricostruzione storica dei fatti avvenuti, il terzo la rievocazione linguistica con l’idioma “pretarolo”. Nei tre articoli dell’”esplorazione” sono riportate 43 immagini, la metà del libro che ne reca 85, per evidenziare anche il secondo metodo; l’ultima immagine nei 3 articoli è la stessa che chiude i Cap. 1, 2 e 5 del libro (nel 1° articolo è la penultima, essendo l’ultima la Copertina del libro). Le didascalie delle immagini riportano testualmente le didascalie del libro, escluse con dei puntini precisazioni troppo lunghe per l’articolo. Delle 43 immagini ne sono state scansionate dal libro 4 – tutte nel 3° articolo – le altre sono state rese disponibili dai detentori i quali le avevano fornite per il libro, quindi sono le stesse. Ne sono state messe a mia disposizione 27 da Aligi Bonaduce, paesano, dal suo Fondo fotografico, un Archivio storico, 2 ciascuno da Vittorio Giardetti, paesano, Salvatore Levante fratello e Zaira Montauti parente, si ringraziano tutti; 6 a me disponibili essendo inserite in miei precedenti articoli. In ognuno dei 3 articoli vengono indicate le immagini fornite. In questo 1° articolo le n. 6, 8, 11, 14 erano a me disponibili, la foto di apertura – in orizzontale per esigenze tecniche e non in verticale come nel libro – è stata tratta dal sito Abruzzo Turismo, che si ringrazia; l’immagine di chiusura è la foto della copertina; le altre 9 immagini sono state fornite da Aligi Bonaduce, che si ringrazia. In apertura, “Pietracamela, scrigno nascosto tra i monti. Il paese e il territorio”; seguono, ’”La Porta di Valle, oggi scomparsa, formata da un semplice fornice, in secondo piano la chiesa di San Leucio”, e “Il paese arroccato sotto Vena Grande (Vina Ronna) visto dalla strada che saliva da Ponte Arno….; poi, “Donna di Pietracamela che trasporta l’acqua nella tipica càunca (conca di rame)”, e “La piazza del paese quando la strada provinciale 43 non era stata ancora realizzata e il paese era raggiungibile da Ponte Arno solo attraverso un viottolo in terra battuta…”; quindi, “Il gafio, ancora oggi visibile lungo i vicoli del paese, in via delle Coste, è un caratteristico balcone interamente in legno”, e “La piazza del paese negli anni ’50”; inoltre, “La chiesa di San Giovanni Battista, risalente al 1432, si colloca al culmine di un vicolo in lieve salita. prima di riprendere l’ascesa verso il quartiere San Rocco”, e “Fine anni ’30 del secolo scorso; un pullman per il trasporto delle persone da Pietracamela a Teramo,, dopo la realizzazione della strada bianca carrabile”; ancora, “Un vicolo del paese che scende verso l’arco di Sbarronetto…. “, e “La chiesa della Madonna di Collemolino,, … oggi diruta, in una cartolina…”, continua, “La Madonna del Collemolino… alla fine del ‘900”, e “Veduta panoramica del paese contornato da una moltitudine ordinata di terreni coltivatii… “; infine, “Una tipica cucina, fulcro della casa pretarola. Il camino, che assumeva spesso dimensioni monumentali … La Gina e la suocera…” e, in chiusura, La Copertina del libro: Lidia Montauti, “Noi parliamo pretarolo, Ne parlime le pretaruale. Voci, luoghi e memorie di Pietracamela”, Ricerche & Redazioni, agosto 2026.
Lidia Montauti, “Noi parliamo pretarolo, Ne parlime le pretaruale. Voci, luoghi e memorie di Pietracamela”, Ricerche & Redazioni, agosto 2026
Prosegue l'”esplorazione” del libro di Lidia Montauti dal titolo “Noi Parliamo pretarolo” – seguito dalla versione nell’idioma locale “Ne parlime le pretaruale” – che non ho citato, nell’intitolare i miei articoli di commento, mettendo “Noi siamo pretaroli”, perchè non parlo “pretarolo”, pur essendo tale da generazioni, e sono molto legato al “natìo borgo selvaggio”. Così penso di interessare al corposo e importante libro – più che ai miei modesti articoli – i tanti che dinanzi all’affermazione linguistica del titolo del libro potrebbero sentirsi meno interessati, rispetto alla diversa intitolazione dei miei articoli sul libro che sento realistica ed identitaria.
“La pastorizia era affidata prevalentemente alle donne riunite in gruppi di due o più, esse si recavano a condurre greggi di più proprietari al pascolo, fuori del paese”
Nel 1° articolo, dopo aver motivato questa osservazione, viene sottolineato il grande valore dell’analisi storica dei fatti e delle situazioni operata dall’autrice con una precisione pari alla passione, oltre al rilevante ed efficace approfondimento linguistico dell’idioma “pretarolo”, giustamente definito “lingua degna” dal grande linguista che ha presentato il libro attuale, in una sua opera precedente del 2023 così intitolata, molto apprezzata e premiata. E si è entrati nei contenuti rievocando all’inizio la descrizione di come si arriva a quello che il testo in “pretarolo” intitola “Pietracamela, il mio paese”, “inerpicandosi, tornante dopo tornante, su per la salita”. Alle due pagine inizili in “pretarolo”non è seguita l’immersione nei problemi linguistici, ma 190 pagine di ricerca appassionata sulla vita della Comunità isolata tra i monti, spostando all’ultima parte del libro le 65 pagine linguistiche. Mi ha fatto ripensare all’ espressione di Orazio “Graecia capta ferum victorem cepit”, l’approfondimento storico che sembrava sovrastaato da quello linguistico, ha invece prevalso per la sua forte carica umana sentita con profonda intensità dall’autrice. Sono stati considerati i Luoghi della memoria, le Case e la Vita familiare, il Lavoro per come incideva nelle stagioni e nelle giornate. Il 2° articolo completa la parte iniziale dei Lavori con i Mestieri, le Ricorrenze religiose, i Riti seguendo l’ordine scrupoloso del libro.
Dall’uccisione del maiale, alla mietitura e trebbiatura, dall’allevamento degli animali ai relativi frutti
L’autrice Lidia – che chiamo per nome nella confidenza di una vita – torna sui singoli lavori per rievocare le attività che erano svolte e il modo in cui questo avveniva. C’erano i lavori domestici, senz’altro pesanti per i fornelli, la pulizia della casa e tutto il resto. Ma erano la normalità quotidiana che non colpiva, come invece gli eventi che si verificavano in circistanze particolari, nelle attività essenziali che si svolgevano nell’anno. L’uccisione del Maiale terrorizzava soprattutto i bambini che avevano scherzato ogni giorno con l’animale divertendosi e si erano affezionati, anche Lidia da piccola. Ma era necessaria la provvista di cibo per l’intera annata fornita dalla sua carne e non solo, richiedeva molto lavoro nel selezionare le varie parti, affumicarle e appenderle magari al soffitto della cucina, e sempre Lidia conclude: “La vista di quell’abbondanza ripagava dalla fatica e tranquillizzava l’animo”, dopo che “il grido straziato del povero animale ci faceva correre alla finestra per assistere impotenti ed esterrefatti all’esecuzione”.
“I lavori delle donne. Liundina serrezzoija (pulisce), la callareccia (piccola pentola)”
Con la Mietitura e la Trebbiatura si metteva a frutto il lavoro svolto perché il terreno zappato e concimato desse i suoi frutti, anche se con la magra produzione di montagna. Perciò “l’inizio della mietitura era una piccola festa”, ricorda Lidia e ne rievoca i particolari, soprattutto quelli della trebbiatura prima dell’avvento delle macchine, quando due asini passeggiavano per l’intera giornata sopra le spighe della mietitura per separare i chicchi di grano formando un mare di paglia dove si tuffavano i bambini per divertimento. Ma non finiva qui, seguiva la macina nel mulino posto sul Rio d’Arno la cui corrente d’acqua cadendo dall’alto faceva girare la turbina trasformando i chicchi di grano in bianca farina impalpabile, ricordo anch’io di averlo visto da piccolo. .
Non era tutto, occorreva tagliare l’erba nei prati per avere il fieno necessario a nutrire gli animali d’inverno: era la “Fienagione”, avveniva in vaste zone, dai Prati di Intermesoli fino ai Prati di Tivo , falciavano gli uomini iniziando all’alba e all’ora di pranzo le donne arrivavano con il cibo come delle vivandiere. Al termine l’erba falciata veniva sparsa per qualche giorno e, divenuta secca, era immagazzinata nel fienile dopo averla composta in carichi portati dalle donne in testa, come facevano per le conche e la legna.
“La lavorazione della lana: la cardatura”
Per le Pecore da allevare, nelle buone stagioni si formavano 4 gruppi di 60 ovini, 4-5 per famiglia, che all’alba venivano condotti nei pascoli lontani dove l’erba era “abbondante e profumata”, da due donne che potevano mangiare, chiacchierare e usare l’uncinetto quando le pecore sazie ruminavano. Producevano latte che serviva per far crescere gli agnellini da vendere poi ai macellai nelle festività pasquali. Il latte che avanzava si trasformava in formaggio in quantità sufficiente per l’intero anno, lo facevano le donne seguendo un metodo che Lidia descrive con la sua solita infallibile precisione in tutte le fasi successive.
Come ricorda, nei particolari più minuziosi, la lavorazione della lana, nella quale gli uomini tosavano le pecore, poi la “Cardatura” della lana tagliata trasformandola in lunghi “budelli”, pronti per la “Filatura”, questo era il lavoro delle donne fino alla “Tessitura”. Gli uomini si specializzarono talmente nella cardatura che soprattutto nei mesi invernali, quando non potevano lavorare nei campi, andavano nei paesi tosco-emiliani e marchigiani per compiere tale lavoro. Le donne con la tessitura producevano anche panni infeltriti detti “Carfagni”, i cui teli arrotolati – richiesti da paesi dell’aquilano – venivano fatti rotolare sul ghiaccio nel versante del Gran Sasso opposto a quello “pretarolo”, come ricorda nel 1573 De Marchi, citato da Lidia.
“La lavorazione della lana in casa: la cardatura e la filatura”
La parte del libro sul “Lavoro” si conclude ricordando l’effetto delle abbondanti nevicate. Prima la gioia nel vedere “un chiarore improvviso, un brillio incantevole che rallegrava il cuore”, poi le grandi difficoltà: si doveva uscire dalle finestre del primo piano essendo le porte bloccate, e quando si scaricava a terra la neve eccessiva che rischiava di sfondare i tetti, i vicoli si bloccavano e si restava chiusi nella propria zona. Un lavoro faticoso per spalare tanta neve, che diventava anche fonte di tragedie, come quando la bufera fece vittime gli alpinisti Cambi e Cichetti e molti anni dopo le due paesane Annina e Rubina, con tanto dolore ed emozione in paese.
Lidia ricorda tali tragedie e i pericoli della neve, ma esclama: “La neve incantava quando illuminava le notti e rendeva fiabesco ogni angolo del paese; faceva la gioia dei bambini quando diventava il gioco preferito nelle mattinate azzurre dall’aria rarefatta e cristallina”. E ci sembrano belle parole per chiudere questa prima parte della “esplorazione” del libro di Lidia trasformata in un dialogo con lei. Anche perché nelle 18 pagine del libro dedicate al “Lavoro”, una sola è riservata a 4 brevi “dialoghi” tradotti, con parecchi “vocaboli” resi anche nell’idioma, ma senza la pressione “linguistica “ di altre parti. Il ricordo dei fatti, più che le parole pur utili !
“La lavorazione della lana: il filarello”
Segue in forma pressante come il modo precedente, il secondo modo di evocare il passato, quello per immagini, ce ne sono 22 , anche qui con ampie didascalie espositive. Ancora una volta il terzo modo, quello dell’idioma “pretarolo” è aggiuntivo ma non prevalente, ora appena accennato nei “dialoghi”, di più nei “vocaboli”, ma contano meno. Il “pretarolo” si rifarà alla fine, ne parlerò nel 3° articolo concludendo la mia visione dei ricordi di Lidia contenuti nel suo libro, non prima di aver completato la ricognizione sulle Ricorrenze religiose e i Riti domestici, le Preghiere e le Feste, le Consuetudini familiari, fino alle Ricette antiche del tutto “pretarole”.
Ho definito “unico” il libro per i tre modi paralleli di evocare gli eventi del passato. E il confronto che ho fatto – e continuerà nel prossimo articolo – in un dialogo virtuale con Lidia, con i miei ricordi molto meno nitidi e precisi, lo rende ai miei occhi, come ho scritto all’inizio, un libro straordinario che onora il paese. E bene hanno fatto l’Amministrazione comunale e l’Asbuc di Pietracamela a sostenerlo e a promuoverlo in modo efficace.
“Una coppia di coniugi di Pietracamela con il loro cane e con l’asino…. utilizzato sia nel lavoro dei campi che per il trasporto della legna”
Ribadito questo, vado avanti nell'”esplorazione” del libro con le parti che seguono i primi 2 capitoli commentati nell’articolo precedente e nel primo paragrafo di questo articolo, che erano concentrati sui “Luoghi della memoria”, le Case e la Vita familiare, i Lavori e i loro frutti. Ora riporto quanto l’autrice ha rievocato nel capitolo 3° sulle Attività economiche e commerciali, sociali e culturali, con importanti considerazioni sullo svolgimento della vita della Comunità “pretarola” nel “nido di aquile” alle falde delle rocce dolomitiche del Gran Sasso d’Italia, soprattutto nei lunghi inverni trascorsi dai suoi eroici abitanti tra neve e gelo.
Mestieri e professioni per l’autosufficienza nell’isolamento
Ed ecco come venivano svolte tali attività in un paese isolato in un territorio montuoso quanto mai impervio. Riuscirono a rendere l’isolamento geografico – pericoloso per la vita degli abitanti – un punto di forza invece che di debolezza raggiungendo una assoluta autonomia rispetto ai centri circostanti difficilmente raggiungibili, con una gestione “autarchica” da parte di “una comunità capace di provvedere in larga misura a se stessa , sviluppando al proprio interno tutte quelle attività necessarie alla vita quotidiana e alla sussistenza collettiva”, scrive Lidia nel ricordare questa capacità dei nostri avi che suscita orgoglio e una sincera ammirazione.
“Il lavoro nei campi: la mietitura, Nelle aie pretarole si svolgeva la trebbiatura, la trasca”
In questo modo, oltre ad assicurare il loro corretto svolgimento, si creavano relazioni umane personali e collettive, fonti di identità e di saperi. Rispondeva a pressanti esigenze individuali e generali il lavoro svolto, che oltre a dare apporto economico creava un tessuto sociale protettivo. Poi, con l’emigrazione e la fine di tanti mestieri sostituiti da servizi moderni, questo è scomparso, ma il libro nel citarli espressamente fa rivivere quel mondo negli aspetti che animavano la vita della comunità isolata tra i monti, però del tutto autosufficiente.
I mestieri evocati sono il falegname e il fabbro, il calzolaio e il sarto, il muratore e il macellaio, il mugnaio e il fornaio, il pastore e il contadino, il cardatore e il tessitore, il carbonaio e il boscaiolo, il maniscalco e l’arrotino, l’elettricista e il norcino. Ecco le altre attività e professioni: negozi alimentari e fruttivendoli, alberghi e locande, osterie e imprese edili, tassisti e orologiai, bidelli e perpetue, barbieri e stagnini, sagrestani e postini, impiegati comunali e organisti, suonatori di tamburi e spazzini, ostetriche e medici, fotografi e cuochi, magliaie e materassai, fattucchieri e preti, sindaci e imprenditori alberghieri, donne per il rosario e insegnanti fissi o solo per periodi determinati, musicisti e carabinieri, autisti della corriera e fattorino, guardie municipali e forestali, geometri e ragionieri, laureati e scrittori, pittori e scultori, fino agli sportivi, dai tanti sciatori ed alpinisti alle scalatrici e guide di montagna.
“Lavoro e devozione: al ritorno dal lavoro nei campi le donne si fermavano spesso in preghiera presso le numerose ‘madonnelle’ preenti in paese”
Nel libro sono dedicate 12 pagine ai nomi dei paesani impegnati in questi mestieri e professioni, ricordati da Lidia “fino all’inizio della seconda guerra mondiale”. Vi ho trovato, tra gli insegnanti, i nomi dei miei genitori Luigi Levante e Argene Paglialonga e di quattro mie zie, Laurina Paglialonga, Luigia, Maria e Isabella Levante. E tanti nomi nei vari mestieri e professioni di paesani che ho frequentato nei miei ritorni estivi. Le 26 fotografie d’epoca sono il secondo modo di evocare quei tempi; il terzo modo, l’idioma “pretarolo”, appare nei soprannomi in dialetto di alcuni di loro.
Dalle Ricorrenze religiose e Riti domestici alle antiche Ricette ”pretarole”
“Come in molti piccoli paesi di montagna, a Pietracamela le ricorrenze religiose non erano soltanto momenti di devozione, ma tappe fondamentali della vita comunitaria”. Così Lidia inizia il capitolo 4° della sua attenta ricognizione sul “natìo borgo selvaggio” del quale nei tre capitoli precedenti ha considerato in modo molto attento e preciso prima il paese e il territorio, poi la casa e il lavoro, fino ai mestieri e le professioni che coprivano le esigenze del borgo isolato rendendolo autosufficiente. E aggiunge che “il calendario liturgico scandiva i periodi fondamentali dell’anno, accompagnava il ritmo delle stagioni, i lavori dei campi, la cura degli animali, la vita delle famiglie e il ricordo dei defunti”.
“I pascoli intorno a Pietracamela in una cartolina d’epoca”
Il raccoglimento religioso era allietato dalle feste con riti e canti, cibi e gesti antichi, “occasioni in cui fede, natura e vita quotidiana si intrecciavano profondamente”. La narrazione di Lidia si protrae per 26 pagine, nelle quali non pensa affatto al “pretarolo”, a parte la traduzione nell’idioma soltanto dei nomi dei Santi o dei termini sacri delle Ricorrenze e dei Riti. Del resto, scrive che “nelle usanze correlate alla fede religiosa si riconosceva l’anima più autentica del paese: una comunità raccolta e solidale, capace di trasformare anche il freddo dell’inverno, la fatica dei campi, le difficoltà e la percezione della morte, in momenti di incontro, dono, condivisione e devozione a Dio”. E lo si vede nelle descrizioni che fa delle singole Ricorrenze, rievocando i diversi momenti e situazioni e penetrando nell’anima dei fedeli con grande sensibilità e delicatezza. Cercherò di trasmettere soltanto qualcuna delle sue suggestive rievocazioni, sono 20, delle quali 18 per le feste e 2 per le Preghiere “pretarole” e le Ricette antiche. Troppa grazia sant’Antonio… i miei lo dicevano quando ero piccolo, nel bell’idioma “pretarolo” che capivo, ma non parlavo allora e non parlo oggi.
Nelle feste di inizio anno – il 6 gennaio l’Epifania e il 17 Sant’Antonio abate – si scatenavano soprattutto i bambini. La sera della vigilia dell’Epifania, pur nella neve e nel gelo, giravano riuniti e cantando “la Pasquarella” con la richiesta di due uova bussavano alle porte e ricevevano oltre alle uova salsicce e farina, castagne e mele, Lidia ricorda tutto. Mentre a Sant’Antonio abate, sempre nella sera della vigilia, costituivano gruppi organizzati in cortei guidati da uno di loro come fosse il santo con barba bianca, bastone e campanella, si facevano concorrenza nel chiedere i doni nelle case. E questo li consolava della sofferenza non solo per il freddo pungente, ma per i lamenti strazianti dei maiali con cui scherzavano tutto l’anno mentre li macellavano per le vitali provviste di carne.
“Il lavoro nei campi: il pascolo”
Mentre la festa di San Gabriele, patrono d’Abruzzo e protettore dei giovani, il 27 febbraio mobilitava le donne che andavano in pellegrinaggio partendo all’alba e dal bosco della “Canala” dopo il passo della “Forchetta” scendevano verso Fano a Corno, in tempo per la prima Santa Messa che seguivano con devozione nella speranza che il Santo accogliesse le loro suppliche. Poi l’acquisto, nelle tante bancarelle, di ricordini e di doni da portare in paese ritornando nello stesso pomeriggio o l’indomani cantando “Ai piedi del Gran Sasso, o pellegrino, ferma il tuo passo”, stanche ma estasiate dal Santo.
Nelle ricorrenze civili del Giovedì grasso e del Carnevale – prima dei 40 giorni di Quaresima nei quali c’era digiuno e astinenza e doveva bastare un’aringa appesa al soffitto per strofinarci due fette di pane – grande impegno nel preparare cibi speciali, soprattutto le “crispelle in brodo”, con molti ingredienti indicati in modo minuzioso da Lidia nel ricordo della sua nonna. A Carnevale non solo i cibi speciali di tipo tradizionale, ma si scatenavano le feste, con i balli in case private fino al veglione a Palazzo Dionisi o al Dopolavoro di Collepiano. Il “martedì grasso” era il culmine del divertimento, nei saloni festosi con le musiche tradizionali, il buffet, il ballo con la “quadriglia” coinvolgente, fino ai ravioli portati nelle terrine dalle madri accompagnatrici delle figlie e offerti mentre si avvicinava la mezzanotte, da consumare prima che scattasse l’astinenza quaresimale con il Mercoledì delle Ceneri.
“Le osterie di Pietrcamela lungo la via Cola di Rienzo”
Nel periodo di Pasqua, alla forte spinta religiosa con i cicli liturgici evocativi della passione di Cristo fino alla Resurrezione, si aggiungeva l’effetto benefico del passaggio dall’inverno alla primavera, che rianimava le famiglie. Le “pulizie di Pasqua” rinnovavano le abitazioni che venivano rimbiancate e nella tavola si metteva la tovaglia bianca, si offrivano le uova sode nella benedizione pasquale del sacerdote con i chierichetti, nel momento solenne di fede e di vero rinnovamento. Si preparavano cibi speciali dopo le restrizioni quaresimali. questa volta erano le “pastarelle pasquali” cotte nel forno che si trovava in molte case – lo ricordo nell’antica casa dei miei nonni – a disposizione anche di chi non lo aveva, con le “pastarelle” portate poi nelle strade e offerte con generosità e condivisione comunitaria. L’unica amarezza – a parte il raccoglimento religioso per la Passione – veniva dalla vendita degli agnelli ai macellai dei capoluoghi per ricavare i soldi necessari alle spese da fare. Come l’uccisione dei maiali, anche questo era un fatto traumatico.
Non finiva la festa il giorno di Pasqua, con la Resurrezione: il martedì successivo ecco “il giorno delle frittate”, mentre dovunque la “Pasquetta” era il lunedì dell’Angelo. Si facevano le gite nei prati in cui spuntava la prima erbetta fresca con le viole che venivano raccolte in mazzolini, e pur essendo giorno di scuola l’insegnante non solo permetteva l’assenza ma spesso organizzava la scampagnata nella quale si mangiava il panino con la frittata. Non solo a Pietracamela, dovunque, ma il lunedì, Lidia ricorda la propria esperienza e porta un’espressione in “pretarolo” con la traduzione. Confida quando la mattina del 3 maggio la risvegliavano le invocazioni e le litanie della processione, seguita soprattutto dalle donne, guidata dal parroco don Andrea con i chierichetti dietro la Croce di legno, nella festa dell’Esaltazione della Croce, benediva i campi per il raccolto. Trascorsi 40 giorni dopo Pasqua, l’Ascensione, una festa così sentita che in paese sospendevano la produzione del formaggio fermandosi alla”quagliata” per non lavorare quando ricorreva la salita di Cristo in Cielo, e la regalavano a persone vicine.
“Nel negozio della Stella (le péntéché)””
Maggio è soprattutto il mese della Madonna, nelle domeniche venivano illuminate e inghirlandate di fiori le “edicole” religiose, e non sempre era un lavoro semplice. Se nella zona l’edicola mancava, veniva sostituita da una finestra a pian terreno, nella quale si metteva l’immagine della Madonna; per i lumi si utilizzavano anche i gusci delle grosse chiocciole riempiti di olio con uno stoppino, e sempre le giovani mettevano le ghirlande di fiori in gara tra i vari rioni. Mentre il risveglio della natura – con i ruscelli copiosi di acqua e i prati punteggiati di fiori – richiamava nei campi soprattutto donne e bambini che raccoglievano fasci di fiori e riempivano i cestini di chiocciole poi cucinate per farne leccornie squisite con ricette tradizionali. La devozione religiosa si esprimeva nelle serate con il Rosario e gli inni alla Madonna, le donne tornate dai campi stanche non andavano a casa ma in chiesa, Lidia riporta questa storia in “pretarolo” con la versione in italiano.
Il 13 giugno la festa di Sant’Antonio di Padova – ben diverso da Sant’Antonio abate di gennaio con il maialino nell’effige – i paesani erano molto devoti al santo e gli si rivolgevano quando smarrivano qualcosa perché intercedesse. Veniva recitato il “Responsorio” dal titolo “Si queris miracula, Prece et devotione ad S. Antonium Paduano”, 24 versetti latini che Lidia riporta con la versione italiana. Siamo solo a metà anno, nel secondo semestre altre Ricorrenze e Riti religiosi, per i quali alla devozione si aggiungeva, come sempre, il godimento di giorni di festa con cibi speciali e sopraffini e anche balli e altri momenti di giubilo. Ne parlerò nel prossimo articolo finale, nel quale l’ “esplorazione” del libro, terminati i riferimenti a fatti e situazioni reali, si concentrerà sull’ultimo tema, la “Lingua ritrovata”, che farà entrare in un labirinto linguistico difficilmente percorribile da chi non conosce il “pretarolo”, oppure riesce soltanto a capirlo e non a parlarlo, come nel mio caso.. Ma giungo a conclusioni molto positive, nel 3° e ultimo articolo sul libro di Lidia, un’opera veramente preziosa per come ha saputo far rivivere i tempi antichi, ricostruendo una realtà che va oltre i pur suggestivi iflessi sull’idioma parlato.
“Donne di Pietracamela abbigliate alla maniera tradizionale”
Info
Lidia Montauti, “Noi parliamo pretarolo. Ne parlime pretaruale. Voci, luoghi e memorie di Pietracamela”. Ricerche & Redazioni, Teramo, agosto 2026, pagg. 290, di cui 66 pagine con 84 immagini, euro 25. Il 1° articolo di commnto è uscito il 13 settembre, il 3° conclusivo uscirà, dopo quello odierno, il 19 settembre 2026, su questo sito.
Photo
Come indicato in questo spazio informativo nel 1° articolo, la maggior parte delle immagini – identiche a quelle pubblicate nel libro – sono state fornite da Aligi Bonaduce, meno le foto di altri detentori: per questo articolo Vittorio Giardetti ha fornito le n. 3 e 11, quindi Aligi Bonaduce le altre 12. Grazie ad entrambi In apertura, “La pastorizia era affidata prevalentemente alle donne riunite in gruppi di due o più, esse si recavano a condurre greggi di più proprietari al pascolo, fuori del paese”; seguono, “I lavori delle donne. Liundina serrezzoija (pulisce), la callareccia (piccola pentola)”, e “La lavorazione della lana: la cardatura”; poi, “La lavorazione della lana in casa: la cardatura e la filatura”, e “La lavorazione della lana: il filarello”; quindi, “Una coppia di coniugi di Pietracamela con il loro cane e con l’asino…utilizzato sia nel lavoro dei campi che per il trasporto della legna”, e “Il lavoro nei campi: la mietitura, Nelle aie pretarole si svolgeva la trebbiatura, la trasca“; inoltre, .”Lavoro e devozione: al ritorno dal lavoro nei campi le donne si fermavano spesso in preghiera prsso le numerose ‘madonnelle’ preenti in paese”, e “I pascoli intorno a Pietracamela in una cartolina d’epoca”; ancora, “Il lavoro nei campi: il pascolo”, e “Le osterie di Pietrcamela lungo la via Cola di Rienzo”; continua, -“Nel negozio della Stella (le péntéché)”, e “Donne di Pietracamela abbigliate alla maniera tradizionale”; in chiusura, “I lavori per la casa. La raccolta dell’acqua a Porta Fontana”.
“I lavori per la casa. La raccolta dell’acqua a Porta Fontana”
In questo articolo, e nel successivo, invece del plurale – che uso di consueto per riferire le narrazioni al contesto più ampio della mia Rivista culturale “on line” – utilizzo il singolare, per il carattere personalissimo del mio racconto in due puntate. Perché riguarda le emozioni di una lunga vita dedicata al giornalismo, non come mia “professione” – la mia attività professionale è stata un’altra, come accennerò – ma come autentica “passione”. Tanto da farmi leggere la targa celebrativa – che con altri colleghi… coetanei mi è stata conferita il 21 marzo 2017 nella sede della Federazione Nazionale della Stampa – con impresse le parole “Per i 50 anni di professione”,come se vi fosse scritto “Per i 50 anni di passione”.
Da quel giorno – che riguardava l’anniversario dell’anno precedente – andai alla sede con il caro paesano Giardetti sono trascorsi nove anni, e io oggi festeggio i 60 anni di “passione” giornalistica, trascorsi dopo l’iscrizione all’Ordine Nazionale dei Giornalisti avvenuta il 13 maggio 1966. Presentai oltre 100 articoli già pubblicati fino a quella data, il mio giornalismo iniziai 5 anni prima, nel 1961. Sento il bisogno di scrivere e condividere non una mia …autobiografia, – non ne ho la presunzione – ma i ricordi di tante emozioni derivanti dalla mia passione per il giornalismo che, ripeto, ha animato finora 65 anni della mia vita.
Il presente articolo è ancora più identitario degli innumerevoli da me pubblicati in un tempo così lungo, in quanto per la prima volta riguarda la mia seconda “vita” giornalistica, in parallelo con la vita professionale nel campo dell’economia e della programmazione aziendale, in larga parte in posizione dirigenziale. Mi sono sentito di illustrarlo con immagini che partono dalla consegna della targa che ho citato, con altre che rendono il clima dell’evento, in apertura e chiusura dei due articoli, in un abbraccio ideale della comunità di colleghi.
Ho inserito anche molte altre immagini, soprattutto delle testate che mi hanno ospitato, di Quotidiani, Agenzie giornalistiche, Periodici di cui sono stato Direttore responsabile, e anche diversi Libri pubblicati, il tutto distribuito nei due articoli per far rivivere in me, e illustrare ai lettori, la rievocazione del testo. Una galleria sulle mie vicende giornalistiche, con evocate talune situazioni critiche in momenti topici della vita nazionale in cui mi sono trovato sempre con riferimento ai miei scritti personali. Questo perché, lo ripeto, non entro nella mia vita professionale, è stata una libera attività solo…casalinga. Di qui la mia “correzione” virtuale alla scritta della targa, mezzo secolo di “passione”, non di “professione”.
La prima fase, il giornalismo economico, a “latere” dell’attività professionale nell’Ufficio studi di una grande organizzazione industriale, 1960-67
Si parte con 7 anni nell’Ufficio studi della Confindustria, dopo un concorso per l’assunzione, con un anno di formazione e specializzazione interno e poi alla Svimez, il Centro studi di sviluppo del Mezzogiorno, con docenti internazionali di grande livello. Poi tutti gli anni successivi all’ENI, nell’Ufficio studi economici, poi nella Pianificazione, strategie e sviluppo con funzioni dirigenziali, fino alla pensione . Mi fermo qui sulla parte professionale, dopo aver precisato che ai contatti funzionali dell’Ufficio studi con l’Ufficio stampa è seguita una mia partecipazione diretta con articoli, fuori dai compiti di ufficio, quindi del tutto personale.
L’inizio avvenne nel 1961, in collaborazioni “spot”, poi stabiliti in due agenzie di stampa, A.G.A. Associazione Giornali Associati, e I.R.E Istituto Ricerche Economiche. E posso aggiungere una prima confidenza, che queste due agenzie – cui davo articoli diversi, alla prima sull’attualità politico-economica, alla seconda di approfondimento sull’economia – rifornivano una moltitudine di quotidiani e periodici locali, e poi mi facevano avere il pacco di ritagli dei miei articoli, fornito dall’”Eco della stampa”: gli stessi su tanti giornali provinciali, con la mia firma, suscitando una certa emozione, forse narcisistica, nel vedere lo stesso articolo in tanti giornali, che compensava l’impegno svolto a casa con passione, non essendo lavoro di ufficio. Ne presentai tanti per l’iscrizione poi all’Ordine dei giornalisti.
I più consistenti sono stati “L’organizzazione industriale” in cui sono stato collaboratore fisso, con 41 articoli,e “Quaderno di scienze sociali con 25 articoli. Ecco poi i nomi di una serie di giornali, con i miei articoli, sempre dal 1961 al 1966: Cosenza industriale 1 articolo, Eco delle valli 1,Gazzetta nuova di Reggio 5 articoli, Giornale di Bergamo 1, Il Corriere marittimo 1, Il Giornale di Vicenza 2, Il Mercantile 1, Il Meridiano di Cagliari 4, Il Trentino industriale 1, Industria Meridionale 3, Industria Toscana 5, La Gazzetta di Napoli 1, La Provincia 3, L’Eco del Commercio 1, L’Eco di Biella 4, L’Economico Marittimo 1, L’Industria Lombarda 4, L’Informazione Industriale 3, L’industria Reggina 2, Scudo crociato 3, Studi sociali 2-. Poi Saggi critici su riviste specializzate: “Quaderni di scienze sociali”, 8 mesi con 24 articoli, poi “L’elasticità della domanda” e la “Ricerca operativa” in due enti, fino ai volumi sulle prospettive degli anni futuri.
Per me – a parte questi ultimissimi lavori – non era lavoro di ufficio, ma attività personale fuori ufficio, la stretta collaborazione fissa con “L’Organizzazione industriale”, citato sopra, lo storico settimanale che, secondo una nota di commento recente, “era considerato “uno degli strumenti di informazione più complessi e autorevoli del panorama industriale, tanto da essere paragonato per difficoltà di scrittura al Financial Times”. In quanto tale “è considerato l’antenato ideale del moderno giornalismo economico di categoria”. E ancora, “negli anni Sessanta, il settimanale ha rappresentato la voce ufficiale degli industriali italiani in un decennio di profonde trasformazioni economiche e sociali”. La mia era una collaborazione fissa settimanale, con articoli in prima pagina, senza firma.
Da lì il salto al prestigioso mensile della Confindustria, sempre in “privato”, la “Rivista di Politica Economica” dove ebbi la rubrica fissa “Economia e finanza in Italia”, onorai l’impegno con piccoli saggi, anche oltre 20 pagine fittissime, sul tema del mese: “Trenta mesi di economia e finanza in Italia”, giugno 1966- x 1969, ho intitolato gli altrettanti saggi per 500 pagine complessive. La mentalità che acquisivo nell’Ufficio studi, di analizzare in modo approfondito con documentazioni reperite o prodotte lavorando direttamente – anche con lunghe elaborazioni personali alla macchina calcolatrice – l’ho trasferita nell’attività giornalistica, per l’intero periodo prima della pensione in modo di gran lunga prevalente sui temi economici, trattati in modo esauriente, secondo gli spazi a disposizione nel giornale o rivista. .
E ho acquisito la mentalità di andare alle fonti, con citazioni testuali “virgolettate”, un insegnamento dell’Ufficio stampa che trasmetteva le notizie sui fallimenti dell’URSS nella pianificazione accentrata – che poi commentavo in appositi articoli – con una rubrica fissa intitolata “Ex ore tuo”: cioè “dalla tua bocca”, nessuna critica né ricostruzione dall’esterno, tutto dall’interno del sistema sovietico riportato testualmente. Grazie all’avv. Guiglia, che era il responsabile dell’Ufficio, per questa sua correttezza per me così istruttiva. Anche una parte del lavoro d’ufficio aveva aspetti giornalistici, come la revisione delle relazioni settoriali dell’attività svolta dall’organizzazione per l’annuale voluminosa Relazione di oltre 1000 pagine, integrazione con veri pezzi da stampa, che nell’Ufficio studi seguivamo fino alla tipografia. Temi economici, sindacali e politici, spesso con mie introduzioni di stampo giornalistico, anche se entro la linea dell’organizzazione.
E soprattutto l’effettuazione, con uno o due colleghi, ogni anno di un’indagine sulle “Prospettive di sviluppo” prima quadriennali, poi triennali, di tutti i settori e comparti industriali, un vero e proprio lavoro minuzioso di vera inchiesta giornalistica. Si trattava di intervistare nelle loro sedi, la maggior parte a Milano, ma non solo, i responsabili delle 100 Associazioni di categoria facenti capo alla Confindustria, in una paziente attività maieutica da cui risultavano linee strategiche e programmi pluriennali che, con i responsabili di settore della vastissima costellazione di attività industriali, venivano tradotti in precisi termini numerici, e in contenuti operativi. Nulla di più giornalistico e coinvolgente, lunghe missioni di oltre un mese con un complesso lavoro espositivo e di elaborazione numerica, da ultimare in tempi stretti.
Provavo la soddisfazione di vedere il mio nome – con quello del collega impegnato con me nell’indagine – come coautore dei cosiddetti “libri verdi”, chiamati così dal colore della copertina, che divennero un riferimento costante per le previsioni economiche e le relazioni sindacali. Ne ricordo 6, uno ogni anno, dell’apposita “Collana di studi e Documentazione”, con prevalenza dell’apparato numerico negli specchi previsionali della miriade di comparti produttivi. Due dei “libri verdi” più piccoli, erano di sole 200 pagine ciascuno, il primo con l’analisi delle previsioni industriali con prospetti riassuntivi e ampio commento, il secondo sull’evoluzione strutturale delle industrie tessili; erano diffusi nelle conclusioni dell’analisi, strategiche e programmatiche, con pochi grafici e prospetti. In entrambi il mio nome con un solo coautore, e l’aggiunta del responsabile dell’Ufficio, come avviene nei giornali con il direttore responsabile….
Nei ricordi, spicca l’incredibile accelerazione nell’anno in cui dovevamo presentare le annuali Prospettive di sviluppo industriale di medio termine in un importante Convegno degli Uffici studi di tutte le organizzazioni industriali a Capri, anche con Gianni Agnelli: arrivammo trafelati da Roma, io e il collega coautore, con il “libro verde” freschissimo di stampa, mentre la sala del Convegno si stava già affollando. La mia soddisfazione, forse era narcisistica, come quella del mio nome nei tanti articoli personali; sentivo imbarazzo nel dire che l’avevo provata già nel vedere le mie iniziali R: M: L. in calce a un opuscolo datato luglio 1961, da me scritto sulla “Ricerca operativa”, una tecnica agli inizi, come del resto lo ero anch’io….
Era il primissimo periodo della mia attività lavorativa, e già al liceo avevo seguito la spinta giornalistica buttando giù sin da allora con la macchina da scrivere – che ho utilizzato sempre, fino a sostituirla ovviamente con il Computer – due testi che immaginavo come articoli pur senza poterli pubblicare, quindi scritti solo per il … miraggio che avevo, su Pietracamela , definito allora il “natio borgo selvaggio”, e su Giulianova, definita “encantadora”, dove ero stato nella vacanza estiva al mare.
La seconda fase, continua il giornalismo economico, a “latere” del lavoro dirigenziale nelle Direzioni Studi, pianificazione e strategie di un nuovo grande gruppo energetico, 1968-1994
Il 1° gennaio 1968 una evoluzione nella mia vita professionale, su cui mi soffermo soltanto per i riflessi sulla mia attività giornalistica. Avvenne il passaggio dalla Confindustria all’ENI, dall’organizzazione rappresentativa e simbolo del “privato” al grande gruppo energetico e non solo, simbolo delle Partecipazioni statali, il “pubblico” che operava nel mercato in forma privatistica. L’occasione fu l’annuale incontro del nostro Ufficio studi in Confindustria con gli Uffici studi di tutte le Associazioni industriali di settore e territoriali; nel pranzo conclusivo dell’incontro nel luglio 1967 il responsabile dell’Uffico studi dell’Associazione mineraria disse che era l’ultima sua partecipazione perché sarebbe andato nell’Ufficio stampa dell’ENI il cui responsabile ne usciva, e aggiunse che il responsabile dell’Ufficio studi economici cercava esperti per rafforzarne la struttura.
Aggiunse che era al mare al Lido dei pini, vicino a Roma, dove avrebbe ricevuto eventuali interessati. Detto e fatto, lo dissi al collega con cui lavoravo in tandem nelle indagini annuali e andammo insieme, riferimmo al cortesissimo dirigente le nostre esperienze e ci chiese di fargli avere dei volumi delle indagini sulle prospettive industriali da noi curati. Non feci trascorrere la giornata, prima delle mezzanotte andai alla Stazione Termini, nell’unico ufficio aperto a quell’ora e feci l‘invio. Anche perché al termine della mattina successiva saremmo partiti da Civitavecchia con la nave “Enrico C”, del presidente della Confindustria Angelo Costa, nella attesissima crociera verso la Grecia per tutti i dipendenti, con il vertice della Confindustria. Fu più che distensiva, con il miraggio della prospettiva professionale, aggiungo una nota di colore, la mia partita a “ping pong” sulla nave con il Direttore generale, – che era anche Direttore responsabile del mensile “La Rivista di Politica economica” di cui ero titolare fisso della rubrica citata sempre fuori dall’ufficio – poi la visita in luoghi caratteristici altamente suggestivi.
Dopo il passaggio all’ENI proseguì la mia attività giornalistica nelle linee consuete, fino a una svolta, determinata da un evento non personale ma quasi… epocale. La scalata dell’ENI alla Montedison di cui acquisì in Borsa la maggioranza azionaria di controllo, si era nel 1980, provocò una reazione molto forte della Confindustria che lo considerò una inammissibile aggressione del settore pubblico al settore privato. Ci fu una ripercussione sulla mia attività giornalistica – sempre del tutto personale e fuori ufficio – perché fu denunciata come incompatibile la titolarità della rubrica “Economia e finanza in Italia” nel prestigioso mensile della Confindustria da me che ero all’ENI; questo da chi era interessato a prendere il mio posto, non dal Direttore della rivista che , però, non poté resistere alle forti pressioni.
Ma mi apprezzava a tal punto – e gli sono ancora grato – da segnalarmi come esperto economico di assoluta fiducia, al Direttore del mensile “Realtà del Mezzogiorno”, che era dirigente del settore studi del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Andai nella bella sede di Vila Lubin a Villa Borghese e passai a quella rivista con la soddisfazione, di me abruzzese, dell’orientamento meridionalistico, oltre che nazionale. Fu una intensa collaborazione giornalistica, estesa anche a temi culturali e non solo, pensare che nei mondiali di calcio del 1982 pubblicò anche un mio articolo con l’invenzione… surreale di un Rebus di 60 parole, con 5 pagine di relative vignette, che gli mandai solo per mera correttezza informativa, avendolo destinato a un giornale sportivo, lo volle pubblicare lui stesso.
E’ stato un rapporto di simpatia e fiducia reciproche, con ampi articoli mensili , ovviamente del tutto al di fuori del lavoro di ufficio, scritti come sempre a casa, di consueto nei week end, a volte nelle notti…. Cito solo un contrasto… culturale gustoso. Pubblicò senza obiezioni, nel suo assoluto rispetto per la libertà giornalistica, la mia recensione su un libro elogiativo di Manodoro, un personaggio del mio paese – Pietracamela, alle falde del Gran Sasso d’Italia – considerato “brigante” mentre veniva riabilitato come “eroe” in una visione storica “dal basso”, bassomimetica invece che altomimetica come quella ufficiale. Il Direttore; da seguace del meridionalista Dorso non condivideva e lo espresse in un suo commento critico che pubblicò in apertura del numero successivo, in termini anche energici; replicai nel numero seguente, motivando ulteriormente e ne fummo entrambi soddisfatti. La collaborazione fissa è continuata intensa fino alla scomparsa del Direttore con chiusura della Rivista nei primi anni ‘80. Dopo oltre dieci anni di ia collaborazione fissa con saggi lunghi oltre le 20 pagine, il più ampio di ben 47 pagine.
Ma attivai altri canali giornalistici, con la soddisfazione di collaborare con un quotidiano “Il Popolo” in stretta intesa con il suo nuovo Direttore nel 1980, un noto politico con il quale già partecipavo, gli fornii anche un contributo, da lui accolto interamente, per il suo articolo di presentazione, e iniziò la mia partecipazione. E qui si innestano altri miei ricordi, sempre del mio giornalismo del tutto personale ed extra ufficio, che si intrecciava involontariamente con l’azienda e perfino con la politica. L’evento fu l’operazione Enimont, ancora la grande Montedison sul mio piccolo percorso- Sul “Popolo” nella mia collaborazione non potevo ignorare l’evento nelle sue complicazioni, ne scrissi seguendo la procedura interna dell’ENI di comunicare alla Direzione Relazioni esterne gli eventuali interventi giornalistici su temi aziendali.
Però ci fu un incidente, tale Direttore competente non ne informò il mio Direttore che giustamente si irritò quando trovò l’articolo con la mia firma nella Rassegna stampa giornaliera, e mi contestò di non averlo preavvertito. Spiegai che avevo seguito correttamente la procedura e non avevo voluto metterlo in imbarazzo dinanzi allo scritto mio personale – del tutto al di fuori da quelli di ufficio sempre sottoposti alla sua legittima, anzi doverosa revisione – tanto più che faceva parte delle strutture direttive proprio di Enimont. Il Direttore delle Relazioni esterne, informato dell’incidente, mi mandò una lettera che mi dava atto di assoluta correttezza, la incorniciai. E non desistetti, ma i successivi articoli nel quotidiano sul caso Enimont, che si complicava sempre più, li pubblicai firmandolo con uno pseudonimo, nome e cognome che coniai ispirandomi all’antico nome del mio paese natale volto al maschile.
Ironia della sorte , questi miei nuovi articoli con lo pseudonimo furono letti nella Rassegna stampa dai colleghi del gruppo aziendale democristiano, di cui non facevo parte, e li interessò a tal punto che uno di loro – abruzzese come me, con il quale non avevo mai parlato neppure del tema – mi disse sorprendentemente che avrebbero chiesto al “Popolo” di metterli in contatto con tale giornalista per invitarlo a discutere le sue tesi condivise in una loro riunione sull’Enimont, non dissi nulla, riuscii a dissimulare la mia intima reazione divertita, poi avvertii subito il giornale di mantenere l’assoluta riservatezza. Ma non fu l’unico mio coinvolgimento in una situazione così imbarazzante.
Ero stato messo in contatto con il nuovo Ministro delle Partecipazioni statali che aveva chiesto a un collega amico suo e mio una collaborazione sui temi del suo Ministero di cui doveva impratichirsi: dopo il primo incontro con lui scrissi di getto nella stessa serata fino a notte fonda una analisi dei problemi e di un possibile programma e lo trasmisi al Ministro la mattina dopo, l’indomani un suo messo mi recapitò in ufficio un biglietto in cui – ringraziandomi e scusandosi per quanto si era permesso di fare… scriveva che la mia nota era diventato un articolo sul maggiore quotidiano economico “24 Ore” pubblicato con grande rilievo in prima pagina a sua firma, controllai sul quotidiano della mattina, era proprio così. E si trattava dello stesso quotidiano che – come ho ricordato – aveva pubblicato come editoriale nel fondo di prima pagina il mio articolo “Conoscere per programmare” il 28 agosto 1964, circa 20 anni prima, quando si dice il destino…
Ma non furono sempre rose e fiori… come in questo caso. Nella serata del giorno più lungo… della grave crisi dell’Enimont ero – sempre in via riservata e personale – nella stanza del Ministro discutendone, quando gli giunse la notizia che il presidente della Montedison non aveva rilevato la propria quota come avrebbe dovuto, per cui sarebbe restato tutto a carico dell’ENI, io cercai di attenuare la sua reazione, disse con forza “lo devo bastonare”. In quel momento l’usciere gli annunciò che stava per entrare il presidente dell’ENI, per fortuna potetti uscire dalla stanza da una porta secondaria, il Presidente mi avrebbe di certo riconosciuto e non sapeva – come nessun altro, salvo il collega che mi aveva presentato al Ministro tempo prima – di questi miei contatti personali.
Invece il mio Direttore venne a sapere dei miei contatti ugualmente personali con il Vice Presidente, che avevo incontrato fuori dall’ufficio nella sua residenza nella zona di Assisi mi sembra con amici comuni in una particolare circostanza; mi chiese di assisterlo in via riservata, e anche sul caso Enimont vissi in diretta alcune sue reazioni alla conclusione inattesa. Mi dispiacque che il mio Direttore ne fu contrariato, come lo era stato per il mio articolo su Enimont nel quotidiano ma non avrei potuto sottrarmi alla richiesta personale del Vice presidente, né venir meno alla riservatezza richiestami. Concludo accennando solo ai miei timori quando la vicenda prese la via giudiziaria, con il PM Antonio di Pietro imperante, e sospettavano anche dei giornalisti, e io negli articoli su Enimont nel quotidiano, ero passato dalla firma alla pseudonimo, poteva sembrare volessi nascondermi per gravi motivi, invece ero del tutto… innocente.
Ci furono gravissime conseguenze, si suicidarono il presidente della Montedison e il presidente dell’ENI, nel carcere dove si trovava con diversi presidenti delle Caposettore dell’ENI, travolti dall’inchiesta di Di Pietro, ebbero seri problemi giudiziari il Vice Presidente e il Ministro delle partecipazioni statali, che però fu colpito da infarto fulminante nei giorni natalizi del 1990, mentre era in vacanza nella sua casa di Cortina. La mia emozione fu di ricevere, con il ritardo delle poste natalizie, un suo fervido messaggio di auguri con ringraziamenti e generosi apprezzamenti su di me, fu come se me li avesse mandati dall’Al di Là. A un mese dalla morte ne celebrai il ricordo con un articolo evocativo sul “Popolo” Il mio Direttore non fu neppure sfiorato dall’inchiesta sebbene facesse parte del direttivo di Enimont, fu riconosciuto il suo estremo rigore, e fu lui a prendere in mano le redini del Gruppo ENI.
Rimasto l’ENI senza guida, ne divenne Presidente e poi, dopo la riforma in senso privatistico, Amministratore delegato, in una carriera che proseguì in una propria attività imprenditoriale, in un grande gruppo privato, poi molto oltre. . E negli apprezzamenti non posso dimenticare quelli del prof. emerito Giuseppe Ugo Papi, di un grande banchiere che mi offrì un posto elevato nella banca a …Palermo, e soprattutto del Governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi che mo scrisse una lettera elogiativa al mio articolo “Il testamento del Governatore”, facendone anche una pubblicazione interna trasmessa a tutte le strutture della sua Banca. Alla sua scomparsa scrissi sui “Popolo” un articolo in prima pagina – sempre fuori da lavoro di ufficio – che riconciliò con lui la Democrazia Cristiane, di cui il giornale era organo ufficiale, dopo screzi che li avevano contrapposti. Inserisco in questo testo rievocativo immagini che mi fanno rivivere quel lungo periodo e alcuni momenti topici.
Non parlo di altre attività svolte non nel mio interesse personale, ma nell’interesse dell’ENI. Per le mie attitudini giornalistiche sono stato… adottato anche come “ghost writer” per un importante esponente governativo influente sugli impianti petroliferi della sua circoscrizione e per un politico ancora più in alto, per gli stessi motivi su un piano generale. Nella mia funzione aziendale curavo la Relazione programmatica per il Ministero delle Partecipazioni statali, in base alla quale era conferito il Fondo di dotazione, capitale proprio dell’azionista Stato pur se operava nel mercato. Poi la privatizzazione, ma questa è un’altra storia.
Nel secondo e conclusivo articolo di questa mia appassionata quanto umile … autobiografia giornalistica entriamo nella terza fase della mia “seconda vita”, da giornalista “free lance” a Direttore responsabile di 2 periodici, e “giornalista-scrittore” autore di 3 libri più un 4°, fino alla quarta fase non più di giornalismo economico a stampa, ma di giornalismo culturale in siti “on line”, in “social” aperti a tutto il mondo…
Photo.
Le immagini sono state tutte fotografate nei numerosissimi articoli, scritti dal 1960 e poi presentati per l’iscrizione all’Odine di giornalisti, si inseriscono anche dichiarazioni ed elogi inviati con lettere, Ma anche volumi pubblicati Con un altro giornalista con me, per l’inDagine ogni anno sulla Previsioni di medio termune valutate in indagini conpiute direttamente. Citiamo soltanto le prime foto del premio consegnato dalla Stampa a Roma nel 50^ anno, sono le prime e foto e le ultime due che chiusoo l’articolo. Segiono foto con i primi 3 messaggi sul lavoto compiuto, seguono 2 foto con i due con tanti ampi articoli settimanali, pensare che il prio sono stati 500 pagine, il successivo anche tante; ppoi 5 o 6 foto nei diversi spazi con alcuni articoli presentati, 2 con un nome diverso per ovvi motivi. Mai ondamentali tre foto con 6 importanti volumi con il nome scritto insieme a un altro o due partecipanti, per queste scritte sono inserti al pinto giusto gli scritti del volume. Seguono altri rtcili, anche la foro di due giornali, per sottolineare i maggiori responsabili. Non scriviamo i nomi, per guardarli da lontano e su ricordo veramente ammirevole. Tra poci giotni secondo a ultimo articolo di ricordo con altre e indimenticbili immagini, sprattutto 2 grandi libri e 2 grandi giornali creato, molto belli come immagine. ,
Prosegue il mio racconto, dopo l’articolo n- 1. Si era agli inizi degli anni ‘90, mi fu richiesto di partecipare, sempre in via personale come giornalista sperimentato, alla creazione di un periodico politico-economico e culturale, da un alto dirigente ministeriale con stretti riferimenti alla politica, per la diffusione di idee e iniziative costruttive in tale campo. Mi impegnai subito nell’ideare il nome del periodico in fieri e della testata, ne ebbi l’ispirazione ripensando alla vista di un poster di “La città ideale” nello studio di un antico compagno di scuola, visitai il museo delle Marche con il dipinto altamente significativo e ricordo che seduto dinanzi a tale quadro feci lo schizzo su un foglio che poi divenne la testata del bel periodico che fu presentato.
La terza fase, da giornalista “free lance” a Direttore responsabile di 2 periodici, e “giornalista-scrittore” autore di 3 libri, 1991-2008
Ebbe il titolo “NIOVA DIMENSIONE” in cui incastonai l’immagine del dipinto, grande formato cm 27 x 40. Ne fui il Direttore responsabile, Direttore editoriale Nino Galloni, Redattore capo Anna Manna, “Garanti del lettore” Bobba, Cocilovo, Cortesi, De Cesaris, Falleri, Peschiera, i due ultimi ai vertici del’Ordine dei giornalisti. L’iniziativa si protrasse per vari anni, sempre con miei ampi articoli e con molte collaborazioni autorevoli, veramente una bella esperienza. Nel numero iniziale del sett.-ott. 1991, 7 pagine, , la mia presentazione in 2 ampi e articoli, “Le nostre radici, il nostro impegno” e “Nuova dimensione, il nostro programma”. Poi, Nino Galloni, “Dove può andare l’Italia e Franco Marini, “Agganciare il futuro europeo”, Luciano Radi, “La sfida della complessità”, e una mia intervista con “5 domande a Giovanni Galloni su giustizia e società”,
In un numero avanti nel tempo, il n. 7 del mag.-ago 1993, Ermanno Gorrieri, “La famiglia oggi e domani”, e Nino Galloni, “Quale nuovo partito, quale partito nuovo?”, Giovanna D’Alessandro, con 2 articoli, “Donne, valori e impegno civile”, e “Per una politica del lavoro attenta al cittadino”, Bruno Lorenzo Anforossi “Italian graffiti o formazione per il 2000?” ed Enrico Furia, “La teoria dell’inflazione per la salvezza dell’economia”, a pag. 3 nella prima metà la poesia di Anna Manna sul tema “La forza per risorgere”, titolo “Impareremo a cavalcare i cocci”, nella seconda metà il mio innovativo… “Il rebus politico”con 15 vignette, frase in 12 parole, miei anche l’ampio servizio “Una nuova dimensione per Roma capitale” e la lunga intervista con “6 domande a Marianma Bucchic su dove va la poesia”. Sembrano di oggi, sono trascorsi 35 e 33 anni dopo…..
Poi venne un’altra esperienza dello stesso tipo, con molte analogie. La preparazione del mio libro -inchiesta “D’Annunzio, l’uomo dl Vittoriale” mi fece frequentare il Vittoriale e il mondo dannunziano nelle mie numerose visite a Gardone Riviera. Dopo la pubblicazione, i responsabili dell’ “Associazione culturale L’oleandro” – il nome della casa editrice dei libri di D’Annunzio a diffusione popolare, mentre l’Opera omnia nelle pubblicazioni di lusso era esclusiva della Mondadori – mi offrirono di divenire Direttore responsabile della Rivista che volevano creare con la testata recante il nome dell’Associazione nella speciale grafica già predisposta: “L’oleandro” con l’immagine del viso di una donna velata, formato catalogo d’arte, cm 21 x 30.
Accettai con la stessa disponibilità che avevo dimostrato per la precedente rivista politico-economica, questa volta solo culturale, ben al di là del riferimento dannunziano. Direttore editoriale era Mario Paglieri, Redattore capo Elena Ledda, Comitato di redazione Bianchi, Ledda, Pinagli, Impaginazione e grafica Ezio Bellot. Dal n. 1 , aprile 2001, di 28 pagine, in apertura il mio “La caricatura segno dei tempi nel costume, nella politica, nella libertà” in 4 pagine; seguono Lucia Loi, “Tamara de Lempicka la ‘dea dagli occhi d’acciaio’”e Nevan Ozhan, “Le figure femminili dei ‘Romanzi della rosa’ viste dall’Oriente” , Antonio Zollino, “Ricordi del ‘mondo meraviglioso’. Per una rilettura dell’Ernesto di Saba”,e Giulio Ferrari, “Luigi Rizzo conte di Grado e di Premuda” , un ampio saggio di 10 pagine, infine Franco Vincenzi, “La Gioconda di Ponchielli”e Paolo Scalvini, “Le prime ‘manifatture’ cinematografiche in Italia”.
Anche qui devo dare conto di un numero avanti nel tempo, il n. 6 del dic. 2007- giu. 2008, di 32 pagine, l’ultimo prima del mio passaggio, sei mesi dopo, il 2 gennaio 2009, al giornalismo culturale su siti giornalisti “on line”.Il web-Il “canto del cigno” sulla carta stampata si apre con il mio lungo articolo di 8 pagine, “Viaggio a Istanbul. Porta dell’Oriente, specchio dell’anima”.; poi, Carlo De Carlo, “Reportage di guerra: 8 settembre -16 dicembre 1943.
L’inizio del Secondo Risorgimento. Ricordi e racconti del bersagliere allievo ufficiale De Carlo” ”, e di Guido Intini, “Diario dal Lager 23 ,marzo – 31 dicembre 1944. Il trasferimento. Pensieri e sofferenze del n. 37551”, di 6 pagine ciascuno; segue il mio “La ricerca scippata”, e Maria Zannotti, “Il ‘blow up’ del DNA di Rosalind Franklin”, di 4 pagine, chiudono il numero, Marcello Mazzoni, “Il cono d’ombra sui Nobel e il caso Maestrini”, ed Elena Ledda, “Premio di narrativa ‘Maria Chiara. Lo sport: gioco, passione, lealtà”. Ripeto, un bella esperienza. con Editore e redattrice-capo il vertice dell’Associazione. Per alcuni anni è uscita una serie di numeri, sempre con miei ampi articoli e collaborazioni molto autorevoli sui campi più diversi della cultura.
ll titolo di “scrittore” in senso professionale si acquisisce con 2 libri pubblicati, e se si è giornalisti si associa all’altra qualifica e si diventa … “giornalisti-scrittori”. Di libri di me unico autore ne sono stati pubblicati 2, e molto voluminosi , a distanza di un decennio l’uno dall’altro, in mezzo un terzo libro, più leggero, con un illustre coautore.
Tutti e 3, devo dire, con una forte impronta giornalistica, e sono stati preceduti … oltre 30 anni prima , dai 6 volumi con l’indagine annuale sulle Prospettive di sviluppo a medio termine di tutti i settori e comparti industriali, i 2 libri più leggeri ma con maggiore contenuto di analisi economiche rispetto alle rilevazioni previsionali, nel rievocare la prima fase della mia vita anche professionale. Indagini, come quelle che fanno i giornalisti, sia pure svolte in ambito professionale, una premonizione….
La ritengo tale perché il libro di me unico autore del 1997, “D’Annunzio l’uomo del Vittoriale”, Andromeda editrice, è un libro-inchiesta, ebbe il Premio speciale della “Associazione chiese storiche” di Palermo – e si vedrà sotto perché – e il “Premio Fiore di roccia” perché indaga, in modo quanto mai penetrante, sull’ultima fase della vita di Gabriele d’Annunzio negli anni inquieti del Vittoriale.
Si parte da una testimonianza rivelatrice che ho trovato … in famiglia, il libro inizia con le dichiarazioni testuali molto ampie, riportando poi i risultati dell’apposita indagine per verificarne l’attendibilità anche illustrando il vasto contesto in cui si collocano, per poi fare un riscontro di quanto acquisito con l’approfondimento in un colloquio finale altrettanto ampio con la testimone, fino alle conclusioni.
E questo per le 3 grandi sezioni tematiche del libro, di 530 pagine, “L’ambiente” con il fascino e il significato del Vittoriale, “Il personaggio” nella sua vita movimentata e nel suo profilo interiore inquieto, “Il mistero” nella sua religiosità fino alla fede cristiana nelle confidenze alla testimone e in altre d’epoca, prove rivelatrici rafforzate da immagini, di cui alcune del tutto inedite sempre tenute nascoste per motivi intuibili.
Mi riferisco al forte contrasto del potere religioso con D’Annunzio, le cui opere ebbero ’ostracismo dell’”Indice dei Libri proibiti”, come “letteratura sensuale-mistica” che poteva corrompere le giovani generazioni. In 6 articoli ne ho riassunto l’iter evidenziando quanto l’indagine svolta con la testimone rivelatrice mi aveva fatto accertare.
Mentre il secondo libro, del 2006, anch’esso a mia esclusiva firma, “Rolando e i suoi fratelli, l’America”, Andromeda editrice, è a sua volta un romanzo-verità, con un andamento parallelo investigativo, quindi giornalistico: nasce dalle confidenze di un paesano pretarolo a me molto vicino emigrato in America nei primi anni ’50, che mi raccontò la storia di successo sua insieme ai suoi fratelli. Non solo è una conferma che l’unione fa la forza, tanto più nell’impresa sovrumana di avere successo in una terra tanto lontana e progredita venendo dalla miseria e dall’isolamento della montagna abruzzese.
Soprattutto è il rovesciamento positivo di una narrazione che descriveva gli italiani all’estero come mafiosi anche in serie televisive coinvolgenti come “La Piovra”, oltre al più celebre film tratto da un romanzo famoso, tanto che il mio libro viene a definito “la riposta al Padrino”; e in quanto tale è stato elogiato allora in una lettera del Presidente del Consiglio a favore dei connazionali all’estero che ha trovato nel mio libro un aiuto prezioso.
La storia mantiene l’impianto della vicenda reale, ma non riporta, come il libro precedente, le dichiarazioni testuali che mi fece il protagonista, bensì è romanzata e per 370 pagine ne fa vivere le vicende, dalla partenza al successo con tutti gli ostacoli, le difficoltà e quant’altro. Una storia simbolo positivo dell’epopea dell’emigrazione, per questo il libro è stato vincitore assoluto di due Premi letterari, “Terra del Vesuvio” 2008 Salerno, “Vladimir Nabokov” 2007 Lecce, e ai primi posti, nel 2007, 3° a Palermo e 5° a Roma, finalista, semifinalista e selezionato, negli altri premi a Novara, Torino e Roma. .
Il libro intermedio, del 2000, a doppia firma, coautore Luciano Radi politico e scrittore navigato, “La Macchina planetaria. Quali regole nella corsa alla globalizzazione” , Franco Angeli Editore, si ispira invece non al giornalismo d’inchiesta ma al giornalismo economico e politico-economico che ho praticato dall’inizio per oltre trent’anni in via esclusiva, fino alla svolta dell’ultima fase di cui dirò tra poco. Per circa 200 pagine tratta dei forti cambiamenti emergenti, cause ed effetti, possibili anzi necessari interventi per evitare gravi danni, ha il primato… giornalistico di essere stato il primo libro a recare nel titolo la parola “globalizzazione”, una rivoluzione dei mercati che allora era all’inizio.
E che ora sembra giunta al capolinea forse perché è stata incontrollata senza regole di nessun tipo; con … preveggenza, con il mio coautore ne avevamo colto la necessità agli inizi e ne avevamo delineato alcune, potevano essere poco fondate o non applicabili nell’incessante corsa alla “deregulation”, ma forse si poteva prevenire in altri modi, con la percezione dei rischi dell’assenza di controlli, l’attuale sconvolgimento senza freni né limiti. Peccato!
Ma l’essere stato Direttore responsabile di due periodici e autore di 2 libri più coautore di un terzo, a parte le indagini e gli altri libri “tecnici” che ho citato, non lo sento come la cosa più appagante della mia intensa attività sulla carta stampata. Lo è una cronaca appassionata che scrissi di getto dopo una suggestiva rimpatriata con i compagni dei due anni di liceo a Teramo
Sono 2 pagine di grande formato con 6 colonne per 400 righe in un foglio inserito come supplemento speciale al giornale parrocchiale teramano “La Tenda” del maggio 2001, direttore responsabile don Giovanni Saverioni, che partecipò alla nostra serata di sabato 12 maggio a Paterno, e al nuovo incontro la mattina successiva domenica 13 a Campli. Ebbene, dopo un quarto di secolo diversi compagni e tutti i professori non ci sono più, rileggere il testo e vedere le due foto inserite fa rivivere con emozione quei momenti scolpiti in me, che condivido in questa rievocazione.
La quarta fase, con la pensione il giornalismo diventa a tempo pieno, e si sposta dalla carta stampata a siti culturali “on line” di Internet
Supero l’emozione passando alla quarta fase del mio giornalismo appassionato. Anche in questo caso alla base della “svolta” c’è stata una richiesta, motivata come per la direzione di “L’Oleandro” prima ricordata, in aggiunta alla nuova situazione personale da pensionato dopo il decennio dedicato alla scrittura e pubblicazione dei tre libri citati.
Il libro “galeotto” questa volta è stato “Rolando e i suoi fratelli. L’America!”. Lo avevo dato solo per cortesia a un noto giornalista teramano che aveva presentato la riedizione del libro “Storia di Cristo” di Papini alla “Banca di Teramo”, dicendogli che non gli chiedevo nel modo più assoluto una recezione, la temevo avendo letto sue stroncature a noti autori nella rubrica nel periodico abruzzese “La Città”; mi chiese l’indirizzo e mail, anche lui solo per cortesia. Era l’ottobre 2008, tutto sembrava finito lì.
La mattina del 31 dicembre ricevo una sua e mail in cui mi scrive di aver molto apprezzato il mio libro, averne parlato positivamente in una televisione locale, e volerne scrivere una recensione molto favorevole in “La Città”. Ma il suo messaggio andava oltre, allegava 22 domande sul mio libro invitandomi a rispondere, se volevo, avrebbe pubblicato l’intervista sulla rivista giornalistica “on line” www. cultura.inabruzzo. It, di cui era Vice-direttore.
Non ebbi la minima esitazione, il resto della giornata dell’ultimo dell’anno lo impegnai nella risposta, cenone a parte, ultimata prima della… mezzanotte. Lo trasmisi per e mail l’indomani, il giorno di Capodanno, arrivò la risposta il 2 gennaio con la comunicazione che l’intervista era stata subito pubblicata nel sito. Ma non solo questo, il Vice-direttore mi fece l’offerta di una collaborazione fissa da Roma, purché non estesa ad eventuali poesie.
Accettai subito con entusiasmo, il mio giornalismo trovava un nuovo canale innovativo, per di più nella mia regione, l’Abruzzo del mio paese e della città dei miei studi medi e ginnasiali. Fu un impegno a tempo pieno, iniziai con l’omaggio al mio “natio borgo selvaggio”, “Il cielo sopra Pietracamela”, del gennaio 2009 poi, dopo una prima fase di ricerca di temi, come corrispondente da Roma, lo diventai per le mostre d’arte.
Etano eventi culturali, presente alle frequenti inaugurazioni nelle varie sedi espositive romane e non solo, con servizi che furono definiti “piccoli saggi”. Sono stati sempre illustrati da fotografie da me stesso scattate, ero uno del giro di cronisti sempre attivo, un ben noto presidente organizzatore nel vedermi esclamò scherzando “rieccolo”, ricordo anche questo divertito come allora. https://www.arteculturaoggi.it/wp-content/uploads/2026/05/immagine-unita-definitiva577-935×1024.jpg
Inviavo i miei servizi al ritmo di 2 a settimana, al termine del primo anno, il 2009, erano stati pubblicati sul sito un centinaio di miei servizi, il direttore pensava di farne un volume da pubblicare, l’idea non si tradusse nella pubblicazione ipotizzata. Poi sorse un problema, mi disse che i miei servizi erano talmente più seguiti dai lettori di quelli degli altri collaboratori che, riguardando mostre ed eventi romani, quindi non abruzzesi, la rivista rischiava di essere spostata tra quelle a livello nazionale ed esclusa dall’ambito regionale in cui il titolare era interessato a mantenerla per i rapporti con la Regione Abruzzo.
Pensai di rimediare mettendo nel titolo sempre riferimenti abruzzesi, pur se forzati, ma nell’arte si trovavano, lo feci, problema superato. Il secondo anno si aggiunsero altre due riviste “on line” , prima “archeorivista.it” per archeologia e arte antica, poi “fotografia,guida consumatore.com”. per le mostre fotografiche, pur se meno frequenti delle altre mostre.
Il mio impegno era a tempo pieno, visitavo le mostre all’apertura assistendo alla presentazione, in seguito mi immergevo nella scrittura del relativo servizio, con ampia narrazione e illustrazioni, da “cronista d’arte” appassionato, e non da “critico d’arte” che non sono mi stato e non sono. La vita, però divenne movimentata quando il titolare, per motivi immaginabili, chiuse cultura.inabruzzo.it e apri un altro simile collegamento.
Aprì cultura.delle marche.it, mi spostai ovviamente anch’io sul nuovo sito; fino a ulteriori turbolenze: l’uscita del vice-direttore, nuovi cambiamenti del nome delle testate anche per gli altri due siti, fino alla chiusura definitiva di tutti e tre i siti nella primavera 2012, dopo tre anni e mezzo quanto mai intensi. Per di più in questi trasferimenti saltarono le immagini originarie in molti articoli, le ho poi ripristinate in un “hard disk” esterno, non tutte ancora inserite nel sito attuale.
A questo punto, poiché i siti di cui ero corrispondente da Roma erano stati chiusi, divenni editore di me stesso aprendo un mio sito giornalistico con aruba.it, dal nome www. arteculturaoggi.com che ho alimentato con servizi di pari ampiezze e immagini nella stessa frequenza in una attività “on line”, sempre a tempo pieno.
Anche qui venne un cambiamento dopo 8 anni molto intensi, il provider “aruba” chiudeva tutti quei siti per un accordo con la Word Press, nella quale ero invitato a spostarmi, lo feci e il mio sito ha dovuto cambiare il suffisso, è divenuto con www. arteculturaoggi.it, il sito attuale. Anche qui, problemi con gli articoli trasferiti senza immagini, sono ancora incompleti, ma il resto è andato liscio, tutto è continuato allo stesso ritmo intenso a tempo pieno, con mia presenza continua alle inaugurazioni delle mostre d’arte .
Ma non finisce qui, l’irruzione dei “social” nel web ha aperto la possibilità di condividere su una scala ben più ampia del solo proprio sito “on line”, pur se accessibile anch’esso da qualunque parte del mondo: diversi anni fa, mi giunsero commenti dal North Caroline di Miriam, che mi ricordava di essere “pretarola”, vicina alla casa materna del miei soggiorni estivi al paese natale
Pietracamela e aver giocato con me nell’infanzia, aveva messo un “alarm” che le segnalava l’uscita dei miei articoli sul sito; e da Toronto di Piero Sivitilli, secondo cugino che finché fu in paese abitava nella stessa mia piazzetta. Il “social” Facebook era aperto ai “follower” più attenti, anche a me sconosciuti, che potevano mettere commenti o soltanto i loro “like”, come tuttora.
Era il 2020, ho creato la mia pagina “Romano Maria Levante”, e nelle ricorrenze più importanti vi ho condiviso articoli pubblicati al momento dell’evento, e sono stati tanti: dagli anniversari della caduta del Muro di Berlino, e della tragedia delle Torri Gemelle -più di un articolo per ciascun evento – alla giornata contro la violenza sulle donne e il 25 aprile, alla scomparsa dello scopritore del DNA e di altri personaggi.
Più articoli nuovi su fatti di attualità e situazione politico-economica, come per le polemiche sul Manifesto di Ventotene e il caso Almasri, Gaza e il salario minimo, per non citare gli articoli sulle manifestazioni nel mio paese, le mostre e le feste , le sue tradizioni e i suoi personaggi . fino ai 4 articoli sugli interrogativi in merito al quadro politico-economico del 2025 condivisi dal 27 al 31 dicembre 2025. Sempre molto ampi, con vere narrazioni accompagnate da molte immagini evocative. . .
Con il dicembre 2025 sembrerebbe finita la mia rievocazione dei cambiamenti nel mio giornalismo, ripeto sempre appassionato. Ebbene, l’ultimo cambiamento, credo rilevante, dal 1° febbraio 2026: non mi limito più a condividere, in via sporadica, i miei articoli che tornano attuali in ricorrenze speciali o nuovi articoli scritti suscitati dall’attualità; ma inserisco apposite serie tematiche con frequenza molto ravvicinata, un articolo ogni 3 giorni, presentato da un ampio Post introduttivo che ne riassume il contesto e il contenuto, con l’immagine di apertura dell’articolo che appare subito appena si accede alla pagina. E si possono scorrere all’indietro le immagini di apertura dei tanti articoli precedenti un una galleria che arriva al 2020 e anche prima, ne ho contati ben 150-
Le serie di articoli finora inserite: dal 2 febbraio 10 articoli sul tema evocato da “L’Aquila capitale italiana della cultura 2026”, con la ripresa dopo il sisma distruttivo del 6 aprile 2009; dal 2 marzo 11 articoli su Gabriele d’Annunzio nel suo mese di nascita e morte, con l’intermezzo del 20 e 23 marzo con due ampi articoli relativi al Referendum sulla riforma costituzionale; dal 3 aprile, giorno di un mio compleanno “speciale”, al 9 maggio, una nuova serie di 13 articoli per me fortemente identitari; dal 13 maggio, giorno di una mia ricorrenza giornalistica anch’essa “speciale”, una serie di articoli identitari per altri versi, i primi due dei quali, inseriti iil 13 e il 15, recano questa… autobiografia della mia vita per e con il giornalismo, sempre con passione e assoluta dedizione.
Un solo riferimento alla seconda fase della mia vita giornalistica, nella doverosa citazione del mio Direttore all’ENI con cui ci furono i due… incidenti di percorso, il mio articolo firmato su Enimont, uscito su “Il Popolo”, e i miei rapporti con il Vice presidente, entrambi a sua insaputa ma non per colpa mia.
Ebbene, dopo l’ENI, ha raggiunto il vertice del maggior gruppo italiano di telecomunicazioni, la Telecom Italia, in due successive nomine a distanza di pochi anni, ma mi fermo qui; e non cito sue incursioni di alto livello in altri settori imprenditoriali e finanziari, con un gruppo intitolato al suo nome. . Citerò invece le sue successive posizioni di vertice nel campo del tutto diverso ma tanto nobile del settore artistico.
Siamo in un mondo del tutto diverso e in anni molto successivi, quando ci incontrammo di nuovo, in posizioni molto differenti, la mia di assoluta autonomia, nel mio giornalismo passato dal campo economico a quello culturale, con al primo posto le mostre d’arte che le grandi sedi espositive e l’importante organizzazione, da lui presiedute in successione, organizzavano a Roma: prima come presidente dell’Azienda speciale Expo, cui facevano capo il Palazzo delle Esposizioni e le Scuderie del Quirinale, poi della Quadriennale di Roma. Ma non voglio ricordare che gli trasmettevo i miei articoli sulle mostre da lui organizzate, dopo pubblicati, non come dovevo fare all’ENI per il lavoro di ufficio per sottoporre i testi alla sua verifica, ero giornalista, non dipendente sia pure in posizione dirigenziale.
Invece mi soffermo su quando lui, il prestigioso Bernabè, mi fece avere il suo libro ”A conti fatti. Quarant’anni di capitalismo italiano”, 2020. Ripercorreva un lungo percorso, in parte vissuto anche da me in posizione diversa, ma vicina, ne approfondii il contenuto. E pubblicai una recensione, anzi una “narrazione” molto accurata in 4 ampi articoli con tante immagini, poi gliela trasmisi. La apprezzò e mi rispose complimentandosi e scrivendo “Hai scritto un nuovo libro…”. Negli anni dell’ENI un giorno esclamò: “Non dico che tu sai scrivere, dico che sai pensare”. Non l’ho dimenticato.
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E voglio concludere la mia appassionata… autobiografia giornalistica presentando i 3 articoli successivi, per me identitari perché in omaggio a un grande personaggio scomparso il 15 aprile, un mese esatto da oggi, il prof. Emmanuele F. M. Emanuele, una eccellenza in tanti campi prestigiosi, dallo sport alla finanza, dall’impresa all’assistenza benefica, dalla poesia alla promozione dell’arte. Iniziò in gioventù nello sport, olimpionico di scherma e pallanuoto, docente universitario e autore di testi di Scienza delle finanze, persino di premiati libri di poesie, ideatore e organizzatore del’annuale “maratona “ poetica “Ritratti di poesia” al Tempio di Adriano e poi all’Auditorium della Conciliazione, una giornata intera con i maggiori poeti, nel CdA di grandi imprese e nella direzione di Associazioni.
Soprattutto presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Roma la più grande del paese, e in quanto tale impegnato nel promuovere e organizzare mostre d’arte nelle due sedi romane al Corso, anche presidente per anni del Palexpo con incessanti grandi mostre nelle due primarie sedi espositive del Palazzo delle Esposizioni e delle Scuderie del Quirinale, mi fermo qui e non è tutto.
Ne ho seguito l’incessante attività raccontando le moltissime mostre d’arte e le annuali “maratone” poetiche in ogni anno èer 16 anni dei “Ritratti di poesia”. I tre articoli che intendo condividere su Facebook, come primi della mia serie identitaria dopo questi due della mia … autobiografia giornalistica riguardano non tali “maratone” – che rievocherò in apposite serie pià avanti – ma uno spettacolo al Quirino, con la sua poesia divenuta teatro, e il Premio Montale che gli fu conferito, ricordato in 2 articoli.
E non posso non concludere con una sua espressione di apprezzamento nei mie riguardi, quanto mai generosa: Dopo aver presentato una mostra, rivolto agli invitati che si accalcavano intorno a lui – io mi ero avvicinato per salutarlo – esclamò ad alta voce indicandomi: “Ecco il più grande giornalista d’arte! ”. Una iperbole da me del tutto immeritata, ovviamente, una battuta scherzosa, ma come dimenticarla? Mi sembra di dover chiudere così la mia … autobiografia giornalistica grato al grande personaggio da me tanto seguìto e ammirato, e a coloro che hanno potuto rileggerla. Grazie veramente-
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Le 25 immagini, tutte personali, sono inserite perchè rappresentano sia i 2 grandi volumi, sia i 2 Periodici craati sempre in un lavoro giornalistico compiuto per lo più al di fuoti del lavoro cui sono stato reponsabile come dieigente prima in Confindustria, poi dopo alcuni anni all’ENI fino alla definitiva, in qualche anticipo, della Pensione. Dopo la quale il lavoro giornalistico fu nelle intere giornate in modo continuo con una serie infinita di mostre d’arte viste e fotografate con una attività intensissima. Le 25 immagini, che non commentiamo essendo ricordi di tati anni da considerare semza commetarle. Nelle prime 2 e nelle ultime due si riportano foto del conferimento a me dei 50 anni di giornalismo, come ho fatto nelle identiche foto nel 1° articolo già inserito giorni fa: soltanto che qui liimmagine è la targa in primissimo piano, la seconda i presenti seduto, in seconda fila sono seduto io con il paesano pretarolo che mi ha accompagnato, le ultime due altre immagini, così nei due articoli sono in tutto otto. In queste immagini seguono, dopo le 2 citate, 5 immagini sui miei libri “D’Annunzio, l’uomo del Vittoriale” e “Rolando e i suoi fratelli, l’America”, seguite da 2 immagini sui nuovi Periodici “L’oleandro” e “Nuiva dimensione” forografate nel mucchio cui si riferiscono. Seguono il mio articolo sul “Popolo” in ricordo del Presidente morto, che già abbiamo ricordato nel 1° articolo con la sua gratitudine per l’ultimo mio articolo in omaggio alla sua Banca d’Italia. Poi la lettera sul mio articolo, anni prima che diventassi giornalista su “24 Ore” , di cui si parla nel 1° articolo, e 5 lettere a me con i ringraziamenti di vari presidenti , Poi 6 lettere a me di grandi presidenti, le prime due del Ministro che aiutai in poche ore e mi salutò dopo essere morto nell’estate in cui scomparve. Seguono 6 articoli miei, anche su nome diverso ma mio, fino al “Reportage sulle ‘virtù'” che in 2 pagine lunghissime unite a un giornale di una chiesa teramana considera tutto con una citazione completa di serate ammirevoli. La chiusura delle due foro, come già detto, riguarda i 50 anni.
A differenza dei miei tanti articoli sulle mostre di arte, su eventi culturali e, alle volte, anche sulla situazione economica e politica, oggi mi esprimo in prima persona singolare, e non plurale come sempre. Il plurale è una condivisione della Rivista culturale, la prima persona è la mia posizione individuale. Riguarda il Referendum di domenica e lunedì prossimi, 22 e 23 marzo 2026, sulla riforma di alcune norme della Costituzione nell’importante tema dell’ordine giudiziario. Inizio subito con alcuni precisi riferimenti agli articoli della Costituzione rimasti immutati nei commi fondamentali, che fanno praricamente cadere la materia del contendere, in quanto fanno venre meno i motivi per le contestazioni. Non sono considerati non solo dai contestatori della riforma, ma spesso neppure da taluni difensori pur autorevoli, con parole in libertà facilmente strumentalizzate in un processo alle intenzioni dissennato, e se ci fossero non sarebbero attuabili. Anche perchè le pur giuste affermazioni, come quella sull’efficienza, vanno motivate, altrimenti cadono. Chi non ha tempo basta che legga il ptimo paragrafo di questa nota – necessariamente lunghissima perchè argomantata in dettaglio – omettendo di andare avanti nei 12 paragrafi successivi dedicati ai singoli aspetti della riforma. Potrà solo scorrerli per dilettarsi nelle tante immagini, sulle ragioni rispettive del NO e del SI. .
In effetti, l’unica modifica della riforma, o se si vuole il cuore della riforma, è questa: la separazione delle carriere tra PM e Giudici con la conseguente scissione del Consiglio Nazionale della Magistratura in due organismi paralleli; in relazione a ciò, una nuova Alta Corte disciplinare in sostituzione dell’attuale Sezione disciplinare interna al CSM; inoltre, sorteggio e non più elezione interna per rompere l’assoggettamento attuale del CSM – nelle sue valutazioni interne e nell’azione disciplinare – alle correnti cui è iscritto 1/5 dei magistrati, che oggi prevale sugli altri 4/5 con la loro professionalità mortificata a favore dei primi in tutte le funzioni del CSM, da quelle sulle carriere personali a quelle disciplinari. E questo nuoce anche all’efficacia della Giustizia. E sono correnti legate storicamente quanto strettamente ai partiti politici, cosa innegabile. .
Gli articoli della Costituzione immutati, che smentiscono le irragionevoli contestazioni alla riforma
Ciò premesso, basta leggere i commi degli articoli della Costituzione rimasti immutati, per smontare le pur debolissime e pretestuose argomentazioni contro la riforma: ne sono stati mutati sostanzialmente soltanto 2, il 102 e 105, negli altri 5 solo ritocchi conseguenti, altro che “stravolgimento della Costituzione”, si vede chiaramente se non si è oscurati da faziosità e posizioni di parte, che si tratta al contrario della sua attuazioe. . Si inizia con l’art. 101: “La giustizia è amministrata in nome del popolo. .I giudici sono soggetti soltanto alla legge”. E soprattutto l’art. 104: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere…. Il Consiglio elegge un vicepresidente fra i componenti designati dal Parlamento”.
Anche l’art. 105: “Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”. Poi l’art. 107: “I magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del Consiglo superiore della magistratura [modificato nei due Consigli], adottata o per i motivi e con le garanzie di difesa stabilite dall’ordinamento giudiziario o con il loro consenso…. I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni. Il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario”. Ed ora l’art. 108: “Le norme sull’ordinamento giudiziario e su ogni magistratura sono stabilite con legge”. L’ignorato del tutto art.109: “L’.’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria” , seguito dall’art. 110: “Ferme le competenze del Consiglio superiore della magistratura, spettano al Ministro della giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia”. Infine i due articoli calati nell’Ordinamento con la riforma: art. 111: “La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge.. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale..”. Fino all’art. 112: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale” . Tutti articoli immutati, salvo i commi sul CSM e il suo raddoppio, con la divisione delle carriere. .
E come attuare il “giusto processo” definito dall’art. 111? Non era quello allora vigente, come si vede nella VII delle “Disposizioni transitorie e finali” della stessa Costituzione: “Fino a quando non sia emanata la nuova legge sull’ordinamento giudiziario in conformità con la Costituzione, continuano ad osservarsi le norme dell’ordinamento vigente.”. L’adeguamento alla Costituzione fu alla base della riforma del Codice di procedura penale del 1989 fatta dall’allora Ministro della giustizia, Giuliano Vassalli:: al procedimento inquisitorio del residuo fascista sostituì quello accusatorio, ma non potà attuare la separazione delle carriere per il “giudice terzo e imparziale” per la forte ostilità dell’Associazione Nazionale Magistrati, dominata dalle correnti, analoga a quella attuale, che ha prodotto scioperi, manifestazioni e il Comitato per il No alla riforma. Per questo l’attuazione rimase incompleta, con tutte le dsfunzioni che seguirono, perchè la recente riforma della Ministra della giustizia Cartabia sulla parziale separazione delle funzioni non riguarda la carriere che invece restano unite ma sono decisive.
Ognuno può verificare la rispondenza della riforma rispetto a tutti gli articoli sopra riportati lasciati immutati, che bloccherebbeo i tanti tentativi vaneggiati nel “processo alle intenzioni” – sventolato per motivi politici – per l’azione pronta e decisiva della Corte Costituzionale. E rispetto alla maggiore, ossessiva contestazione, di voler assoggettare con la riforma il sistema giudiziario e l’esercizio della Giustizia alla politica per avere impunità, basta dire che avviene invece l’inverso: la riforma libera il sistema dalla politica”tout cout” dei partiti e non solo giudiziaria nelle correnti che dominano il CSM assoggettando – con favoritismi e lottizzazioni in assunzioni e assegnazioni, trasferimenti e promozionin che sono le sue funzioni – i 4/5 dei magistrati a 1/5 iscritto alle correnti, mortificandone i meriti per bravura e impegno; e coprendo nella Sezione disciplinare gli errori e gli abusi dei propri elettori protetti , cosa che si traduce in inefficienze e danni ai cittadini paer la sensazione di impunità, in una giustizia”domestica” fortemente corporativa.
Potrei finirla qui, ma aggiungo qualche scampolo, “fior da fiore” in questo confronto quanto mai semplice., senza citare il testo degli articoli di riferimento, sopra riportato, soltanto il numero.. Art. 111, soltanto la funzione disciplinare viene eliminata dalla competenza del CSM e assegnata alla nuova Alta corte disciplinare, non le precedenti che sono funzioni analoghe e appaiono normali adempimenti. Ma il modo con cui vengono minate anch’esse da lottizzazioni di comodo porta alla conseguente modifica del meccanismo di nomina dei membri del CSM, con il passaggio dall’elezione interna – su liste delle correnti – al sorteggio introdotto dalla riforma . Questo perchè i candidati votati, tutti appartenenti a correnti politicizzate e collegate a partiti politici, una volta eletti sottostanno alla loro appartenenza, favoriscono i loro compagni di corrente in lottizzazioni e scambi con gli altri eletti in una diversa corrente, sia nelle assunzioni e assegnazioni, trasferimenti e promozioni,. sia nei prcedimenti disciplinari come dimostrato ampiamente dai fatti.
La quota dei laici, sorteggiati in un “canestro” prediposto e votato dal Parlamento in seduta comune resta, anche nella riforma, di 1/3 rispetto ai 2/3 dei magistrati, e nell’Alta corte diciplinare scende addirittura da 1/3 della Sezione attuale, a 1/5. La composizione del “paniere”per i laici da cui estrarre i 10 membri dei 2 nuovi CSM spetta ancora al Parlamento, con il voto in seduta comune dei 3/5, come avviene oggi quando, però, si vota su un pacchetto bloccato di nomi precisi scelti dai diversi partiti in quote, non dalla sola maggioranza; mentre per i 2 nuovi CSM , saranno sempre estratti a sorte, sia pure su un”paniere” concordato che potrà essere anche vasto per evitare forti aderenze politiche, è comunque necessaria una limitata selezione. E il ruolo del CSM, qundi anche dei membri togati, non riguarda diffcili azioni organizzative dell’Ordinamento, che spettano al Ministro della Giuistizia, nè di difficile “autogoverno”, parola non contenuta nella Costituzione.. Le analoghe capacità professionali dei magistrati, “mutatis mutandis”, che legittimano il sorteggio, riflettono la loro differenza solo per le funzioni, di cui all’art. 107. Per finire con le insensate accuse di voler togliere la polizia giudiziaria dalla disponibiltà della magiostratura e far sottrarre i “colletti bianchi” e i politici dall’azione del PM, vietate rispettivamente dagli artt. 109 e 112. E la Corte cotituzionalòe interverrebbe immdiatamente blocando ogni iniziativa in contrasto con tali principi, va ribadito ancora.
Non sono le mie, opinioni personali, pur senza prevenzioni né schieramenti, ma mere constatazioni. Ho atteso la giornata odierna, vigilia della tregua elettorale, per cogliere le rispettive ragioni fino all’ultimo in modo da presentare un quadro completo di valutazioni ragionate, e dare un aiuto almeno gli indecisi. Ma nel leggere proprio ieri sera interamente gli articoli della Costituzione ho visto che non sarebbe servito farlo, tanto è tutto inequivocabile. L’analisi in dettaglio però, l’avevo già effettuata, ed essendo nettamente separati i vari temi e le relative valutazioni, per di più in un’ampia esposizione ruiferita alle specifiche contestazioni, può servire ugalmente di ausilio, come mi è venuta prima della verifica costituzionale finale che ha tagliato al testa al toro, e ho premsso al testo dell’articolo già pronto. Ovviamente quelle seguite con particolare attenzione sono le ragioni del NO, dato che quelle del SI sono alla base del lungo iter parlamentare, quindi ben note. Data la lunghezza, avrei scisso l’articolo in 3 puntate… come faccio sempre, ma ho voluto metterlo intero alla vigilia del silenzio elettorale per essere aggiornato fino all’ultimo, né il giorno dopo che sarebbe proprio la vigilia da rispettare. E ho fatto la “scoperta” risolutiva. Sege l’analisi dettagliata e accurata fatta in precedenza, in 12 paragrafi, sui singoli temi, in parte ripetitiva e pleonastica, data la mia “scoperta”, ma attinente in modo specifico alle singole contestazioni, quindi resta di qualche utilità. .
Il contenuto della riforma costituzionale del CSM e le motivazioni
In sintesi, si parte dalla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti – PM e giudici – per completare l’attuazione del processo accusatorio, e quindi, per conseguenza, sdoppiare il Consiglio Superiore della Magistratura, ora unitario, in due organismi di pari livello costituzionale, entrambi presieduti dal Capo dello Stato, come quello attuale, mantenendo le stesse proporzioni di rappresentanza tra i membri togati, i magistrati, e i membri laici: 2 terzi per i primi, un terzo per i secondi, 20 togati e 10 laici. Nella riforma – considerata “dovuta” per completare la revisione del sistema passato da inquirente ad accusatorio con la lontanissima riforma Vassalli – viene mutato il procedimento per la scelta dei membri: non più elezione diretta con votazione da parte dei magistrati per i 20 membri togati, né del Parlamento in seduta comune per i 10 membri laici, ma sorteggio tra i magistrati per i togati e sorteggio da un “paniere” di professionisti, avvocati, ecc. qualificati, composto da un voto del Parlamento con i 3 quinti, come finora, in seduta comune , ma con la scelta finale anche qui per sorteggio. Il motivo, porre termine al dominio, sul Consiglio Superiore della Magistratura, delle correnti politicizzate che, con favoritismi e lottizzazioni, toglierebbe la dovuta imparzialità all’esercizio delle funzioni del CSM, relative ad assunzioni e assegnazioni, trasferimenti e promuzioni.
Ultimo intervento di riforma, l’istituzione di un’Alta corte disciplinare per i relativi procedimenti di sanzione o proscioglimento dei magistrati cui si attribuiscono mancanze gravi, funzione finora attribuita ad una Sezione speciale interna al CSM, mentre l’Alta corte che verrebbe istituita dalla riforma è del tutto esterna, formata da magistrati di Cassazione per 3 quinti, membri scelti dal Capo dello Stato per un quinto, e membri laici per un quinto, tutti scelti per sorteggio, tranne quelli lasciati alla scelta autonoma del Capo dello Stato: su 15 membri, 9 magistrati, 3 scelti dal Presidente, 3 estratti a sorte, come i magistrati, in forme analoghe al sorteggio del CSM, “mutatis mutandis”. L’incidenza dei membri laici scenderebbe a un quinto rispetto ad un terzo, che è la proporzione attuale nel CSM, riflessa naturalmente sulla composizione della Sezione disciplinare.. Con l’Alta corte esterna l’azione disciplinare sarebbe imparziale e autonoma, non più “domestica”, il giudizio sui sottoposti ai suoi procedimenti, finora è stato affidato a coloro dai quali sono stati eletti, con evidente rischio di favoritismo; tanto più che alle elezioni concorrono le correnti ovviamente protettive dei loro associati, 2100 su 9600 magistrati totali, poco più di un quinto. . Questo il contenuto essenziale della riforma, salvo errori od omissioni, con le ragioni del SI presentate all’inizio di voler rompere questo dominio di correnti anche legate alla politica, spesso tendenti alla lottizzazione contro il merito, e attuare appieno la Costituzione .
Si è accesa la campagna elettorale, le ragioni del NO hanno avuto un tono sempre più concitato, con una crescente politicizzazione del dibattito che dalle contrapposizioni sul contenuto della riforma è divenuto quanto mai fazioso. Di seguito riassumo le mie considerazioni, prima sui temi di natura tecnica, poi su quelli di natura politica, in una contesa tra fautori del SI alla riforma e fautori del NO, sempre più scomposta.
La separazione della carriere, la “cultura della giurisdizione”
Sulla separazione delle carriere, i fautori del NO motivano la loro contrarietà denunciando che in questo modo – allontanandolo dai giudici finora contigui – il PM verrebbe meno al “principio della giurisdizione”, che lo obbliga a ricercare anche le prove a favore dell’indagato, e si trasformerebbe in uno spietato “prosecutor” di tipo americano rivolto soltanto ad accusare anche se ha prove a favore, come il difensore che non considera le eventuali prove contro il proprio assistito. Tanto più avendo un proprio CSM, che accrescerebbe la potenza del PM a danno dei cittadini indagati, si dovrebbe per questo respingere la riforma.
Ma mi sembra che in questo modo non si tiene conto della realtà, cioè che nei fatti il PM non cerca le prove a favore, o non le considera, altrimenti non si spiegherebbe il 50-60% di assoluzioni degli imputati, dopo una via Crucis giudiziaria di anni e i risarcimenti da parte dello Stato per l’indebita detenzione, che non riparano i gravi danni subiti. E non si tiene conto neppure del fatto che la ricerca delle prove a favore resterebbe comunque con la riforma, perché non è stata abolita con l’intervento sulla Costituzione, dato che l’apposita norma del Codice di procedura penale resta intatta. Ma l’argomento fondamentale a favore della separazione è il completamento del processo accusatorio introdotto intorno dallla riforma dell’allora ministro della Giustizia Giuliano Vassalli per dare maggiore protezione agli imputati che nel processo inquisitorio erano senza difesa nella fase iniziale dominata dal giudice istruttore strettamente collegato al PM.: la prova contraria si sarebbe dovuta formare nel dibattimento, dove si sarebbe andati in assoluta parità tra PM e difensore, nel modo più rapido per garantire maggiormente l’accusato.
La separazione delle carriere, che doveva completare la riforma, a cui la Magistratura si è opposta fin da allora, non c’è stata, e la commistione tra accusatori e giudici -uniti dalla stessa carriera e formazione – ha lasciato il GIP e GUP – che decidono sulla richiesta di rinvio a giudizio del PM – fortemente influenzati dal PM, come dimostra l’altissima percentuale di accettazione delle richieste del PM con rinvio a giudizio, smentita poi dall’ampia maggioranza di assoluzioni, il 50-60% in Italia, il 7% in Germania, a stare ai dati disponbili. . A questa “malagiustizia” diffusa a danno dei cittadini concorre, oltre alla contiguità tra accusatori e giudici nella stessa carriera, soprattutto il predominio delle correnti con i suoi favoritismi che premiano anche i magistrati negligenti – e causa di errori non scusabili, non di valutazioni pur discutibili ma legittime- che producono danni, risarciti dallo Stato; mentre loro non vengono sanzionati se non in una percentuale infima da censure, ammonizioni senza effetto, con eccezioni veramente insignificanti con rare incidenze sulla anzianità fino alla radiazione, quasi sconosciuta.
Il sorteggio dei membri del CSM, la “rappresentatività”
Le ragioni del NO su questo piano sembrano del tutto inconsistenti, ma toccano anche la scelta dei membri del CSM, non più con votazione dei Magistrati che- come di è detto, sono pur se in parte minore organizzati in correnti che perà presentano i propri candidati tra gli iscritti – ma con sorteggio. Ne viene anzitutto negata la legittimità, in quanto minerebbe il principio democratico della “rappresentanza”, che non può essere negato ai Magistrati, quindi sarebbe anticostituzionale. Ma non si considera che con la riforma non vengono sciolte affatto le correnti, restano come legittime aggregazioni secondo orientamenti culturali, come dicono, o soprattutto di natura politica come avviene oggi, le principali sono Magistratura Democratica di sinistra, Magistratura indipendente di centro destra. Però le correnti politicizzate non possono essere fatte valere per un organo di amministrazione che non può venire dominato da schieramenti politici, anche portati nel piano giudiziario, tanto più che determinano favoritismi nelle carriere, promozioni e spostamenti, a protezioni disciplinari con la conseguenti mortificazioni del merito dei non iscritti alle correnti, e sono la maggioranza – 7500 magistrati non iscritti rispetto ai 2100 iscritti – che attualmente vengono ingiustamente penalizzati. E non ha senso osservare in modo beffardo che potrebbero essre sorteggiati anche gli apprtenenti a una sola corrente, e addirittura a organizzarsi in correnti nuove o aderire a quelle esistenti dei sorteggiati; Giudicherebbero sempre in “scienza e coscienza” in quanto nom sarebbero debitori alle correnti della loro elezione e quindi non ne subirebbero la minima influenza, anche se fossero tra gli aderenti vecchi o nuovi
Le correnti verrebbero escluse soltanto nella scelta dei membri del CSM, senza alcun vincolo o limitazione della loro attività associativa nell’ambito della Associazione Nazionale Magistrati, che si manifesta in Convegni e altre legittime attività. E le forti critiche dei fautori del NO al sorteggio non sono condivisibili, non essendo stati presentati sistemi migliori per ottenere lo stesso risultato. Obiettano che verrebbe squalificato, quindi indebolito il CSM, nei membri togati, scelti a caso e non per le loro qualità, come avviene nelle elezioni; senza considerare che tutti i 9600 magistrati del corpo elettorale sono qualificati per l’altissima funzione giudiziaria.: Quindi del tutto adeguati per valutare l’attività, analoga alla propria, dei loro colleghi in promozioni, spostamenti e simili, e nella Costituzione viene sancito che si differenziano soltanto per le funzioni, per cui si potrebbe al massimo creare anche qui, nella legge attuativa, un paniere da cui estrarre, escludendo i Magistrati nuovi entrati ancira senza esperienza e nelle funzioni iniziali.
D’altra parte, come contestarne le capacità personali, se il 98,5% e oltre, ha valutazioni “eccellenti” dall’attuale CSM? . Appare senza senso il riferimento che i fautori del NO fanno sull’amministratore del Condominio fino al Sindaco che sarebbe irrazionale estrarre a sorte. Ma nel Condominio possono esserci tanti incapaci per tale ruolo, tanto più tra tutti i cittadini del Comune, non lo sono i magistrati che svolgono tutti un ruolo ben più elevato e complesso, selezionati nel concorso per disporre di libertà individuale e fortune dei cittadini.
Ma non si considera neppure che, proprio nel campo della Giustizia, il sorteggio viene utilizzato addirittura per scegliere i giudici chiamati per gli eventuali procedimenti a carico del Capo dello stato e dei Ministri, nonché per le Commissioni esaminatrici al fine di garantirne l’imparzialità, fino ai componenti popolari delle Corti d’Assise, questo senza selezioni dovendo esprimere solo la volontà comune, nel campo delle libertà individuali, dove la parte tecnica è completamente affidata ai giudici togati. Né sembra pertinente la forte critica che i fautori del NO fanno con particolare enfasi e una insistenza martellante: osservano che nel sorteggio per il CSM ci sono due pesi e due misure, dato che mentre per i membri togati avviene tra tutti i magistrati, per i membri laici soltanto su un “paniere” formato con un voto in Parlamento, tra professionisti con particolari requisiti e non tra tutti quelli che li posseggono, in una scelta politicizzata. In tal modo i politici avrebbero una formazione compatta, ben qualificata a politicizzata, i magistrati sarebbero cani sciolti soggetti alla loro influenza.
A parte che non è ipotizzabile nessuna formazione compatta – in quanto come avviene ora con l’elezione in Parlamento includerebbe anche soggetti dell’opposizione – i Magistrati non sono sprovveduti e non si tratta di una battaglia politica ma di valutazioni sui meriti individuali, in base a considerazioni tecniche, per le quali la politica non serve e soprattutto non deve entrare, e nemmeno capacità organizzative, devono valutare l’azione svolta dai colleghi nei procedimenti, in base alla propria esperienza personale proprio in quel campo.
L’Alta corte disciplinare, “l’inappellabilità”
Per l’altro fondamentale contenuto della riforma, l’istituzione di un’Alta corte disciplinare per le misure da prendere verso i magistrati che possono aver violato le norme professionali arrecando anche gravi danni ai cittadini, l’opposizione dei fautori del NO si collega a quella sulla separazione della carriere: si vuole, anche sul piano disciplinare, mantenere un sistema che, con l’apposita Sezione interna al CSM, favorisce i protetti dalle correnti con l’impunità dimostrata dai fatti, in una visione comunque corporativa che incide anche sull’efficienza del sistema giudiziario. Infatti, i magistrati si sentono protetti e quindi, non stimolati all’impegno se non ne hanno la passione e la corretteza come tanti, sanno che non rischiano penalizzazioni o sanzioni anche se deviano dalla diritta via, non per le libere valutazioni anche se corrette nelle fasi ulteriori.
Si comportano in modo negativo, come è stato detto da un magistrato dalla lunga esperienza che “c’è chi lavora 12 ore al giorno e chi 12 ore al mese” senza che vi sia alcuna differenza nel trattamento, magari viene premiato il secondo se favorito dall’appartenenza alle correnti. Né sono pertinenti le critiche al sorteggio, qui riservato ai giudici di Cassazione più esperti per la scelta dei 9 membri togati, al Capo dello Stato per altri 3 membri e a un “paniere” qualificato per i 3 membri laici, che scendono da 1/3 del CSM attuale, riflesso sulla Sezione disciplinare, a 1/5 quinto. E si è avuto il coraggio di affermare in TV, da un autorevole fautore del NO; che l’Alta corte disciplinare sarebbe dominata dai membri politici: 1/5 rispetto ai 4/5! Assurdo!.
L’Alta corte disciplinare è esterna al sistema che deve controllare per dare garanzie di “imparzialità”, come ogni giudice deve essere terzo e non interno allo stesso gruppo o corporazione soggetta al sui esame, la “terzietà” testualmente citata nel relativo articolo della Cotituzione come protezione dei cittadini nel processo. Per ultimo, su questo punto, si contesta anche da parte dei fautori del NO, l’inappellabilità delle sue sentenze dinanzi alla Corte di Cassazione, come avviene invece per le sentenze della magistratura ordinaria. Ma che senso avrebbe sottoporre alla Cassazione i provvedimenti se i giudici togati dell’Alta Corte sono tutti della Cassazione, anzi in livelli elevati, e sorteggiati, per garanzia di imparzialità, come per gli altri giudizi delicati che ho prima citato? Ripeto che i membri cassazionisti dell’Alta corte sono ben 9 su 15, più 3 scelti dal Capo dello Stato, e soltanto 3 sono laici, quindi con una presenza molto inferiore a quella dei giudici popolari nelle Corti d’assise, saranno 1/5 del collegio. Si osserva anche che in modo paradossale l’Alta corte avrebbe competenza solo per irrogare le sanzioni inferiori, mentre per quelle superiori, le uniche efficaci, resterebbe al CSM. Ma l’apparente “antinomia” tra due articoli della Costituzione, 105 e 107, il secondo corretto solo nei 2 CSM, potrebbe essere superata dalla prevalenza del primo articolo, che nelle modifica introdotta elimina la funzione disciplinare dalla nuova competenza dei 2 CSM, oltre che dalla “ratio” inequivocabile di tale radicale modifica. Potrebbe venire superata l’apparente “antinomia” con la notifica dell’Alta corte delle sue conclusioni, con le sanzioni maggiori, da ratificare dai 2 CSM, per non porre all’esterno radiazioni e sospensioni da formalizzare soltanto. Altrimenti dirimerebbe il conflitto di attribuzioni la Corte costituzionale e, se necessario verrebbe fatta la correzione all’art. 197 – attivando la procedura di revisione costituzionale – per elimnare del tutto quella attribuzione che svuoterebbe la funzione della nuova Alta corte disciplinare. Tanto spazio per i cavilli, dopo le beffarde allusioni, ma l’eventuale problema sarebbe facilmente risovibile.
Il “processo alle intenzioni”, il presunto controllo del governo sulla magistratura
Qui termina la parte “razionale” delle obiezioni del NO alla riforma che per le motivazioni che ho riportato – ora non ne ricordo altre sul piano tecnico – viste in modo neutrale mi sembrano del tutto infondate. E questa mia valutazione trova una involontaria conferma da parte dei fautori del NO che nell’ultima fase della campagna… elettorale – almeno nei confronti e interventi pubblici a me noti – si sono spostati completamente dal contenuto della riforma a due aspetti, per loro decisivi.
Il primo aspetto da loro sostenuto con insistenza, divenuto ormai l’unico motivo, va oltre i contenuti effettivi della riforma, che vengono ignorati, forse perché considerano poco efficaci e fondate le obiezioni su questo piano. Passano a un vero e proprio “processo alle intenzioni” sostenendo che – sebbene la riforma mantenga intatta la parte dell’art, 104 della Costituzione che garantisce “l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario rispetto agli atri poteri” – vi è un disegno di sopraffazione della Magistratura da parte del potere politico, anzi del governo, per assicurarsi impunità dinanzi alle proprie violazioni delle leggi che i Magistrati non potrebbero più far rispettare perché impediti dalla politica. E quando vengono invitati a indicare quale modifica della riforma porterebbe a questo, replicano che è soltanto un primo passo in tale deprecabile direzione contro al quale si devono mobilitare i cittadini minacciati, bocciando la riforma con il loro voto.
Mentre, come abbiano visto nell’analisi delle obiezioni di natura tecnica, la riforma sembra perseguire l’orientamento opposto: con la neutralizzazioni delle correnti politicizzate nell’attività dell’organo chiamato di “autogoverno” – parola non contenuta nella Costituzione – il CSM, attraverso il sorteggio dei suoi membri, oltre allo sdoppiamento in due organismi entrambi costituzionali e presieduti dal Capo dello Stato. Perché la politicizzazione delle correnti non è limitata all’aspetto giudiziario, ma attiene alla politica partitica, come hanno mostrato gli incontri spartitori con parlamentari di partito venuti alla luce nel “caso Palamara”, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati all’epoca dello scandalo. E per quanto riguarda la realizzazione del disegno di sopraffazione della Magistratura da parte non più della politica in generale, ma dal governo citato espressamente, vengono citate autorevoli dichiarazioni di alti membri del Governo, che possono farlo prevedere inevitabile, per cui ne dirò in conclusione dopo aver riportato tali dichiarazioni.
Denunciano che per realizzare questo disegno nascosto, viene fortemente “indebolito” il CSM dividedolo in 2 in una logica di “divide ed impera” da combattere fermamente. Potrebbe essere così se ne venissero dimezzti i membri, ma restano di 30 in entrambi, inoltre presieduti dal Capo dello Stato. Quindi semmai ne viene raddoppiata, quindi rafforzata la presenza, oltretutto di due “legioni” distinte, PM e Giudici, che possono fare manovre di accerchiamento come nelle strategie militari più avanzate rispetto alle “quadrate lgioni”. Dunque, “raddoppia e fa imperare” il CSM con i 2 nuovi CSM, pensre l’inverso è palesemente irragionevole.
Tornando al merito, i fautori del NO, non trovando argomenti validi di critica ai contenuti della riforma, anzi argomenti in senso opposto, presentano quelle che per loro sono le prove di queste intenzioni oblique, inconfessabili ma per loro esistenti, senza il minimo dubbio. E sarebbero le dichiarazioni di alti esponenti soprattutto governativi, dal Ministro della Giustizia Nordio, confermate da parlamentari, anche da parte della sua potente capo di Gabinetto, al Ministro degli esteri, fino alla presidente del Consiglio.
Le “prove” del disegno, le parole del Ministro della giustizia e della Presidente del Consiglio
Consideriamo queste presentate come “prove” ad una ad una, frenando lo sconcerto per le vere e proprie manipolazioni, fino alle volute mistificazioni e vere falsificazioni operate, anche da giornalisti che dovrebbero avere, pur se schierati, la correttezza professionale di non alterare i fatti. Iniziamo con il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il quale disse, nella fase iniziale della campagna, di non capire come mai la leader del maggiore partito di opposizione contrastasse la riforma, che la avvantaggerebbe se andasse al governo, tanto più, aggiungiamo noi, che le elezioni del 2027 sono vicine, e l’opposizione sembra sicura di vincere. E qui il “processo alle intenzioni” mostra la sua manipolazione. La riforma viene presentata come positiva per il Paese, eliminando le degenerazioni politiche, anche afavore della maggioranza, con le distorsioni e storture che danneggiano i cittadini, e in certi casi anche il governo nell’attuazione del suo programma. Questo per il venir meno del CSM lottizzato politicamente dalle correnti al compito di svolgere la sua attività fondamentale, in modo corretto e responsabile, al posto di favorire pronunce illegittime e gravemente dannose.
Ad ulteriore prova viene presentata un’affermazione della parlamentare Mantone, della Lega, già magistrato, la quale non sapendo di essere in onda, disse che era d’accordo con Nordio, ma certe cose non si dovevano dire, pur pensandole. E’ ovvio ritenere che si riferiva alla possibile manipolazione, del resto è stata fatta dando alle parole di Nordio un significato opposto al contenuto, come invano ha precisato pià volte invano. Non se ne tiene conto, continua ossessiva tale accusa in TV senza che giornalisti compiacenti la correggano.
E passiamo alle insistenti affermazioni, ripetute in TV e anche nell’ultimo comizio sul Referendum, secondo cui con la vittoria del SI non si avrebbe più la liberazione di emigrati irregolari, sebbene riconosciuti stupratori e delinquenti di ogni risma, né situazioni deprecabili come il caso Garlasco e quello della famiglia nel bosco dovuti all’azione deplorevole di alcuni magistrati, a cui la riforma impedirebbe tali abusi. E’ evidente che si tratta di situazioni che fanno leva sull’opinione pubblica e la propaganda del SI tende a sfruttare, anche se sembra inappropriato che lo faccia il presidente del Consiglio nel suo ruolo istituzionale. Con la riforma non vi è alcuna incidenza diretta sui singoli procedimenti, non cambia nulla in tal senso. Un effetto indiretto, però, si potrebbe avere nella maggiore attenzione dei magistrati, consapevoli che l’Alta corte disciplinare li potrebbe sanzionare per irregolarità, non pronunce discutibili come avviene oggi con i favoritismi corporativi. Ma andava precisato, e comunque non si doveva insistere su un effetto indiretto su un tema così sentito.
A tale proposito un altro “cavallo di battaglia” dei fautori del NO, collegato a questo, è l’affermazione della stessa Presidente del Consiglio, sia pure “en passant”, che la riforma migliorerebbe l’efficienza della Giustizia, osservazione contraddetta dallo stesso Ministro e dalla presidente della Commissione giustizia, con dichiarazioni ripetute ossessivamente in filmati alla TV comparativi con i video della Presidente. Anche qui, è evidente che l’efficienza in sé e per sé non viene migliorata dalla riforma – occorrono leggi ordinarie e non modifiche costituzionali, ed è stato annunciato che si faranno – ma , come ho detto per il tema precedente, un miglioramento nell’accelerazione dei tempo di processi si potrebbe avere, sempre per il timore che il magistrato il quale lavora solo “12 ore al mese”, considerando che l’attuale impunità assicurata, nei fatti, dalla giustizia “domestica” della Sezione disciplinare corporativa, cesserebbe con l’Alta corte esterna.
La cosiddetta “prova regina”, le parole della capo di Gabinetto del ministro della Giustizia
Ma andiamo avanti nell’evocare le ultime “prove” dell’intento innominabile ma ritenuto effettivo di sottomettere la magistratura al potere politico, anzi governativo. Nella penultima settimana, la “prova regina” sarebbe stata data dalla capo di Gabinetto del ministro della Giustizia con una affermazione, a dire dei fautori del NOI inequivocabile, alla TV siciliana Telecolor, che suona così: “Faccio appello a votare Sì, così ci togliamo di mezzo la magistratura, che è un pilot… sono plotoni di esecuzione”. Era verso il termine di un dibattito di un’ora e mezza con un membro del CSM della corrente Unicost, e la senatrice Ilaria Cucchi che le chiede perché il governo “ha tutto questo interesse per il processo penale”, quando le maggiori criticità sono nel civile. Lei risponde, tra l’altro, che “il penale uccide le persone, rovina la reputazione, uccide le famiglie. Poi può essere che dopo 15 anni una parte si sente dire che il fatto non sussiste. Ma nel frattempo il penale tocca la vita delle persone”. A questo punto è andata sul personale, esclamando “io ho un’inchiesta in corso, scapperò da questo paese. Diciamo la verità, finché le cose non ci capitano sulla pelle, voi non avete idea di che cosa vuol dire, chiaro?” In un crescendo esagitato, è andata in escandescenze gridando ancora e con tono alterato per due volte cosa vuol dire “provarlo sulla propria pelle”, l’espressione stravolta..
Fino all’ultima frase quanto mai deprecabile, ma da non considerare come affermazione razionale, anche perché prima aveva detto che “quando la magistratura avrà riacquisito la sua credibilità le aziende si fideranno del nostro paese e torneranno a investire, i giovani che vanno via perché non credono nel nostro paese ritorneranno perché la magistratura sarà una parte di quei tre ordini dello stato che fanno andare bene l’Italia”. E soprattutto aveva affermato: “La maggior parte dei magistrati lavora seriamente e in silenzio. Purtroppo ci sono altri che orientano, e di quelli ci dobbiamo liberare”, riferendosi logicamente alla liberazione del CSM dal dominio delle correnti, oggetto della riforma. Tanto che sin dall’inizio e nel corso della lunga trasmissione ha sostenuto che la riforma è fatta in favore della magistratura per recuperare la credibilità, che purtroppo ormai è persa per una piccola parte, quella correntizia, che la governa L’alterazione finale – l’unica presentata, a cui viene data strumentalmente una intenzione di per sé irrazionale, anzi addirittura … suicida data la sua appartenenza alla magistratura che vorrebbe … togliere di mezzo – è provocata dal fatto personale dell’indagine cui è stata sottoposta – per il caso Alasri nella sua attività interna del Gabinetto del Ministro Nordio – con l’addebito di dichiarazioni false da perseguire; l’ha esasperata facendole perdere il controllo per un attimo che viene amplificato enormemente. Si può deplorare, ma non c’entra nulla con la riforma, magari contestandone la permanenza in un ruolo delicato, per inadeguatezza caratteriale, non per inconfessabili quando deliranti intenti del tutto irragionevoli che sarebbero… autolesionisti, oltre che senza senso.
E qui non posso non denunciare, con l’indignazione che mi ha suscitato, l’ associazione del quotidiano maggiormente schierato per il NO – il “Fatto quotidiano “. in un articolo del 13 marzo ampiamente diffuso -sui sociel – a tale delirio del capo di Gabimetto, ai nomi dei magistrati assassinati come vittime, loro sì, del “plotone” di esecuzione del terrorismo politico e mafioso. Fino ad allinearne 7 fotografie affiancate con una scritta sotto ciascuna foto, che non reca il rispettivo nome o una prece, ma una delle 7 indegne parole del delirante sfogo finale, con l’ultima immagine della scena di Capaci del devastante attentato all’illustre magistrato Falcone, vittima insieme alla consorte magistrato, e ai 5 della scorta, con le parole “plotone di esecuzione”. Uno sciacallaggio, la profanazione degli eroi la cui immagine è stata sporcata da un simile accostamento, con l’invito a votare NO del giornale pur sostenendo di non essere contrario alla separazione delle carriere, ma la riforma viola la “separazione dei poteri”; senza motivare come, non potrebbe farlo perché verrebbe sbugiardato dall’esistenza del dettato costituzionale dell’art. 104, con la Corte costituzionale che bloccherebbe ogni violazione in tal senso. Eppure ha citato Spinoza e Montesquieu! Senza parole! .
L’ultima presunta “prova”, l’intento del Ministro degli Esteri e vice presidente del Consiglio
Ed ecco l’ultima “prova”, questa volta non generica, ma specifica come viene presentata. Si tratta della dichiarazione del leader di un partito di governo, che ha l’elevata carica di Ministro degli esteri e Vice presidente del Consiglio, secondo cui si sta valutando l’opportunità di “sottrarre la Polizia giudiziaria al controllo e alla disponibilità dei Pubblici ministeri”. I fautori del NO, baldanzosi per questa scoperta, la considerano la“pistola fumante” che rivelerebbe la volontà governativa di rendere inoffensivo, verso le proprie illegalità, il Pubblico Ministero privato dei poteri investigativi perché la Polizia giudiziaria verrebbe ricondotta sotto l’egida dei Ministeri interessati, Interno per la Polizia, Carabinieri per la Difesa, Economia per la Guardia di finanza, che naturalmente proteggerebbero il Governo impedendo indagini e altro.
Questa “prova” viene ritenuta decisiva per votare NO, essendo un atto concreto prospettato, che va oltre il “processo alle intenzioni” legato soltanto alle dichiarazioni, pur scomposte e manipolate, che ho fin qui commentato. Ma viene a proposito al termine delle mie valutazioni perché mi fa pensare alla vera “prova regina” che smonta tutte le insinuazioni sulla volontà non espressa nella riforma ma che verrebbe concretizzata in atti effettivi. Ebbene, anche se ci fossero queste bieche intenzioni – al limite dell’eversione del dettato costituzionale che continua a garantire, in apertura dell’art. 104, “l’autonomia e l’indipendenza della magistratura da ogni altro potere” – e venissero poste in essere con leggi ordinarie, o altri atti, queste sarebbero subito dichiarate incostituzionali e quindi annullate dal semplice ricorso al magistrato che trasmetterebbe gli atti alla Corte Costituzionale per la sua conseguente pronuncia. E’ avvenuto per leggi molto meno … invasive di quelle che potrebbero ledere tale principio basilare, e questo fa cadere ogni speculazione in merito, in particolare tutte quelle sopra commentate basate su dichiarazioni, “voci dal sen fuggite” o attacchi alle sentenze, che indicherebbero gli intenti reconditi. Ripeto, anche se ci fossero, la Corte costituzionale sarebbe un baluardo invalicabile perché verrebbe chiamata a pronunciarsi proprio dai magistrati di merito che verrebbero minacciata la propria indipendenza ed autonomia. Fatti, non parole, tanto più le tante insopportabili parole in libertà di un campagna strumentale contro la riforma che evita i contenuti.
Il coinvolgimento ingannevole e contrario al vero del Presidente della Repubblica
Restano due ulteriori argomenti dei fautori del NO, il primo che coinvolge addirittura il Presidente della Repubblica, interpretando in modo distorto il suo solenne intervento al CSM, presieduto per la circostanza in via eccezionale, come ebbe a sottolineare per accrescerne il peso. Ha giustamente chiesto il dovuto rispetto del CSM, organo che ha un alto ruolo costituzionale, dopo lo scomposto riferimento ai “metodi para-mafiosi”, con il quale il Ministro della Giustizia ripeteva il termine usato da un precedente membro del CSM di orientamento opposto al suo, però senza citarlo, reiterando un giudizio inammissibile, mentre si riferiva ai maneggi clientelari delle correnti. I fautori del NO hanno sostenuto che il Capo dello Stato in tal modo ha inteso difendere l’intoccabilità del CSM, ignorando la frase precedente in cui invece aveva chiaramente indicato “i difetti, gli errori e le lacune”del CSM come di altre istituzioni. Semmai le sue espressioni legittimavano una riforma, a prescindere dsi contenuti opinabili, ma non vogliamo entrare minimamente nelle intenzioni del Presidente.
Lo “stravolgimento della Costituzione in 7 articoli, ma solo 2 cambiati, in 5 solo le… virgole
Il secondo argomento riguarda quello che i fautori del NO denunciano come “stravolgimento della Costituzione” della quale verrebbero manomessi “ben 7 articoli”, i cui numeri vengono ossessivamente riproposti nei talk show schierati, messi in verticale al video per accrescerne l’entità. Ebbene, vengono modificati in modo evidente soltanto 2 articoli, gli altri 5 – come è stato detto in TV da Paolo Mieli come giornalista non schierato – “solo nelle virgole”, basta verificare. D’altro canto si modifica il CSM sdoppiandolo in due, con i membri eletti a sorteggio ed eliminata la Sezione disciplinare interna creando l’Alta corte disciplinare esterna, tutto qui, in 2 articoli; negli altri 5 il CSM è corretto al plurale e poco più. Questo dimostra la mancanza di elementi non solo validi, ma per lo meno proponibili sul piano dei contenuti dai fautori del NO, che ripiegano su specchietti per le allodole del tutto risibili per chi conosce bene la riforma.
L’ultimo argomento, non va toccata la Costituzione, presidio di libertà e giustizia
Come è vano l’ultimo argomento, utilizzato anche dagli artisti per il NO, come risulta dalle dichiarazioni di una cinquantina di loro riportate sul “Fatto quotidiano” di fine settimana scorsa in bell’evidenza. Cioè l’esigenza di difendere la nostra Costituzione presidio di libertà e di giustizia- che i Padri costituenti hanno costruito dopo la sconfitta del nazi-fascismo – da cambiamenti che ne alterano il mirabile equilibrio. Si va fino alla profanazione di qualcosa sacro e intoccabile, che ci ha protetto per 80 anni di pace e benessere.
Si dimentica o si ignora, forse volutamente, che-modifiche ne sono state fatte ben 18 nel tempo, come quella che ha ribaltato le posizioni tra Stato e Regioni in sue funzioni fondamentali o ha introdotto i vincoli di bilancio alla spesa pubblica, ed altre come la drastica riduzione del numero di deputati da 650 a 400, e dei senatori da 450 a 300, non certo poca cosa per la rappresentatività. E soprattutto le radicali modifiche nella riforma di Renzi, allora presidente del Consiglio, che cambiava ben 53 articoli con l’abolizione addirittura del Senato e di un organo costituzionale, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, non approvata nel Referendum. Ma nel merito, senza accuse di “stravolgere” un libro “sacro”, come si fa ora per i 7 articoli,on sostanza soltanto 2.
Ma c’è di più, molto di più. Nel legittimare la proposta di riforma, liberandola dalle accuse di “profanazione”, oltre all’indicazione nella Carta della precisa procedura per le modifiche da parte dei previdenti Padri costituenti, va ricordato che nel passato lontano furono istituite in 15 anni, per l’esigenza di raggiungere un accordo delle parti politiche, addirittura tre Commissioni parlamentari per arrivare ad una larga riforma considerata da gran tempo essenziale: la prima presieduta dal liberale Bozzi (1983-84), la seconda da De Mita- Iotti (1993-94) di due partiti opposti, la terza dal comunista d’Alema (1997-98) , tutte hanno fallito.
D’ Alema addirittura voleva fare l’elezione popolare del Capo dello Stato e soprattutto la separazione delle carriere e il doppio CSM, essendo l’assetto unificato un residuato di marca fascista -unico tra i apesi democratici – unificato da Mussolini nel 1941 per dominarlo meglio; l’intento di D’Alema non riuscì perché si sfilò il leader del centro-destra Berlusconi per motivi politici, non per i contenuti. Ed è evidente la realizzazione del completamento del passaggio al processo accusatorio – da quello inquisitorio introdotto nel 1941 dal fascismo – opera di un governo di centro-sinistra per l’impegno dell’allora Ministro della Giustizia Giuliano Vassalli, socialista medaglia d’argento della Resistenza, assolutamente convinto del vantaggio per i cittadini di quanto aveva iniziato perché fosse completato., ma fu ostacolato dall’Associazione Nazionale Mgistrati. Tanto che i programmi dei partiti di sinistra hanno contemplato sempre la separazione delle carriere, mai realizzata. fino all’attuale riforma, sottoposta all’approvazione del popolo italiano.
Né la riforma del già ministro della Giustizia Cartabia – tanto strombazzata come attuazione di tale proposito – può essere ritenuta tale, non conta il ridottissimo numero del passaggio dei singoli magistrati da PM a giudici e viceversa, con la separazione si vuole eliminare la stretta contiguità di carriera, posizione e collocazione tra i titolari di due parti del processo che dovrebbero essere tenute nettamente distinte per impedire collusioni ecc. e garantire la “terzietà” del giudice rispetto al PM – decretata dalla Costituzione – con la stessa “distanza” dell’avvocato difensore. E se il PM deve anche cercare prove a favore, questo è nelle norme al riguardo che restano. Anzi, ciò che manca al PM ora è un’adeguata formazione sul piano investigativo, che nei più giovani compromette la direzione della polizia giudiziaria in una accusa spesso non motivata, e fallace, anche se avallata da GIP e GUP per la loro contiguità delle carriere ora non separate, lo sono quasi solo le funzioni.
Alcune evidenti contraddizioni in prestigiosi attivisti schierati…
Al sorteggio, come alla separazione delle carriere sono stati favorevoli in tempi recenti anche il procuratore di Napoli Gratteri, per entrambi, e il direttore del “Fatto quotidiano” forse solo per il sorteggio, giustificandosi con la forma considerata iniqua del sorteggio previsto dalla riforma che avvantaggerebbe la politica per costruire in Parlamento il “paniere” da cui estrarre i nomi, mentre i laici estratti fra tutti i magistrati. Ne ho già parlato prima, ma a proposito del dott. Gratteri non posso non ricordare che il suo massimo argomento contro la riforma è stato che verrebbe meno l’obbligo del PM di cercare anche le prove a favore che avvantaggia gli indagati nel sistema attuale. Quando aveva dichiarato pochi giorni prima che “gli indagati, gli imputati, gli associati massonici votano SI perché favoriti da una magistratura indebolita dalla riforma”. Ma come, non dovrebbero votare NO pr mantenere il sistema attuale in cui, secondo lui, il PM cerca le prove a loro favore, mentre con la riforma diventerebbe spietato “prosecutor” che addirittura le ignorerebbe, anche conoscendole, come l’avvocato difensore ignora le prove a carico dell’assistito? Ha premesso a questa affermazione riferita ai calabresi, che”votano NO le persone perbene”, senza fare riferimento esplicito a chi vota SI, ma facendo capire come la pensa in generale, e che pensi così il PM potrebbe essere preoccupante per chi si espone nel SI e potrebbe essere tra i suoi indagati.
Tra l’altro, non sembra che da valido procuratore a Catanzaro abbia trovato prove a favore dei suoi indagati nel maxi processo contro la ndrangheta calabrese, dato che dei circa 300 rinviati a giudizio su sua imputazione, ben 100 sono stati assolti dopo anni di sofferenze e detenzioni. D’altra parte, era critico verso l’attuale assetto del CSM che, dominato dalle correnti ne aveva penalizzato la carriera non essendo mai stato iscritto ad alcuna corrente, per cui è sembrato favorevole alla separazione delle carriere e anche al sorteggio anche se, direbbe sulla riforma attuale, “il modo ancor m’offende”. Poi il suo valore nella lotta alla ndrangheta gli ha fatto superare le ingiuste bocciature precedenti a maggiori incarichi per avere quello di Napoli, la più grande procura, a livello non solo nazionale, ma europeo. “Labor omnia vincit….”, è ii caso di dire.
Con questo riconoscimento dovuto termina la mia cavalcata sull’arena del Referendum. Non prima di ricordare, dopo aver citato l’autorevole Procuratore di Napoli, quello che mi semto di definire con una iporbole “autorevolissimo”, il prof Augusto Barbera, presidente del Comitato per il SI che difende la riforma da par suo. Come può fare chi è stato giudice costituzionale e poi presidente della Corte Costituzionale, è professore emerito all’università di Diritto costituzionale, con una lunga milizia politica nella sinistra di cui è stato parlamentare in più legislature. Quella sinistra che vede non pochi eminenti esponenti per il SI, dopo che una riforma simile è stata nei programmi non solo nel PD, ma prima dei precedenti partiti così orientati. Ota viene disconosciuta soltanto per una avversità politica al governo e alla maggioranza proponente. Di qui l’assenza di motivazioni non solo valide, ma almeno prsentabili, cosa che non avviene, pur in una aggressività nei dibattiti che squalifica ulteriormente chi si accanisce senza alcun vero argomento, solo alterazioni. E anche nella magistratura, molti sostengono la riforma, come il PM di “Mani pulite” Antonio Di Pietro, non certo di destra, che se ne intende eccome! Fino alla PM del dibattito di giovedì 19 marzo su “Dritto e Rivescio”, messa a tacere dall’insensata aggressione dei contraddittori fautori del No, mentre cercava di spiegare con la sua esperienza sul campo. Ma a loro si applicano le ultime parole del celebre libro di Sartre, “Mani sporche”, che mi viene in mente per una mera associazione di idee con “Mani pulite”, appena citato: “Non recuperabili”.
Ed ora concludo veramente, riferendomi all’immagine sottostante, la penultina delle molte che illustrano questo lunghissimo articolo, ma Marco Travaglio ha pubblicato un libro su “Perchè votare NO..”, quindi sono in buona compagnia…. Vi è ritratto Enzo Tortora nella sua odissea giudiziaria: arrresto in manette, carcere, condanna a 10 anni di reclusione fino alla sospirata assoluzione in appello. Errori macroscopici, un nome su una agendina non verificato preso come prova decisiva, le farneticazioni contro di lui di un mafioso in carcere, e altro ancora, compresi 80 arresti solo per omonimia in una maxi-retata di centinaia di persone poi imputate, tantissime ingiustamente. Ebbene, furono premiati i responsabili di questo che è stato definito “orrore giudiziario” e non semplice “errore”, con due di loro promossi dal CSM a Presidenti di sezione della Corte di Cassaione, e uno addirittura eletto dalle correnti a membro del CSM; mentre il magistrato di Appello che lo assolse fu penalizzato. Proprio come avvenuto in. tanti altri casi, meno clamorosi perché a personaggi non noti. Con la riforma, che elimina le correnti e la giustizia “domestica” a loro assoggettata, tali degenerazioni a danno dei cittadini potranno essere evitate, anche perchè sarebbero sanzionate.
Ho ripercorso l’itinerario della riforma con tanti elementi e argomenti, senza prevenzioni o schieramento di parte, d’altro canto è stato affermato sia dalla maggioranza che dall’opposizione che non è in discussione il governo, sul quale il giudizio sarà dato nell’autunno del 2027, nelle elezioni politiche. Allora valgono le verifiche dei contenuti della riforma rispetto alla obiezioni avanzate dai fautori del NO. Ho considerato tutte quelle a mia conoscenza, e mi sono apparse infondate e pretestuose, persino ingannevoli e fuorvianti, anche se espresse in buona fede, magari per superficialità. Per questo la scelta del NO mi sembrerebbe derivi dai malefici effetti di troppe manipolazioni e falsità. E mi sembra di aver motivato ampiamente la mia valutazione di giornalista di lungo corso non schierato ma documentato, almeno lo spero. Ed ora, buon voto a tutti, comunque la pensiate e comunque vorrete esprimervi. Grazie della pazienre attenzione alla mia lunga condivisione di quanto ho maturato seguendo attentamente la lunga maratona referendaria.
Photo
Le 22 immagini illustrano sia l’evento referendario in generale, sia i manifesti e Post propagandistici del NO e del SI, in 4 gruppi con le immagini alternate, precisamente all”immagine generale, ne seguono 4 alternate per il NO e per il SI, salvo l’ultimo gruppo di 7 immagini, 6 alternate del NO e del SI, e l’immagine di chiusura con un elettore in cabina .Il tutto a titolo meramente illustrativo, senza intenti propagandistici o di altro tipo, tanto meno economico. nè con preferenze di orientamento, ma in una assoluta “par condicio” illustrativa. Sono tratte dai siti di seguito indicati, dove sono di pubblico dominio, comunque se non fosse gradita la pubblicazione di qualche immagine dal titolare del rispettivo sito, verrebbe subito eliminata su semplice richiesta nella parte riservata ai Commenti in fondo all’articolo; si ringraziano i titolari. Ecco i siti in ordine di inserimento delle rispettive immagini, nei gruppi di 5 (una generale, le 4 successive alternate per il NO e il SI, salvo l’ultimo gruppo con 7 immagini). x, instagram, forza italia, instagram, facebook alessandro ? zizzi; x, instagram forza italia?, cgil modena, il sussidiario?; x, partito democratico, x, x, x, x, x, facbook andrea gentile?, settimana news, x. Ancora grazie a tutti. I nomi dei siti mancanti, sostituiti per ora dalla x, saranno inseriti al più presto, ma non ho voluto tardare nella pubblicazione per lasciare anche l’intera giornata prima della vigilia elettorale per la lettura, e magari Commenti che si possono inserire nello spazio riservato in fondo all’articolo. Grazie.-